RAY

Ray (Soundtrack)

2004 - Rhino/Atlantic/Warner

A CURA DI:
Andrea Ortu
Fabrizio Iorio

DOPPIATORI:
Paolo Marchese

MUSICA DI SOTTOFONDO:

DATA RECENSIONE:
15/03/2020

TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

I Sogni, quelli davvero belli, sono sempre un po' folli

(Ray Charles)

Alcuni artisti, insegna la Storia, sono in grado di cambiare per sempre la nostra percezione della realtà, la forma che noi stessi diamo al mondo e alle persone che ci circondano. Uno di questi, tra i più grandi della storia recente, è universalmente conosciuto come Ray Charles Robinson, per tutti semplicemente Ray Charles, padrino non solo di un modo di fare musica mai ascoltato prima d'allora, ma soprattutto di una forma mentis del tutto inedita, figlia di una nuova epoca e destinata a ridefinire per sempre i contorni della società. Ma qual è il contesto storico e culturale che ha permesso a un genio come lui di modificare le fondamenta culturali del nostro tempo? Per comprenderlo, dobbiamo fare un lungo passo indietro. La musica contemporanea, in ogni sua forma e sfumatura, è la diretta erede di uno dei secoli più turbolenti della storia: il '900. Elementi compositivi, sensibilità poetica, definizione estetica, ogni cosa affonda le sue più dirette radici in quell'immane turbinio di guerre e lotte sociali, di inimmaginabili progressi tecnologici, di meraviglie ed orrori, anche perché, a raccontare quest'epopea senza precedenti, sono stati soprattutto musicisti e compositori, protagonisti assoluti di una scena artistica capace per la prima volta di parlare alle masse, senza distinzione di ceto sociale e non più schiava di limiti geografici. A dominare culturalmente questo secolo turbolento, lo sappiamo, sono stati gli Stati Uniti d'America, ma non per una semplice questione di predominio economico e militare... non solo, almeno; soprattutto, è stata la natura più profonda e caotica di quella nazione così giovane, a piantare i semi di frutti sconosciuti e inaspettati. Dopotutto, da quando l'essere umano ha abbandonato le caverne, ogni nuova forma d'arte è nata dall'incontro, ogni dinamica significativa dallo scontro, e ogni nuova visione dallo scambio e dall'ibridazione, oltre che dall'esperienza. L'America ha saputo offrire tutto questo su un piatto tanto ricco quanto insanguinato, come ancora una volta insegna la storia. Il grande calderone statunitense ha permesso a culture ed etnie spesso completamente differenti di scontrarsi e di incontrarsi, di odiarsi e di mescolarsi, dando luogo alle differenze sociali più marcate e crudeli della nostra epoca, ma anche ad un'esplosione creativa senza precedenti, fisiologica reazione di quel mondo a un sentimento di rivalsa primordiale ed incontenibile. Le radici del sound americano affondano su una terra popolata da avventurieri, tagliagole, nuovi ricchi e squali della finanza, migranti in cerca di fortuna e, soprattutto, schiavi. Agli inizi del '900 gli afroamericani, eredi di uomini e donne costretti per secoli ai più terribili soprusi, sono liberi sulla carta, ma vittime di fatto d'ingiustizie e discriminazioni, legalmente sancite dal fenomeno tristemente noto come "segregazione". Per i ragazzi neri di allora era quasi impossibile riuscire a sfuggire una vita di miserie e privazioni, un buco nero che per la stragrande maggioranza di loro significava la scelta fra un lavoro degradante, senza possibilità di risalita sociale, e il mondo della piccola criminalità. C'era tuttavia una terza scelta, per coloro baciati dal talento: la musica. Quant'è vero il detto "necessità fa virtù"! Alla prima metà del ventesimo secolo, praticamente ogni novità inerente la musica popolare è figlia delle classi americane più disagiate e reiette, per la gran parte di colore. Se infatti il mescolamento fra genti del Vecchio Mondo aveva dato luogo a sonorità peculiari, ma tutto sommato riconducibili ai canoni del folk europeo, la comunità afroamericana aveva saputo trarre lo stretto indispensabile dall'incontro-scontro con l'uomo bianco, per poi però fonderlo con le sue ritmiche, i suoi canoni armonici, melodici e spirituali, dando vita a qualcosa di completamente differente e mai visto prima, né in Africa, né in Europa. Il Jazz, il Blues, e in seguito il Rock 'N' Roll, il Soul, l'ibridazione con il Gospel e il sodalizio con il Country: ad un certo punto tutto questo ha avuto nella figura di un singolo uomo, Ray Charles, la sua grande chiave di volta. Se pensate che essere un musicista nero nell'America della segregazione post-bellica fosse dura, be', avreste perfettamente ragione, ma immaginate di essere un musicista nero e cieco, nell'America della segregazione post-bellica. A ventunesimo secolo inoltrato, non vedenti e disabili combattono ancora una quotidiana battaglia per l'inclusione sociale, perfino nelle nazioni sviluppate; immaginate quale potesse essere, quindi, il destino per un non vedente di colore nell'America di fine anni '40. Eppure, Ray Charles non solo ha saputo ritrovare un equilibrio con se stesso e con il mondo, ma è riuscito nell'impresa di diventare uno tra i più grandi artisti della nostra epoca, anche perché, come disse lui stesso con quel suo singolarissimo sarcasmo: "[FEDERICO] non ho mai voluto essere famoso, volevo solo essere un grande". Nessun dubbio che sia riuscito ad essere entrambe le cose! In molti, ad oggi, hanno raccontato la vicenda umana e professionale di Ray Charles, ma solo un'opera è riuscita a raccontare la sua storia sia in musica che in immagini, un film del 2004 dal titolo perfetto, nella sua sintesi più assoluta: Ray, di Taylor Hackford e James L. White. Era l'anno della morte di Ray Charles. Autore di una sceneggiatura pressoché inattaccabile, nella sua gestione del ritmo, nonché tanto semplice quanto funzionale in quella della successione cronologica, White deve a questa pellicola una buona fetta della sua fama professionale, oltre che dei suoi futuri ingaggi. Per Hackford, invece, il discorso è piuttosto diverso. Il regista e produttore californiano è un esperto del settore, un professionista versatile, in grado di girare tanto commedie quanto film horror, action o drammatici, conosciuto e apprezzato per la sua solidità dietro la macchina da presa, piuttosto che per particolari qualità artistiche. Ricordato soprattutto per l'ottima trasposizione di Dolores Claiborne, di Stephen King, Hackford confeziona una grande biografia cui sebbene manchi l'autorialità dei grandi capolavori, almeno in termini di messa in scena, centra completamente l'obiettivo di raccontare una delle storie più affascinanti dell'ultimo secolo con la solidità e la pulizia formale che essa merita. La scelta del regista non è casuale, così come non lo è quella di Jamie Foxx, l'attore che interpreta Ray Charles, vera e unica star del film. Hackford è stato infatti produttore e coautore di "When We Were Kings", uno dei migliori documentari di sempre, incentrato su alcuni eventi della carriera di Muhammad Ali, mentre Foxx aveva recitato al fianco di Will Smith sul film del 2001 ispirato proprio alla vita del grande pugile. Proprio come Alì, anche Ray era ed è considerato una figura chiave della cultura afroamericana e della sua lotta per i diritti civili, e chi meglio di un regista e di un attore già cari a quel tipo di pubblico, per raccontare la sua storia? Jamie Foxx, peraltro ottimamente doppiato da Pino Insegno, porta su schermo una delle più grandiose interpretazioni della sua carriera, tanto è convincente sul piano emotivo, in ogni movimento, in ogni singolo tic; una performance che gli valse l'Academy Award come miglior attore protagonista, e un posto sicuro del Pantheon degli eroi hollywoodiani del popolo di colore, tale da convincere Tarantino, qualche anno dopo, a volerlo nella sua personale rivisitazione di "Django". Ma se Ray è una buona biografia e uno splendido ritratto storico, il Capolavoro del film è la sua colonna sonora... e non sarebbe potuto essere altrimenti! Premiata col suo meritatissimo Grammy Award, la soundtrack si chiama come lo stesso film, e proprio come il film riesce a trasportare l'ascoltatore non solo nell'America a cavallo tra anni '40 e '60, insieme terribile e bellissima, ma soprattutto nel profondo dell'animo dell'artista, e dell'uomo, che è stato Ray Charles: l'artista che ha saputo fondere sonorità diverse tra loro e ridefinire la percezione stessa della musica e degli afroamericani, certo, ma anche l'uomo tormentato dal suo passato, dalla morte del fratellino, dalla cecità e dalla dipendenza da eroina, i suoi amori e i suoi incubi. Un viaggio fatto di puro suono che ripercorreremo attraverso diciotto canzoni imperdibili, oramai storia indelebile della Musica tutta.

Sono nato con la musica dentro. La musica era una delle mie parti. Come le mie costole, i miei reni, il mio fegato, il mio cuore. Come il mio sangue. Era una forza che già avevo all'interno, quando sono giunto sulla scena. Era necessaria per me, come il cibo o l'acqua.

(Ray Charles)

Mess Around

-  Ok, ho una canzone, si chiama "Mess Around"

- Bel titolo, di chi è?

- È mia...

- Ah, è tua. Bene, cantamela.

- Cantare?

- Sì! Che vuoi, che legga le parole?

