AUTOPSY

All Tomorrow's Funeral

2012 - Peaceville Records

A CURA DI
CHIARA MOSCATELLI
03/02/2012
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

A 23 anni di distanza dal loro primo album gli AUTOPSY, Death Metal band californiana, hanno ancora moltissimo da dire. A dispetto di un periodo di pausa che li ha visti distanti dal 1995 al 2009, i tre della formazione originale hanno deciso di celebrare, assieme ad una nuova aggiunta, il bassista Joe Trevisano, i successi riportati negli anni passati, con un album, All Tomorrow's Funerals, in uscita il 20 Febbraio. Racchiuderà dei re-recording dai loro EP, rimasterizzazioni di classici della band e nuovi brani registrati nel 2011, per un totale di 22 pezzi e 73 minuti circa di delirio puro. A tenere le redini sono, come negli anni passati, Danny Coralles ed Eric Cutler alla chitarra e niente meno che Chris Reifert alla batteria ed alla voce (già, QUEL Chris Reifert).

L'album si apre col brano omonimo, di 5:14 minuti, in cui una mini introduzione di venti secondi crea un mood cheto quanto il pre-tempesta deve essere che viene poi sbaragliata da una vocalità assordante e da una batteria frenetica. Il brano prosegue sullo stesso tracciato con riff ripetitivi ed assoli caracollanti come rotolassero giù da una collina. Tutto si amalgama a dir poco magnificamente. I primi due minuti e quaranta secondi scorrono in un sorso avvincente fino ad un piccolo intermezzo vocale che culmina in un urlo lancinate, coronato da chitarra e basso paranoidi ed una batteria che impuntura la base della canzone come una cucitura sartoriale. Il ritmo rallenta, dei sibili si fanno strada nella melodia tormentosa, urla di dannati.

Il secondo pezzo, "Broken People" (3:55 min), sin dall'impatto iniziale risulta ben strutturato, veloce, incisivo nell'articolazione della linea melodica e della tecnica batteristica. I primi venti secondi circa risultano totalmente affascinanti e ben studiati. Un cambio di tempi e melodia all'ingresso della voce si riscioglie in un ponte simil introduttivo in cui si abusa piacevolmente del vibrato. Il pezzo si muove contemporaneamente su due file di binari, che si incontrano in incastri di tempi lenti e melodie schizofreniche. In entrambi la chitarra e la batteria fanno da protagoniste. La voce si omologa, si compatta quasi totalmente alla melodia entrando a far parte degli strumenti nel modo più efficace possibile. Un assolo convulso di circa venti secondi viene sapientemente inserito appena prima del verso finale, troncato bruscamente al termine del pezzo.

Il pezzo seguente, "Mauled To Death" (4:27 min), assume da principio connotati ritmicamente rigidi, di una sorta di semplicità articolata, molto più cauta delle precedenti e forse proprio per questo carica di un'ansia ben più marcata. Un breve ponte crea un distacco ad effetto dal tema principale con un gioco altalenante ed accattivante.

I riff si susseguono complessi, su un letto ritmico variegato ma rigoroso. Come negli altri casi, l'assolo si palesa solo verso la fine del pezzo ed è breve ed incisivo quanto deve.

Il quarto pezzo, "Maggot Holes" (2:56 min), si apre con un'atmosfera violenta, fusione di strofa ed introduzione in un'unica marcia scandita e solennemente ruvida. Le urla che si susseguono simulano il dolore ed il tormento della carne rosicchiata da larve affamate.

Il pezzo seguente, "The Tomb Within" (3:43 min), si dipana da un roboante alternarsi di chitarre, in un crescendo volumetrico che culmina nello straziante urlo di Chris oltre che nei soliti riff fibrillanti. Un assolo (stavolta praticamente all'inizio del pezzo) precede la seconda strofa ed un ponte dai toni discordanti e molleggiati che s'insinuano nella testa constringendola ad ondeggiare lentamente a tempo. La strofa successiva torna all'agitazione precedente e culmina in un agghiacciante urlo conclusivo.

