ATAVICUS

Di Eroica Stirpe

2019 - Earth and Sky Productions

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
13/01/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

È passato parecchio da quando gli Atavicus sono apparsi per la prima volta sulla scena. Fu precisamente nel 2014 che la band diede alla luce l'EP "Ad Maiora", e già da lì si cominciava a capire che la qualità era alta e il potenziale tanto. Per questo anche l'attesa per un debutto è stata spasmodica e ricca di aspettative. Ma facciamo un passo indietro. Chi sono gli Atavicus? Gli Atavicus, come i "cugini" Selvans, nascono dalle ceneri dei Draugr, ovvero di una band che ha saputo ergersi a metro di paragone della scena Black/Pagan/Folk con un album del calibro di "De Ferro Italico" (2012): vero capolavoro del genere. La separazione del 2013 ha sconvolto un po' tutti i fan e ha lasciato la scena italica come sguarnita di una band importante. Le cose sarebbero andate molto meglio di lì a poco però, visto che dalla morte di un progetto, come le teste dell'Idra, ne sono nati altri due, per l'appunto, i Selvans e gli Atavicus. Diciamo subito che forse dovremmo salutare con gioia la separazione dei Draugr (cosa che in realtà a qualcuno ancora non piace); certo, a posteriori è molto più facile, ma via ogni nostalgia e cerchiamo di goderci ciò che è nato dal trauma. Torniamo quindi agli Atavicus. Il nucleo del progetto sta nel cantante Lupus Nemesis e nel chitarrista Triumphator, e sono proprio loro due a dar vita al già citato EP. Un lavoro che, sia per il risultato finale sia per la durata, potrebbe tranquillamente passare per album. Infatti, la qualità delle tracce al suo interno è particolarmente alta e possiamo dire di essere davanti ad un vero e proprio manifesto musicale della band. Lo stile dei Draugr c'è, ma in verità non si sente così tanto, essendo la musica del duo decisamente più possente, rocciosa ed epica. Le influenze folk si riducono di molto per lasciare libero spazio ad un black battagliero e glorioso che spesso pare anche strizzare l'occhio al metal classico, se non addirittura all'epic metal. Questo li ha portati ad esibirsi in giro per l'Italia e a presenziare in festival ed eventi come il Fosch Fest del 2016 e il Mister Folk Fest del 2018. Dopo l'EP, però, c'è praticamente il silenzio. Nel 2015 viene rilasciata la cover dei Pooh "L'Aquila e il Falco" (una vera perla), nel 2016 esce il singolo "L'Ardire degli Avi", e già qui i fan cominciano a chiedersi se un nuovo lavoro non sia in arrivo? Però, altri ritardi e problematiche varie lasciano ancora tutti a bocca asciutta. Bisogna attendere altri due anni per vedere altro materiale: nel 2018 un'altra traccia, "Safinim", fa ben sperare in un album imminente, ma in realtà, bisognerà aspettare il 2019 per avere finalmente tra le mani "Di Eroica Stirpe", licenziato dalla Earth and Sky Productions. Ed eccoci all'oggetto di questa recensione. Il nucleo della band è lo stesso, ma al duo si unisce Tamoth alla batteria, e ciò è un bene, in quanto nell'EP la parte era presa da una drum muchine che se non altera il risultato finale suona però un po' troppo fredda e piatta. La produzione qui è sicuramente migliore e ne giovano sicuramente la stessa batteria (anche se forse si poteva fare un pochino meglio) e la voce, che nell'EP a tratti suonava impastata e leggermente confusionaria, almeno per quanto riguarda le parti in scream. In ogni caso, il titolo è altisonante e non può che far sorgere l'interesse in chi apprezza tematiche storico-mitologiche con canzoni che sanno di leggenda e verità. La copertina eroica è firmata da Svafnir, l'ex cantante proprio dei Draugr. I titoli delle altre canzoni non sono da meno, comunque, e solo leggendoli riusciamo a calarci in un'epoca dimenticata, con storie che si perdono tra le sabbie del tempo e che celebrano la regione che ha dato i natali ai membri della band, ovvero l'Abruzzo. Ma scendiamo meglio nel dettaglio.

