BLOODBATH

Nightmares Made Flesh

2004 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
16/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia dei Bloodbath, super gruppo svedese dedito ad un Death dai chiari riferimenti old-school, ma anche dagli elementi sempre più moderni nella produzione e nel groove di chitarra; siamo ora al secondo album "Nightmares Made Flesh - Incubi Di Carne", prodotto a distanza di due anni dal primo full length "Resurrection Through Carnage" e di quattro dal primissimo lavoro dei nostri, l'EP "Breeding Death". Nato più come un passatempo tra amici cresciuti con certi suoni, ma ora esponenti di band svedesi dedite ai lati più melodici del Death e non solo (KatatoniaOpethEdge Of Sanity) piuttosto che come qualcosa a lungo termine, data la risposta positiva da parte del grande pubblico (per quanto naturalmente accompagnata dalle ire dei puristi che vedono il tutto come una pantomima del vero Death old-school) il tutto ha preso connotati più seri e duraturi, pur continuando sulla linea del suono fine a se stesso e del divertimento nel fare quello che si vuole senza i vincoli dei progetti principali. Data però la natura particolare della band, non stupisce il fatto che avvengano ora cambi anche sostanziali di formazione: Mikael Åkerfeldt lascia momentaneamente il posto di cantante sostituito dal prezzemolino del Metal estremo scandinavo Peter Tägtgren, frontman degli Hypocrisy e produttore di successo (ma in questa occasione lascerà quest'ultimo compito a Jens Bogren, personaggio legato al Melo Death svedese), mentre Dan Swanö passa dalla batteria alla chitarra e al basso, sostituito alle pelli da Martin Axenrot, poi anche membro degli Opeth, il quale rimarrà nel ruolo anche negli album futuri; partecipano poi naturalmente Anders Nyström Jonas Renkse dediti come sempre agli strumenti a corda, completando la formazione così modificata ed ampliata. Il risultato, contrariamente a quanto succede spesso quando si cambia il cantante, accresce ancora di più il successo della band, portando dalla propria anche i fan degli Hypocrisy, e in generale sfornando quello che molti ritengono il loro migliore lavoro: questo è dovuto alla performance potente di Tägtgren, protagonista sin dagli inizi della scena Death svedese e innovatore di suoni e tecniche grazie alle sue esperienze in America, ma anche al suono che, come anticipato, pur avendo come riferimento gli stilemi del Death vecchia scuola e le sue atmosfere, ora sia pre sempre di più alla realtà moderna e contemporanea ai nostri, con un produzione all'avanguardia e trame sonore non estranee a groove melodici e "in your face" legati più al Death brutale di concezione odierna piuttosto che ai primi riferimenti dei nostri come i classici Entombed, i Carnage, gli Obituary o i Dismember. Si compie quindi quello strano ibrido che non è innovazione, ma neanche riproposizione esatta del passato, creando un suono che attira ammiratori e critici, ma che di sicuro polarizza l'attenzione di molti verso il gruppo, anche grazie a tormentoni dagli irresistibili ritornelli come "Eaten", probabilmente il pezzo più conosciuto della band ancora oggi, che permettono di raggiungere una certa visibilità e, va anche detto, commerciabilità che convince definitivamente i nostri a continuare con l'esperienza (pur con futuri ritorni e cambiamenti nella mutevole formazione). Si trovano anche nuove soluzioni più legate ad un groove moderno e dal forte impatto, capace di dare un’identità ancora più delineata ai nostri, non più semplice riproposizione ibrida del passato, ma sua contestualizzazione moderna in un certo panorama musicale, dove iniziano ad avere grossi riscontri e un grande seguito; la natura quindi di side project dalle poche pretese è quindi oramai assai lontana, e i Bloodbath raccolgono anche una fetta di pubblico non legata ai loro progetti principali, così come naturalmente l’astio di sempre più puristi che li considerano una ripresa commerciale e sbiadita dei veri mostri sacri. Insomma,  amori e odi come è tipico di ogni band di successo, per un periodo ed un lavoro che rimarranno per molti come punto di paragone dell’intera produzione dei nostri a venire.



"Cancer Of The Soul - Cancro All'Anima" apre il disco con una serie di sinistre bordate marziali, in una marcia Death potente e solenne che avanza in tutto il suo impeto di chitarre taglienti e blast serrati; dopo un breve fraseggio distorto parte al diciassettesimo secondo una cavalcata violenta giocata su scale di chitarre stridenti a motosega e drumming tempestoso, in una serie di mitragliate incisive che spingono la composizione. Il growl di Tägtgren è aggressivo e ruggente, e ben si adatta al clima apocalittico dei nostri; al ventiseiesimo secondo il movimento s'intervalla con bordate più tecniche in un botta e risposta dal grande effetto che crea una tensione tirata che si sfoga in corse improvvise per poi fermarsi altrettanto velocemente. Al quarantatreesimo secondo un tetro assolo prende posto, anticipando una nuova sezione: una marcia a media velocità dai loop di chitarra distorta che si prolunga in giri circolari, e dal drumming incalzante che sottolinea le aspre vocals maligne del cantante; si prosegue fino al minuto e undici, quando la doppia cassa e le urla di Tägtgren lanciano il songwriting verso accelerazioni maggiori e tempestate dai colpi di batteria, le quali però si fermano già al minuto e ventidue. Qui dopo una cesura con ritornello si riprende con l'andamento precedente più cadenzato giocato sulla contrapposizione tra corse e bordate improvvise di chitarra e batteria, dove troviamo tanto la violenza, quanto giri più tecnici che richiamano il gruppo principale del nuovo cantante; le vocals di quest'ultimo conoscono nei ritornelli un certo riverbero che en sottolinea le declamazioni. Al minuto e quarantasette parte nuovamente l'assolo sinistro che si sviluppa in un fraseggio melodico tetro dal gusto tecnico; esso prosegue poi dopo effetti di chitarra stridenti accompagnato da una marcia rocciosa di chitarre in tremolo, riprendendo l'elemento marziale già incontrato nel pezzo. Al secondo minuto e tredici la batteria si fa più incalzante e veloce con una serie di colpi serrati e ripetuti che completano l'andamento creato dandogli maggiore velocità, in un connubio tra arcane atmosfere e ferocia senza freni; ma al secondo minuto e ventidue riprende l'alternanza ormai familiare, richiamando il motivo portante del brano giocato come sempre tra i botta e risposta di corsa e bordate. In maniera altrettanto riconoscibile riparte poi il solito assolo al secondo minuto e trentanove, che questa volta si apre a suoni ancora più sincopati di giri di chitarra incalzanti e batteria cadenzata; dopo un improvviso fraseggio tecnico al terzo minuto e due la composizione continua ancora più potente nei suoi torrenti di chitarra, sui quali Tägtgren continua con le sue declamazioni in tono distorto. Il finale vede per l'ultima volta il gioco di alternanze, che trascina con le sue bordate il pezzo verso la sua chiusura segnata da un grido stridulo del cantante. Il testo mostra la svolta più blasfema intrapresa con questo album, andando ad affiancare le tematiche horror precedenti con attacchi alla religione cristiana che non sfigurerebbero tanto in un album Death, quanto in uno Black; "Burn them, for (the) sins they scar, Followers not leaders in war - Bruciali per i