AT THE GATES

With Fear I Kiss the Burning Darkness

1993 - Deaf Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
16/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Secondo appuntamento consecutivo relativo alla discografia della band svedese degli At The Gates. Abbiamo lasciato Tomas "Tompa" Lindberg e soci alle prese con l'importante demotape d'esordio intitolato "Gardens of Grief", rilasciato nel 1991, e li ritroviamo ora, soltanto un paio di anni più tardi, già alle prese con il loro secondo full length. Siamo, pertanto, nel 1993, per la precisione nel corso del mese di maggio, quando, per conto della piccola label britannica Deaf Records, (in seguito inglobata nella più grande e facoltosa Peaceville Records), venne dato alle stampe "With Fear I Kiss The Burning Darkness (Con timore io bacio l'ardente oscurità)", platter che, dietro allo splendido titolo, dai connotati fortemente mistici, da un alto servì a dare continuità all'illustre predecessore "The Red In The Sky Is Ours", (pur non riuscendo, probabilmente, ad eguagliarne le più alte vette), e, d'altro canto, avvicinò ulteriormente la band dei fratelli Bjorler a quello che sarebbe stato il loro masterpiece epocale del 1995. Trattando, in questa sede, di prodotti editi a brevissima distanza l'uno dall'altro, risulta importante sottolineare la sostanziale continuità a livello di lineup che caratterizzò tutta la prima fase artistica del gruppo originario di Gothenburg. Ritroveremo quindi il promettente, seppur ancora acerbo, Adrian Erlandsson dietro le pelli, mentre i già citati gemelli, Anders e Jonas Bjorler, si dedicarono, rispettivamente, alla prima chitarra elettrica ed al basso. L'ottimo Alf Svensson, compositore principale della band, completerà il tutto alla seconda chitarra. Rispetto al debut album dell'anno prima, dunque, mancheranno solamente i violini, volutamente scordati e palesemente fuori fase, che avevano contribuito, in maniera decisiva, a rendere unico un lavoro del calibro di "The Red In The Sky Is Ours", (forse, in fondo in fondo, i tanto acclamati Ne Obliviscaris non sono poi così rivoluzionari come li si vuole dipingere). A fronte di codesta stabilità in termini di componenti del gruppo, per contro, va detto che l'evoluzione artistica di cui si resero protagonisti gli At The Gates fu assolutamente sconvolgente, quasi incomprensibile, se è vero che, a poco più di 24 mesi dal rilascio di "Slaughter Of The Soul", saranno ancora pochi i riferimenti stilistici utili di cui potremmo tenere in considerazione in funzione di quello che sarà, senza ombra di dubbio, uno dei capitoli in assoluto più importanti del cosiddetto swedish death metal, nonché dell'intero panorama musicale estremo. Va detto, ad ogni modo, che qualche spunto più concreto e meglio definito rispetto al passato, in questo senso, sarà riscontrato nel corso del presente lp. Non deve sorprendere più di tanto, perciò, il fatto che la band scandinava si sciolse proprio all'indomani del successo clamoroso e sconvolgente fatto registrare con il quarto full length. Le attese e le pressioni che si crearono attorno a "Tompa" e compagni, capaci, in poco più di mezz'ora, di riscrivere un consistente capitolo della musica metal furono enormi, evidentemente insostenibili per ragazzi poco più che ventenni, tutte le tensioni accumulate in quei primi quattro anni, vissuti costantemente sul filo del rasoio, deflagrarono in maniera fragorosa ponendo fine, (almeno momentaneamente), alla prodigiosa creatura chiamata At The Gates. All'interno del lavoro che ci apprestiamo ad analizzare, ancora non esattamente definibile come un album al 100% appartenente al filone del death metal melodico, saranno numerosi i riferimenti al thrash metal ed al black. Accostabili al primo saranno, in particolare, alcune consistenti sequele chitarristiche, disarticolate e semplificate a tal punto da apparire quasi campate per aria, (di "slayeriana" memoria potremmo definirle, volendo vedere la cosa da una differente angolazione), ed una certa crudezza thrash oriented riscontrabile, sovente, nel tessuto ritmico della batteria. Chitarre che, peraltro, non mancheranno di graffiare con la consueta, abrasiva incisività che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare fin dal già citato demotape. L'anello di congiunzione con il black metal, a cui si è fatto riferimento poco fa, è dato, invece, dal fatto che, in più di un passaggio, il riferimento vocale più prossimo che ci sentiamo di individuare è quello con un certo Burzum, sebbene non mancheranno nemmeno riferimenti al collega Anders Friden del periodo Dark Tranquillity. L'ugola al vetriolo di Tomas scavando, se possibile, ancora più a fondo di quanto fatto sinora, sarà il tramite principale attraverso cui gli At The Gates descriveranno, con una perizia lirica consolidata ed anche rafforzata dalla pur minima esperienza acquisita sul campo, un microcosmo dominato dalle tenebre più fitte ed impenetrabili. L'essere umano dipinto dal quintetto svedese è un individuo fortemente votato alla misantropia ed al nichilismo, che ha voltato le spalle a Cristo, (la cui luce accecante ed ingannevole è stata capace di "oltraggiare la beltà ritorta dell'oscurità"), e che è stato, viceversa, sedotto dal fascino irresistibile della notte più buia. Detto che, a quel tempo, le risorse economiche a disposizione erano veramente poche, una piccola segnalazione circa la produzione dell'album è necessaria. Essa venne affidata al guru Tomas Skogsberg, fondatore dei mitici Sunlight Studios di Stoccolma, ma fu tutt'altro che ottimale, risultando piuttosto balbettante e grezza in più di un frangente, per quanto estremamente autentica e schietta, niente a che vedere, insomma, con le produzioni tecnicamente ineccepibili, ma incredibilmente fredde ed asettiche del giorno d'oggi. Questo sarà, quindi, un altro elemento di cui tenere in considerazione nel corso della trattazione che andremo ad affrontare. Undici canzoni in totale, dalla durata estremamente variabile, comprese tra un minimo di poco più di due ed un massimo di oltre sette minuti, questo è quanto attende chi, come il sottoscritto, vorrà insinuarsi nei meandri più densi e farraginosi di questo lp. Ospite d'eccezione sarà Matti Kårki, già vocalist dei seminali Carnage e dei favolosi Dismember, protagonista di uno spettacolare duetto con l'amico e collega Lindberg. Due annotazioni finali sono doverose prima di dare il via alla nostra analisi track by track. L'artwork originale della prima stampa, impostato su magnetiche tonalità di uno sfavillante blu elettrico, è opera dell'artista svedese Ake Hodell e si intitola "220 Volt Buddha". Egli, che nella sua lunga carriera di artista a tutto tondo fu anche compositore sporadico, "prestò" volentieri la sua opera dopo aver ascoltato, (e gradito parecchio), un paio di canzoni contenute all'interno del cd. Tomas, parlando in termini entusiastici della stessa, non esitò a definire il compianto Ake, (deceduto nel 2000), come una moderna versione del sovietico Vladimir Mayakovsky, importante cantore della rivoluzione d'ottobre e massimo interprete del nuovo corso semi-liberale intrapreso dalla Russia post zarista. Anche per questo album, infine, diverse sono state le ristampe che hanno fatto seguito alla storica first press del 1993. Tra di esse, segnaliamo in particolare, quella del 1995 in versione doppio cd con il precedente "The Red In The Sky Is Ours" e quella del 2003 con l'aggiunta finale di 3 bonus track, entrambe edite per l'attenta e meritevole Peaceville Reecords.

