BLOODBATH

The Fathomless Mastery

2008 - Peaceville Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
26/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Continua la nostra analisi della discografia dei Bloodbath, concentrata ultimamente sul 2008, annata ricca di uscite e di conclusioni per la storia del super gruppo svedese; se il precedente EP "Unblessing The Purity" aveva presentato la nuova formazione senza il fondatore Dan Swanö, sostituito dal chitarrista Per "Sodomizer" Eriksson, e con il ritorno di Mikael Åkerfeldt cantante, il live "The Wacken Carnage" aveva riproposto la prima testimonianza dal vivo della formazione originale, con l'aggiunta del batterista Martin "Axe" Axenrot, epitaffio del loro periodo della consacrazione del 2005, un anno dopo l'uscita del loro lavoro più famoso "Nightmares Made Flesh" con Peter Tägtgren al microfono. Ora siamo giunti al terzo album intero in studio, "The Fathomless Mastery - Incommensurabile Maestria" il quale prosegue sulla strada dell'EP sopramenzionato, cercando uno stile più tecnico e influenzato dalla scuola Death americana (Morbid Angel del medio periodo in primis) che si discosta dal primitivismo iniziale del gruppo, cercando toni più elaborati e seriosi; allo stesso tempo viene mantenuto il gusto per il ritornello e il rifting "catchy" di facile presa, dando una versione accessibile del genere, dove non mancano alcuni punti decisamente moderni nei groove claustrofobici, i quali confermano i nostri come un progetto che per quanto ancorato a certi stilemi del passato, non dimentica il presente e la realtà in cui è inserito. Åkerfeldt usa qui un growl più veloce e "squillante", meno cavernoso del solito, ma sempre aggressivo e demoniaco nella sua performance; rispetto all'EP notiamo però un'atmosfera meno coesa e qualche parte di songwriting indecisa, dovuta ad una certa "crisi d'identità" dove i nostri non sanno bene se tendere al loro vecchio stile, o ad Prog-Death vicino a quanto fatto dagli Opeth in quegli anni. Questo porta ad un lavoro competente che ci offre un sano Death Metal non troppo underground, ma nemmeno troppo pulito, capace di rimanere incisivo e moderno allo stesso tempo; mancano però la brillantezza trascinante e la varietà di "Nightmares Made Flesh", nonché anthem al pari livello di quanto offerto in passato. Il quadro qui offerto è quello di un progetto che dopo aver toccato la sua punta massima, deve trovare una propria identità, in una formazione e un contesto musicale ben diversi rispetto a quelli di inizio millennio; il Death old-school non è più una riproposizione originaria, in un mercato che ha abbandonato l'ossessione per il Brutal/Tech a favore di una ripresa delle vecchie sonorità, presentando gruppi che vanno oltre l'omaggio scherzoso, e che rielaborano secondo un nuovo sentito feroce il passato, spesso beniamini dell'underground, che guarda con sospetto questo super gruppo fatto da "celebrità" che sembrano per loro giocare con il sacro suono che venerano. I nostri ci provano, e da una parte si fanno più progressivi e moderni senza paura di sforare dalle radici old-school, dall'altra cercano di creare un'atmosfera più cupa e sepolcrale che abbandona l'immaginario da film di serie z, e abbraccia una visione occulta, per quanto sempre di scena. Ancora però questi elementi devono essere evidentemente ben digeriti e rielaborati sul lungo percorso, complice forse anche il fatto che Åkerfeldt si dimostra sempre più stanco del Death Metal, ed interessato alla ripresa dei suoni progressivi anni settanta; egli deciderà poi di lasciare il progetto, e spingerà negli anni gli Opeth sempre più verso una certa direzione, distaccandosi dal Metal estremo. Non è un caso che questo sia il lavoro che più trae dalle influenze in genere associate con i progetti principali dei nostri (Katatonia compresi), cercando di unirli con il loro Death; in passato però la divisione stilistica tra questo "side project cresciuto" e i primi aveva giovato, offrendo spazio per nuove idee e ritmi non utilizzabili in sede principale. Ora invece sembra esser stato stabilito un limite per i Bloodbath, cercando con esso di rafforzarne l'immagine e dargli maggiore concretezza; ma nei fatti la formula è imperfetta, e finisce per inficiare quello che poteva essere un nuovo capolavoro, e che invece si conferma semplicemente come un buon album Death dagli spunti interessanti, ma che non conquista come in passato. Oltre ai nomi citati ritroviamo in formazione il bassista Jonas Renkse (autore anche di diversi testi dell'album) e il chitarrista Anders "Blakkheim" Nyström (che contribuirà ai testi del primo, quinto, decimo brano), nonché al sesto brano la comparsa di Christian Älvestam degli Scar Symmetry come ospite nei cori, presentando per l'ultima volta la terza reincarnazione del gruppo, partita con l'EP "Unblessing The Purity" e qui conclusasi non con un apice, ma con un riassunto della situazione che offre meno di quanto inizialmente promesso.



