ASPHYX

Live Death Doom

2010 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
22/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Continua la nostra disamina sul 2010 degli Asphyx, anno ricco di uscite per la band death/doom olandese, a ridosso del successo del disco "Death... The Brutal Way" del 2009, il quale vedeva il ritorno in formazione dello storico cantante dei primi classici, ovvero Martin van Drunen; oltre alla sostanziosa raccolta limitata "Abomination Echoes", contenete tutta la loro produzione underground precedente al contratto con la Century Media Records, viene pubblicato il primo, e per ora unico live ufficiale della band, ovvero "Live Death Doom". Qui oltre al già citato cantante troviamo il batterista Bob Bagchus, il bassista e precedente cantante Wannes Gubbels e il chitarrista Paul Baayens intenti nella riposizione dal vivo di ben diciannove pezzi della loro carriera, toccando i grandi classici e anche i pezzi più recenti, glissando (non con molta sorpresa) sul bistrattato "God Cries" e su buona parte dell'album Omonimo, salvo una strumentale; lavori a cui van Drunen non aveva partecipato, ed è quindi facile capire il perché della scelta, concentrandosi là dove ha avuto invece mano. Il risultato è una scaletta lunga supportata da una produzione mai troppo pulita, la quale quindi non compromette l'anima death dei nostri, ma che allo stesso tempo mantiene tutto udibile e massacrante, rendendo giustizia tanto alle vocals, quanto al drumming pestato e ai loop di chitarra sferraglianti; questo è dovuto all'ottimo lavoro di mixaggio da parte di Dan Swano, musicista e produttore prezzemolino della scena nordica e non solo, ex Bloodbath, Diabolical Masquerade, Edge Of Sanity ed attualmente, tra i mille progetti, titolare dei Nightingale. Ancora una volta lo svedese dimostra la sua competenza dietro alla console, riproducendo al meglio il suono senza tagliare elementi vitali di un live come il pubblico e l'effetto più ambientale degli strumenti; il rischio di un falso live totalmente ritoccato in studio è quindi superato, così come però quello della cacofonia non udibile (presente e perfetta nelle registrazioni dal vivo degli albori underground della band, ma poco adatta al loro attuale status. Spesso si dice, non a torto, che la musica dal vivo è il vero parametro per valutare le capacità di una band; di sicuro gli olandesi passano l'esame, grazie alle vocals feroci di van Drunen, agli attacchi ritmici del veterano Bagchus e all'apporto del nuovo componente Baayens, entrato in squadra con il lavoro precedente, così come dell'uscente bassista Gubbels, non più presente nel gruppo all'uscita del disco (registrato in Germania nel 2009). Inoltre il tutto viene arricchito da una versione con DVD, dove lo stesso concerto viene filmato, ed accompagnato quindi alle immagini, e dove sono presenti anche chicche del passato con Theo Loomans e documentari che fanno conoscere meglio i nostri; piccole aggiunte che ci danno una band ancorata nella tradizione, ma non certo aliena ai mezzi moderni e alle possibilità di diffusione da essi offerte.  

Vermin

Il tutto si apre con la classica "Vermintratta dal debutto "The Rack"; ecco le esultante del pubblico conclamante, le quali proseguono fino al diciannovesimo secondo, dove parte un riffing devastante sul quale Van Drunen parte con un growl strillato e distorto; la batteria è lanciata in una cavalcata da tregenda, mentre i loop a motosega avanzano imperterriti. Al quarantesimo secondo le chitarre rallentano leggermente in una serie di falcate esaltanti accompagnate da blast cadenzati, insieme alle dichiarazioni sgolate del cantante; ecco che si accelera di nuovo con dei giri ossessivi supportati dalla ritmica serrata, proseguendo lanciati fino al minuto e trentatré. Ora il movimento si contrae in un andamento severo fatto di chitarre rocciose dalle bordate thrash, sulle quali van Drunen incita in pulito il pubblico; ecco che si prosegue con rullanti di pedale e loop grantici, fino al secondo minuto e cinque. Qui esplode quindi nuovamente la struttura lanciata ed isterica, la quale prende velocità insieme al cantato aggressivo e ai riff distorti di chitarra; al secondo minuto e ventisei una serie di fraseggi squillanti e altisonanti prendono piede tra i movimenti di chitarra, tra le esultanze del pubblico e versi cupi del cantante; inevitabilmente al secondo minuto e cinquantasette si torna alla cavalcata serrata, con un attacco  costante fatto di grida sgolate e muri di chitarra e doppia cassa martellante; ripartono poi i giochi squillanti con drumming serrato. Le chitarre stridenti si fanno strada aumentando al tensione tecnica, mentre poi si aggiungono rullanti di pedale; al quarto minuto  quattordici il tutto si fa incalzante con galoppi in doppia cassa e piatti serrati che ne delineano l'andamento, fino ad un rullante con digressioni che segna al chiusura del pezzo, lasciata ad un feedback squillante che sfocia sulle esultanze della gente nel brano successivo. Il testo tratta un tema caro al death nella sua forma originale, ovvero quello delle piaghe e malattie, qui trasmesse dai ratti; le loro orde disgustose avanzano, affamate e veloci, nella notte, con occhi rossi che osservano. Sono visioni del tipo più oscuro, dei roditori odiosi nonché il passato dell'agglomerazione moderna, un terrore vivente e un abominio indistruttibile; "Symptoms of fulminant diseases, The number of infected ones increases, Inimical towards the human race, Death in its most efficient way - Sintomi di malattie fulminanti, Il numero degli infetti cresce, Nemici della razza umana, (Essi sono) La morte nella sua forma più efficiente" prosegue il teso descrivendo l'orrore familiare a chiunque abbia visto un film catastrofico di questo tipo o letto testi sulle epidemie medioevali, mentre le creature oscene avvolte da sporco decadente strisciano nel putridume che fermenta, semi dell'infezione in una melma puzzolente, un orrore maligno non corroso dal tempo. Essi diffondono un orribile e mortale malattia enzimatica che contamina intere popolazioni, una piaga bubbonica che è nemico mortale e che provoca cadaveri con pustole i quali rimangono nei vicoli, andando in decomposizione, mentre i vivi sono coperti di foruncoli; i ratti infesteranno un altro decennio, portando le loro malattie. Un testo semplice, ma funzionale, dalle immagini vivide e con alcuni riferimenti scientifici alle malattie, i quali danno al tutto una più inquietante, e realistica atmosfera. 