Beyond Good And Evil

L'album si apre in grande stile con la furiosa "Beyond Good And Evil" (Oltre il bene ed il male), prima memorabile hit, dal minutaggio complessivo inferiore ai tre minuti, all'interno di un platter che si configurerà, nel suo prossimo sviluppo, come tutto fuorché lineare ed uniforme. Veniamo, letteralmente, annichiliti da una debordante sequela di riff tritaossa, la maggior parte dei quali eseguiti ricorrendo ad una rudimentale, ma non totalmente priva di raziocinio, tecnica del tremolo picking, a cui si abbina la voce folle, malata e totalmente schizofrenica di Tomas. Ci si rivolge direttamente a Cristo, senza peli sulla lingua, in maniera diretta, semplice ed appassionata. Gesù, sappi che non vi è alcun principe deputato a reggere, in futuro, questo arido inferno, il mio mondo morirà, dopo essere appassito giorno dopo giorno, con me stesso. Basterebbero questi due versi, divenuti leggendari con l'inesorabile trascorrere degli anni, per comprendere la portata superiore e la grandezza indiscutibile della band con cui ci stiamo misurando. Adrian, alla batteria, peraltro dà l'impressione di necessitare ancora di una piccola fase di rodaggio, dal momento che non sembra avere ben chiaro in che direzione orientare il pezzo, costantemente a metà strada tra il canonico death metal made in Sweden ed il thrash americano, tanto in voga negli anni ottanta. I blast beats si avvinghiano su se stessi, sì potenti e martellanti, ma, al momento, oltre a ciò sembrerebbe esserci poco altro. Ciò che impressiona di più, tuttavia, è la funambolica esibizione dietro al microfono del singer, in grado di rimettere verso l'esterno tutto il suo odio accumulato da adolescente, la sua avversione sconfinata e totale verso un certo modo, vuoto e superficiale, di intendere la religiosità, la ricerca spasmodica di una spiritualità più intimista e primordiale. Poco dopo il trentesimo secondo, le cadenze tendono a normalizzarsi un poco e a caricarsi di un piacevole effetto groove, il quale, tuttavia, non scalfisce in maniera realmente sostanziale la forza d'urto notevolissima con cui gli At The Gates sono intenzionati ad inaugurare il loro secondo platter. Ben oltre i tuoi occhi, essi sono in grado di scorgere, aldilà degli atavici legami che tengono insieme gli astri e le volte celesti, è quello il regno in cui nessuno muore per davvero. Io assumo le sembianze degli astri che ardono nel tuo cuore, oltre il bene ed male, nessuno avrà mai la possibilità di separarci, per ogni uomo e per ogni donna vi è una stella nel cielo, poiché io brucio in ognuno di voi. Di fatto, il testo si esaurisce qui perché, a partire da questo momento, Lindberg non farà altro che ripetere una seconda volta le tre strofe descritte, con enfasi e grinta inalterate. Al minuto 01:34 incontriamo un primo assolo di chitarra in cui è già possibile percepire le reminescenze legate agli Slayer del periodo d'oro, cui si faceva accenno nell'introduzione a questo lavoro, (un pezzo su tutti, per darvi un'idea, "Criminally Insane"). La ripresa della narrazione lirica è accompagnata da un leggero rallentamento da parte del binomio Bjorler/Svensson, il cui incessante avanzare, simile ad un'imponente bulldozer, è esaltato da effetti acustici essenziali e minimalisti, naturali al 100%. Il secondo ed ultimo assolo lo incontriamo, invece, quando siamo a pochi secondi dalla conclusione del pezzo, per la precisione al minuto 02:23. L'urlo a squarciagola di Tomas, autentico marchio di fabbrica del primo biennio della band, chiude il tutto poco dopo e ci consegna una formazione in grande stato di forma, unica nel suo modo di abbinare la violenza, (tanta), alla  melodia, (poca ma decisamente buona).

Raped By The Light Of Christ

In seconda posizione troviamo "Raped By The Light Of Christ" (Violata dalla luce di Cristo), altro pezzo da novanta contenuto all'interno della tracklist e caratterizzato, anch'esso, da una durata decisamente contenuta, (tre minuti esatti). L'elegante arpeggio iniziale, pacato e suadente, sebbene intriso di un profondo senso di malinconia, si protrae per una quarantina di secondi. Spetta, quindi, alla batteria il compito di prendere per mano i compagni di squadra al fine di innalzare la soglia di attenzione nell'ascoltatore su di un livello decisamente superiore. Nell'occasione,  Erlandsson opta per impostare il proprio, meticoloso, lavoro sopra ad un tradizionale mid tempo brioso, perfetto corollario per circoscrivere la serrata narrazione lirica, dai toni carichi di grande angoscia, quasi disperata secondo quello che, ormai stiamo imparando a conoscere, è un modus operandi tipico della band nordeuropea. Quando siamo attorno allo scoccare del primo minuto, ci imbattiamo in qualche pregevole e più consistente riff elettrico, funzionale preludio all'ingresso sulle scene del carismatico vocalist. Le cadenze del pezzo, in realtà, si mantengono piuttosto controllate, ben bilanciate tra le varie componenti in gioco, in questo modo mostrandoci una band più conscia della propria forza, (seppur non valorizzata al massimo dalla scarna produzione adottata). Per quel che concerne la sua naturale capacità di risultare sferzante, simile al più impetuoso dei venti, (e a dispetto della giovane età), "Tompa" era davvero il singer ideale, forse l'unico possibile all'epoca, per animare, rendere vitali, (per quanto possibile), i testi carichi di rabbia e di costernazione del compagno Alf Svensson. Nel momento stesso in cui anche l'oro arrugginisce, sotto il peso di pensieri morbosi, scie di sangue si ammantano di spine acuminate. Ho vagato a lungo attraverso i molteplici sistemi solari, ho percorso anche le più oscure tenebre della fine, ora, che sono sopravvissuto all'oblio, mi accodo al ritmo costante ed incessante dell'Universo. Dovunque divampa uno spaventoso fuoco, vedo vermi bruciare con ardore, l'intero mondo è in fiamme. La bellezza risiede nell'oscurità più impenetrabile, essa è stata violata dalla luce di Cristo, noi non siamo nati per seguire le Tue false promesse di salvezza, non abbiamo alcun bisogno del Tuo accecante fulgore. Io sono in grado di squarciare la volta celeste, con le mie nude mani, non v'è morte alcuna per me. Che si rivolgano a Te come sole o come animale, come astro o come belva, a me poco importa, io proseguo, solitario, lungo il mio tragitto verso il  Tuo cuore. Sono libero di perire quando voglio, (è questo uno dei versi, in assoluto, più famosi mai scritti dagli At The Gates), sono venuto al mondo mentre, in sottofondo, risuonavano flebili note dalle tinte scarlatte, in virtù di ciò, quando il tempo sarà maturo, io camminerò per l'eternità. I mondi si esauriscono, lungo migliaia di sistemi solari al collasso. Proprio grazie al suo incedere marziale e quasi ossessivo, cui si è fatto riferimento più sopra, la traccia è divenuta, nel corso degli anni, uno dei classici di maggior successo del gruppo, andando a costituire, con la precedente canzone, una sorta di tutt'uno pressoché inscindibile.

