BLACK SABBATH

Paranoid

1970 - Warner Bros.

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
15/02/2011
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Accostarsi ad un album come “Paranoid” è praticamente come visitare la cattedrale di Notre Dame: che uno sia credente o meno, ne avrà sempre rispetto se non timore entrandovi ed ammirando la sua incredibile architettura… Reduci dal successo di “Black Sabbath”, nel settembre del 1970 i quattro Sabs’ pubblicano in Gran Bretagna (nel gennaio 1971 in USA) questo album campione di incassi, ben 7 dischi di platino ed un disco d’oro, raggiungendo la prima posizione nelle chart britanniche. Come se non bastasse, ad oggi moltissimi tra i più influenti gruppi della scena metal citano “Paranoid” dei BLACK SABBATH come fonte ultima d’ispirazione, e sicuramente lo annoverano tra gli eventi fondanti del genere heavy metal. Tutti e quattro i componenti della band si spremono al massimo per tirare fuori un album senza alcun precedente (anche se, con tutto il rispetto per Ozzy, e non me ne vogliano i suoi fans più fedeli, gli altri tre hanno forse un peso decisamente superiore nella buona riuscita del disco). “Paranoid” è un disco più maturo, meno grezzo rispetto al debutto “Black Sabbath”, meno legato all’occulto e più a tematiche socio-politiche, come dimostrano il pacifismo della canzone “War Pigs” e la science-fiction catastrofista di “Iron Man”… Un segno, dunque, che la band è pronta ad affrontare anche argomenti di scottante attualità: in quel periodo tengono banco nei telegiornali la guerra in Vietnam e la grossa spinta tecnologica data dalla corsa agli armamenti ed allo spazio, culminata con il presunto allunaggio di Aldrin ed Armstrong. La prima traccia, “War Pigs”, avrebbe dovuto originariamente intitolarsi “Walpurgis”, il che avrebbe subito riportato l’ascoltatore in un ambito di occulto e satanico, poiché la Walpurgisnacht è la notte del sabba stregonesco trascorsa dal Faust goethiano in compagnia del diavolo sul massiccio montuoso dello Harz. Una notte inevitabilmente caratterizzata da apparizioni luciferine e terrorizzanti. Il testo ovviamente tra la prima versione, ovvero “Walpurgis”, e la seconda, “War Pigs”, è totalmente diverso, e quello definitivo parla non di un sabba bensì della stupidità della guerra e della sua insensatezza, nonché della triste sorte riservata nell’aldilà a chi ne è promotore approfittandosi in questa vita della debolezza altrui. In questo brano possiamo trovare un pregevole assolo di Tony Iommi. “Paranoid”, il secondo pezzo del disco, è una delle più famose canzoni dei BLACK SABBATH, nonché una di quelle maggiormente influenti in ambito heavy; il testo racconta della paranoia della mente umana (definibile come l’incapacità di godere appieno della vita, e quindi di cercare la felicità), e si innesta su un riff diventato ormai leggenda. Successiva è “Planet Caravan”, un pezzo di chiara ispirazione psichedelica in cui la voce di Osbourne filtrata da un altoparlante contribuisce insieme agli strumenti ad avvolgere l’ascoltatore in un’atmosfera di sogno, dipingendo una specie di affresco, un’immagine che non si può dire né statica né dinamica probabilmente frutto di un’esperienza onirica, forse di Butler, il più “intellettuale” del gruppo. Il quarto pezzo è l’arcinota “Iron Man”, tornata poco tempo fa alla ribalta anche per il pubblico più giovane grazie al film omonimo basato sul supereroe Marvel. La canzone parla di una specie di robot o cyborg destinato nell’intenzione dei suoi creatori a salvare l’umanità, ma che viene rifiutato dall’uomo stesso e per ciò decide di vendicarsi, sterminando a destra ed a manca. “Electric Funeral” è un pezzo dal suono molto tagliente e strano, che racconta di una guerra atomica e delle sue tragiche conseguenze (ancora una volta, dunque, il tema pacifista) in una specie di quadro apocalittico che, musicalmente, assume le fattezze di un gigantesco climax sonoro culminante con la frase “electric funeral” ripetuta più volte. Segue l’immortale “Hand of Doom”, progenitrice secondo un’opinione della critica abbastanza condivisa del genere doom metal, che appunto ne mutua il nome… Le liriche parlano di un reduce dal Vietnam che, probabilmente per dimenticare gli orrori cui ha assistito, comincia a bucarsi finendo così in maniera tragica (“holes are in your skin, caused by deadly pin”). Le ultime due tracce dell’album sono la strumentale “Rat Salad”, il pezzo meno di successo tra gli otto che compongono questo capolavoro, ma contenente un solo di batteria conosciuto da molti, e la strana “Fairies Wear Boots”, il cui titolo nasce sembra dall’incontro spiacevole di Ozzy e soci con un gruppo di skinheads. Di “Paranoid”, per tornare al discorso iniziale, si può dire tutto ed il contrario di tutto, può piacere o non piacere, e sicuramente non lo consiglierei come disco di partenza nella discografia dei Sabs’, al contrario forse come uno degli ultimi da affrontare, proprio per la sua enorme complessità e quantità di significati sottili e nascosti, da raggiungere lentamente scavando nell’oscurità. Ciò non toglie che sia uno dei dischi assolutamente fondamentali nel Novecento, di qualunque tipo di musica si parli. La luce di Led Zeppelin, Deep Purple, Cream, Pink Floyd, benché di diversa intensità, qui è totalmente presente: il viaggio nella musica dei Sabbath è un percorso interamente al buio, senza nessuna sicurezza. Forse allora lo possono capire veramente solo i ciechi ed i pazzi, noi persone “normali” dobbiamo magari accontentarci di intravedere sprazzi di follia geniale in un mondo che noi vogliamo dominato dalla logica lucida… War Pigs... Paranoid... Planet Caravan... Iron Man...  Electric Funeral...  Hand of Doom...  Rat Salad... Fairies Wear Boots...  Non saprei bene quali tracce proporvi, ma nel dubbio ci spariamo "Paranoid" e “Iron Man”, con la sicurezza di commettere un’ingiustizia verso tutti gli altri brani di questo album stratosferico.


1) War Pigs
2) Paranoid
3) Planet Caravan
4) Iron Man
5) Electric Funeral
6) Hand Of Doom
7) Rat Salad
8) Fairies Wear Boots

correlati