Scorbutics

Ecco che il feedback prima menzionato passa alla seguente "Scorbutics", pezzo più recente tratto dal album del 2009 prima citato, ovvero quello del ritorno del cantante classico nella band; d'improvviso parte una sequenza di loop taglienti, sui quali batteria e vocals folli trovano spazio, in un andamento ritmato delineato da rullanti; al trentunesimo secondo parte un montante roccioso di scuola thrash, con piatti cadenzati, sul quale Van Drunen saluta il pubblico sempre in pulito dimostrando un certo grado d'interazione e di essere un buon front man in sede live.  Ci si alterna con il movimento precedente, mentre il cantante prosegue con i suoi toni sgolati e distorti; una nuova marcia imperante collima al minuto e trentatré in un assalto in doppia cassa e riff a motosega, veloce e furioso, in una cavalcata da tregenda di sana scuola death. Essa prosegue fino al secondo minuto e tre, dove van Drunen torna a comunicare con il pubblico un trotto cadenzato e severo, proseguendo anche con alcuni growl in un ritornello con bordate sottintese da distorsioni di basso e drumming ritmato, raggiunto poi da rullanti di pedale; al secondo minuto e trentasei riprende la corsa massacrante in doppia cassa con riff a motosega, sulla quale si delinea un cantato cupo e stridente, in un'atmosfera piena di tensione; al terzo minuto e cinque si passa alla marcia marziale dai giri severi, ripresi dalle esultanze del pubblico mentre torna il ritornello feroce. Largo ai loop ossessivi mentre van Drunen esalta il pubblico, tra un verso cavernoso e l'altro; riparte quindi al corsa selvaggia con drumming pestato, fino allo stop improvviso con un grido brutale. Il pubblico applaude ed esulta, mentre il cantante parla con loro in un buon tedesco, preparandoli per il proseguimento del concerto con alcuni discorsi sul pubblico della terra germanica e sul tema legato alla storia del posto, il quale sarà protagonista del prossimo pezzo; un altro esempio delle sue capacità d'intrattenitore, perfette per la sede live, contenute comunque e funzionali alla proposizione dei brani, senza scadere in eccessi prolissi o teatrali. Il testo evoca epopee piratesche, tra navi fantasma, mari tempestosi e naufragi mortali; navighiamo tra onde alte e potenti, dirigendoci verso sud, su un tre alberi pieno di bucanieri, flagello del Nuovo Mondo, senza legge, con una fratellanza di soldati induriti, la Jolly Roger (la classica bandiera nera con teschio) sventola senza vergogna e con disprezzo, mentre sul ponte vi sono quaranta fucili carichi. L'isola di Tortuga li attende, con donne, rum e oro, mentre navigano sulla Fregata catturata, tornado alla base; la loro ultima incursione ha avuto successo, e gli scrigni sono pieni di bottino, il vascello mercantile non ha mai avuto speranza, e nessun respiro gli è stato dato, con pennoni colorati di rosso, pugnalando e sventrando come il suo codice richiede. La nave portoghese viene affondata, e i resti rimangono agli squali bianchi, che si nutrono grazie alla pirateria, e dopo il vino e i bagni di sangue, dormono nella corruzione, affrettandosi nel flusso della vittoria; "Then all of a sudden breaking weather, Puts an end to their prosperity, Entering weeks of steerless, aimless floating, In the calm and the merciless heat, Rapidly provisions are decreasing, No more fruit and vegetables to eat - Poi all'improvviso, irrompendo dall'aqua, metti fine alla loro prosperità, entrando in settimane di navigazione senza direzione e freni, nella calma del caldo senza pieta, mentre le provviste diminuiscono velocemente, e non ci sono più frutti o vegetali da mangiare" prosegue il testo cambiando del tutto scenario, mentre si arriva al terrore dello scorbuto, con creature livide che pregano il loro dio, mentre provano emorragie intestinali e le ossa si consumano, con cartilagine corrosa e urinando sangue, provando insonnia mentre denti e capelli cadono e si sente il puzzo rancido della corruzione umana. Nella disperazione delirante l'ultimo di loro muore lentamente, tra il pus, il sangue, le ossa e i corpi, mentre i gabbiani ingoiano occhi morti; un testo che parte come un'epopea piratesca, per degenerare in una truculenta visione di malattia, decadimento e morte, mostrando una certa fantasia nel trattare questi temi da parte della band. 

M.S. Bismarck

"M.S. Bismarck" è dunque introdotta dalla voce aggressiva di van Drunen, mentre subito dopo partono chitarre distorte a motosega, cacofoniche e sferraglianti; su di esse si distribuiscono rullanti di batteria precisi e marziali, che contribuiscono al loop perpetrato. Al trentaquattresimo secondo i riff si fanno ancora più diretti e aspri, supportati da cimbali e drumming pestato; qui parte il growl sgolato del cantante, incastrato tra i giri circolari ripetuti in maniera ossessiva. Al quarantanovesimo secondo si rallenta con un fraseggio doom strisciante dalle punte solenni di melodia oscura, capace di creare atmosfere tetre supportate dai cori esaltati del pubblico durante l'avanzare inesorabile; qui il drumming rimane cadenzato, contribuendo al senso opprimente raggiunto. Al minuto e diciotto una serie di falcate rendono il tutto più corposo e marziale, mentre tornano i versi stridenti di van Drunen, supportati da bordate e colpi serrati ed incisivi; Al minuto e quaranta ci si ferma con una cesura distorta che prosegue come una motosega; essa evolve in una corsa death dove si staglia la doppia cassa pestata  insieme al cantato dannato e alle chitarre folli e lanciate. Ecco poi alcuni giri circolari di raccoglimento, ma subito al secondo minuto e quindici si passa ad un nuovo rallentamento doom, giocato sempre su ritmi dilatati e mortiferi, dove le chitarre creano paesaggi sonori desolati e la batteria si muove sinuosa tra piatti cadenzati e colpi, con in sottofondo il pubblico esultante; il cantato si fa anch'esso strisciante e trascinato, completando perfettamente il quadro con un andamento mortifero e contratto di sana natura death. Al terzo minuto e tredici si torna su lidi più robusti grazie al riffing da panzer, alternato con alcuni brevi giochi di batteria in un effetto contratto ripetuto e sottolineato dai versi del cantante; ecco poi un nuovo rallentamento che rende il tutto ancora più oscuro e sincopato, in un gioco di alternanze ben strutturato. Al quarto minuto e cinque un fraseggio greve si lancia in una cavalcata di doppia cassa e loop assassini ripetuti, lanciati insieme alle grida di van Drunen verso una sequenza di  contrazioni thrash rocciose che si ripetono pulsanti fino alla chiusura effettiva del quarto minuto e cinquanta; segue quindi l'esaltazione del pubblico, mentre il cantante prosegue con un altro discorso in tedesco. Il testo è dedicato alla nave da guerra tedesca della seconda guerra mondiale, dedicata al cancelliere Otto von Bismarck, famosa per aver affondato l'inglese HMS Hood e per la successiva caccia e distruzione a seguito di ciò; il suo nome evoca potere, la sua figura terrore, e non vi è pietà per i vascelli quando sono visibili chiaramente nel mare. Essa sconfigge ogni pericolo tra la nebbia, ghiaccio e neve, domina gli oceani e le profondità; "She spreads terror and death, When her cannons spit lead, She the ruler at sea, Gladiator of steel - Essa porta terrore e morte, Quando i suoi cannoni sputano piombo, Essa domina i mari, Gladiatrice d'acciaio" prosegue il testo, e in un'oscura e nebbiosa notte mentre si trova in mare aperto, passando tra gli Alleati senza essere vista dai loro radar, affonda come in un gioco mortale la citata nave inglese. Essa è rigogliosa di dignità, continuando la sua missione e gioendo di ogni vittoria, mentre i suoi cannoni vengono caricati; una maestosità solenne di ferro, per una dea della distruzione, che porta alti gli stendardi, mentre viene attaccata con settantuno missili torpedo, i quali non riescono ad affondarla. Ma un colpo fortunato la rende ingovernabile, costringendo l'equipaggio ad abissarla, poiché troppo orgogliosa per piegarsi, resa ora eterna in una gloria di ferro; un resoconto poetico della storia della nave, in un contesto bellico che fa parte del mondo tematico della band ormai da diversi anni insieme a quelle più horror.