The Break Of Autumn

"The Break Of Autumn" (L'equinozio d'autunno), almeno nella sua prima metà, torna a mostrare il lato più belligerante dei nostri, in questo caso impegnati a diluire le proprie, "sgangherate", partiture in un lasso di tempo maggiore rispetto a quanto ascoltato sinora, (cinque minuti precisi). L'accoppiata chitarre elettriche/batteria è da subito protagonista con una progressiva, ma inesorabile, arrampicata verso l'alto, fatta di riff impattanti e di una notevolissima serie di cambi di tempo, davvero ben congegnati, frutto di un lavoro d'equipe, evidentemente non trascurabile. Semplicemente stupendo, poi, è il corredo lirico, quasi una sorta di dipinto paesaggistico, ambientato nelle propaggini più settentrionali e remote del Vecchio continente, tra gigli odorosi e betulle frondose. Raggiungi l'arcobaleno, se ne sei in grado, esso ti resterà in eterno fedele, rischiarerà il tuo cammino quando più ne avrai bisogno. Gli anni trascorrono velocemente, anche più di quanto avresti mai immaginato, il presente sbiadirà presto, diventando passato in men che non si dica, d'altro canto il futuro non sarà mai, realmente, alla tua portata. Mi sono messo in caccia del sole, esso se ne stava comodamente adagiato sulla linea dell'orizzonte. Avvertivo la minaccia incombente delle tenebre, la mia eterea anima stava per essere inghiottita per sempre. L'unica soluzione possibile, la sola ancora di salvezza alla quale appigliarsi con forza era rappresentata dalla luce, sfortunatamente io la la vidi in maniera nitida, solamente oltrepassando il velo della realtà. Era troppo tardi. Trovai, quindi, ristoro all'ombra di una grande betulla, sognai profumati gigli bianchi, ma, quando mi destai dal sonno, li vidi appassiti, avvolti dall'immane gelo del mattino. Segue un breve stacco acustico di qualche secondo. Nella circostanza, Anders Bjorler dà libero sfogo alla sua chitarra, arricchendo il già valido guitarwork con sublimi inserti melodici, cui faremo bene ad abituarci sempre più in futuro. Angeli avvolti dalle fiamme precipitavano dalle guglie della mia fortezza di gioventù, solo allora comprendevo tutta la futilità della religione, così come mi era stata insegnata, nel mio Creato, costellato dal più bieco dolore, avvertivo boati sommessi, l'ira e la rabbia prendevano il sopravvento, finivano con il dominarmi. Allo scoccare del secondo minuto, la batteria calca, ulteriormente, la mano ed accelera ancor più il passo. Ti imploro di lenire la mia fame e di sconfiggere la mia atavica solitudine, non sbarrarmi la strada lungo la via, laddove è ancor possibile sognare ad occhi aperti e le ambizioni si dissolvono in un attimo. Osservo il cielo, lì scorgerò una prova tangibile della caducità delle cose, guardando gli astri che implodono su loro stessi, i nostri avi, saggi perché venuti al mondo molto tempo prima di noi, scruteranno l'ultimo passo su questa Terra da parte dei loro derelitti eredi. Scenari che mutano ancora al minuto 03:08. Qui sono gli strumenti a corde a dettare legge, esplorando nuovi sentieri musicali, vagamente progressivi, e biforcandosi in direzioni differenti. In buona sostanza, tutti noi passeremo inosservati, simili ad una luce saettante in pieno caos. Io desidero ancora godere di quella silenziosa e sognante terra perduta, laddove alte fiamme spirano indomabili, nel luogo in cui anche le più piccole scintille sono destinate a durare e ove la carestia è risorta a nuova vita. Forse lì potrei, finalmente, concedermi un buon sonno ristoratore, viceversa il maestoso uccello nero del tempo si alza dal suo nido di ossa ed affonda il suo possente becco all'interno del mio occhio. La mia transitorietà su questa terra viene, una volta di più, confermata pure dall'enorme pressione cui sono sottoposto da parte di venti che annunciano l'imminente arrivo della tempesta. Al minuto 03:47 fa capolino, quasi improvviso, un nuovo momento quasi interamente acustico, della durata una quindicina di secondi, cui fa seguito un ultimo spezzone di brano, anch'esso degno di nota, maggiormente incline a strizzare l'occhio al già segnalato elemento melodico. 

