ASPHYX

Necroceros

2021 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
08/02/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

A cinque anni di distanza dal precedente "Incoming Death", tornano gli alfieri olandesi del death metal più monolitico a tinte oldschool con elementi doom; parliamo naturalmente degli Asphyx, che presentano la loro ultima opera "Necroceros", pubblicata per l'ormai assodata Century Media Records, da tempo casa dei Nostri. Una band che è ormai da anni sinonimo del genere, e che ha una storia lunga e caratterizzata da svariati cambi di formazione, e anche da alcuni episodi dove il loro suono si è discostato in gradi diversi dalla loro solita formula. Un viaggio iniziato a fine anni ottanta con dei demo come "Crush The Cenotaph" e "Mutilating Process", e che avrebbe visto la prima formazioni stabile con Martin van Drunen dei Pestilence alla voce, accompagnato da Bob Bagchus ed Eric Danielsnel debutto "The Rack" del 1991. Di acqua ne è poi passata sotto i ponti, definendo il caratteristico suoni della band dove il death metal più macabro incontra il doom, creando un suono pachidermico dove sferzate improvvise e accelerazioni colpiscono l'ascoltatore come fendenti collocati in un contesto malevolo e pesante. Tra capolavori come "Last One On Earth", dischi saldi quali il disco omonimo alla band, esperimenti controversi (quel "God Cries" a tinte punk che vedeva il ritorno del loro primo vocalist Theo Loomans prima della sua prematura morte) la formazione cambia svariate volte e le pause tra un disco e l'altro si fanno sempre più lunghe, mentre con il nuovo millennio nascono pure progetti paralleli da parte dei membri, tra i più famosi Soulburn e Hail of Bullets. Arriviamo quindi a oggi e all'attuale formazione ormai consolidata con il precedente disco, che vede Martin van Drunen alla voce, Stefan Huskens alle percussioni, Paul Baayens alla chitarra e Alwin Zuur al basso. Il suono portato avanti dalla band vede una versione leggermente, ma non troppo, più moderna e in linea con le tendenze death "mainstream" della loro classica formula; forse, rispetto al passato, si può notare una maggiore presenza di tempi medio-lenti e un ruolo minore degli attacchi veloci dalle galoppate thrash/death dove le chitarre si muovo come rasoi. Le tracce vedono costruzioni temprate certamente dall'esperienza, dove giri distorti di chitarra, batteria militante e versi sgolati del cantante creano corazzate sonore sottolineate da fraseggi dalle melodie malinconiche. Insomma, chi è familiare con la band sa già cosa aspettarsi, in un disco che non rivoluziona, e non vuole assolutamente rivoluzionare, nulla, ma che riesce a creare dieci episodi di death metal fatto per gli appassionati del genere. Molti topoi del genere vengono toccati nel corso delle trace, tra tempi mutevoli e atmosfere severe e oscure, e qualcuno potrebbe anche parlare senza troppo torto di mestiere. Ma è un mestiere fatto con perizia e senza eccessi laccati nella produzione del suono, anche se non possiamo parlare di certo di momenti "fangosi" equiparabili ai classici del gruppo. Anche la splendida copertina, opera ancora una volta di Axel Herman, segue gli archetipi caratteristici del genere, immergendo lo spettatore in un incubo verde-azzurro che circonda una sorta di Golgota infernale. All'artista è bastato conoscere il nome dell'album, come citato da Van Drunen: Come sempre abbiamo dato in mano ad Axel Herman la cura dell'artwork, gli abbiamo dato il nome del disco e abbiamo lasciato fare a lui e come sempre il risultato è stato un capolavoro. Tematicamente, ritroviamo il filone seguito ormai da anni dai Nostri, tra episodi di guerra della Seconda Guerra Mondiale, fantasie horror/sci-fi, grottesche narrazioni a metà tra la satira sociale e lo splatter, commenti politici contro regimi; certo, nessun capolavoro della letteratura e il tutto si concretizza spesso in versi funzionali al cantato in relazione alla musica, ma va riconosciuto da sempre alla band una certa varietà tematica che non è così scontata nel mondo death e che caratterizza in modo la loro proposta.