peccati che infliggono, discepoli non capi nella guerra." viene enunciato con sdegno come in una dichiarazione di guerra contro i credenti, proseguendo con altri attacchi alla religione definita falsa e debole, basata sul terrore e l'ignoranza ("In their hearts, oh they carry fear, Succumb to death and make it disappear Nei loro cuori, oh essi portano la paura, Soccombete alla morte e fatela scomparire."). Si evoca quindi un massacro contro di essa e i suoi discepoli, in un feroce bagno di sangue senza fine e senza molte finezze, spietato e diretto come le parole usate per esprimerlo; un testo naturalmente di genere che come sempre con i nostri e da prendere per quello che è, ovvero una riproposizione stilistica che vuole ricreare anche tematicamente le atmosfere del Death più sanguigno ed old-school. "Brave New Hell - Un Nuovo Inferno" parte spavalda con un rifting da tregenda ricco di giri di chitarra decisi e colpi precisi di batteria, alternati con fraseggi stridenti che ne segnano il passo; al quindicesimo secondo i ritmi accelerano drammaticamente grazie alla tempesta convulsa di doppia cassa e al cantato schizofrenico e veloce di Tägtgren, dove i riff taglienti squartano il movimento ottenuto, e dove la cacofonia sonora impera. Al ventiseiesimo secondo l'andamento si fa più cadenzato, giostrato sui rocciosi giri di chitarra e sul ritornello in growl profondo e cupo del cantante, e sui colpi incalzanti di batteria; esso continua assumendo poi loop di chitarra ancora più abrasivi e solenni che contribuiscono all'effetto minaccioso generale. Al cinquantaquattresimo secondo abbiamo un rallentamento basato su chitarre dilatate ed evocative alternate ad arpeggi in tremolo marziali; si riprende poi con la corsa incisa dai fraseggi in scale continue, instaurando di nuovo un forte senso di solennità maestosa. Al minuto e ventidue si riprende con la cavalcata tempestosa più sincopata, sempre ad alta velocità dal gusto inconfondibilmente Death - Thrash vicino alla scuola americana e agli Obituary; ma già al minuto e trentatré si torna su ritmi più controllati e dilatati nei riff di chitarra, ma non meno sinistri e aggressivi. Si passa poi al minuto e quarantasette a melodie atonali in tremolo di chitarra che delineano il ritornello sottolineato da colpi sicuri; il posto è poi lasciato a fraseggi più lenti e solenni che scolpiscono le atmosfere tetre che si vanno a configurare. Le vocals di Tägtgren intervallano il growl con urla più stridule in base all'andamento della composizione e in base al testo, mentre la parte strumentale si divide tra corse più tirate e bordate cadenzate imperanti che sottolineano gli andamenti del brano; uno di essi si prolunga dal secondo minuto con le sue chitarre combattive, ma al secondo minuto e tredici un fraseggio a scale cambia ancora registro incontrando poi un rifting marziale dagli arpeggi in tremolo potenti e rocciosi. S'instaura quindi una lunga coda tecnica dall'anima Thrash, alla quale si aggiungono al secondo minuto e quarantasette tocchi di chitarra melodici che contribuiscono a creare un'atmosfera sinistra che sottintende la tensione sospesa degli strumenti; si prosegue quindi con l'unione dei due elementi mentre il growl di Tägtgren striscia controllato, ma aggressivo come sempre nelle sue punte più vicine allo screaming. Al terzo minuto e diciotto troviamo nuovi assoli vorticanti che spingono in avanti il brano delineando scale tecniche ammalianti che creano spirali sonore dal grande effetto; esplode infine nuovamente il riff serrato e tagliente dai giri circolari ripetuti, alternato con bordate potenti che nella conclusione dominano al scena chiudendo in modo cadenzato il pezzo. Nel testo tornano i toni apocalittici e sovrannaturali non estranei ai nostri; un essere non morto sorge dall'aldilà pronto a portare terrore e a creare truppe ultra terrene dedite al massacro dei viventi ("The pleasure of the torment, Will bring him back to earth - Il piacere del tormento, Lo riporteranno sulla terra."). Con scherno, viene proposta una salvezza per le vittime: soccombere e diventare a loro volta non morti dediti ai massacri ("Your death for life eternal, Is no high price to play, You'll get more strength, From every single human that you slay - La tua morte per la vita eterna, non è un alto prezzo da pagare, Ne ricaverai più forza, per ogni umano che massacrerai.") ottenendo una "non vita" eterna fatta di orrore e cannibalismo. A genocidio compiuto nulla rimane, e il Mondo stesso muore scomparendo nell'oscurità, dopo che l'umanità è stata divorata in nome del malvagio mostro che ha scatenato tutto questo, entità innominata e demoniaca. "Soul Evisceration - Eviscerazione Dell'Anima" ci assalta senza convenevoli con un riff  in pieno buzzsaw e una doppia cassa dai connotati quasi Black (caratteristiche anche questa volta presenti nel songwriting variegato degli Hypocrisy, a dimostrazione che la presenza di Tägtgren abbia influenzato ben più che il cantato) in una tempesta sonora gelida e dalla ritmica folle, lanciata a piena potenza nei suoi turbini incalzanti; il registro cambia però al diciottesimo secondo, con un fraseggio tagliente dall’animo più Thrash sottolineato da giri circolari di chitarra abilmente posizionati e dilatati. Al venticinquesimo secondo il nuovo motivo si tramuta in una marcia a media velocità dove si ripetono i riff atonali, e nella quale s’inseriscono i growl brutali ed effettati del cantante in un movimento incalzante nei suoi loop ed impennate; al cinquantacinquesimo partono una serie di bordate cadenzate che frastagliano la composizione e il declamare feroce di Tägtgren, in un effetto tagliente ricco di chitarre solenni. Al minuto e ventidue torna la tempesta di drumming serrato e dalle velocità folli, riportando l’elemento iniziale in una cavalcata cacofonica a piena potenza; al minuto e trentacinque però il tutto si blocca e riparte l’andamento più controllato, instaurando un gioco di botta e risposta che già intuiamo si ripresenterà ancora almeno una volta nel brano come spesso avviene nel loro songwriting. Si prosegue comunque a lungo su questa linea, tra riff pieni di solenne melodia atonale e suoni più dissonanti, e al secondo minuto e cinque intervengono anche arpeggi rocciosi in tremolo che aumentano la tensione violenta del pezzo, comunque tra i più lineari e diretti dei brani finora incontrati; Tägtgren continua con i suoi ritornelli feroci usando un growl rauco e tagliente, a volte più veloce, a volte più controllato, adattandosi perfettamente ai movimenti strumentali del brano, giocati su un groove tanto semplice, quanto di effetto. Al secondo minuto e diciassette aumenta l’intensità, continuando però sempre con le chitarre rocciose e i loop ossessivi, in una marcia potente che prosegue fino al secondo minuto e trentatré: qui un assolo struggente taglia la composizione dilungandosi con le sue scale tecniche, supportato dai fraseggi distorti e dal drumming cadenzato che ne segue gli andamenti melodici in una coda. Al terzo minuto e quindici una serie di riff taglienti anticipano la sezione finale,  che senza molte sorprese è dominata dalla doppia cassa lanciata e dalle grida di Tägtgren, chiudendo il pezzo con la stessa cacofonia “frostbitten” che l’aveva inaugurato. Il testo sembra rifarsi ai temi "clinici" dei primi Carcass, descrivendo una sorta di vivisezione metafisica ai danni di una propria vittima da parte