AT THE DAWN

From Dawn to Dusk

2013 - Buil2Kill Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
28/12/2012
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Componenti band: Stefano De Marco (voce), Michele Viaggi (chitarra), Michele Vinci (chitarra), Vittorio Zappone (basso), Mattia Ughi (batteria).



Ad introdurci in questo disco From Dawn to Dusk è un trasognante e nebbioso incipit dal fare misterioso, un preludio appunto di circa 2 minuti che ci fa respirare un aria di mistero, carica di aspettative, cadenzata dal rintocco lontano di campane ed echi...la sensazione è quella che stiamo per assistere ad un viaggio, appunto dall’alba al tramonto... dove ci porterà il combo di Imola ? La risposta arriva celere con la prima track ufficiale che dà lo stesso titolo al disco, “At the Dawn” appunto, che si apre con un ritmo velocissimo ad opera del puntuale Mattia (che peraltro per quasi tutto il brano farà sentire il vigoroso e preciso tocco del doppio pedale in maniera eccelsa) mentre quasi in contemporanea parte un’esplosiva sferzata di chitarra che segue lo stesso scattante andamento dell’intro e che continuerà su questa linea per tutto il pezzo. Il dinamismo si spiega in sinergia col testo, in sostanza a parlare è un vecchio sacerdote che con toni concitati  prega al tempio il Dio del Sole per riportare l’alba dopo ogni notte. In effetti si sente chiaramente nel refrain ” You’re welcome sun, ardent Messiah/ Bless the world with your holy touch/ I sing this song to hail your power/ When you rise at the dawn”  (Sei benvenuto Sole, ardente Messia/ Benedici il mondo col tuo tocco sacro/ canto questa canzone per rendere omaggio al tuo potere/ Quando nasci all’alba). La tematica del sacro-profano si ritroverà anche in altri pezzi del disco (come in Balthazar o Post Fata Resurgo) quello che è evidente è il tentativo di miscelare un sound ricercato e poliedrico con tematiche tendenti al mistico e strappate dalla sfera quotidiana. La sensazione è che il viaggio lungo il disco sia appena iniziato ma che già da ora le coordinate diventano più leggibili: melodia sulla tecnica e ricerca  dei testi alla semplicità delle rime. Si prosegue con “Red Baron’s Kiss” un travolgente mix di power-epic metal con qualche spruzzata psichedelica come nell’uso delle tastiere e degli echi negli intermezzi delle strofe. Siamo di fronte ad un altro pezzo di buona fattura che mescola un po’ le carte in gioco dei nostri “At the Dawn” facendo notare come siano a loro agio nell’incrociare stili differenti e nel ricreare nell’ascoltare una successione suggestiva di immagini. Nell’intro in effetti assistiamo a dei rapidi colpi di mitraglia che portano alla mente uno scenario di guerra mentre un giro di chitarra lento lascia spazio alle tastiere e ai riverberi (in uno stile che mi ricorda un po’ i Symphony X ); l’atmosfera resta polverosa per poco perché a farsi largo è la voce di Stefano De Marco potente e vibrante che spezza ogni dettaglio fino ad ora caliginoso o torbido col suo “ Fire! You’re in my direct line!” (Fuoco! Sei nella mia linea principale!”). Il testo narra di un aviatore che in guerra riesce ad abbattere ogni nemico senza mai esitare, guidato solo dal desiderio della vittoria, e insensibile ad qualsiasi altro stimolo “Missed! A word not in my list! (Mancato! Una parola che non esiste nella mia lista). Suggestivo il titolo nel testo che viene interpretato in due modi: il bacio del Barone Rosso è sia un bacio di morte (abbattere il nemico) che un dono concesso alla sua ragazza. Nel generale un pezzo ascoltabilissimo e coinvolgente, e anche la timbrica di De Marco appare più convincente rispetto al primo pezzo. La terza track “Winter Storm” è invece una sorta di proseguo del primo pezzo dal punto di vista del sound: granitica e coerente la sezione ritmica, buona la dinamicità della chitarra nei suoi soli, alle pelli non manca certo la velocità del quasi insostituibile doppio pedale, e anche il basso completa l’incedere bulinato dell’atmosfera. Si sente forte un certo affiatamento di fondo della band! L’atmosfera veloce è funzionale al testo, dato che siamo di fronte alla narrazione di qualche forza salvifica (spirit’s wolf?) che strappa un viaggiatore da morte certa, travolto in una tempesta di neve.”You continue the story of your fight with frost/ smiling and starting