ATAVICUS

Ad Maiora

2014 - Nemeton Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
07/03/2022
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Era il 2011 quando usciva "De Ferro Italico", capolavoro dei Draugr che si è subito imposto come uno degli album metal più importanti usciti su suolo italico, soprattutto per quanto riguarda il metal estremo e, andando a restringere ancora di più la cerchia, il black metal di stampo folk e pagano. La band abruzzese aveva già dato alle stampe "Nocturnal Pagan Supremacy" (2011) che però ha un suono e un'attitudine decisamente più orientata verso il black pure, anche se non mancano virate verso momenti folk. Tuttavia, è proprio con "De Ferro Italico" che si raggiunge l'apice, grazie a quella commistione tra black, sonorità folk e canzoni cantate in italiano (con momenti in latino e addirittura in osco) che sono più ragionate, mature, e con un impatto narrativo non indifferente grazie al concept pseudo-storico che viene svelato traccia dopo traccia; tutto ciò senza dimenticare ovviamente la freschezza e la carica battagliera di canzoni che riescono a colpire sin da subito. In ogni caso, il sogno è durato poco, poiché già nel 2012 il cantante Augur Svafnir lascia la band per essere sostituito da Nemesis. Ma anche questo non dura poco, visto che l'anno seguente i Draugr si sciolgono definitivamente. Tuttavia, come si suol dire, non tutti i mali vengono per nuocere, ed ecco infatti che da una costola dei Draugr nascono due band: i Selvans e gli Atavicus. In questa sede prenderemo in esame quest'ultimi, con il loro EP di debutto uscito nel novembre 2014 , un EP che porta un nome importante e roboante: "Ad Maiora". Dietro di esso troviamo lo stesso Nemesis, che qui però si fa nominare Lupus Nemesis, e il chitarrista Triumphator. Sono loro due a gestire tutto, e lo fanno con tutta la voglia di ricominciare da capo, senza lasciarsi sopraffare dallo scioglimento dei Draugr. Il titolo dell'EP, dopotutto, parla chiaro, e la copertina tanto marziale quanto austera lascia presagire quali potrebbero essere le sonorità proposte. E lo stesso fanno anche i magniloquenti titoli dei brani, che sembrano mirare a tematiche quanto più epiche e battagliere possibili. Vedremo poi meglio nell'analisi approfondita, traccia per traccia, ma possiamo subito rivelare che sì, la proposta di questi neonati Atavicus punta proprio all'epicità, un'epicità antica che ancora una volta pesca le sue tematiche o dall'antica Roma, o comunque da tematiche guerresche in generale, che però non possiamo fare a meno di accostare sempre a quell'enorme calderone - anche perché non si parla certamente di andare in guerra sparando con un mitra. No, si parla di gloria eterna, di legionari, di assalti frontali e luoghi sacri? Insomma, come da buona tradizione black resta forte la voglia di portare l'ascoltatore verso tempi antichi e perduti, ed è sempre lodevole la volontà di farlo con materia che riguarda la nostra penisola, senza andare ogni volta a cercare tematiche nel Nord Europa.

Intro

Ad aprire le danze ci pensa l'"Intro", che come ci si può immaginare è una semplice traccia strumentale che ci trascina dentro l'EP. Già da qui però si vede la differenza con i Draugr, perché chi si aspettava una strumentale con sfumature folk è rimasto sicuramente spiazzato nel ritrovarsi a sentire un brano che punta decisamente sull'epicità e una certa atmosfera eroica, con fiati e cori soffusi in sottofondo e sì, anche un flauto, ma che comunque non si lascia andare a gioiose melodie celtiche. Già da qui capiamo che la proposta degli Atavicus punta verso un certo stile.

