AUTOPSY

Tourniquets, Hacksaws And Graves

2014 - Peaceville Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
06/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Chi ascolta death metal si ricorderà del buon Chris Reifert non solo come fondatore degli Autopsy ma anche come lo storico batterista dei Death, ovvero il mitragliatore umano che possiamo apprezzare su “Scream Blody Gore”, disco d'esordio della band di Chuck Shuldiner; siamo dunque di fronte ad una personalità che il metal estremo lo vive e lo respira ogni giorno, diffondendone la truculenza con ogni disco. Se la raccolta “All Tomorow's Funeral” aveva sancito la rinascita del gruppo americano, dopo l'ottimo “The Hedless Ritual” questo Tourniques, Hacksaws and Graves ci conferma che la band è in ottima forma, pronta a spruzzare di note grumose i timpani dei loro fans.



Già dalla opener Savagery, gli Autopsy mettono in chiaro che loro il death metal lo sanno suonare come si deve; un inizio a stacchi decisi, quattro colpi con altrettanti accordi secchi e stoppati prima della partenza funambolica; come da programma è la batteria a spingere il tutto, il tempo incalzante in quattro quarti non sembra conoscere il verbo “rallentare” ed il pezzo nel suo complesso ricorda la tradizione dei Venom e degli Slayer (in particolare negli assoli di chitarra, ricchi di scale cromatiche eseguite a velocità vertiginose). Di sicuro non siamo di fronte ad una composizione elaborata, ma in fin dei conti non sono certo i virtuosismi che vogliamo sentire; dagli Autopsy bisogna pretendere la violenza sonora e loro ce ne servono un quantitativo più che abbondante. L'efficacia del pezzo sta nel brigde, costruito con degli accordi tenuti che aprono il brano creando quel senso di suspence prima che ripartano serratissime le strofe, come se un killer si fermasse un istante a pulire il coltello con il quale ci ha pugnalato prima di passare ad un arma successiva. Il testo parla di un gruppo di naufraghi su un'isola deserta, i quali, spinti dall'istinto di sopravvivenza e dalla follia della solitudine, iniziano a ricorrere al cannibalismo per sopravvivere (“Lost and abbadoned in a tropical hell, with a ship dead beneath the sea, a group of survivors faces their doom, on this island they'll all know is insanity” trad. “Sperduti ed abbandonati in un inferno tropicale, con una nave morta in mezzo al mare, alcuni sopravvissuti affrontano il loro destino, tutto ciò che conosceranno su quest'isola è la follia”), gli esseri umani alla fine sono animali e come tali si comportano per sopravvivere. La successiva King Of Flesh Ripped , mette in risalto quell'elemento che ha reso famosi gli Autopsy nel panorama extreme, ovvero l'utilizzo di ritmiche lente per conferire un sound più sulfureo e doom ai loro pezzi; la traccia inizia con Chris Reifert (che per chi ancora non lo sapesse non è solo batterista ma anche voce della band americana) intento a dichiarare la prima strofa del testo con tono sanguinario e declamatorio, l'incipit di un rituale autolesionistico (“Bleeding from my face where i pulled it apart, sliced off an ear, drinking gasoline to start” trad. “Sanguino dal volto da dove ho appena tagliato un orecchio, avendo bevuto della benzina prima di iniziare”). Il riff principale possiede un tocco dei primi Sepultura, ma è il crescendo della batteria a creare la giusta attesa prima della partenza; il ride diventa il counter di un tempo ostinato in ottavi che segna l'inesorabile diffondersi dell'insanità mentale. Ad arricchire il tutto sono poi i veri e propri stupri ripetuti sui floyd rose delle chitarre, che con fischi e tremolii conferiscono allo sviluppo del brano un'atmosfera degna di film horror sullo stile di “Non Aprite Quella Porta”. La furia del death metal standard viene qui momentaneamente messa da parte per lasciare spazio ad un macigno di lentezza possente, dove le note in bending e gli accenti di batteria scandiscono in maniera metaforica le gocce di sangue che colano a terra, una traccia quindi coinvolgente e morbosa allo