BLACK SABBATH

Tyr

1990 - IRS

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
06/10/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Ritrovata una parvenza di coesione, soprattutto grazie al buon rapporto umano tra Tony Iommi e Tony Martin, i Black Sabbath ripartono con le migliori intenzioni con il proposito di dare nuova linfa al corso della band. La coppia ritmica Cozy Powell - Neil Murray, forte di musicisti con tonnellate di esperienza, è una specie di garanzia senza scadenza, mentre il fido Geoff Nicholls è ormai, insieme a Iommi e Butler, il componente più "longevo" tra tutti i Sabs'. Entusiasti dopo il tour promozionale di Headless Cross, non resta che lanciarsi nuovamente alla conquista del mercato (che, ricordiamolo, nel giro di un anno verrà sconvolto dal fenomeno grunge, segnando di fatto una prima morte del genere heavy). Tuttavia, è bene far presente una rimpatriata piuttosto amichevole tra Ronnie James Dio, al picco di popolarità con la band cui ha dato il nome, e Geezer Butler dopo ben otto anni di silenzio tra i due. La ritrovata alchimia sarà fonte di grandi cambiamenti in casa Sabbath durante l'anno successivo, ma per adesso la band è convinta di proseguire con la formazione-Martin. Il primo Settembre 1990 esce Tyr, album dalla copertina fumosa, misticheggiante e intarsiata di rune vichinghe. A tal proposito, è necessaria una brevissima parentesi esplicativa. Il nome Tyr deriva dalla divinità Norrena (stiamo parlando quindi, a livello geografico, della regione culturale che comprende l'attuale Germania centro-settentrionale, più o meno l'Olanda e il Belgio, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia) dell'onore, del diritto e della guerra. Il dibattito dei filologi della materia ancora non è arrivato a dirimere con sicurezza se, nella cosmologia Norrena, Tyr fosse figlio di Odino (divinità preminente del pantheon) o del gigante Ymir, ma questo ci riguarda marginalmente. Ciò che importa è che Tyr riveste un ruolo di straordinaria importanza nella cosmologia germanica e scandinava occidentale. Non a caso la sua ascendenza affonda le radici, qualora sia la sua "vera paternità", in due dei personaggi più potenti e straordinari delle leggende nordiche. L'iniziale "Anno Mundi" è un brano di notevole complessità, in cui la strofa iniziale evidenzia soprattutto la voce di Martin (Jorn Lande, magari non esplicitandolo in modo palese, imparerà molto da questo stile canoro). Il testo transita attraverso una molteplicità di significati, dall'antimilitarismo alla consueta ricerca del senso dell'esistenza, propria di molta produzione targata Sabbath. Gli innumerevoli stacchi, la potenza e coesione sonora del brano, la libertà che Martin riesce a prendersi nelle melodie sono indice di grande collaborazione e interazione tra i componenti del gruppo, per la prima volta dopo molto tempo veramente in una situazione fluida ed agevole in cui comporre, girare il mondo in tour e mettere insieme le menti non presenta troppi ostacoli. Il mid-tempo di "Anno Mundi" prosegue inarrestabile e maestoso, senza tuttavia toccare il concept suggerito da titolo e copertina dell'album. Tyr comincia da subito, quindi, come un half-concept (locuzione mia), un album parzialmente trainato da un filo conduttore ma in cui esiste spazio anche per digressioni non necessariamente collegate all'argomento principale. "The Law Maker" ha un ritmo più veloce ed arrembante, con un modulo batteristico che richiama vagamente un classico dell'heavy Anni Settanta (cosa dite? Qualcuno vuole uccidere il re...?) suonato proprio da Cozy Powell. Non a caso anche il doppio pedale la fa da padrone... Il testo, molto stringato, lascia ampia possibilità al carattere impetuoso e quasi "piratesco" di Martin, autore di una prova barocca e altisonante. Iommi, per parte sua, non può sfuggire all'intrinseco "confronto" col cantante, e non lesina impegno nel mostrare quel che sa fare con due falangi meno di tutti i propri colleghi. A fronte di una generazione di chitarristi più veloci, forse più puliti, alza ancora la voce a suon di un riff oscuro e inquietante dopo l'altro, il tutto però filtrato da una sensibilità tipicamente ottantiana che appiattisce molto di quel che rimane dai Sabbath originali. Le liriche si riferiscono minacciosamente ad un legiferatore non meglio identificato: potrebbe essere chiunque, dal Demonio ad una divinità nordica, a Dio stesso, a qualche politico deviato e oscurantista. Insomma, un sentore di vaga malvagità aleggia in una canzone comunque valida e potente, quasi ad essere una valida scusa per scatenarsi in una carica di cavalleria all'arma bianca, imbracciando Gibson, microfono e bacchette invece delle consuete sciabole della Guardia napoleonica. "Jerusalem" (no, non c'entra con la mitologia nordica) si regge su un riff tipicamente à-la-Iommi, contraddistinto dalla seconda minore (intervallo che studiosi come Tagg e altri hanno definito "tension builder" e che permea insieme al tritono la discografia del Sabba Nero) e da cori potenti performati da Martin stesso. Il testo si riferisce a non meglio identificati sentori apocalittici e di smarrimento, che rendono l'argomento complessivamente affine a quanto recentemente proposto dalla band ma non riferibile a nessun contesto specifico. "The Sabbath Stones" è un brano dalla struttura episodica che paga più di un tributo all'era-Dio, con un riff iniziale titanico e liriche stavolta più complesse e decisamente affascinanti. "Fire and water, wind and rain", incipit dal chiaro sapore pagano ma anche classicamente greco, in riferimento agli elementi essenziali che