"At The Behest Of Their Death - All'Ordine Delle Loro Morti" si apre potente con rullanti di batteria e bordate di chitarra, a cui seguono subito riff freddi e stridenti accompagnati da doppia cassa in un andamento veloce; si delineano di seguito melodie atonali espresse dai giri di chitarra, mentre la ritmica si mantiene incalzante. Il movimento ottenuto viene sottolineato da contrappunti dissonanti, in una composizione claustrofobica dai continui stop e riprese; al ventiseiesimo secondo tutto si ferma dando spazio ad un fraseggio marziale. Quest’ultimo evolve in una marcia solenne puntellata da colpi stridenti di chitarra ad accordatura bassa e dai battiti ossessivi del drumming, mentre Åkerfeldt interviene con il suo growl; esso è meno distorto e più umano rispetto al passato, vicino allo stile vocale usato da Nile e Behemoth, forse per l’influenza comune derivata da David Vincet dei Morbid Angel, influenza presente anche nei riff serrati e taglienti usati nel lavoro. Al quarantaseiesimo dopo alcune scale tecniche colpite da colpi potenti di batteria, parte un trotto ancora più roccioso, scolpito dal solito drumming diretto e serrato, in questa occasione comunque meno variegato rispetto al passato e più legato ad una doppia cassa dalla media velocità; esso viene contrapposto a corse più frenetiche, in un andamento convulso che crea dinamicità in un groove vorticante dai toni molto moderni, che richiama certo Post Metal e Groove Metal. Al minuto e cinque abbiamo il ritornello demoniaco con vocals  del cantante piene di effetti che lo rendono inumano, mentre prosegue la marcia sferragliante delle chitarre in tremolo, in un panzer delineato dai colpi cadenzati di batteria, dopodiché intervengono giri circolari a moto sega che dilaniano il songwriting mentre la doppia cassa si libera nei suoi rulli; ritorna poi il movimento contratto precedente tra corse serrate in rulli di doppia cassa, e contrappunti stridenti, ripetendone l’enfasi contratta. Al minuto e quarantacinque dopo una bordata dissonante riprende posto la marcia rocciosa, sulla quale si dispiega la voce aggressiva di Åkerfeldt, incalzante nelle sue declamazioni; essa viene sempre delineata da parti stridenti e tecniche, in un gioco che tornerà spesso nell’album, sottolineandone il songwriting meno legato all’old-school vero e proprio, e più a certe soluzioni moderne, ripetute in modo un po’ monotono nei suoi sviluppi prevedibili. Al secondo minuto le chitarre si fanno più frastagliate e sale l’atmosfera, mentre si organizzano vocals solenni ed evocative, accompagnate da un drumming controllato e dilatato, e da rocciosi giri di chitarra; in sottofondo percepiamo un fraseggio sommesso e malinconico, appena accennato, il quale serve a contribuire alla tensione tirata qui presente. Dopo una nuova cesura tecnica riparte la linea dritta e massacrante, in un ennesimo andamento bombardato da contrappunti dissonanti; al secondo minuto e trentaquattro torna anche il ritornello effettato, in un trotto marziale che si dilunga con solennità monolitica; si prosegue dunque su queste coordinate, fino all’impennata di chitarre distorte e doppia cassa. Su di essa si distende il cantato ora più brutale di Åkerfeldt, in una corsa marziale a media velocità; essa si ferma al minuto e cinquantotto dando spazio ad un assolo malinconico pieno di melodia atonale. Si prosegue poi con un fraseggio sommesso, accompagnato nei suoi freddi toni in loop dal drumming serrato e dalle grida del cantante; il finale è invece dominato da chitarre tetre ed atmosferiche in doppia cassa, le quali si lanciano fino alla conclusione, dove alcune bordate lasciano spazio ad una digressione con effetti eterei di tastiera. Tematicamente troviamo nel testo una dichiarazione di guerra blasfema contro la Cristianità e tutti i suoi valori, una marcia da battaglia giocata su versi in rima che delineano immagini minacciose; dopo aver denunciato le intenzioni dei tre Re magi come una cospirazione, e aver attaccato la nascita di Cristo, il verso "Enraged in hate, wreaking havoc, In the name of sheol, defeating whatever may stand in our way – Furioso nell’odio, distruggendo nell'impeto, nel nome dello sheol, sconfiggendo ogni cosa sul nostro cammino." esprime la furia dei nostri, invocando l'aldilà ebraico (Sheol) come proprio simbolo nichilistico. Si prosegue con varie frasi ingiuriose volte ad infangare il credo del nemico, come in oscure poesie di morte anticristiane, evocando punizioni per i seguaci della religione cristiana e maldicendone i rappresentanti ("Curse the son, condemn the epitome, hierarchy of scum, evangelists dragged through the pits of ordeal - Maledici il figlio, condanna l'epiteto, gerarchia della feccia, evangelisti trascinati nei fossi dell'ordalia."). Si prosegue poi con accostamenti di parole più legato all'effetto piuttosto che al senso compiuto, esprimenti comunque questi concetti. "Process Of Disillumination - Processo Di Disilluminazione" è introdotta da colpi di piatti di batteria, dopo i quali esplode un rifting distorto, a cui seguono nuovi rullanti tecnici; dopodiché inizia la doppia cassa tempestante accompagnata da fraseggi solenni e taglienti, in un loop ossessivo sul quale tornano le vocals  di Åkerfeldt, sempre meno profonde e gutturali  e più su connotati moderni. Si prosegue dunque con la cavalcata a media velocità, dove il drumming di Axenrot fa da supporto ritmico e si apre in alcuni rullanti tecnici che fanno da contrappunto alla composizione; le chitarre in buzzsaw delineano una solenne e fredda tempesta sonora, al quale al ventitreesimo secondo si fa più secca e diretta nei suoi toni distorti. Si prosegue su questo  andamento in loop fino al trentanovesimo secondo; qui un fraseggio tagliente e spezzato fa da cesura, alzandosi poi nei toni e proseguendo accompagnato da batteria cadenzata nei suoi piatti e dai colpi incalzanti dei rulli continui, in un movimento strisciante e  più lento dal sapore atmosferico. Subito dopo parte un assolo tecnico e malinconico, che si dipana in scale dilungate mentre la batteria si lascia andare in una corsa serrata a media velocità; s’instaura quindi un momento più progressivo dalle melodie trascinanti, ma meno sviluppate che in passato; tutto si ferma al minuto e sedici, dove dopo un colpo di piatto troviamo un loop distorto di chitarra dall’effetto meccanico ed ossessivo. Esso prosegue sottolineato da un verso rauco e gridato di Åkerfeldt, mentre si delineano bordate marziali di chitarra dilatate, in un movimento ancora una volta strisciante e tetro; esso poi prende velocità al minuto e trentadue, lanciandosi nell’ennesima corsa a media velocità; essa viene sempre accompagnata dal rifting freddo a motosega, in un andamento ipnotico