stesso tempo. Sullo stesso registro si colloca la titletrack Tourniquets, Hacksaws and Graves, solo che questa volta la lentezza viene usata come espediente da alternare a passaggi molto più dinamici e claustrofobici. La batteria di Reifert è costantemente lineare e pochi sono i cambi di tempo su questo brano; l'inizio è lento solo per pochi giri, dopo i quali si passa ad un quattro quarti scandito e martellante. Il testo viene steso sulla musica attraverso incisi rapidi e gutturali: un assassino si accinge ad accumulare nel suo scantinato nascosto tutte le vittime sulle quali inveirà successivamente con i suoi arnesi quali le pinze emostatiche ed il seghetto (“No one else come here, just victims that i bring, chloroformed and bound, another bloody offering” trad. “Nessun altro vene qui, solo le vittime che porto, anestetizzate con il cloroformio e legate, un'altra sanguinante offerta”); una nuova chicca di follia sonora per soddisfare ogni istinto malsano. Il finale poi si mostra davvero vincente, proponendo un costrutto doom death metal sul quale vi stanzia un assolo speed ricco di delay, poco prima che la canzone finisca con Reifert che urla la parola che da sola definisce tutto il death metal: “Graves”.The Howling Dead inizia invece con un crescendo malsano e sulfureo: i powerchords di chitarra serrati creano di nuovo un costrutto ricco di suspence su cui la voce alterna un parlato a delle urla effettate e malvagie, molto sullo stile di “Sign Of An Open Eye” dei Gorgoroth per intenderci; ad 1:20 parte una nuovo sferzata di zolfo, la traccia infatti si struttura su una partitura di batteria ricca di contrattempi e pause, tanto che in questo frangente sembra quasi un brano stoner, con le chitarre intente a sfoderare un main riff in puro stile sabbathiano condensate da un sound basso e pesante. Molto interessante è il connubio fra atmosfera truculenta ed il sound istintivo ed ispirato in puro stile anni settanta, più che gli Autopsy sembra infatti di sentire i Weedeater in piena allucinazione dopo aver guardato un film splatter. Anche il testo, pur rimanendo marcatamente death metal, si tinge ti una nebbia spiritica, quasi come se Reifert stesse invocando i maligni spiriti di una tribù cannibale (“Spirits from beyond the black, they are three, they are true death, they are hate, despair, disease, awakened by the gore to manifest, awakened by the gore” trad. “Spiriti da oltre l'oscurità, sono tre, essi sono la vera morte, sono l'odio, la disperazione ed il disagio, risvegliati dalla truculenza per manifestarsi, risvegliati dalla truculenza"), nemmeno ai fan dei Black Sabbath più accaniti dispiacerà questa reinterpretazione extreme della scuola che fecero i loro idoli. Gli amanti dei Death come il sottoscritto troveranno la loro ambrosia ascoltando After The Cutting, come si accennava all'inizio Reifert è stato il batterista di “Scream Bloody Gore” ed in questa traccia si riscontrano tutti gli effetti di questa esperienza. Il tempo parte subito lineare e serratissimo senza tanti compromessi; immaginate di svegliarvi di notte per andare in bagno e a tentoni nel buio vi arriva una mazzata al viso senza che ve lo aspettiate, l'effetto è più o meno lo stesso, che tradotto in termini di metal estremo si traduce come una missione più che compiuta. Non manca comunque un cambio a 1:24, che conferisce allo sviluppo un andamento più marziale; in questo punto viene dato modo alle chitarre di eseguire dei passaggi ricchi di armonici per creare uno stacco ed ampliare la struttura generale del brano. Questo però è un brano influenzato dai Death e la ripartenza arriva puntuale a 2:05, dove la batteria riprende a martoriare i propri pezzi allo stesso modo in cui il su citato maniaco (preso anche come soggetto principale dell'artwork del disco) si amputa parti del corpo (“Mortal wounds blooming wet, the work of the thirsty blade, after the cutting my eyes see the death, layers of meat peeled away” trad. “Ferite mortali si aprono umide, sotto il lavoro della lama assetata, dopo il