di un maniaco folle e sanguinario, sotto forma di una sorta di filastrocca maligna; "I cut away. Sculpture death. Carve in your thoughts Taglio via, Scolpisco la morte, Scavo nei tuoi pensieri." rende molto bene il discorso, mostrando la composizione breve e psicotica dei periodi che costituiscono l'incedere orrorifico della descrizione della propria opera, una sorta di "arte malata" dove il corpo diventa materia di modifiche e mutilazioni. Viene anche dato un tocco "poetico" legando gli elementi fisici con altri più astratti e "spirituali", con metafore come "Nauseating pressure, Internal landscapes overflow Pressione nauseabonda, Il paesaggio interiore strabocca." in cui si fondono gli elementi non senza un certo sarcasmo macabro sott'intenso non certo alieno al Death, o all'opera dei nostri, fatta principalmente con intenti d'immagine legata alla tradizione del genere. "Outnumbering The Day" parte subito con un rifting melodico tetro che esplode in un ammaliante fraseggio che instaura un’atmosfera inquietante ed horror sicuramente perfetta per il Death dei nostri; esso è supportato dal drumming serrato di Martin Axenrot che si dimostra più che adatto al ruolo intrapreso a partire da questo album, capace di adattarsi al resto della strumentazione e di valorizzarne gli andamenti. Un colpo stridente di chitarra al ventottesimo secondo introduce i loop taglienti di chitarra a sega elettrica, sulla quale si stagliano le vocals brutali e altrettanto incisive di Tägtgren in un groove ammaliante e feroce che trascina con se la composizione e tiene salda l’attenzione dell’ascoltatore; il movimento ottenuto si mantiene serpeggiante fino al quarantacinquesimo secondo, quando la batteria segna una ritmica più incalzante e le chitarre si fanno più furiose nei loro giri brutali e distorti, creando una tempesta sonora adrenalinica. Al cinquantaquattresimo secondo si torna a velocità più controllate, inserendo in sottofondo un sinistro assolo che fa da ossatura melodica al nuovo andamento, dilungandosi in un loop costante sul quale il cantante prosegue con i suoi infernali ritornelli. Al minuto e undici viene ripreso il fraseggio iniziale, che anche qui si traduce in una cavalcata veloce tempestata dai beat possenti di batteria; ma il songwriting teso non ne vuole sapere di rimanere fermo su una posizione, e già al minuto e ventinove riprendono i giri taglienti di chitarra dal loop assassino e brutale che fa da perfetta base per il cantato cadenzato  di Tägtgren, promulgandone il groove ottenuto. Al minuto e quarantasei la batteria torna sull’accelerazione sospingendo la ritmica, ma subito all’improvviso tutto si ferma, e incontriamo uno strano assolo dissonante che ricorda una sirena, il quale si dilunga poi con le sue scale allucinate mentre proseguono i riff feroci e le declamazioni del cantante; notiamo quindi un songwriting qui più moderno e ricco di soluzioni non così scontate con i nostri, e non è difficile pensare che anche qui molto abbia fatto la presenza di Tägtgren, noto maestro di suoni e idee non regolari nel campo Death, attento al groove e all’andamento melodico dei pezzi anche nei momenti più brutali. Si aggiungono poi anche punte stridenti, in un contrappunto dal grande effetto che sospinge il pezzo con grande efficacia pur rimanendo su una media velocità, ricreando una marcia sonora che avanza senza sosta; al secondo minuto e trentuno una cesura con fraseggio introduce poi un nuovo assolo, questa volta più tecnico e dalle scale sonore altisonanti. Quest’ultimo viene poi accompagnato da un drumming più veloce e assume toni ancora più progressivi e melodici al secondo minuto e quarantacinque, per uno dei brani più variegati e pieno di soluzioni non lineari di tutto l’album; al secondo minuto e cinquantadue infine prevale nuovamente l’animo più brutale dei nostri, in una corsa in doppia cassa dal rifting martellante, la quale prosegue ossessiva diventano ancora più diretta negli ultimi attimi, prima di chiudere il tutto con un grido in growl da parte di Tägtgren e con una bordata finale. Il testo torna sul tema splatter dell'Apocalisse zombie, tanto cara ai cultori dell' horror più cruento, e di conseguenza anche di quelli del Death Metal più classico (inutile dire che i due spesso coincidono). Un nuovo Inferno, una nuova invasione di non morti, una catastrofe descritte con particolari devastanti dove anche le forze della natura si uniscono alla minaccia in un'azione congiunta contro l' umanità. "When the sky turns black and nature's sounds go mute, The dead walk the earth's last round Quando il cielo diventa nero e i suoni della natura si ammutoliscono, I morti camminano nell'ultimo giro della Terra. " viene solennemente sentenziato dando tutta l'idea della tragedia in essere e manifestando i suoi aspetti più spaventosi, unendo la ribellione degli elementi alla minaccia non morta, in una situazione in cui l'acqua, il fuoco, i venti assaltano il prossimo in un tormento continuo e senza tregua. La conclusione non può essere che una: la fine dell'umanità e del Mondo, divorato dalle tenebre ("When the rats flee off this sinking ship called earth, The world stops turning as time dies - Quando i ratti scappano da questa nave che affonda chiamata Terra, Il mondo smette di girare mentre il tempo muore.") con la fine del Tempo stesso. "Feeding The Undead - Nutri I Non morti" inizia con un tetro fraseggio distorto tempestato da colpi dilatati di batteria, in un andamento dal gusto decisamente più old-school; all'undicesimo secondo il tutto si tramuta in concomitanza con il grido di Tägtgren  in una corsa in doppia cassa dai giri serrati pieni di atonalità. Si prosegue su ritmiche veloci tempestate nella loro folle marcia dal drumming secco, facendo da substrato per il growl distorto e inumano del cantante dai connotati decisamente brutali; il songwriting è qui diretto e giocato su pochi efficaci elementi: il loop continuo di chitarre a sega elettrica e i blast potenti di batteria che tempestano la composizione, in un clima decisamente violento. Al minuto la cavalcata si fa ancora più incalzante nei beat serrati e nelle chitarre dai giri circolari distorti, in un movimento ossessivo che conosce una cesura con colpi di pelli al minuto e dieci; dopo di che incontriamo una sezione di chitarre rocciose e cadenzate che spingono in avanti la composizione ricche di groove e ritmo. Parte poi un putrido grido paludoso pieno di effetti, il quale evolve in un cantato sincopato e gutturale offerto naturalmente come sempre da Tägtgren; in concomitanza con esso la strumentazione si fa sempre più cacofonica nelle sue scale vorticanti, con un effetto dinamico dal grande impatto. Dissonanze e ritmi serrati dominano ora la scena, in un tripudio di elementi; questo fino al minuto e quarantatré quando si torna alla corsa diretta, non certo meno brutale, bombardata dal drumming militante e dalle reiterazioni violente del cantante, in un torrente trascinante. Al minuto e cinquantanove la batteria si fa ancora più incisiva e serrata, tempestando in doppia cassa il pezzo in un andamento martellante sottolineato ancora una volta dalle grida dilungate e cupe di Tägtgren; la cacofonia delle chitarre distorte va ancora più in rilevanza a partire dal secondo minuto e undici, fino alla cesura con bordate di chitarra del secondo minuto e diciotto. Dopo di essa, riprende il fraseggio cadenzato e roccioso già incontrato