La colonna sonora di "Ray" parte solo dai primi, veri successi discografici della carriera di Ray Charles. Di conseguenza, saltiamo tutta la fase che vede l'artista come un Signor Nessuno in cerca di fortuna, quella che ne mette in luce la determinazione a farcela da solo nonostante il suo handicap, viaggiando in lungo e in largo sugli ultimi posti dei mezzi pubblici, com'era d'obbligo all'epoca per i passeggeri di colore. Saltiamo anche le prime serate in locali di bassa lega, l'incontro con un giovanissimo Quincy Jones, le vicende con i piccoli squali del settore, intenzionati a sfruttare il talento e l'ingenuità del musicista, e anche i brevi accenni al suo passato. In pochi minuti il film ci regala tutta la gavetta di Ray Charles e mette in scena i due grandi poli del suo animo tormentato: il senso di colpa per la morte del fratellino, quand'era solo un bambino, e la dipendenza da eroina, maturata tra i musicisti dei bassifondi. La cecità, no. Con quella, pare, Ray ha fatto pace già da un bel po', trovando il suo personale equilibrio e l'energia per farsi rispettare da tutti, amici e nemici. Partiamo invece dalla grande svolta di Ray, da quella sera magica in cui, in uno squallido appartamento ad Harlem, riceve la visita di un educato ometto dagli occhiali spessi ed un marcato accento turco. Ahmet Ertegun, co-fondatore dell'Atlantic Records, sta per cambiare per sempre la vita di Ray Charles. Per chi non lo avesse mai sentito, Ertegun è un nome che ha letteralmente fatto la storia dell'industria discografica, tanto che, per fare un elenco degli artisti da lui scoperti e portati al successo, occorrerebbe un libro a parte. Oltre a un'infinità di musicisti di colore tra cui The Drifters, The Coasters e The Clovers, la sua etichetta ha collaborato con leggende del calibro di B.B. King, Aretha Franklin e i Rolling Stones, e alla morte di Ertegun, nel 2006, i Led Zeppelin hanno onorato la scomparsa del discografico con un concerto da sogno, passato alla storia per le oltre 16 milioni di prenotazioni su ottomila posti disponibili. E questa, vi assicuro, è una sintesi estrema di ciò che Ahmet Ertegun ha rappresentato per la musica. Nel 1952 tuttavia, dopo anni d'insuccessi commerciali, l'Atlantic è a malapena ai suoi primi, discreti successi: un'etichetta in ascesa ma con tutto da dimostrare, ancora indistinta nel mucchio di pionieri che, nella ribalta della "musica nera", vedono la loro personale corsa all'oro. Ertegun e il suo storico collega, il produttore Jerry Wexler, intuiscono le enormi potenzialità di Ray Charles, ma ne scoprono anche i limiti: il manierismo, l'eccessiva leziosità nell'interpretare stilemi già pienamente collaudati, l'assenza di uno stile che sia completamente suo. Così, forti della loro esperienza con decine di musicisti R&B, iniziano a forgiarne il carattere artistico. La prima canzone davvero popolare di Ray è un pezzo scritto dallo stesso Ahmet Ertegun sotto lo pseudonimo di "Nuggy", un brano fortemente ispirato allo stile di Pete Johnson dal titolo Mess Around, letteralmente "trastullarsi", o, in questo caso, evocativo di qualcosa decisamente rock 'n' roll: fare un gran casino. È un brano estremamente semplice, orecchiabile, ideale all'esigenza dell'etichetta di far uscire il nuovo artista con una hit radiofonica, disimpegnata e di facile ascolto. Nonostante ciò, ed Ertegun lo sapeva benissimo, è la personalità unica di Ray a dare all'opera il valore aggiunto, l'impalpabile elemento che fa la differenza tra una canzoncina di passaggio e l'inizio di una leggenda. Il gioco del musicista regge tutto su due elementi: la voce calda, roca e sensuale, e la velocità. Il musicista sembra dare fuoco al pianoforte, tanto la sua performance è ruvida e concitata, una frenesia che è esattamente ciò che le nuove generazioni desiderano, figlie del boom tecnologico e di un nuovo stile di vita. Sullo sfondo, percussioni definite da spazzole e strumenti a fiato risuonano quasi di contorno, delineando ancora l'essenzialità, come vera chiave del brano. Solo le trombe riescono a spezzare per un attimo l'esecuzione del cantante, ma solo per rilanciarne la voce con ancor più enfasi, rocambolesca, nel descrivere una festa completa di barbecue di cui Ray è l'animatore, interlocutore diretto e senza filtri di un pubblico cui si rivolge ad uno ad uno: al ragazzo più scatenato sulla pista, alla ragazza di cui nota l'anello prezioso, e a tutti gli altri, cui raccomanda di saltare, muovere gambe e braccia, fare un grande, gioioso casino. Oggi può sembrare banale, ma portare in radio, fuori da locali che fossero malfamati o elitari, una mentalità dinamica e festosa, libertaria e giovane, in seno a una società estremamente perbenista e conservatrice, era quasi una dichiarazione di guerra. "Mess Around" così sarà il primo, vero trampolino di lancio di un artista destinato ad andare ben oltre, rispetto il semplice e passeggero successo radiofonico.

I've Got a Woman

- Ma... non è... non è giusto cambiare il gospel in questa cosa qui!

- In cosa? In musica del diavolo?

La collaborazione di Ray con l'Atlantic Records inizia a dare i suoi frutti, e il musicista, che fino ad allora ha avuto rapporti passeggeri con un gran numero di donne, trova, nel 1954, colei che sarà la sua compagna per oltre vent'anni: Della Bea Howard. O almeno, questo è ciò il film decide di mostrare. In realtà il musicista aveva già un figlio dal 1949, frutto dell'unione con Louise Flowers, e un breve matrimonio alle spalle con Eileen Williams. Tra mogli e amanti, Ray Charles vanta una discendenza di dodici figli avuti da dieci donne diverse, sebbene la pellicola metta in scena solo una piccolissima parte delle sue storie amorose, forse per questioni di spazio, o forse per edulcorare un poco un aspetto controverso di questo grande artista, il quale, tuttavia, sembra così un po' più reale, nelle sue umane imperfezioni. Se la gran parte noi, dopo il sesso, predilige la classica sigaretta, Ray era invece solito piazzarsi al piano e far scorrere la creatività; è così che nasce I've Got a Woman, "Ho avuto una donna", un classico portato alla ribalta da ogni media possibile e immaginabile, nonché reinterpretato da un'infinità di artisti tra cui Elvis, i Beatles, Stevie Wonder, Paolo Nutini, Ricky Nelson e molti, molti altri. Può sembrare incredibile, ma tra molti americani di quel periodo, un pezzo del genere faceva quasi scalpore, specialmente tra quelli di colore. Il Ray di Jamie Foxx afferma "Io mi esprimo con gospel e blues da tutta la vita, rispecchiano me!  Se devo fare una cosa mia devo essere naturale, no?". Aveva ragione da vendere, peccato che il gospel fosse un sound associato alla musica sacra, a una sublime spiritualità che, per molti discendenti di schiavi senza diritti, assurgeva ad unica ancora di salvezza. Il blues, di contro, era un genere votato alla passione, a pulsioni emotive quasi animalesche e al divertimento, macchiato d'un alone anticristiano da artisti come Robert Johnson e altri, pionieri d'un modo di stravolgere il pubblico che avrebbe determinato l'estetica del rock. Nonché, ovviamente, di quasi tutte le correnti dure contemporanee. Gli artisti di colore come Ray non avevano alcuna velleità "satanista" o esoterica, si limitavano a unire quello che conoscevano e a trarne qualcosa di nuovo, ma per la società americana di allora, così profondamente religiosa, bastava e avanzava per incorrere in vere e proprie minacce da svariati gruppi religiosi. In realtà "I've Got a Woman" è un brano davvero leggero, pur nella sua semplice ma evidente genialità compositiva: poche note che esprimono l'amore e l'apprezzamento per una donna dai caratteri perfino angelicati, stilnovistici , ma a differenza di un Ariosto, lo fa con un linguaggio popolare e diretto, magari più "boccacciano", nei suoi velati e deliziosi riferimenti sessuali. Tra l'altro, il riferimento all'aiuto economico, oltre che morale, che la donna offre, riflette uno spaccato caratteristico di tanti musicisti di ieri e di oggi, squattrinati ma pieni di amanti. Il sound è invece il frutto dell'influenza di un brano dei Southern Tones chiamato "It Must Be Jesus", cui Ray infonde velocità e cambia le parole, aggiungendo un'impostazione strumentale marcatamente jazz, pur nella sua sintesi compositiva. Oltre, naturalmente, la sua voce ferocemente blues. La ritmica è stavolta essenziale e incalzante, molto protagonista, mentre gli strumenti a fiato godono di particolare rilievo, lasciando al clarinetto il suo momento solista, ma a determinare la personalità unica del brano è ancora la voce di Ray, schietta e sarcastica, affettuosa e sensuale, i cui brevi acuti vanno a definire un ritornello tanto semplice quanto memorabile. Tra queste note, gospel e blues, cattedrale e Mississippi, diventano una cosa sola: nasce il Soul. E la musica, cambia volto ancora volta. Per sempre. 

Hallelujah I Love Her So

Ray Charles fa blues, ma lo tratta come fosse sacro. Mischia il blues con gli spirituals, e sono convinto che questo sia un errore. Dovrebbe cantare in una chiesa.