Come Nasce un Eroe

Dopo anni di attesa, è Come Nasce un Eroe a darci il benvenuto, e lo fa con tanta forza. Il riff iniziale ha da subito un gusto black metal, e sembra ergersi solitario, circondato dal silenzio, ma in un attimo tutto cambia e veniamo investiti da blast beat vorticosi e il grido ferino di Lupus Nemesis. I blast beat decelerano lievemente per permettere al cantante di dar voce alle prime due strofe e allo spirito atavico che sembra quasi farsi tangibile e scendere dalle montagne non appena un flauto si inserisce nelle partiture selvagge del pezzo. Pian piano anche le tastiere cominciano a sentirsi di più, ed insieme al flauto preparano la strada per un ritornello corale e pulito, tanto orecchiabile quanto possente, che sprigiona versi eloquenti e ricchi pathos. Lo spirito atavico ci ha raggiunti e ci spinge a saltare in sella e a prepararci alla battaglia. La musica ha un retrogusto antico e virile ed è foriera di immagini legate a tempi andati, a metà tra storia e leggenda. Questo però dà all'ascoltatore la possibilità di viaggiare con la mente e finire proprio in quello spazio in cui storia e leggenda si confondono, permettendogli così di immedesimarsi in ciò che viene narrato nel pezzo. Qui in effetti non c'è un episodio preciso, è più, per l'appunto, come nasce un eroe, dall'infanzia, potremmo dire, fino a quando non estrae la spada per la prima volta contro il nemico. A questo punto le ritmiche si fanno leggermente cadenzate, e sentiamo la voce del cantante, ora più pacata e discorsiva, parlare proprio al futuro eroe, come un vecchio saggio in una vecchia abitazione che indica la via al giovane guerriero: "Accogli il tuo fato e raccogli l'onore che rende un uomo un eroe. Fa di una storia leggenda. Trai gran forza dalla tua Terra". Il guerriero ne esce pensoso mentre guarda l'orizzonte e le montagne, mentre la musica si placa improvvisamente e un breve momento acustico lo accompagna nella sua riflessione. L'assolo però riporta tutto su lidi metallici, e le tastiere imponenti (ma non troppo in primo piano) rendono il tutto più enfatico e imponente. Ad arricchire il momento ci pensa ancora Lupus Nemesis che stavolta si cala davvero nel ruolo di narratore e con voce profonda sembra confermarci che il giovane guerriero è pronto a seguire  la strada tracciata dagli avi, collegando così il passato al presente, mentre le nubi si squarciano e ogni idea si fa più chiara. La sfuriata black metal riprende a tutta velocità come all'inizio e il guerriero è finalmente pronto a saltare in sella per seguire il suo destino, e il ritornello epico e corale rende questo momento ancora più importante e decisivo: "Temprato da una fiamma che arde, eterna, indomita e lucente. Con lo scontro radicato nel sangue e la fierezza di un'eroica stirpe". Ora è un eroe.