Bloodswamp

"Bloodswamp" viene citata dal growl cupo di van Drunen, dopodiché seguono dei piatti ritmati, i quali annunciano una marcia fatta di chitarre distorte strutturate in un movimento contratto delineato da piatti alternati ed alcuni giri dilatati, mentre la voce di van Drunen si da a versi brutali; al ventiduesimo secondo parte una marcia trascinate dalle raffiche decise e dai fraseggi  marziali, la quale avanza come un treno apocalittico mentre il singer incita ancora il pubblico. I toni si fanno poi più vivaci  con una doppia cassa ritmata, mentre il cantato narra con toni sgolati il testo, delimitato da alcuni rullanti di raccoglimento; al minuto e sette si rallenta in una serie di contrazioni che riprendono la struttura d'inizio brano, in una pausa preparatoria, prima accelerare ancora una volta con la doppia cassa ritmata. Troviamo definizioni di rullanti e loop a motosega trattenuti, e naturalmente le vocals rauche di van Drunen, in una serie di garanzie delle quali certo non dubitiamo;  Al minuto e cinquantatré si passa ad una sezione doom strisciante, sulla quale troviamo riff lenti e suoni discordanti, segnati da colpi di piatti e grida sgolate; si evolve in una marcia mortifera, dai montanti rocciosi e dal andamento tritacarne, la quale poi si alterna in riprese e lasciate con giri dissonanti, perdurando fino al terzo minuto e sette. Qui parte una cavalcata controllata con giri grevi di chitarra, dove il drumming gioca abilmente tra piatti e rullanti creando contrazioni ritmate; l'andamento incalzate prosegue deciso, chiudendosi con la ripresa per alcuni secondi dei rallentamenti dissonanti, seguito dalle esultanze del pubblico ed alcuni momenti ritmici di batteria; proseguono intanto tra un rullo improvviso e l'altro i discorsi in tedesco. Il testo abbraccia temi "tropicali" dalle varianti horror, in una disgustosa palude di sangue che attende le sue vittime; difficile non pensare alle atmosfere dei B e Z movie horror, spesso italiani, con foreste, selvaggi cannibali, e orrori truculenti e perversi. Sono passati diversi giorni di panico da una grande fuga, con un fuggitivo che si muove in un paesaggio sconosciuto, con gli inseguitori che lo cacciano, con testarda risolutezza, correndo, inciampando, arrancando, in un esaurimento insopportabile; "Exotic flora changing, Black vegetation, Curse of mother nature, Botanical mutilation, Thicket suddenly ending, Insanity revealed, Reaching from East to West, Such horror unreal - La flora esotica cambia, con vegetazione nera, una maledizione di madre natura, una mutilazione botanica, dove finisce la boscaglia la follia si rivela, arrivando da est e da ovest, un orrore che si dispiega" continua il testo mostrandoci il nuovo orrore che si dispiega davanti al protagonista, una palude di sangue con pozze bollenti, una perversione evaporante in un intruglio gorgogliante. Un'orribile creazione, un acquitrino puzzolente, un abominio caldo e umido; si sbraccia nel liquido, affondando dentro, vomitando dal naso mentre il sangue riempie i polmoni, sputando sporco rosso e ingoiando escrezioni spesse, in una morte disgustosa mentre si affoga nella melma. Un altro testo semplice, ma grandioso nel creare immagini horror vivide e descrittive; fantasia nel suono e fantasia nei temi, gli Asphyx si dimostrano ancora una volta maestri nella loro materia

Death the Brutal Way

 "Death the Brutal Way" parte con un proseguimento del discorso, mentre poi van Drunen annuncia il pezzo in growl; i soliti piatti cadenzati vengono seguiti da rullanti concitati e riff rocciosi, protratti fino al trentatreesimo secondo; qui fraseggio distorto viene dilaniato da colpi di batteria e chitarra, accompagnati da esclamazioni in pulito del front man. Ci si lancia poi in una corsa in doppia cassa devastante, dove le vocals veloci di van Drunen e i loop  di chitarra ci assalgono in connotati death/thrash robusti e vorticanti; parte l'esaltante ritornello sottolineato da funeste digressioni distorte e da un cantato esaltato, mentre il drumming si mantiene dritto e devastante. I fraseggi si fanno ancora più taglienti, in veri e proprie motoseghe circolari, mentre i toni rauchi del cantante continuano lanciati; una vera e propria cavalcata da tregenda, che si dilunga spietata e trascinante. Si continua quindi fino al secondo minuto e dieci, dove d'improvviso si rallenta in modo mortifero con un andamento doom dai giri monolitici e grevi, con chitarre tetre e batteria cadenzata e strisciante, con atmosfere decadenti accompagnate dai cori del pubblico; ma ecco che al secondo minuto e cinquantasette partono raffiche rocciose in una marcia potente, dove i giri squillanti delimitano l'andamento incisivo e trascinante, e dove il drumming si giostra tra colpi di piatti e rullanti. Al terzo minuto e trenta dopo alcuni colpi di raccoglimento si riprende con le corse caotiche iniziali, in un pandemonio sonoro fatto di riff al fulmicotone e vocals  vomitate di van Drunen; doppia cassa e chitarre come seghe completano il quadro, lanciando il tutto con fraseggi tetri, i quali trascinano l'andamento verso il suo finale segnato da una bordata con blast conclusivo. Ecco le ormai familiari ovazioni del pubblico, collimando nel pezzo successivo; un'altra grande prova dal vivo per i nostri, che si dimostrano potenti e veloci come su disco. Il testo parla del loro concerto di reunion del 2007 durante il Party San Open Air Festival, celebrando se stessi e il pubblico, naturalmente con metafore brutali; spaccando durante il concerto, sentono le orde di fan che li conclamano, con lo sporco per nutrire i ratti, e la birra per oliare la voce, colpendo i timpani fino a romperli, e legando alla cremagliera, mentre ossa e nervi sono spappolati. Essi sono tornati, e ancora una volta stabiliscono le regole, il messaggio è chiaro, e s'invita gli altri a lasciare il palco, perché non c'è posto per loro, non ci sarà pietà quando entreranno nel loro regno, facendo soffrire all'infinito gli altri sull'altare del dolore; si definiscono mercanti di brutalità,  e la morte è la loro unica regola, la dottrina del vero metal, sono dei della vecchia scuola. Moriamo a causa dei fottuti Asphyx, che massacrano ad alto volume, mentre spellati vivi imploriamo di avere la morte brutale; "Pouring molten mayhem, Controllers of the saw, A liquid iron overdose, We'll have it fucken raw, Never show respect for ya, Spitting on your age, Turn the spotlights on, Unleash the monsters from their cage, Feel the trembling earth, Eating away your dignity, Watch the blood pour out, As you lose virginity, We don't need no make-up, Slugs from armored stacks, Honest to the core, As we make you bastards crack - Spandendo massacro colato, i controllori della sega, in un'overdose di ferro liquido, la metteranno giù pesante, senza mostrare mai rispetto per voi, disprezzando la vostra età, accendi I riflettori, rilascia I mostri dalla loro gabbia, senti la terra tremare, divorando la tua dignità, guarda il sangue che esce, mentre perdi la verginità, non vogliamo il trucco, pallottole da presidi armati, onesti dentro, mentre vi facciamo crollare, bastardi" continua il testo brutale, ripetendo poi il ritornello. Arrivano al Pandemonio, portando un sacrifico, ingoiando un piatto d'acciaio e tuffandosi in ghiaccio secco, mentre rasoi tagliano nei nostri teschi dolorosi come il vaiolo; romperanno al fottuta velocità della luce, e l'aldilà si scioccherà, l'ordine sarà in caos, e l'osservatore vedrà che sono nati per l'immortalità, l'eternità griderà. Un testo celebrativo che consacra il gruppo, il quale un po' seriamente, un po' ironicamente, immortala il suo primato; di sicuro un episodio perfetto per essere proposto dal vivo, come qui dimostrato. 