Quest'affermazione non proviene da qualche bigotto tutto casa, lavoro e chiesa, ma da Big Bill Broonzy, un bluesman nato nel diciannovesimo secolo che, per quelli come Ray Charles, era storia vivente della tradizione nera. Uno, insomma, che il blues ha contribuito a codificarlo nell'immaginario collettivo. Un'affermazione simile da parte di un personaggio del genere è perfettamente indicativa di quanto la rivoluzione portata da Ray, figlio di un'altra generazione, fosse dirompente non solo per la bianca gioventù americana, ma anche e soprattutto per la stessa comunità di colore. Il film sintetizza la questione con una scena che non rende giustizia, ai rischi reali di chi veniva tacciato di bestemmia, ma che rende quantomeno l'idea della tensione che il musicista respirava in quel periodo, in ogni locale suonasse. Sfondo della vicenda è un pezzo che già dal titolo mette a nudo la questione: Hallelujah I Love Her So, ovvero "alleluia, l'amo così tanto", laddove "tanto" è un raffinato sottinteso. Il testo, in realtà, è semplice e inoffensivo, molto simile a quello di "I've Got a Woman". Parliamo del rapporto con una ragazza della porta accanto amorevole, ricca di premure e gesti d'affetto, una figura di donna angelicata in contrapposizione all'altrettanto classica femme fatale, caratteristica di molto altro blues. Grazie alle attenzioni e alle effusioni di lei, giorno dopo giorno, l'uomo protagonista del brano scopre finalmente i suoi sentimenti come fossero una rivelazione divina, e allora... alleluia! Il problema è che per quanto inoffensive e - per così dire - stilnovistiche potessero essere le liriche, il semplice fatto di mischiare così impudentemente una banale storia d'amore, con una retorica tradizionalmente spirituale, era più che sufficiente a scaldare parecchi animi, perfino tra gli stessi collaboratori di Ray. Ovviamente la musica non aiuta a "redimere" l'artista non vedente, visto che a un modo di concepire la poetica marcatamente gospel, la sua opera affianca una gioiosa e spiccata sensualità. Il fatto poi che le esecuzioni dal vivo fossero ben più concitate e graffianti di quella in studio, di certo non aiuta, e non a caso la soundtrack propone proprio una versione live della canzone. Una ritmica cadenzata pone le basi di una melodia definita da pochi accordi di piano, nonché da un raffinato e articolato sottofondo di strumenti a fiato. La voce di Ray la fa comunque da protagonista per buona parte della canzone, almeno fino a quando il cantante non regala al suo sassofonista tenore, Don Wilkerson, il suo momento di gloria con un memorabile assolo. La leggera tensione intrinseca nel botta e risposta tra voce e strumentale, metafora di un piccante scambio di battute tra un uomo e la sua amante, completa il quadro fino alla sua conclusione. È un gospel quello che canti! Trasformi la musica di Dio in sesso! Fai soldi a spese del Signore!. Questo pensavano alcune persone, come la pellicola racconta perfettamente. Persone che senza rendersene conto, erano ormai fuori dalla storia e dalla narrazione del loro tempo. La strada era infatti ormai tracciata, una strada che avrebbe contribuito a definire il rock come lo conosciamo, con quei colori così spesso a tinte scure, dall'impertinenza erotica di Elvis alle manie esoteriche dei Beatles, dall'occultismo dei Black Sabbath fino alle più oscure ed esplicite derive moderne. 

Drown in My Own Tears

- Be', signor Charles, io amo il signore e il signore ama me, ma non sono un ipocrita!

Come tanti altri musicisti d'ogni epoca, Ray Charles ha avuto con le donne un rapporto quantomeno turbolento, definito da un vortice di bisogni e contraddizioni che sono in un certo senso indispensabili, per chi si nutre d'arte. Fin dai primi anni come musicista, nonostante la disabilità, le donne non erano mai mancate, tanto che Ray era capace di riconoscerne la bellezza semplicemente tastandone il polso. Ad un certo punto, tuttavia, arriva la storia seria, quella che ti cambia la vita. Il film mette in scena un amore sincero tra il cantante e Della Bea Robinson, che sarà sua moglie per ventidue anni, e da come lui stesso ha sempre raccontato il suo matrimonio, non abbiamo alcun motivo di dubitare della sincerità dei suoi sentimenti. Tuttavia, se la vita sentimentale di un musicista non è cosa semplice, la vita sentimentale di un musicista di successo è ancor più caotica e controversa. L'epoca in cui la rockstar di turno è circondata da groupies è ancora lontana; sono gli anni '50, e le relazioni extraconiugali, anche quando evidenti a tutti, sono sporcizia da tenere ben celata sotto il tappeto. Di tutte le molte amanti che hanno fatto parte della vita di Ray, il film ne mostra solamente due, entrambe compagne di eccessi e di palco. La prima è Mary Ann Fisher, cantante talentuosa e di rara bellezza, al cui sensuale approccio fa da sfondo un classico del repertorio di Charles: Drown in My Own Tears. Un titolo in qualche modo simbolico, per il regista, poiché in un certo qual modo ad essere "annegato nelle sue stesse lacrime" è proprio Ray, le cui difficoltà nel gestire la sua vita, e con essa il suo rapporto con la moglie, si traducono nella fuga dalla realtà attraverso amanti ed eroina. Un pezzo del genere oggi verrebbe definito una "ballad", considerato il repertorio da cui viene fuori, ma nel suo contesto è solo un classico di R&B derivativo del gospel. Scritta da Henry Glover e registrata per la prima volta nel '51 da Lula Reed, "Drwon in My Own Tears" era già un brano piuttosto conosciuto, ma è grazie all'interpretazione che ne dà Ray che diviene un vero e proprio classico del suo genere. È una canzone insieme malinconica e sensuale, aperta da un canto particolarmente arioso e struggente e da poche, essenziali note di piano. La melodia degli strumenti a fiato cola sull'ascoltatore come una sorta di scuro mantello, con ricercata lentezza ed una mestizia che, tuttavia, non si fa mai noia, ma anzi tiene alta l'attenzione fino a momenti di catarsi fulminei, delineati da brevi acuti e note squillanti. Il coro risponde all'appello disperato del cantante solo alla fine, come una sorta di nenia volta a consolarlo, o chissà, magari a giudicarne stancamente le azioni sconsiderate. Il protagonista del brano è infatti un uomo distrutto dal dolore e dalla nostalgia, un'anima in pena e sconsolata in attesa del ritorno della donna che ama, in parte archetipo letterario, in parte metafora di riscatto e redenzione, specialmente nell'ottica per così dire "post-gospel" della poetica di Ray. In realtà, non ci è dato sapere cos'abbia portato via l'amata compagna dalla sua vita, se esiste una colpa da espiare o se forse è stata la morte, invisibile personaggio di tanta musica soul, ad aver preteso il suo macabro tributo. Tutto ciò che ci è dato sapere è la disperazione di un uomo solo: "se non pensi di tornare presto a casa, credo che affogherò nelle mie stesse lacrime". Una disperata solitudine che in qualche modo riflette un periodo della vita di Ray così alienante, fra serate sempre più fitte, lontananza dalla famiglia e dipendenza da eroina, da far sembrare il grande artista la più sola e sperduta delle anime.

Night Time is (the Right Time)

Night Time is (the Right Time), traducibile grossomodo in "l'ora notturna è l'ora giusta", è un brano dalla vocalità possente e dalla spregiudicata voglia di vivere, una sorta di ode in chiave blues alla notte, e alle sue mille opportunità di dannarsi l'anima. La pellicola di Hackford trasfigura tuttavia l'essenza del brano mettendo in scena la vita allo sbando di Ray, la sua sempre più evidente e imbarazzante dipendenza da eroina, la vita in famiglia benedetta dai figli ma funestata dalle amanti, e la relazione con la sua nuova fiamma, Margie Hendricks, dipinta dal regista come una vera e propria femme fatale, almeno in questa particolare fase del film. Ma è il 1958, e la carriera di Ray è in ascesa vertiginosa, complice anche il lavoro e la professionalità di Atlantic Records. L'etichetta discografica chiude tuttavia occhi e orecchie ai sintomi di Ray, tipici dei drogati, percependo forse, in quell'attitudine all'autodistruzione, parte della genialità dell'artista di colore, un atteggiamento d'omertà fra musicisti e discografici che non solo era la norma, ma che negli anni si sarebbe perfino rafforzato, tanto da elevare l'uso di droghe a una sorta di status quo del mondo dell'arte; con la differenza che un conto è assumere LSD nei salotti dell'élite londinese, e un'altra è farsi di eroina nei sobborghi di New York. Ad ogni modo, in realtà, "Night Time is the Right Time" è soprattutto un gran bel pezzo, stradaiolo ed elettrizzante, un successo che oltre a Ray, deve molto proprio alla performance della sua nuova amante, Margie, la cui voce ruggente, energica come solo quella delle cantanti nere sa essere, è l'anima della catarsi e l'essenza notturna che riempie l'opera. L'intera canzone ruota infatti sul dialogo tra il cantante e le sue coriste, uno scambio di battute incessante e continuo fatto di strofe secche e taglienti, delineate da una poetica sarcastica e sensuale, piena di vita. L'apertura del brano sembra registrata direttamente dal vivo, tanto è ruvida, caratterizzata da una simbiosi tra fiati e pianoforte semplice e concitata, che rimanda all'atmosfera dei locali notturni d'ogni epoca, agli odori di sigaretta e di alcol, al legno umido dei tavoli e al grido della folla. Poi è il momento della voce maschile, ironica e smargiassa, cui risponde ben presto quella femminile di Margie, potente, insieme erotica e spaventevole, come se stesse rimettendo in riga il suo uomo mentre lui, docile ma deciso, continua nella sua canzone d'amore piena di doppi sensi e avances. Alle sue parole d'amore, il coro femminile composto dalle Cookies risponde regolarmente "night and day", notte e giorno, ma sia noi che loro sappiamo bene che è la notte, il tempo del vero amore, quello che l'uomo attende con ansia e sensuale trepidazione. La notte dei due amanti diviene così, nello spirito dell'opera, la notte del pubblico, e la loro messinscena si trasforma nella recita che si ripete di tavolo in tavolo, sotto il palco o nei pressi di un gabinetto, l'eterna coreografia d'amore sensuale di chi vive la notte e i suoi templi.

