ASPHYX

The Rack

1991 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
07/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Inizia oggi un altro dei nostri viaggi nelle discografie dei gruppi più importanti del metal, del death di stampo europeo in questo caso; formatisi nel 1987 in Olanda, presso  Overijssel per l'esattezza, gli Asphyx diventeranno un grande nome del genere, e più nello specifico tra i numi tutelari del death con elementi doom (senza sfociare però nel gothic come è poi successo a gruppi quali My Dying BrideParadise LostKatatonia, etc.).  Il gruppo viene creato da  Bob Bagchus e Tonny Brookhuis, ai quali poi si aggiungono il chitarrista Eric Daniels e il bassista/cantante Chuck Colli; con questa formazione viene registrato il demo "Enter the Domain" (anticipato dal demo/singolo strumentale "Carnage Remains" che vedeva tale Joost al basso), mentre poi Theo Loomans sostituirà Colli nel secondo demo "Crush The Cenotaph". Dopo l'uscita di Brookhuis viene registrato il lavoro poi non pubblicato "Embrace the Death", il quale rimane nel limbo fino al 1996 a causa di problemi vari interni, non ultimi dei quali accordi naufragati con etichette; bisogna attendere l'inizio degli anni novanta per la svolta significativa, data dall'arrivo di Martin van Drunen, precedentemente nei Pestilence (grandi sperimentatori che utilizzeranno elementi jazz e fusion nel loro death atipico) come bassista/cantante e del passaggio sotto la "Century Media Records". Ecco quindi che nel 1991 viene pubblicato il primo lavoro ufficiale qui recensito, ovvero "The Rack - la Tortura" che fa conoscere i nostri nel mondo del metal estremo per un suono melmoso e opprimente, che come prima accennato coniugava elementi death e doom (cosa che in quegli anni incominciava ad andare molto di moda in Olanda, si vedano i vari Sempiterna, DeliriumDeathreign e Mourning) con una maestria innegabile, anche se ancora da affinare soprattutto  a livello di riffing e songwriting; ecco comunque una serie di giochi tra tempi lenti e mortiferi e cavalcate improvvise, il tutto con una produzione non eccessivamente pulita, ma neanche fangosa come nei demo (cosa che verrà criticata da alcuni puristi), per un disco che non è un classico, ma che getta le basi per le grandiosità a venire, soprattutto se pensiamo al secondo lavoro "The Last One On Earth".  I testi seguono la tradizione del genere: blasfemie, creature non morte, attacchi alla religione cristiana, paesaggi devastati, e quanto di opprimente, malsano e diabolico si possa esprimere, legandosi perfettamente alla musica proposta. Un disco insomma che se ascoltato con in mente la sua collocazione nella discografia della band, non fa gridare al miracolo, ma può essere apprezzato come primo passo, e come disco di death metal non rivoluzionario, ma che ha qualche elemento per l'epoca nuovo. Due parole vanno spese anche per la copertina del tedesco Axel Hermann, la quale cattura perfettamente l'atmosfera putrida e fangosa rimanendo però anche astratto in modo da non imporre un'immagine troppo definita e canonica, offrendoci una sorta di versione più contenuta e meno oscura dell'inarrivabile H.R. Giger; il logo triangolare della band va perfettamente ad indicare il punto focale, e la sua forma viene ripresa dal tabernacolo organico sottostante, così come le sue estremità toccano perfettamente le due braccia-rami a sinistra e destra, permettendo all'osservatore di avere subito uno sguardo globale capace di trasmettere le sensazioni desiderate (purtroppo nelle versioni rimasterizzate successive, essa verrà ribaltata in maniera, ad avviso di chi scrive, discutibile).