in precedenza, tagliato da dissonanze circolari in un effetto estraniante ricco di groove ipnotico; esse crescono d'intensità in concomitanza con gli effetti vocali sempre brutali e cavernosi di Tägtgren, qui dedito ad un'interpretazione più gutturale vicina allo stile di certo Death americano e finlandese (si pensi agli estremi dei Demilich, qui però non raggiunti in tale forma). In sottofondo con un ascolto attento possiamo percepire solenni ed oscuri suoni che creano un'atmosfera dalla tensione in crescendo, i quali si legano perfettamente con le chitarre taglienti e il drumming combattivo; si inserisce poi al secondo minuto e quarantanove un assolo tecnico ammaliante, il quale si dilunga con le sue scale progressive mentre i colpi cadenzati di batteria e i loop di rifting serrato si organizzano intorno ad esso. Al terzo minuto e nove improvvisamente una cesura lascia solo il greve basso come protagonista, accompagnato poi da rulli di batteria e suoni di piatto, in un momento quasi progressivo; ma al terzo minuto e diciotto tornano i riff distorti con muri di chitarra e il growl brutale di Tägtgren, riprendendo la marcia a media velocità dalle chitarre taglienti e dai colpi distribuiti sapientemente di batteria. Si prosegue su queste coordinate, con vocals che si fanno in certi frangenti demoniache e gridate, fino al terzo minuto e trentanove; qui prendono piede nuovamente i groove di dissonanze con effetti sinistri in sottofondo, delineando il loop brutale che nel finale del brano si riduce ad una digressione di chitarra con effetti da studio. Si ritorna con il testo ancora sul tema carissimo ai nostri delle armate non morte che assalgono i vivi: esse vengono evocate da un signore della non morte che li incita ad alzarsi dalla tomba e a compiere il suo nefasto volere; ciò viene fatto tramite riti mistici("I let the serpent crawl in, Crawling. Release me from vile faith, Nehebkau Io lascio che il serpente strisci dentro, Arrancando. Liberami dal vile destino, Nehebkau.") nei quali si nomina Nehebkau divinità egizia della magia. Dopo aver quindi schiavizzato le truppe non morte si prepara a lanciarli contro i viventi in un genocidio cannibale da pellicola horror, continuando con le sue evocazioni come in "Bring death to year one, Reverse the closing of eyes - Porta la morte al primo periodo, Ribalta il chiudersi degli occhi." con le quali continua la sua nefasta azione; un testo insomma diretto e non particolarmente complicato che vuole ricreare un certo tipo di atmosfera con rimandi mitologici da prendere naturalmente per quello che sono, ovvero scuse per illustrare l'ennesimo testo Death da tradizione. "Eaten - Divorato" è probabilmente il brano più famoso di tutto il disco, e della band in generale: dall’inizio alla fine, un tormentone Death Metal trascinante e ricco di groove e ritornelli brutali fatti apposta per essere ripresi dal pubblico durante i concerti; si parte quindi in diretta con un movimento tagliente e con il cantato ruggente di Tägtgren, in un andamento strisciante che già sott’intende la tensione che presto sappiamo esploderà. Si prosegue su questa linea con una sequela di chitarre dissonanti che instaurano un loop ipnotico che fa da perno all’andamento del brano; al ventottesimo secondo gli strumenti a corda assumono un movimento roccioso in una marcia solenne, sulla quale il cantante comincia con il famoso ritornello cadenzato ripetuto due volte prima di esplodere nella parte principale: qui il growl si fa ancora più gutturale e le chitarre incisive, mentre il drumming si da ad un ritmica serrata in doppia cassa. Al minuto e dodici s’inserisce un tetro assolo vorticante, il quale innalza l’atmosfera lugubre e violenta del brano grazie alla sua feroce tecnica dalle scale ammalianti; si prosegue poi con i giri taglienti di chitarra in una cavalcata costante a media velocità, la quale trascina in avanti il pezzo con ossessiva potenza in quello che è in tutti i suoi punti per sua natura un singolo fatto e finito. Durante le sue declamazioni Tägtgren alterna il growl a punte di screaming, sottolineando le parti più inquietanti e perverse del testo, in una performance scenica  che dimostra la sua abilità al microfono; in sottofondo naturalmente continua l’andamento corrosivo delle chitarre ricche di andamenti circolari dalla “sana” natura Death. Si riparte al minuto e cinquanta con il ritornello supportato da panzer sonori di chitarre in marcia spacca ossa, e l’esplosione accattivante è ancora una volta dietro l’angolo con la sua doppia cassa e loop magistrali che mantengono il movimento marziale del brano; improvvisamente però al secondo minuto e trentatré incontriamo un fraseggio melodico più delicato che fa da cesura, accompagnato da solenni effetti cerimoniali di tastiera in sottofondo. Esso prosegue dilaniato poi da bordate aggressive di chitarra elettrica, in un’atmosfera dal grande effetto epocale che si prolunga fino al terzo minuto e dieci; qui concorre un assolo struggente dalle scale melodiche sentite, il quale continua l’andamento più ragionato della seconda parte del pezzo, il quale ancora una volta mette in piazza le soluzioni non scontate adottate dai nostri in questo lavoro. Il clima è quindi ammaliante e dal sapore classico, richiamando suoni meno brutali e più vicini ad un certo gusto Heavy Metal, con più di un punto di contatto con le tendenze Melo Death più moderne; al terzo minuto e ventitré un riff marziale riporta poi il fraseggio delicato, sotto il quale percepiamo poi delle chitarre in salire che crescono sempre più d’intensità insieme ai rulli di batteria. Al terzo minuto e trentacinque si torna quindi su coordinate decisamente più serrate e brutali, con il cantato sgolato di Tägtgren e i tetri giri circolari di chitarra massacrante; è tempo per un’ultima reiterazione del ritornello, in una conclusione trascinante del brano che lascia spazio negli ultimi secondi ad un suono come di bomboletta di gas aperta. Il testo fa riferimento ad un caso di cronaca (o meglio s'ispira leggermente ad esso per poi trattare in maniera più generale ed ironica del cannibalismo) che in quegli anni aveva colpito molto l'opinione pubblica, e ispirato anche il singolo dei Rammstein "Mein Teil": il delitto di Rotenburg and der Fulda del 2001, durante il quale un uomo tedesco, Armin Meiwes conobbe su internet Bernd Jürgen Armando Brandes, che divenne una vittima volontaria facendosi prime evirare e poi uccidere, divorato nel frattempo dal primo. Come detto il tutto è affrontato in maniera sarcastica tramite una serie di rime e ritornelli dove il protagonista supplica di essere divorato, poiché è sempre stato il suo desiderio, e si offre liberamente: "Carve me up, slice me apart, Suck my guts, lick my heart Sfigurami, fammi a pezzi, succhia le mie budella, lecca il mio cuore."  