che si fa strada nella composizione. Al minuto e quarantanove una bordata feroce crea una nuova cesura, e dopo un rullante parte una serrata sezione con doppia cassa martellante e loop di giri di chitarra ripetuti, sui quali si stagliano le vocals violente del cantante; il movimento ottenuto è ossessivo e continuo, trascinando l’ascoltatore con se nella sua irruenza. Improvvisamente al secondo minuto e otto esso si ferma, ripartendo subito dopo con un trotto roccioso e marziale ricco di giri concentrici dal gusto moderno, che delineano montagne russe sonore geometriche in un dinamismo distorto e discordante; al secondo minuto e diciotto parte un nuovo fraseggio a sega elettrica, disturbato come un’interferenza,  e sottolineato da colpi veloci di rulli di batteria. Esso evolve insieme ad un grido distorto di Åkerfeldt in una nuova cavalcata in doppia cassa, dai muri di chitarra tagliente e ultra distorta, la quale poi si apre in un rifting freddo e solenne a sega elettrica più lineare; quest’ultimo prosegue fino al secondo minuto e quarantanove, quando riprende piede il fraseggio distorto prima incontrato. Nel finale esso evolve tempestato dalla doppia cassa e dalle grida feroci del cantante, fino alla conclusione improvvisa del brano. Il testo evoca un immaginario tetro ed apocalittico, dove una malvagia entità demoniaca ed antica, ritenuto il dio prima di tutti gli dei, sorge dall'abisso portando morte e distruzione; lo immaginiamo come un essere alla Lovecraft, immenso e indefinibile, la cui presenza muta la realtà provocando un eterno inverno in una anzione dove regnano la morte e i massacri. "Humanity recoil, suffer backwards through the ages, Die - L'umanità regredisce, soffre all'inverso nelle epoche, muore." ci viene mostrato, ricreando il tormento subito ora dalla razza umana in un fantasmagorico orrore. Naturalmente il Regno Dei Cieli viene assaltato e Dio sconfitto, dando spazio all'invocazione da parte dei seguaci del maligno essere ("Prince of darkness rise, claim what's been yours through the ages of sleep - Principe delle tenebre, sorgi, reclama ciò che era tuo nelle epoche del sonno.") che sorge dal suo lungo sonno per portare il terrore. Un testo dunque breve dalle immagini terribili e immense, dove l'elemento blasfemo si fonde con certi connotati misteriosi legati al horror/fantasy. "Slaughtering The Will To Live - Massacrando La Volontà Di Vivere" parte   con delle massacranti bordate feroci sottolineate da piatti di batteria; esse proseguono in un andamento sincopato e contratto dal gusto moderno molto vicino ai Meshuggah, sul quale si distribuisce un rifting circolare tagliente. Al diciassettesimo secondo si va di doppia cassa lanciata, in un andamento tagliente e veloce scolpito dai giri circolari di chitarra, strutturati come motoseghe mentre si apre il cantato qui più profondo di Åkerfeldt; il movimento ottenuto è incalzante nelle sue scale continue e claustrofobiche. Al trentacinquesimo secondo si parte con una tempesta sonora dalla doppia cassa annichilente e dai connotati quasi Grind, per un pezzo più violento rispetto ai precedenti nella sua ritmica qui più serrata e vicina a certi episodi del passato; al cinquantunesimo secondo essa si ferma, lasciando posto a marce distorte ad accordatura bassa, che dopo una cesura con fraseggio solenne al cinquantanovesimo secondo proseguono in un groove incalzante sottolineato dai prima descritti fraseggi in un contrappunto continuo ed ossessivo. Al minuto e ventisei troviamo bordate tecniche e stridenti, dopo le quali si riparte con la doppia cassa accompagnata dai loop taglienti in buzzsaw e dalle declamazioni cupe di Åkerfeldt; si si lancia in una nuova corsa scolpita dalle chitarre impazzite in una velocità più sentita ed adrenalinica. Al secondo minuto riprendono piede i giri più cadenzati e dissonnati, instaurando ancora una volta un suono moderno nel suo groove  ripetuto; su di esso al  secondo minuto e ventidue parte un assolo suadente, il quale si dilunga in scale tecniche progressive. Riprende poi al secondo minuto e trentacinque il loop marziale e roccioso, contornato da una doppia cassa continua; ma il songwriting si dimostra ora più variegato e schizofrenico, e già al secondo minuto e quarantatre troviamo dopo alcune bordate un tetro assolo malinconico, sottolineato dai fraseggi distorti di chitarra, ed ai ritornelli  brutali ed effettati di Åkerfeldt. Si prosegue dunque con questo andamento atmosferico e suggestivo, il quale nel finale degenera in un ultima cavalcata veloce in doppia cassa martellante e riff vorticanti, prima di chiudere potentemente il brano. Nel testo si narra tramite varie immagini di un assalto demoniaco alle forze del bene, condotto da un non ben definito condottiero del Male, di cui si danno poche descrizioni, trionfante contro gli angeli; "Risen, he stands above the crest, all seeing, feathers scattered round his feet - Eretto, egli si trova in cima, vede tutto, piume sparse ai suoi piedi." viene detto, mostrandolo erto tra le piume dei suoi nemici, mentre osserva la sconfitta degli avversari. La battaglia è terribile, e comporta un massacro immane ("Heresy of storming rage, perished men are piled in hundreds, vortex of the revelation, whispering a thousand deaths - Eresia della furia tempestosa, uomini morti vengono ammassati in centinaia, vortice della rivelazione, sospira di mille morti.") in nome dell'oscura blasfemia dove tutto ciò che è sacro e puro deve essere distrutto e corrotto, denigrando la debolezza della razza umana appena sconfitta. "Mock The Cross - Deridi La Croce" si apre con una marcia di chitarre scordate, alternate con un fraseggio melodico      accompagnato da rullanti di batteria; esso si apre ad un rifting più feroce all’ottavo secondo, alternato sempre con i contrappunti stridenti precedenti. Su questo andamento sincopato e trattenuto partono al ventesimo secondo le vocals di Åkerfeldt, qui dai connotati quasi Metalcore, i quali intensificano la sensazione di modernità del pezzo, poco legato qui a tendenze old-school, rappresentando ancora una volta il tentativo dell’album di usare un songwriting più tecnico e legato a tendenze esterne al tipico culto della vecchia scuola dei nostri; si prosegue quindi su queste coordinate mentre i riff meccanici nel loro andamento interrotto vengono accompagnati da fraseggi solenni in sottofondo, e dal drumming giocato su rullanti e parti cadenzate. Al trentanovesimo secondo parte una corsa più diretta in buzzsaw tagliente e doppia cassa, al quale accelera la composizione in connotati più consoni al Death a cui siamo abituati; otteniamo ritornelli serrati sottolineati dai giri continui delle chitarre, in un loop dalla buona pesa ammaliante. Al cinquantacinquesimo