The Sole Cure Is Death

"The Sole Cure Is Death" (la sola cura è la morte) parte con un marcia frastornante fatta di giri di chitarra distorti e batteria massacrante, una collezione di bordate severe che mette subito le cose in chiaro stabilendo il mood del lavoro; van Drunen esordisce con la sua familiare voce sgolata e stridente, introducendo il tema lirico incentrato su una rivota presso un centro penitenziario, dove violenza e follia trovano libera espressione in un bagno di sangue che si conclude con una spietata caccia all'uomo. Una sorta di fantasia un po' conservatrice e dai tratti grossolani, ma che ben si adatta alla musica massacrante qui proposta. La rivolta si espande nelle celle, regno degli psicopatici, e presto ci troviamo in un carnaio umano, dove la folla impazzita di criminali riesce a fuggire dall'edificio che li ospita. Le immagini vengono perfettamente contestualizzate dal movimento ossessivo della musica, marziale e senza tregua, dal drumming spaccaossa. Ecco che dopo una cesura ritmica dai battiti potenti, l'andamento prende accelerazione in una corsa lanciata, dove il cantato si fa ancora più delirante: l'odiata istituzione viene demolita, il personale e le guardie vengono massacrate, e una massa di galeotti, paragonati ai ratti, supera di numeri i secondini nelle loro torri di vedetta. Violentatori, pedofili, scappano i tutte le direzioni, sadici e necrofili dalla libido distorta e dalle fantasie malate, il peggior incubo possibile fatto di malati violenti in un impeto omicida. Nel mentre suoni di chitarra taglienti e severi fendono il substrato sonoro distorto in una serie di ripetizioni dal gusto thrash dove i giri circolari trascinano l'ascoltatore in una frenetica azione sena respiro. Auto, coltelli, armi da fuoco vengono rubati, facendo presagire gli orrori che presto verranno, e poco dopo la fuga incominciano ad aumentare i casi di persone scomparse, vittime dell'orgia di violenza perpetrata dai fuggitivi. Così come le immagini si mantengono violente e senza possibilità di tregua, così il comparto sonoro continua a massacrarci senza sosta. A un certo punto però incontriamo un rallentamento epico dove falcate lente e corrosive creano una sessione doom dai tratti epici e solenni. Le atrocità vengono localizzate, corpi mutilati son rinvenuti, resti tormentati, sia di adulti che di bambini, legati, imbavagliati, accoltellati, uccisi con pistole, violentati. Il costo umano è alto, e l'unica soluzione è una caccia aperta senza pietà per eliminare i criminali in libertà. Riprende di seguito la corsa distruttiva, ennesima esternazione di un'energia vendicativa e marziale che designa toni punitivi ben coadiuvati dal comparto lirico. I segugi vengono rilasciati, milizie cittadini si riversano nelle strade, i vari dipartimenti si uniscono in una caccia all'uomo coordinata per eliminare le menti maniacali che terrorizzano le persone. I pervertiti vengono rintracciati in una caccia senza tregua, e uccisi immediatamente tramite esecuzioni sommarie autorizzate in una cura finale che è la morte stessa. I toni combattivi della musica sottolineano questa escalation violente, proseguendo nei suoni graffianti fino alla conclusione improvvisa che lascia ascoltatore tramortito. Un episodio diretto e che presenta tutti gli ingredienti di casa Asphyx, tra cavalcate vecchia scuola, atmosfere solenni, alcuni passaggi rallentati e tante chitarre distorte che squarciano l'etere sonoro. Una fantasia che evoca personaggi come il punitore e tutta una serie di film anni '70 legati a vigilanti e criminali massacrati, dalla violenza non filtrata e non certo pensata per una discussione sul tema della criminalità, bensì per un'evocazione di violenza sonora e tematica che si uniscono perfettamente.

Molten Black Earth

"Molten Black Earth" (Terra nera fusa) si apre con una serie di fraseggi evocativi, scanditi da colpi fragorosi e distribuiti nel movimento iniziale dalla natura sepolcrale. Un'introduzione che ricorda molto i Morbid Angel dei primi anni '90, ma che poi evolve in una marcia più decisa e stordente, fatta di chitarre squillanti e drumming combattivo. Il cantato offre toni cavernosi e gutturali, dandoci uno scenario di guerra in uno scontro tra truppe sovietiche e tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale.  Uno dei temi preferiti dagli Asphyx e che si è ripresentato nei loro svariati dischi negli anni in una tradizione che vede tracce storiche quali "M.S Bismark", "Asphyx (Forgotten War)" e "Eisenbahnmorser" dove scenari bellici e macchine della morte protagoniste di quest'ultimi diventano materia tematica per i suoni pesanti dei Nostri. Ecco quindi che le difese rinforzate e preparate con attenzione attendono l'offensiva tedesca caratterizzata dalla blitzkrieg,  ovvero la guerra lampo dove le innovazioni tecnologiche del periodo e l'uso delle telecomunicazioni avevano inizialmente dato un vantaggio alle truppe tedesche. Le fortificazioni robuste vengono coperte da mine e buche, bunker, trincee creano una linea impenetrabile, e per iniziativa russa parte il fuoco preliminare, incominciando una battaglia che sembra annunciare l'apocalisse. Musicalmente il tutto si configura come un robusto suono death dove i montanti stridenti assaltano i nostri sensi in una serie di loop assassini dalle velocità controllate, e marcati da cesure rallentate che ci riportano ai toni iniziali, tra fraseggi dal gusto epico e atmosfere solenni adatte al tema trattato. Un suono ancora più deciso di chitarra tesse una trama dalla melodia malinconica, ripetuta poi in una sessione destinata a evolvere in una marcia ritmata dalle percussioni possenti e dai riff come motoseghe. I Panzer avanzano colpendo i granatieri, la contraerea spara mentre compaiono anche i Tiger tedeschi. I T-34s assaltano i ranghi, mentre gli anticarro polverizzano i carri armati in una serie di esplosioni di munizioni e carburante, tra frammenti di pallottole e duelli violenti. Uno scenario bellico reso segretamente dalle bordate death che ora investono l'ascoltatore con i loro motivi ronzanti e decisi, in un tripudio di precisione e potenza che non lascia scampo. Arriviamo così a un nuovo rallentamento che fa da cesura, riproponendo i suoni più distesi ed evocativi già incontrati. Non rimane che una ripresa finale dei toni duri e ossessivi della traccia, in una conclusione del combattimento: tra resti che bruciano, sabbia insanguinata, uomini smembrati e carcasse fumanti di carri armati, tutte le riserve vengono consumate in un ultimo attacco, dove l'accerchiamento fallisce e il nemico viene spinto indietro. Coloro che hanno mantenuto la posizione a Kursk verranno ricordati, insieme a un luogo dove carne e metallo si sono fusi con la terra annerita e fusa dal calore. Una serie di assoli finali creano un ottimo motivo esaltante, ripetuto poi insieme a rullanti di batteria e riff pesanti fino alla chiusura del pezzo. Un altro perfetto esempio dello stile dei Nostri, che si riallaccia a uno scenario bellico che richiama gli inglesi Bolt Thrower  e tutta una serie di film e fumetti sul tema che hanno appassionato intere generazioni.