Sempiterno

L'inizio vero e proprio dell'album, però, ce l'abbiamo con "Sempiterno", che, a differenza dell'intro, già nel titolo porta l'essenza della sua natura. L'attacco è tagliente e aggressivo, con blast beat della drum-machine veloci e l'asprissima voce di Lupus Nemesis. Quello che però sembra un assalto all'arma bianca senza troppi indugi, si trasforma già dopo la prima strofa, poiché sono trionfanti tastiere e un rallentamento nelle ritmiche ad accompagnare la marcia dei soldati, ed è su questo tessuto che si erge il ritornello, melodico e trionfante anch'esso. È diviso in due, la prima parte cantata in scream, la seconda che ripete gli stessi versi ma con una voce pulita e declamatoria: "Leggende di tempi antichi ricordano i nostri avi in storie di gloria e sangue, di nobili anime eterne". Ecco allora che, infervorati da queste parole, i soldati ripartono all'attacco con un nuovo assalto di blast beat e una nuova strofa pulita. Stavolta la voce sembra venire dai cieli, dagli dèi, i quali vedono l'eroe preso dai timori della morte e dalla paura di non farcela, ma loro lo spronano ad avanzare e a scrivere il suo nome nella leggenda. Quindi si può partire all'attacco nuovamente, sguainando la spada e correndo verso il nemico col sudore che scorre sulla fronte e sulle mani, bagnando l'elsa della spada stessa. Il momento viene nuovamente rallentato dal ritornello, il quale dà il tempo ai soldati e all'eroe di guardare il sangue sulle loro lame e di godere dell'imminente vittoria, la quale sembra giungere insieme al riposo del guerriero grazie ad un deciso rallentamento del brano che ci porta addirittura verso un momento acustico e pacato. Dai cieli giunge ancora una voce, stavolta sussurrata, che si sposta di rovina in rovina, di corpo in corpo, di cima in cima, ricordando a tutti che la memoria eterna li attende. Il Sole però sorge, e i sogni di vittoria eterna si palesano con forza davanti ai guerrieri appena svegli, e con questa vitalità ritrovata anche la canzone riparte con forza e con uno dei momenti più belli del brano: "Di era in era, di inverno in inverno, si tramandan la forza e il coraggio, di uomini dallo spirito sempiterno che entrando nel mito divennero Dèi". I blast beat senza ulteriori pause decidono a ripartire, e la voce degli dèi ancora una volta sprona l'eroe ad avanzare, con la tastiere che tutto intorno risuonano con un tappeto melodico di sicuro impatto e non difficile da ricordare, anche perché il ritornello non si fa attendere troppo, sia in veste sporca sia in veste pulita. Siamo però giunti alla fine, e c'è da dire che con un inizio del genere c'è solo che da leccarsi i baffi per quanto deve ancora arrivare. Una canzone battagliera, con tutti i crismi del black metal, ma con una vena epica che fa breccia da subito.

La Disciplina dell'Acciaio

Ed ecco che arriviamo a "La Disciplina dell'Acciaio", che è ancora oggi uno dei pezzi più belli della band e molto probabilmente il mio preferito. Dopo l'assalto della traccia precedente, qui è una chitarra acustica a smuovere le nebbie dell'alba e il riposo dei legionari. Il torpore però viene interrotto dal vocione pulito di Lupus Nemesis, che declama versi eroici come se stesse su un'altura a guardare le sue truppe. È un momento epico e pieno di enfasi, il mio preferito di tutto l'EP, che vale la pena anche leggere: "Dall'alto di una cima, una pioggia di dardi sale in cielo e sfida gli indomiti al cospetto della morte. Sotto la tempesta di fuoco risuona il ferro, lo spirito guerriero prende forma. L'attesa accende gli animi e l'onore scuote i cuori più puri". Ed ecco che i nostri animi si accendono, e con essi anche il resto degli strumenti, i quali danno il via ad un mid-tempo dal retrogusto epic metal, con le tastiere onnipresenti in sottofondo che tessono sempre un tappeto sonoro maestoso, ma non prendono mai il sopravvento. La marcia dei legionari è iniziata, sono calmi, ma nei loro occhi c'è già la voglia di uccidere il nemico. Il brano continua per un'altra strofa su questi stilemi, anche se pare addirittura addolcirsi leggermente, ma è solo il respiro prima del balzo, poiché i blast beat partono veloci come dardi lanciati dalle retrovie (davvero apprezzabili le parti corali in sottofondo tra l'altro) e la battaglia ha inizio, tra spade che trapassano le carni e scudi che sbattono gli uni agli altri, mentre il cantante canta in scream di mantenere la posizione. Tuttavia, è soltanto una breve schermaglia, visto che il ritmo cadenzato riprende le redini della situazione e c'è anche tempo di un fuggevole assolo melodico di chitarra, giusto prima della nuova strofa. Strofa che ancora una volta ci porta con lo sguardo direttamente sui soldati che marciano affiancati, anche sotto le intemperie. La musica improvvisamente diventa sempre più enfatica e drammatica: è il momento della morte dell'eroe. Per accentuare il lato drammatico riesce a far capolino anche un pianoforte, che arriva proprio nel momento perfetto ad impreziosire le già belle linee vocali con il bel testo: "E per la vittoria imminente, non godrà della sua gloria, pur lasciando una nobile memoria son le sue gesta che scrivono la storia. La morte è l'ultima vittoria". Il pianoforte sembra per un attimo ergersi sopra tutto, come per mettere il sigillo alla morte gloriosa insieme ad una breve strofa narrata, ma c'è ancora tempo per un ultimo e veloce assalto in cui il black metal torna a farsi sentire. Come prima, i blast beat scandiscono il ritmo, così come i riff più serrati di Triumphator (il quale si occupa anche delle parti corali più battagliere), e i legionari sferrano l'ultimo e decisivo attacco che annienterà tutto quanto sarà davanti al loro cammino.

