BATTLECROSS

War Of Will

2013 - Metal Blade Records

A CURA DI
MAREK
06/11/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

La creatività, la propositività, l'estro e l'originalità: ingredienti che, se ben mescolati, contribuiranno a rendere immortale ed inestinguibile la sacra fiamma del Metal, oggi più che mai ardente e fiera grazie a giovani band che attingono da una Storia osservata con grande curiosità e rispetto. Una Storia da non imparare a memoria per garantirsi un 10 e una facile vita accademica, tutt’altro. Più che uno sterile esercizio mnemonico, questa Storia deve configurarsi per loro come una fonte inestinguibile di racconti da interiorizzare e fare propri, deducendo da questi e dall'esperienza dei “più grandi” l’insegnamento unico e fondamentale: distinguersi dalla massa, cercare un proprio sound senza imitarne altri, cercare una strada diversa da quella già battuta da molti, stupire chi poi ascolterà. E i Battlecross (Kyle “Gumby” Gunther, Voce; Tony Asta, Chitarra; Hiran Deraniyagala, Chitarra; Don Slater, Basso; Kevin Talley, Batteria [Touring drummer]) giovane band di Warren, Michigan, sono riusciti perfettamente nell'intento di spiazzare i propri ascoltatori, presentando una proposta musicale decisamente sui generis, che compendia alla perfezione suggestioni e suoni provenienti da stili quasi diametralmente opposti fra di loro, ma tenuti ben saldi grazie a qualità tecniche non indifferenti e soprattutto da una buona dose di genialità tipica dell'artista che ama osare. Apprendiamo direttamente da loro, tramite un'intervista recentissimamente rilasciata proprio per "Rock&Metal in My Blood", che le etichette non li entusiasmano: si definiscono semplicemente una Metal Band che vuole trasmettere potenza ed energia al proprio pubblico, che segue l'esempio di autentici "rivoluzionari" del nostro genere preferito (un nome su tutti, Dimebag Darrel) per dare qualità (e quantità) alla propria musica. Da un ascolto attento dei loro primi tre full-length non possono certamente scappare, ad un orecchio "allenato", diverse fonti di ispirazione piuttosto importanti: oltre a Dimebag Darrel e ai suoi Pantera (numi tutelari del 90% delle giovani band americane che decidono di addentrarsi in territori tipicamente nu o alternative) il sound dei Battlecros attinge direttamente dalla scena melodic death metal europea (basti pensare a gruppi come Amon Amarth o In Flames) ed incorpora in esso anche suggestioni  tipicamente Heavy/Power (prevalentemente Helloween prima maniera e Gamma Ray) e in alcuni casi addirittura si  rifà allo sperimentalismo di molte band Symphonic Black Metal (Dimmu Borgir, specialmente) senza dimenticare le lezioni di gonfalonieri dell'heavy metal classico come Judas Priest ed Iron  Maiden. Ma i nostri non si limitano certo a copiaincollare qualcosa qui e là. Al contrario, il tutto  gli fornisce preziosi spunti per creare, come abbiamo detto, un qualcosa che in seguito diviene loro al 100%.  Fra "imitare" e "prendere spunto" la  differenza è abissale e i nostri giovani americani l'hanno capito alla perfezione, altrimenti la loro ultima fatica discografica, "War of Will", non sarebbe stata accolta con entusiasmo dai loro fan e dal pubblico in generale che, Gene Simmons docet, "non è stupido, e se vali qualcosa se ne accorge eccome". Addentriamoci quindi nel mondo dei Battlecross, ascoltandoci traccia dopo traccia questo “War of Will” che, piccola anticipazione, riserverà più di una sorpresa a tutti noi. Siete comodi? Lo stereo rugge, è il momento di premere play!