Si parte come spesso accade con il death dell'epoca con una strumentale, ovvero "The Quest of Absurdity - La Ricerca Assurdità" che ci accoglie con i suoi tetri synth dark ambient che non sarebbero sfigurati in una colonna sonora horror o come sottofondo in un film d'azione anni ottanta nei momenti di anticipazione e tensione; in sottofondo si aggiungono arie spettrali ed effetti liquidi, fino ad arrivare a cori eterei e suoni quasi sognanti, i quali perdurano per tutto il minuto e mezzo, collimando in una ripresa dei precedenti effetti più tetri, chiudendo la breve intro al disco. Ecco quindi il primo brano vero e proprio "Vermin - Ratti", che esplode subito con un riffing caotico e con un growl strillato e cavernoso; la batteria è una mazzata continua condita da piatti che ne scandiscono l'andamento. Al ventiduesimo secondo le chitarre rallentano leggermente in una serie di impennate taglienti che si organizzano in loop circolari sotto i quali le pulsioni di fraseggi che ci riportano ai Morbid Angel si stagliano insieme alle dichiarazioni sgolate di van Drunen; ecco che si accelera di nuovo con dei giri ossessivi supportati dalla ritmica serrata, proseguendo lanciati fino al minuto e tredici. Qui l'andamento si contrae in un galoppo epico fatto di chitarre marziali dalle bordate thrash e dalla batteria organizzata che en segna il passo; esplode quindi nuovamente la struttura lanciata ed isterica, prendendo velocità. Le variazioni sono sempre dietro l'angolo, e al secondo minuto e cinque una serie di fraseggi squillanti e altisonanti prendono piede dilaniando le raffiche di chitarra; poco dopo vengono raggiunte da ruggiti infernali che amplificano l'atmosfera inquietante. Inevitabilmente al secondo minuto e trentaquattro si torna a velocizzare il tutto, con un marasma sonoro corrosivo fatto di grida sgolate e muri di chitarra e doppia cassa pulsante; riecco quindi i giochi rocciosi con rallentamenti ieratici e colpi potenti di drumming. Giochi di chitarre squillanti si fanno strada aumentando al tensione tecnica, mentre poi ad un tratto il pezzo va sfumando in dissolvenza perdendosi nel vuoto sonoro. Il testo tratta un tema caro al death nella sua forma originale, ovvero quello delle piaghe e malattie, qui trasmesse dai ratti; le loro orde disgustose avanzano, affamate e veloci, nella notte, con occhi rossi che osservano. Sono visioni del tipo più oscuro, dei roditori odiosi nonché il passato dell'agglomerazione moderna, un terrore vivente e un abominio indistruttibile; "Symptoms of fulminant diseases, The number of infected ones increases, Inimical towards the human race, Death in its most efficient way - Sintomi di malattie fulminanti, Il numero degli infetti cresce, Nemici della razza umana, (Essi sono) La morte nella sua forma più efficiente" prosegue il teso descrivendo l'orrore familiare a chiunque abbia visto un film catastrofico di questo tipo o letto testi sulle epidemie medioevali, mentre le creature oscene avvolte da sporco decadente strisciano nel putridume che fermenta, semi dell'infezione in una melma puzzolente, un orrore maligno non corroso dal tempo. Essi diffondono un orribile e mortale malattia enzimatica che contamina intere popolazioni, una piaga bubbonica che è nemico mortale e che provoca cadaveri con pustole i quali rimangono nei vicoli, andando in decomposizione, mentre i vivi sono coperti di foruncoli; i ratti infesteranno un altro decennio, portando le loro malattie. Un testo semplice, ma funzionale, dalle immagini vivide e con alcuni riferimenti scientifici alle malattie, i quali danno al tutto una più inquietante, e realistica atmosfera. "Diabolical Existence - Esistenza Diabolica" ci accoglie con un riffing contratto e con piatti di batteria, esplodendo subito dopo in una cavalcata dominata da loop a motosega e drumming pulsante; l'andamento è spacca ossa, ripetuto in maniera ossessiva fino allo stop del trentatreesimo minuto. Qui una serie di colpi fanno da cesura, seguiti da fraseggi rocciosi e lenti; ecco una sequenza strisciante e tetra dall'animo doom, la quale si dilunga dilatata mentre van Drunen interviene con grida sgolate e malevoli. Al minuto e ventidue il movimento si converte in una