The Sickening Dwell

"The Sickening Dwell" è un altro classico tratto dai primi lavori, qui introdotta nella solita modalità da van Drunen; ecco un riffing roboante con piatti incisivi, prima della cavalcata massacrante con chitarre marziali e rocciose in doppia cassa. All'improvviso al trentaduesimo secondo ci si assesta su movimenti doom protratti in modo dilatato  e greve, tra colpi di batteria, chitarre ad accordatura bassa ed esclamazioni ritmate del pubblico esaltato; una sequenza appassionante che si protrae fino al minuto e ventidue. Troviamo ora una nuova cavalcata sferragliante e potente dalla batteria pestata e dai loop tharsh, la quale evolve poi in giri tecnici severi e squillanti; si riprende quindi con la doppia cassa e le bordate continue, mentre van Drunen grida disperato con il suo tono demoniaco. Brevi parti lente alternano il tutto, ma per ora è la velocità a dominare fino ad al secondo minuto e otto; riprendono quindi i tecnici squillanti, i quali collimano in un ennesimo rallentamento mortifero. Su quest'ultimo al secondo minuto e quarantasei riprendono i giri stridenti con mura di chitarra e blast cadenzati; si crea così un marasma ossessivo perpetrato con growl demoniaci da parte del cantante, il quale poi esalta il pubblico con dei richiami. Al terzo minuto e quarantadue riprendono i toni rallentati, smorzati però subito da un riffing roccioso; esso presto evolve in un'ultima corsa in doppia cassa, squartata da chitarre tecniche e squillanti prima del finale improvviso. Largo quindi alle esultanze del pubblico, seguite dai discorsi in tedesco di van Drunen; un altro colpo a segno per i nostri che sanno dare lustro al loro passato riportandone la ferocia sul palco. Il testo ci offre nuovi rivoltanti orrori, a cui ormai siamo abituati: l'odore della morte ci accoglie in una cripta di dolore, mentre giacciamo in pensieri perversi, una miseria sveglia, ma dimenticata. Un paradiso fatto di vermi che strisciano, e dove "Rats consuming flesh, Hanging stiff on hooks - Ratti che consumano la carne, Mentre pende rigida da dei ganci" dipingendo immagini di tortura. Nelle dichiarazioni del suo Eden si ricerca la verità, l'origine della vita, in un'esperienza stomachevole; il coltello dello squartatore, il malato, il male, dio, l'abominio, tutto si fonde nella confusione, anche il giusto  e lo sbagliato, l'umano, il divino, l'angelico e la bestia, in una perversa rivelazione costituita dai labirinti della mente. Un testo interpretabile, forse rappresentazione di una folle mente, di un serial killer che tortura le sue vittime in un delirio religioso, comunque pieno di riferimenti alle torture e ai resti delle vittime, in un viaggio inquietante il quale, per nostra fortuna, è solo nelle parole e nel suono, ma che ci lascia terrorizzati.

Asphyx II (They Died As They Marched)

"Asphyx II (They Died As They Marched)" viene annunciate dal cantante, prima di alcuni feedback e piatti di aperture; ecco quindi un fraseggio sinistro e distorto, contornato da tamburi ritmati come le esclamazioni del pubblico. Al trentesimo secondo l'andamento si fa più contratto, con piatti striscianti, accompagnati dalle vocals feroci di van Drunen; ecco ora una marcia da panzer, lenta e monolitica, delineata da alcuni giri distorti e squillanti, mentre in sottofondo sopravvivono andamenti severi ed evocativi. Al minuto e trentaquattro si torna all'andamento iniziale, pesante e greve, con fraseggi e giri di basso ripresi dal drumming cadenzato e pachidermico; al minuto e cinquantasei si ritorna alla marcia bellica, dove il cantante si da a versi sgolati, e dove le chitarre si aprono ad alcuni accenni di fraseggi che delimitano il movimento, mentre parte poi un sinistro suono evocativo. Esso si sviluppa in una coda malinconica e  tetra, supportata da piatti e basso, evocativa ed epocale; ecco di seguito montanti thrash monolitici e rocciosi. Si ripropongono così melodie accattivanti e spettrali perfette per la band; largo poi a marce doom asfissianti e mortifere, ritmate dal pubblico e dai colpi secchi di piatti. Un assolo squillante si aprendosi a note ieratiche piene di emozione, dal gusto atmosferico e malinconico, lasciando poi posto alla batteria ritmata in solitario; ed è così che si conclude il brano, dando spazio alle esultanze del pubblico tedesco. Il testo richiama temi di Guerra, non certo inediti per il gruppo, richiamando il primo episodio presente nel loro terzo omonimo album (il quale comparirà in versione live in questo stesso disco più avanti), qui continuato; è la prima mattina, e si viene chiamati al turno dalle baracche, mentre nel freddo facce stanche  si preparano a lasciare il campo. "Growling watchdogs, Snarling guards, Resigned, Off they marched, Snow starts falling, Severe frost, Hostile country, Hope seems lost, Silent ribbon, Shuffling feet, Drink icicles, Nothing to eat - Cani da guardia ringhiano, guardie confuse, rassegnate, fuori marciavano, la neve inizia a cadere, un gelo severo, una terra ostile, la speranza sembra perduta, un fiocco silenzioso, piedi che strascicano, bevi ghiaccio, niente da mangiare" prosegue il testo, mentre dormono mentre si muovono, ad occhi aperti, mentre dagli affossamenti arrivano pianti ghiacciati; le colonne si rompono, esauste, e i commilitoni arrancano, affamati, una pattuglia dimenticata che in una tragica notte, su questa strada, ha visto molti dei suoi morire. L'inutilità della guerra assume qui toni tristi e insolitamente malinconici per la band, creando un episodio struggente; degli Asphyx a tratti maturi, ma sempre mortiferi e brutali.