Mount Skull

"Mount Skull" (Monte Teschio) ci accoglie con un riffing massiccio e distorto, che avanza strisciando e sottolineato da fraseggi freddi e appassionanti; poco dopo si aggiunge una ritmica lenta e pestata, presto accompagnata dalla voce rauca di van Drunen. Egli ci racconta di una spedizione presso l'area antartica avvenuta in un tempo non precisato, destinata a conoscere risvolti inquietanti in una narrazione che sembra ispirata ai racconti di autori quali Jules Verne, Arthur Conan Doyle o Lovecraft, e in generale a quella branca della narrativa di fine ottocento/inizio novecento dove s'immaginavano viaggi fantastici in aree irraggiungibili della Terra, abitate da esseri preistorici e tribù primitive. Siamo quindi in un'era eroica per le esplorazioni del freddo territorio, su un vascello che sfida i mari da solo in un lungo viaggio dedicato alla scoperta di un continente in pratica sconosciuto. A bordo si trovano solo avventurieri che sono veterani del loro mestiere, e che vogliono essere i primi a esporre ciò che è nascosto. La musica si mantiene monolitica ed epica, dando forma sonora alle immagini dipinte, facendoci immaginare la grande nave che avanza tra i ghiacci, sfidando le intemperie e i pericoli degli iceberg. Un'apertura ariosa offre una serie di belle melodie malinconiche che accentuano l'atmosfera qui raggiunta, confermando una traccia votata alla costruzione di una struttura più doom ed evocativa. Riprende quindi la marcia dai giri robusti, così come il cantato animalesco: raggiungiamo ora coste frastagliate, spoglie e bianche, circondati dal nero della notte, e con la nostra meta finale in vista, in una tetra landa desolata fata di giaccio. Un accampamento provvisorio viene creato, gli spiriti sono esaltati e fissati sull'obbiettivo finale, ovvero portare alo scoperto i segreti sepolti e nascosti del Polo. Un'ossessione che trova corrispondenza nei loop di chitarra distorta e nella ritmica senza sosta, così come nella ripetizione delle cesure ariose ed epiche che mantengono la trama musicale; all'improvviso però una serie di colpi pestati annunciano una sessione intervallata da giri di motosega. Il tutto accelera in un cambio di tempo lanciato e veloce, segnando anche la svolta tematica verso lidi sempre più oscuri. Colpiti dal vento e consumati dalle temperature estreme, dai ghiacciai, crepacci, tempeste, i Nostri si muovono tra la nebbia con scarsa visibilità, mentre un orizzonte corroso mostra qualcosa d'impossibile. Si vede ora una vetta altissima, mostruosa,  minacciosa, che fa ululare i cani ormai fragili e lascia il gruppo di avventurieri stupito mentre osservano il Monte del Teschio. Ci addentriamo quindi nella parte più immaginifica del racconto, accompagnata da suoni massacranti e veloci dove i muri di chitarra diventano venti strappa-carne che ricreano le intemperie descritte. Anche il cantato si fa man mano più esagitato e urlato, mostrando un aumento di tensione sempre più pressante. La paura viene però messa da parte dai protagonisti, che proseguono su un percorso che si è rivelato nel frattempo, colpiti dalla tempesta e costretti poi a trovare rifugio in una caverna con gli interni sorprendenti fatti di labirinti che si dispiegano e un odore orribile di putrefazione, completato da ombre sinistre. Mura fosforescenti e asfissianti nel loro calore discendono sempre più in basso, mentre si sentono versi come di creature selvagge, minacciosi strilli che fanno eco tra i grandi spazzi della caverna. Dopo una nuova cesura alternata, una serie di assoli dissonanti creano un movimento in levare lanciatissimo: ormai la violenza sonora è senza freni, così come le vocals mostrano gli orrori incontrati allo sfortunato gruppo. Solo uno di loro riuscirà a fuggire vivo, rimasto senza compagni, impegnato nel correre scappando da qualcosa di grottesco che si aggira nelle profondità della terra. Ecco quindi che il racconto si sposta nel tempo facendo passare diversi decenni, parlandoci poi di come il suo corpo ghiacciato verrà scoperto, preservato dal gelo severo e accompagnato dal suo diario di viaggio caduto vicino a lui. Un espressione di terrore ricopre la faccia torturata, raccontandoci una storia di morte e dolore e lasciando il mistero della montagna scolpita come un teschio dalla forma umana.  Musicalmente, la parte finale vede un ritorno ai movimenti iniziali più lenti,  impegnati ora in giochi ritmici di batteria, prima di consumarsi in una digressione. Una canzone come detto evocativa, ma che vede nella sua seconda parte un'accelerazione energetica che conferma la sana natura death oldschool della band olandese.