marcia marziale che crea un panzer sonoro fatto di riff devastanti e piatti ritmati; essa lascia poi posto ad un nuovo rallentamento gotico caratterizzato da chitarre scordate. Quest'ultimo diventa sempre più mortifero e lento, mentre il cantante assume toni sempre più sgradevoli e disperati; l'atmosfera è epica e tetra, con una certa malinconia feroce che non molla il colpo pur nel suo incedere pachidermico. Al terzo minuto e diciotto un'improvvisa digressione roboante lancia il tutto in una cavalcata da tregenda, fatta di loop taglienti e montanti battaglieri di batteria, in una marcia dittatoriale che si spegne con un ultimo suono squillante di chitarra. Qui la band mostra il suo death misto a momenti doom, anche se l'equilibrio tra le parti non è del tutto raggiunto, dando al brano una struttura un po' anonima priva di momenti veramente incisivi, come invece poteva essere; lo stile è comunque qui, solo deve essere affinato sia a livello tecnico, sia di songwriting. Il testo tratta di un altro tema caro al death, ovvero la critica alla religione, tendenzialmente quella cattolica poiché la realtà familiare ai gruppi del mondo occidentale; siamo nati per piegarci di fronte all'altare del signore, imparare e pregare in suo nome, mentre egli ci guarda dall'alto e ci domina, manipolandoci con il libro (la Bibbia) accarezzando un'astrazione. "It's only in your mind, Useless denial of reality - E' solo nella tua mente, Un' inutile negazione della realtà"  ci avverte il narratore, in una diabolica esistenza dove la radice del male siamo noi stessi; ora vengono evocati i secoli dell'inquisizione, dove i nostri stessi sbagli venivano bruciati, e ci viene detto che i nostri occhi sono maligni, e la nostra fede e crudeltà sono come corna di un demone, mentre i nostri pensieri sono corrotti dal tradimento, e la nostra purezza è stata bruciata sul rogo. Agonizziamo e usiamo violenza strisciando nel disgusto, ma la fine della verità sarà l'inizio del nostro destino, dove ci sono corna e occhi malevoli, e dove il gioco è quello del tradimento; un testo breve, conciso e feroce, che attacca la falsa moralità della Chiesa concentrandosi sugli orrori dell'inquisizione e la violenza perpetrata in nome di un dio a cui i nostri non credono. "Evocation - Evocazione" parte con un bel riffing squillante e tagliente sul quale poi si aggiunge la batteria pestata, creando un montante in salire; ecco quindi che il loop massacrante si protrae ossessivo intervallato dai piatti di batteria fino al quarantunesimo secondo. Qui all'improvviso si rallenta con chitarre pesantissime e monolitiche e con un drumming strisciante, mentre tornano i toni sgolati di van Drunen; riprendono poi, anche se controllati, i montanti, mentre fraseggi ferrosi compaiono in sottofondo. Si riprende quindi con la coda strisciante e mortifera, fino alla nuova cavalcata funerea dove il cantante si da a versi sgraziati con voce spezzata; la nuova marcia da funerale vede chitarre pesanti come macigni e suoni opprimenti. All'improvviso al secondo minuto e ventotto una spettrale melodia di chitarra si protrae in sottofondo, creando un'atmosfera epica e malinconica, che si sviluppa in scale quasi tecniche, mentre batteria e chitarre proseguono lente in sottofondo; al terzo minuto e sei si sale con il ritmo grazie a loop corrosivi e batteria ben presente, dove si sviluppano andamenti death/thrash ben calibrati. Si rallenta poi lasciando il posto a spettrali riff circolari, sui quali van Drunen riprende posto con le sue grida asfissiate ed asfissianti; ecco poi una cavalcata mortifera dominata da piatti e fraseggi tetri. Essa si consuma presto in un nuovo rallentamento, il quale come prima va ad assumere toni sempre più pachidermici, fino a collimare in chitarre-panzer e piatti dilatati, in un andamento che si contorce fino al finale con feedback di chitarra in eco. Il testo descrive in chiave criptica e piena di immagini e metafore non sempre chiare un rito oscuro, un diabolico sacrificio ed evocazione di forze maligne; in profondità nella nostra mente, in un vuoto dell'inconscio, colui che fa da guardiano ai portali desidera chiamarci, presso un festino per un rituale, giù nelle nostre