In "My Corpse Shall Rise" (4:18 min), sesto brano, una prima chitarra sola sembra evocare la seconda e la batteria tramite un riff dai toni necromantici. Assieme, infatti, esse si ricongiungono in un'intermittenza che, sfociata in un urlo, si rigenera nella melodia introduttiva. Si rincorrono e si sostituiscono nel filone principale del pezzo, caotico, perfetto per un pogo scatenato. Di nuovo la melodia iniziale si ripete. La voce l'attraversa solenne, roca, perentoria. Le urla prendono il sopravvento sul resto del pezzo. Deliri scomposti, emotivi, gutturali, pongono fine al brano.

Il settimo pezzo, dal titolo "Seven Skulls" (3:06 min), risulta fortemente accattivante ed articolato quanto basta sia nella porzione introduttiva che all'ingresso della voce. Un cambio radicale di forma porta ad una melodia ridondante e riecheggiante, che rimpalla piacevolmente l'orecchio da una ripetizione all'altra. Ricondotto al riff precedente, l'ascoltatore percepisce delle variazioni radicali piacevoli e mai noiose, trascinanti. È ben poco audace il cambiamento, ma è senza dubbio preciso ed architettato come si deve, nel susseguirsi di brevi e frequenti variazioni.

L'ottava traccia, "Human Genocide" (3:05 min), dalla partenza più che movimentata, mantiene a lungo un registro impegnativo, batteristicamente articolato e melodicamente solido. All'ingresso della voce il ritmo cambia, per poi lanciarsi in variazioni vicine e concitate, animate da una vera e propria fame di suono, una foga da dita che sanguinano.

L'assolo attorno ai due minuti e cinquanta viene avallato da una vocalità iper virile, iper rigida e rabbiosa. Tutto il pezzo è pervaso di un vibrante senso di tensione che lo rende gustoso ed altamente apprezzabile.

Il pezzo seguente,"Mutant Village", è il più lungo dell'album con i suoi 5:52 minuti, i primi cinquanta secondi dei quali sono impegnati nella creazione di una lugubre aura carica d'elettricità. Il pezzo si regge su di una struttura lenta, meticolosa e circolare. La voce cavernosa vi passeggia sopra pestando i piedi. Dal quarto minuto circa un'accelerazione lascia presagire uno scatenarsi atomico che viene però sedato in un richiamo alla melodia precedente e lasciato deflagrare solo a quindici secondi dalla fine.

La decima traccia, "Horrific Obsession" (4:31 min), è grintosa nell'approccio ed aggressiva nello sviluppo della linea melodica. Cadenze ritmicamente sostenute si alternano a movimenti burrascosi: come un controcimento spasmodico i riff si ritraggono e si allungano alterando la struttura del pezzo che, elastica, si riassorbe per poi distendersi. Dai tre minuti e quaranta, una chitarra filo orientale e sinuosa irrompe in un assolo frenetico, velocissimo, di circa dieci secondi, che annienta quanto fino a quel momento era stato il tenore del pezzo fino a farlo spegnere del tutto.

L'undicesima traccia, "Feast Of The Graveworm" (3:27 min) si sotiene sin dal principio su di un ritmo galoppante, singhiozzato. La voce mantiene una linea unificatrice sotto la quale si articolano i tamburi battenti e la chitarra altalenante. Al minuto e dodici il ritmo varia radicalmente aumentando esponenzialmente di velocità (questa stanza contiene un assolo in due puntate) ed assumendo un sapore Wagneriano, nel quale non è difficile assimilare il rumore dei piatti alla bacchetta d'un direttore d'orchestra e la melodia ad una cavalcata di divinità nordiche.

"Funerality" (2:52 min), brano seguente, sboccia lentamente da un etere funereo, melodia in potenza che diviene presto atto vocale. Verso il minuto esplode per poi riassorbirsi in una prigionia pulsante, una carica tale da tendersi fino a creparsi, che lascia colare dalle ferite un sugo di strazio ed arabeschi vorticosi.

