ATHROX

Through the Mirror

2018 - Revalve Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
25/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Gli Athrox sono una band proveniente da Grosseto e formatasi nel 2014, ma è solo nel 2015, con l'ingresso in formazione del cantante Giancarlo "Ian" Picchianti, che le cose si fanno stabili in modo da procedere con la realizzazione del debutto. A quel punto, oltre al cantante, la band era stabilmente formata da Sandro "Syro" Seravalle e Francesco "Frank" Capitoni alle chitarre, Alessandro "Aroon" Brandi alla batteria e Andrea "Lobo" Capitani al basso. Tuttavia, solo nel 2016, arriva il suddetto debutto, il buonissimo e fresco "Are You Alive?", che come potrete vedere nella recensione dedicata, è un album che richiama molto alcune sonorità tipiche del metal degli anni '80, soprattutto quello a stelle e strisce. Ciò nonostante, pur tenendo un piede in quel ricco bacino fatto di Metal Church, Crimson Glory e Queensrÿche, i ragazzi amano tenerne l'altro piede in sonorità più thrash, aggiungendo un pizzico di pulizia moderna. Il lavoro risulta pieno di energia, con alcuni pezzi in particolare che spiccano per la loro bellezza e altri che comunque risultano davvero ben fatti e a dir poco piacevoli da ascoltare. L'album è accolto molto positivamente, e questo permette agli Athrox di partire in tour e di affiancare band come Armored Saint, Phil Campbell and the Bastard Sons (band dello storico chitarrista dei Motörhead), Iced Earth e Ross the Boss (ex Manowar). Non male per un debutto. In ogni caso, come per quanto riguarda ogni buona uscita, c'era una certa curiosità nell'aria su quale poteva essere il successore di "Are You Alive?"; questo perché, il metal di stampo classico non va più come una volta, e questa è ormai la realtà. Molte band che lo propongono, spesso si limitano a copiare stilemi e modi di fare, risultando quasi delle parodie; gli Athrox invece sono riusciti a creare uno stile che, pur strizzando l'occhio a certe sonorità, non si limita a imitarli, piuttosto sono riusciti anche a dare un'impronta personale da non sottovalutare. Ecco spiegata la curiosità per il successore. Quindi, nel 2018, con la stessa formazione del debutto, la band dà alle stampe "Through The Mirror", che già dalla copertina e dal cambio di logo fa presagire qualcosa. Ovviamente non si dovrebbe mai giudicare il libro dalla copertina, ma questo è un CD e, come ben sappiamo, le immagini e l'estetica contano parecchio nel metal. I vetri rotti dello specchio, l'uomo visto di spalle con riflessi scheletrici e pazzoidi intorno a lui fanno pensare ad un lavoro decisamente più duro e cupo. Il primo singolo estratto, poi, non ha fatto altro che confermare questa teoria, così come le brevi anteprime dei brani rilasciate. Ma ovviamente bisogna ascoltare l'album per bene prima di poter dire di aver indovinato. A tutti gli effetti, dopo averlo ascoltato in ogni sua sfaccettatura, possiamo dire che la prima sensazione non era per niente sbagliata, ed effettivamente l'album suona più duro e cupo del predecessore, se vogliamo anche più malinconico. Le influenze dell'heavy americano sembrano essere sparite quasi del tutto, mentre, di contro, sembrano aver preso il sopravvento le sonorità vicine al Thrash e addirittura ai Nevermore. Ebbene sì, il nome che riecheggia spesso durante l'ascolto di "Through the Mirror" è proprio quello della band capitanata dal compianto Warrel Dane, quindi va da sé che le sonorità siano meno frizzanti e meno "galoppanti" di prima, anche meno dirette se vogliamo. Inoltre, i testi delle canzoni sottolineano la cupezza del tutto, aiutandoci ancora di più a percorrere questo viaggio attraverso lo specchio. Un viaggio che alla fine dei conti potrebbe essere attraverso noi stessi e che potrebbe non essere molto piacevole. In effetti, se come afferma la band stessa il debutto è, a grandi linee, un "album che tratta i problemi che affliggono l'umanità" e un album che "invita ad assaporare ciò che la natura e la vita ci regalano prima che sia troppo tardi", trattando quindi problematiche più generali, questo secondo lavoro pare soffermarsi più sull'intimità, ma sempre a grandi linee, dato che non mancano testi dal respiro più ampio. Ora possiamo quindi attraversare lo specchio tramite il track-by-track.