profondità, dove si provoca infernalmente. Seduti in cerchio in una trance decadente, viene fatta una messa per l'abisso, mentre si sacrifica un'anima, l'unica meritevole delle affezioni dell' invocato, probabilmente il Maligno; l'unica cosa che necessita è che diamo la nostra vita, mentre attende al portale, e dobbiamo inginocchiarci e pregare per la sua grazia. Solo uno tra tutti ha al sua approvazione, mentre gli altri si contorcono implorando di avere di più. "Once a soul was risen, Dwelling through the crypts of knowledge, Fighting the powers of forgiveness, Remain an evil black soul - Una volta un'anima venne evocata, Mentre si nascondeva nelel cripte della conoscenza, E combattendo I poteri del perdono, Rimase una nera anima malvagia" prosegue il teso nelle sue immagini diaboliche, mentre poi si ripetono versi precedenti fino all'amaro finale: solo un'anima avrà il potere, mentre le altre moriranno mille morti soffrendo. Immagini da film horror, riti satanici e misteriose cantilene, non certo da prendere sul serio, ma che rientrano nell'estetica e nelle tematiche del death pienamente. "Wasteland of Terror - Rovine Del Terrore" è un episodio breve e inaspettatamente veloce, che si apre in quarta con un riffing martellante tanto quanto al doppia cassa e le bordate squillanti, mentre van Drunen si lancia subito in grida sgolate ormai familiari; la struttura si mantiene incalzante e concitata fino al trentacinquesimo secondo. Qui un fraseggio roccioso fa da cesura, dopo al quale troviamo un movimento lento e doom con suoni epocali e colpi di chitarra distribuiti; al minuto e uno una nuova cesura con fraseggio segna un altro cambiamento, all'insegna questa volta di una leggera accelerazione giocata su loop devastanti, i quali presto però si fanno malsani e fangosi, alternandosi nei due movimenti. Questo fino all'esplosione di doppia cassa e chitarra, che riporta il brano ai ritmi iniziali, lanciato fino al finale improvviso che lo chiude con uno stile molto asciutto e "punk"; una parentesi che non rinuncia comunque all'anima doom dei nostri, che basano il loro songwriting sempre su accelerazioni e rallentamenti continui, senza avere cori o versi, mantenendosi grezzi  e fangosi pur senza rinunciare ad un minimo di tecnica. Il testo verte su visioni apocalittiche non meglio definite, giocate su versi semplici e brevi che scolpiscono immagini, appunto, di terrore; oltre l'orizzonte inizia un incubo spaventoso, l'agonia definitiva in una dimensione di peccato, portale della morte e regno delle tenebre. Un impero del caos avvolto nella follia, "Wasteland of Terror, Blasphemous Land, Shadows in blood - Rovine del terrore, Terra blasfema, Ombre di sangue", dove i dannati dormienti gridano a squarcia gola, mentre i corvi gli strappano gli occhi; si soffre un eterno tormento in questo paradiso, e assorbite nella follia delle anime giacciono nelle profondità del dolore, ruggendo dalle risate, mentre i morti muoiono una seconda volta contraendosi. Visioni infernali dunque di tormento, in un affresco oscuro pieno di evocazioni vivide del dolore e della tortura eterna, in una sorta di malsano quadro dove le parole sono colori che dipingono, tra rosso e nero, una realtà maligna che attende le anime, le quali finiscono per impazzire in tale orrore cosmico; il gusto per una certa estetica legata indissolubilmente al death si fa sentire ancora una volta, inquadrando i nostri nelle file anche tematiche del genere. "The Sickening Dwell - Il Disgustoso Nascondiglio" ci accoglie con chitarre marziali e rocciose dalla marcia ripetuta; esse prendono presto velocità insieme alla doppia cassa e a versi di van Drunen, lanciata fino al venticinquesimo secondo. Qui tutto d'un tratto ci si assesta su movimenti doom protratti in modo dilatato  e greve, tra colpi di drumming, chitarre ad accordatura bassa e grida sgolate del cantante; uno schema non certo inedito, che trova la sua collimazione nel minuto e tredici. Ecco una nuova cavalcata sferragliante e potente dalla batteria pestata e dai loop tharsh, la quale evolve poi in giri tecnici severi e squillanti; si riprende quindi con la doppia cassa e le bordate continue, mentre van Drunen grida disperato. Brevi