Abomination Echoes

"Abomination Echoes" è la strumentale introdotta dalla presentazione in growl di van Drunen, seguita da un riffing veloce, accompagnato poi da rullanti di pedale e colpi secchi di batteria; ecco quindi una cavalcata dall'animo thrash dai loop ripetuti in mitragliate marziali. Si alternano le sequenze più lanciate in un gioco delle parti incalzante; van Drunen si da ad alcuni versi gridati, ma è la strumentazione qui a dominare il tutto. Al minuto e diciotto una serie di bordate si ripetono creando un movimento sincopato, il quale sfocia in un attacco tellurico dal grande effetto; partono poi a giri squillanti, accompagnati dai soliti rullanti di batteria e che sfociano nei toni rocciosi e distorti a noi ormai familiari. Ritroviamo quindi le alternanze con galoppate decise e aperture solenni ed ariose, con rullanti di pedali e sinfonie malsane; al secondo minuto e cinquantasei un verso annuncia il galoppo roccioso ricco di giri a motosega e drumming incalzante, il quale si ferma all'improvviso lasciando spazio al pubblico.

Eisenbahnmörser

Un intermezzo veloce, ma ricco di suggestioni, il quale anticipa la riproposizione del più recente "Eisenbahnmörser"; dopo la solita introduzione vocale, abbiamo un feedback di chitarra, squillante, seguito dall' esplosione di un riffing martellante con doppia cassa e giri taglienti. Una cavalcata da tregenda delineata da alcuni rullanti, la quale si lancia con le sue motoseghe decise, fino al quarantatreesimo secondo; qui parte un galoppo roccioso ed epocale, con drumming possente e vocals aggressive, sottolineate da fraseggi sinistri. Si arriva così al minuto e quindici, dove riprende la corsa iniziale, sempre squillante e tirata, in una serie di bordate death dalla sicura presa; troviamo anche aperture più serrate, le quali danno un'atmosfera epica ed imponente, mentre il cantato sgolato declama le sue storie di guerra. Largo dunque a falcate devastanti sotto forma di riff circolari che ricreano raffiche ripetute, in un clima pieno di tensione sonora ieratica grazie ai fraseggi ben strutturati; il tutto poi si ferma al secondo minuto e ventotto in una cesura segnata da digressioni distorte e batteria cadenzata, non prima di un incitamento al pubblico. Parte di seguito una marcia in rullanti di pedale e blast, dove le chitarre si danno a loop marziali; si continua con chitarre rocciose, mostrando una sequenza appassionante, dove velocità e controllo trovano spazio assieme. Al terzo minuto e quarantadue  riprende la corsa in doppia cassa, dai giri di chitarra squillanti, in un'energia crescente che si libera con suoni epocali e grida feroci di van Drunen; si prosegue con bordate thrash dal gusto marziale, per una marcia bellica distorta e trascinante, dove chitarra, basso e batteria concorrono all'effetto generale. Il finale vede una ripresa della corsa folle in doppia cassa, lanciata con i suoi loop a motosega e blast fino alla conclusione improvvisa; largo quindi agli applausi del pubblico decisamente contento dello spettacolo offerto. Il testo prosegue con i temi bellici, descrivendo una terribile macchina da guerra; il sismografo è in azione, mentre questo mostro viaggia, e ruote di metallo colpiscono le sbarre d'acciaio, una presenza di puro potere, progenie della metallurgia, nato nella fornace, fatto di chiodi d'assembramento e viaggiante su rotaie, figlio della guerra. Ruggisce sui campi di battaglia, risvegliato dal nemico, in un aspetto di costituzione solida, fiatando ostilità, un rozzo violatore, centro di distruzione, un mortaio gigante da rotaia, padre di tutte le armi; "Terrifying arrogance, Frightening his grace, Huge machine, staring mean, Death in her pale face, Lowering the barrel, Fed by well-trained hands, Await the first cracking burst, At the final  command, Feuer! - Arroganza terrificante, spaventosa la sua grazia, una macchina immense, frena bruscamente, la morte nella faccia pallida di lei, abbassando la canna del fucile, nutrita da braccia ben addestrate, aspettano la prima esplosione deflagrante, all'ultimo comando, fuoco!" prosegue il testo,  con fuoco fiammeggiante, e pesante rinculo. Un suono assordante con sedici cannonieri, mentre sudore e grasso si coordinano; il piombo brilla nei grandi proiettili, con involucri incandescenti in un inferno bruciante, dividendo la crosta terrestre e facendo eruttare vulcani, portando un ordalia, un colosso. La distanza operativa è di sei chilometra e mezzo, le munizioni sono in abbondanza e ci sono anche granate anti cemento, mentre bunker ritenuti sicuri nella fortezza rinforzata esplodono in pezzi, nullificando le loro casseforti;  tutte le difese sono ora rotte dalla grande macchina, con rovine fumanti e tombe distrutte, una volta fortificate, ora il bombardamento è finito, e il mastodonte conquistatore è maestoso nella vittoria, il terrore del fronte. Una descrizione epica di una colossale arma da guerra, dove ogni dettaglio è largamente idealizzato con immagini dettagliate; un tipico stile dei nostri, presente in molti album, e qui ripresentato.