Mary Ann

La soundtrack fa un passo indietro rispetto alla messa in scena con Mary Ann, canzone che fa da sfondo a una carrellata di sequenze dinamiche sulla vita di Ray Charles: Ray e l'amante sul palco, Ray e la moglie con il figlio appena nato, Ray e la sua vita all'apparenza idilliaca. Poi, di nuovo Ray e l'amante, Mary Ann Fisher, la cui presenza inizia ormai ad essere ingombrante. Naturalmente, questa canzone era dedicata a lei... alla cantante, certo, non all'amante, ma potete ben immaginare come vanno queste cose. È un pezzo semplice e soprattutto breve, perfino per i canoni radiofonici dell'epoca, frizzante e disimpegnato, molto diverso dalla musica che siamo abituati a sentire oggi. Se infatti adesso un brano è pensato anche e soprattutto per l'ascolto solitario, sia esso su disco, mp3 o streaming, negli anni di Ray certa musica era pensata espressamente per il contesto live, un'eredità concettuale che, negli anni '70, portava molte band a usare trucchi di registrazione che facessero sembrare i loro album delle vere esecuzioni dal vivo. Ascoltando Mary Ann è necessario immaginare Ray a poca distanza da noi, dietro un piano, mentre accanto a lui, la sua cantante solista si muove sinuosa e sensuale, sempre sorridente. Il musicista ne tesse le lodi con poche strofe, semplici e ripetitive; è soprattutto un modo di presentare la cantante al pubblico prima di lanciarsi in pezzi più impegnativi, ma è anche una canzone d'amore e desiderio semplice e diretta, meno ambigua di quanto non si pensi, in realtà. Come detto, infatti, sebbene la sfacciataggine facesse parte del gioco, non è una canzone dedicata all'amante; il sotto-testo amoroso ha quindi valore in quanto archetipo, più che come una sorta di scomoda dichiarazione, e ha inoltre il vantaggio di far sognare al pubblico - principalmente quello maschile - la possibilità di tornare a casa con una bellezza rara, quale era Mary Ann Fischer. Il brano si muove su melodie di piano smaccatamente latine, sorrette da una ritmica particolarmente marcata e articolata,  mentre gli strumenti a fiato creano un sottofondo caldo e pigro, tipico di questo genere di sonorità. Alla voce di Ray segue regolare la risposta velata e suadente dei fiati, allegoria di movimenti femminili e sfuggenti, fino alla concitata e danzereccia conclusione. Ascoltando questo pezzo tutto sembra genuino e perfetto, ma nulla dura in eterno, soprattutto i rapporti clandestini.

- Sai che ti dico? Voglio fare una sessione qui... va bene domani?

- Hai la band qui?

- Ah... ehm, sì, ci sono tutti meno Mary Ann, perché... voglio un altro sottofondo.

Per le sue nuove, ben più grandiose serate da uomo famoso, Ray decide di collaborare con un trio tutto al femminile, le Cookies, già vecchia conoscenza dell'etichetta discografica. Le tre da allora si chiameranno le Raelettes, e sarà con loro che Ray Charles farà la conoscenza di Margie Hendricks, sua futura amante e madre di uno dei suoi tanti figli, Charles Wayne.

Hard Times (No One Knows Better than I)

La colonna sonora abbandona a questo punto il filo cronologico con il film, portandoci avanti nel tempo di circa sette anni, al 1965, con un pezzo reso famoso dall'album capolavoro conosciuto come "The Genius Sings the Blues", del '61, ovvero Hard Times, "tempi duri", brano dal sottotitolo che recita: "nessuno lo sa meglio di me". E non c'è dubbio che nonostante il successo, di tempi duri Ray ne avesse vissuti eccome. Con gli anni, soldi e fama si sono moltiplicati, ma nel frattempo si sono moltiplicati anche i problemi: la dipendenza da eroina è al suo culmine, il rapporto con la moglie e i figli evanescente, rubato da una vita perennemente in tour, e il musicista, come migliaia di altri musicisti prima e dopo di lui, si è andato a creare come un deserto, intorno, una tabula rasa che ha portato via le amanti storiche, abbandonate senza tanti giri di parole, e i vecchi compagni di viaggio, ormai inadeguati all'enormità del suo successo. Come se non bastasse, il suo rapporto con la droga è causa di problemi piuttosto gravi con la legge, e se è vero che c'è una parte d'America che lo ama, è anche vero che ce n'è un'altra, invece, che non vede affatto di buon occhio l'ennesima star afroamericana, e che percepisce Ray e gli altri artisti di colore come una sorta di cancro, per la sua bella e bianca gioventù. A dare il colpo di grazia, nel film, è la morte di Margie per overdose, a distanza di alcuni anni dalla fine della storia tra lei e il cantante, ma in questo caso regista e sceneggiatore stravolgono le date per dare più enfasi alla storia, che, per quanto biografica, rimane in certa misura romanzata. Margie Hendricks muore infatti solo nel 1973, alcuni anni dopo gli eventi narrati in questa sequenza. Ora, Ray è su di un palco blasonato, circondato da scenografie lussuose e patinate, ma la sua voce sembra esprimere il dolore vissuto fin dall'infanzia, dalla morte del fratellino e la successiva perdita della vista, fino alla travagliata vita adulta. E così, fra le morbide strofe egli recita:

Mia madre mi disse, prima di morire, disse: "figlio, quando me ne sarò andata, non dimenticare di pregare, perché saranno tempi duri, Dio che tempi duri" (pausa) E chi può saperlo meglio di me?

Al breve ma intenso racconto di una miseria economica e umana, fa sfondo una melodia malinconica, intima, decadente eppure mai rassegnata, definita per buona metà unicamente dal piano di Ray, oltre che dal morbido cadere delle spazzole, poi dalla tromba e infine dai due sassofoni, baritono e tenore. La voce del cantante è insieme dramma interiore e rivalsa personale, miseria e riscatto, andando a sublimare in una catarsi tragica e vittoriosa al tempo stesso, sintesi fatta musica della vita di Ray Charles.

What'd I Say

- Ci hanno appena comunicato che dobbiamo lavorare ancora un po'!

- Era l'ultima canzone il repertorio, Ray!

- Eh no Fathead, non è mai l'ultima canzone! Ora band, seguitemi, fate come me, dite come me.

Torniamo al 1958 con il pezzo che ha definitivamente lanciato la carriera di Ray Charles: What'd I Say, titolo che riprende la domanda posta sul ritornello alla donzella di turno, ovvero "dimmi cosa ho detto". Oggi può sembrare una canzone qualsiasi, bella orecchiabile e scalmanata, ma all'epoca fu letteralmente una bomba, un'esplosione capace non solo di portare il suo autore alla gloria nazionale, ma addirittura, be'... di dar vita a un intero genere: il Soul. Nella sua relativa semplicità, "What'd I Say" racchiude infatti tutto quello che Ray aveva tratteggiato fino a quel momento, l'unione concettuale e stilistica di sonorità differenti in una sola, armoniosa e innovativa soluzione. Ma la cosa che tutt'oggi lascia stupiti e meravigliati gli amanti di Ray Charles, sta nel fatto che una canzone così importante sia nata dalla più totale improvvisazione. Nella cultura afroamericana, l'improvvisazione è cosa piuttosto comune: attraverso di essa, agli inizi del 900 nasce una fetta importante di blues vecchia maniera, a metà secolo il free jazz, e più di recente, verso gli anni '80, il freestyle rap, solo per citare gli esempi più noti in oltre cento anni di black music. Tuttavia, questo è il primo e forse unico brano di Ray Charles ad essere nato in questo modo, e guarda caso, proprio quello della grande svolta. Immaginate di aver suonato tutto il vostro repertorio, il pubblico in delirio, e di avere ancora circa dodici minuti di spettacolo da portare avanti, pena: un proprietario di locale molto arrabbiato e cattiva pubblicità. Allora iniziate a suonare come sapete, mettendo insieme strofe di poco senso ma molta sostanza, lasciando coriste e musicisti liberi di interpretare a loro volta il momento con un semplice botta e risposta. Il testo di "What'd I Say" è praticamente inesistente, niente più che qualche esortazione alla dama di turno ad essere gentile, e assecondare così i bollenti spiriti del maschio allupato. Il resto sono monosillabi d'incitamento, onomatopee e versi, puri e semplici. Sembra incredibile, ma è questo il segreto di buona metà del successo della canzone. La voce di Ray si fa pura forma, rifuggendo i dogmi e limiti del così detto "contenuto", lasciando che le sue non siano solo parole, ma musica nel senso più primordiale del termine. Il resto è genialità istintiva: un ritmo latino reso elegante da soluzioni jazz; gospel e rumba che giocano tra di loro; suoni e parole sensuali su di una solida struttura blues. Poi il botta e risposta tra Ray e le sue ragazze, assolutamente iconico, anima delle feste americane e inglesi per anni e anni, un qualcosa che all'epoca doveva sembrare pornografico, tanto sembra di ascoltare un amplesso tradotto in musica. Alla fine, sono sei minuti e mezzo di esibizione memorabile, quasi il triplo di un pezzo medio di allora, ma non c'è problema: basta dividere il singolo in lato A e lato B, e il successo è assicurato. Di questa canzone, si dice che abbia ispirato Paul McCartney a fare musica, mentre di essa George Harrison ha detto, ricordando un party del '59, che "è stato uno dei migliori pezzi che abbia mai sentito". Secondo John Lennon, il piano elettrico della canzone è alla base del modo di concepire il riff di chitarra nel rock moderno, e come dimenticare Mick Jagger, che cantò What'd I Say la prima volta in assoluto che suonava assieme a quelli che sarebbero divenuti i Rolling Stones. E questa, è solo una piccola parte dell'eredità lasciata da questa canzone, che dal 1959 chiuderà ogni singola esibizione della carriera di Ray Charles, il quale disse:"What'd I Say è la mia ultima canzone sul palco. Quando faccio What'd I Say, puoi starne certo: è la mia conclusione. Non c'è bis, niente da fare. Ho finito!".