Epos

Si continua con l'altra strumentale del disco affidata completamente alle tastiere (anche se pare di sentire un organetto in lontananza), cioè "Epos", che con il suo titolo si rende abbastanza emblematica già prima di cominciare. L'inizio sembra roboante e magniloquente, ma in breve tempo la musica si fa più distesa e aggraziata, senza però perdere quell'aura eroica che è ormai il midollo spinale di questo EP. Verso metà brano l'asticella dell'epicità però si alza, e cori angelici fanno la loro comparsa, impreziosendo il tutto e rendendolo più "tangibile", meno sfuggente. È un coro che ci guida attraverso le valli e le vette dell'Abruzzo, e fa commuovere davanti a tante bellezze naturali che saranno ancora lì dopo che il guerriero avrà combattuto e sarà morto eroicamente in battaglia per difendere la sua terra.

Lucus Angitiae

Rumori naturalistici aprono "Lucus Angitiae", che, come indica il titolo, ci porta verso l'omonimo tempio situato al comune Luco dei Marsi, in provincia dell'Aquila. Ormai il tempio è ovviamente composto per lo più da rovine, e con quell'introduzione naturalistica - con fruscii e versi di uccelli notturni - la band ci vuole quasi far intendere che la zona ormai è dominata dalla natura, non ci sono più riti e sacrifici. Improvvisamente il cantante zittisce tutti però, ed ecco che la canzone comincia ad incedere cadenzata e grave, con un tono cupo e serioso che però acquista una lieve grinta quando i riff di Triumphator si fanno leggermente più vivaci e le tastiere fanno la loro comparsa, uscendo da dietro i ruderi e donando loro nuova forma. Siamo nuovamente nel III secolo a.C. o giù di lì, il tempio è intatto e svolge tutte le sue funzioni, come recitano anche i versi che risultano un po' ostici da comprendere senza un testo davanti: "D'arcane magie si carica l'aere, nel braciere danzan sfavillanti le fiamme, questo fuoco brucia per te, Oh Angitia". Viene però qui svelata la dea a cui è dedicato il tempio, Angizia per l'appunto, divinità italica legata alla fertilità e molto legata agli animali, in particolare ai serpenti. La canzone continua sempre con il suo ritmo lento ed epicheggiante, e dai cespugli esce un serpente che si dirige verso l'altare. La dea sta per tornare. In effetti, il tempo di un'altra strofa ed eccola che appare nel tempio, ammantata d'oro, rosso e nero. Tutto è pronto per il rito in cui, come informa la voce narrante, mille testi di serpi verranno mozzate. Dopodiché c'è anche il tempo di un breve assolo di chitarra, seguito poi da una bella e leggiadra melodia di tastiera che contrasta con l'atmosfera generale che invece è pesante pregna di una sacralità antica. Melodia di tastiere che continua anche quando la batteria decide di accelerare e le linee vocali si fanno più veloci e cantano quella che è una vera e propria preghiera alla dea: "Angitia, le acque il tuo grido ferma e trattiene la tua voce spoglia i monti e doma le fiere, sei padrona di veleni, erbe e antiche magie, concedi il dono del tuo sapere a chi invoca il tuo nome". Bel momento, impreziosito ancora di più dalla presenza inaspettata di un organetto, il quale dà quel tocco folkloristico che in questo brano non sta per niente male. Diciamo che siamo in pieno climax, visto che dopo poco tempo trova il suo spazio anche il ritornello, sempre piuttosto sacrale seppur sempre sporco, che si stava facendo attendere. Certo, è un refrain che non entra subito in testa come altre cose presenti su questo EP, però c'è da dire che inserirlo per due volte molto vicine proprio nel climax finale è una scelta azzeccata, proprio poiché non è diretto e anzi ha un'aura oscura e in qualche modo disperata e ritualistica, acquista punti posto solo in quella porzione di canzone, anche perché nell'ultima ripetizione è anche aiutato dai cori e da un testo che si presenta come l'ultima preghiera del rito che risuona dentro al tempio: "Noi miseri mortali chini dinnanzi a te, preghiamo o potente Dea di queste vaste terre, rendici da veleni e morte immuni e vinceremo per te". Sicuramente la canzone meno diretta del lavoro e quella che più di tutte pecca di uno scream abbastanza incomprensibile, ma è anche una canzone che ha un certo fascino e ci mostra gli Atavicus alle prese con un'altra tipologia di brano.