The Krusher

"The Krusherè l'ennesimo grande classico, introdotto da van Drunen, a cui segue una chitarra oscura e tetra, supportata da una batteria cadenzata che s'incastra tra fraseggi spettrali ed esultanze del pubblico; al trentunesimo secondo la marcia funesta prosegue con la sua atmosfera ieratica fino al cinquantatreesimo, dove il cantato gutturale si sposa su bordate spacca ossa ripetute, che rendono l'andamento più devastante ed aggressivo. Al primo minuto e dodici si torna alle coordinate precedenti, più lente, ma sempre cariche di una tensione palpabile e sinistra; il tutto giocato su fraseggi oscuri e rullanti di batteria che ne delimitano il movimento trascinato. Al minuto e trentacinque si torna sui giri rocciosi, i quali spingono in avanti la composizione, instaurando attacchi monolitici; riprende poi il rallentamento, con un'alternanza ossessiva trascinate. Al secondo minuto e diciotto parte una cavalcata a media velocità, dove riff schiaccia sassi e chitarre da guerra accompagnano le grida sgolate di van Drunen, mentre la doppia cassa si fa sempre più pestata, fino a raggiungere velocità decise e roboanti; si prosegue quindi con la galoppata sferragliante dove sono i giri ripetuti a creare un marasma sonoro dilaniato dai colpi di batteria. Si ripropongono le vocals maligne del cantante, lanciate tanto quanto la strumentazione, mentre in sottofondo si ripetono grevi giri di chitarra punitivi; al terzo minuto e trentasei ritroviamo giri rocciosi ripetuti in loop. Tornano quindi i rallentamenti doom, ricchi di fraseggi spettrali e rullanti di batteria; largo poi a parti più concitate, dove van Drunen torna con la sua voce sgraziata supportato dalla marcia sonora delimitata da rullanti. Al quarto minuto e cinquantasei ci si velocizza con un trotto forsennato, dalle bordate che distruggono tutto e dai versi sguaiati del cantante; il galoppo infernale prosegue ritmato fino al finale caotico con rullanti e digressioni, il quale lascia spazio ad un feedback, e alle esultanze dei presenti, raggiunti presto dai discorsi in tedesco del front man riguardanti pareri non positivi su manager e altre figure del mondo del lavoro, anticipando la presentazione e i temi del brano successivo. Il testo è un atto d'accusa verso l'uomo, sotto forma di un'apocalittica sentenza di morte da parte di una non meglio precisata entità cosmica; un'esistenza perniciosa, corrotta e depravata, dove le trame della superiorità presunta schiavizzano un'intera razza, questa è l'umanità per l'osservatore. Egli guarda dai cieli, testimone della vergogna, e gli fa attuare il verdetto di estinzione, il quale porterà fine al flusso di dolore; "Sick of your infantilism. dignity unknown, raise my hammer of justice, to krush the planet below - Disgustato dal vostro infantilismo, la dignità è (a voi) sconosciuta, innalzo il mio martello della giustizia, per schiacciare il pianeta" dichiara l'essere, poiché non vi è stato progresso nel tempo, e l'intelligenza è stata usata male da comunità di selvaggi ignoranti e confusi. Un piccolo mondo deriso che per  esso è una pila di letame, il quale non ha mai avuto armonia e che è strozzato dall'economia mentre dal fuoco inizia il caos e la fine, portando la vendetta celeste e il verdetto nato dall'avversione. L'esplosione finale vaporizza la vita, lasciando solo pezzi del pianeta, mentre finalmente la follia è morta; un testo quasi da film di fantascienza, il quale vuole essere, seppur nella sua ingenuità fantastica, in qualche modo morale e di avvertimento verso la razza umana, invischiata nel progresso estremo.

Riflegun Redeemer

"Riflegun Redeemer" viene come sempre annunciata da van Drunen, mentre segue un fraseggio distorto ed altisonante, il quale evolve con i suoi giri granitici, aggiungendo al ventesimo secondo un drumming cadenzato e strisciante, con in sottofondo chitarre evocativi; largo poi a rullanti di pedale, i quali completano il quadro accelerando leggermente il passo assieme alle chitarre. Si arriva al cinquantaseiesimo secondo dove una digressione rocciosa con bordate fa da cesura; esplode ora una corsa thrash con doppia cassa pestata e loop vorticanti, dove van Drunen si da a grida sgolate nel suo tipico stile, mentre alcune alternanze danno spazio a fraseggi tetri, seguiti dalla ripresa delle sequenze devastanti di motoseghe sonore. La contrazione viene ripetuta varie volte, in un clima isterico supportato come sempre da un drumming ritmato e potente; al secondo minuto e cinque si riprende con suoni ancora più devastanti, in un muro violento che trascina come in un vortice l'ascoltatore. Al secondo minuto e venticinque si passa ad un rallentamento dai suoni monolitici, con riff d'acciaio e batteria strisciante, regalandoci l'ennesima marcia dal sapore death/doom; partono di seguito  fraseggi severi, sui quali si stagliano le vocals graffianti di van Drunen, lasciando infine posto ancora ai lenti andamenti dilatati. Si prosegue con questa linea, in un andamento malevolo dal grande effetto; al terzo minuto e quarantatre una nuova cesura giocata su digressione e bordate blocca tutto, e dopo un rullante riprende la corsa in doppia cassa, devastante nei suoi loop a motosega. Si ripetono e alternanze con fraseggi ariosi e sinistri, mentre poi è la violenza destinata  a dominare, fino alla chiusura improvvisa del pezzo; non ci sorprendono ormai le esclamazioni esaltate del pubblico, il quale incita i nostri. Il testo si riferisce ad un tema tipico dell'immaginario americano: il vendicatore che abbraccia il fucile e fa piazza pulita di tutto ciò che non sopporta. Lo troviamo in fatti reali della cronaca, in personaggi dei fumetti come Frank Castle a.k.a The Punisher, o del cinema come Il Giustiziere Della Notte interpretato da Charles Bronson, una figura che mostra le contraddizioni e l'amore per le armi della società statunitense; egli vede abusi ripetuti, dove l'ingiustizia è la norma, che lo portano ad un serio momento di vendetta con i suoi strumenti e munizioni sufficienti, le quali possono falciare un uomo in due, decidendo di diventare leggenda con quello che sta per fare. Azionisti e brokers portano alla svalutazione, e ora in panico perdono i loro amati soldi, i fondi di pensione sono vuoti, e i vecchi non verranno pagati, quindi il nostro sparerà ai responsabili, in uno scoppio d'ira; "Dirty psycho cockroaches, Ruining your life, Touch your precious children, Abusing your wife, Pedofiles and rapists, Society's lowest scum, Have this dose of therapy, As I fire my rifle - gun - Scarafaggi sporchi e psicopatici, rovinano la tua vita, toccano I tuoi preziosi bambini, abusano di tua moglie, pedofili e stupratori, la feccia peggiore della società, prendi questa dose di terapia, mentre sparo con il mio mitra" prosegue la descrizione del suo delirio, mentre la canna è incandescente i criminali vengono sradicati , inutile spazzatura umana, che muore in una pioggia di pallottole. Le loro interiora escono fuori, i loro cervelli si spargono sui muri, schegge di ossa e carne bruciata, mentre le ginocchia e i testicoli vengono macinati; direttori incapaci che non si preoccupano controllano compagnie che lasciano a casa masse di lavoratori lasciando tutti fregati, grassi sui loro depositi di oro, ma lui spazza via le loro teste, ironicamente prendendosi un extra bonus per le dimissioni, in piombo. Ogni settimana una nuova tassa viene richiesta alla porta, lavorando duro per nulla, e il nostro non ne può più, farà visita ai bastardi, dipingendo l'edifico di rosso e riempiendo le sanguisughe di buchi, in modo da essere sicuro che stiano morti; uno scenario non così irreale, che ci riporta a casi di cronaca innumerevoli, con persone esplose per la pressione della vita, che fanno strage con il fucile. 