Il tredicesimo pezzo, "Fiend For Blood" (0:25 min), è letteralmente una bomba: rapida nell'esecuzione e nel tempo materiale riservatole, è un concentrato d'energia che non resta inesplorata ed in tensione ma si compie totalmente.

Il quattordicesimo brano, "Keeper Of Decay" (2:23 min), rivela sin dall'inizio una grinta mastodontica, che per circa 30 secondi monopolizza l'attenzione dell'ascoltatore con un caos ordinato, attraente, che picchietta il cervello senza sosta fino ad un cambio accattivante (dove il basso la fa da padrone) che si rituffa nel veloce e nel lento con variazioni sequanziali, dal leggero sapore etnico prima e dalle radici sanguinolente poi, che s'insinuano per tutto il pezzo fino al brusco termine.

La traccia seguente, dal titolo eloquente di "Squeal Like A Pig" (3:43 min), si mantiene tale nel linguaggio musicale. Basta chiudere gli occhi per figurarsi il percorso di una lama nella carne (nella velocità dell'affondo prima, nella lentezza del trascinarla poi). I cambi che si susseguono a cadenze abbastanza regolari, un ritorno sui temi principali, enfatizzano una dicotomia fra lentezza e velocità, coesistenti, parallele, che mai s'incrociano. Dal minuto e cinquanta una variazione leggermente fuori tema riconduce in melodie più coerenti col resto del brano ma comunque vaghe, non tanto dure quanto ci si aspetterebbe, anche nell'assolo finale ai tre minuti e venti circa. Nel complesso il brano risulta comunque di ottima qualità, ma permeato di una discontinuità a tratti disorientante che dà la sensazione di trovarsi difronte ad un embrione di idea non totalmente sviluppata, come se mancasse il quid per rendere l'opera totalmente compiuta ed integrane le varie componenti.

"Ravenous Freaks" (2:23 min), sedicesimo brano, si apre con una struttura ondulante, (ripetuta due volte) dal sound accattivante ed energetico, puntuato dalla solita regolarità e da un maniacale bisogno di concordanza fra tutti gli strumenti, col risultato d'un insieme da danza macabra. La sua evoluzione naturale è un crescendo di colpi ed una freneticità sconfortante, intervallata da piccoli ponti (uno pre-assolo) creati al solo scopo di aumentare la tensione che permea il pezzo. Un breve e strategico ritorno al riff introduttivo farebbe presagire un richiamo che non c'è, e l'accenno si lancia completamente in un breve baccanale conclusivo. L'effetto sorpresa (o sconforto) è uno dei pilastri della meravigliosa architettura di questo pezzo.

Il brano seguente, "A Different Kind Of Mindfuck" (0:47), è un breve (con somma gioia dei deboli di stomaco) monologo proprio su ciò che viene descritto dal titolo, musicalmente poco articolato data anche la durata del pezzo: consta infatti di un unico riff abbastanza disteso, dai toni solenni. Invito chiunque abbia sangue freddo ad ascoltare bene le parole.

"Dead Hole" (2:30 min), il pezzo seguente, deflagra improvvisamente sin dal prncipio. L'ascoltatore viene pervaso da un'energia vibrante ed istantanea che, verso i venti secondi dal principio, si trasforma in un serpeggiare sinuoso, per raggiungere poi velocità altalenanti, tamburi battenti e febbricitanti, e di nuovo spire che si stringono attorno ad una melodia scivolosa. Un'esplosione chitarristica verso il minuto e quaranta, un gran bell'assolo, rallenta in sfumature interiori, emotive, coinvolgenti, per rilanciarsi in una brevissima accelerazione pre conclusione. Il tema trattato è quello della necrofilia (come negli altri casi il titolo è abbastanza evocativo) che assume in alcuni versi delle sfumature morbosamente romantiche in un attaccamento totale del protagonista all'unica donna capace di dargli piacere, anche dopo la morte. ("The ecstasy you bring is unsurpassed/Forever be my whore" - "L'estasi che mi provochi è senza pari/Sii per sempre la mia puttana").