Knights Templar Stand

"Knights Templar Stand" (traducibile grossomodo "l'alzata dei cavalieri templari") parte con un motivo di chitarra accattivante e scolpito da colpi distribuiti di batteria, evocando un'energia pronta a liberarsi in un movimento marciante e dalla sana natura metal. Il cantato ormai familiare si aggiunge al substrato sonoro, iniziando a dipingere scenari legati  alle imprese militari dell' Ordine dei Templari durante le crociate, in una variante dei temi bellici affrontati spesso dai Nostri, ma raramente nel periodo medievale. Si tratta di un ordine monastico mistico e militare, dalla storia ambigua che vede anche un'ascesa al potere dove diventeranno in pratica l'equivalente delle grandi banche nei territori dei pellegrini, amministrando i beni di quest'ultimi. Probabilmente proprio per questo con i secoli diventeranno una figura scomoda per i potenti dei ragni europei, portando alle accuse d'idolatria, satanismo e legami con la Massoneria da parte di Filippo Il Bello, re di Francia. L'ordine verrà quindi dissolto da Papa Clemente V, mettendo fine alla sua esistenza e lasciando spazio nei secoli a leggende solo recentemente sconfessate dagli studi degli storici. Qui, viene narrata una loro impresa, diretti verso i territori della Siria e Palestina per stabilire un presidio per la protezione dei pellegrini di passaggio in quei territori. Si trattava di uomini che avevano fatto giuramento di povertà, figli di nobili che qui creano grandi quartieri generali e creano roccaforti e reggimenti strategici, finanziando anche le crociate e stabilendo la loro natura di monaci guerrieri. La musica si mantiene nel mentre su toni corazzati e pachidermici, mantenendo uno scenario bellico che incontra aperture caratterizzate da suoni evocativi di chitarra, in un registro ammaliante dalle tinte epiche e doom, alternate poi con riprese più ritmate e incise. Arriviamo quindi a una accelerazione non del tutto sorprendente se siamo in confidenza con il modus operandi degli Asphyx e il loro amore per soluzioni vecchia scuola: qui i colpi veloci di batteria e i muri distorti di chitarra creano un andamento imponente e frenetico che ricrea la confusione e la frenesia della battaglia. Spade affilate, croci, si accompagnano alle tuniche bianche che mitigano il calore del sole, mentre gli stalloni da guerra sbuffano nel loro splendore. I Nostri incalzano in modo furioso, spinti dalla loro fede e potenza in una carica senza pietà dove sentono di avere Dio dalla loro parte, mentre le lance distruggono le file degli infedeli in un massacro stordente, I cavalieri templari mantengono la loro posizione, come fratelli uniti dal giuramento che hanno fatto tutti,  e si presentano come galanti salvatori che si oppongono all'invasione saracena, valorosi martiri della morte che preferiscono morire tra le masse di eretici, piuttosto che indietreggiare. I giri di chitarra proseguono ossessivi così come il drumming pestato e veloce, in una corsa destinata a scontarsi con i toni iniziali da corazzata, che proseguono fino alla chiusura improvvisa. Una traccia non particolarmente complicata, che vede una costruzione abbastanza netta tra parte iniziale più lenta e secondo atto più veloce.

Three Years of Famine

"Three Years of Famine" (tre anni di carestia) si apre con un possente movimento tenebroso di chitarra, massiccio e temprato da fraseggi notturni pieni essenza evocativa. Riff pesanti come bordate si ripetono in una marcia esaltane e monolitica, mentre van Drunen interviene con i suoi toni sgolati. Il testo intraprende una strada sorprendentemente politica, descrivendo in modo molto esplicito il governo di Mao Tse-Tung in Cina e le atrocità commesse sotto il suo benestare, condannando senza remore quella che è stata a tutti gli effetti una dittatura che ha lasciato strascichi che sopravvivono tutt'ora. Egli viene descritto come un capo inglorioso fautore di una dottrina omicida, portatore di una delusione fondata su un regime totalitario che ingannava le masse tramite la propaganda. La narrazione viene sottolineata dal movimento musicale lento e dai tratti doom asfissianti, ricreando musicalmente il senso di oppressione del regime descritto nelle parole del testo. Avanziamo così verso ulteriori particolari dello spietato stato creato da Mao: i popolani assoggettati avevano moltiplicato la produzione mentre il raccolto veniva esportato per permettere l'industrializzazione del paese, di contro si era creata una forte carestia che ha portato a tre anni di carestia. Quelle che una volta erano persone orgogliose, sono state ridotte allo stato di animali, scheletri disperati che per sopravvivere sono addirittura arrivati al cannibalismo. La furia musicale non si manifesta in corse furiose, bensì in una pesantezza sempre più distorta e malevola; ecco però che all'improvviso una serie di assoli dalle alte scale melodiche e malinconiche creano un senso di tristezza esistenziale tetra che regala ulteriore pathos al tutto. I suoni evocativi si dilungano tessendo trame quasi progressive e offrendo uno dei momenti più ariosi del disco, sensazione rafforzata dal fraseggio molto anni '70 che segue, sorprendete momento sperimentale per i nostri. Il motivo evolve poi in una serie di riff rocciosi e granitici, sopra i quali tornano gli assoli appassionati e struggenti, in un grande impatto emotivo. Questi tratti vanno ad alternarsi con quelli precedenti, in un gioco delle parti ben congegnato. Il cantante prosegue poi con la sua raggelante descrizione, toccando aspetti della dittatura e fatti legati alla carestia che sono controversi e tutt'oggi soggetti a discussione presso gli storici. Si parla delle mostruose accuse di cannibalismo verso i neonati mosse verso la popolazione cinese, qui date come fatti certi, e di comunità decimate dove ormai divora i morti era prassi in una fame insaziabile e intollerabile, nata da una tragedia creata dall'uomo. Il comparto sonoro prosegue con le sue corazzate pachidermiche, aprendosi ancora una volta ai suoni più ariosi e pregni di malinconia, creando una bella coda destinata a collimare in un riffing melodico che termina con note notturne ripetute in un gran finale congedato da rullanti.