secondo ritroviamo una punta stridente come quelle iniziali, dopo al quale troviamo un trotto incalzante in doppia cassa, che poi invece lascia spazio ad un drumming più cadenzato, mentre le vocals di Åkerfeldt si fanno in alcuni tratti maligne e distorte nei loro toni demoniaci che sottolineano certe sezioni del testo; la marcia è alternata nel suo andamento con alcuni fraseggi più solenni, mantenendo l’elemento tecnico del songwriting. Al minuto e ventisei dopo alcuni colpi di piatti parte un fraseggio distorto, il quale evolve in un loop ossessivo contornato dalla doppia cassa ossessiva e martellante nei suoi colpi, in una cavalcata energica lanciata a tutta velocità; essa prosegue nei suoi giri circolari mentre partono le grida sgolate del cantante in sottofondo. Al minuto e quarantasei si unisce al pezzo un assolo struggente dilungato nelle sue scale tecniche vorticanti; nel suo finale esso lascia spazio per una corsa granitica dalle chitarre massacranti e dalla batteria tempestante, mentre il cantante si lancia in veloci ritornelli brutali sincopati. La tormenta sonora s’intensifica la secondo minuto e quattordici nelle sue chitarre taglienti ripetute e nella doppia cassa ossessiva, mentre poi tornano brevemente  gli assoli tecnici; dopo un nuovo colpo stridente al secondo minuto e trenta riparte la marcia rocciosa iniziale, con doppia cassa e vocals in riverbero di Åkerfeldt. Improvvisamente al secondo minuto e cinquantacinque tutto si ferma in un apparente conclusione, dopo al quale troviamo sinistri effetti di tastiera dai connotati Dark Ambient  tetri e misteriosi; essi aggiungono rumori di vento e campane in un contesto horror raggelante che prosegue  a lungo nei suoi spettrali andamenti con cori eterei filtrati, fino alla conclusione del brano. Il testo attacca ancora una volta l'Immacolata Concezione, facendone oggetto di scherno ed immagini blasfeme, nel tipico stile maligno ed anticristiano usato in tutto il lavoro, ricollegandosi ad una certa immagine tipica di certo Death (pensiamo ai Deicide); la figura del Redentore viene attaccata, ritenendolo portatore di menzogne, a cui viene contrapposto l'anticristo, il quale porterà rovina e sventura la suo regno ( "His spit on the flaking emblem of solomon, a schism of confusion weaken the trinity, Foresee the death of the holy alliance, the withering corpse of christ - Il suo sputo sull'emblema sfaldato di salomone, uno scisma di confusione indebolisce la trinità, Precide la morte della santa alleanza, il corpo sciupato di cristo."). Il tradimento e l'inganno sono le sue armi, con le quali distoglierà gli uomini e li allontanerà dal suo nemico, come espresso in "The foul taste of deceit, lingering upon his lips, Fools entranced by divine intellect, enslaved and scorned for eternity - Il sapore sgradevole del tradimento, esita sulle sue labbra, Idioti divertiti dall'intelletto divino, schiavizzati e disprezzati in eterno. ", in un chiaro messaggio di derisione e attacco verso quanto esiste di sacro. "Treasonous - Traditore" parte con un rifting ultra distorto delineato da bordate; esso cessa però subito, lasciando posto ad un fraseggio atonale accompagnato dalla doppia cassa in una corsa solenne e potente, segnata dai giri di chitarra. Parte poi al ventesimo secondo una marcia rocciosa e brutale, sulla quale si organizzano le declamazioni feroci e gutturali di Åkerfeldt, sottolineate ad alcuni assoli circolari tecnici nei loro movimenti sincopati; al trentottesimo secondo riparte una corsa più diretta e lanciata nella sua doppia cassa e nei suoi riff in tremolo. Al cinquantacinquesimo secondo ritroviamo chitarre rocciose da tregenda, in un andamento distorto da guerra, alternato a punte stridenti e corse veloci in un movimento tecnico dal gusto claustrofobico; al minuto e tredici troviamo invece un fraseggio solenne e atmosferico, che riprende nella sua melodia la linea vocale del ritornello del cantante in un crescendo solenne sottolineato dalle bordate taglienti di chitarre marziali. Dopo una cesura distorta al minuto e trenta riprende la marcia sferragliante dai giri di chitarra sviluppati in scale solenni sottolineate da punte stridenti; si riprende poi con la cavalcata in doppia cassa dove si sviluppano le urla rauche di Åkerfeldt, e le bordate improvvise alternate a freddi giri di chitarra in tremolo. Riparte al secondo minuto e sei il trotto roccioso in un movimento monolitico che mette tutto sotto di se, avanzando senza sosta; esso è ancora una volta delineato da punte stridenti e fraseggi veloci, in una ripetizione di quanto prima sentito nel brano. E’ inevitabile quindi il ritorno del ritornello atmosferico al secondo minuto e venticinque, dove ancora una volta le vocals del cantane sono sottolineate dalla melodia portante nei loro andamenti; al secondo minuto e quarantuno parte un serrato fraseggio tagliente, a cui seguono alcune bordate. Dopo di esse prosegue più roboante e claustrofobico, in un groove geometrico vorticante e moderno dove s’inseriscono assoli stridenti ed evoluzioni tecniche, in un crescendo che incontra anche esercizi di batteria  e digressioni taglienti di chitarra; una nuova cesura con bordate si delinea la terzo minuto  diciannove, a cui segue una cavalcata incalzante in doppia cassa ossessiva, con il growl cavernoso e in riverbero di Åkerfeldt. L’ultima parte vede un’ultima parte dai riff veloci e dissonanti, bombardata dal drumming potente e da muri di suono feroci, prima di lanciarsi nella conclusione con il ritornello solenne, il quale chiude il brano. Le parole del testo narrano di un individuo corrotto, prima credente, ora invece votato alla perversione morale e alla ricerca della dannazione, un traditore appunto della dottrina cristiana. Egli getta il crocefisso e brucia la sua bibbia, giurando fedeltà solo ai suoi desideri; "Sworn allegiance I desert, to sin and lust I convert, My unbelief prevaricates, the abode of hell my soul awaits - Diserto l'alleanza stipulata, mi converto al desiderio e al peccato, La mia blasfemia vince, la mia anima attende il regno dell'inferno." è la sua dichiarazione d'intenti, a cui seguono immagini di tormento e condanna per la sua eresia, che lo porterà al rogo. Ma egli prefigura la sua rinascita nel Male, ricordando ancora i suoi vari atti peccaminosi, e crogiolandosi nella sua trovata cupidigia e vanità ("Perverse intent in my mind, high on deceit and what I can blind, Heresy is my guilty creed, in perjury engulfed in greed - Intenti perversi nella mia mente, potente nel tradimento e in ciò che posso accecare, L'eresia è il mio colpevole segno, nella menzogna ricoperto di cupidigia.") senza alcuna remora o possibilità di tornare indietro. "Iesous - Gesù" incomincia con una