(BONUS TRACK) Leave My Woman Alone

"Ray era sempre positivo su quello che stava facendo e lo ammiro soprattutto per questo. Poteva vedere molto meglio di quelli che hanno gli occhi. (James Brown) (pausa prima di dire il nome)

Facciamo un altro passo indietro e torniamo al primo incontro con le Cookies di Margie Hendricks, a quella prima prova in studio con le future Raelettes e a una canzone, Leave My Woman Alone, che non è parte della soundtrack del film, ma che noi riteniamo degna di rientrare nel nostro racconto. L'anima del testo la suggerisce il titolo stesso, che recita: "lascia in pace la mia donna", un'esortazione che richiama ad archetipi piuttosto radicati, caratteristici tanto della musica di quel periodo, quanto della cultura afroamericana, in cui un certo tipo di atteggiamento machista è parte del costume popolare. In realtà, la mimica di uno screzio tra un uomo e il suo antagonista, un playboy pieno di fascino e di soldi, ha un sapore ironico e sarcastico, solo velatamente distorto da un retrogusto di evidente minaccia [FEDERICO] "Senti bello, se ti becco a provarci con la mia piccola, io ti stendo a terra". Tale minaccia è tuttavia stemperata da un atteggiamento che, di base, tenderebbe a evitare la violenza, quasi comprensivo nei confronti del pavone di turno, elemento che sottintende con maestria la fatale bellezza di una donna unicamente vagheggiata, a riprova di una poetica solo apparentemente rozza. Aveva ragione James Brown, immortale leggenda del rock 'n' roll, a definire Ray Charles una persona propositiva e in grado - parole sue - di "vedere meglio di quelli che hanno gli occhi". Il fatto è che Ray non solo era stato in grado di buttarsi in ogni sfida che la vita gli aveva posto dinanzi con assoluto coraggio, ma anche che il suo ottimismo era capace di concretizzarsi in una percezione del mercato, del pubblico e dei suoi collaboratori, praticamente infallibile, permettendo al musicista di anticipare sia le tendenze musicali, sia i sempre più fitti problemi umani e professionali. Il carattere propositivo di Ray si espande in qualche modo alla melodia del brano, sorretta da una ritmica leggera, secca e veloce, definita da pochi accenni di fiati e da una grande simbiosi tra la voce di Ray, affatto minacciosa e piuttosto sarcastica, e il coro delle Raelettes, delicatamente in sinergia con la voce maschile: un po' tradizionale botta e risposta, un po' sovrapposizione vocale, come a fare ironicamente il verso al maschio alfa della situazione, o magari a prenderne le difese. Il finale è un delirio corale in cui ironia, minacce e smargiasserie danzano a passi indiavolati fino a una conclusione inaspettatamente morbida, tradizionalmente composta. Sullo schermo, Ray sigla definitivamente l'accordo con le ragazze stringendo la mano di Margie, senza dimenticare di carezzarne il sottile polso.

Georgia on my Mind

Ray Charles non ha mai voluto entrare in argomentazioni politiche, né tanto meno ha cercato di prendere posizioni. Eppure nel 1961, suo malgrado, si trova coinvolto in questioni che a lui non interessano. In quell'anno si trova infatti nello stato della Georgia, evento che, per lui, ha il sapore di una sorta di ritorno a casa, un ritorno che però gli evoca quei tremendi ricordi che lo accompagneranno per il resto della sua vita. Soprattutto, quello del fratello minore annegato in una tinozza piena d'acqua, con il Ray bambino lì ad osservarlo impotente ed immobile. Mentre si avvia verso il locale nel quale deve esibirsi, proprio intorno a lui, una folla di gente di colore è in protesta contro il razzismo e la segregazione. Vedono l'ipocrisia di una società che ghettizza gli afroamericani, e che tuttavia si diverte a ballare sulla loro musica, chiedendo quindi al musicista di non suonare per dare, in questo modo, un messaggio forte ed un sostegno alla gente nera, ma Ray appare distante, disinteressato: a lui importa solamente di entrare e fare quello che sa fare meglio, ovvero suonare. Qualcosa però accade: un responsabile intento ad accompagnare l'artista all'interno del posto risponde così ad un manifestante: "Muovi quelle chiappe nere e porta via quella feccia con te". Ray si ferma un attimo e capisce che è il momento di dare un segnale deciso e potente. Ordina a tutta la band di risalire sul pullman perché, quella sera, il complesso non suonerà. Non lasciatevi ingannare da una visione contemporanea di un simile evento: quel gesto, allora, fu clamoroso e sconvolgente. E Come reagì il musicista, di fronte alle sdegnate reazioni del politically correct? Alla sua maniera, ovviamente, creando una canzone dal titolo Georgia on my Mind, ovvero: "Georgia nella mia mente". Una canzone che racconta la sua terra natale e la sua voglia di esserci, perché la Georgia rimarrà sempre nei suoi pensieri, ogni giorno, ogni istante. Altri luoghi lo stringeranno tra le sue braccia, così come altri occhi gli sorrideranno teneramente, ma ogni strada intrapresa lo condurrà sempre in quel luogo. Il brano è leggero, dolce e suadente con un velato tocco di malinconia. Una dolcezza che lui vuole trasmettere, quella stessa dolcezza che non gli è stata riservata al momento del suo arrivo, ma che comunque, in quel breve lasso di tempo, è riuscito ugualmente a percepire. Non trova pace per quanto accaduto, ma con la sua musica riesce a trasmettere il suo profondo senso di disagio, e lo fa in una maniera tale da rendere le cose così leggere che quasi si stenta a credere. Le sue dita accarezzano i tasti del pianoforte con una maestria intrigante e spettacolare, e la canzone è di una bellezza rara. La voce è talmente espressiva che si percepisce tutta la sofferenza di Ray, ma quel che impressiona di più è che riesce a farla percepire anche a chiunque provi ad ascoltarla. Venne bandito a vita, dicevamo poc'anzi, ma il 7 marzo del 1979 il governatore della Georgia, a distanza di quasi vent'anni dall'accaduto, chiede pubblicamente scusa a Ray Charles Robinson facendo diventare "Georgia on my Mind" l'inno nazionale dello stato, riaccogliendo a braccia aperte l'artista. Con quel gesto, ma soprattutto con quel brano, Charles contribuì indirettamente alla lotta per la segregazione, abbandonando per un attimo l'abito da intrattenitore per indossare quello, più scomodo, di paladino del popolo afroamericano. Nel film, come detto, Ray viene persuaso dalla folla di manifestanti a non esibirsi, ma l'episodio è romanzato. In realtà, il cantante venne convinto a boicottare lo show non da un anonimo ragazzo a una manifestazione, ma attraverso il telegramma di un'associazione per i diritti umani; inoltre, non gli è mai stato vietato di esibirsi nello stato della Georgia. Ha continuato infatti ad accettare inviti, sebbene abbia dovuto esibirsi in strutture pubbliche segregate

Hit the Road Jack

- Sì, così... è questa la rabbia!

Abbiamo già conosciuto Margie Henricks, prima voce e leader delle Raelettes, avendo modo di esplorare il suo complesso e travagliato rapporto con Ray, al termine del quale il film ci propone quel capolavoro conosciuto come Hit the Road Jack, il cui titolo richiama un'espressione traducibile come "prendi la tua strada, Jack", sebbene intesa a una maniera, diciamo... poco amichevole. La pellicola fa del brano una sorta di specchio della storia, allegoria di un momento di tensione tra l'artista e la sua corista, della spaccatura inevitabile fra l'amante convinta di essere qualcosa di più, e Ray, ben intenzionato a tenere separati vizi e famiglia. Gli strumenti a fiato sono subito i protagonisti di questo inizio. Un'introduzione che si fa subito notare per la sua indole un po' sfacciata e ruvida, ma perfettamente bilanciata da un'orecchiabilità fuori dal comune, elemento che ha contribuito enormemente alla fortuna di questa canzone, facendola diventare tra le più famose del genio della musica. "Hit the Road Jack" viene presentata proprio come la messa in musica del litigio tra i due musicisti, dove la rabbia di lei si incastra in maniera perfetta con il sarcasmo anche un po' sadico di lui. Le voci femminili sono dolci nell'ascolto, ma nascondono proprio quell'aria ribelle che va a cozzare con la voce tagliente di Ray, il quale si sente pochissimo, durante la breve durata del pezzo. Quello che si può ascoltare però è di una qualità a dir poco eccellente, quasi perfetta, oserei dire. Lei vuole cacciarlo dalla sua vita, vuole allontanarlo a causa dei suoi atteggiamenti e a causa del fatto che ormai è un personaggio senza un soldo e senza una benché minima prospettiva. Ma lui non demorde, perché sa con assoluta certezza che sarà in grado di rialzarsi e continuare un percorso che è proprio davanti a lui, ed è li che sta solo ad aspettarlo. Chiaramente, tutto questo lo si può benissimo percepire solamente ascoltando questa canzone. Margie è spietata, nei suoi assoli vocali: sembra proprio voler aggredire verbalmente il povero Charles, il quale però si difende alla grande sfoderando una prova di uno spessore inimmaginabile. È proprio questo continuo scambio di opinioni tra i due, la colonna portante dei due minuti che andiamo ad assaporare, e sembra proprio di assistere a una scenata con i fiocchi abilmente sdrammatizzata da chi è consapevole delle proprie convinzioni. È vero, solamente due minuti scarsi non sono molti, ma una volta terminato l'ascolto ci assale una voglia tremenda di ascoltare e riascoltare e riascoltare. Quella batteria così precisa, quei fiati così meravigliosamente incastonati per rendere il tutto assimilabile, dando quel tocco di melodia cesellata in maniera praticamente perfetta. Ray usa sapientemente il suo pianoforte in modo tale da farlo risultare appositamente nascosto, quasi come fosse uno spettatore che in silenzio assiste alla diatriba tra i due. Bellissima, intensa e personale, la canzone mostra il lato umano di ognuno di noi. Dove ognuno ha i propri problemi, ha le proprie incomprensioni, riflettere sul fatto che Ray avesse problemi all'apparenza insormontabili, ci fa capire quanto sia stato un personaggio che non si è mai arreso di fronte a nessun ostacolo, ma soprattutto, che non si è mai arreso a vivere la vita.