 Veniamo immediatamente accolti da un brano veloce e dinamico, che si presenta a tutto campo come un concentrato d'emozioni e di adrenalina. La prima traccia, "Force Fed Lies", è difatti un'autentica dichiarazione di guerra e di intenti; i Battlecross vogliono stupirci sin dall'inizio e farci vedere subito di che pasta sono fatti, non risparmiando nulla delle loro capacità, presentandoci un brano che tratta una tematica molto profonda  ed importante: quella della ribellione alle menzogne che molto spesso penetrano nella nostra vita,  quelle che ruffianamente ci rendono ciechi, sordi, incapaci di esprimere la nostra vera personalità  perché repressi da un mondo meccanico e materialista che ci vuole tutti uguali ed allineati. Il riff d'apertura è in puro stile "old school” death metal, devastante e coinvolgente come tutto il brano, sposato alla perfezione con lo scream aggressivo di Kyle Gunther che mostra fieramente la potenza delle sue corde vocali. Salta all'orecchio la singolarità (ma soprattutto la qualità) del brano in questione soprattutto ascoltando il ritornello, che in primis ci mostra l'aspetto melodico del sound dei Battlecross ed in seconda battuta ci propone un singolare cambio di stile. Pur mantenendo l'aggressività che le contraddistingue, infatti, le chitarre di Hiran Deraniyagala e Tony Asta virano decisamente su un sound a tratti powereggiante, quasi simile a quello di band come Alestorm o Gamma Ray. La sezione ritmica fa inoltre il suo dovere in maniera a dir poco eccelsa,  sorreggendo sulle proprie spalle l'intera band che, con la sicurezza del basso-metronomo Don Slater, può esprimersi al meglio, per non parlare della precisione granitica del batterista Kevin Talley, roccioso e preciso quant’altri mai. Giungiamo così alla seconda traccia, una delle più atipiche e singolari dell'intero album. "Flesh & Bone", oltre ad essere un bellissimo inno all'affermazione della propria individualità e alle qualità che rendono tutti noi molto più di un ammasso di carne ed ossa, è sicuramente fra i loro brani maggiormente intrisi di venature heavy e power, reso  particolare proprio dalla commistione di un sound a tratti maideniano con dei riff decisamente death metal. Il cantato è un superbo alternarsi di growl e scream e l'eclettismo della composizione ci permette di osservare attentamente le elevate qualità dei due chitarristi, capaci di trovarsi e dialogare con le loro asce quanto autentici mostri sacri del mondo metal, come Hank Shermann e Michael Denner. Perla del brano, l'assolo che sembra quasi richiamare le vecchie themes di vecchi videogame come Pac Man o Space Invaders. Se qualcuno aveva qualche dubbio sulla validità della band in questione, questo brano dovrebbe aver spazzato via qualsiasi possibile obiezione a riguardo. Siamo di fronte ad una band incredibilmente eclettica e capace, per di più giovanissima, piena di voglia di dimostrare qualcosa ed affermare la propria personalità. Chiunque riesca ad andare al di là della mera classificazione archivistica non potrà che apprezzare tutto questo. La nostra avventura continua ed arriviamo così alla terza traccia, "Never Coming Back", canzone contro l'eccessivo vittimismo di chi è sostanzialmente incapace di rialzarsi dopo una caduta, trovando più comodo incolpare il mondo e "martirizzarsi" piuttosto che intraprendere un sano percorso di autocritica, rimboccarsi le maniche e reagire per cercare di migliorare la propria situazione. Il brano è anch'esso, come i precedenti, ricco di rimandi e riferimenti a vari generi. Il brano tutto è molto più "europeo" che "americano": lo scream e il growl quasi sembrano quelli di Shagrath e Joan Hegg, mentre la singolare struttura musicale non rende azzardato affermare che il pezzo sembri quasi una collaborazione di più gruppi. Nello specifico, i Dimmu Borgir del periodo "Enthrone Darkness Triumphant" e gli Amon Amarth di "Twilight of Thunder Gods", uniti alle suggestioni melodiche sprigionate dagli Iron Maiden nel corso della loro intera carriera. Ascoltate attentamente chiudendo gli occhi e prestando attenzione ai vari cambi di stile... ne rimarrete piacevolmente stupefatti, come del resto potreste rimanerci provando ad impugnare la vostra chitarra cercando di suonare questo loro brano ed anche gli altri già sentiti. Un’esperienza sicuramente da intraprendere, per mettersi alla prova e capire ancora meglio il loro modo di comporre e di suonare. Giungendo poi al quarto brano, “My Vaccine”, capiamo definitivamente quanto il Melodic Death Metal di stampo svedese abbia giocato sui nostri un’influenza notevole. Il pezzo in questione, oltre a proporre ancora una volta delle tematiche estremamente positive (nello specifico, “curarsi” dai mali del mondo lottando e combattendo contro di essi a viso aperto) ed attuali, non ha proprio nulla da invidiare ai lavori di band più blasonate ed importanti come gli In Flames. Un’esecuzione struggente ed ispirata, fra le più intense dell’album e sicuramente fra le migliori. Una prestazione maschia e concreta che ancora una volta mescola sapientemente melodia ed aggressività, dando vita ad un vero e proprio “Yin & Yang” fatto musica: da una parte l’ “oscurità” e la potenza del Death Metal, dall’altra la “luce” e la melodia del power metal. Dualismo che viene parzialmente ridimensionato nella quinta traccia, “Get Over It”. In questa violenta invettiva contro le persone amanti dei giudizi “facili” e degli insulti dettati unicamente dall’invidia e dal rancore, i Battlecross attingono a piene mani dalla lezione di Dimebag Darrel e dei suoi Pantera, “groovizzando” il sound che rimane aggressivo e roccioso dall’inizio alla fine. Una sfuriata “Death Pantereggiante” decisamente coinvolgente e portatrice di una sana rabbia, espressa senza limitazioni o preoccupazioni varie. Scatenato e travolgente come uno tsunami, il brano metterà a dura prova la resistenza dei nostri strumenti d’ascolto, dalle casse del pc a quelle di un impianto Hi-Fi, regalandoci in cambio una dose non indifferente di adrenalina e di voglia di