to cry” (Continui la tua storia di combattimento contro il gelo sorridendo e quasi iniziando a piangere). Vorrei fare un’osservazione del tutto personale. Noto che in quasi tutti i gruppi che si ispirano a tematiche epic si ritrova sempre il binomio luce-buio  inverno-estate gelo-caldo ecc. per rilanciare l’idea manicheista di fondo tra il bene e il male. Solo che, per quanto queste semplici contrapposizioni restino gettonate nel tempo, trovo che scadano alla fine un po’ nel banale e già sentito. Quindi se il pezzo lo promuovo a livello compositivo non mi sento di dire altrettanto del testo. Vero è che dato che la tematica della luce e dell’oscurità è la trama che tesse l’intero album, ne consegue una certa logicità di fondo. Ad ogni modo mi sarei comunque aspettata qualcosa di diverso in questo testo, un’accuratezza diversa. Se come accennavo prima la terza track riprendeva le sonorità del pezzo d’apertura dell’album, la quarta ne riprende invece le tematiche mistiche, parlo di “Balthazar”. In effetti tra gli insegnamenti esoterici dell’ebraismo ritroviamo proprio questa del demone Balthazar. Ci tengo a precisare che  demone nella cultura religiosa è un essere che si pone a metà strada fra ciò che è Divino e ciò che è umano, con la funzione di intermediare tra queste due dimensioni, non quindi necessariamente un entità malefica (contrariamente alla propaganda messa in giro dalle religioni filo-cristiane). Ecco perché il testo è dedicato e a lui, perché appaia al viaggiatore nelle sue visioni indicandogli la strada da seguire “Every time i look for you/ in the garden of my thoughts/ I find a lyly of pure light/ And every time i dream of you/ I fall in th abyss of time... spirits of ancients show me the way”( Ogni volta che ti cerco nel giardino dei miei pensieri/ trovo una luce pura/ e ogni volta che ti sogno/ cado nell’abisso del tempo... spiriti degli antenati mostratemi la via). Da un punto di vista compositivo il pezzo si differenzia un po’ dagli altri perché mette in primo piano l’intreccio delle chitarre coi loro giri armonici e con la batteria a loro servizio. Buoni i cambi di velocità e ritmo che creano nell’ascoltatore aspettative di evoluzioni e permettono alla canzone di non perdere il mordente. Un pezzo che si lascia ascoltare senza difficoltà. Ancora un intro mistico da cerimoniale per “Post Fata Resurgo” che va a ripescare il Dio sole Ra e e sviscera il leitmotiv della caduta e della rinascita. In effetti il titolo è una locuzione latina  che significa letteralmente “dopo la morte mi rialzo” ed è il moto della Fenice, l’antico uccello della mitologia egizia noto, come saprete, per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Credo che l’uso di questa frequente simbologia e il ricorso a divinità antiche sia esattamente il frutto semantico del titolo che il combo di Imola ha scelto per il disco, un album che ripercorre le fasi della luce. Le sezioni ritmiche son di buona fattura e funzionali all’atmosfera cavalcante trascinata dal timbro caldo e appassionato di Stefano. Meritevole di nota il pregiato solo che parte al 2.45min e che regala un’effervescenza nuova e inaspettata al pezzo, che in chiusura ci sorprende anche per dei cori di background che riempiono il sound con quella magia dei racconti antichi. Sterzata di nuovo con la successiva “Countdown To Infinity” che parte lentamente con una voce lontana e ovattata accompagnata da un giro quasi blues di chitarra per poi velocizzarsi un po’ come tutti i pezzi del lotto, con le stesse modalità: doppio pedale alla batteria, chitarre e basso al fulmicotone, voce che mostra tutta la tua estensione fino agli acuti più insoliti. Il titolo esplicita un messaggio chiaro: la voce che si sente in sottofondo contare alla rovescia preannuncia la morte e quindi la fine (o l’inizio?) del viaggio verso l’infinito, verso la caduta delle barriere, dei limiti. Più profondamente eccovi sviscerato il leitmotic dell'album. A manovella segue “Louder than Heaven” sembra la prosecuzione logica del pezzo precedente: un appello a ritrovare un’anima scomparsa nell’eterno urlando il suo nome più forte che mai, ma con la consapevolezza di essere diventato ormai cinico e insensibile ” With my Eyes turned higher than heaven/ i’ll shout your name louder to heaven” ...”I grew faster/ more cynical but stronger/ enought to be the master/of the void that follows me” (Con I miei occhi rivolti più in alto del cielo/ urlerò il tuo nome più forte verso il cielo… Son cresciuto veloce, più cinico ma più forte, abbastanza da diventare il maestro del vuoto che mi segue). Protagonista della canzone mi sento di dire che è decisamente la batteria col suo ritmo tiratissimo e quasi isterico, interrotto a sprazzi dalle chitarre. Forse il pezzo che mi è piaciuto meno del lotto data la sensazione di un sound un po’ monolitico. Segue “Sunset Rider" che si apre con un tappeto di tastiere dolcissimo e dall’incedere lento, illusione breve in quanto (un po’ come la struttura di ogni brano) iniziano le sferzate e i cambi di velocità, e qui si ascoltano anche delle buone secondo voci. Il testo narra di una viaggiatore che cavalca i giorni a partire dal tramonto, e quindi ancora una volta il leitmotv è quello del metronomo dato dal sole. Un pezzo che purtroppo scivola via. Incontriamo subito dopo “Wake Up at the Dusk” , un pezzo dal sapore epico ancestrale che mescola gli stili e le influenze e riporta il disco verso lidi più ricercati sotto più punti di vista. Innanzitutto l’intro (come sarà anche l’outro) è soave e dolce e sembra l’incipit di un vecchio racconto, e il testo si mantiene a livello favoleggiante e magico fino alla fine, poi i soli di chitarra e gli inserti di basso sono lungi dallo sciovinismo tipico del metal e son assolutamente piacevoli nella loro varietà sinfonica; infine la batteria non travolge i pezzo ma lo indirizza nelle sue sfaccettature. Si ha la sensazione di una certa coerenza e armonia delle componenti musicali e liriche. A mio parere uno dei migliori pezzi del lotto targato “At the Dawn”. Segue una breve “aria” leggera  appunto “Ari’s Melody”, dove si sente solo il triangolo e una voce infantile seguire le sue sonorità cantando, fino a quando un rumore di chiavi  e dei passi interrompono la serenità, ‘Hello Dady”. Curioso questo intermezzo, ad essere onesta non mi capisco il perché del suo inserimento nel disco, quello che è certo è che spezza l’aria tirata delle altre canzoni. Chiude il disco “Disaster Recovery Plan”, un appassionato mid-tempo in acustico (viene da dire finalmente!) che ci si aspetterebbe in un disco che narra storie di un viaggiatore, le sue speranze, le sue difficoltà, le sue impressioni… il timbro della voce è caldo, familiare e ci mette asubito a nostro agio. Sotto però questa parentesi di dolcezza il testo è un’invocazione perché la Terra si riprenda ciò che le appartiene dato che l’uomo l’ha distrutta sotto ogni versante col suo inquinamento e le sue manie di possesso “Arise sun and melt the ice so that to infuse/ power to water/ Arise moon and let the seas cover / with silence the world”( Alzati Sole e sciogli il ghiaccio in maniera da conferire potere all’acqua/  Alzati o luna e lascia che i mari ricoprano il mondo in silenzio). Concludendo, direi che From Dawn to Dusk è un disco debutto che getta buone premesse ed aspettative. Quello che si sente è un gruppo giovane ed affiatato che sta cercando il suo stile senza pretese, spostando di volta in volta coordinate del sound da lidi di power metal a lidi epic dalla matrice sinfonica, con perfino qualche spruzzata di prog. Sicuramente il combo di Imola ha una predilezione per le melodie piuttosto che per la tecnica, in effetti apparte qualche pezzo che mostra delle squisitezze compositive, la maggior parte dei pezzi del lotto oscilla tra l’esplorare nuove soluzioni e ricadere nel circolo del già sentito e ripetuto sia a livello di arrangiamenti che di timbrica. Le sonorità a volte rischiano di risultare prive di fantasia o un po’ troppo monoblocco per quanto mantengano  comunque nel generale una buona presa. Interessante invece il leitmotiv del viaggiatore legato alle fasi della luce... quello che manca è un po’ più di compattezza tra le parti, ma le premesse per fare bene ci sono, giustifico cosi il mio voto. Vorrei concludere con una citazione che trovo l’incoraggiamento appropriato per la band “Trasformati da viaggiatore a strada su cui i viaggiatori trascorrono i giorni!”


1) At the Dawn
2) Red Baron's Kiss
3) Winter Storm
4) Balthazar
5) Post Fata Resurgo
6) Countdown to Infinity
7) Louder than Heaven
8) Sunset Rider
9) Wke Up at the Dusk
10) Ari's Melody
11) Disaster Recovery Plan