Waters of the Acheron

Il viaggio inizia e come dei novelli Dante, lo iniziamo navigando sull'Acheronte con, ovviamente, Waters of the Acheron (Acque dell'Acheronte). Nella mitologia l'Acheronte era uno dei fiumi dell'oltretomba e secondo Virgilio veniva solcato da Caronte con la sua imbarcazione per portare le anime dei defunti dal mondo dei vivi a quello dei morti. È proprio il rumore delle acque la prima cosa che sentiamo, un rumore quasi rassicurante, ma viste le premesse, sappiamo che non è così. La sensazione rassicurante però permane anche quando entra in gioco la chitarra acustica, che sembra quasi creare un'atmosfera delicata e bucolica; mentre la chitarra elettrica emerge dalle ombre con una melodia lamentosa ma che sembra seguire il sinuoso corso del fiume, fino a che le sue acque non si fanno gradualmente più tortuose e agitate. È proprio il momento in cui la canzone inizia sul serio, marciando con delle ritmiche rocciose e medio/veloci e dei riff puliti ma altrettanto incisivi. Non appena Picchianti comincia a cantare, però, l'incedere del brano sembra placarsi nuovamente e facendosi più melodico, grazie soprattutto alle linee vocali del cantante stesso, il quale non sembra aver perso niente in espressività. Dietro questa atmosfera apparentemente rilassata si nasconde un testo che tradisce una certa malinconia, che emerge ancora di più nel pre-ritornello, in cui i toni cominciano a rialzarsi e la batteria sembra farsi più incisiva e vogliosa di farsi sentire. È un grido disperato ma sommesso, l'annosa richiesta di trovare un senso alla vita. La batteria e le ritmiche, che apparivano così vogliose di essere sciolte, si distendono invece nel ritornello, il quale permette, ancora una volta, di far uscire allo scoperto il lato melodico degli Athrox, strizzando l'occhio ai Nevermore, per mezzo di linee vocali molto ariose ma al contempo intrise di una certa tristezza color grigio. Siamo sulla barca di Caronte, non sappiamo bene il perché, ma sentiamo che qualcosa è andato storto e il duro riff principale non ce lo fa scordare. La nuova strofa pare svelare il perché, perciò sembra creare un collegamento diretto con la copertina dell'album: "Dietro la verità nascondiamo il nostro dolore. Senti la tua anima rotta e nera come una vecchia Bibbia di parole sante. Lo specchio della mia vita sta cadendo sui miei piedi, tutti i pezzi gridano a me. Sono solo parte di me". Dunque, il viaggio attraverso lo specchio è iniziato davvero e come era stato previsto, non sembra essere per niente piacevole. L'enfatica accoppiata pre-chorus/ritornello torna per raccogliere i frammenti con la sua triste melodia. Ma forse questo non basta ed è proprio un assolo piuttosto malinconico a confermarlo; un ritmo che sembra spingerci ancora di più attraverso le scure onde dell'Acheronte, ma con delicatezza, aiutandoci nella nostra riflessione. Per chiudere, troviamo nuovamente il pre-chorus seguito dal refrain, stavolta però è l'ultima, lasciandoci incerti riguardo la risposta alla nostra richiesta al Signore di liberarci dalle acque dell'Acheronte. Questo è il pezzo più lungo dell'album e ce lo troviamo subito in apertura, scelta coraggiosa che comunque serve a farci capire da subito quali saranno le coordinate stilistiche che di tutto il lavoro.

