AWAKENING SUN

Imbalance

2014 - Autoprodotto

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
22/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Costruire e mantenere una one-man band non è mai cosa facile. Se da una parte è allettante il fatto di non dover discutere con nessuno delle proprie scelte, così come golosa è la tentazione di non dover scendere mai a compromessi, dall’altra parte si è assolutamente arbitri di quello che potrebbe essere un netto successo oppure un autentico disastro. Essere incensati di gloria per essere riusciti, da soli, a raggiungere vette che gli sforzi congiunti di più menti non hanno invece mai toccato, oppure colare a picco con il proprio progetto, abbandonati nella più miserevole solitudine. Cari lettori, oggi parliamo degli Awakening Sun, progetto solista nato dalla mente del lituano Ernestas Skripkiunas. In questo suo ensemble, oltre a ricoprire il ruolo di chitarrista e cantante, il giovane frontman baltico veste anche i panni del compositore e produttore della band, di cui si trova dunque ad essere l’assoluto mastermind. Avvalendosi del supporto di altri giovani musicisti (Vaidas alla chitarra, Levis Abramovas al basso e Kevin “Kev” van den Heiligenberg alla batteria), la band ha assunto una dimensione internazionale (tre quarti sono lituani, mentre il drummer proviene dall’Olanda). Attivi sin dalla primavera 2011, il progetto di Ernestas ha già debuttato con Sold Out (uscito nel dicembre dello stesso anno), ottenendo pareri piuttosto concordi nell’affermare che le qualità indubbiamente sono presenti ma, essendo una giovane band, sovente si tende a peccare d’inesperienza nel songwriting. Ad ogni modo qualsiasi giudizio è opportuno rimandarlo a fine album. Di una cosa però bisogna rendere onore alla band: il fatto di essere indipendenti, non affiliati a nessuna etichetta. La scelta indubbiamente comporta una grande dedizione (in quanto tutta la parte manageriale deve essere svolta dai membri stessi), con annesso grande impiego di tempo e finanze. L’affetto di Ernestas per la sua creatura è dunque qualcosa di genuino e veritiero: è una di quelle cose che piace sottolineare quando si parla di musica metal intesa come vera passione. Tornando al disco, registrato congiuntamente nei Phoenix Studios di Riga, Lettonia, e nei Pas Monte Studios del connazionale Mantas Gurkšnys, l’album si presenta al pubblico con l’artwork affidato a Evaldas Nariunas che, in chiave quasi “fumettesca”, riesce a rendere l’idea dell’intricato mondo interiore che si cela nella mente di ognuno di noi. Il personaggio con il capo fasciato sembra quasi sofferente per l’enorme e labirintico groviglio che fuoriesce dalla sua testa, su cui misteriosamente si stagliano delle figure umane oltre che delle porte. Imbalance, titolo del lavoro, significa infatti “squilibrio mentale”: come non poter rappresentar al meglio questo concetto se non con una raffigurazione addirittura degna di M. C. Escher?



Non appena avviamo il nostro disco, con “Message from the Black Crow” si stagliano netti i contorni della proposta di Ernestas: un melodic death metal di base, infarcito di volta in volta con vari elementi. Il brano accelera sin dall’inizio, quando un eccellente drumming sottostà al riffing principale di chitarra. Questa si trova poi assoluta protagonista nel verso cantato, dove uno splendido fraseggio in tapping dilata le vocals, saggiamente bilanciate ed indirizzate verso un growl per niente cavernoso, quanto abbastanza corrosivo e ruggente. Le lyrics ci parlano di un invito ad un ballo in maschera fatto pervenire al protagonista. In uno scenario d’altri tempi, un misterioso corvo – plutoniano come quello di Poe – sta aspettando con una carrozza, pronta per tradurlo all’evento mondano. Influssi deathcore si fanno percepire distintamente a 0:45, quando doppia-cassa e chitarre stoppate si producono in rapidi breakdown. Sulle note del main riff (quello dell’introduzione), che costituisce allo stesso modo anche il ritornello, il protagonista giunge finalmente nel surreale salone da ballo. Dico surreale perché tale è la situazione: un’orchestra sta suonando diretta da un maestro sordo, un poeta “senz’anima” declama versi dannati, inservienti ciechi servono opulenti calici ai presenti. Il rifiuto del protagonista di partecipare a tale evento non solo non è stato preso in considerazione ma, anzi, egli continua ad essere ancora l’ospite più desiderato. Cosa si nasconde dietro questa ostinazione? Musicalmente, il chorus è ricoperto da un