Non-Divine

E' ora la volta di "Non-Divine" (Sacrilego), pezzo la cui introduzione è affidata ad un memorabile primo riff chitarristico, decisamente all'avanguardia per l'epoca in cui fu concepito. A ciò contribuisce, in maniera importante, pure il lavoro della sezione ritmica, altrove apparso sin troppo rudimentale, che qui appare, invece, decisamente più evoluto. Erlandsson, forse, non potrà essere considerato uno dei mostri sacri della batteria, ma il suo apporto dietro le pelli è volenteroso, sincero e, per questo, decisamente apprezzabile. L'encomiabile lavoro delle chitarre, anche in questo caso, è costantemente rivolto verso l'alto, indirizzato alla ricerca della massima tensione possibile e del conseguimento di un notevole livello di pathos emozionale. In concomitanza dell'avvio della parte cantata, avvertiamo sulla nostra pelle consistenti brividi di freddo, che, tuttavia, non ci turbano, se non in minima parte. Il singer evoca, infatti, quelle sinistre atmosfere, assimilabili al black metal, cui avevamo accennato in precedenza. Io emergo, indomito e fiero, dagli inferi delle bufere polari che mi hanno travolto, la tua follia si è adagiata sulla mia bocca come un morbido bacio, una amara benedizione ha assunto i connotati di una dolorosa piaga. Ero alla ricerca di tutti quei tesori psichici, da scovare all'interno di un'arena grandiosa, effigi di morte vagano nei sogni dell'uomo, ciò che più ci rende inquieti sono le ardenti e sacrileghe anime degli individui dagli abiti color porpora. Lingue di demenza sono qui al mio fianco, ti chiedo di annientarmi, di liberarmi dal mio torbido passato, fai a pezzi il mio cuore, so che proveresti gaudio nel farlo. L'impianto strutturale della canzone è di matrice death metal. A tal fine, però, è necessaria una considerazione aggiuntiva. Parliamo, in questo caso, di un death evoluto, non eccessivamente brutale e sanguinario, ma "raffinato" nei suoi lineamenti ed adornato dall'ennesimo, magnifico, corollario testuale. Per meglio rendere l'idea di quanto appena detto, possiamo citare, come termine di paragone verosimile, l'altrettanto valido album di debutto dei Dark Tranquillity, quello "Skydancer" che, in maniera non così infrequente come si potrebbe immaginare, viene catalogato come il miglior lp mai realizzato dalla band di Stanne, anche meglio del tanto acclamato "The Gallery". Vengono in mente, ad esempio, canzoni come l'opener "Nightfall By The Shore Of Time" o la successiva "Crimson Winds". Ed in effetti, il confronto tra le due band connazionali, regge anche su questo piano, se è vero come è vero che non sono pochi quanti reputano "With Fear I Kiss The Burning Darkness" come la vera opera omnia degli At The Gates, in quanto più autentica, più potente e meno commerciale dell'evergreen "Slaughter Of The Soul". Improvvisi vuoti verso il baratro e subito seguenti ripartenze al fulmicotone caratterizzano la porzione centrale del pezzo, ulteriormente rinvigorita dalla appassionata e mai banale performance vocale. Io ricerco l'eternità, la mia esistenza non cesserà, miseramente, sei piedi sotto terra, non v'è alcuna rinascita possibile in paradiso, ma solo un perpetuo riposo che attende tutti quanti. Per questo motivo è necessario che ognuno trovi la propria immortalità oltre le sette porte dell'inferno. La perdizione sta nel realizzare un ultimo sogno sbiadito, dai contorni peccaminosi, prima che sopraggiunga la decomposizione della carne che ci renderà simili a vermi, un lontano ed indefinito oltretomba ci aspetta. Bruciami con le lingue biforcute del tuo amore, fammi ardere senza sosta, in modo da liberarmi dal disgusto e dall'odio. Si segnala, ora, il validissimo riff del minuto 02:46, giro di boa del brano e momento culminante per quel che concerne il contributo delle chitarre. Sacrilego, un'anima inquieta, la puoi chiamare verme o capro, divoratore di numi. Qui gli At The Gates esauriscono la sezione lirica vera e propria, rafforzandone il suo significato più profondo, di dura, ma consapevole, condanna verso la religione cristiana, ripetendo il tutto una seconda volta, così come avevano già fatto nella traccia d'apertura. La canzone, la cui effettiva conclusione avviene quando mancano soltanto 17 secondi allo scoccare del quinto minuto, è certamente tra la più moderne a livello strumentale dall'inizio dell'album. Sorprende, ma fino ad un certo punto, che altri pezzi, più impulsivi e meno "cerebrali", abbiano goduto, negli anni a venire, di una sorte migliore di questa bella "Non-Divine".

Primal Breath

"Primal Breath" (Respiro primitivo) ci avvicina, di gran carriera, a metà album e rappresenta una sorta di unicum nel corso della carriera dei nostri. Innanzitutto perché essa si configura come una vera e propria suite della durata di quasi 8 minuti, (mai in passato, né tantomeno in seguito, gli At The Gates arriveranno a tanto, in fatto di durata dei propri pezzi). In secondo luogo merita una breve nota introduttiva pure la stupenda narrazione lirica, (tanto per cambiare), in cui ci imbatteremo nell'occasione. Alf Svensson e Tomas Lindberg, compositori principali del gruppo, faranno rivivere, a modo loro, un classico ed ancestrale poema della tribù nordamericana dei Sioux. L'elemento melodico viene messo subito in evidenza, grazie al ricorso a tempistiche decisamente meno indemoniate che in precedenza, a cui si abbina una, non inedita, predisposizione ad ammiccare con tratti stilistici tipici del black metal. Le chitarre, mossesi inizialmente con il freno a mano inserito, ben presto prendono il sopravvento e conducono le danze da par loro, fino a dominare la scena quasi indisturbate, per tutto il primo minuto abbondante, interamente strumentale e fortemente suggestivo. Anche il volume con cui è stata registrata la traccia in studio si riporta su livelli accettabili, dopo che, per qualche secondo, ci aveva fatto storcere il naso. Il singer, probabilmente consapevole, a questo punto del platter, di dover rendere il suo cantato un filo più variegato e dinamico, si affida a registri più contenuti ed "educati", prestando attenzione a rendere il più possibile leggibile ogni vocabolo, scandito con solennità quasi elegiaca. Osserva gli aironi, nella verde acqua corrente, le loro cineree ali asciutte traspirano di una pazienza e di una serenità a noi sconosciute, sopra di esse navigheremo placidamente. Si accelera il passo quando siamo poco prima del secondo minuto, i due axemen tempestano il brano con una miriade di cambi di tempo, di cui quello appena incontrato non sarà certamente l'ultimo. Vai! Pure la batteria di Adrian trova, quindi, il modo per incunearsi nei pochi anfratti lasciati scoperti, al fine di rinforzare la sezione ritmica, con rullate più decise e vigorose. Non si hanno praticamente notizie significative, invece, circa il basso di Jonas Bjorler, oscurato quasi in toto dal predominante lavoro dei colleghi. Noi possediamo un gran numero di racconti orali, antichi come i più vasti oceani, essi ci esplodono letteralmente dal petto, volano via dalle nostre bocche. Sentiamo l'impellente bisogno di comunicarli verso il mondo esterno, non vogliamo che la gente si dimentichi di noi. Le lingue, che un tempo erano silenti, si sono attivate per fare conoscere la nostra storia, tutti gli oceani giungeranno, infine alla luce. Prima di arrivare alla metà del pezzo, le andature calano nuovamente, in modo secco. I riff compaiono e scompaiono senza alcuna logica apparente. La band svedese conferma la propria intenzione di non voler attenersi alla classica forma canzone normalmente intesa, (o forse, più semplicemente, di non essere in grado di farlo), bensì sembra determinata a smantellarla fin nelle sue fondamenta, proponendo composizioni il più possibile contorte, tortuose. Tutti gli uccelli dall'elegante piumaggio nero abbandonano il fiume, si alzano in volo all'unisono, lasciando in noi solo il ricordo della loro discreta presenza. Qui non possediamo orologi con cui misurare il tempo, però abbiamo i battiti dei nostri cuori, presi singolarmente, uno per uno, sono loro che scandiscono le nostre intense giornate nella riserva. Al minuto 03:38 si registra una nuova, improvvisa accelerazione. Anche "Tompa", nel frattempo, ha ripreso a sbraitare in maniera selvaggia, confermandosi un autentico fuoriclasse in tal senso, peraltro troppo sacrificato per quel che concerne la dimensione dello studio di registrazione. Quando i venti impetuosi giungono nella valle, essi sono carichi delle passioni e dei fremiti dei nostri cuori, cuori che palpitano veloci e vigorosi. Quello sarà il segnale inconfutabile della venuta dell'inverno. Respiro primitivo. Gli ultimi novanta secondi, anch'essi alquanto interessanti e tutt'altro che scontati, sono intrisi di una costante ricerca della componente epica. In definitiva, possiamo parlare di un altro brano decisamente affascinante, degna conclusione di una prima metà di album davvero spettacolare. A tal proposito va detto che le prossime tre canzoni che analizzeremo saranno, probabilmente, le meno fortunate del lotto, quelle di cui, con maggiore difficoltà, ci si ricorda all'interno di una tracklist semplicemente portentosa. Non scoraggiatevi, in ogni caso, parliamo, comunque, di pezzi di tutto rispetto.