L'Estasi del Sangue

L'inizio di L'Estasi del Sangue non è molto diverso da quello della traccia d'apertura, con la differenza che il riff di Triumphator è più melodico e meno selvaggio, e questo gli permette di entrare più facilmente in testa. Ovviamente, però, ciò non vuol dire che la musica sia più delicata, anzi, anche qui le ritmiche sono serrate e dominate dai blast beat, anche quando lo scream del cantante comincia a graffiare. Questa prima strofa veloce, però, dura poco ed è soltanto un attacco tanto fugace quanto efferato, dopo infatti i tempi rallentano e sono le tastiere piuttosto in vista ad accompagnare una sorta mid-tempo roccioso e orgoglioso. Il mid-tempo suona come una marcia trionfale che attraversa tutta la città e celebra le gesta di un eroe che è sceso dai monti del Gigante (molto probabilmente un riferimento al Gran Sasso) e porta con sé la durezza dell'inverno ma anche l'ardore della battaglia. Le genti osservano l'eroe che con la spada in mano ricambia lo sguardo e con fierezza e senza vergogna fa sfoggio delle sue armi, bagnate dal sangue di innumerevoli nemici, sacrificati nel nome degli dèi. Il mid-tempo prende una bella fetta di canzone e risulta ancora più forzuto dal momento che ad appoggiare lo scream sentiamo anche una voce più grave e cavernosa - come succedeva anche per i Draugr. È molto interessante anche andare a vedere il testo, poiché oltre ad essere sicuramente eroico e battagliero offre anche delle cose da imparare. Non tutti infatti sanno che il Gran Sasso è conosciuto come il Gigante che dorme, ma è ancora più interessante il fatto che venga nominato Ercole nella variante osca, ovvero "Hereklui Kerriiui", come si può leggere anche nella tavola di Agnone, che è uno dei reperti dove è possibile leggere un'iscrizione in lingua osca. In ogni caso, non abituiamoci troppo alla marcia, visto che è sempre tempo di far sgorgare il sangue, ed è ecco infatti che la batteria di Tamoth riparte a tutta velocità e ritroviamo anche il riff iniziale, sul quale si staglia un ritornello acidissimo e cattivo che ne segue la scia. Dopodiché i tempi rallentano nuovamente e la marcia sembra riprendere, con ancora le tastiere in sottofondo e l'atmosfera epica, ma un vero momento di pausa, per così dire, arriva con il momento acustica con cui il guerriero può riprendere fiato dopo essersi divertito a vedere il sangue delle sue vittime bagnare la sua spada. Tuttavia, non sembra esserci un vero momento di relax, l'estasi data dal sangue sembra difficile da tenere a bada e da controllare, ed ecco infatti che la musica si fa nuovamente possente ma anche selvaggia, con una nuova strofa in cui troviamo anche il latino e che viene voglia di gridare per farsi sentire dagli dèi. Non a caso i blast beat tornano a farsi sentire, adornati dalle tastiere che riprendono la melodia del riff principale e del ritornello, il quale torna sul finale con la sua carica vitale ma violenta, con versi leggermente diversi dalla sua prima apparizione, ma altrettanto eloquenti: "Strappar le anime alle membra alimenta un selvaggio istinto primordiale che affonda la sua torbida brama nell'Estasi del Sangue". Nel finale l'atmosfera torna a farsi più epica e riflessiva, con il suono dell'organetto a dare quel tocco "regionale" in più e fare da accompagnatore alla profonda voce narrante del cantante, che chiude così il pezzo e mette fine all'adrenalina del guerriero, ormai sazio e conscio delle sue abilità.

L'Ardire degli Avi

Si prosegue con un pezzo che già avevamo modo di conoscere prima dell'uscita dell'album, ovvero L'Ardire degli Avi. Il riff iniziale sembra quasi strizzare l'occhio al metal classico, ma una sfuriata blast beat mette a tacere quasi ogni classicismo. Dico quasi perché i riff portanti continuano comunque ad essere leggermente heavy, così come l'andamento del brano, che, impreziosito anche da tastiere epiche, in questo frangente riesce a muoversi tenendo un piede nel black e l'altro in sonorità più pulite, per così dire. Il salto completo nel black però avviene non appena la voce lancinante di Lupus Nemesis squarcia le nubi e getta tutti in un turbinio battagliero. Il bello però è che quanto descritto dal cantante non è uno scenario di guerra, bensì uno paesaggistico, e pensando alla bellezza degli scorci che si possono apprezzare sulle montagna abruzzesi è facile capire perché questo tributo ed è facile anche immaginarlo bene. Per permetterci di apprezzare meglio il paesaggio, i blast beat di Tamot si fermano e le ritmiche si fanno più cadenzate, ed ecco che improvvisamente dal nulla emergono dei cori epici e sacrali che sembrano portare con loro tutto il peso della Storia e della tradizione, e lo fanno con orgoglio e maestosità. Rinvigorite da questo stacco, le ritmiche partono ancora a tutta velocità, con il cantante che prende a piene mani quanto offerto dai cori e lo traduce in versi che nonostante suonino particolarmente efferati, tradiscono lo stesso un certo amore per le tradizioni antiche che una volta erano all'ordine del giorno: "Ardono i sacri fuochi tra le pietre ancestrali, danzan primigeni spiriti e spettri, onoran Pico e la sacra Ver, risuonano in reconditi echi canti perduti in arcaiche radici avite". Tradizioni che sembrano quasi fondersi col paesaggio circostante. Piccola lezione: Pico è un'antica divinità latina che secondo Virgilio avrebbe fondato l'antichissima città di Alba Longa; con "sacra Ver" si intende la festività del Ver Sacrum (Primavera Sacra), attraverso la quale si fondavano nuove città e colonie seguendo un animale-guida. Nel loro "De Ferro Italico" i Draugr hanno una canzone intitolata proprio in questo modo, lì l'animale-guida è un cinghiale. Il ritornello riesce a restare battagliero ma è meno acido e più epico, in quanto è una vera e propria preghiera da parte di un guerriero a Mamerte (versione osca di Marte). Il guerriero, dopo la preghiera, è pronto a partire per la battaglia con scudo, lancia e spada, ed ecco quindi che i blast beat ci investono di nuovo e ci trascinano nuovamente verso il refrain, che stavolta ha un testo leggermente diverso ma mantiene l'invocazione: "Oh Mamerte che invitto guidi gli uomini in battaglia, ad imperitura memoria degli insigni eroi donami ardire e forza". Dopo altri brevi sfuriate, il finale è tutto dedito all'epicità e alla maestosità, con un'altra invocazione al dio della guerra prima di gettarsi in un bagno di sangue in cui parteciperanno anche gli avi, e non si può fuggire, poiché questo è il destino.