compongono il mondo; "wings that carry hell in every vein / World possessions, endless tears / truth and knowledge stolen all their years" invece ci riporta su coordinate più cristiane o manicheiste, in riferimento alla lotta incessante tra un principio buono e uno malvagio, ma anche all'oscurantismo che spesso annebbia la vera conoscenza, non necessariamente sempre da una delle due parti. "World turns slowly, sun don't shine / Silence stills the air and kills the chime / Words are poison, passion bleeds / 2000 years on earth has sown the seeds" ancora fa riferimento ad argomenti millenaristici che preludono ad un'ipotetica fine dei tempi e del tempo. Il chorus "Receiver of light, the kingdom of God will guide you / Keep you from a restless heart / Deceiver of night, the stranger that laughs / within you, the reason for the restless heart / is the keeper of the Sabbath Stones" farebbe pensare ad una sorta di araldo della luce, un campione contro il Male, ma poco dopo arrivano parole di sfiducia e sfida. "Can faith destroy desire? Each breath a prayer / each step brings fear / The eyes of they that see have evil stare / Watch over me" e "What God is this that stands to hear his people cry? / What hand would strike and watch his people die? / What life that takes, what future did we earn? / It's our mistakes, take heed the Sabbath Stones / What life that takes what future did we earn? / It's our mistakes" sembra una forte accusa contro tutto e tutti, un segnale che l'antica fede in Dio è stata malriposta ed è partorita dalla nostra immaginazione, ombra consolatoria che ci ha bendati di fronte ad un gramo futuro. In tono maestoso e narrativo, Martin viene ampiamente supportato dalle lunghe pennate di Iommi che conferiscono un tono epico e rapsodico al brano."The Battle Of Tyr" è uno strumentale d'atmosfera che richiama sonorità antiche, quasi mitiche. La successiva "Odin's Court" è un breve stacco a forma di racconto musicale, semi-acustico, in cui si mescolano alla rinfusa elementi cristiani, norreni, generalmente guerreschi ed escatologici. Sfocia con forza in "Valhalla", sostenuta da un riff trionfale e da una voce finalmente libera dalle costrizioni narrative, che anche grazie a cori maestosi e perfettamente integrati con il paesaggio sonoro trascina l'ascoltatore attraverso il riffing semplicissimo ma efficace. Le liriche presentano una visione piuttosto semplice e condensata della mitografia norrena, molto lontana dall'approccio più approfondito che band come Manowar e tutte quelle del filone folk e viking (oggi navigatissimo, abusato e dichiaratamente alla moda) sceglieranno dieci e passa anni dopo. L'argomento forte delle tematiche sabbathiane, comunque, non è certo la cosmologia pagana, come ben si sa... "Feels Good To Me" è una classica canzone hair/heavy che pesca a piene mani dal calderone della decade appena trascorsa, in cui la musica non ha particolari connessioni con l'ambiente Sabbath ma semplicemente si inserisce in un filone molto comune ed efficace in quegli anni. Offrendo, certo, una prova ottima, ma mancando un po' dell'originalità che ci si aspetterebbe da Iommi e soci. In realtà il tema mescola argomento amoroso ed esistenziale in uno strano pastiche, che sposta l'attenzione su un solo caldo e ispirato di Iommi, molto in linea con quelli ammirati su un disco come Heaven And Hell. La chiusura "Heaven In Black" sembra riferirsi a missionari cristiani approdati alla corte russa e accecati perché ligi alla fede da loro stessi professata. Un Martin quasi coverdaleano dà prova ancora una volta di grande personalità e carisma, e il chorus del brano è decisamente coinvolgente e ben congegnato. Il solo chitarristico è il più selvaggio del disco e si chiude in fade-out, quasi a segnalare che "la prossima puntata sarà ancor meglio". In generale, di Tyr non si può dire sia un cattivo disco. La prestazione sia corale che individuale della band è stratosferica, una delle migliori della discografia nera e sulfurea del baffetto Tony e della sua risma stregonesca, ma mancano soprattutto due elementi: la coerenza tematica enunciata dal titolo (riferite al Nord ci sono solo tre canzoni su nove) e qualche momento di povertà creativa, soprattutto al termine dell'album. Le ultime due canzoni sono quasi dichiaratamente dei filler. D'altro canto, ci sono anche brani di estremo valore forse oggi un po' dimenticati ed oscurati da due fattori. Il primo è che Martin non è più il frontman della band, e che la line-up di Tyr è morta e sepolta nonostante il suo ottimo funzionamento. Il secondo è che le innumerevoli hit della band negli Anni Settanta, complici anche le reunion monetarie con Ozzy, sono oggi i veri e insostituibili cavalli di battaglia di un gruppo che piano piano viene scoperto anche dai giovani, che non hanno vissuto le glorie dei Black Fab Four al tempo del loro massimo splendore e le riscoprono quarant'anni dopo, magari esaltate nel neo-mixing digitale. Peccato per la perdita irrimediabile di alcune piccole perle destinate a rimanere confinate a palati sopraffini. Mentre la formazione di Tyr si gode un disco ben fatto e tutto sommato abbastanza ispirato, la mano (anzi le corna) di Dio si stende di nuovo sulla line-up dei Black Sabbath, seguita da Geezer che si unirà alla rimpatriata per dare alle stampe uno dei dischi più apocalittici, fantascientifici, distopici ed epici dell'heavy metal.


1) Anno Mundi 
2) The Law Maker 
3) Jerusalem 
4) The Sabbath Stones 
5) The Battle Of Tyr 
6) Odin's Court 
7) Valhalla 
8) Feels Good To Me 
9) Heaven In Black

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