Botox Implosion

"Botox Implosion" (implosione di botox) ci accoglie con una serie di bordate veloci, che presto esplodono in una cavalcata pestata fatta di colpi duri, piatti devastanti e loop di chitarra come motoseghe, stabilendo subito u momento death dall'energia quasi punk. Il cantato parte in quarta con vocals sgolate che toccano un argomento di critica sociale con immagini volutamente grottesche, ovvero la cultura della chirurgia estetica senza freni e le sue estreme conseguenze. Si tratta di un business in crescita, una vera e propria industria medica fondata su sanguisughe che predano la mancanza di stima delle persone. Adolescenti insicuri, anime disturbate mentalmente, celebrità decadute sono le vittime prescelte di questo meccanismo infernale. I toni sonori si mantengono lanciati e violenti, in una corsa senza freni che esprime in modo esaltato il proprio messaggi, creando una maggiore enfasi potente e destinata a catturare l'ascoltatore. Le persone si rifiutano di invecchiare e i media onnipresenti danno modelli prestabiliti di bellezza, creando degli standard idioti. Adolescenti lamentosi e dalla falsa depressione, ossessionati dall'idea di bellezza, diventano re e regine di drammi virtuali, contribuendo a questo sistema malato. Le chitarre e la batteria creano mura devastanti dove il caos aumenta in un bombardamento senza sosta, presentando uno dei momenti più violenti di tutto il disco, una fanatica cavalcata death/thrash dal sapore oldschool. Andiamo così a infrangerci contro una parte dai tempi medi, caratterizzata da bordate rocciose e drumming militante, dove falcate marziali e rullanti di doppia cassa conquistano l'etere. L'appuntamento presso la clinica è fissato, e la chirurgia plastica crea i tratti fisici desiderati tramite l' addominoplastica, procedure cosmetiche, la chirurgia al seno, impianti di silicone e iniezioni di botulino. Dentro l'ospedale la sala operatoria la scusa è quella di migliorare la vita altrui, mentre sotto anestesia subiamo il lavoro del bisturi. Parte ora la parte più grottesca e dai tratti body-horror, che vuole mettere in guardia dalle possibili conseguenze della chirurgia: dopo aver preso coscienza, ci specchiamo, e troviamo uno spettacolo di decadenza e putrefazione. Il corpo implode, capezzoli putridi perdono del pus, e invece di fare parate per i grandi vialoni come credevamo di fare, ci ritroviamo oggetto di disgusto e pena da parte degli altri. Invece di aver ottenuto la perfezione, ora siamo in un continuo declino, siamo ormai delle scorie umane, al pari di una sposa di Frankenstein. La musica rafforza questa atmosfera tesa, dandosi a corse sfrenate e senza fronzoli che danno forma alla follia che pervade le immagini ripugnanti, senza perdono e tramite un movimento delineato da alcune contrazioni, che prosegue fino alla chiusa improvviso. Insomma, una sorta di brano did enuncia sociale in salsa Asphyx, che non disdegna l'uso di morbosità tipicamente death nelle descrizioni e nel suono che mette da parte i momenti doom in favore di una traccia veloce e massacrante.