viene detto come un folle invito culinario. Si prosegue con il famoso ritornello che reitera come una filastrocca il concetto cardine, che fa da fondamento a tutto il tema del brano, instaurando poi scene ironiche come l'offerta di una propria ipotetica figlia come antipasto, in una completa devozione. "Desecrate me, Tear me limb from limb, Eviscerate me, Chew me to death Dissacrami, Squartami da parte a parte, Eviscerami, Masticami a morte." è un'altra supplica che non fa altro che rafforzare il concetto oltre modo. "Bastard Son Of God - Il Figlio Bastardo Di Dio" parte con una serie di rullanti di batteria,  a cui  segue subito una corsa lanciatissima dal drumming a doppia cassa, dai loop di chitarra taglienti, e dal cantato sincopato e rauco di Tägtgren, chiarendo sin da subito la natura veloce e diretta del brano, il più breve di tutto l’album; la ritmica è quasi Punk, e richiama il Grind più folle e spacca ossa, aggiungendo un altro elemento sonoro al songwriting variegato del lavoro. L’effetto ottenuto è quello di un fiume in piena che trascina tutto con la sua violenza incalzante, in un muro di chitarre e batteria incisiva; al ventesimo secondo l’andamento si fa leggermente più controllato, e sono i riff distorti a rendersi protagonisti, in un loop ricco di melodia atonale e comunque massacrante, sottolineato da bordate Thrash. Il cantato è quanto mai cupo e cavernoso, legandosi perfettamente con l’irruenza palpabile della parte strumentale, in un marcia costante dai toni rocciosi e taglienti; al cinquantacinquesimo secondo dopo un nuovo rullo di batteria riparte la cavalcata da tregenda, riportando la ritmica su folli velocità martellanti che instaurano una vera e propria tempesta sonora dalla natura quasi Black nei suoi connotati freddi e serrati. Si prosegue poi dal minuto e cinque con una corsa più regolarmente Death nei suoi blast ripetuti e nei giri corrosivi di chitarra, ma non meno trascinante; essa fa da substrato per il cantato sincopato di Tägtgren, organizzato in versi veloci reiterati uno dietro l’altro. Al minuto e ventidue la composizione torna più controllata, ma sempre solenne ed incalzante con i suoi loop in tremolo e la doppia cassa battagliera; il movimento è ancora una volta delineato da giochi di chitarra più stridenti che fanno da contrappunto, creando un certo groove basato su fermate e riprese repentine. Al minuto e trentotto improvvisamente una cesura lascia posto solo al rifting  in fraseggio distorto, arioso ed epocale, il quale  avanza nelle sue ripetizioni circolari in un muro di suono costante; su di esso si staglia ancora una volta il declamare ritmico di Tägtgren, in un tono sprezzante sottolineato dal rumore della strumentazione. L’andamento infine sfocia al minuto e cinquantacinque in una nuova cavalcata violenta dal drumming distruttivo e dalle chitarre impazzite, in un glorioso clima militante dalle velocità impossibili; dopo una tempestiva sequenza di batteria e chitarra del secondo minuto e undici si torna sulla corsa cadenzata e brutale dall’animo Death, proseguendo fino al secondo minuto e trentatré. Qui infine si torna nel movimento più controllato, ma sempre aspro e giocato su giri di chitarra taglienti come motoseghe, portando avanti con la ritmica in doppia cassa il brano verso la sua conclusione improvvisa, la quale lascia posto al silenzio dopo due minuti e cinquantadue di bombardamento continuo. Il testo è una sorta di lode blasfema ad un "Anti-Cristo" (più nel senso letterale di opposizione, piuttosto che al preciso personaggio biblico messaggero del demonio e dell'Apocalisse) che inverte tutte le qualità del Redentore contaminandole all'inverso; largo quindi a descrizioni come "He is lord of those who dwell bound in sickness, Spitting vomit in the face of faith Lui è il signore di coloro che si rifugiano nella perversione, Sputando vomito in faccia alla fede." che palesano tutta la sua funzione corrosiva e la sua opposizione ai tradizionali valori. I suoi adoratori si abbeverano della sua emanazione malvagia, assorbendola e facendo la sua opera; i toni si fanno sempre più sinistri celebrando la distruzione in suo nome, e una promessa di morte opposta a quella di salvezza tradizionale ("No salvation is free, Death comes beckoning thee Nessuna salvezza è gratuita, La morte viene reclamandoti."). Un testo quindi vagamente blasfemo più di stile che altro, il quale vuole riprendere un mondo tematico associato con il Metal estremo tutto, per un'immagine coerente con gli intenti di tributo da parte dei nostri verso di esso. "Year Of The Cadaver Race - L'anno Della Razza Cadavere" si dipana subito nei suoi riff roboanti corredati da giri di chitarra in fraseggio, creando un movimento incalzante già dalle prime note; esso prosegue scandito da colpi di batteria e bordate di chitarra, in una serie di giochi tecnici che al tredicesimo secondo trovano anche un assolo in salire vibrante ed ammaliante. Al sedicesimo secondo in concomitanza con l’introduzione della voce parte una corsa più serrata in doppi cassa e rifting potente, sottolineato da contrappunti melodici in tremolo; parte pienamente al ventisettesimo secondo il cantato aggressivo e gracchiante di Tägtgren, che segue la ritmica della strumentazione nel suo andamento sincopato. Al trentanovesimo secondo improvvisamente abbiamo uno stop, seguito da un tetro assolo struggente, il quale si dilunga accompagnato dai riff taglienti e dalle vocals gutturali in un’atmosfera sinistra dalla natura horror; si costituisce quindi una spirale sonora dalle scale lisergiche che si protrae trascinando con se l’ascoltatore. Al cinquantottesimo secondo abbiamo una nuova cesura con silenzio, dopo al quale riprende la cavalcata iniziale ricca di batteria serrata e giri di chitarra stridenti; ancora una volta improvvisi fraseggi più acuti ne sottolineano l’andamento in un groove ipnotico ripetuto. Al minuto e ventuno troviamo un nuovo stop, il quale lascia posto ad un nuovo assolo sinistro e melodico; inaspettatamente esso si esaurisce subito, e prevale un fraseggio greve e monolitico, accompagnato da campionamenti di mosche, il quale si dilunga nel suo movimento controllato e strisciante dall’animo quasi “western”; la batteria è qui delicata e cadenzata, dagli andamenti progressivi e dilatati, instaurando un’inedita sezione più tecnica e morigerata. Al minuto e cinquantadue le chitarre crescono d’intensità dando maggiore epicità al suono qui presentato, in un motivo trascinante che in sottofondo presenta ora anche scale di assoli tecnici che danno dinamicità al tutto; sentiamo anche urla inumane che aumentano la tensione sott’intesa che si va sempre più intensificando con il proseguire del pezzo. Al secondo minuto e ventinove abbiamo una decelerazione con bordate marziali di chitarra, la quale presto si traduce in una nuova corsa incalzante  e veloce; quest’ultima è sorretta dai loop di chitarra tagliente e dalla doppia cassa serrata, mentre il cantato di Tägtgren  prosegue ossessivo e rauco nelle sue declamazioni, assumendo anche punte di screaming. Al secondo minuto e cinquantacinque incontriamo una nuova cesura, la quale introduce per l’ennesima volta un assolo spettrale, intorno al quale si costituisce un groove ritmico fatto di drumming adrenalinico e chitarre ruggenti; ma il registro è destinato a cambiare ancora, e al terzo minuto e quindici dopo un riff veloce si riprende con la cavalcata principale, lanciata a piena potenza come sempre e sottolineata da scale tecniche dal grande effetto. Al terzo minuto e trentuno tutto si ferma, ma non abbiamo il tempo di riprendere il respiro, perché parte una sequenza ancora più brutale e cacofonica dalle folli ritmiche Grind nel drumming sferragliante, sorretto d un grido lancinante del cantante, e dai riff schizofrenici di chitarra; al terzo minuto e quaranta invece parte una marcia rocciosa dalle chitarre monolitiche e marziali, sottolineata da solenni fraseggi, e dai colpi incisivi di batteria. Quest’ultima prosegue nei suoi connotati