Ashes of Warsaw

Ashes of Warsaw (Ceneri di Varsavia) si apre con una trasmissione radio, con tutta probabilità inglese, che ha delle notizie terribili. Siamo nel 1939, la Germania ha invaso la Polonia. Come tutti sappiamo, questo atto segna l'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Il riff portante, dal retrogusto thrash, segue la fine della trasmissione e ci catapulta in una capitale distrutta dai bombardamenti, in cui il fumo oscura il Sole e tutto ciò che vediamo sono macerie e persone disperate. L'andamento del pezzo è più nervoso ed energico rispetto alla opener, proprio per esprimere al meglio questa situazione bellica. Malgrado ciò, non siamo su ritmiche particolarmente veloci. Il narratore del brano, ovviamente impersonato da Picchianti, si chiede cosa stia succedendo e perché la guerra sia solo lì. Purtroppo da quel momento in poi, sappiamo che non sarebbe più stato così. In un attimo ci ritroviamo avvolti dal ritornello, che spezza di molto la tensione accumulata finora, con il suo ritmo più rilassato e con le sue linee vocali melodiche e malinconiche (non molto dissimili dal pezzo precedente) che sembrano quasi far apparire un raggio di Sole nella coltre di ceneri e polvere che ormai avvolge la città. È solo un breve istante però, perché il testo non è per niente solare: "In questo momento le parole non servono a molto, in questa vita cerchiamo di andare avanti. Ricordi d'infanzia stanno andando in cielo, stiamo cadendo giù nel profondo, solo il Male regna qui", in cui, l'ultimo verso, viene cantato in modo particolarmente sporco e aggressivo anche dalle voci in sottofondo. La nuova strofa prosegue sulla scia della prima, e a suon di riff scaccia via la calma che si era appena creata, facendo tornare i bombardieri, le esplosioni e le morti; però qui entriamo nel profondo, possiamo entrare nella mente del narratore e leggere i suoi pensieri, i quali ci portano davvero in quel contesto, sottolineando poi come la Polonia sarebbe stata invasa anche dalla Russia: "Sono solo in questa guerra, non ho più niente, più nessun figlio da crescere, Luger e Tokarev hanno preso mia moglie ed i miei vecchi amici?" Basta nominare due pistole per capire tutto. La melodia del ritornello sembra riportare un lieve bagliore di luce, ma a questo punto pare soltanto essere una consapevolezza del proprio destino, compreso con calma e freddezza. Non c'è molto altro da fare. Poco dopo la metà del brano c'è un cambio di rotta che rende il tutto più interessante: invece di ripetere il ritornello o di inserire il classico assolo centrale, la band decide di inserire un rallentamento quasi rilassante in cui riff e ritmiche si stemperano e sembrano volteggiare intorno come le polveri portate dal vento, accompagnate da una voce narrante che sembra stare sopra tutta Varsavia, mentre osserva tutto ciò che accade. Dopodiché si riparte con una certa velocità che non è mai troppo alta e anzi, ad un certo punto cede il posto ad un lungo e pesantissimo rallentamento che risulta tanto ossessivo quanto riuscito e si trascina fino alla fine, chiudendo alla grande la seconda traccia dell'album.

Empty Soul

La terza traccia è la prima ballata dell'album e risponde al nome di Empty Soul (Anima Vuota), primo singolo pubblicato. Già dalle orecchiabili e cullanti melodie chitarristiche iniziali capiamo di essere davanti ad un pezzo ben diverso dai primi due. Improvvisamente, però, le melodie svaniscono piano piano e lasciano il posto a dei delicatissimi accordi che si sento appena, accompagnati da una batteria invece abbastanza udibile e sempre molto granitica, la quale crea un ritmo lento e rilassato. Picchianti può lasciarsi andare così al suo lato più emotivo e pulito, sfornando una prestazione davvero sentita e per niente banale. L'uomo si guarda allo specchio, e nel frattempo guarda dentro sé stesso, vedendo una parte felice che pare non esserci più. Tutto questo a causa di un abbandono molto probabilmente. In effetti, gli ultimi versi della strofa lasciano intendere questo, e la musica innalza i toni e si fa più enfatica, facendo anche tornare in primo piano le cullanti melodie di chitarra apprezzate all'inizio. Il ritornello inizia proprio così, una naturale continuazione dell'innalzamento di toni descritto poc'anzi che, seppur rende il brano più enfatico e la voce del cantante più vibrante, lascia comunque un retrogusto amaro e malinconico. Dopo il refrain, però, si torna alla calma della nuova strofa, che sembra essere ancora più triste. Musicalmente non cambia niente, ma i versi sembrano gettarci dentro un vortice che ci porta sempre di più nell'intimità: "Sono un deserto, sono secco. Tu sei la mia acqua, sei la mia vita. Cammino lungo la strada verso il deserto, vedo un uomo, lo sento sussurrare. Ti prometto che farò tutto ciò che posso per essere come te". A questo punto sembra quasi che il narratore si rivolga al riflesso nello specchio, ma forse il "te" è riferito al protagonista dell'abbandono di cui sopra. Forse un amore finito? Il ritornello ci culla nuovamente e ci emoziona, ma all'improvviso accade l'inaspettato: dei riff duri e arrabbiati sbucano dal nulla e la canzone non è più una ballata, anzi! Tutto prende una piega decisamente thrash, con tanto di voci in sottofondo sporche e violente. La caduta nel vortice sembra essere sempre più repentina e ineluttabile, ma condita da un modo di ribellione piuttosto deciso: "Sto gridando al cielo, questo non è la mia anima vuota. La vita scorre senza controllo, vuota come la tua". In un attimo ci ritroviamo immersi nel silenzio, il brano è finito e noi siamo ancora un po' spiazzati dal non previsto cambio di umore. Melodia e potenza, questa sarà una costante per tutto l'album.