parti lente alternano il tutto, ma per ora è la velocità a dominare fino ad un nuovo stop; esso vede una serie di giochi tecnici squillanti, prima di devolvere in un ennesimo rallentamento mortifero. Su quest'ultimo al secondo minuto e trentuno si aggiungono elementi noise con mura di chitarre roboanti, feedback e blast pestati; un marasma ossessivo che poi passa in sottofondo mentre il cantante ricompare alto nel mixaggio, sempre sgolato e rauco. Ecco fraseggi squillanti come da sana tradizione death, mentre le raffiche proseguono imperterrite fino al terzo minuto e quaranta; qui riprendono i toni rallentati, smorzati però subito da un colpo di chitarra. Dopo alcuni secondi di silenzio riprende un riffing roccioso, che presto evolve in un'ultima corsa in doppia cassa, squartata da chitarre tecniche prima del finale improvviso; ancora una volta una struttura molto particolare che mostra un songwriting che vuole essere tecnico, ma che non sempre ha piena padronanza di se risultando in parti che suonano un po' incollate tra loro. Il testo ci offre nuovi rivoltanti orrori, a cui ormai siamo abituati: l'odore della morte ci accoglie in una cripta di dolore, mentre giacciamo in pensieri perversi, una miseria sveglia, ma dimenticata. Un paradiso fatto di vermi che strisciano, e dove "Rats consuming flesh, Hanging stiff on hooks - Ratti che consumano la carne, Mentre pende rigida da dei ganci" dipingendo immagini di tortura. Nelle dichiarazioni del suo Eden si ricerca la verità, l'origine della vita, in un'esperienza stomachevole; il coltello dello squartatore, il malato, il male, dio, l'abominio, tutto si fonde nella confusione, anche il giusto  e lo sbagliato, l'umano, il divino, l'angelico e la bestia, in una perversa rivelazione costituita dai labirinti della mente. Un testo interpretabile, forse rappresentazione di una folle mente, di un serial killer che tortura le sue vittime in un delirio religioso, comunque pieno di riferimenti alle torture e ai resti delle vittime, in un viaggio inquietante il quale, per nostra fortuna, è solo nelle parole e nel suono, ma che ci lascia terrorizzati. "Ode to a Nameless Grave - Ode Per Una Tomba Senza Nome" è la seconda strumentale del lavoro qui recensito, questa volta sorretta da chitarre rocciose e distorte, e da una batteria ritmata; al ventitreesimo secondo i toni si fanno ancora più epici ed altisonanti, mantenendo comunque l'andamento strisciante precedente. La ritmica va poi rallentando, completando l'atmosfera doom delle chitarre, le quali al minuto e cinque improvvisamente prendono una svolta ben diversa: ecco dei fraseggi tecnici e taglienti, grezzi, che dilaniano con le loro accordature basse il pezzo, delineati da bordate thrash che prendono sempre più posto. Si va ad instaurare dunque una monolitica marcia oppressiva dove il drumming da pulsioni vive e cadenzate; essa collima nel minuto e trentacinque, dove riprende lo strisciare serpeggiante della strumentazione. Alcuni brevi stop squillanti contraggono il movimento, mentre al minuto e cinquantotto si aggiungono assoli spettrali che creano un'atmosfera malinconica e dal sapore quasi progressivo, regalando dei bei movimenti melodici; si arriva quindi al finale dove una digressione si protrae brevemente, prima di un ultimo colpo che segna la conclusione effettiva della parentesi musicale di quasi tre minuti. "Pages in Blood - Pagine Di Sangue" si apre con chitarre a motosega e piatti di batteria pestati, in una sequenza pulsante di buona fattura; ecco che si aggiungono assoli melodici e tetri, mentre si prosegue lenti e mortiferi. Van Drunen interviene poi con la sua voce sgraziata, mentre le chitarre continuano a tagliare monolitiche; verso il quarantatreesimo secondo una marcia asfissiante fa ad cesura, alienante e distorta, dopo al quale si prosegue con montanti alieni e rocciosi, sempre mantenendo una tempistica da pachiderma corazzato. Il drumming vede piatti e colpi dilatati, mentre il cantante prosegue sgolato e i fraseggi mortiferi si amplificano in sottofondo; il songwriting non prevede fino a qui grandi variazioni, proseguendo invece ossessivo in una stretta mortale tra spire sonore. Al secondo minuti all'improvviso si