Divina Lama Invitta

L'inizio di Divina Lama Invitta sembra essere più cadenzato e tendente ad un incedere quasi heavy metal. Quindi, ci prepariamo ad un pezzo meno selvaggio e più rilassato, ma ecco che all'improvviso un lungo urlo carico d'odio e furore spezza l'apparente quiete e ci getta in un caos fatto di blast beat e riff che tornano al black. La sensazione iniziale, però, ritorna non appena veniamo accarezzati da uno stacco acustico che fa da trampolino per un ritorno alle ritmiche cadenzate, stavolta anche impreziosite da maestose tastiere in sottofondo che rendono il mid-tempo ancora più orgoglioso, quasi da parate tra le strade di Roma. Una parata che però viene travolta nuovamente dalle ritmiche black e dai blast beat e ci riporta in uno scenario tutt'altro che festoso e pomposo, anzi, ci troviamo ancora una volta nella natura incontaminata, mentre da lontano osserviamo delle figure muoversi furtivamente come fossero delle ombre, come fossero degli spiriti. Forse sentiamo della paura, ma le tastiere tornano a darci coraggio la giusta dose di forza per addentrarci nell'oscurità e sconfiggere il nemico. Ecco quindi che un ritornello apparentemente ferino ma che in realtà cela un'anima melodica e un retrogusto malinconico viene a darci quella spinta definitiva che attendevamo, promettendoci gloria e facendo leva su alti ideali: "Muori stanotte e siedi accanto agli Dei, trionfa e torna da Re con eterni onori di gesta incise tra le glorie degli Eroi". La malinconia e la tragedia sono ancora più evidenti nei momenti che seguono, con i ritmi decisamente più rallentati e la chitarra che tesse una melodia molto interessante che sembra molto leggera e carezzevole, soprattutto se comparata con altre sfuriate ferine. In questo lungo momento più rilassato e riflessivo scopriamo che quelle figure che si vedevano in lontananza erano romani, pronti ad attaccare una nuova terra per annetterla al loro nascente impero, ma anche pronti a perire per mano delle genti italiche, che non sarebbero certo state a guardare: "Affronta il tuo destino e dimmi oh romano, dov'è il tuo coraggio ora che gli dei non son più con te?" L'uccidere l'invasore romano dà forza e vigore, ma è anche vero che la conquista sarebbe stata impossibile da evitare e infatti la musica torna ad essere veloce e tipicamente black, come per sottolineare il lato selvaggio della battaglia, il vorticare delle lame e il volo delle lance. Il ritornello, posto in chiusura, sembra allora un ultimo saluto agli eroi che hanno combattuto per difendere la propria terra. Il cantato in pulito rende il tutto ancora più enfatico e evidenzia il lato malinconico e, a suo modo, eroico. Un inno che quindi arriva fino a noi e sembra adatto non ad un solo contesto ma a molti, un inno per tutti gli eroi.