Superbia in Proelio

Dopo questa parte centrale dell'album, dedicata a brani più cadenzati e in un certo senso atmosferici, è tempo di ritornare verso lidi più aggressivi co "Superbia in Proelio", dove l'ultima parola sta per "battaglia", quindi è già chiaro così quali sono le intenzioni degli Atavicus. Infatti non veniamo delusi, perché la drum machine parte a raffica senza darci neanche il tempo di accorgerci che un altro brano sta cominciando, e la chitarra è come un ossessivo richiamo alle armi al quale rispondono i gridi acidissimi di Lupus Nemesis. Quest'ultimo, dopo aver risposto al richiamo, comincia a cantare versi che si susseguono velocissimamente e sporchi - in verità è anche piuttosto difficile comprendere il testo - e sempre di più realizziamo di essere al centro di una battaglia campale, con i due eserciti che si scontrano, ognuno con l'intento di annientare l'altro. La band però, dopo questa sfuriata iniziale, decide di cambiare ritmo e assestarsi su tempi medio-veloci e vagamenti galoppanti che permettono una descrizione migliore di quanto sta accadendo sul campo di battaglia: "Avanza il muro d'acciaio che domina l'orizzonte, cupo suona il tamburo, ad ogni colpo la violenza del tuono". Ecco allora che vediamo la colonna di legionari romani, una linea rossa che taglia in due la valle, uomini guidati da Marte e pronti a sguainare le proprie spade. Il ritmo cadenzato continua e un flauto riesce ad inserirsi in mezzo a tanto furore. La scelta potrebbe sembrare azzardata, invece ci sta benissimo, anche perché un flautista che guida le truppe non è cosa così strana, specialmente se suona una melodia accattivante. Ancora non siamo giunti al prossimo scontro però, perché Triumphator continua con i suoi riff cadenzati e il cantante lo segue a ruota, ricordando agli uomini che una volta arrivati dai nemici, non ci sarà spazio per la resa. Sembra quasi fatto a posta, come se queste ultime parole abbiano infiammato gli animi dei soldati, poiché la canzone riparte velocissima come era iniziata! Le spade ricominciano a scontrarsi, gli scudi si frantumano, cadono elmi e cavalli, cadono uomini. I legionari però sanno, lo sanno che "Deos fortioribus adesse", gli dèi sono dalla parte dei più forti. Siamo ancora a metà canzone e già abbiamo vissuto tante emozioni, ma la band decide di inserire anche uno stacco acustico inaspettato che regala un gradito momento di pausa, per riprendere fiato dopo tanto sangue versato. Certo, non dura molto, perché poi tornano i riff cadenzati affiancati da suoni di vere e proprie spade e cori mascolini. In ogni caso, la canzone cambia ancora forma, e le tastiere suonano una melodia ancora una volta accattivante e orecchiabile, che viene quasi da fischiettare nonostante porti sempre con sé un che di maestoso. La chitarra anche allora decide di imitare le tastiere e tentare la via della melodia orecchiabile. Ci riesce. Ancora una volta la melodia sembra venire da lontano, attraversa il campo di battaglia e si sofferma intorno ai legionari vincitori risuonando nell'aere. Un'immagine suggestiva che trova la sua ragion d'essere nel testo e nell'essenza dell'ultima strofa della canzone, strofa in cui ritroviamo la voce pulita di Lupus Nemesis con tutta la sua carica trionfante: "L'eterea voce di una terra senza età canta un'antica memoria, il vento che freddo i monti sferza grida al cielo 'Vittoria'". Finale da brividi che chiude l'altro pezzo cardine di questo EP.