In Blazing Oceans

"In Blazing Oceans" (In oceani ardenti) parte con un riff pesante come un macigno, scandito da cimbali ritmati in una serie di bordate micidiali dal gusto marziale. Il cantante introduce il suo ben familiare cantato rauco, tornando qui a parlarci di racconti di guerra, questa volta in particolare di un vascello degli alleati che opera nei mari della Gran Bretagna. Si tratta di una fregata solitaria, che sfida l'embargo navale diretto verso le coste inglesi, con la missione di portare un prezioso aiuto. Procede spedito mentre trasporta u cargo instabile, ed ecco che del liquido rifuso fuoriesce da il suo mezzo, e l'equipaggio entra in allarme prendendo tutta una serie di precauzioni. Il comparto sonoro rimane pachidermico e distorto, in un'energia death/doom temprata da alcuni epici fraseggi pregni di dissonanze ammalianti. La nave si trova in acque pericolose, e si vocifera della presenza del nemico, motivo per il quale tutti stanno all'erta con le mani sul ponte, raddoppiando i turni di guardia. Sotto le acque, intanto, si muove un sottomarino nemico, non visto, che avanza silenziosamente pronto per la battaglia. Non viene rilevato dagli strumenti di bordo, i meccanismi si fermano e aumentano le trasmissioni radio sotto la superficie dell'acqua. Ora la nave rimane ferma, osservata dal periscopio mentre ci si prepara all'attacco. L'obbiettivo è fissato e vengono lanciati i missili dal sottomarino tedesco. La musica si fa sempre più distorta e tagliente nei suoi giri di chitarra spaccaossa, mentre in soffondo percepiamo delle melodie possenti ed epiche, che donano tutta l'energia della narrazione portata avanti e il senso di suspense. Ecco che un assolo dalle scale alte si libra con un motivo ancora più evocativo, aumentando il pathos della traccia grazie al suo bel suono malinconico, scolpito da rullanti combattivi di batteria. L'impatto è fatale, incominciano a crearsi delle falle, lo scoppio è come un tuono, e va a infiammare il carburante che era prima uscito; l'olio brucia nel mare bollendolo, mentre i marinai sono condannati e senza speranza. Purtroppo affondano tutti insieme alla loro nave, morendo soffocati, bruciati, affogati. La loro morte è orribile, e rimangono tutt'oggi dei protagonisti non celebrati del conflitto, per sempre accolti come in una cripta, nelle oscure e remote profondità del mare. Queste immagini sinistre si sposano con l'alternanza riproposta tra parti aggressive e passaggi evocativi, in una perfetta resa della tragedia descritta e della violenza dell'evento, l'impatto dell'esplosione improvvisa e l'affondamento che prende tutti di sorpresa. Gli assoli notturni suonano come un requiem per gli sfortunati marinai, e proprio esso va a chiudere la traccia infrangendosi contro una digressione.

The Nameless Elite

"The Nameless Elite" (L'elite senza nome) inizia con un bel motivo pestato dove i colpi duri della batteria incontrano un fraseggio dalla melodia fredda e tagliente, ripetuta in loop. Questa unione crea una marcia combattiva, su cui si adagiano i toni sgolati di van Drunen. Egli ci parla di un'unità militare coinvolta durante la seconda guerra mondiale in uno scontro con i soldati dell'Asse. Siamo nel 1941, e i militari si trovano in un terreno paludoso, si tratta di guerrieri selezionati tramite una selezione molto dura, il meglio del meglio. Essi si impegnano in attacchi brevi e missioni di ricognizione, creando piccole schermaglie e azioni dirette tramite operatori impiegati in segreto per danneggiare o distruggere i bersagli designati. Il suono prosegue con i suoi riff circolari pesanti e distorti, contornati ad arie epiche pronte a produrre falcate di chitarre pregne di un gusto evocativo e malinconico. Un'ortensia traccia lenta e che gioca sull'atmosfera per narrare di episodi di guerra, un modus operandi abbastanza caratteristico dell'album e non certo una sorpresa per l'ascoltatore. Le bordate si ripetono in un clima militante dove l'ossessione raggiunta ha sfogo verso il minuto e mezzo grazie a una corsa improvvisa fatta di doppia cassa e mura di chitarre. Anche il cantato si fa più isterico, dando idea di un'azione che si fa ora più convulsiva e frenetica; il nemico è fanatico, e porta avanti una guerra sporca, adattandosi velocemente alle tattiche di terrore. La narrazione segue ora un salto temporale, portandoci ora in tempi recenti e studiando le azioni delle truppe speciali durante il dirottamento di un aereo da parte di estremisti religiosi. Per salvare gli ostaggi, l'aereo viene prontamente assaltato e i terroristi uccisi, grazie a procedure d'infiltrazione, tecniche da cecchino, e anche assassinii. La velocità raggiunge climi distruttivi, e dopo una breve cesura si prosegue tra colpi duri, cimbali e riff ripetuti come motoseghe impazzite, confermando una seconda parte movimentata. Ecco che intervengono nuove falcate, che uniscono il motivo iniziale ai tempi più esagitati che troviamo ora. Si tratta di un progetto speciale e classificato, che si rivela solo nel momento in cui i terroristi muoiono. Un gruppo di protettori della libertà, pronti alla prossima missione, una truppa d'élite senza nome, che osa e vince per questo. Ed ecco che il pezzo si conclude con una serie di bordate rocciose delineate da linee segaossa, andando a consumarsi in una dissolvenza che si perde nell'oblio sonoro.