sequenza incalzante di riff dal groove molto moderno, quasi Nu-Metal, accompagnato da bordate aggressive e colpi di piatti di batteria, in un andamento ripetuto ad oltranza nelle sue chitarre rocciose; su di esse parte poi una doppia cassa in velocità media, insieme alle vocals di Åkerfeldt, qui più su uno stile brutale e feroce, dove viene accompagnato dal supporto di Christian Älvestam che offre il suo apporto più inumano e brutale in certe sezioni. Al trentaduesimo secondo la ritmica si fa più cadenzata nell’uso dei piatti, mentre il rifting prende velocità in un andamento adrenalinico e lanciato ; su di esso si delinea il ritornello cavernoso e distorto, in una performance più potente rispetto ad altri episodi del disco. Si riprende al quarantaseiesimo secondo con la marcia rocciosa e sincopata, che sottolinea gli andamenti feroci del cantato, tempestata da colpi di piatti di batteria; al minuto e due si passa ad un trotto più serrato e marziale, accompagnato dalla batteria cadenzata e interrotto da alcuni riff circolari taglienti; al minuto e diciannove abbiamo una cesura con fraseggio galoppante, il quale cresce poi d’intensità in una nuova marcia. L’andamento si fa però tecnico e schizofrenico, e subito essa s’interrompe dando spazio a chitarre più dilatate e scolpite dai piatti di batteria e dai colpi secchi. Al minuto e quarantadue troviamo un groove ricco di giri discordanti e batteria cadenzata, il quale prosegue con i suoi ritmi spezzati fino alla cesura squillante con bordate scordate di chitarra; al secondo minuto e due troviamo il ritornello solenne e brutale sottolineato dalla doppia cassa, e da effetti tetri di tastiera che ne delineano l’atmosfera in un cupo crescendo. I toni vocali sono ora bassi e cupi, in una marcia monolitica piena di malvagie suggestioni; al secondo minuto diciannove esso si apre in una nuova marcia marziale che non perdona, sottolineata da fraseggi circolari e costituita da chitarre rocciose districate in un loop serrato. Al secondo minuto e trentacinque dopo un rifting circolare che fa ad cesura, parte una cavalcata brutale in doppia cassa e giri di chitarra ultra distorti, in un muro di suono sincopato che prosegue massacrante nei suoi vortici fino al secondo minuto e cinquantadue; qui invece troviamo un fraseggio incalzante e pieno di melodia atonale, tempestato dai colpi di batteria e sviluppato poi in una ripresa dell’andamento moderno iniziale. Esso si accompagna ad esercizi tecnici di batteria e colpi di piatti, fino al finale segnato da un cupo grido cavernoso. Il testo naturalmente riguarda la figura di Gesù, qui attaccata e derisa per l'ennesima volta; non abbiamo una vera e propria narrazione, piuttosto una serie di versi che evocano immagini blasfeme atte a creare un senso di schernimento nei confronti del Salvatore, qui umiliato dal narratore che lo sottopone a varie vessazioni ("Inhuman is elite, anger, Release my breath, the violence burns in me, The words I speak to him suffocating dark - L'élite è inumana, così la rabbia, Rilascio il mio respiro, la violenza brucia in me, Le parole che gli dicono soffocano l'oscurità.") con rabbia e violenza. Seguono immagini velenose e ripetute con frenesia, delineando poi con piacere la sofferenza della propria vittima in "Constant suffering, heaving breath, Cross hangs twisted round his neck - Sofferenza costante, respiro pesante, La croce pende storta intorno al suo collo. ", celebrando la morte di ogni speranza e l'abbeverarsi del suo dolore e del suo omicidio compiuto con rabbia. "Drink From The Cup Of Heresy - Bevi Dalla Coppa Dell'Eresia" ci accoglie con un tetro rifting solenne accompagnato da colpi di piatti di batteria; presto esso si lancia in una corsa incalzante in doppia cassa, dominata da loop taglienti di chitarre in un’onda sonora continua che si prodiga mentre Åkerfeldt parte con il suo growl contenuto e capibile in questa occasione. La tempesta sonora è costante, puntellata da alcuni fraseggi in tremolo, in un andamento ipnotico e pieno di suggestioni più propriamente Death; al ventiquattresimo secondo il movimento evolve in una marcia rocciosa che porta in avanti al composizione con i suoi toni serrati e marziali, contrapposta ad aperture più tecniche e veloci che creano dinamico movimento. Al trentatreesimo secondo un rullante di batteria fa da cesura, dopo la quale riparte il feroce loop circolare che accompagna il drumming cadenzato e le vocals feroci del cantante, in un andamento a media velocità; al cinquantesimo ripartono i galoppi di chitarra dai toni Thrash, esaltanti nel loro progredire distorto e discordante. Al cinquantottesimo parte il ritornello di Åkerfeldt sorretto da melodie di chitarra evocative e dalla batteria tempestata, sotto la quale si delineano le bordate epiche delle chitarre, per uno dei momenti migliori dell’album  e che più richiamano il passato dei nostri; al minuto e quattordici la tensione sale, la doppia cassa prende velocità e i riff si fanno più distorti e taglienti nella loro freddezza, mentre la voce del cantante assume toni più gutturali e pieni di effetti.  Dopo la cesura con fraseggio distorto del minuto e diciannove riparte al sezione più atmosferica nei loop di chitarre e cadenzata nella batteria; essa prosegue fino al minuto e trentaquattro, dove riprende la marcia discordante piena di groove tecnico e stridente. Al minuto e cinquanta s’intromette nel songwriting un assolo malinconico e dilungato, il quale evolve in scale tecniche progressive mentre in sottofondo proseguono le chitarre rocciose ritmate dai colpi potenti di batteria; al secondo minuto e nove esso diventa ancora più articolato, e il resto della strumentazione prende velocità, in una jam session dal gusto old-school e solenne che mette in mostra tutta l’abilità tecnica dei nostri. Prendono piede al secondo minuto e diciannove una serie di bordate tempestose, che scolpiscono la composizione con in un movimento sincopato, interrotto poi da un colpo stridente di chitarra;  al secondo minuto e ventinove parte quindi un rifting sommesso e solenne nei suoi toni striscianti, sottolineati da colpi cadenzati di piatti di batteria.  