The Architects

Si comincia con la potente "The Architects" (Gli architetti), grazie alla quale si torna a pestare con foga sul pedale dell'acceleratore ed a solleticare la componente più marcatamente thrash/death. Per fare ciò, la batteria si rende protagonista di una piacevole e martellante ouverture, alquanto massiccia e sostenuta. Anche qui siamo alle prese con una concitata ed incalzante concatenazione di riff, formalmente disconnessi l'uno dall'altro, le chitarre si muovono, a grande velocità, su binari paralleli, come schegge impazzite, fuori dal controllo dei rispettivi proprietari. Progressivamente, però, il brano assume un suo taglio più fluido, meglio strutturato, in cui è possibile udire, nuovamente, gli echi dei prodigiosi Slayer, (siamo, in questo caso, più dalle parti di "Hell Awaits" piuttosto che di "Reign In Blood"). Sono, principalmente, due i fattori che incidono in maniera positiva sulla, sopraggiunta, migliore scorrevolezza della traccia. In primo luogo, come non segnalare gli avvenenti assoli che la band colloca, con insospettabile malizia, oltrepassato il secondo minuto. Veramente ottimo, in tal senso, è quello che registriamo al minuto 02:33, per stile e tecnica uno dei più facilmente accostabili a quelli che ritroveremo, in numero decisamente superiore, nel tanto celebrato, (primo), canto del cigno degli At The Gates. Secondariamente, una citazione particolare la merita pure l'operato dell'immarcescibile frontman. Galleggiando, liberamente e sgarbatamente, a metà strada tra lo scream propriamente detto ed il più profondo growl, Tomas contribuisce, da par suo, a rinforzare l'intelaiatura del pezzo, offrendo un'altra interpretazione ficcante, insana ed allucinata nella sua espressività tipica. Qualche sfuggente linea di basso, appena udibile, (non più di due note in tutto), fa capolino, trovando il nostro apprezzamento sincero, attorno al minuto 03:04. E' questo il preludio che fa da apripista al gran finale, marchiato a fuoco dalla messa in scena di una furia bieca e feroce, in cui domina in noi la straniante, (ma non per questo necessariamente sgradevole), sensazione di essere alle prese, dal punto di vista musicale, con il caos più totale. Scorgo antichi fregi, nel bel mezzo della oscurità più silenziosa, antiche immagini, dagli sfumati connotati umani, che sono state strappate a forza dai loro supporti. La sottomessa anima dell'essere umano risulta essere in armonia solamente con la propria carne, entrambe soffrono per la dilagante frustrazione, lo stato di necessità in cui ogni individuo versa è lampante ed acclarato. Siamo alieni perfino al cospetto dei nostri stessi spiriti, nudi anche di fronte alla morte, mentre giunge l'aurora che ci riempirà delle conoscenze di cui siamo, tutt'ora, privi. Vibranti onde di colore sbiadiscono, infine, nel nero più assoluto, nel cuore della notte risuona uno spaventoso sussulto color porpora, simile ad un grido di dolore. Gli architetti e la carne, stiamo precipitando verso il basso, non abbiamo a disposizione alcun paracadute che possa arginare, in qualche modo, la nostra fragorosa caduta. L'effige dell'uomo, sbiadita nelle tinte e sfigurata nei connotati, è stata strappata dal suo piedistallo.

Stardrowned

Decisamente più intricata e ricca di sfumature è la successiva "Stardrowned" (Annegato tra le stelle), pezzo in cui, oltre alle frequenti inflessioni black, è possibile percepire pure godibili contaminazioni di altro genere, dal folk al progressive, passando per un livello tecnico esecutivo assolutamente degno di nota. Tonalità che si mostrano, fin da subito, ondivaghe e labirintiche. Solamente nel corso dei primi sessanta secondi, segnaliamo, infatti, l'urlo a squarciagola da parte di Lindberg del minuto 0:16, il consistente solo del basso del trentesimo secondo ed il funambolico riff che prende le mosse poco dopo, esattamente a partire dal minuto 0:38. Facile, dunque, fare una piccola considerazione al cospetto di tutti questi elementi degni di nota, peraltro condensati in un lasso di tempo così ristretto. Pur non avendo trovato riscontri ufficiali a riguardo, possiamo ipotizzare che, a quell'epoca, anche Tomas e compagni avessero i Death di "Human" tra i loro ascolti favoriti, dal momento che simili evoluzioni stilistiche richiamano alla memoria quelle, semplicemente inarrivabili, orchestrate dal compianto Chuck Schuldiner. (Per dovere di cronaca va detto che, nei primi anni novanta, trovare formazioni che non facessero riferimento alla più grande band death metal di tutti i tempi era impresa assai ardua). Di ispirazione più classica e meno sperimentale, viceversa, è il riff del minuto 01:40, collocato quando ormai il brano è già entrato nel vivo. La marcata inflessione progressiva, del resto, non si arresta qui, bensì prosegue, bene evidente, durante tutti i quattro minuti in cui il brano si articola. La possiamo apprezzare, quindi, negli elaborati stacchi tra le chitarre e la voce, ma anche nei pregevoli e continui inserti della batteria, in cui è predominante il ruolo svolto dal rullante. Per quel che concerne la parte strumentale, però, l'elemento più significativo è un altro. Ci riferiamo all'apporto decisivo giocato dal basso. Jonas Bjorler, in questo caso, non si limita a piazzare lo sporadico, per quanto meritevole, assolo già menzionato in precedenza, ma esercita una importante funzione attiva, offrendo al resto della compagnia una fondamentale valvola di sfogo, grazie ad insospettabili virtuosismi tecnici, affidati al suo preciso strumento a 4 corde. In assoluto, nel corso dell'intera produzione discografica degli At The Gates, è questa una delle canzoni in cui più marcato è il contributo lasciatoci dal basso stesso. Analizziamo ora la sezione lirica, dai torbidi lineamenti carnali. Squarcia le volte celesti, lascia che le stelle vengano rilasciate all'esterno. La notte si estingue dentro di me, essa ha trovato il modo per farmi strisciare al suolo, a ciò io reagisco simile ad un automa inanimato. Il sole brilla nell'alto di un cielo sottile, i sentimenti più autentici sfioriscono, nella mente di chi è stato reso cieco, qualsiasi progetto d'amore non è destinato a sopravvivere. Inquietanti e fitte selve si fanno largo da sotto il pavimento, non necessariamente buie come ce le saremmo aspettate. Il tuo sangue, in passato illibato, è stato corrotto dal peccato, la scintilla sfuma e svanisce in un lampo. La repulsione ruggisce attraverso la mia pelle, essa ha assunto le sembianze di un lungo drappo color carne, mentre mi abbandono al peccato avverto la forza delle stelle sulla sua candida pelle nuda. Il segno inconfondibile della mia venuta al mondo fu una stupenda cicatrice sul ventre di una donna, a quel tempo essa era la sola cosa che sapevo essere mia. Ora, molto tempo dopo, mi ritrovo annegato tra le stelle, incapace di provare alcun sentimento reale, irrimediabilmente inaridito nelle passioni, un tempo, ardenti in me.