certo flavour malinconico, che successivamente lascia spazio all’irruenza della seconda strofa. Qui l’atteggiamento del protagonista pare cambiare: non è poi più così restio a farsi coinvolgere dal ricevimento. Dopo aver sciolto le ultime riserve, il protagonista si trova poi però prigioniero di questo ambiente: gli altri invitati sembrano infatti volerlo trattenere a tutti i costi. Nonostante vi opponga notevole resistenza (I'll never give you my hand/And I'll never become one/I'll never become one of you/You won't break me/Don't even try), il personaggio non riesce a divincolarsi da tale situazione e non ci è lecito sperare che lo possa fare neanche in futuro: sembra essere stato catapultato in un’atmosfera quasi “limbare”, ivi costretto con la forza da demoni mascherati, che sembrano attirare periodicamente ignare vittime mediante le lusinghe e gli agi (l’invito, la carrozza), per poi succhiarne avidamente ogni forza vitale. A 1:50 la canzone svolta repentinamente, seppur per poco tempo, con notevoli sferzate chitarristiche. A 2:42 comincia una sezione decisamente meno irruente, caratterizzata anche da distorsioni sensibilmente ridotte. Per la prima volta possiamo ascoltare il basso, pure anch’esso in overdrive, il quale prima riusciva difficilmente a scostarsi dal fitto muro del suono. Meno di mezzo minuto intercorre tra questa fase “di pausa” e la successiva, un cambio vero e proprio che introduce nuovi riff e nuove soluzioni, adatte ad incanalare la canzone verso il proprio finale, affidato al già citato motivo riscontrabile a 1:50. Che dire: un’opener come questa, tanto notevole per potenza quanto evocativa nelle liriche, non è comune ad una band così giovane, fatto che quindi gioca inevitabilmente a loro favore e che mi ha lasciato positivamente spiazzato. Incuriosito, m’indirizzo alla traccia successiva, “Edgewalking”. Introdotta da un tocco secco di piatto, il brano parte subito all’assalto, con delle ritmiche ancora più forsennate dell’opener. Non appena entra il cantato del verso, il brano risente pesantemente delle influenze groove metal di act quali Machine Head. Con le chitarre ad intessere riff su riff, la sezione ritmica (quasi esclusivamente rappresentata dalla batteria, a causa di un basso in ombra) si muove con buona destrezza, grazie a dei bei pattern di doppia-cassa. Il titolo e le lyrics alludono al “camminare sul bordo”, comportamento tipico di quelli che amano giocare col fuoco: l’adrenalina di sentire il fiato sul collo, sapere che se fai un solo errore sei fuori… Tutti elementi che sembrano voler indirizzare però al fallimento. L’impressione finale è che la vita stessa sia una competizione impossibile da vincere. Che sia Edgewalking un’amara metafora dell’esistenza? Una sezione centrale con degli staccati di batteria anticipa un drumming in blast-beat, con chitarroni controtempo quasi industrial. A 1:56 lo strato ritmico si fa tuonante, prima che il tempo rallenti bruscamente con una sezione adatta all’headbanging più pestato, impreziosita da dissonanti armonici artificiali. Il brano termina con un riff dal sapore melo-death, con un breve crescendo finale che si chiude in stoppato. Terza canzone è “What I’ve Become”, che dal titolo sembra già poter percorrere lidi più intimistici. Il brano si apre con la classica soluzione con i “medi enfatizzati”, in virtù alla quale la potenza sembra raddoppiarsi quando viene impostata la giusta equalizzazione. Un riff decisamente groovy martella in “malo modo”, riprendendo la falsariga del brano precedente. Il tema viene riproposto diverse volte, con minime variazioni tonali oppure ritmiche. Il verso si presenta abbastanza accademico nelle ritmiche – pur sempre efficaci – mentre il ritornello dà spazio anche alla melodia. Nel chorus esemplare risulta l’urlo che riprende il titolo (“What I’ve become? What I’ve become? It’s not me…”), il quale lascia trasparire – nemmeno tanto velatamente – la dolorosa presa di coscienza del protagonista, che si vede trasformato in qualcosa che non riesce nemmeno a riconoscere. La seconda strofa ci svela invece lo stupore di fronte ad una condizione inaspettata. Da quanto ci è lecito capire, il protagonista dovrebbe essere morto ma invece s’interroga su come possa ancora battere il suo cuore, nonostante fosse stato avvelenato. La canzone si mantiene su tempi contenuti riproponendo schematicamente le sue parti. A 2:42 ecco un altro breakdown – soluzione richiestissima nel metal estremo più mainstream – su cui si innesta poi una canonica melodia