lanciare la nostra testa in un devastante headbanging, più che garantito! Senza nessuna esitazione giungiamo alla traccia numero sei, “Ghost Alive”,  forse del disco la più ispirata e toccante a livello di songwriting. Con parole non certo velate ed espressioni piuttosto poetiche ma comunque a tinte forti, i Battlecross ci mettono davanti alla croce di un po’ tutto il genere umano: il peso dei cosiddetti “fantasmi” del passato, di quelle brutte esperienze e ricordi che ogni tanto, come dei morti viventi, spuntano fuori dal sottosuolo per tormentarci soprattutto nei momenti di debolezza, nei quali sanno di poterci colpire con maggiore efficacia. Solo il tempo e una tenacia inossidabile potranno rendere certi momenti quello che in realtà sono: lontane eco di un passato ormai sepolto, perché la chiave della felicità sta proprio nel modo in cui affrontiamo il presente, senza lasciarci intimorire o limitare da esperienze passate. I nostri ridimensionano considerevolmente l’aspetto melodico della loro musica, preferendo concentrarsi sul loro lato maggiormente aggressivo, rendendo il brano perfettamente conforme alla tematica che tratta: un vero e proprio urlo contro la “morte vivente”, una valvola di sfogo per chiunque si senta oppresso e frustrato, un assalto in musica in piena regola. I Battlecross non sono un gruppo da sottovalutare e ce lo stanno dimostrando traccia dopo traccia, riff dopo riff. Ed arriviamo così al brano numero sette, “Wage a War”. Tematica “manowariana” per i nostri, che ci parlano dell’importanza della Forza d’Animo che, oggi come oggi, è fondamentale per vivere in un mondo che non sembra proteggere chi decide di fare “di testa sua”, scappando dall’ordine prestabilito per seguire le proprie vocazioni e i propri sogni. E’ una guerra continua contro un sistema cieco e sordo, che si può vincere solamente credendoci e non dandosi mai per vinti, neanche quando tutto sembra essere contro di noi e non a favore. La struttura del brano è per certi versi simile a quella del precedente: anche qui vediamo abbastanza mitigato il lato melodico a favore di un’aggressività imperante, della quale risente soprattutto il cantato che con il suo solito alternarsi di growl e scream riesce perfettamente a fondersi assieme alla potenza esplosiva delle chitarre che, soprattutto in questa traccia, rendono ancora più apprezzabili ed accentuati i loro scambi e dialoghi. Gran lavoro per i due chitarristi, sicuramente due ragazzi da tenere d’occhio per il futuro. L’ottava traccia, “The Will to Overcome”, sembra quasi la naturale continuazione di “Wage a War”, per via della tematica molto simile (questa volta una pesante invettiva contro chi, invece, non decide di combattere ma di cedere alle lusinghe della falsità e del “quieto vivere”) e soprattutto del sound, ancora una volta incredibilmente e meravigliosamente aggressivo. Un incredibile e stupefacente cavalcata stile Amon Amarth (soprattutto per il cantato in growl) che decisamente non fa prigionieri. E’ forse il brano più aggressivo di tutto l’album e quello maggiormente orientato verso le influenze “estreme” dei Battlecross, che comunque riescono anche in questa occasione a sfuggire dalla catalogazione fissa e definitiva. Troviamo maggiore cadenza ed “ariosità” nella nona traccia, “Beast”, a tratti ispirata dai Children of Bodom, a tratti dai Dimmu Borgir. E’ una vera e propria dichiarazione di guerra contro chi preferisce vivere nella vergogna e nel disonore anziché cercare di cavarsela, nella vita, con dignità, fatica e lavorando duro per non cedere mai e poi mai a qualche insignificante promessa di “vita facile”. La melodia ritorna, assumendo tratti decadenti e cupi, perfettamente adatti al tema trattato. Una voce in growl inquietante e sentenziosa si alterna ad uno scream esplosivo, le chitarre cercano di penetrare più efficacemente nel “lato oscuro” del suono quasi a voler scatenare un clima di angoscia e claustrofobia nell’ascoltatore, la ritmica è incredibilmente precisa ed impeccabile, come lo è stata sin dall’inizio dell’ascolto. Un’avventura decisamente intrigante e che è valsa la pena intraprendere, come confermato splendidamente dalla penultima traccia dell’album, “Never-Ending Night”, triste cronistoria di un dramma umano, di una vita costellata di scelte sbagliate, delusioni, errori cocenti. Il brano è una vera e propria bomba atomica sganciata sugli ignari ascoltatori: una scossa tellurica che disintegra il pavimento sotto i nostri piedi a suon di Death Metal puro e magnificamente old school (ascoltate attentamente il ritornello: “It’s my Self in the Mirror?”… quella voce, quella chitarra così frastornante, veloce e potente, quell’aggressività… non vi catapultano direttamente in un’aspirale di distruzione in puro stile Deicide?), perfetta conclusione di un’avventura all’insegna della Vecchia Scuola fusa con l’entusiasmo e l’inventiva squisitamente “giovani”, tipiche di una band di ragazzi che dai Padri Fondatori hanno attinto quel che c’era da attingere, non copiando ma integrando i preziosi appunti del “Grimorio dei Grandi” con il loro materiale, dando vita ad un qualcosa di incredibilmente valido, a scanso di ciò che potrebbe pensare un purista qualsisasi. E se tutto questo non bastasse, sarebbe interessante mettere i fan più oltranzisti dinnanzi allo splendido lavoro compiuto da questi ragazzi nell’ultima traccia, una bonus-track d’eccezione: il brano in questione altro non è che una cover di un famosissimo brano dei Pantera, quella “Fucking Hostile” divenuto nel corso degli anni un vero e proprio inno per intere generazioni. Un brano decisamente “deathizzato”, reso ancora più diretto ed infuriato dell’originale, non certamente stravolto o cambiato totalmente, ma marchiaton“Battlecross” al 100%, arricchito delle esperienze e delle particolarità che stanno rendendo (e renderanno) i Battlecross una realtà rispettata e soprattutto affermata. Sicuramente Phil Anselmo, noto appassionato di Death Metal e Metal estremo in generale, sarebbe fiero di loro, senza alcuna obiezione.