accelera con una galoppata di doppia cassa e terremoti di chitarre, liberando l'energia finora trattenuta in un severo andamento costellato da blast; esso, tuttavia, sfuma in nuovi assoli distorti e squillanti, lenti così come i riff e i grevi giri di basso in sottofondo, mentre van Drunen ci accoglie con le sue grida. Si accelera ancora, con batteria pulsante e chitarre cacofoniche, così come le grida del cantante, lanciandoci in una corsa diretta e veloce che precipita con forte impatto verso il terzo minuto e quarantotto; qui un fraseggio roccioso fa da cesura, dopo al quale abbiamo un'ultima galoppata ieratica, che chiude il pezzo tra blast potenti e chitarre a motosega. Il testo torna ad attaccare la religione, riferendosi più precisamente alla Bibbia che qui viene resa un testo satanico invertendone la funzione abituale; le sue parole sono scritte con il sangue, e la sua copertina fatta di carne, riti di una mente lontana dalla fonte non rivelata. Pagine di sangue, con parole violate di verità e vita, un' invocazione degli dei, che è significato dei sette sigilli dell'apocalisse; il protagonista sente il grido prima inedito di migliaia di anime contorte, e poi dichiara che nessuno osa andare la dove il traditore è un dio. Qui su un trono di mille bugie la saggezza è eterna, mentre avviene un'invocazione, volta al demone Choronzon simbolo degli abissi, un rituale violato in "In a land beyond my mind, An evil yet unseen, An evil that is called life - Nella terra oltre la mia mente, (C'è) un male mai visto, Un male chiamato vita"; dopo che i nomi blasfemi vengono fatti, vi è furia da dietro i sette portali, e il nostro dichiara di aver visto i piaceri del paradiso, che l'umanità però considera peccati. Un testo ambiguo, non chiaro, che unisce sacro e blasfemo, ricordando un'evocazione demoniaca, ma anche che la vera radice del male è puramente umana, e riguarda la vita terrena; grazie a ciò possiamo leggerlo su più livelli, come la critica prima accennata, o come una più semplice rappresentazione da film di serie B di un rituale apocalittico, rientrando sempre nei canoni del genere. "The Rack" è il finale, nonché il pezzo più lungo di tutto il disco con i suoi nove minuti di durata; esso si mostra con tetri suoni di chitarra in riverbero, creando un'atmosfera epocale e sinistra dai toni minacciosi, ma allo stesso tempo malinconici. Su di essa si staglia poi la batterai cadenzata che avanza decisa, ma strisciante, facendo da base ritmica al tutto; al minuto e tredici il movimento portante viene potenziato da riff rocciosi, mentre arpeggi squillanti proseguono l'andamento principale. Bisogna attendere il minuto e cinquantanove per il primo vero cambiamento, ovvero un'accelerazione con rigide chitarre a motosega e piatti incalzanti, ripetuta in loop ossessivi che ipnotizzano l'ascoltatore; si collima in una serie di bordate, le quali proseguono con le vocals selvagge di van Drunen che finalmente si mostrano. Ora il tutto è portato su coordinate decisamente più death, con un suono veloce e granitico che mette riff e fraseggi grevi in bella mostra, così come la doppia cassa; una cavalcata da tregenda forsennata, che prosegue con violenza fino al terzo minuto e cinquantasei. Qui i loop precedenti riprendono posto, circolari e taglienti, ricreando un senso alienante, ma allo stesso tempo trascinante; il cantante si da a versi gutturali e grida, completando il quadro  di morte sonora. Ecco al quarto minuto e trentasette una nuova sequela di montanti rocciosi, i quali si muovono lenti, ma spietati, in un gioco di botta e risposta con giri che li delineano; si passa quindi a solenni fraseggi altisonanti, sui quali  van Drunen canta sgolato. Si alternano quindi ancora i suoni precedenti, in una struttura che ha ormai al sua forma. Forse per la maggiore durata il brano si dimostra più strutturato e coerente rispetto ai precedenti, confermandosi come l'episodio migliore del disco; al sesto minuto e cinque nuove bordate incalzano il ritmo lanciandoci in un riffing dal sapore thrash strutturato come una galoppata infernale. Al sesto minuto e quarantasei si torna  atoni striscianti, giocati su chitarre dilatate e grevi, e piatti  distribuiti; si