Blood Of The Sunsets

La porzione centrale dell'album, lo ribadiamo ancora una volta, quella solo relativamente meno interessante dal punto di vista musicale, si chiude con il pezzo intitolato "Blood Of The Sunsets" (Il sangue dei tramonti). Durante i quattro minuti e trentacinque secondi che stiamo per ascoltare, farà nuovamente capolino quella giovanile predisposizione a corteggiare la scena hardcore, che avevamo già segnalato, sia quando i nostri ancora cercavano la via del successo sotto il precedente moniker di Grotesque, sia all'interno del seminale ep "Gardens Of Grief". In virtù di questa considerazione preliminare, non deve stupire il fatto di trovarci di fronte a ritmiche, fin da subito, alquanto dinamiche, al punto tale da apparire persino vertiginose, assolutamente perfette per la dimensione live. Anders Bjorler ed Alf Svensson avanzano spediti e sicuri, mostrando grande foga. Le due chitarre si affidano ad una evidente dissonanza acustica, discretamente supportate da una sezione ritmica, qui meno penetrante che altrove. Per assicurare alla traccia un impatto sonoro ancor più devastante, il singer predilige un cantato sporco ed abrasivo, il suo intento dichiarato, è quello di evocare maligni spiriti persecutori, costantemente in agguato nelle profondità più recondite dell'animo umano. Dopo una sezione centrale anch'essa incentrata su tempistiche furibonde, in cui peraltro l'elemento melodico trova modo di fare breccia, qua e là, con isolati stacchi più pacati, particolarmente degno di nota è l'evocativo e travagliato l'outro finale. Gli ultimi sessanta secondi sono, infatti, caratterizzati da tonalità decisamente oscure e malinconiche. Egregio, a tal proposito, è il lavoro svolto dagli strumenti a corde, i quali, a poco a poco, riducono il loro vigore fino a scomparire completamente, come se non volessero lasciare traccia alcuna del loro, impetuoso, passaggio. Fare prigionieri, del resto, non era un'opzione perpetrata dai nostri, o tutto o niente per i cinque irriducibili di Gothenburg, per i quali, all'epoca, l'arte del compromesso, non era ancora stata inventata, (bei tempi aggiungiamo noi con non poca nostalgia). Gli At The Gates, pure in questo breve spezzone conclusivo di brano, consolidano il loro status di band dal talento fuori dal comune, straordinari interpreti di quel melodic death metal (anche) da loro stessi inventato. Il sole tramonta in un mare di amore, esso mi seduce con i suoi crepuscoli infuocati, il suo sorriso demoniaco è simile ad un pugnale che affonda la lama nel mio cervello. L'aureo vino del sole, profondo, inebriante, ricco di sfumature di colori diversi, dal violetto al bianco, senza tralasciare, ovviamente, il classico rosso intenso. Io sono ebbro del sangue dei tramonti, le antiche sfumature color cremisi della vita e dell'amore mi hanno segnato profondamente, osservo le gagliarde nubi che si fronteggiano aspramente per farsi largo a fianco dell'astro più luminoso. Io esisto per sempre, fiero e spoglio, mi dibatto come un leone in un oceano di peccato. Sono nato nel luogo in cui le fiamme ardono in eterno, sperduto nell'immenso giardino degli astri. Potente Dio del crepuscolo, presta ascolto alle mie parole, fornisci valide risposte agli interrogativi che ora sto per porti. Hai mai considerato la vera libertà? Quella reale e non quella fittizia? Che mi puoi dire del Paradiso di cui tutti vorrebbero godere, oltrepassati i cancelli della sanità mentale? Perché ancora intralci il mio transito verso l'eterno imbrunire del sole? Ti imploro di liberare il mio corpo dal forte dolore che mi attanaglia, il mio desiderio è di dare vita ad un nuovo mondo, selvaggio, libero.