Dopo alcuni colpi tecnici di drumming si riparte con una corsa in doppia cassa ricca di gelidi riff in tremolo, sui quali si stagliano le vocals brutali e cavernose di Åkerfeldt; al secondo minuto e cinquantadue essa diventa cacofonica nei suoi movimenti schizofrenici sotto i quali si dilunga un verso in growl del cantante. Al terzo minuto si torna a ritmi più controllati a media velocità, dove si sviluppano le solenni chitarre in un fraseggio melodico ed epico, mentre la doppia cassa sottolinea gli andamenti vocali; a questo movimento si aggiunge poi un assolo tecnico dalle scale concentriche, il quale si lancia con il resto della composizione verso il finale, sottolineato da un ultimo riff di chitarra e dai colpi di piatti di batteria. Nel testo tornano i temi anticristiani ora tanto cari ai nostri, nell'ennesima esaltazione della ribellione contro la falsa morale cristiana e i suoi precetti; siamo invitati ad abbeverarci alla coppa dell'eresia. celebrando l'oscuro signore ("Our lord is vapor, in the corner of the eyes of fools, Disrupting a worthless rat race, ticking towards their demise - Il nostro signore è vapore, nella coda dell'occhio degli idioti, distruggendo un'inutile razza di ratti, marciando verso la loro disfatta.") che trama contro i credenti e porterà loro distruzione, in una trionfante esaltazione malvagia. Ancora una volta viene attaccato Cristo, visto come un falso re senza un regno, e s'invita  a liberarsi dalla sua schiavitù in "Drink from the cup of heresy, take control of your soul, Fight the enslaver, dismiss the web of lies, The fear in your heart is false - Bevi dalla coppa dell'eresia, prendi controllo della tua anima, Sconfiggi lo schiavista, districa le tele della menzogna, La paura nel tuo cuore è falsa." dove il suo controllo è visto come nocivo; infine si ripete il concetto svelando la fede come una favola storpiata nei secoli dall'uomo, a cui non bisogna credere."Devouring The Feeble - Divorando Il Debole" parte con toni marziali sviluppati in una marcia dalle chitarre rocciose in tremolo, sottolineata dai piatti di batteria e da contrappunti discordanti; essa prosegue  a lungo su queste coordinate, in un loop continuo che prepara la tensione che dovrà inevitabilmente trovare sfogo. Al trentunesimo secondo le chitarre si danno a fraseggi tecnici giocati in scale vorticanti, dopo i quali prendono piede rullanti di batteria altrettanto elaborati; finalmente al trentasettesimo secondo parte una cavalcata in doppia cassa che sorregge il growl di Åkerfeldt e presenta giri distorti di chitarra. Essa avanza imponente nei suoi colpi cadenzati e nelle ritmiche marziali e distorte dello strumento a corda, completando l’andamento sincopato delle vocals del cantante; al cinquantaquattresimo secondo esse si fanno ancora più spezzate, in un movimento moderno che ricorda certo Groove Metal, sottolineato ancora di più da punte stridenti di chitarra. Sulle falcate continue di chitarra troviamo anche fraseggi sinistri e spettrali che fanno capolino sparendo però subito; al minuto e nove si riprende con la corsa diretta in doppia cassa, dai loop taglienti in tremolo delle chitarre, e dal cantato gutturale di Åkerfeldt, in una sezione più lineare nella sua natura estrema. Al minuto e venti tutto s’interrompe, e subito parte di nuovo la marcia tempestosa dalle punte discordanti, in un groove claustrofobico decisamente più moderno e geometrico;  esso prosegue aprendosi poi al minuto e trentasei ad un fraseggio dissonante più progressivo, sotto il quale si distribuiscono bordate distorte di chitarra e il drumming cadenzato. Riparte poi al minuto e cinquantatre la corsa diretta, delineando l’alternanza dinamica tra i diversi movimenti, sempre supportata dalla doppia cassa ossessiva in una velocità folle e tempestante; essa viene fermata al secondo minuto e uno da bordate di chitarre altisonanti, dopo le quali parte un assolo tecnico. Esso si sviluppa nelle sue note progressive mentre in sottofondo si stagliano le chitarre rocciose e marziali, accompagnate dai piatti di batteria che creano un movimento cadenzato, che completa le evoluzioni articolate dello strumento a corda; si prosegue così fino al secondo minuto e trentasei, quando tornano le dissonanze claustrofobiche in un andamento contratto sul quale si distribuisce il cantato controllato, ma feroce, di Åkerfeldt. Al secondo minuto e cinquanta ritorniamo per l’ennesima volta su coordinate più veloci e dirette in doppia cassa, per un’ultima corsa ricca di chitarre in tremolo, la quale nel finale assume toni più tempestai, prima della chiusura improvvisa con suono di basso in solitario. il testo narra di un essere oscuro e terribile, che porta morte e pestilenza all'umanità, divorandola nella malattia in un attacco mortale; egli sorge dalle ceneri mentre la terra trema, dopodichè segue il massacro orribile e senza scampo ( "Cold grasp around the heart, claws writhing in the flesh, Rites of supremacy, consume the weak and quench their souls - Fredda morsa al cuore, artigli affondano nella carne, Riti di supremazia, essi consumano il debole e saziano le loro anime.") mentre giunge una "Red death -Rossa morte" che porta ulteriori malattie e morti. Non vi è scampo, e come espresso in "The ever rotting presence of him, the rotten sculpture of the one that is bound to rise - La sua presenza sempre putrescente, la scultura corrotta di colui che sorgerà." la sua orribile presenza anticipa orrori più grandi a venire, fino a che l'umanità verrà spazzata via. "Earthrot – Terra marcia" è introdotta ad chitarre distorte accompagnate da colpi cadenzati di batteria; presto esse sia prono in un rifting vorticante tempestato dalla doppia cassa, per una potenze cavalcata lanciata a tutta velocità nelle solenni chitarre in tremolo. Essa si sviluppa nei giri taglienti, contrapposta a fraseggi più freddi in un andamento dal loop ossessivo che ci trascina con se; esso s’interrompe al ventiduesimo secondo per lasciare posto ad una marcia rocciosa che avanza senza sosta, facendo da sfondo per le evoluzioni dei piatti di batteria. Al ventinovesimo secondo parte il growl cavernoso di Åkerfeldt, mentre la strumentazione si da ad un assetto da guerra minaccioso e monolitico nelle sue falcate taglienti e nel drumming serrato e potente; s’inseriscono qui freddi riff circolari che ne sottolineano il movimento in modo solenne. Al quarantacinquesimo secondo si riprende con la corsa diretta e vorticante, in una tempesta sonora gelida che non lascia scampo all’ascoltatore nei suoi loop continui e distorti; anche qui troviamo punte di fraseggi più aspri e dilatati, che offrono dinamicità alla composizione. Al minuto e tre troviamo una cavalcata sferragliante e cacofonica nelle sue chitarre dure e nei colpi possenti di batteria, la quale evolve subito dopo in una marcia rocciosa sulla quale si delineano le vocals distorte ed effettate del cantante; al minuto e dodici dopo una cesura con bordata, riprende la marcia marziale e rocciosa dal movimento solenne e minaccioso. Al minuto e ventinove si riparte con i loop circolari in tremolo e la doppia cassa, in un’ennesima corsa  a tutta velocità, fredda come una tempesta sonora continua sulla quale si districa il cantato feroce e distorto di Åkerfeldt; essa prosegue fino al minuto e quarantaquattro, quando una serie di