Il diciannovesimo brano, "Retribution For The Dead" (3:54 min), si propone come un pezzo trascinante e trascinato. La melodia principale è di una lentezza tale da consentire la generazione di un'aura apocalittica su cui la voce trascina vocali urlanti ed innaturalmente posate. Un assolo acuto e stiracchiato rinnova e amplifica il sentimento di grazia mortuaria principiato dai riff precedenti. Il ritorno alla voce è come osannato dalla melodia trattenuta, ogni nota della quale viene marcata, spinta, affondata come unghie nella pelle. Il ritorno alla strofa è leggermente più sostenuto ma comunque omologo al resto del brano. Verso i tre minuti e venti il brano raggiunge la velocità maggiore, riuscendo comunque a mantenere il tenore di oscura fascinazione creatosi precedentemente grazie alla lentezza della melodia.

Il ventesimo pezzo, "Destined To Fester" (4:30 min), si apre con un riff sincopato davvero avvincente, a cui segue una riflessione di tamburi battenti su un letto chitarristico da brividi. La ripresa di un riff lento risucchia l'ascoltatore in una dimensione ascetica, ipnotica, coadiuvata dall'ingresso della voce, che descrive un dolorosissimo processo antropofagico operato da larve carnivore. Al minuto e quaranta la melodia cambia radicalmente ed il basso prende il sopravvento per qualche secondo, riunendosi poi con chitarre e voce in un pianto di dolore squarciante, coronato da un mini assolo acido e lamentoso. Ai tre minuti e cinque secondi circa un cambio non troppo radicale di rotta ci porta nella terra del doppio pedale e del fast picking per poi innalzarsi in un assolo furente ed un puntuale ritorno, sul finale, al riff precedente.

Nel ventunesimo brano, "In The Grip Of Winter" (4:05 min), una voce biascicante descrive una lotta estrema per la sopravvivenza fra i ghiacci, dove la melodia si omologa al tentativo di farsi strada fra gli incubi causati dall'assideramento. Prima la lentezza del trascinarsi fuori dall'oblio, poi il martellare: i veloci assoli della paranoia, della pelle che si stacca dai muscoli e brucia dal freddo. Al secondo minuto e quarantacinque una melodia lenta, ansiogena, rende l'aria frizzante carica d'un presagio di morte, a cui s'aggiungono, esplodendo, le urla sofferenti del morente e poi una chitarra acuta, veloce, lamentosa, sola su uno sfondo desolante e desolato. A qualche secondo dalla fine un ritmo sostenuto segna l'ultimo respiro.

L'ultimo brano dell'album, "Sign Of The Corpse" (0:54 min), è sibilante, paranoide, decisamente schizofrenico. La voce è risucchiata, un nastro all'inverso. Le urla gutturali, i versi e la chitarra si confondono in un insieme indecifrabile, che va ascoltato cogli occhi chiusi ed assaporato nella sua brevità. Facendosi totalmente assorbire da questo pezzo si può scegliere se lasciar cedere le membra ad un rilassamento totale o se lasciarsi pervadere da contrazioni, brividi di orrifica soddisfazione.

Nel complesso, vista la concordanza fra i pezzi e l'abilità nel remissaggio dei brani del loro glorioso passato, gli AUTOPSY ci regalano un vero capolavoro per gli amanti del genere, dai ritmi variegati e mai banali, interessante sotto tutti i punti di vista. Averlo sarà d'obbligo.


1) All Tomorrow's Funerals
2) Broken People
3) Mauled to Death
4) Maggot Holes
5) The Tomb Within
6) My Corpse Shall Rise
7) Seven Skulls
8) Human Genocide
9) Mutant Village
10) Horrific Obsession
11) Feast of the Graveworm
12) Funerality
13) Fiend for Blood
14) Keeper of decay
15) Squeal Like a Pig
16) Ravenous Freaks
17) A Different Kind of Mindfuck
18) Dead Hole
19) Retribution for the Dead
20) Destined to Fester
21) In the Grip of the Winter
22) Sign of the Corpse

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