Pianto di Dolore dell'Antica Dea Madre

Pianto di Dolore dell'Antica Dea Madre è sicuramente tra i pezzi che più di tutti fanno riferimento alla terra di provenienza della band. Scopriamo subito perché. All'inizio del brano sentiamo dei delicati arpeggi e un pianto che si fa sempre più disperato man mano che passano i secondi, mentre il vento fischia e sibila passando tra le ampie vallate e i cunicoli delle montagne, invitando i lupi a rispondere. È un momento molto delicato, impreziosito anche da una soave voce femminile in sottofondo che contrasta con quanto ascoltato finora, ma è tutto molto bello anche per questo. Dopo un minuto e mezzo di introduzione, sono le chitarre elettriche a prendere in mano la situazione, e lo fanno senza però esagerare o lasciarsi andare a sfuriate selvagge, ma anzi, lo fanno quasi seguendo l'andamento triste del pianto iniziale. Lo stesso fa la voce pulita ma al contempo dotata di quel fascino narrativo proprio di chi si appresta a raccontare una leggenda. A coadiuvare quest'ultima, comunque, c'è anche un flauto leggero ed etereo che enfatizza ancora di più i lati delicati e malinconici del pezzo, che è la stessa cosa che fanno anche gli stacchi acustici prima del momento leggermente più duro in cui anche la voce in scream fa la sua comparsa. Passando per un momento al testo, già dalla prima strofa entriamo nel vivo della storia: "Maja, che hai racchiuso il tuo dolore in un gelido soffio di vento, s'ode nell'aere il tuo pianto che conforto mai troverà". Maja è ovviamente un personaggio della mitologia greca ed è una pleiade, fuggita dalla Frigia per salvare suo figlio Ermes, il famoso messaggero degli dèi (in questa leggenda abruzzese un gigante), ferito in battaglia e in pericolo di vita. Maja però, pur mettendosi alla ricerca di erbe medicinali, non riuscì a trovare una cura, visto che le montagne erano coperte dalla neve. Ermes allora morì e Maja lo seppellì sotto la montagna più alta dell'Appennino: il Gran Sasso, che da allora è conosciuto come "il gigante che dorme". Dunque, i pianti sono proprio quelli di Maja, disperata per la perdita di suo figlio e per non essere riuscita a salvarlo. La musica a questo punto sembra farsi più potente ed enfatica, e in effetti oltre che alla sovrapposizione tra scream e voce pulita, troviamo anche una doppia cassa più accelerata. Tutto fa da contorno all'epilogo della leggenda, con la morte di Maja, che venne seppellita dai pastori lì dove si era accasciata, sulla montagna che ancora oggi porta il suo nome, ovvero la Majella, la "Madre dell'Abruzzo": "Nell'eterno riposo cadde la Ninfa. Testimone è il cielo che esplode in tempesta, anche gli Dei, nel dolore lacrime umane sanno versare". Il pianto è terminato, ma ecco che gli elementi atmosferici sembrano partecipare al lutto e i blast beat ci travolgono e ci sferzano la pelle, ma il momento dura poco, visto che ancora una volta ci ritroviamo ammantati da un incedere più riflessivo e lento, e non bastano gli scream a spezzare la malinconia. Il flauto e le chitarre acustiche infatti riescono a rendere tutto più carezzevole e calmo, mentre la voce pulita mantiene intatto quel lato epico e dal sapore di leggenda, evidente soprattutto nella penultima strofa. Il dolore però è tanto, e non si riesce a stare sempre su lidi pacati, ad un certo punto bisogna sfogare la disperazione, ed ecco che, in effetti, il finale è tutto affidato ai momenti più arrabbiati del pezzo, con blast beat velocissimi e scream acidi e decisi, che però non sono per niente battaglieri e si rivolgono invece alla Madre. Il guerriero si ricorderà sempre di lei e della sua storia, non importa che battaglia stia combattendo, il pianto di Maja sarà sempre con lui e risuonerà in tutte le valli. È curioso notare che anche i "cugini" Selvans hanno scritto una canzone su questo tema, si trova in "Faunalia" e si intitola "Magna Mater Maior Mons".