ripetono quindi le melodie iniziali, distorte e sinistre, mentre tastiere inedite compaiono ariose in sottofondo, creando un'atmosfera onirica e spettrale. Si prosegue quindi con un crescendo d'intensità emotiva, completato da bei riff taglia ossa che ci donano una base rocciosa; ma ecco che qui sul più bello il pezzo sfuma in dissolvenza, chiudendo de l tutto il lavoro in maniera un po' "anti climatica". Il testo ci riporta ad immagini di torture ed orrori, legati alle violenze della Chiesa: nella segreta sottoterra troviamo un terrore perverso, fatto di palpitazioni e colpi insopportabili. Sentiamo passi sulle scale, mentre il boia arriva, insieme ad una sinistra processione, in un tetro tribunale macabro; un eretico perverso, un giudice inesorabile, la sentenza è la morte, regalata (con sarcasmo) dalla Chiesa. "Inside the torture chamber, The smell of blood and pain, Iron is glowing in pits of fire, Instruments of the insane - Nella camera delle torture, (C'è) L'odore del sangue e del dolore, Il ferro brilla in cerchi di fuoco, Strumenti del folle", continua implacabile il testo, specificando poi come la tortura sia un altare di morte e dolore, e come le vittime soffocano nel sangue, con le ossa polverizzate e parti mutilate, sviscerate, con arti segati e castrate; rimangono resti umani, un confuso casino, un'atroce esibizione dei metodi della follia. Nella camera di tortura gli strumenti sono macchiati, mentre la tortura ha ormai portato le sue vittime oltre il dolore. Esplicito è l'attacco verso l'Inquisizione e gli orrori perpetrati in nome di Dio, descrivendo quasi clinicamente le torture subite dai così detti eretici e mostrando la follia di coloro che coperti dalla scusa della volontà divina, davano sfogo alle loro perversioni.        

Tirando le somme un album ancora acerbo, ma che delinea già molti elementi cari alla band: la fusione tra death e doom, l'uso di tempi e songwriting non ortodosso, la presenza di atmosfere pesanti e tetre e di riff thrash rocciosi e marziali, e di un drumming possente ora lanciato, ora più monolitico. Le incertezze stanno nel songwriting, che a volte non riesce ad essere coeso e a creare brani veri e propri, limitandosi ad esercizi di stile, e nelle vocals un po' deboli e slegate dall'andamento della strumentazione; l'episodio più lungo, la finale Title Track, si dimostra il migliore, foriero di quello che verrà grazie ad una struttura ragionata e alla presenza di tetre melodie che rimangono in testa. Il lavoro permette in ogni caso agli Asphyx di farsi conoscere, e di suonare con grossi nomi quali Entombed e Bolt Thrower, prendendo posto nel death europeo; non si adagiano in ogni caso, e l'anno successivo uscirà l'ottimo "The Last One On Earth", primo capolavoro della band, ma anche al momento ultimo episodio con van Drunen che lascerà la band, incominciando una serie di cambiamenti che caratterizzeranno la line up travagliata della band nel tempo. Un disco che rafforzerà gli elementi qui presenti con una maggiore abilità e una visione più decisa e coerente, capace di conservare comunque quell'ibrido mortifero tra doom e death che caratterizzerà sempre più il gruppo; esso sarà anticipato dall'Ep "Crush The Cenotaph"  il quale riprenderà alcuni pezzi dell'omonimo demo e li accompagnerà a nuovi episodi, mostrando l'evoluzione che poi si compirà completamente nello stesso anno nell'album prima citato. Una strada tutta in salita quindi che lancia la carriera di una band che tra alti e bassi, scioglimenti, ritorni, cambiamenti, sopravvive ancora oggi con un seguito fedele di appassionati; il loro sarà sempre un death particolare, mortifero e funereo, che preferisce la lentezza costellata da alcuni attacchi veloci, piuttosto che un suono totalmente diretto, non sempre semplice e di godimento immediato, ma capace di delineare scenari sonori apocalittici come pochi sanno fare. Il viaggio nelle catacombe continua!  

1) The Quest of Absurdity  
2) Vermin      
3) Diabolical Existence        
4) Evocation 
5) Wasteland of Terror       
6)  The Sickening Dwell       
7) Ode to a Nameless Grave           
8) Pages in Blood     
9) The Rack

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