Unchain My Heart

Unchain My Heart, espressione poetica traducibile come "libera il mio cuore dalle catene, è un brano scritto dal jazzista Bobby Sharp, il quale, come molti artisti del periodo, a causa della tossicodipendenza fu costretto a vendere il suo brano per racimolare denaro, da spendere per comprarsi le dosi necessarie per non trovarsi nel limbo dell'astinenza. Venne comprato per 50 dollari da un altro artista del settore, Teddy Powell, il quale per molti anni ha deliziato il pubblico a suon di Swing e Jazz tra gli anni venti e gli anni quaranta. Nel 1961 Ray incide la sua versione personale con l'immancabile collaborazione delle sue coriste, facendolo diventare uno dei suoi più grandi successi. L'introduzione di sassofono dà il via a questa sofferente canzone. Il buon Ray inizia subito a narrare i tormenti sentimentali del protagonista, il quale si sente "incatenato" da una donna cui non interessa più nulla di lui. Egli è ancora innamorato, ma lei sembra voler farlo soffrire tenendo il suo cuore in una sorta di prigionia come in un sadico gioco amoroso. Un amore che però non esiste più, così che lui la implora di spezzare queste catene, in modo che il suo cuore possa prendere finalmente una strada diversa. "Togli la catena dal mio cuore, perché di me non ti importa più". Ha creduto di aver dato in mano la propria vita ad una persona che la sapesse apprezzare, e invece si è ritrovato a dover chiedere di volerla indietro. "Hai lasciato che il mio amore andasse sprecato", e non esiste cosa più avvilente nel vedere tutti gli sforzi e i sacrifici fatti nell'amare una persona venire seppelliti da un giorno all'altro. Le Raelettes si limitano ad accompagnare Charles pronunciando il titolo della canzone e poco più, ma lo fanno in maniera tale da essere come al solito perfette nell'assecondare le sofferenze del genio. Prova in tutti i modi a far capire che quello che prova per lei è un qualcosa di vero e puro, ma la donna si fa negare persino al telefono, lasciandolo sprofondare nella depressione più totale. L'uomo capisce di essere sotto controllo, come fosse sotto l'effetto di un incantesimo. Arrivato ad un certo punto capisce però di non poter fare più niente, e le dice chiaramente di prendersi il suo cuore, se proprio non ha intenzione di liberarlo, ma la implora di lasciarlo andare perché deve cercare la strada che gli possa far ritrovare le forze per poter continuare a vivere. Così non può continuare, la sua vita sta lentamente prendendo il sentiero che lo porterà alla miseria e che se non lo lascerà andare, non avrà mai più una benché minima possibilità di sopravvivenza. Le musiche sono delicate come non mai, mentre la voce dello stesso Ray è graffiante e dannatamente espressiva. Bellissimo l'assolo di sax che viene proposto a metà composizione, ed a suonarlo è il sassofonista David "Fathead" Newman, grande musicista Jazz e R&B che ha accompagnato Ray Charles dagli anni cinquanta fino ai primi anni sessanta. I due talenti si sentono, fondendo la loro arte in modo da creare qualcosa di estremamente magico ed appagante. "Unchain my Heart" è l'ennesimo esempio di come la musica, quella vera, riesca a tramettere un'emozione dietro l'altra trasformando l'ascoltatore nel protagonista del brano. Questo pezzo è stato oggetto d'innumerevoli cover, tra le quali spicca la rivisitazione di Joe Cocker nell'album omonimo del 1987.

I Can't Stop Loving You

Con I Can't Stop Loving You, letteralmente "non riesco a smettere di amarti",  succede qualcosa che lascia sbalordito il proprietario della ABC, una rinomata casa discografica. La pellicola mostra Ray seduto proprio davanti a lui a disquisire tranquillamente di quella che sarà l'ennesima svolta della sua illustre carriera. Il cantante decide d'interpretare un brano country scritto originariamente da Don Gibson, e potete immaginare quale reazione possa scatenare questa sua decisione, essendo il country un sound tipicamente "bianco", o almeno considerato tale. Inizialmente sbigottito, prova a convincerlo che questa sua decisione non è proprio in linea con quanto fatto fino ad ora, ma Charles fa notare chiaramente che sul suo contratto è specificato che lui può scrivere e suonare ciò che vuole. E così, ecco che al Saenger di New Orleans va in scena "I Can't Stop Loving You". Le preoccupazioni su come possa reagire il pubblico da parte degli addetti ai lavori sono altissime, ma una volta iniziato a suonare ecco che la magia prende forma, trasportando i presenti in un vortice di emozioni che culmina con un fragoroso applauso finale, decretando ancora una volta Ray vincitore. Le coriste attaccano con voci suadenti, The Genius le segue a ruota impersonando l'amore vero. Non può smettere di amare quella persona a cui ha dato tutto, ogni cosa, e si ricorda di quei momenti vissuti in solitudine che tanto lo hanno fatto soffrire. Non può smettere di desiderarla, è così bella, pura, meravigliosa nel suo essere donna. È sempre presente nei suoi sogni e ricorda quei momenti felici che almeno una volta hanno provato insieme. È passato molto tempo, e questi ricordi lo rattristano molto. Vorrebbe che lei fosse lì ancora con lui a condividere le intense  emozioni che hanno dato una scossa alla sua vita, ma sa benissimo che purtroppo quei momenti non torneranno più. Il pianoforte è una perfetta colonna sonora che evidenzia questa tristezza interiore, ma che al contempo cerca di trovare quella positività che sta proprio nel far affiorare i momenti belli e spensierati attraverso i ricordi. In questo caso l'interpretazione di Ray è molto delicata. Lascia per un attimo da parte l'impeto e la grinta vocale per lasciare spazio alle proprie emozioni attraverso una linea soffice ed emozionante. A dir poco spettacolare l'ultima parte, dove viene rimarcato il fatto che il tempo sia l'alleato migliore per superare i momenti bui. Sì, perché il tempo guarisce i cuori infranti, basta solo avere pazienza, ma è con l'ultima frase che viene smontata questa teoria, ed è una frase che ha un effetto devastante e distrugge ogni speranza: "Ma il tempo si è fermato dal momento in cui ci siamo separati". È incredibile come poche parole riescano a far cadere ogni certezza, ogni speranza. Il legame tra due persone che si amano è un qualcosa di meravigliosamente fortificante e spinge nell'andare avanti nei momenti di difficoltà. Quando questo legame però si spezza, è inevitabile che uno dei due perda una parte di se stesso, ed è veramente difficile poi cercare di andare avanti senza avere di fianco l'amore che fino a quel momento ci aveva accompagnati per tutta la vita. Cercate di voler bene e soprattutto di rispettare il vostro amore, suggerisce il cantante: è la cosa più bella, ed è la cosa che vi fa vivere. Se questo sentimento si spezza però, cercate di raccogliere tutte le forze che avete per cambiare vita. Sarà dura, durissima, ma con la giusta volontà tutti possono farcela.

Born to Lose

- Sai che ti dico, Bea? Tu non vuoi capire che c'è un sacco di gente cattiva, in giro.

Questa volta ci troviamo di fronte ad un brano dal forte sapore Blues. Stiamo parlando di Born to Lose, ovvero "nato per perdere". L'orchestrazione iniziale ci fa respirare gli anni sessanta, e l'ugola di Ray è talmente morbida che ci mostra il suo lato più intimo. Con la sua magnifica interpretazione il cantante racconta la storia di un perdente che ha avuto solamente dispiaceri, nella vita. Questo individuo può essere identificato in ognuno di noi perché, in fondo, chiunque prima o poi attraversa dei momenti in cui tutto sembra andare storto. Ecco dunque che si sente frustrato dal fatto di non aver quasi più nulla di bello o di emozionante da poter dire, di avere una vita normale. Quindi si aggrappa con tutte le sue forze all'unica cosa che gli è rimasta, ovvero l'amore. Un sentimento forte che però ha paura che da un momento all'altro possa svanire. Il solo pensiero di svegliarsi e non trovare più accanto a sé la propria donna lo attanaglia fino a farlo deprimere. Per tutta la propria vita è stato avvolto dalla malinconia e crede dunque di essere nato perdente. Dopo aver perso tutto ciò che un tempo lo rendeva felice, sembra quasi convincersi del fatto che ora stia svanendo l'unica cosa che gli è rimasta. Il brano è avvolto da questa malinconia che contribuisce a rendere il tutto molto triste e desolante. Anche la stessa voce di Charles è a tratti sofferente, e il solo pensiero di perdere la propria anima gemella, la compagna o il compagno di una vita intera, è un qualcosa che lascia un segno indelebile dentro ognuno di noi. I cori sono altrettanto sofferenti e la musica risalta queste sensazioni con melodie delicate e a tratti cupe. Ogni sogno gli ha causato solamente dolore, e questo dolore purtroppo si manifesta anche nella vita reale, facendolo sprofondare in una depressione che difficilmente riuscirà a sconfiggere. Non è nemmeno facile trovare la forza per rimettersi in piedi in determinate situazioni, mentre è facile cadere in pericolosi vortici da cui è impossibile uscirne vivi. Pensiamo per un attimo allo stesso Ray, il quale ha prima perso il fratellino, e successivamente ha dovuto imparare a conoscere il buio più nero. È cresciuto in un periodo dove il razzismo era presente ad ogni angolo, e ha dovuto trovare rifugio nell'eroina per cercare quel momento di pace che non avrebbe mai trovato solamente suonando. Però ha anche avuto la forza di reagire e di rialzarsi ogni volta anche quando sembrava non potercela più fare, ed in questo è stata fondamentale la figura della madre, la quale ha saputo insegnargli come affrontare una vita già di per sé difficile, resa ancora più complicata a causa della sua cecità.