Through the Mirror

Un cupo giro di basso di "Lobo" Capitani ci introduce  alla prima strumentale dell'album, che poi è proprio la title-track: Through the Mirror (Attraverso lo Specchio). Il giro di basso è, come già detto, cupo, ma anche calmo e solitario, non si sente altro intorno ad esso. In un attimo però veniamo circondati da pesanti riff e fraseggi più melodici che si fanno sempre più avvolgenti ed opprimenti, coadiuvati in questo da una sezione ritmica precisa che resta sempre salda su tempi medi o al massimo medio-veloci in alcuni brevi frangenti. Ci immaginiamo l'uomo della copertina davanti al suo specchio, indeciso se gettarvisi dentro (metaforicamente) o restare con i dubbi e le paure. Scoprire sé stessi oppure restare nell'ignoranza? Conoscere una verità forse scomoda ma forse anche salutare oppure restare in una menzogna forse sicura ma forse dannosa? Ecco, tutti questi dubbi vengono espressi benissimo dai cambi d'umore che si susseguono all'interno di questa strumentale: ora ci sono riff più rocciosi, ora momenti più dolci, ora ritmiche più lente, ora più veloci.

Imagine the Day

L'inizio di Imagine the Day (Immagina il Giorno) non lascia dubbi, siamo davanti ad un'altra ballata. Il finale violento di "Empty Soul" e i fraseggi estranianti di "Through the Mirror" ci hanno lasciato con una sensazione quasi di malore, quindi una ballata dai suoni dolci e calmi fa proprio al caso nostro: il ritmo è ovviamente lento e rilassato, così come gli accordi di chitarra sono levigati e "al lume di candela". La voce di Picchianti è bassa e sempre molto emozionante con le sue linee vocali riflessive e cantate come si stesse parlando a bassa voce. L'atmosfera è dolce, sì, ma il testo non lo è molto, visto che è un'altra riflessione su una perdita amorosa: "Come ho potuto fare questo, mandarti via. Come posso asciugarmi le lacrime se nessuna lacrima cade. Ti ho dato la mia vita in cambio ma non è stato abbastanza?". Quasi impercettibilmente il ritornello ci raggiunge, con le sue linee vocali più melodiche e più ariose che vengono accompagnate da una batteria più vivace e da un leggero innalzamento dei torni che ci conferma che è proprio il refrain. Refrain che possiamo dividere in due parti, una prima parte molto calma, in linea con la strofa che lo precede, ed una seconda parte più enfatica ma sempre piuttosto crepuscolare. In questo frangente il protagonista si guarda indietro, riflettendo su quello che ha perso e su quello che gli è rimasto. La riflessione continua anche nella strofa che segue, in cui le solite chitarre stendono un leggero velo di lacrime che volteggia intorno alla voce di "Ian", che canta colpevolizzando: "So di non averti fatto sentire amata ed è il prezzo che pago. Ho ucciso il mio sogno con le mie stesse mani, ora il mio angelo è volato via?". Come dicevamo più su, guardarsi dentro può portare conseguenze del genere, scoprire verità scomode che pensavamo non esserci. Riecco che la batteria si fa più viva e presente, riecco quindi che il ritornello emerge da dietro il velo di lacrime e accende una fiammella che illumina uno stretto passaggio verso un passato lucente. Improvvisamente la fiammella sembra espandersi, alimentandosi col desiderio di tornare indietro, ai giorni vissuti in compagnia: le chitarre tornano a mordere e la batteria è ancora una volta possente. Ora i suoni non sono più dolci e languorosi, bensì forti e decisi, ma nello stesso tempo, quasi per conseguenza, anche più disperati. L'assolo che segue è molto bello e segue proprio questa linea, una cascate di note sembrano una cascata di lacrime che come un'impetuosa corrente ci trascinano ancora una volta verso il ritornello, che a sua volta si trascina a tratti per tutta la coda del brano, impreziosita da una struggente melodia chitarristica che accompagna il cantante fino agli ultimissimi secondi, in cui ci rendiamo conto che la fiammella è spenta ed immaginare non basta più.