bordate sottolineate dai versi in growl del cantante delineano una cesura violenta. Dopo di essa parte un assolo tecnico dalle scale vorticanti dallo stile progressivo, il quale si sviluppa con una digressione distorta di chitarra in sottofondo; prosegue poi prendendo il posto principale scolpito da colpi potenti di chitarra e batteria cadenzata, in una geometria sonora che segna uno dei punti migliori di tutto l’album. Si prosegue a lungo su queste coordinate, mentre s’inserisce anche il growl in riverbero del cantante; improvvisamente al secondo minuto e quarantasei ritroviamo ancora solo l’assolo tecnico, il quale prosegue fino al secondo minuto e cinquanta. Ora scoppia la cavalcata cacofonica dai blast potenti e dai riff taglienti, veloce e lanciata verso al conclusione del pezzo, segnata da alcune bordate serrate e da una digressione corrosiva di chitarra. Il testo delinea un immenso ed eterno massacro senza fine, in una Terra corrotta dal sangue delle vittime, cristiani uccisi con violenza al cui morte viene dettagliatamente descritta nelle sue implicazioni, piuttosto che in truculenti particolari come sarebbe avvenuto in passato nei tessi più gore dei nostri; "The bloodletting of christianity, an ancient whisper from the past, Buried in the soil like secret folklore, eating away on the roots of mankind - Il massacro della cristianità, un antico sussurro dal passato, Nascosto nel terreno come leggende segrete, divorando le radici dell'umanità." viene definito, in un implacabile orgia di sangue che si risveglia in tutta la sua atavica forza. Non c'è scampo per l'umanità, e il suo futuro è segnato in una celebrazione dei martiri, ma non in chiave cristiana, bensì come inevitabile destino di tutti noi, condannati ("We are all lying, we are all dying, Earthrot, apocalyptic nightmare, Majestic unstoppable conspiracy - Stiamo mentendo, stiamo tutti morendo, Terra Corrotta, incubo apocalittico, Grandiosa cospirazione imbattibile.") a raggiungere le altre vittime della Morte, evocando nel finale la guerra nucleare in un'apocalittica visione di distruzione eterna. "Hades Rising - Sorge L'Ade" parte con dissonanze di chitarra e colpi incalzanti di batteria, sui quali partono poi le vocals da orco di Åkerfeldt; esse s’intervallano con mitragliate serrate, in un movimento variegato e solenne. S’inseriscono anche fraseggi melodici in un effetto mutevole che punta su continui cambi repentini; uno di essi rallenta il tutto al ventitreesimo secondo in una marcia rocciosa segnata dalle punte stridenti e dal drumming cadenzato, anch’essa contrapposta a parti più veloci e lanciate. Al quarantaquattresimo secondo una cesura ferma il tutto, dando spazio ad un fraseggio dilatato; riparte quindi dopo una bordata discordante la marcia rocciosa, e dopo un assolo tecnico riprende il movimento contratto iniziale, in una composizione molto tecnica. Al minuto e venti riparte la corsa diretta in doppia cassa, sulla quale si organizzano i ritornelli ritmati di Åkerfeldt, sostenuti da giri freddi in tremolo; un rullante fa da nuova cesura al minuto e trentanove, dopo la quale parte un nuovo assolo tecnico e progressivo sviluppato in scale altisonanti, mentre in sottofondo si delinea la marcia di chitarre rocciose e drumming potente. Al secondo minuto abbiamo l’ennesimo stop con fraseggio distorto e cantato sincopato, dopo al quale riprende il movimento principale del pezzo; esso presenta come sempre melodie ammalianti e punte stridenti, in un andamento contratto e tecnico. Una nuova cesura atmosferica ci accoglie al secondo minuto e venti, dopo al quale parte una nuova marcia brutale delineata da assoli tecnici, in un panzer sonoro dai connotati Death moderni vicino allo stile dei Behemoth nella sua brutale regalità marziale; al secondo minuto e quarantaquattro dopo l’ennesima punta tecnica riparte la corsa diretta in doppia cassa, scolpita da rifting a motosega sviluppati in loop taglienti. Al terzo minuto e uno tutto si ferma, lasciando posto a bordate distorte dilatate nel silenzio, le quali poi si alternano con grevi giri di basso, e subito dopo con un assolo vorticante; il nuovo andamento si dilunga suadente e struggente nei suoi suoni tecnici, dove la chitarra si apre in un fraseggio progressivo supportato dai piatti di batteria cadenzati in una coda solenne e ammaliante. Quest’ultima si sviluppa a lungo in scale fantasmagoriche per uno dei momenti più elaborati di tutto il lavoro, mentre il resto della strumentazione si mantiene controllata e strisciante; l’intensità è quindi mantenuta a lungo grazie alla melodia malinconica, per una sezione finale dalle influenze Melo-Death sentite, la quale prosegue fino alla sfumatura del pezzo che lo conclude definitivamente in modo onirico e toccante. Nel testo non troviamo una narrazione diretta, bensì ancora una volta varie immagini accostate in modo convulso, esprimendo una violenta blasfemia incalzante dai toni folli, ma solenni; in una vendetta da parte dei figli del peccato, coloro che "Portano il Marchio di Caino", siamo invitati a prendere parte all'alleanza malvagia ("Cleave the covenant, and powers that grant, Bury the testament, tumbled by torment - Aderisci alla congrega, e ai poteri che dona, Seppellisci il testamento, scompigliato dal tormento.") rinunciando alle parole della Cristianità e partecipando alla tetre evocazioni poi delineate. Seguono immagini apocalittiche con terremoti, oscurità, e la vittoria dell'Ade che sorge, portando morte e distruzione; non si rinuncia naturalmente nella descrizione del massacro a seguire alla derisione dei fondamenti della fede, come in scompigliato "The father, son and holy ghost, Tridents penetrate, steel and flesh conjugate - Il padre, il figlio e lo spirito santo, Tridenti penetrano, acciaio e carne si uniscono." , continuando poi con il compimento della vendetta dei caduti, che uccidono Dio e mettono fine al suo regno. "Wretched Human Mirror - Disgraziato Specchio Umano" è l’ultimo brano del disco, il quale un rullante di batteria si lancia subito in un trotto tagliente    delineato da chitarre a sega elettrica e doppia cassa ossessiva; su di esso si organizza il cantato veloce e sincopato di Åkerfeldt, in una velocità schizofrenica e frenetica. Al ventesimo secondo abbiamo un improvviso stop, e dopo alcune bordate riprende il rifting in buzzsaw, interrotto da alcune punte con rullanti di batteria, e delimitato da una nuova pausa con digressione al quarantatreesimo; si riprende però con la corsa, ora supportata da fraseggi solenni e tetri in sottofondo, in una composizione nervosa e senza pace che viene continuamente interrotta in un andamento disorientante. Al minuto e tre troviamo alcune falcate veloci, a cui seguono digressioni solenni