Thrash, sorretta poi da un sinistro assolo melodico che si staglia in sottofondo, mentre il tutto va scemando in dissolvenza verso al conclusione del pezzo, che si ricollega subito a quello successivo anticipandone le spettrali tastiere. Nel testo ritorna il tema dei non morti, ma con una variante "animalista" (tendenza questa già presente in maniera più seriosa in certo Death brutale di gruppi come i Cattle Decapitation) dove sono gli animali da caccia ed allevamento a risorgere, pronti a vendicarsi dei propri aguzzini umani; i cieli vengono coperti del battito delle loro sinistre ali corrotte, mentre sul terreno tuonano gli zoccoli ("Feel the hoofs - they're coming, Hear the growls - they're coming, Fallen prey now hunt their hunter, Vengeance of the animal beast -Senti gli zoccoli - stanno arrivando, Senti i ruggiti - stanno arrivando, Prede cadute ora cacciano i propri cacciatori, Vendetta della bestia animale. "). Il cacciatore dunque diventa preda in una versione più horror delle visioni di Hitchcock, e le nazioni cadono sotto la furia dei divorati che diventano divoratori, come espresso in "Echoes of swine squeals distorting the silence, Reclaiming the loss of meat stolen from their bodies - Echi di grugniti di porci distorcono il silenzio, Reclamando la mancanza della carne rubata dai loro corpi.", dove la vendetta del mondo animale si compie; difficile vedere un profondo messaggio animalista, piuttosto si tratta di un ennesimo tributo tematico ad un certo aspetto del Death, che da anche un minimo di variazione al continuo di racconti apocalittici con orde di zombie. "The Ascension - L'Elevazione" prosegue l'andamento di tastiere misteriose e dal sapore anni novanta, introdotte alla fine del brano precedente; esse si ricollegano a molti intro Death del periodo tipici degli album svedesi, ricollegandosi a gruppi come i primissimi Hypocrisy o gli Entombed e fungendo da sincero tributo ad un certo tipo di songwriting. La solenne melodia viene poi ripresa a partire dal decimo secondo in una marcia greve e strisciante di chitarra, melodica e dal sapore Death-Doom, accompagnata da cori evocativi in un'atmosfera sacrale; s'inseriscono poi le vocals di Tägtgren in un growl cupo e profondo dai connotati gutturali, perfetto per il movimento monolitico qui creatosi. L'andamento è epico e trascinate, e prosegue ad oltranza nei suoi toni controllati, ma carichi di una potenza sott'intesa; al quarantesimo secondo improvvisamente parte una cesura con rifting distorto, il quale evolve poi in una corsa in doppia cassa. Quest'ultima domina ora il pezzo, veloce e cadenzata tanto quanto le declamazioni sincopate del cantante che si stagliano su di essa; al raggiungimento del minuto la parte strumentale conosce poi una serie di assonanze ripetute, le quali creano una scala mutevole ed altisonante che crea un gusto per il contrappunto che dona dinamicità alla composizione. Subitissimo però i ritmi rallentano di nuovo, instaurando ancora una marcia ossessiva dall'andamento greve e pesante; essa viene scolpita da giri di chitarra e fraseggi taglienti e stridenti, mentre al batteria si mantiene cadenzata sottolineando il cantato aggressivo e scandito di Tägtgren. Al minuto e venticinque parte un ponte dal gusto Thrash nei suo fraseggi corrosivi, il quale dopo alcuni rumori di piatto di batteria, esplode in una cavalcata al fulmicotone; essa prosegue accompagnata da una serratissima doppia cassa, mentre poi si aggiunge un assolo struggente e melodico che si staglia sulla composizione qui ottenuta. Presto però al minuto e quarantasette esso si esaurisce, e riprende l'andamento cadenzato pieno di groove martellante gestito dal drumming serrato; le sorprese non sono finite, e nel registro s'inserisce un nuovo assolo tecnico per l'occasione più vorticante, costruito su scale melodiche che salgono d'intensità. Al secondo minuto e tre riprende il movimento veloce ed ossessivo, lanciato a piena potenza; si passa subito dopo al secondo minuto e tredici a giri più cadenzati ed assonanti, che si dilungano fino all'introduzione di lente chitarre rocciose. Si prosegue dunque ancora una volta con un andamento monolitico graffiato da bordate di chitarra marziali; tornano poi i cori solenni, mentre le vocals di Tägtgren diventano sdoppiate tra growl e screaming grazie ad effetti di studio. Il motivo melodico qui creato è ripreso al terzo minuto e dieci da un assolo struggente che si protrae con tutta la sua sinistra carica melodica atonale da film horror, spingendosi in dissolvenza verso il finale, accompagnato dai giri circolari e dal drumming cadenzato, scemando sempre di più fino al silenzio. Il testo torna su coordinate mistiche ed apocalittiche che fanno parte dell'immaginario dei nostri, un terribile rituale per evocare un antico e innominabile orrore alla Lovecraft il quale porterà morte e distruzione, creando anche armate di non morti e oscurando il sole; "The dead shall rise again, Pleasure turn to pain - I morti risorgeranno, Il piacere diventa dolore." viene minacciato, anticipando la sua liberazione dopo eoni di prigionia, dove scatenerà tutta la sua furia malvagia sul Mondo. Non vi è speranza e non vi è scampo nelle parole dei nostri, si prepara il terribile assalto, e i suoi accoliti sono pronti a sacrificarsi in nome del demone, il quale sconvolgerà le leggi della realtà e della vita e della morte ("All the restless souls, From the universe below will rise again, Let the eternal misery begin Tutte le anime senza riposo, Risorgeranno dall'universo inferiore, Lasciate che l'eterna miseria cominci.") in un'ascesa senza sosta che comporta l'annientamento totale come in un tenebroso orrore cosmico davanti al quale nulla l'umanità può. "Draped In Disease - Avvolto Nella Malattia" si apre con un roboante e solenne motivo di chitarra, dalle melodie atonali avvincenti; al dodicesimo secondo dopo un colpo di piatti di batteria parte una doppia cassa martellante corredata dalle cupe e rauche urla di Tägtgren, velocizzando con energia la composizione. Si delineano qui una serie di loop discordanti che creano un groove malsano ed ossessivo, tempestato dal drumming serrato che non conosce sosta; s’inserisce poi un assolo spettrale, in concomitanza del quale abbiamo un’improvvisa bordata, ma poi si prosegue ancora sulle direttive incalzanti fin qui incontrate. Al trentesimo secondo una cesura con fraseggio distorto blocca la corsa, sfociando poi in una marcia cadenzata con vocals aggressive e drumming potente, sospinta dai giri circolari sottolineati da contrappunti stridenti; la ritmica è segnata dalla doppia cassa serrata di Axenrot che si dimostra per l’ennesima volta più che congeniale al suo ruolo, offrendo un perfetto complemento per i movimenti del resto della strumentazione. L’uso delle dissonanze stridenti configura un andamento moderno affine al Metal sperimentale di Gojira e Meshuggah, stabilendo ancora una volta un songwriting che non teme di discostarsi dal old-school per trovare nuove soluzioni, e nel suo cantato Tägtgren alterna come da suo stile il growl con punte di screaming acuto, sottolineando così le parti del testo con enfasi maligna; si riparte al cinquantanovesimo secondo con la cavalcata incalzante dall’andamento più regolare, dai riff dilatati e le melodie atonali in sottofondo. Incontriamo al minuto e diciassette una nuova cesura con chitarre distorte, sottolineata poi da assoli brevi e