Consacrato all'Eterno

Consacrato all'Eterno è l'unica strumentale dell'album. Comincia con percussioni che ricordano molto da vicino quelle usate dai Summoning, e per un attimo sembra proprio di star a sentire un pezzo della band epic black metal austriaca, anche perché queste percussioni sono martellanti, ipnotiche e si ripetono fino alla fine del breve brano. Tuttavia, lo stile che si crea di lì a breve è molto meno sognante e malinconico, anzi, le chitarre riescono a dare vigore al tutto, mentre i vocalizzi mascolini sembrano quasi degli incitamenti prima di una battaglia, con il comandante che passa in rassegna le sue truppe e le incita cercando di far uscire fuori il loro animo guerriero e primitivo.

Safinim

Safinim ci ricorda qualcosa, e in effetti è il pezzo uscito molto tempo prima dell'album per cominciare a smuovere le acque, anche se queste poi si sarebbero calmate subito con i vari ritardi nell'uscita dell'album. In ogni caso, dopo l'intermezzo strumentale, veniamo accolti da un'introduzione, con accordi acustici, solitaria molto atmosferica e pacata che però, dopo poco meno di un minuto si trasforma in una marcia epica e rocciosa. A questo punto il cantato non si fa aspettare, e la voce di Lupus Nemesis si erge su questo incedere medio-veloce con fare orgoglioso e tronfio, come se stesse alla testa di una marcia in cui stendardi e armi si muovono e luccicano al Sole: "Passi pesanti, scudi lucenti, suonano i corni e i vessilli garrenti. Sorrido al fato che mi offre benigno un ultimo scontro, un ultima vittoria". La batteria improvvisamente si fa più veloce, il cantato si fa sporco e cattivo, ma le tastiere in sottofondo mantengono intatta l'epicità con un sottofondo maestoso che però si fa più carezzevole quando le ritmiche rallentano e si fanno più melodiche. La marcia, quasi baldanzosa, è però la vera anima del pezzo fin qui, anche quando partono delle accelerazioni si ritorna sempre a quell'andamento, il quale risulta molto funzionale con la voce pulita. Quest'ultima si lascia andare anche ad una breve narrazione, che si interrompe improvvisamente e viene letteralmente spazzata via da un'accelerazione, ora sì, devastante e fulminea che ci travolge come un'armata di uomini bellicosi e acciaio. Il ritornello, in più, è anche impreziosito dal suono di quello che sembra essere un organetto, il quale riesce a dare quel retrogusto folk che ci permette all'ascoltatore di abbandonarsi ancora di più e ritrovarsi in queste epoche lontane e di cui non sappiamo moltissimo. Così come era arrivato, però, il ritornello svanisce. L'assalto è stato breve ma intenso, fulmineo ma tagliente. Ciò che resta dopo è soltanto la quiete dopo la tempesta. In effetti, la musica si stempera e tutto si fa decisamente più atmosferico, quasi da colonna sonora. Lo scenario che viene evocato pare essere quello della fine di una battaglia, con corpi mutilati rimasti sul terreno, armi buttate ovunque, ma un silenzio e una calma che pochi attimi prima non c'erano. Non si sente neanche un respiro, soltanto quello della natura. Ci godiamo il momento, ma le chitarre tornano a ruggire con una galoppata dal retrogusto heavy in cui però la voce resta squisitamente black e sembra rispondere allo scenario evocato nella parte atmosferica precedente: "Ogni vita spezzata e anima strappata è il tributo esatto per la nostra libertà, e pe'l dolore inflitto, la sofferenza inferta non ho rimorso alcuno, nessuna pietà". Già, nessuna pietà per il nemico. Sembra proprio di sentire le popolazioni sannitiche che si difendono dalla conquista romana. Da questo punto in poi il brano sembra acquisire una marcia in più sul versante epico, le tastiere infatti paiono guadagnare terreno per arrivare più in primo piano, e le linee vocali si fanno più declamatorie, in un certo senso più orecchiabili anche, nella misura in cui viene voglia di cantarle con le braccia al cielo. E lo stesso si può dire anche del rientrato ed orgoglioso ritornello, che in quest'occasione sembra allentare l'assalto fulmineo per far emergere proprio il lato melodico da cantare tutti in coro soprattutto nei concerti, tutti vicini, spalla a spalla come durante una battaglia campale. L'esercito sannitico ora è più unito che mai e pronto a difendere i suoi confini al grido di "Safinim! Safinim! Safinim!", che sarebbe il nome con cui questi popoli identificavano la loro terra. La lotta è decisiva e ne va della propria esistenza, ma il guerriero, come ci dice la narrazione finale, verrà aiutato dallo spirito eroico che accompagna da sempre tutta la sua stirpe, e questo lo aiuterà a perseguire la via dell'Onore e della Virtù. Un finale altisonante e degno dei migliori poemi epici per il pezzo più lungo dell'album, che con i suoi 10 minuti e 40 è per ora anche il pezzo più lungo della band e, inoltre, uno dei suoi punti più alti.