Yield or Die

"Yield or Die" (Arrendersi o morire) ci accoglie con un riffing ruggente, quasi subito scolpito dai colpi di batteria e violato dalle vocals volutamente sgraziate di van Duren. Questa volta la sua missione è quella di portarci nel passato, parlandoci della tribù dei Mongoli, guerrieri cresciuti in modo rigido e violento, razziatori e conquistatori, e della loro ascesa. Essi vengono addestrati sin dalla nascita, cacciando animali feroci, lottando, correndo, ed esercitandosi con l'arco. All'età di tredici anni avviene il primo omicidio da parte di uno di loro, si tratta di un collettivo fatto di persone aggressive, temprate dalle difficoltà in modo stoico e intente a saccheggiare il territorio. La musica si prodiga in refrain dal sapore freddo, ma evocativo, in una serie di ripetizioni che esaltano il racconto con linee semplici, ma dall'effetto potente. La ritmica si mantiene costate, tra rullanti e colpi in quattro quarti, consegnandoci una traccia abbastanza diretta, ma dalla natura non meno convincente, seppur molto familiare rispetto al resto del disco. La pelle dei guerrieri è come cuoio, coperta da pidocchi , e per i Nostri l'acqua che scende con la pioggia è sacra, vivendo in un ambiente dove è scarsa. Il loro dominio è indiscusso ed essi portano un gran terrore in una grande espansione basata sullo spargimento di sangue, fatta in nome di un regno che sorge sempre di più. Il ritornello che prende ora piede si mantiene sui toni lenti e cavernosi che caratterizzano il pezzo, esaltando le tribù gloriose che cavalcano per saccheggiare, dominate dal semplice motto "Tieni testa o muori". Ecco quindi che prende sempre più piede la conquista leggendaria, dove i guerrieri rimangono sulla sella per mesi, collegando ovest ed est mentre combattono su molti fronti in contemporanea. La loro vittime vengono arrostite e scuoiate, cuori e reni, così come le orecchie, tenuti come trofei. Le descrizioni violente si accompagnano a bordate taglienti che avanzano come corazzate distruttive, delineate da una cesura dai riff striscianti e dai rullanti sparsi nella composizione. Le donne sono destinate a servire, i bambini vengono schiavizzati, le province vengono risparmiate solo se pagano dei tributi. Sono degli assaltatori demoniaci, che cavalcano dei poni e mettono in atto uno schema genocida basato sul terrore. In nome del loro signore innalzano gli stendardi dei Tumen (lo squadrone più grande dell'esercito mongolo), e per gli altri non resta che inginocchiarsi e arrendersi. In un mucchio di macerie, le città crollano, e il terreno viene salato in modo che nulla cresca più dopo il loro passaggio. I riff possenti sorreggono il galoppo dai tempi medi, evocando di continuo le scorrerie dei terribili assassini; i cieli sono in fiamme, il nuovo impero sorge grazie alle tribù vincitrici, dove i guerrieri cavalcano per razziare, senza mai fermarsi, altrimenti moriranno. Ed è su queste parole ripetute e sui freddi fraseggi, alternati da scariche distorte, che si conclude la traccia, sottolineata da una digressione finale.

Necroceros

"Necroceros" è la traccia che chiude il disco, introdotta da un sinistro effetto dark ambient, sul quale si organizzano percussioni da tamburo, seguite presto da versi sgolati del cantato e da suoni grevi e distorti. Un motivo pesante e monolitico, che avanza tra climi sempre più severi, conditi da riff solenni. Ecco che si aprono parti ariose dalle scale altisonanti, seguite da atmosfere sature dove le chitarre taglienti sono protagoniste. Van Duren ci narra di un orrore cosmico, un'entità distruttiva che sparge terrore e morte nel cosmo, dal gusto fortemente legato all'immaginario di H.P Lovecraft; si tratta di una singolarità distante, il risultato di un'evoluzione parallela che ha creato un elemento primordiale, simbolo di una creazione assoluta dove stabilisce un equilibrio tramite un destino già deciso, mantenendo l'ordine assorbendo energia pura. La descrizione insomma di un divoratore di mondi, un essere che mantiene l'equilibrio cosmico (una sorta di Galactus, ma in chiave ben più horror) distruggendo la vita in eccesso. La musica avanza con i suoi toni mortiferi e lenti, come in un rituale pronto però ad aprirsi in fraseggi dalle melodie fredde e malinconiche; all'improvviso però, dopo un verso cavernoso, le bordate si fanno più distruttive e dal gusto thrash, instaurando una cavalcata che sottolinea l'incremento nella descrizione della distruzione portata dall'entità. Essa lascia dietro di sé costellazioni saccheggiate e sfere celesti nullificate in un'obliterazione che prosegue per incalcolabili anni luce, dove l'incontro galattico porta morte, consumando i pianeti per incrementare la sua vitalità. Ecco però che esso incontra delle entità celestiali, creatori delle stelle, che non possono uccidere un essere che in realtà non vive (altro riferimento al mondo di Lovercraft), ma che dopo eoni di guerre riescono a vincere e a imprigionare la creatura in una prigionia dove rimane in stasi, immobilizzata a livello molecolare. Le immagini cosmiche vengono rappresentate musicalmente da ruggenti riff delineati da bordate distorte in un gioco di contrazioni, e arricchite da toni epici e trionfanti. Il cantato si mantiene naturalmente sgolato e violento, mentre tratti più marziali sottolineano gli andamenti del racconto, raggiungendo una cesura dominata da una chitarra marziale,s colpita da colpi improvvisi di piatti e batteria. Prende quindi piede una nuova marcia, mentre ci viene narrato come, mentre viaggia senza meta nel cosmo, l'entità immobile finisce in un buco nero, ritrovandosi nel nucleo del sole, evento che distrugge la prigionia dell'essere, che ora è libero e non perde tempo a divorare Mercurio e Venere portando devastazione. Dato che dopo al sua nascita ha bisogno di ancora più nutrimento, l'essere cerca un luogo con della biodiversità, e inevitabilmente raggiunge il nostro pianeta. Qui la distruzione iniziale porta caos e piaghe, mentre le falde tettoniche crollano creando terremoti e scosse. Resistere è inutile, il calore diventa asfissiante, il pianeta esplode mentre Necroceros si nutre. L'apocalittica parte finale vede scale alte e ricche di arie quasi emotive, dal pathos tccante, una sorta di commiato per la Terra, consumata dall'entità mostruosa, Doppie casse e chitarre in loop segnano una coda conclusiva scolpita dai cimbali, raggiunta da un'atmosfera solenne che chiude così la traccia, e anche l'album., lasciando solo spazio per pochi secondi alle arie oscure che rappresentano il vuoto cosmico.