rullanti di batteria in un andamento controllato che avanza inesorabile con una tensione pronta a liberarsi; esso evolve in una nuova marcia rocciosa dalle chitarre in tremolo solenni e massacranti, in un monolitico incedere  dal gusto molto Thrash. Il ritmo ottenuto è sincopato, ripreso dal cantato di Tägtgren nella sua enunciazione, sottolineato da fraseggi atonali che mantengono il lato melodico del pezzo; improvvisamente al minuto e quarantasette un suono stridente di chitarra si dilunga, evolvendo in un assolo tecnico accompagnato nel suo struggente crescendo melodico da rifting sommesso e drumming cadenzato. Si vanno quindi creando scale melodiche dall’ampio respiro, trascinanti e distese nella composizione che si dilunga in modo ammaliante; esso si fa poi più dissonante in un effetto allucinato dai connotati quasi psichedelici, continuando però con le sue altisonanti costruzioni dal forte impatto emotivo. Al secondo minuto e trentatré esso si esaurisce, lasciando poi posto a chitarre rocciose ed incalzanti, sulle quali si staglia un altro assolo, questa volta più tetro ; esso dura pochi secondi, dopo i quali riprende la cavalcata in doppia cassa e dai loop incisivi, riportando il songwriting su ritmi ben più veloci ed ossessivi. Ancora una volta essi sono sottolineati da sequenze dissonanti in un groove sincopato fatto di botta e risposta; troviamo una pausa con assolo, ma anche qui come ad inizio brano si prosegue subito sullo stesso andamento. Torna poi al secondo minuto e cinquantacinque la sezione più moderna e claustrofobica, dove Tägtgren si diletta in un growl cavernoso alternato con parti più gridate e gracchianti; si prosegue su  queste direttive in un loop massacrante supportato dal drumming in doppia cassa battagliero e veloce. Al terzo minuto e diciannove un sinistro assolo atonale segna una nuova cesura, dilungandosi poi accompagnato dai battiti serrati di batteria e dalle vocals cupe del cantante in una marcia a media velocità; cresce poi l’intensità con un drumming ancora più presente e giri feroci di chitarra in primo piano . Si sfocia infine al terzo minuto e trentotto in un trotto roccioso ricco di punte in tremolo con melodia atonale, il quale prosegue possente, accompagnando negli ultimi secondi il cantato in growl di Tägtgren, prima dello screaming finale che segna la conclusione del brano. Il testo introduce una nuova tematica horror: il prodotto della sporcizia e degli scarichi umani nelle fogne, un ammasso di malattie e scarti che prende vita, cacciando nelle fogne e minacciando ogni forma di vita con la sua pestilenziale esistenza deviata, una sorta di Blob ambientale che simbolizza tutte le pestilenze del Mondo; "Down the rotten dark, From the filth of mankind it is born, Breathing the stench of rancid sewage, Growing as a freak in the decayed brewage Giù nell'oscurità corrotta, dallo sporco dell'umanità è nato, Respirando l'olezzo dello scarico rancido, Crescendo come uno scherzo di natura tra il decadente fermento." introduce la sua nascita mettendo in chiaro la sua rivoltante natura sin dall'origine, un orrore sotterraneo di cui tutti sono inconsapevoli, ma che attende negli abissi delle città moderne. Qui egli regna, privo di occhi, ma capace di vedere tramite altri sensi, nutrendosi di escrementi e topi, e probabilmente anche di ignari umani che si avventurano nelle fogne ("Subterranean growth maligned, Abomination the kind, Balterium lord of twisted mass, Eyeless but not blind - Crescita sotterranea maligna, Abominio di quel tipo, Signore fatto di batteri della massa contorta, Senza occhi, ma non cieco."), come un tumore vivente che viene alimentato dallo scarto dell'esistenza ingrandendosi sempre di più. "Stillborn Saviour - Salvatore Non Nato" non ci da respiro alcuno, e subito si lancia in una folle corsa segnata da un grido lancinante, e dalla doppia cassa serratissima sulla quale si stagliano i riff taglienti delle chitarre; si ottiene una tempesta sonora che al dodicesimo secondo evolve in una cavalcata ritmata in concomitanza con le vocals ultra distorte di Tägtgren, in un andamento potente ed incalzante. I loop di chitarra proseguono ad oltranza nei loro suoni da motosega, dilaniando la composizione e trascinando l’ascoltatore con efferata potenza Death; si prosegue con ritornelli sottolineati da parti in screaming, mentre la strumentazione si mantiene lanciata in una doppia cassa dritta e martellante coadiuvata dai giri taglienti delle chitarre. Al trentacinquesimo secondo il movimento si alterna con bordate di chitarra e rulli veloci di batteria, instaurando un contrappunto che delinea fermate e riprese dinamiche; al quarantesimo secondo invece il tutto si ferma e troviamo una cesura con  fraseggio distorto. Quest’ultimo viene intervallato da colpi di batteria, ed evolve in una nuova cavalcata aggressiva con doppia cassa e screaming allucinato da parte di Tägtgren, tornando sugli andamenti iniziali; tornano i ritornelli in growl sottolineati nel loro andamento cadenzato dai solenni loop circolari di chitarra  in tremolo, i quali proseguono lanciati fino al minuto e nove. Qui tutto si ferma ancora una volta lasciando spazio al basso greve e ai suoi fraseggi pesanti, salvo poi riprendere questo nuovo movimento in un rifting esplosivo e ruggente, dall’andamento come colpi di mitra tempestati dai colpi di batteria e dal cantato aggressivo del cantante; si delinea  un groove tecnico giocato su scale altisonanti e punte stridenti, il quale trascina con grande effetto la composizione. Al minuto e cinquantadue s’inserisce un tetro assolo melodico, il quale si dilunga con grande effetto progressivo, evolvendo in scale inebrianti; ma non dobbiamo troppo abituarci, perché già al secondo minuto e quattro si riparte con la corsa serrata dominata da doppia cassa e loop in tremolo. S’instaura poi ancora una volta la sequenza giocata su groove vorticanti e stridenti, creando movimenti in salire e scendere che scolpiscono andamenti sincopati e ripetuti; essi vengono dilaniati da rulli improvvisi di batteria, in un ennesimo gioco di contraccolpi ben congeniato. Che mostra ancora una volta il songwriting mutevole usato in questo lavoro. Al secondo minuto e ventiquattro abbiamo un nuovo stop segnato da bordate cadenzate di chitarra distorta; esso poi si dilunga in una digressione tagliente che trova infine sfogo in un assolo sinistro e solenne, tempestato da colpi lenti e cadenzati di drumming tecnico, in un epico fraseggio sul quale si organizzano le grida sgolate di Tägtgren. S’instaura quindi un momento Death-Doom lento e monolitico, dove la velocità è messa da parte in nome di una tetra atmosfera; esso prosegue con una doppia cassa controllata in sottofondo, chiudendosi poi in concomitanza con il finale del pezzo, segnato da bordate improvvise, dopo le quali abbiamo il silenzio. Si torna nel testo sui dettami della blasfemia più scenica e di stile, attaccando ancora una volta in maniera classica la figura del Redentore; in un mondo dove regnano le tenebre, i tre Re Magi cercano un salvatore, la speranza per mettere fine al Male; ma le loro preghiere rimangono inattese, la nascita profetica viene interrotta e la rovina è certa: "The prophecies were only lies, Hell moves into paradise, All your prayers wasn't worth much, He was denied his birth Le profezie erano solo bugie, L'inferno invade il paradiso, Tutte le tue preghiere non valgono molto, gli è stata