taglio i miei occhi vedono la morte, brandelli di carne strappati via”). Questa traccia risulta decisamente più old school e priva di novità effettive ma paradossalmente questi sono gli Autopsy che più amiamo e che convincono maggiormente. Sulla stessa scia si colloca poi Forever Hungry, dove la vena shuldineriana pulsa fino al suo apice; l'influenza degli autori di “Leprosy” qui è davvero lampante, la furia, la potenza ed il “marciume” di quei dischi così underground viene qui riproposta da un Reifert ormai cresciuto e diventato un vero esperto di metal estremo. A condurre il tutto è un fraseggio di chitarra, malato e folle con anche uno spunto di black metal in quanto ad esecuzione: poche note suonate a pennate velocissime e serrate (pensate tranquillamente al main riff di “Transylvanian Hunger” dei Darkthrone per avere un'idea) sotto le quali imperversano una batteria unicamente dominata dalla velocità ed una voce ricca di eco che quasi ricopre tutto il resto della canzone. Le parole infatti sembrano urlate all'interno di un enorme stanza oscura, dove a sentirsi maggiormente sono le parole pronunciate con maggiore enfasi ed il growl più roco. Un'orda di cannibali zombie sta per invadere la terra richiamati dall'odore del sangue ed il cantato qui sembra essere il corno che chiama questi mostri ad adunarsi (“The living are dead, the dead are living, to satysfy the craving they are giving, one by one all will fall, this is the answer to the blood call” trad. “I viventi sono morti, i morti vivono, si stanno offrendo per soddisfare la loro brama, uno ad uno moriranno tutti, questa è la risposta alla chiamata del sangue"). Per fare un paragone con la band di Fenriz lo schema di questo brano ci riconduce più all'era di “Soulside Journey”, un death ricco di oscurità ed atmosfera davvero affascinante, qui riproposto come variante al sound generale degli Autopsy. Se volete farvi esplodere le orecchie, invece, date pure il play a Teeth Of The Shadow Horde, l'attacco di questo brano è una vera e propria claymore che detona a dieci centimetri di distanza da voi; un brano estremo e crudo fin dai primi secondi, ideale per tutti gli amanti più oltranzisti del genere. Il riff di chitarra è imponente e trascinante, un invito all'headbanging che non si può rifiutare, mentre la batteria spinge il tutto come un motore a carbone di un macchinario inarrestabile. Di sicuro questo brano durante i concerti scatenerà un pogo a dir poco violento, ma del resto, se il gruppo si chiama Autopsy, bisognerà ben metterci qualcosa sui tavoli degli obitori. Da manuale è il mid tempo centrale, dove le chitarre si sciolgono su un riff nuovamente più doom portando l'ampiezza del bending fino quasi alla soglia di rottura delle corde; tutto il brano gioca su questo alternarsi tra velocità inverosimili e break in stile Candlemass, utile tanto per spiazzare l'ascoltatore di fronte allo stereo quanto per far respirare un attimo i fan immersi nella mischia ai loro concerti. Il tema del testo verte di nuovo sull'oscurità maligna, l'orda delle ombre sta preparandosi ad azzannare ogni essere umano che si troverà sul proprio cammino; come la proverbiale quiete prima della tempesta una strana calma precede il vero e proprio pandemonio (“The sun has turned black, the shadows have come, pulverized bones and skulls will be one, the shadows are free, releasing the plague, al of the venom and volatile hate” trad. “Il sole è diventato nero, le ombre sono giunte, ossa e teschi polverizzati saranno un tutt'uno, le ombre sono libere di diffondere il contagio, tutto il veleno e l'odio nell'aria”). Per gli umani non c'è più scampo, gli Autopsy travolgeranno tutto e tutti senza distinzioni. Si arriva all'interludio; All Shall Bleed si presenta come una vera e propria trenodia per il mondo ormai destinato a marcire. Nella traccia vi sono infatti solo le due chitarre armonizzate di Cutler e Coralles ad eseguire un riff tombale e funereo; poche note a predominare il motivo della melodia, ripetitivo ed inesorabile quanto il silenzio