di chitarra. Da questa sezione si origina progressivamente la terza ed ultima strofa, anch’essa abbastanza scolastica nella sua coda. Di tutto altro piglio è “The Sky Is Falling”, che riporta a galla sonorità melo-death mai del tutto sopite. Il giro di chitarra è notevole e d’impatto, costruito in maniera semplice ma efficace. Mentre i testi parlano di un uomo che si è smarrito lungo una via oscura, la parte musicale costituisce uno dei riff più terremotanti finora ascoltati. Immagini suggestive – la goccia di sangue che genera un enorme albero – evocano episodi addirittura danteschi, come quello dell’arbusto sanguinante in Inferno, XIII, che a sua volta si rifà all’episodio classico di Polidoro, citato da Virgilio nel terzo canto dell’Eneide. A 0:53 l’ennesimo breakdown pare voler calcare pesantemente la mano, seguendo il crescendo d’oppressione che subisce il protagonista: l’aria si fa sempre più rarefatta e rende difficile il cammino. Oltre a questa difficoltà cominciano a manifestarsi pericolosi segni di debolezza, come il gusto di sangue in bocca. A 1:12 il brano devia verso una melodia più facilmente riconducibile alla scuola nordeuropea del death melodico. La seconda strofa, quasi come peculiarità del songwriter, peggiora nettamente la situazione già prospettata all’inizio. Da una fugace visione di una luce salvifica, si passa poi alla duplice apparizione del Diavolo. Su queste terre malsane persino l’aria sta diventando venefica. Tuttavia è un versetto (“Choking me, I've tried to escape but how I can erase the memories”) che ci lascia pensare che questa landa ammorbata non sia altro che la mente del personaggio, in quanto egli non riesce a fuggire dai suoi stessi ricordi. A 2:39, quando le vocals sembrano rassegnarsi al peggio, supplicando penosamente affinché gli sia rivelato qualcosa, la batteria comincia a tenere il tempo sul china, prima che faccia la comparsa il primo assolo dell’album (2:53), abbastanza carino e ben incastrato nella sezione ritmica, che stravolge l’andare pari delle battute cambiando anzitempo tonalità (3:09, 3:23). L’assolo, nella sua parte finale, riutilizza la tecnica del tapping, già particolarmente apprezzata nell’opener. Come primo assolo non c’è male, anzi è addirittura piuttosto lungo ed elaborato, ma ugualmente ben congeniato. "Wake Me Up” occupa la sesta posizione e qui l’influsso groove metal torna prepotentemente a farsi sentire. Tra le chitarre riffeggianti, un urlo di Ernestas presagisce l’incubo del protagonista, che si è perso in un labirinto di specchi. Il verso presenta una doppia faccia: pimpante e briosa la prima, ambivalente la seconda, dal momento che presenta a sua volta parti più ritmate ad altre più energiche e veloci. Nel corso del disco è parso di notare una crescente attenzione per la melodia, componente che ricopre pure in Wake Me Up un ruolo importante, come nella parte di verso a 0:52. Il ritornello non si discosta molto dal verso stesso e così il brano scorre imperterrito e senza grandi scossoni. Le liriche parlano, come anticipato, di un uomo smarritosi in un labirinto, che nuovamente si mostra come una condizione mentale piuttosto che una situazione fisica. Un senso di disorientamento lo porta a chiedersi dove mai sia capitato, se sia ancora vivo oppure morto. Ma soprattutto: questa che sta facendo è un’esperienza ultraterrena? Proprio nel bel mezzo dello sviluppo della vicenda, quando il protagonista incontra una misteriosa guardia monca, un assolo melodico irrompe a 1:51, mentre la voce di Ernestas ancora sbraita con feroci scream. A 2:15 una sezione con chitarra arpeggiata sembra favorire un episodio tanto progressive, quanto fortemente inaspettato. Anche il testo assume contorni sempre più sfocati: la misteriosa figura ha sottratto al protagonista la poca speranza che serbava, lasciandolo solo, in cima ad una collina, sotto il cielo. La canzone riprende così con il ritornello, ma l’inizio di un fade-out sembra terminare la composizione (3:09). Tuttavia essa riprende pochi secondi dopo, con uno scarno ed insano riff di chitarra, decisamente orientato verso il death più classico. Il tema connesso a quell’evocativo oggetto che è lo specchio viene subito riproposto nella seguente “False Mirror”. Un’intro con una chitarra stranamente “americana” spiana la strada ad un riff altrettanto a stelle e strisce. Com’era lecito aspettarsi, il groove metal ritorna prepotentemente in cattedra dopo il precedente episodio, che invece s’era lasciato coinvolgere da una certa vena