Decide or Die

Decide or Die (Decidi o Muori) è il brano più veloce dell'album e quello che senza dubbio rimanda alle soluzioni grintose del primo album. Tuttavia, sotto sotto si nasconde sempre quell'anima pesante e "densa" che caratterizza i pezzi di quest'uscita, come si capisce benissimo dai riff martellanti che accompagnano le veloci linee vocali del cantante. Si sente l'adrenalina che cresce, la fretta, il tempo che scorre e noi che dobbiamo prendere assolutamente una scelta importante! Amore o soldi? Sembra quasi la sorella di "End of the Days" dal debutto, anche se lì il tema era un po' diverso il denominatore comune pare essere lo scorrere inesorabile dei giorni e noi che stiamo in mezzo spesso senza saper bene cosa fare. Il ritornello è molto melodico e arioso e, in effetti, sembra quasi porgerci una mano, facendo rallentare la corsa della batteria e delle chitarre, dandoci il tempo di respirare e di prendere anche una decisione: "Senza controllo, liberi e vivi. Correre? Perché? È ora di decidere, prova a decidere o muori". Un refrain che grazie al suo essere abbastanza semplice e diretto, ma soprattutto alle voci in sottofondo che rispondono puntualmente e veementemente a Picchianti, sembra essere molto buono per un'eventuale presa live. La corsa però riparte, come dicevamo, non c'è tempo da perdere! Neanche se ci si sente "cool" si è salvi, c'è sempre una decisione da prendere, decisione che può essere importantissima per il futuro. Questa strofa, poi, è particolarmente pessimistica, in quanto c'è scritto che c'è addirittura lo zampino del diavolo. Il ritornello però, con la sua melodia decisamente più pacata e distesa, in cui anche le chitarre si fanno più morbide, rallenta ancora una volta la corsa, ma non senza lasciarci un po' di amaro in bocca con le sue sentenze ed il suo continuo ed ossessivo invitarci a prendere una decisione. L'amaro in bocca si tramuta presto in un pesantissimo rallentamento dal forte sapore Thrash che pare nuovamente darci un momento di respiro, ma sembra quasi una presa in giro, dato che presto la canzone riparte veloce, rallentando ancora una volta in occasione dell'assolo. Come una presa in giro, noi cerchiamo di correre, la vita sembra rallentare, ma non appena stiamo per raggiungerla ecco che fugge via nuovamente. La traccia si chiude quindi con delle chitarre distorte che accompagnano il ritornello, il quale risuona nella nostra testa e ci mette anche una certa ansia con il suo sembrare dolce e pacato ma, nello stesso tempo, sentenzioso e pessimistico.