ad un corteo funebre. Verso la fine inoltre viene aggiunto un effetto a frequenze smorzate a conferire un disturbo che quasi ci aliena durante l'ascolto. Per quanto breve questa parentesi si rivela decisamente efficace e ricca di pathos death metal. Segno di quello che si può fare con le sole chitarre, come del resto fecero i Death con “Voice Of The Soul”. Ma è con Deep Crimson Dreaming che gli Autopsy propongono la loro traccia più eclettica: una canzone dal gusto decisamente nostalgico, quasi depressive, con un tempo lento e cadenzato di batteria ed un fraseggio di chitarra e, udite udite, una partitura di pianoforte suonata dallo stesso Coralles. L'inizio sembra però arrivare da un album degli Slayer, i floyd rose delle chitarre vengono nuovamente martoriati per produrre fischi e rumori assordanti, ma invece di una partenza al vetriolo parte invece un mid tempo melodico. E' a 3 minuti esatti di canzone che il brano cambia totalmente stile: il basso distorto di Allen si lancia in un break dal gusto punk, prima di una ripresa sempre doom oriented; questa volta però ad essere richiamati alle orecchie sono i Cathedral di Lee Dorian, un ultimo cenno di ripresa alla melodia accompagna il brano al finale, poco prima che essa venga interrotta di netto dall'ultimo straziante urlo di Reifert. Se la traccia ha per testo una serie di frasi deliranti e sconnesse ("I ride in a eternal dream, we see the boring death, i bleed in darkness" trad. "Cavalco in un sogno eterno, guardiamo la noiosa morte, io sanguino nell'oscurità"), quasi ermetiche alla comprensione come sono del resto le immagini che si susseguono all'interno dei sogni, questo sbraito decisivo irrompe inaspettato a farci deflagrare i timpani; un urlo secco, roco e quasi nauseato, come quello di un morente che sta per lasciare il mondo a seguito di un trauma violento. Una traccia decisamente controversa per i fan degli Autopsy, che merita magari qualche ascolto in più per essere metabolizzata e compresa in tutto il suo valore. L'atmosfera torna a caricarsi di ineluttabilità con Parasitic Eye, l'alone doom non abbandona la band americana ma sull'inizio di questa canzone il tutto si carica anche di un tocco solenne e fiero, quasi epico, fornito dagli accordi pieni della chitarra ritmica sui quali la solista stende leggero, quasi dipingendo, un fraseggio di pregevole fattura. Gli Autopsy comunque vogliono ribadire che sono dei veri pionieri di metal estremo, non passa molto tempo infatti che la batteria di Reinert entra incalzante con un tupa tupa di quelli tanto cari a noi amanti del thrash death metal. Purtroppo, col senno di poi, la parte più grintosa del brano si rivela essere la meno riuscita se confrontata con l'inizio ed il riff in solitaria sul finale, per quanto potente sia la voce del buon drummer (coadiuvato in tutto il disco da Cutler come seconda voce) il costrutto complessivo risulta troppo caotico; forse una struttura più lineare orientata sul death metal standard avrebbe reso maggior giustizia all'idea generale del pezzo. Il tema del testo riguarda nuovamente un atto di autolesionismo, un occhio, appena estrapolato dall'orbita con un gancio inizia ad infettarsi (“I cut it out, the wound was deep” trad. “L'ho strappato via, la ferita è profonda”); forse la confusione generale della strofa è atta a ricreare lo shock post-traumatico seguente all'amputazione, se così fosse questa traccia andrebbe rivista sotto un'altra luce, ma a conti fatti l'inizio ed il finale sono gli unici due elementi che caratterizzano questa canzone, che per la restante parte lascia abbastanza indifferenti; anche quando si è gli Autopsy, qualche brano sottotono può uscire. Ributtiamoci a capofitto nel death doom con la seguente Burial, mai altro titolo si rivelerebbe più ideale. Gli Autopsy qui adottano la scelta vincente tipica di band sludge come i Crowbar: essere potenti non con la velocità ma con la lentezza e l'avanzare cadenzato; anche la voce di Reifert qui abbandona lo screaming per darsi totalmente ad un growl gutturale e