Asphyx (Forgotten War)

Il secondo disco del lungo live viene aperto da "Asphyx (Forgotten War)", insieme alle esultanze del pubblico e alle esclamazioni tra pulito e growl del cantante; una chitarra spettrale si dilunga poi  con i suoi giri nebbiosi ed onirici, fino  al quarantaseiesimo secondo, dove improvvisamente esplode un riffing imponete dai giri rocciosi e dai fraseggi squillanti, con una batteria che delimita il tutto con piatti e colpi sicuri. Il loop e portato avanti con una ripetizione ossessiva fino al minuto e ventisette. Qui suoni grevi di basso fanno da cesura mentre il cantante torna a riferirsi al pubblico in pulito, anticipando una galoppata thrash in doppia cassa squartata dai versi gutturali di van Drunen, gridati con veemenza; riprendono i giri  di riff squillanti in un effetto cadenzato che spinge in avanti al composizione sottolineato da rullanti. Si continua a lungo su queste note, con un effetto trascinante be calibrato; al secondo minuto e trentotto una digressione fa da cesura, arricchendosi poi di riff potenti. Ecco che partono rullanti di pedale accompagnati dalle vocals sgraziate di van Drunen, legate agli assalti distorti delle chitarre, vere e proprie mitragliate continue; intanto il drumming si giostra tra rullanti di pedale e giochi ritmici, facendo da perfetto completamento alla sequenza strappa carne continua. Si prosegue con  rallentamenti solenni dai fraseggi epici e spettrali, sottolineati da arpeggi ferrosi di basso, mostrando ancora una volta l'anima doom della band; van Drunen si rivolge ancora una volta al pubblico, mentre prosegue la lunga e monolitica sequenza tetra. Al quarto minuto e ventisette nuove scariche dalle mura di chitarra e dai fraseggi squillanti si dispiegano creando bordate ritmate e devastanti dall'andamento sincopato; si passa quindi ancora una volta alle marce rocciose con punte squillanti e rullanti, proseguendo in loop fino ad una digressione rocciosa. Una breve ripresa della corsa imperante continua fino ad un feedback, il quale chiude in modo improvviso il pezzo; seguono le solite esultanze e i discorsi del cantante, accompagnati a rullanti ed improvvise esplosioni squillanti di chitarra. Il testo torna a trattare di temi bellici, dedicato ad una guerra misteriosa e dimenticata; marciando nella battaglia, per una guerra che non conosciamo, guardiamo le facce spaventate, che sembrano vecchie, mentre il fronte principale dice le sue preghiere augurando loro bene, anche se non torneranno mai da questo amaro inferno vivente. Le trincee attendono, tombe fredde e umide, mentre ubbidiscono a folli ordini, soldati quindi schiavi; "They will die in the war, Between all the filth and gore, Is there any glory, In this heroic story - Moriranno in guerra, Tra lo sporco e l'orrore, C'è una qualche gloria, in questa storia eroica" prosegue il testo, mentre poi guardiamo coloro che causano questo, analizzando i loro giochi e trovandoli colpevoli, mentre crogiolano nella vergogna, eletti dalle persone a cui hanno promesso una guerra. Ma ora abbiamo visto il massacro, e non lo vogliamo più; i politici si nascondono, una feccia codarda e puzzolente, che mostra il suo potere in una guerra che è appena incominciata, progettando investimenti nella difesa, chiedendosi chi sarà il loro gioco, mentre il narratore pensa che dovrà scatenare una rivoluzione e spazzarli via. Una critica sociale contro la guerra, simbolo di molti conflitti avvenuti e che avverranno, frutto del potere e della cupidigia umana.

Wasteland of Terror

 "Wasteland of Terror" parte con la sua presentazione ripetuta dal pubblico, seguita da un riffing martellante in doppia cassa e bordate squillanti, sul quale van Drunen si lancia subito in grida sgolate ormai familiari; la struttura si mantiene incalzante e concitata fino al cinquantacinquesimo secondo, dove un fraseggio roccioso fa da cesura. Parte ora un movimento lento e doom con suoni epocali e colpi di chitarra distribuiti insieme alla batteria dai piatti cadenzati; al minuto e ventitré una nuova cesura con fraseggio segna un altro cambiamento, all'insegna questa volta di una accelerazione giocata su giri ripetuti, i quali presto si fanno squillanti, alternandosi nei due movimenti. Questo fino all'esplosione di doppia cassa e chitarra, che riporta il brano ai ritmi iniziali, lanciato in una corsa con vocals diaboliche e ritmi martellanti; si arriva così alla conclusione improvvisa segnata dalle esclamazioni del pubblico e dalla ripresa dei discorsi a lui rivolto. Il testo verte su visioni apocalittiche non meglio definite, giocate su versi semplici e brevi che scolpiscono immagini, appunto, di terrore; oltre l'orizzonte inizia un incubo spaventoso, l'agonia definitiva in una dimensione di peccato, portale della morte e regno delle tenebre. Un impero del caos avvolto nella follia, "Wasteland of Terror, Blasphemous Land, Shadows in blood - Rovine del terrore, Terra blasfema, Ombre di sangue", dove i dannati dormienti gridano a squarcia gola, mentre i corvi gli strappano gli occhi; si soffre un eterno tormento in questo paradiso, e assorbite nella follia delle anime giacciono nelle profondità del dolore, ruggendo dalle risate, mentre i morti muoiono una seconda volta contraendosi. Visioni infernali dunque di tormento, in un affresco oscuro pieno di evocazioni vivide del dolore e della tortura eterna, in una sorta di malsano quadro dove le parole sono colori che dipingono, tra rosso e nero, una realtà maligna che attende le anime, le quali finiscono per impazzire in tale orrore cosmico; il gusto per una certa estetica legata indissolubilmente al death si fa sentire ancora una volta, inquadrando i nostri nelle file anche tematiche del genere.