sperimentale. Il riff del verso è saldamente modellato sul lavoro di doppia-cassa del drummer mentre il ritornello riprende la melodia dell’intro. Per quanto riguarda la parte testuale, leggendo i versi si nota che non sono particolarmente ispirati: liriche sì furiose, ma abbastanza scontate, si scagliano contro il proprio riflesso nello specchio, cui il protagonista chiede – abbastanza scioccamente – chi mai sia. Solo leggendo l’intero testo si capisce – specie dalla terza strofa – che questo riflesso simboleggia un’altra parte dell’io del protagonista. Ecco che, in un modo o nell’altro, ritorna sempre il leitmotiv dell’insania mentale. In alcuni frangenti si ha l’impressione che le diverse parti della canzone fungano da elementi di dialogo tra le due personalità del protagonista. Il break centrale attorno al minuto 2:10 è decisamente troppo “rubato” da band più blasonate quali Machine Head, anche per la voce pulita a mo’ di narratore. Un tapping di chitarra cresce ma non sembra mai esplodere ed infatti la canzone si chiude con un lungo fade-out, durante il quale si ha il tempo di osservare come questa song risulti decisamente come il primo passo falso di un album che, finora, si era fatto ascoltare tranquillamente, pur non toccando apici assoluti. Il settimo brano è “Number 5”, introdotto da una chitarra che ricorda i maestri svedesi Dark Tranquillity. Il cantato è più “vomitato” del solito, avvicinandosi a timbriche metalcore. Per alcune delle sue sonorità, il brano si pone sulla scia della sperimentale Wake Me Up. In questa ultima parte del disco, Ernestas sembra voler alternare elementi decisamente più tosti ad altre soluzioni più elaborate ed inaspettate. Le vocals ci parlano di un luogo oscuro dove regna il male e persino la vita diventa sterile. Le liriche si fanno portatrici di un duro rimprovero: a causa di un prolungato soggiorno in questa “alcova del male”, lo sfortunato interlocutore si trova condannato a morire. In modo sbigottito, il singer si chiede perché non ha tentato mai di fuggire da un luogo così spaventoso. Purtroppo, ora, non rimane più nulla di salvabile in questa persona ed i versi della seconda strofa a tal proposito sono emblematici. Dal punto di vista musicale, occorreva proprio un certo riffing maggiormente death-oriented per sottendere alla malvagità dei testi. Il ritornello è la parte che invece più si presta a testare soluzioni innovative, particolarmente catchy per via di alcune melodie (0:57). Visto l’andazzo delle ultime canzoni, anche in Number 5 si apre una parte centrale (2:22) che riprende una melodia simile a quella dell’intro. Qua è la voce pulita a far da padrona, mentre i tocchi sul piatto ride scandiscono un chitarra leggermente distorta nella sua linea musicale. Dopo quella che era la terza strofa, un assolo di chitarra, lampantemente più tecnico e propenso “a far vedere quello che il chitarrista sa fare”, turbina minaccioso, non senza una punta di melodia, che non guasta appunto mai. Con gli ultimi strazianti versi che non lasciano scampo a nessuna interpretazione, la canzone si può tranquillamente chiudere con un leggero riverbero di chitarra. Ottava traccia è “In the Clouds of Dust”. Nel riff introduttivo un ruolo di un certo rilievo è finalmente affidato al basso, che nel subbuglio ritmico riesce a discostarsi grazie ad un suono in verità abbastanza inusuale per lo strumento. Non appena è terminata questa prima sezione, un riff molto industrial con chitarre in controtempo apre al cantato, meno urlato del solito. L’andamento è molto frammentato grazie alla vivacità del songwriting di Ernestas, che produce validi riff in successione. Basilarmente, alla struttura composita dei versi s’alternano i ritornelli più lineari. Le liriche sembrano trattare di un ambiente apocalittico, dove un “Sole nero” ha oscurato tutto il mondo: solo la speranza di un’alba portatrice di luce sembra rischiarare il buio contesto. Le “nuvole di polvere” potrebbero voler alludere ai polveroni che si levano dopo un esplosione, fatto che rimarcherebbe ancora di più la tesi di un mondo post-apocalittico. Tracce di altri umani infatti non ve ne sono: solo fantasmi vanno e vengono attorno al narratore. Se “Seeking for the answers, lost and wasted, in the clouds of dust” invita a cercare la causa di tale tragedia proprio nelle nubi di polveri, beh, pare proprio che ci abbiamo azzeccato: un’esplosione nucleare ha segnato la fine dell’umanità. A 2:03 si apre di netto una sezione con una melodica chitarra, accompagnata da lenti