Bye Bye Love

Bye Bye Love, ovvero "Ciao Ciao Amore", è un brano pubblicato nel 1957 e scritto originariamente dai coniugi Felice e Boudleaux Bryant. Pezzo tipicamente di stampo country, Ray Charles lo interpretò nel 1962 e, nemmeno a dirlo, fu un grande successo. Sin dall'inizio possiamo notare un'impostazione molto decisa, con strumenti subito carichi e il coro delle Raelettes che, come sempre, riesce in breve a trasmettere quell'energia esplosiva caratteristica dei brani reinterpretati da Charles. La sua personale interpretazione è allegra e scanzonata, e riesce ad alleggerire una situazione nella quale troviamo una persona che sta dando l'ultimo saluto alla vita. Trovando strofe assai malinconiche, come quando il cantante, con amaro sarcasmo, recita Ciao, Amore, ciao ciao, felicità, si intuisce che l'animo di questa persona è avvolta nella disperazione, eppure, ascoltandola, è chiaro come in realtà emani una sorta di positività e grinta. La voce di Charles è come al solito molto intensa ed espressiva. Anche il suo pianoforte è allegro, così come gli strumenti a fiato e le percussioni. Tutto ha l'aria festosa e fresca, ma è solamente una maschera ben costruita per nascondere il disagio interiore che affligge questo individuo. Saluta per l'ultima volta il proprio amore, si lascia coccolare da quell'ultima carezza che assume in questo istante una valenza ancora più importante. Una carezza come molte ricevute, ma questa ha un sapore diverso, delicato ed emozionante. La mano sfiora appena il viso, dandogli quel brivido che non aveva mai percepito e che invece era lì, in attesa di essere capito. Ora sta per piangere, alza lo sguardo e osserva le stelle. Ed è proprio in quel momento che sente di essere libero. L'amore sta per finire, un ultimo saluto prima di andarsene. Penso che sto per morire, sono le ultime parole da lui pronunciate prima di andarsene per sempre. Il brano è un tripudio di blues che si fonde con il country, due generi che vengono miscelati con una naturalezza impressionante, risultando incredibilmente convincente e geniale nel suo essere così semplice da ascoltare ma così complesso nella sua struttura. Ottimi gli arrangiamenti, i cori sempre messi al punto giusto e la voce di Ray che...bhé è da brividi. Un altro successo annunciato che ci mostra un uomo in piena maturazione artistica, capace di reinterpretare canzoni a volte distanti dalla sua musica donando loro una personalità esagerata, tale da far sembrare queste cover come nate per essere cantate da lui.

You Don't Know Me

You Don't Know Me, "Tu Non Mi Conosci", è un pezzo molto intenso scritto dalla cantautrice statunitense Cindy Walker, cantante e ballerina molto influente nell'ambiente grazie ad opere divenute notevolmente popolari, e riprese dunque da numerosi artisti negli anni a venire. Si parla di grandi nomi del panorama musicale, a partire da Elvis Presley fino a Bob Dylan, da Mickey Gilley a Eddy Arnold. È proprio da quest'ultimo, precisamente da un suo libro, che nacque questa canzone. La rivisitazione che fece più successo, comunque, fu quella interpretata proprio da Ray Charles, scalando le classifiche e raggiungendo le vette più elevate. L'inizio è molto morbido, e anche la voce dello stesso Charles è sinuosa ed armoniosa. Il pianoforte si fa sentire immediatamente grazie ad un'introduzione quasi improvvisata ma molto suggestiva. La voce ad un tratto assume una prepotenza che viene alternata perfettamente da pacatezza e armonia. La grinta sprigionata è invidiabile, ed il tappeto sonoro messo in atto è un perfetto contro-bilanciamento nei momenti più intensi. Un uomo guarda la sua amica con occhi da innamorato, il suo cuore batte forte ed ogni volta che si salutano o che si sfiorano le mani è un tripudio di emozioni che escono allo scoperto. La sogna di notte, la desidera, ma lei lo vede solamente come un amico, senza accorgersi di quello che lui prova realmente per lei: Pensi di conoscermi bene ma tu non mi conosci. Non sa che lei è sempre nei suoi pensieri, e non sa che desidera ardentemente baciare le sue labbra. In questo caso è proprio il pianoforte di Charles ad essere la colonna portante dell'opera, accompagnando una splendida esibizione vocale che trasuda sofferenza per un amore non corrisposto, ma anche speranza. Speranza di essere finalmente visti con gli occhi dell'amore, con quello sguardo di complicità che deve esserci tra due persone innamorate. Non ho mai conosciuto l'arte di fare l'amore, asserisce, desiderando di provare quelle intense sensazioni solamente con lei. Eppure ha avuto le sue opportunità di farsi notare, ma erano momenti in cui era probabilmente troppo timido ed impaurito per fare quel passo che gli avrebbe permesso di provarci. La paura di essere rifiutati e di essere visti solamente come l'amico di turno è stata forse troppo grande, ed ora si ritrova ad assistere ad un saluto. Un ultimo saluto che la ragazza vuole dargli prima di allontanarsi con quel ragazzo così fortunato da averle rubato il cuore. Quel cuore doveva essere suo, lo voleva davvero. Lui la guarda un'ultima volta conscio del fatto che lei, così bella, non saprà mai quello che veramente prova. Sono situazioni che fanno male all'anima, e di conseguenza fanno perdere quell'autostima che ognuno di noi dovrebbe avere. L'occasione di una vita ormai perduta, il soffrire nel veder andare via, abbracciata ad un altro, quella persona che gli avrebbe cambiato la vita. Sono situazioni estremamente dolorose che in qualche modo rimarranno impresse per tutta la sua vita. "Ma cos'è che tante volte ci frena dal fare quello che vorremmo fare?", sembra volerci chiedere il cantante. È semplicemente la paura. La paura di essere rifiutati come persone, come uomini e donne. È un blocco psicologico che non tutti riescono a superare, ma a volte basterebbe solamente quel pizzico di coraggio in più. Non importa se va male, l'importante è non avere poi dei rimpianti e non lasciarsi scappare via quel treno che passa solamente una volta nella vita. In "You Don't Know Me" le armonizzazioni sono eccezionali: un susseguirsi di emozioni contrastanti che vengono espresse meravigliosamente in musica. Ray è un maestro nel trasmettere quell'enfasi così spinosa, e tutto il contesto sul quale viene costruita la struttura è tanto semplice quanto geniale. L'ennesima prova superlativa, insomma, di un artista che vivrà sempre nei nostri cuori.

Let the Good Times Roll (Live)

Luis Thomas Jordan fu un grandissimo cantautore, musicista e anche comico. Molto influente dagli anni trenta e cinquanta, scrisse dei brani di grande successo e fu anche uno dei primi a ottenere una certa popolarità tra gli americani "bianchi". L'inizio di una grande vittoria, per la comunità afroamericana, che grazie ad artisti come lui riuscì negli anni ad ottenere quella visibilità, e dunque di quel rispetto, che per troppo tempo gli erano stati ingiustamente negati. Uno dei brani più interessanti da lui interpretati fu Let the Good Times Roll, ovvero "Lascia che i bei tempi scorrano", un pezzo particolarmente festoso che Ray Charles reinterpretò nel 1959 e che noi, grazie al film, possiamo rivivere in tutta la sua carica dal vivo. Fin dalle prime battute i toni sono molto leggeri e spensierati, e questa sensazione la si avverte immediatamente grazie alle prime note di pianoforte. Quando ad attaccare è tutta la band, avvertiamo un vero e proprio clima di festa con il buon Ray che dice a chiare lettere Ciao a tutti, divertiamoci. Il cantante vuole ricordarci che la vita è una e una soltanto, e che quando uno di noi muore, è morto e basta. Finisce tutto: finiscono i divertimenti, terminano le preoccupazioni, insomma... tutto ha una fine. Quindi dobbiamo fare in modo che ogni istante della nostra vita sia vissuto in maniera che un giorno potremo ricordarlo, e non importa se siamo giovani o vecchi. Immaginate di essere ad una festa dove tutti i presenti si stanno divertendo, noi compresi. Ad un certo punto notiamo un individuo seduto in disparte che non sa cosa fare e che continua, per qualche ragione, a borbottare fra sé e sé. Allora, è proprio in quel momento che ci avviciniamo a lui e lo invitiamo a divertirsi. In questa fase della narrazione, la voce del cantante si ritrova per un brevissimo istante da sola, senza accompagnamento, solo Ray. Bellissima come sempre, sostiene la struttura del brano in attesa che la musica riparta più forte che mai, con tanto di assolo di sax dal forte sapore R'n'B. Nella vita bisogna sapersi svagare, quando serve, e allora spendiamo qualche soldo anche per noi stessi. Tutto quello che dobbiamo fare, in fondo, è stare insieme alle persone a cui vogliamo bene e lasciare che il tempo scorra sulla nostra pelle, marchiando a fuoco dei momenti indimenticabili. Ray ci mette del suo, autocitandosi: Hey, dillo a tutti, Ray è in città!, trasformando così questa festa nella sua festa. Come fosse ancora un musicista di strada, valuta quello che ha guadagnato dalla serata e fa già i conti del poco che gli rimarrà in tasca, deciso a non lasciare a nessuno la possibilità di prendersi gioco di lui e sottovalutarlo, soprattutto alle signorine. Impetuoso a tratti è anche il drumming, scatenato e forsennato quando serve per dare enfasi ad una song spensierata ma eseguita a dir poco alla perfezione. Le alterazioni vocali dello stesso Charles sono da antologia. Maestro quando, semplicemente, canta, e completamente folle quando si tratta di urlare al microfono. Un altro grande brano che si conclude con una coda di piano letteralmente improvvisata che chiude in maniera totalmente personale l'ennesimo successo della sua splendida carriera.