cavernoso, atto a conferire una tinta ancor più nera ad un pezzo già tombale di per sé. Per tutta, o quasi, la canzone infatti la ritmica si costituisce interamente di accenti, seguiti dalle pennate in palm muting delle chitarre, davanti agli occhi abbiamo quindi un morto vivente che lentamente trascina le proprie gambe, o quel che ne resta, verso la sua fossa dove potrà tornare a putrefarsi, tema che del resto viene raccontato nelle liriche del brano (“A portrait of death, unmoving you are, this soil is your master, these walls are eternal” trad. “Un ritratto della morte, ormai giaci immobile, questa terra è il tuo padrone, queste mura sono eterne”). Solo nel finale il gruppo si abbandona ad una sferzata thrash velocissima, ma la durata di questa sezione è talmente breve che poteva tranquillamente essere evitata, per quanto convincente sia: l'impressione che ne si ha dall'esterno è quella di una bozza di pezzo non ben sviluppata ma che comunque vuole essere conservata e viene quindi agganciata ad un altro pezzo diametralmente opposto come composizione. Salvo questa pecca comunque “Burial” si rivelabuna buona martellata doom death. Si arriva alla conclusione con Autopsy; quella che si potrebbe dire l'auto celebrazione del ritorno a tutti gli effetti di una band che, anche se rimasta in secondo piano rispetto ad altri nomi più affermati, rappresenta comunque un tassello fondamentale del metal estremo. L'inizio è marziale, con la batteria intenta a crear sui timpani e sui tom un vero e proprio ritmo di guerra prima di partire con un ostinato sul ride; il riff di chitarra possiede tocco decisamente interessante, sembra quasi uscito da un riff pagan death degli Einerjher, ma questa è solo l'introduzione al massacro finale dell'album. Ad esattamente 1:32 parte il tempo lineare e spaccaossa, quello che vi farà sicuramente pogare a più non posso anche in casa vostra, interrotto solo da un breve break di chitarra per poi riprendere senza freni. Un tempo quasi punk sostiene il brano, anche il ritornello, la parola “Autopsy”, viene sillabata e scandita al dettaglio su tre accordi in modo da restare impressa nella mente. Il testo della canzone è una vera e propria dichiarazione di intenti della band, che non solo afferma chiaro e tondo di essere nuovamente pronti a scalare la vetta verso l'olimpo del death metal ma minaccia chiunque derida questo obiettivo (“Can you hear the funeral bell, ringing in your ear, falling crawling, the casket calling, you're just a mass of burt decay” trad. “Riesci a sentire la campana funeraria che ti suona nell'orecchio, cadendo, strisciando la bara vi chiama, siete solo una massa di putrefazione bruciata”). L'autopsia verrà quindi applicata a qualunque cosa compimento del rituale estremo che Reifert e soci portano avanti da anni con la loro musica e per cui ogni cadavere rappresenta una ricompensa.



Un'altra tacca sul fucile quindi per la band americana, magari non il loro capolavoro supremo ma di sicuro un album che consolida una band rinata e pronta a farsi nuovamente sentire.  “Tourniques, Hacksaws and Graves” contiene tutti gli elementi che caratterizzano non solo gli Autopsy ma il death metal in toto: ci sono infatti sia parti velocissime che parti lente, follia e sperimentazione, tutto ciò di cui un ascoltatore ha bisogno per poter apprezzare e capire questo album. La produzione stessa infatti è volutamente “retrò” in modo tale da regalare un album che anche nel 2014 possa esprimere quelle sensazioni che da sempre sono tipiche dell'underground estremo anni novanta. Gli ascoltatori di vecchia data del genere apprezzeranno di sicuro questo nuovo disco degli Autosy, per chi ancora non li conosce invece rappresenta un ottimo biglietto da visita.


1) Savagery      
2) King of Flesh Ripped      
3) Tourniquets, Hacksaws and Graves   
4) The Howling Dead      
5) After the Cutting      
6) Forever Hungry     
7) Teeth of the Shadow Horde    
8) All Shall Bleed       
9) Deep Crimson Dreaming     
10) Parasitic Eye      
11) Burial    
12) Autopsy