Tyrants

Chiude definitivamente l'EP la cover di "Tyrants" (Tiranni) degli Immortal, che è anche il primo e unico brano cantato in inglese. La canzone era originariamente su "Sons of Northern Darkness" del 2002, settimo album della band norvegese. Un album in cui Abbath e soci hanno continuato su uno stile figlio del loro album spartiacque "At the Heart of Winter" (1999), quindi meno irruento e sporco degli esordi, con un'attenzione maggiore all'atmosfera e alla pulizia. "Tyrants" quindi è un brano che può a tutti gli effetti ergersi come canzone simbolo di questo periodo, non tanto per l'atmosfera, ma per l'incedere cadenzato e da marcia, in cui la band sembra quasi autoincoronarsi: "Cavalli corazzati, guanti d'acciaio, lame d'argento, è il tempo di rivelare che siamo i tiranni che sorvegliano la terra". Gli Atavicus, invero, all'inizio sembrano non inserire molti cambiamenti, anzi, suonano quella che è una cover quasi identica all'originale, il che, per quanto mi riguarda, è sempre una cosa noiosa. Sì, è vero, ci sono le tastiere che mancano nell'originale, però sempre niente di che. Tuttavia, a metà brano troviamo un bel rallentamento che ora sì tira fuori l'atmosfera, c'è addirittura spazio per inserire un pianoforte e poco più in là cori eterei. Peccato che sia un momento di breve durata e che il vero tocco degli Atavicus finisca lì, poiché poi la marcia con l'ossessivo riff riprende senza troppi indugi fino alla fine. Insomma, una cover in un EP è cosa normalissima e questa si lascia ascoltare tranquillamente, anche se va ribadito che oltre al rallentamento a metà pezzo, la band non fa molto altro per renderlo proprio. In più, dopo la carrellata di inediti che costituiscono l'ossatura del lavoro, una cover passa quasi inosservata.

Conclusioni

Sei tracce e quasi 37 minuti di durata, non siamo così lontani da un album vero e proprio, ma chiaramente qui abbiamo due strumentali, quattro canzoni propriamente dette e una cover. Quindi sì, a dispetto della durata questo è comunque un EP, lunghetto, ma comunque un EP. Questo è solo per parlare di dettagli, poiché in realtà che "Ad Maiora" sia così lungo è solo un bene, e anzi, il fatto che non ci sia un'altra o più canzoni ci lascia quasi delusi perché avremmo voluto sentire altro. In ogni caso, com'è quanto ascoltato in questi 37 minuti? Beh che dire, se avete letto fin qui avrete capito che c'è da leccarsi i baffi sicuramente. Il black degli Atavicus, con accenni di epic metal, tastiere e quell'immaginario storico-folk che poi folk non lo è così tanto nella musica (anche se oggi si tende a etichettare come folk qualsiasi cosa abbia un flauto, testi in lingua madre e musicisti mascherati da guerrieri) lascia subito il segno e non è per niente scontato. La prima band che viene in mente ascoltando "Ad Maiora" è in effetti sicuramente, e non caso, quella dei Draugr, ma basta ascoltare bene per accorgersi che gli Atavicus sono un'altra creatura, che è sì figlia dei Draugr, ma che non vuole assolutamente ripercorrere gli stessi identici passi per creare un clone che abbia l'obiettivo di riesumare un progetto che è stato bello finché è durato; gli Atavicus vogliono essere gli Atavicus, e questo vale anche - e forse di più - per i "cugini" Selvans. Ergo, come ho sempre ribadito, il fatto che i Draugr si siano sciolti è stata una cosa buona, perché lo scioglimento ci ha regalato due band di grande livello. Ma torniamo all'EP. Se vogliamo trovare dei punti deboli, sono soltanto nella produzione, la quale a volte tende a non valorizzare benissimo le chitarre e nemmeno la voce di Lupus Nemesis che spesso e volentieri risulta incomprensibile. Quest'ultimo aspetto in verità potrebbe essere un problema del cantante stesso, che magari per cantare nel modo più acido possibile rende parole e frasi difficili da capire, o forse è un mix delle due cose. L'altro punto debole è la drum machine, che spesso suona come finta, ma resta uno strumento necessario da utilizzare per chiunque voglia cimentarsi con un album e magari non ha tutti i mezzi per ingaggiare una band intera. Sia la voce, sia la batteria, sono però punti deboli che verranno spazzati via nel debutto "Di Eroica Stirpe", ancora più potente e fomentante, ma questa è un'altra storia.

1) Intro
2) Sempiterno
3) La Disciplina dell'Acciaio
4) Epos
5) Lucus Angitiae
6) Superbia in Proelio
7) Tyrants
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