Conclusioni

Un album che segue la linea degli Asphyx degli anni dieci, ovvero un prodotto che segue strutture death/doom oldschool con una produzione abbastanza moderna, e senza quell'atmosfera veramente macabra e da horror che caratterizzava i lavori storici del primo periodo della band. La forza dell'album, è allo stesso tempo la sua debolezza: è ben suonato, non ci sono parti fatte male o forzate, il manuale di casa viene seguito in maniera precisa, dando molto spazio al lato doom dei Nostri, soprattutto durante la seconda parte del disco, e limitando gli attacchi selvaggi e le velocità devastanti a episodi circoscritti, puntando invece più alle atmosfere ottenute tramite motivi pachidermici e dalle arie evocative. Insomma, un modus operandi che ha caratterizzato anche i due dischi precedenti, ma qui interpretato molto come "mestiere". Non c'è nulla di davvero sorprendente e che non sia già stato sentito nella lunga carriera dei Nostri, e la stessa struttura può essere ritrovata in diversi episodi del disco, tra inizi monolitici e seconde parti dei brani dove il tutto si velocizza, o più spesso in marce scandite da chitarre solenni e riff pesanti. Certo, non possiamo accusare la band di aver tradito la propria natura e la musica qui presente è saldamente death/doom, ma in passato questa coerenza ha portato a risultati leggermente più variegati e meno gestiti con "l'auto-pilota". Gli anni di esperienza si sentono, e non una parte e suonata male o senza cognizione di causa, ma la band non si discosta quasi mai dal sentiero e non fa più del dovuto; inoltre un maggiore equilibrio tra parti lente e sferzate death, equilibrio spesso raggiunto in passato con buoni risultati, avrebbe sicuramente giovato all'ascolto complessivo dell'album, caratterizzato ad buoni pezzi presi in singolo, ma il cui ascolto può presto diventare stancante. Un'opera del genere, basata più sull'atmosfera e sui suoni grevi e lenti, richiederebbe un lavoro maggiore proprio sulle atmosfere; nonché non siano presenti nel disco riff ariosi o linee epiche, anzi vengono usate in abbondanza, ma spesso come supporto di un riffing che si mantiene lineare e che da solo non regala quel quid che a volte si vorrebbe dalle tracce. Detto questo, nel complessivo non si può però considerare il tutto come mediocre: quando c'è ispirazione, si sentono quei guizzi che ci fanno capire perché gli Asphyx hanno un posto importante nella storia del death a tinte doom, e in particolare la prima parte del disco si mantiene su livelli molto buoni e offre brani con una propria identità, La stanchezza nella composizione viene forse più percepita nel lato B, dai toni più doom e dall'evoluzione delle tracce molto familiare tra un episodio e l'altro. Dal punto di vista tematico, anche qui viene seguita la linea degli ultimi tempi, con una varietà tematica che si discosta dal mondo splatter/horror del death della prima ora, toccando vari interessi di van Drunen. Non si tratta naturalmente di capolavori letterari, e alcuni sono anche un po' ingenui nelle descrizioni e natura del contenuto, specie quelli con una sorta di messaggio sociale che esce fuori come grossolano e forse più adatto a contesti più riflessivi, ma quando si tratta di descrizioni di guerra o racconti dalle tinte misteriose e/os ci-fi, i versi sono funzionali alla musica, che ha il merito di seguire in modo impeccabile gli andamenti narrativi. Può sembrare strana questa attenzione nei confronti dei testi di un album death, dove in genere conta più la ferocia e l'atmosfera creata dalla musica; ma data la linea in qualche modo più "matura" qui seguita, meno basata sulle violenza caotiche e più sul tentativo di instaurare epici andamenti doom, una maggiore presenza di testi altrettanto evocativi avrebbe giovato al contesto. I precedenti "Deathhammer" e "Incoming Death" hanno sviluppato in maniera più convincente il suono più moderno della band olandese, il primo mantenendo una certa ferocia e cupezza, il secondo bilanciando le due nature della band e concentrandosi in maniera più attenta sulle atmosfere. Qui vengono riprese idee appartenenti a entrambi i dischii, ma in maniera meno dettagliata e senza quel senso di progressione del nuovo suono che invece si era fin qui percepita. "Necroceros" si conferma quindi un buon disco degli Asphyx che non figura tra i punti più alti della band, ma nemmeno tra le sbandate vere e proprie come "God Cries"; fa il suo compito, offrendo un album da aggiungere alla collezione e che ci consegna brani che arricchiranno il repertorio live del gruppo, ma che difficilmente galvanizzerà i fan della band, o gli ascoltatori del death in generale.

1) The Sole Cure Is Death
2) Molten Black Earth
3) Mount Skull
4) Knights Templar Stand
5) Three Years of Famine
6) Botox Implosion
7) In Blazing Oceans
8) The Nameless Elite
9) Yield or Die
10) Necroceros
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