The Burning Darkness

"The Burning Darkness" (L'ardente oscurità) è la canzone più breve del lotto, con i suoi due minuti e diciotto secondi di durata, nonché, certamente, una delle più famose dell'intera produzione discografica del gruppo. La celeberrima, espressione "Forever burn" con cui Lindberg ci accoglie, risoluto e fermo nei toni, è entrata, di diritto, nell'immaginario collettivo dei fan come una tra le più suggestive quando si vuole fare riferimento agli At The Gates. Una fiammella fuori controllo, in grado di autoalimentarsi dall'interno per bruciare in eterno. Questi erano gli At The Gates dei primi anni novanta. Tempi più lenti, ai confini del doom, atmosfere lugubri come non mai, e, di nuovo, una certa similitudine con l'universo black metal più ambientale e sinfonico, tanto caro al già citato Varg Vikernes sono gli elementi fondanti della traccia in oggetto, altrove, piuttosto inspiegabilmente, biasimata proprio per la sua limitatezza temporale. Per scorgere un foro nei tuoi occhi, essi si precipitano a terra, una piaga dolorosa squarcia i miei neri orizzonti. Con timore, io bacio l'ardente oscurità, essa brucia per l'eternità, senza sosta. Non lasciarmi da solo, per lo meno non farlo solamente per acuire la tua sensazione di piacere, fallo piuttosto per ogni pensiero morboso che ho elaborato nella mia mente in tutti questi anni. In effetti, volendo analizzare il tutto in termini estremamente pratici, fin quasi al punto da sembrare cinici, è questa una sorta di succinto interludio semiacustico, ma il punto è un altro. Le emozioni che i cinque ragazzi svedesi riescono a trasmettere nel corso di questi 140 secondi sono davvero sublimi, siamo in grado di percepire intense vibrazioni che, facendosi largo a poco a poco, giungono sino alla sfera più intima di ognuno di noi. Da un punto di vista tecnico, poi, segnaliamo il riff di apertura e quello centrale del minuto 01:08, entrambi impeccabili ed insolitamente accessibili per quelli che erano gli standard del gruppo. La ricerca, interiore e personalissima, della melodia da parte del quintetto scandinavo traspare in maniera lampante. Semplicemente memorabili sono state alcune tra le numerosissime riproposizioni live del brano, tra le quali ricordiamo quella del 1994 al Magasinet della natia Gothenburg utilizzata, tra le altre, per rimpolpare la succinta tracklist dell'album "Terminal Spirit Disease" e quella, più recente, (con la band formalmente ancora riunita soltanto in chiave live), del 2008 al Wacken Festival nel corso della registrazione di "Purgatory Unleashed" in cui un Tomas, in forma strepitosa quanto a presenza scenica, ma sfortunatamente penalizzato da un'acustica alquanto deprecabile, dedicò il pezzo ad un caro amico tragicamente scomparso in giovane età.

Ever-Opening Flower

In decima e penultima posizione "effettiva" troviamo "Ever-Opening Flower" (Fiore sempre aperto), pezzo dietro al cui illusorio titolo circa una ritrovata parvenza di speranza, si cela l'ennesimo dipinto ad olio che i nostri ambientano in scenari bui e disperati, degni del più raffinato decadentismo pittorico. L'elemento di maggior interesse, quello che consente di mantenere decisamente alto il livello di guardia nel pubblico all'ascolto, è rappresentato dalla già citata e formidabile collaborazione tra Tomas Lindberg e Matti Kårki, autentici animali da palcoscenico, nonché due tra i migliori singer che la straordinaria scena svedese abbia mai offerto all'universo della musica metal. La struttura portante della canzone, cinque minuti esatti di minutaggio, cerca di rientrare il più possibile nei canoni della linearità, per quanto una simile definizione accostata ad un nome come gli At The Gates sia assolutamente da prendere con le molle. Siamo, dunque, in pieno territorio swedish death metal. Torna ad essere protagonista la batteria di Adrian, la quale orchestra la sezione ritmica avvalendosi di una poderosa sequela di blast beats. Notevole è pure l'assolo in cui ci imbattiamo allo scoccare preciso del primo minuto, nei confronti del quale l'unico appunto che ci sentiamo di muovere riguarda l'eccessiva brevità. Seguono, poi, una trentina di secondi il cui il brano sembra scivolare lentamente in già esplorati territori doom, caricandosi di una cupezza e di una pesantezza di fondo davvero notevoli. L'allora vocalist dei Dismember, (forse non tutti lo sapranno, ma egli fu anche protagonista del primissimo demotape dei Therion nel 1989), sostiene con la sua ugola, non di meno soffocante, il cantato, già di per sé lacerante, del collega. "Tompa" mostra un pizzico di "gentilezza" in più, lasciando intravvedere piccoli spiragli melodici, mentre Matti, (nel corso del mese di dicembre del 1993 uscirà il classico "Indecent And Obscene", con la sua sanguinaria reinterpretazione dell'iconica immagine di Jim Morrison a petto nudo e braccia spalancate e l'arcinota traccia conclusiva "Dreaming In Red"), fedele alla più intransigente linea "dismemberiana", sbraita come un ossesso nelle vesti di backing vocals. Tu, fiore sempre aperto, nutrimi con le tue sette note d'amore, lascia che del buon vino arda nelle mie vene, liberando, in questo modo, la mia anima dal patimento. I desideri più insani sconvolgono la mia mente non più lucida, essi sono trattenuti a forza dentro di me da una triste marcia funebre di accompagnamento. Dal settimo sigillo del settimo figlio, il settimo sole tramonterà per sempre, nel mezzo del buio oceano della mia psiche. Godrò, mai, del dono dell'oblio? Morirò, forse, un giorno per porre fine ai miei tormenti? Il sole è perito per sempre, ho preso consapevolezza della fine del mio mondo, anche io faccio parte di una eterna oscurità ricolma di dolore. Il mio destino è quello di essere libero per sempre, eterno in quanto già morto a questa vita. Mi è stato concesso il controllo di un grandioso fuoco che mai si spegnerà, circa un migliaio di soli ardono dentro di me. Tra le pieghe di un comparto lirico suggestivo ed ispirato come sempre, possiamo individuare persino l'amore come una delle tematiche lambite dal gruppo. Un amore inusuale, però, probabilmente solamente idealizzato nella mente del protagonista e mai vissuto nel concreto, sfiorito prima ancora che potesse sbocciare e che ha lasciato in noi un senso di rassegnata disperazione alla mestizia.

Through The Red

L'album si chiude con la breve "Through The Red" (Attraverso il rosso), pezzo che, probabilmente, si colloca un gradino più in basso rispetto alla formidabile accoppiata poc'anzi ascoltata e che, da un punto di vista cromatico, avrebbe, certamente, trovato la sua collocazione ideale nel disco precedente. Anche qui, però, sta la folle grandezza degli At The Gates, la loro incoerenza fuori dall'ordinario. Le influenze di matrice thrash spiccano nitidamente, soprattutto per quel che concerne l'egregio lavoro di drumming svolto da parte di Adrian. Il vocalist, dal canto suo, non perde occasione per aggredirci senza sosta con il suo inconfondibile cantato, mentre le chitarre puntano tutto sulla ricerca di un impatto sonoro il più possibile diretto, tritatutto, senza fronzoli. Per conseguire il loro scopo primario, i due axe-men si affidano ai consueti riff gelidi e taglienti come le spade ed a spartiti che si confermano come tra i più bizzarri ed insani mai prodotti da mente (in)umana. Neppure le fiamme eterne saranno in grado di detergere la mia anima, la sento ancora bruciare dall'interno, dentro di me scorre sangue impuro. Il buio più ferale e selvaggio pulsa all'interno delle mie vene, gonfie e doloranti. Attraverso il rosso, con le fiamme dell'aurora che bruciano, fino a rendere ciechi i miei occhi. Sento che sto andando a fuoco, ogni volto, intorno a me, si ammanta di tristi colorazioni, buie e pallide, arrivo al punto di smettere di respirare, soffro in apnea, in trepidante attesa di una purificazione dell'animo che tarda ad arrivare. E' questa una moderna forma di guerra, una connotazione nuova e, tuttavia solo parziale, della miseria. Rinnega le macchine, confuta i loro freddi calcoli, il tuo obiettivo è quello di risplendere per sempre, non fissare troppo a lungo il tuo sguardo in direzione di coloro i quali vivono squallidamente intrappolati nelle loro insormontabili gabbie mentali, non ne vale la pena. La canzone vera e propria si esaurisce dopo poco più di due minuti, ma l'album, nella sua interezza, non è ancora terminato. Poco fa abbiamo, infatti, parlato della decima traccia come la penultima "effettiva". Ciò è dovuto al fatto che gli ultimi settanta secondi del platter sono occupati da "The Nightmare Continues", discreta cover dei britannici Discharge, una delle più autorevoli band hardcore-punk di sempre. Una sorta di ghost song conclusiva per la quale, pur apprezzando lo sforzo profuso dalla premiata ditta Bjorlers & Co., non sentiamo il bisogno di aggiungere alcunché di realmente significativo alla qui presente trattazione. Il nostro personale giudizio circa "With Fear I Kiss The Burning Darkness" stava già cominciando a prendere una sua forma concreta da qualche minuto, è giunto il momento di esporlo in maniera più esaustiva.