Di Eroica Stirpe

L'album si chiude con Di Eroica Stirpe, un brano che già dalle note iniziali sembra voler puntare tutto sull'atmosfera e l'epicità.  L'introduzione è infatti solenne e maestosa, con le tastiere e il pianoforte in primo piano, con i riff e le percussioni che scandiscono un tempo quasi marziale. La voce pulita del cantante non può che seguire questo schema e, sempre su ritmiche simili, si staglia con le sue linee vocali gravi e dal retrogusto malinconico. Non basta il fugace momento black a stemperare la malinconia, perché le tastiere e le melodie più ariose riescono a prendere nuovamente il sopravvento, così come la voce pulita, la quale canta versi d'amore per la terra natia. Versi molto eloquenti e che sembrano quasi essere un sunto di quanto ascoltato finora: "è qui che voglio riposare, tra le mie montagne dove si osservan le vette del Gigante Dormiente e di Maja Madre". Un richiamo che forse è indirizzato soprattutto ad un brano che abbiamo già visto. Le montagne ci hanno accompagnato per tutto l'album, potremmo dire, e qui trovano la loro consacrazione definitiva.  Qui, però, i blast beat di Tamot riescono a trovare uno spazio in cui farsi sentire, ma sentiamo che ci sono ancora delle tastiere gonfie in sottofondo che continuano a richiamare la melodia portante del brano, e in effetti in poco tempo ritorniamo all'incedere solenne e tragico che a questo punto è tipico della canzone. È come se le battaglie ormai fossero finite e sia giunto il tempo per il guerriero di riposare, e forse sarà un lungo riposo, senza un risveglio. Poco importa però, perché la vita è stata data per una giusta causa, è stata data per difendere la propria terra, la quale potrà così generare nuovi guerrieri ed eroi che la difenderanno ancora, seguendo gli stessi alti ideali di chi la difese un tempo. A questo punto la musica si fa ancora più pacata e melodiosa, con tanto di flauto a tessere suoni dolci e sognanti, mentre la voce di Lupus Nemesis da declamatoria diventa sussurrante. È la terra natia - l'Abruzzo - che risponde all'eroe morente con sussurri che arrivano con il vento, da sottoterra e con lo scorrere dei fiumi: "Uomo che abbracci la morte e la tua vita hai consacrato a me, il dono che ti voglio fare rendendoti Eterno, è farti rivivere in me. Per sempre". Con le due ultime parole, però, parte anche la sfuriata black che sa di rivalsa e di orgoglio, con le tastiere in sottofondo che continuano ad essere pompose e grandiose e tengono il campo preparato per il ritorno ad un incedere più solenne. Qui non c'è spazio per troppa furia, bisogna soltanto ascoltare e lasciarsi andare a questa sorta di trenodia dedicata ad un guerriero morente. Tuttavia, il brano non porta emozioni tristi, poiché il guerriero è morto seguendo degli alti ideali e la terra per cui ha combattuto lo accoglie in sé. C'è ancora tempo per un ultima accelerazione, però, quando al grido di "Viteliù" i blast beat di Tamot tornano a farsi sentire e ci accompagnano fino alla fine del pezzo, come un Sole che tramonta lentamente, come la vita di un eroe che si spegne. "Viteliù", per concludere con una piccola curiosità, secondo alcune teorie sarebbe l'antico nome osco da cui poi, passando per il latino, si sarebbe giunti al nome "Italia". Un gran bel brano conclusivo che a suo modo è anche istruttivo.