tamburi e lunghe plettrate. Dopo giusto un paio di giri senza accompagnamento ritmico, l’altra chitarra comincia a dipingere un buon riff rimarcato, cui fa da contraltare la solista, che sembra diventare sempre più dissonante. Il riffing è in continua evoluzione fino a che non si collega con il chorus, per riprendere il percorso abbandonato prima di questa sezione. A 3:27, come ormai da consuetudine, l’assolo di chitarra trova il suo posto nella canzone, denotando sempre maggiore melodia e perizia tecnica. I volumi del solista non sono esageratamente in primo piano e per questo l’assolo sembra quasi “assorbito” dalla mole del suono, ma comunque si percepisce sempre bene. Una brevissima chiusura tronca infine il brano. Se consideriamo che l’ultimo brano in scaletta sarà una vecchia versione del brano appena ascoltato, con “Ashen Rain”, nona canzone, si chiude effettivamente il disco. Il ritmo sul rullante ricorda una marcia militare e scandisce una chitarra ronzante e distorta. Immediatamente dopo all’urlato del primo versetto – che altro non recita che il detto nietzschiano “Quello che non ci uccide, ci fortifica” – il brano detona in maniera fragorosa. Il verso riparte proprio da queste coordinante fatte di tutta potenza, narrandoci – quasi in un unico continuum con il brano precedente – di come le ceneri di un fallout nucleare ricoprano tutta la superficie, quando il “sole va giù e l’oscurità riempie l’orizzonte”: che sia un’immagine allegorica per descrivere un’esplosione atomica? Dopo verso, chorus e una sezione con sola chitarra, a 1:28 il brano riparte in quinta di tutta prepotenza. Essendo il brano più corto dell’intero platter, Ashen Rain gioca tutto sull’immediatezza: la sua parte finale (2:30) è così congeniata per gli ultimi attimi di headbanging, prima che il brano si chiuda in maniera netta ed improvvisa. In appendice al disco troviamo così la vecchia versione di “In the Clouds of Dust”, più precisamente l’edizione del 2012. Essa si discosta dalla versione ufficiale per qualche sottile differenza a livello dei suoni. I dettagli più vistosi risaltano nel cantato di Ernestas, molto maturato in questi due anni che son passati dalla vecchia versione. La struttura della canzone è identica a quella ufficiale e, francamente, non riesco a capire quale sia l’utilità di proporre sostanzialmente due volte lo stesso brano, anche soprattutto se questo presenta un cantato a tratti spiacevole rispetto a quello che oggi Ernestas sa fare.



Bonus track a parte, Imbalance è un album ampiamente sufficiente, che ha confermato i buoni propositi del suo predecessore. Se in quest’ultimo la matrice death era quella dominante, chi ascolta oggi gli Awakening Sun deve fare i conti con “ingombranti” influenze groove metal, che influenze poi tanto non sono, bensì veri e propri segni distintivi. Se dovessi disegnare un grafico che rappresenti l’andatura del disco, la linea partirebbe subito in impennata grazie alla validissima opener, nonché momento meglio riuscito dell’album. Dopo questo fulmineo scatto dai box di partenza, l’andamento del lavoro ha subito un leggero affievolimento – rappresentato dalle tracce due e tre –, offrendo brani sì grooveggianti, ma anche accademici quindi anonimi. The Sky Is Falling e Wake Me Up hanno poi certamente risollevato le sorti dell’album, denotando anche la propensione di Ernestas all’innovazione ed alla sperimentazione. Tralasciando la sesta traccia, filler e peggior canzone del lotto, Number 5 e In the Clouds of Dust hanno consolidato quanto di buono proposto nella parte centrale. Prima della fine ho dovuto però assistere ancora all’ennesimo scossone qualitativo: Ashen Rain non è il brano per una chiusura ad effetto e della bonus track si poteva tranquillamente fare a meno. Il grafico che ne risulterebbe sarebbe dunque costituito da alti e bassi, con un leggera preminenza dei primi. Imbalance non è infatti un disco trascendentale, nemmeno per gli amanti del genere, ma tuttavia è un buon prodotto, almeno sufficiente dal punto di vista qualitativo. Ernestas ha sicuramente da insistere sul suo songwriting: qualità, bravura ed idee ci sono, ed ora non rimane che mixarle al meglio in vista del terzo album, quello che normalmente decreta se una band può andare avanti o è meglio che molli tutto quanto.


1) Message from the Black Crow
2) Edgewalking
3) What I've Become
4) The Sky Is Falling
5) Wake Me Up
6) False Mirror
7) Number 5
8) In the Clouds of Dust
9) Ashen Rain

Bonus Track:
10) In the Clouds of Dust
(2012 version)