Sadness n' Tears

Morbide chitarre elettriche invece aprono il secondo singolo estratto dall'album nonché uno dei suoi brani migliori, ovvero Sadness n' Tears (Tristezza e Lacrime). Le melodie, con il suono vagamente anni '80, ci cullano e fanno presagire un'altra ballata, ma in un attimo un roccioso mid-tempo fa il suo ingresso, spazzando via ogni tono carezzevole. Il mid-tempo si dilunga lasciandosi apprezzare nella sua potenza, ma anche qui sotto sotto si nasconde un cuore più levigato, impersonato dalla voce di Picchianti che canta di un passato forse terribile che continua a tornare ed è chiaro come il Sole. Un passato che riguarda la giovinezza, un'innocente giovinezza: "La rabbia scorre nelle mie vene, tutto il mio passato sembra ruotarmi intorno. Ero giovane ed innocente ma nella mia mente tutto sembra così chiaro". Questo poi sfocia in uno dei momenti chiave della canzone, cioè il pre-chorus e il modo in cui si aggancia al ritornello. Il primo contrasta con le linee vocali precedenti essendo più melodico ed arioso, come se la voce volesse fuggire via lontano, non senza aver lasciato un rimprovero maligno al presunto colpevole. Il secondo si lega perfettamente a quanto appena ascoltato e prosegue la linea melodica marcata con un approccio corale da cui però ogni tanto sbuca fuori il lato più sporco del cantante. Il mid-tempo però riparte e così anche la narrazione, che continua a non svelarci molto del passato, ma ci fa capire che qualcosa di brutto è successo, qualcosa che si desidererebbe cambiare o, anzi, cancellare proprio: "A volte voglio bruciare il mio passato ma poi penso che non cambierà niente. Per tutti quelli che mi hanno lasciato, gli auguro tutto il dolore di quell'inferno". Parole sentenziose e piene di un dolore che non si riesce a mandar via del tutto. Il pre-ritornello, con la sua vena melodica e distesa, sembra quasi darci un sollievo, facendoci scorgere una via d'uscita all'interno del labirinto dei ricordi tossici, ma poi con il ritornello ci si ricorda che sono rimaste solo tristezza e lacrime. Nient'altro, fino alle fine, come viene ripetuto più e più volte da un Picchianti che risulta essere il vero mattatore di questa traccia. Le chitarre però vogliono emergere, e infatti riff potenti e gravi ci trascinano sempre più all'interno del labirinto, fino a che non riusciamo più a vedere l'uscita. L'assolo è come sempre molto melodico e non si lascia andare a scale troppo veloci, ben sposandosi con l'andamento cadenzato del tutto, e anche lui ha un'aria malinconica che ci trasporta nuovamente verso al ritornello, immersi ormai nelle lacrime. Sicuramente uno dei punti più alti dell'album, grazie anche al suo muoversi agilmente tra il mid-tempo roccioso e le atmosfere quasi da ballata, nascondendo per bene il confine che vi è tra le due tipologie di canzone.

Fragments

La seconda strumentale dell'album è la breve Fragments (Frammenti), che però è molto diversa dalla sua sorella. Dico sorella perché in realtà le due sembrano essere collegate, se con la prima, infatti, abbiamo attraversato lo specchio, ora raccogliamo i frammenti di questo passaggio, come se ciò non fosse avvenuto placidamente e con tranquillità, ma con un salto brusco e improvviso che ha rotto qualche certezza. La musica in effetti, tutta affidata ad una chitarra acustica sommessa, è piuttosto triste e crepuscolare, anche se lascia un senso di calma, come se buttarsi nello specchio, in sé stessi, per conoscere la verità può essere sì devastante, ma anche importante per raggiungere una certa autocoscienza. Non ci sono cambi di tempo o di stile, c'è solo la chitarra acustica che ci accompagna e ci riporta alla realtà e ci aiuta a raccogliere i pezzi dello specchio che ci siamo lasciati dietro.

Dreams of Freedom

Dreams of Freedom (Sogni di Libertà) sembra continuare la scia della traccia precedente grazie ad una chitarra acustica delicate su cui si adagia subito Picchianti, con un tono pacatissimo e basso che lo fa quasi suonare come se stesse parlando tra sé e sé. Il ritornello, anche lui, giunge in un attimo, come trasportato da una leggera brezza che lo porta sospirante da noi. Le linee vocali sono lievemente più marcate e anche impreziosite da un impercettibile lavoro vocale in sottofondo, ma l'atmosfera resta ancora decisamente crepuscolare e morbida. La leggera brezza però comincia a farsi venticello non appena la batteria dà il suo contributo con l'arrivo della nuova strofa, la quale suona infatti molto più viva, meno sussurrata e meno pacata, come un fuocherello che piano piano viene alimentato dal venticello di prima, e anche i versi si fanno più eloquenti e tristi: "Ricordi com'era confortevole il fuoco che bruciava nella grata, i caldi abbracci nel letto di piume ed i sorrisi di tuo figlio. Non c'è più una luce che ti scalda e l'umida terra è pronta per darti riposo?" Ancora una volta il tema del pezzo è tutt'altro che felice o positivo, ora siamo davanti ad una persona che sembra aver perso tutto, anche la speranza. Musicalmente, comunque, tutto ciò spiana la strada alla schitarrata che dà il via al ritornello, che ora suona più forte e robusto, pur non abbandonando una certa delicatezza e orecchiabilità. La robustezza, però, aumenta ancora di più non appena il refrain è terminato, dato che d'ora in avanti la batteria ed i riff saranno più potenti e pesanti, rendendo il tutto ancora più drammatico e tangibile. Quella brezza si era trasformata in venticello, ma ora siamo investiti da delle folate belle potenti che ci investono totalmente. Siamo sempre davanti ad una ballata, ma quell'inizio dolce e pacato ora sembra essere molto distante. La nuova strofa porta versi sempre abbastanza tristi, ma ora non sembrano parlare di una perdita, anzi, considerando retrospettivamente anche le prime strofe, sembrano parlare di una persona che si ritrova in un contesto molto difficile ed è ad un passo dalla morte. Forse un soldato lontano da tutto e da tutti? Difficile da dire, non ci sono molti riferimenti precisi. In ogni caso, poco dopo metà brano fa la sua comparsa il solito assolo, molto melodico e pulito, il quale si trascina per un attimo anche sotto il bel ritornello imitandone l'andamento; un piccolo dettaglio che però risulta molto apprezzabile! È proprio il ritornello a cullarci per le ultime volte, con i suoi versi drammatici ma molto orecchiabili che entrano subito in testa: "Oooh, vivi la disperazione, così sogni la libertà per liberare la tua anima". Le folate di vento però esauriscono la loro energia e tornano ad essere brezza, e così le chitarre acustiche tornano in primo piano andando a chiudere l'ultima ballata dell'album.