 



La nostra avventura è giunta così al termine. Tirando le somme si può tranquillamente affermare, anche alla luce dei consensi che fino ad ora questi ragazzi hanno ricevuto, che ci troviamo dinnanzi al futuro. Un futuro radioso, un futuro che, oltre ogni più rosea aspettativa, ci mostra come sia vero il detto “Metal will never die”. Perché il Metal non morirà, questo è certo e provato, almeno finché band come i Battlecross potranno incidere i loro pezzi ed avere l’opportunità di suonare, farsi conoscere ed apprezzare per quello che sono. Ovvero, una band di ragazzi che suona quello che gli piace per non cadere nella trappola del “già fatto, già visto, già detto”. Un po’ come fecero quei ragazzi di Newcastle, un po’ di tempo fa. Quei ragazzi che non volevano parlare, nelle loro canzoni, di motociclette e ragazze perché a loro dire “lo facevano già i Saxon e i Def Leppard”. Quei ragazzi che in virtù di questo cominciarono a velocizzare e ad estremizzare i riff dei loro idoli (come AC/DC o Judas Priest) dando vita ad un sound nuovo, incredibilmente veloce ed aggressivo, che venne immediatamente messo al bando da molti puristi della loro epoca. Quei ragazzi di Newcastle oggi lo conosciamo tutti come Venom. E dunque, se i Battlecross hanno imparato qualcosa da una band letteralmente caposcuola dell’intera frangia “estrema” del Metal, è stato proprio questo: il provare a voler fare qualcosa di diverso, di nuovo, di loro, senza star troppo a rendere conto a qualcuno delle loro scelte stilistiche e musicali. Si definiscono semplicemente una Metal Band, sono ragazzi che di giorno lavorano in officina (da qui il soprannome “blue-collar thrash metal”) e di sera, lasciatisi alle spalle le fatiche di un’intera giornata, imbracciano i loro strumenti per urlare al mondo che loro ci sono e che non se ne andranno mai. Queste giovani tigri americane vanno quantomeno premiate, sperando che in un futuro non troppo lontano comincino a far parlare di loro anche maggiormente di quanto se ne parla oggi. Perché se gli ultimi anni di U.S Metal ci hanno insegnato qualcosa, è che l’estro e la propositività alla fin fine vincono sempre. Gruppi come gli Slipknot lo sanno bene, giovani leve come i Five Finger Death Punch o i nostri Battlecross lo stanno imparando passo dopo passo!


1) Force Fed Lies
2) Flesh and Bone
3) Never Coming Back
4) My Vaccine
5) Get Over It
6) Ghost Alive
7) Wage A War
8) The Will To Overcome
9) Beast
10) Never-Ending Night
11) Fucking Hostile
(Pantera Cover)

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