Conclusioni

"Di Eroica Stirpe" è un album roccioso e battagliero, selvaggio e aggressivo, ma anche maestoso, solenne e in rare occasioni riesce anche ad essere malinconico e delicato. Non stiamo certo parlando di un album sperimentale o dalle mille sfumature, ma il fatto che le canzoni non siano tutte uguali aiuta molto a rendere l'ascolto più piacevole e duraturo. Ovviamente lo stile che domina è quello black con i blast beat e i riff velocissimi, ed è anche giusto che sia così, era quello che ci si aspettava anche facendo una comparazione con l'EP precedente, però, il black è condito da momenti che lo rendono più variabile, con brevi narrazioni, canti in pulito, momenti acustici e così via. Dopotutto anche questo ci aspettavamo, ovvero un album che non fosse un continuo assalto all'arma bianca dall'inizio alla fine, ma che avesse in sé anche altre sfumature. Se infatti è il black a dominare, non si può negare che il CD abbia anche un'anima epica molto marcata, e infatti qua e là emergono anche degli sprazzi di metal classico che tradiscono un gusto per un certo tipo di sonorità, per l'appunto, classiche e provenienti magari da alcune band del filone epic degli anni '80. È solo un'ipotesi in realtà, ma alcuni passaggi potrebbero far pensare questo. È così, comunque, che riusciamo a passare dalle tracce più efferate della prima parte a quelle più, se vogliamo, riflessive e solenni della seconda. Nella prima parte infatti troviamo canzoni quali "Come Nasce un Eroe", "L'Estasi del Sangue", "L'Ardire degli Avi" e "Divina Lama Invitta", tutte e quattro piuttosto aggressive e piene di ardore ed energia. Nella seconda parte, invece, ci sono "Canto di Dolore dell'Antica Dea Madre", la strumentale "Consacrato all'Eterno", la lunga "Safinim" e "Di Eroica Stirpe"; come abbiamo già visto durante l'analisi traccia per traccia, queste ultime sono meno selvagge e meno arrabbiate, preferendo far prevalere il lato solenne e maestoso (come nelle ultimissime due) oppure quello malinconico e tragico (come nella prima del gruppo). Certo, anche qui è chiaro che non manca la parte black con tutti i blast beat, gli scream e la rabbia primordiale, ma si può dire che l'atmosfera che si respira è meno caotica e più ragionata. Il che non significa che le prime quattro canzoni non siano ragionate, anzi, ci sono alcuni tra i pezzi migliori dell'album, significa soltanto che hanno un approccio più diretto e tagliente. L'album sembra quindi diviso in due, ma ciò non significa che sia sbilanciato e che sia davvero diviso in blocchi, poiché comunque l'anima degli Atavicus è presente in tutte le canzoni in egual modo, solo che in alcune esce fuori ponendo l'enfasi su un certo aspetto, in alcune un altro, e questo fa sì che tutto sia scorrevole e coerente. Per quanto riguarda i testi, anche qui è quanto ci si aspettava, con liriche poetiche, cariche di pathos, tragiche ed epiche. La musica, unita ad esse, riesce a trasportarci in un'epoca che è sì antica e leggendaria, ma che comunque sentiamo in qualche modo essere parte di noi e della nostra Storia, ed è molto bello vedere l'affetto per la propria terra che la band riesce a trasmettere, ed è ancora più bello se pensiamo che finalmente qualche band guarda sul nostro suolo e alla nostra cultura per i temi delle proprie canzoni, senza andare sempre a pescare dal grande Nord. Dunque, l'album è riuscitissimo e conferma tutte le alte aspettative create dall'EP. Se devo trovare un difetto, sta nella produzione: a volte le chitarre risultano un po' nascoste e non si riesce ad apprezzarle per bene, mentre a tratti il suono della batteria somiglia a quello di una drum machine. Grandi miglioramenti, invece, per quanto riguarda il lato canoro, sia per quanto riguarda la qualità del suono sia la prestazione: tutto più limpido e comprensibile. In ogni caso, niente che abbassi troppo la qualità generale di un album assolutamente da comprare e che può cambiare i pareri di chi ancora cerca i Draugr.

1) Come Nasce un Eroe
2) L'Estasi del Sangue
3) L'Ardire degli Avi
4) Divina Lama Invitta
5) Pianto di Dolore dell'Antica Dea Madre
6) Consacrato all'Eterno
7) Safinim
8) Di Eroica Stirpe