Fallen Apart

L'ultimo pezzo in assoluto invece è Fallen Apart (Caduto in Pezzi), per cui è stato anche girato un video. La prima cosa a colpirci sono le armonie squisitamente Heavy che aprono il brano, ma poi tutto si fa più duro e la canzone si lascia andare ad un andamento molto ritmato e dotato di un certo groove. Su questo tessuto si inserisce la voce di Picchianti, che stavolta sforna una prestazione dal piglio narrativo e quasi discorsivo: "Quando ero piccolo credevo che i cowboy fossero così fighi, vedendoli come gli eroi della mia giovinezza. Ma quello che la TV faceva vedere era molto distante dalla verità, ora è tempo di cambiare di nuovo le regole". Il ritornello non si fa attendere e ci raggiunge in un attimo con delle linee vocali alte, pulite e molto melodiche, le quali hanno forse bisogno di più di qualche ascolto per fare veramente breccia, ma una volta che ci riescono è difficile mandarle via. Le ritmiche restano uguali alla prima strofa, sempre medio-veloci, ma le chitarre innalzano i toni e sembrano quasi più vivaci in sottofondo. Con la nuova strofa i toni si abbassano nuovamente, lasciando spazio al lato narrativo del cantante, il quale stavolta ci porta verso il punto di vista di persone a cui è stata usurpata la terra. Seguendo la prima strofa vengono in mente gli indiani, ma potrebbe anche trattarsi di una vittima generica: "Quei fottuti criminali hanno preso tutto quello che avevamo, non per costruire un paese ma solo un inferno?" Il modo di cantare e il modo di mantenere il ritmo su tempi né lenti ma neanche veloci sono ottimi per dare a questo pezzo l'aria di una narrazione vera e propria. A differenza dei pezzi precedenti, infatti, che trasmettevano una certa angoscia e cupezza, questo ci trasmette quasi calma e compostezza, non rinunciando però ad un testo che non è proprio ottimista. Ecco però che le chitarre si fanno più vivaci e più Heavy, spianando la strada alle ariose e vibranti linee vocali di Picchianti che costituiscono il refrain, che è seguito a ruota da un assolo gradevole ma forse un pochino troppo corto. In effetti ci sarebbe piaciuto se si fosse dilungato per un altro po', dandoci la possibilità di apprezzarlo per bene, anche perché su un pezzo con le caratteristiche descritte poco fa un assolo lunghetto non ci stona per niente. Poco male però, perché questo ci dà l'opportunità di ascoltare subito una nuova strofa, uguale alle precedenti se non fosse che Picchianti è aiutato dalle sovrapposizioni vocali che la rendono ancora più enfatica, quasi sognante ed eterea. Tutto è quindi ancora una volta pronto per l'ultima apparizione del ritornello, che a questo punto ci è entrato quasi del tutto in testa, ed è quasi un peccato che non ci sia un'altra ripetizione, ma questo ci dà la voglia giusta per ricominciare a sentire tutto da capo. In coda infatti troviamo delle ritmiche pesanti e gravi che, unite, a delle melodie di chitarra molto dense, e anch'esse abbastanza gravi, che piano piano, scomparendo sempre di più, ci accompagnano verso la fine del pezzo e di tutto l'album. Questo è forse il brano che più di tutti strizza l'occhio a quelle sonorità Heavy presenti anche nel primo album ed è anche uno dei migliori.