negata la sua nascita." viene drammaticamente enunciato schernendo la loro fede. Gli antichi dei demoniaci dominano quindi la Terra sterminando il genere umano e spedendolo all'Inferno, in un eterno regno oscuro di terrore ("Nothing can free the world, Forever captured in the dark, Nothing can save the Earth, The creatures of the dead will arise Niente può liberare il mondo, In eterno intriso nell'oscurità, niente può salvare la Terra, Le creature dei morti sorgeranno.") dove i mostri non morti e i demoni fanno stragi, ritornando su connotati apocalittici dove il Male vince sul Bene. "Blood Vortex - Vortice Di Sangue" è il pezzo conclusivo del lavoro, e parte con un rifting serrato dove giri convulsi tra dissonanze e ritmi graffianti si dipanano prepotentemente; incontriamo poi un assolo progressivo dalla melodia ammaliante, epico e solenne nelle sue scale ripetute. L’atmosfera creatasi è molto vivida e presente, ripetuta a lungo in modo ossessivo in un loop ipnotico che rapisce durante l’ascolto e trascina con se; al cinquantaduesimo minuto parte il cantato, in un growl più umano e capibile del solito, ma sempre aggressivo, in concomitanza di una marcia rocciosa di chitarre e batteria in doppia cassa. Essa prosegue con i suoi giri taglienti in tremolo e i suoi bombardamenti ritmici, mentre le vocals di Tägtgren subiscono effetti sdoppianti che ne sottolineano le declamazioni malvagie; al minuto e ventisei s’instaura un groove ricco di fermate e riprese tra ritmi serrati e bordate dissonanti, in un gioco dal grande effetto, tipico dell’album come abbiamo fino ad ora avuto modo di constatare nei vari brani. Si prosegue dunque con i continui montanti in una montagna russa sonora spezzata, in un andamento sincopato dal grande effetto dinamico; esso si fa più lineare verso il minuto e quarantatré, ripresentando al doppia cassa marziale e i riff imperanti di chitarre, mentre il cannato crudele prosegue con punte di riverbero che creano echi malsani. Al secondo minuto una cesura ferma il movimento, dando posto ad un fraseggio incalzante ricco di melodia atonale in tremolo, tempestato da colpi di piatti di batteria; s’inserisce su di esso al secondo minuto e diciassette un solenne assolo struggente dalle scale tecniche altisonanti e struggenti, riportando l’atmosfera horror in primo piano. Al secondo minuto e cinquanta un urlo gutturale segna al ripresa del ritornello da parte di Tägtgren, dedito ad un growl cupo e cavernoso dalle punte gridate, sotto il quale si inseriscono le bordate sincopate alternate a corse spezzate in doppia cassa, ricreando il groove meccanico  del minuto e ventisei, qui dilungato in un loop assassino che si chiude improvvisamente; si va così concludendo quello che è uno dei pezzi più diretti ed epocali di tutto l’album, perfetto epitaffio per il lavoro qui recensito, meno tecnico di altri episodi, ma sempre dalla ritmica incalzante dalle soluzioni non scontate, in grado di sorprendere l’ascoltatore. Il testo riprende i connotati "mistici" di "Feeding The Undead", descrivendo un misterioso rituale dai connotati non ben chiari, dove loro divinità parla tramite una statua dietro la sua maschera di pelle umana; la setta ha naturalmente un proprio codice e ogni iniziato ha un nome segreto ("A name must be upon you before we will let you in, Bloodshed in the name of sorrow Un nome deve esserti dato prima che tu possa entrare, Spargimento Di Sangue è il nome del dolore."), mentre i loro nemici vengono maledetti con terribili malie. Viene dunque evocato un diluvio dis angue, un orrore per spazzare via l'umanità, e ottenere il potere ("Rid us the disease of mankind, Unseen is he who will ultimately control the gift Liberaci dal male dell'umanità, Non visto è colui che alla fine controllerà il dono.") degli eletti del male; le atmosfere richiamano quindi certa cinematografia anni settanta, con sette misteriose, antichi culti apocalittici e i loro rituali perversi e misteriosi, chiudendo il lavoro sempre sul filo dell'horror tanto caro ai nostri poiché indissolubilmente legato al Death Metal più sanguigno.



"Nightmares Made Flesh" è come già detto un po' l'anomalia della discografia dei Bloodbath per diversi motivi: la formazione qui incontrata rimarrà confinata a questo episodio, Peter Tägtgren tornerà presto ad occuparsi solo degli Hypocrisy e del suo progetto solista Pain, nonché della sua attività di produttore, e il membro storico Dan Swanö deciderà poi di non essere contento con la direzione più moderna presa dalla band, e lascerà il gruppo. Ma l’unicità sta anche nel momento “storico” e nel suono qui presentato: abbiamo un uso sicuramente maggiore del groove moderno e delle parti atipiche, ampliando il suono dei nostri ben oltre all’ibrido iniziale di Death old-school svedese e americano, anche se i riferimenti verso questi due elementi rimangono in vari frangenti, non snaturando del tutto lo scopo della band; allo stesso tempo però ancora pervade l’aria di progetto fatto per divertimento e dai toni d’immagine fine a se stessa, distaccandosi dall’andamento più serioso e dai suoni ancora più tecnici e progressivi che incontreremo più avanti nella loro discografia. Tägtgren è sicuramente un cantante diverso da Åkerfeldt, poiché ha un growl più gridato e mischiato con lo screaming, e lascia qui la sua impronta in una performance capace di alternare corse e momenti grevi e cadenzati, dando un impatto unico ai ritornelli ammalianti e trascinati, che faranno conoscere il progetto definitivamente in tutto il mondo Metal estremo, e lo lanceranno nei gusti di molti giovani (e meno giovani)  aficionados del Death moderno; seguirà poi un concerto molto importante presso il “Wacken Open Air con Åkerfeldt alla voce, che sarà poi pubblicato in un live dalla grande presa sul pubblico, consacrando ulteriormente la loro immagine. Dopo quest’album vi sarà un periodo di silenzio dovuto alle varie defezioni, facendo pensare ancora una volta alla fine del progetto, labile per la sua stessa natura di seconda attività dei componenti; bisognerà attendere fino al 2008, quando i nostri pubblicheranno il live sopramenzionato, nonché un nuovo EP, Unblessing The Purity, il quale ripresenterà Åkerfeldt alla voce e una nuova formazione, dedita ad un Death più tecnico e progressivo, con una tetra immagine maligna e oscura meno riferita ai film horror  di serie z, e più ad un certo immaginario occulto e tenebroso. Una nuova evoluzione quindi che proseguirà poi nel disco successivo “The Fathomless Mastery”, prima di un altro periodo di pausa  e di nuovi importanti cambiamenti. Per molti in ogni caso i Bloodbath rimarranno legati come prima immagine a questo lavoro, per assurdo il più singolare e unico della loro discografia; ma forse proprio per questo sarà così, e in ogni caso si tratta di uno dei migliori lavori del Death moderno del nuovo millennio, ancora prima dell’esplosione neo old-school che d ali a poco presenterà una serie di gruppi che si faranno totalmente al passato, andando ben oltre il tributo scherzoso.


1) Cancer Of The Soul         
2) Brave New Hell    
3) Soul Evisceration 
4) Outnumbering The Day  
5) Feeding The Undead       
6) Eaten         
7) Bastard Son Of God        
8) Year Of The Cadaver Race          
9) The Ascension      
10) DrapedIin Disease          
11) Stillborn Saviour           
12) Blood Vortex       

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