di chitarra; non abbiamo tempo di abituarci, perché riprende la corsa tagliente in doppia cassa, lanciata  a tutta potenza e interrotta solo momentaneamente da un andamento roccioso, prima di ripartire con i suoi loop ossessivi. Le vocals di Åkerfeldt si mantengono feroci tutto il tempo, declamando con forza la propria lezione oscura; al minuto e cinquantacinque dopo alcune bordate meccaniche la doppia cassa si accompagna ad un tetro fraseggio solenne, in un’atmosfera malevola e struggente. Ancora una volta il cambiamento è dietro l’angolo e al secondo minuto e quindici abbiamo delle digressioni di chitarra, dopo le quali parte un assolo malinconico; esso si sviluppa insieme ai piatti cadenzati di batteria e i riff rocciosi e controllati, mentre dei campionamenti vocali creano una coda atmosferica strisciante nel suo lento andamento. Ad un certo punto al strumentazione subisce un effetto sotterraneo, il quale la rende sempre più distorta, lasciando solo la batteria roboante e le linee vocali campionate; anch’esse si fermano mentre la voce in loop ripete l’ultima frase ad oltranza, mentre prosegue il fraseggio che sfuma nella dissolvenza, chiudendo definitivamente in maniera anomala il pezzo e l’album. Il testo si discosta dalle coordinate principalmente blasfeme dell'album, tornando ad uno dei tempi più presenti nei primi lavori della band: la folle e atroce tortura di una vittima impotente, da parte di un folle aguzzino che la narra con dovizia di particolari, godendo del tormento provocato. Connotati quindi più grotteschi e disgustosi, come in "Human guinea pig, image of despair, bastard waiting, suffering upon the cross of surgery - Cavia umana, immagine di disperazione, bastardo che aspetta, soffrendo sulla croce dell'operazione." dove il disgraziato viene anche umiliato ed offeso, in un perverso supplizio che imita e fa scherno di quello di Cristo. Seguono descrizioni fisiche con vermi che riempiono il respiro della vittima, che sanguina dagli occhi ed è piena di panico; in un tripudio di orrore essa è costretta ("Surgical carnage, chunks of your own flesh are forced into your mouth, removing the face, wretched human mirror, incarnation of disgrace - Massacro clinico, pezzi della tua stessa carne vengono spinti nella tua bocca, togliendo la faccia, un disgraziato specchio umano, incarnazione della disgrazia.") a divorare la propria carne, in un osceno tormento che non conosce pietà fino alla fine, dove il corpo, la mente, e l'anima dello sventurato sono distrutti, in uno sguardo vuoto eternamente fisso sul nulla.



In definitiva "The Fathomless Mastery" si conferma come un album competente di Death Metal che non raggiunge l'intensità e la crescita compositiva dimostrata in precedenza con gli altri lavori della band; i nostri rimangono ottimi musicisti e difficilmente possono sgarrare dal punto di vista esecutivo, offrendo una performance tecnicamente ineccepibile dove i vari episodi scorrono, con qualche tempistica un po’ anomala e qualche parte poco elaborata, senza far mai gridare allo scandalo. Quello che manca rispetto al passato è la convinzione nonché il coinvolgimento, offrendo un suono di mestiere che allieta, ma non stupisce, complice anche una produzione a volte troppo piatta che non fa risaltare come in passato i rifting rocciosi e taglienti, e una parte ritmica non variegata come in precedenza; le soluzioni melodiche e gli assoli sono presenti, ma nonostante la maggiore impronta progressiva, non colpiscono come facevano negli altri album dando un’atmosfera meno incisiva e presente. Forse l’aspetto più deludente sta nel fatto che in realtà nella teoria la direzione presa è giusta, come dimostrato nel precedente EP, i Bloodbath necessitavano di maturare oltre il mero progetto fatto per divertimento per giustificare la loro esistenza prolungata; però il modo in cui questo viene qui fatto non è all’altezza delle aspettative, perché quando si sottrae, bisogna anche aggiungere per dare una resa paritaria. Qui invece troviamo dei musicisti affermati che, per la prima volta, prestano il fianco alle critiche trattando la materia Death senza aggiungere il proprio, limitandosi a riprendere elementi della scuola americana ripetuti in vari frangenti, uniti  a certi groove moderni e momenti Progressive, con perizia, ma senza innovazione. Insomma, dopo due ottimi episodi il 2008 si chiude per i nostri in chiave minore, con un terzo album che fotografa il momento storico in cui si trovano: un super gruppo che non è più una novità, e che tolto un elemento fondante deve ora trovare esattamente la propria via; all’epoca però questo sembrava poco probabile, anzi l’esistenza stessa (per l’ennesima volta) del progetto si è trovata dopo qualche anno a forte rischio. In seguito alla pubblicazione nel 2011 del DVD, "Bloodbath over Bloodstock" con i due ulteriori concerti fatti dai nostri al Party San del 2008, e al Bloodstock Festival del 2010, la band si ritrova nel limbo, cercando un nuovo vocalist causa di Åkerfeldt dimissionario, questa volta definitivamente, cessando ogni attività anche in sede live dopo il 2012, anno dell'abbandono, e facendosi sentire solo ogni tanto con notizie sparse, mentre i due soli membri originari rimasti Renkse e Nyström si concentrano sulla loro carriera nei Katatonia; dovranno passare ben sei anni prima di notizie certe sul loro ritorno, nel quale presenteranno alcune gradite e sorprese, e soprattutto riusciranno a trasformare un potenziale svantaggio in punto di svolta. Infatti "Grand Morbid Funeral” presenterà alla voce Nick Holmes dei Paradise Lost, il quale apporterà uno stile vocale ben diverso sia da quello gridato di Tägtgren, sia da quello cupo e profondo di Åkerfeldt, con un elemento e feroce, ma meno distorto  e più umano; questo inizialmente fa storcere il naso a molti, ma sarà abilmente sfruttato dai nostri per elaborare un suono più gotico e fangoso, forse ancora più vicino agli inizi del Death Metal, meno estremamente brutale e più legato ad una certa atmosfera. Di questo tratteremo ampliamente nella prossima e ultima recensione dei Bloodbath, il super gruppo Death svedese nato per gioco tra personaggi affermati della scena Metal moderna, e ora tra molti alti e pochi bassi, una seria realtà che continua a far parlare fan e detrattori, rimanendo sempre anche dopo anni di silenzio argomento totalizzante del Metal estremo odierno.


1) At The Behest Of Their Death    
2) Process Of Disillumination         
3) Slaughtering The Will To Live    
4) Mock The Cross   
5) Treasonous           
6) Iesous        
7) Drink From The Cup Of Heresy  
8) Devouring The Feeble     
9) Earthrot    
10) Hades Rising
11) Wretched Human Mirror

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