Conclusioni

Dunque, non si può dire che alla fine dell'album si rimane delusi. Una cosa che rende l'ascolto particolarmente piacevole è la produzione, pulita e limpida come da tradizione moderna, ma non tanto da risultare finta e "plasticosa". Questo era un pregio che si trovava anche nel debutto, ma qui i suoni sembrano essere ancora più corposi ed avvolgenti, tanto da poter far temere una produzione proprio di quel tipo, specialmente per quanto riguarda la batteria, invece non è così, e la batteria si sente molto bene e soprattutto distintamente, suonando potente e rocciosa, senza mai mischiarsi con il suono delle chitarre o risultare piatta. Detto questo, avevamo detto che l'ascolto del primo singolo, la copertina e il cambio di logo potevano far presagire un album dai toni molto più cupi e aggressivi rispetto ad "Are you Alive?". Ora che abbiamo finito l'ascolto possiamo vedere se la previsione è stata giusta. Ebbene sì, questo "Through the Mirror" è diverso dal debutto, è proprio più cupo ed aggressivo, ma anche più pesante. Se infatti nel debutto trovavamo molti pezzi tipicamente Heavy che si lasciavano andare a galoppate e a ritmiche veloci, qui troviamo un approccio più cadenzato e focalizzato per lo più verso accordi gravi e pesanti. Questo anche perché la componente Heavy americano viene meno, scomparendo dietro a riff dal sapore Thrash, ma anche dietro ad un approccio che lascia da parte quel tipo di soluzioni, e quindi un po' di quella grinta e freschezza che caratterizzava molti brani dell'album precedente. Qui, come ho già detto, l'atmosfera più oscura e asfissiante dà vita a canzoni dall'immancabile retrogusto malinconico, ed è quindi complicato lasciarsi andare a galoppate. Inoltre, un punto forte dell'album è quello di muoversi agilmente tra melodie intense e momenti duri, ma non solo all'interno dell'album, anche all'interno di uno stesso pezzo magari, basti pensare proprio ad "Empty Soul", che parte come ballata e termina con alcuni tra i momenti più arrabbiati di tutto il lavoro. Ma anche a "Sadness n' Tears", che non è una ballata ma potrebbe quasi sembrarlo. Insomma, più o meno tutti i brani riescono a farci intravedere questa doppia anima, anche quelli apparentemente più opprimenti come i primi due. Comunque, una menzione se la meritano proprio le ballate, dato che risultano davvero ben fatte e molto orecchiabili, arrivando ad essere anche piuttosto delicate rispetto a tutto il resto Menzione anche perché la band sembra esser migliorata di molto in questo campo: le ballate del debutto erano tutt'altro che brutte, anzi, ma risultavano un po' troppo simili tra di loro, facendogli perdere qualcosa, queste invece sono tutte efficacissime e diverse tra loro. Detto questo, se è vero che vengono meno gli stilemi Heavy e che si fanno più forti quelli Thrash, è anche vero che emerge un'anima Nevermore che nell'album precedente era del tutto assente. Questo si era già intuito con il famoso primo singolo - che col senno di poi risulta non essere stato scelto a caso - ma con l'ascolto completo c'è da dire che lo spettro dei Nevermore aleggia un po' su tutto l'album, ma non è un male, anche perché gli Athrox riescono perfettamente a non risultare una copia della band di Dane e a non ricalcare certe soluzioni. Per concludere, mancano forse dei pezzi che spiccano di molto sugli altri e forse qui manca un po' di quella grinta ed energia, ma in compenso siamo davanti ad un lavoro più complesso, che ha bisogno di più ascolti e dalla qualità più omogenea e dall'approccio ancor più personale. "Through the Mirror" è infatti un album in cui si sente moltissimo la maturazione della band, la quale sembra confermare il volersi evolvere senza restare ferma su delle caratteristiche cristallizzate; una cosa che già poteva si poteva intuire nell'album precedente in realtà, ma qui diventa ancora più evidente e ci mostra una band ancora più sicura dei propri mezzi. Da tenere sotto controllo.

1) Waters of the Acheron
2) Ashes of Warsaw
3) Empty Soul
4) Through the Mirror
5) Imagine the Day
6) Decide or Die
7) Sadness n' Tears
8) Fragments
9) Dreams of Freedom
10) Fallen Apart
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