Conclusioni

Volendo chiamare in causa gli altri due mostri sacri del melodeath svedese, (Dark Tranquillity ed In Flames), ed utilizzando una dose di originalità alquanto scarsa, (non me ne vogliate a male al riguardo), "With Fear I Kiss The Burning Darkness" può essere considerato il degno corrispettivo di "Skydancer" e di "Lunar Strain". Parliamo, quindi, di tre lavori oscuri, marchiati a fuoco da grandi quantità di odio, (declinato nella sua forma più bieca e disumana proprio nell'album oggetto della presente recensione), prodotti ancora grezzi nei loro lineamenti fondamentali, (in più di una circostanza addirittura eccessivamente spigolosi ed impervi all'ascolto), ma incredibilmente affascinanti e coinvolgenti, veri e propri oggetti di culto per coloro i quali hanno avuto il privilegio di vivere il periodo d'oro del movimento "gothenburghiano". Se per le band degli, (inizialmente), intercambiabili Anders Friden e Mikael Stanne i platter poc'anzi citati hanno rappresentato l'esordio assoluto su lunga distanza, il loro significativo impatto sulle platee internazionali, per l'ensemble di Tomas Lindberg e dei talentuosi gemelli Anders e Jonas Bjorler esso costituì l'immediato e fortunato seguito, di una prima sfolgorante, quanto breve, porzione di carriera. Gli At The Gates mostrarono, dunque, una consapevolezza ed una maturità maggiore rispetto a quanto fatto vedere nell'altrettanto prodigioso album d'esordio, edito solo l'anno precedente. Questo perfezionamento lo possiamo apprezzare, in primis, analizzando il meraviglioso comparto lirico offertoci. Alf Svensson, penna principale del gruppo, ci spalanca le porte del suo personalissimo Universo, (in effetti condiviso con lo stesso Tompa, coautore di alcuni brani), dominato dalle tenebre più impenetrabili e dalla fitta oscurità. Anche noi, nel nostro piccolo, non possiamo non rimanere sedotti dal fascino ammaliante delle eterne fiamme degli inferi, sentiamo ardere le vene di un grandioso fuoco che nessuno è in grado di spegnere, il mondo in cui "viviamo" è volutamente monocromatico, non desideriamo, né speriamo, altro se non lasciarci afferrare dalle ombre lunghe e sconfinate della notte maestosa. Nei contenuti è questo uno splendido concept album, le 11 tracce che abbiamo trattato sono tutte, sostanzialmente, incentrate sui medesimi argomenti. Siamo noi a decidere se, come e quando perire, in virtù di una sorta di diabolico patto stipulato con la Morte, di cui ne costituiamo, già, un piccolo frammento. Del resto la nostra esistenza, priva di relazioni durature ed, anzi, dominata dalla più totale misantropia, ci ha resi passivi, del tutto inerti nell'animo ben prima che nel fisico. La dimensione terrena è la sola esistente e la sola immaginabile, nessun volo pindarico ci è concesso, illudendoci di una qualsivoglia forma di redenzione divina o sacra. L'Universo inizia e finisce con noi stessi. Dell'amore non resta che un utopico, sbiadito, ricordo, più idealizzato in noi stessi che vissuto nel concreto. Musicalmente parlando siamo, invece, alle prese con un album sorprendentemente multidimensionale, ricco di sfumature differenti. Al pari dei due lavori presi a termine di paragone, è possibile riscontrare, infatti, numerose influenze diverse. Massiccia è la presenza di contaminazioni con il black metal, (Burzum è il primo nome che ci sentiamo di menzionare a tal proposito), ma non mancano passaggi assimilabili al folk, passando per il thrash, e per la scuola hardcore/punk. Senza tralasciare, naturalmente, il death metal, quello più autentico e old school, abbastanza ponderato, (prendete un simile aggettivo con le pinze ovviamente) e non eccessivamente efferato. Il tutto mixato nelle giuste proporzioni. Quasi casualmente, verrebbe da dire. La musica degli At the Gates è incredibilmente istintiva, naturale, di getto, i riff delle chitarre sembrano provenire da un altro Pianeta tanto sono alienanti, discordanti e non comuni, il cantato/latrato di Tomas affetta chirurgicamente la nostra pelle, senza tuttavia, affondare il colpo fino in fondo. Buono, ma non eccelso, è l'apporto della batteria, in cui già si intravvedono più concreti e futuribili barlumi di melodia, il basso, salvo l'isolato episodio trattato a suo tempo, si limita al "solito" ruolo di comprimario di lusso. Una produzione, globalmente, piuttosto raffazzonata, incide sul voto finale, leggermente inferiore a quanto avete già avuto modo di leggere a proposito di "The Red In The Sky Is Ours". Il sottoscritto, in ogni caso, non si spingerà così oltre da dirvi che questo album sia migliore di "Slaughter Of The Soul", (come avrete, magari, inteso altrove), anche perché, personalmente, di lavori più impattanti, iconici e totalizzanti, al punto da assumere i connotati di vere e proprie esperienze mistiche di vita, rispetto a quello ne esistono, al massimo, due o tre, quel che è certo è che siamo di fronte ad un altro capitolo fondamentale di una band della quale, almeno, uno tra i primi quattro lavori, (cinque, compreso il piccolo ep già da me discusso su queste pagine), non dovrebbe mancare in ogni meritevole collezione metallara che si rispetti.

1) Beyond Good And Evil
2) Raped By The Light Of Christ
3) The Break Of Autumn
4) Non-Divine
5) Primal Breath
6) The Architects
7) Stardrowned
8) Blood Of The Sunsets
9) The Burning Darkness
10) Ever-Opening Flower
11) Through The Red
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