Georgia On My Mind (Live)

L'ultima gemma musicale di cui andiamo a parlare è la già analizzata Georgia on my Mind, questa volta in versione live. Qui possiamo ascoltare Ray in una veste più recente, riuscendo ad apprezzare maggiormente la grande influenza che ha avuto sulla gente e sulla musica in generale. I primi applausi non tardano certo ad arrivare, ma successivamente un silenzio quasi assoluto avvolge la sua performance. Quasi come in estasi e assorti nell'ascoltare un maestro, i presenti si fanno avvolgere dalle emozioni che, tramite la sua voce e il suo pianoforte, il grande Charles riesce a trasmettere con incredibile naturalezza. La band lo segue tranquillamente, ma lui non segue mai un copione: improvvisa, gioca con il proprio strumento e con il suo pubblico, riuscendo a dare sempre quel qualcosa in più ad una canzone già di per sé magnifica. Rimarca il fatto che visiterà altri luoghi, lungo la sua strada, incrocerà milioni di sguardi, ma la Georgia rimarrà sempre nel suo cuore. Sentire con le proprie orecchie la passione che ogni volta riesce ad esprimere attraverso la sua musica, e forse ancora di più attraverso questo specifico brano, è un qualcosa di eccezionale. C'è poco spazio per gli strumenti a fiato, quasi nullo. Solamente la batteria si permette di accompagnare quel signore distinto seduto dietro al proprio pianoforte. Il resto lo fa lui con i suoi tasti, con la sua voce. Sinceramente, c'è poco da dire sulla resa dal vivo di un pezzo di tale importanza e portata. La cosa stupefacente è che la si può ascoltare un milione di volte, e tutte le volte avvertiremo una sensazione diversa. O forse la stessa, ma con un milione di sfumature differenti. Al termine del meritatissimo, fragoroso applauso, Ray ringrazia con la sua solita leggerezza, consapevole del fatto che anche questa volta è riuscito a mettere in scena lo spettacolo che ha voluto, che ha sempre voluto.

Conclusioni

Siamo dunque giunti al termine di questa nostra avventura, perché è proprio di un'avventura che stiamo parlando. Un viaggio incredibilmente intenso che ci mostra un Ray Charles in tutte le sue sfumature. Dagli esordi difficili, quando la gente che lo circondava non aspettava altro che fregarlo a causa della sua cecità, fino ad arrivare alla maturazione musicale vera e propria, con la quale riusciva con estrema disinvoltura a fare suo qualunque brano di qualsiasi genere. Questa colonna sonora è una testimonianza di quello che è sempre stato Charles: una persona che fin da piccola ha dovuto affrontare delle difficoltà enormi, delle montagne da scalare talmente alte che molti di noi si sarebbero arresi al solo pensiero di doverle affrontare. Ripensiamoci un attimo: da bambino vede suo fratello annegare in una tinozza piena d'acqua, accumulando ogni sorta di senso di colpa per non essere riuscito ad aiutarlo, anche e soprattutto nei confronti della madre; successivamente, è vittima di una malattia agli occhi che lo porterà alla cecità. E questo non è che solamente l'inizio di un lungo calvario che dovrà affrontare una volta diventato adulto. Il continuo ricordo di quella tragedia lo accompagnerà per tutta la vita, eppure, in quella che sarà la fase più importante della sua vita, la figura materna avrà un ruolo a dir poco fondamentale per la sua sopravvivenza. "Cieco non vuol dire storpio", ripeteva la donna, ma la sua frase più importante Ray la ricorda così: Chi è bugiardo è anche ladro. E di ladri, Ray Charles ne ha conosciuti pure troppi. Durante il suo percorso artistico ha conosciuto anche l'eroina, attraverso la quale riusciva a trovare un conforto che, per quanto distorto, gli era in quel periodo impossibile da raggiungere. Non era certo cosa rara trovare artisti dipendenti da tale sostanza, ma Ray, con il tempo, riesce a capire il suo errore e a trovare la forza di combattere contro se stesso. Nella pellicola diretta da Hackford, benché adeguatamente romanzata, vengono dunque evidenziati gli aspetti fondamentali della vita di quest'artista leggendario, riuscendo ad imprimere nello spettatore l'importanza che la figura di Ray ha avuto per l'intero panorama musicale. L'attore protagonista, Jamie Foxx, ha avuto la fortuna di suonare direttamente col grande maestro nei suoi ultimi mesi di vita, ricercando la migliore immedesimazione al punto che, per immedesimarsi totalmente nel personaggio, rimaneva ore e ore con una benda sugli occhi ad imitarne movenze e pronuncia. Un uomo, insomma, semplicemente incredibile, ma anche terribilmente umano, capace di avere mille amanti ma di conservare un attaccamento alla famiglia fuori dal comune. Sembra un paradosso, ma è solo la contraddizione di un uomo cresciuto dalla notte, a metà fra il richiamo della strada e il calore di un ritrovato focolare. Ebbe infatti numerosi figli da altre donne, prendendosi sempre le responsabilità economiche e morali delle sue azioni, ma riuscendo a separare senza esitazione amore e sesso, strada e famiglia. E la famiglia, per Ray, era importantissima. La droga sapeva consolarlo, certo, allontanarlo dall'invisibile e costante dolore che l'opprimeva, ma la cosa che gli ha sempre permesso di stare veramente bene, di percepire quella luce così a lungo desiderata, era semplicemente la musica. Ray non ha inventato la musica, sia chiaro: l'ha semplicemente trovata per strada, raccolta e fatta sua, rielaborandola a una maniera unica, ripensandola fino a dare al mondo qualcosa di nuovo e dirompente; qualcosa di così rivoluzionario da essere definito "musica del diavolo", il gospel che incontra il blues, il sacro che si fonde al profano, ponendo le primissime fondamenta del rock e incontrando una platea mai sperata prima d'allora da un artista di colore. Con questa sua intuizione, Ray non ha fatto altro che gettare le basi per quella che poi avremmo conosciuto come musica Soul, ed è lo stesso Ray a raccontarci che: Qualcuno dice che è musica del diavolo, e i predicatori credono che io abbia rovinato dei testi sacri. Cinque anni più tardi però è diventata Soul music, e tutti si sono messi a cantarla. C'è una scena in particolare, nel film, a perfetto esempio della grandezza del genio: quando, in un locale, Ray e la sua band finiscono il repertorio ponendo così fine alla loro performance, lasciando però interdetto il proprietario. Questi afferma che se non suonano per altri venti minuti, non verranno pagati, ed è lì che la risposta del cantante lascia sbalorditi: Non esiste un'ultima canzone. nacque così il brano "What'd i Say", uno dei più grandi del suo catalogo. Un pezzo improvvisato lungo venti minuti e inciso così, senza prova alcuna. Incredibile anche solo a pensarlo. È in queste piccole, grandi cose che si vede l'enormità di un' artista. James Brown una volta disse che Ray Charles poteva vedere meglio di quelli che hanno gli occhi. Avrà forse voluto usare un eufemismo, eppure, chissà. Di certo, Ray è stato più importante d'innumerevoli mostri sacri del 900, più fondamentale dello stesso Elvis e più popolare di Little Richard. Lui ha avuto la forza di far arrivare una musica nuova, intrinsecamente dirompente, ad orizzonti fino a quel momento inimmaginabili, specialmente per un uomo della sua estrazione, e questa colonna sonora è soltanto una piccola testimonianza della sua grandissima eredità. Impossibile trovare un brano che spicchi su altri, poiché questa è una di quelle opere che da per intero, tutte d'un fiato, capaci di entrare nel cuore senza e di restarci. Difficile, se non impossibile, ascoltare qualcosa d'altro dopo aver sentito un brano di Ray, perché nelle sue canzoni c'è tutto: emozione, paura, tristezza, allegria, ritmo, melodia, formale classicismo e rivoluzione intransigente: qualsiasi cosa voi cerchiate, lì la troverete. Inizialmente restio a partecipare alla produzione del film, Ray ha infine abbracciato il progetto e collaborato a stretto contatto con attori e regista. In più, la pellicola è stata coprodotta da Ray Charles Robinson Jr., facendone così uno dei migliori film biografici mai prodotti, senz'altro uno dei più completi. La musica è chiaramente la vera protagonista dell'opera,  immortale lascito di un artista la cui voce, la carica e l'innata spontaneità, rimarranno per sempre nel cuore pulsante della musica.

1) Mess Around
2) I've Got a Woman
3) Hallelujah I Love Her So
4) Drown in My Own Tears
5) Night Time is (the Right Time)
6) Mary Ann
7) Hard Times (No One Knows Better than I)
8) What'd I Say
9) (BONUS TRACK) Leave My Woman Alone
10) Georgia on my Mind
11) Hit the Road Jack
12) Unchain My Heart
13) I Can't Stop Loving You
14) Born to Lose
15) Bye Bye Love
16) You Don't Know Me
17) Let the Good Times Roll (Live)
18) Georgia On My Mind (Live)