The Rack

"The Rack" prosegue la sequenza di classici, introdotta da tetri suoni di chitarra in riverbero, creando un'atmosfera epocale e sinistra dai toni minacciosi, ma allo stesso tempo evocativi; su di essa si staglia poi la batteria cadenzata che avanza strisciante. Il movimento portante viene potenziato poi da riff rocciosi dall'anima thrash, mentre piatti e rullanti delineano la struttura ritmica; si prosegue quindi con il movimento iniziale, dilatato e ricco di malinconia. Al secondo minuto e tredici abbiamo un'accelerazione con rigide chitarre a motosega e piatti incalzanti, ripetuta in loop ossessivi che ipnotizzano l'ascoltatore grazie all'andamento contratto creato; si collima in una serie di bordate. Si passa al secondo minuto e cinquantacinque a  coordinate decisamente più death, con un suono veloce e granitico che mette riff e fraseggi grevi in bella mostra, così come la doppia cassa, insieme alle grida di van Drunen; una cavalcata da tregenda forsennata, che prosegue con violenza fino al quarto minuto e otto. Qui i loop precedenti riprendono posto, circolari e taglienti, ricreando un senso alienante, ma allo stesso tempo trascinante; il cantante si da a versi gutturali e grida, completando il quadro  di morte sonora. Troviamo di seguito una nuova sequela di montanti rocciosi, i quali si muovono lenti, ma spietati, in un gioco di botta e risposta con giri circolari che li delimitano insieme ai piatti cadenzati; si passa quindi a solenni fraseggi altisonanti, sui quali  van Drunen canta sgolato con uno stile disumano. Si alternano quindi ancora i suoni precedenti, in una struttura familiare ed ossessiva; al sesto minuto e tredici nuove bordate incalzano il ritmo lanciandoci in un riffing strutturato come una galoppata infernale. Dopo una lunga sequenza concitata e devastante  si torna a toni striscianti, giocati su chitarre dilatate e grevi, e piatti  distribuiti; si ripetono quindi le melodie iniziali, distorte e sinistre, in un'atmosfera onirica e spettrale. Si prosegue quindi con un crescendo d'intensità emotiva, completato da bei riff taglia ossa che ci donano una base rocciosa, giostrata su colpi ritmati e piatti cadenzati; si arriva con questi montanti sempre più trascinanti alle esclamazioni del cantante, prima di un rallentamento improvviso. Ecco che una serie di rullanti e di effetti cacofonici e squillanti chiude il tutto in un marasma; seguono da copione i discorsi in tedesco e i botta e risposta con il pubblico che si da a cori da (appunto) stadio. Il testo ci riporta ad immagini di torture ed orrori, legati alle violenze della Chiesa: nella segreta sottoterra troviamo un terrore perverso, fatto di palpitazioni e colpi insopportabili. Sentiamo passi sulle scale, mentre il boia arriva, insieme ad una sinistra processione, in un tetro tribunale macabro; un eretico perverso, un giudice inesorabile, la sentenza è la morte, regalata (con sarcasmo) dalla Chiesa. "Inside the torture chamber, The smell of blood and pain, Iron is glowing in pits of fire, Instruments of the insane - Nella camera delle torture, (C'è) L'odore del sangue e del dolore, Il ferro brilla in cerchi di fuoco, Strumenti del folle", continua implacabile il testo, specificando poi come la tortura sia un altare di morte e dolore, e come le vittime soffocano nel sangue, con le ossa polverizzate e parti mutilate, sviscerate, con arti segati e castrate; rimangono resti umani, un confuso casino, un'atroce esibizione dei metodi della follia. Nella camera di tortura gli strumenti sono macchiati, mentre la tortura ha ormai portato le sue vittime oltre il dolore. Esplicito è l'attacco verso l'Inquisizione e gli orrori perpetrati in nome di Dio, descrivendo quasi clinicamente le torture subite dai così detti eretici e mostrando la follia di coloro che coperti dalla scusa della volontà divina, davano sfogo alle loro perversioni.

Cape Horn

"Cape Horn" è un episodio dei tempi più recenti, aperto dopo la sua presentazione da un fraseggio distorto e oscuro, dilungato nelle sue note graffianti fino al ventiduesimo secondo; ecco una marcia maestosa dai piatti cadenzati e dalle note epocali, la quale avanza ieratica in un atmosfera regale, mentre un assolo appassionato si unisce al tutto, completando l'estatico andamento. Riprende roccioso il loop mortifero, delineato da alcune raffiche e dai blast concisi; al minuto e venticinque partono una serie di montanti thrash, mentre dopo un giro squillante prende forma un galoppo devastante, sul quale van Drunen interviene con i suoi toni sgolati,  mentre il drumming si organizza in colpi severi e rullanti ritmici. Si passa al secondo minuto e otto ad un rallentamento sommesso, dai giri trascinati e dai piatti e colpi dilatati, dove regnano digressioni stridenti di chitarra; ancora una volta fanno capolino nel movimento doom alcune bordate rocciose, che ne delimitano il passo. Al secondo minuto e quarantasette riprende la marcia bellica fatta di giri grevi, colpi secchi di batteria, insieme alle vocals graffianti del cantante; si passa quindi ad una corsa da galoppo devastante e dai riff taglienti, il quale si velocizza aggiungendo fraseggi tetri in un'atmosfera epocale di chiaro marchio dei nostri. Tornano poi nel ritornello suoni più ariosi ed evocativi, ma presto si passa ancora a velocità sostenute, in un'alternanza tecnica dai tempi contratti dal chiaro sapore death; non sorprende quindi il cambiamento del quarto minuto e trenta, con  una marcia monolitica fatta di loop lenti e macinanti, uniti a piatti cadenzati e distorsioni di basso, sulla quale il cantante si da a grida rauche. Una sequenza da tregenda, delineata da una dissonanza, dopo la quale si passa nuovamente a velocità maggiori, sebbene controllate, con falcate decise che evolvono in modo sempre più frenetico; tornano i rullanti di pedale, contribuendo alla tensione sonora raggiunta insieme ai blast e ai loop a motosega, mentre van Drunen offre la solita componente vocale malata. Al quinto minuto e trentasei si passa a distorsioni ariose e drumming dilatato con piatti e colpi secchi, il quale avanza pachidermico tra piatti e giri mortiferi, in un'atmosfera ancora una volta epica ed imponente; tornano quindi gli assoli spettrali, in una melodia malinconica e notturna, sulla quale il cantante incita il pubblica esultante. Essa va scemando poi accompagnata dalla ritmica strisciante e dalle chitarre in un finale che vede poi rullanti conclusivi; largo ai discorsi in tedesco e a risate, mentre il pubblico risponde a battute sottolineate da giochi di batteria come in uno spettacolo, insieme  a feedback di chitarra. Il testo torna ai temi marittimi presentando una spedizione per Capo Horn (convenzionalmente il punto più meridionale del Sud America, doppiato da personaggi storici come Francis Drake e ancora prima da Francisco de Hoces, la cui tragica vicenda viene qui descritta con l'aggiunta di elementi fantastici), la quale avrà un destino infausto, anticipato da alcuni presagi soprannaturali; il mercante lascia il porto con mani che lo salutano, andando a tutta velocità sulla rotta per le lontane terre piene di promesse, mentre il Sole splende non troppo e le vele si sporgono nella brezza, una spedizione per cercare un passaggio verso est. "In South Atlantic waters, Crossing the equator, Passing Patagonia, And Tierra del Fuego, Screams come from the crow's nest, His horrid observation, The sight of the Flying Dutchman, Portent of damnation - Nelle acque del Sud Atlantico, attraversando l'equatore, passando la Patagonia, e la Terra del Fuoco, urla arrivano dalla coffa, egli osserva inorridito, l'Olandese Volante, portento della dannazione" prosegue il testo mostrando il primo terribile presagio, incubo dei naviganti, una nave fantasma, che porta terrore, maledizione delle navi, isola dei morti, ed è ora che inizia l'inferno con tempesta e venti ululanti; le correnti cambiano di continuo e le onde sono come mura, vi sono gli iceberg e burrasche polari, mentre i maelstrom irrompono con tempeste furiose, e si crea un cimitero di marinai intorno a Capo Horn. Appare a tribordo una forma monolitica, mentre i naviganti cadono sulle loro ginocchia, mentre vedono il luogo; mesi dopo hanno perso ogni speranza, la nave è un derelitto danzante fatto di legno spaccato,  ghiacciato sulle corde, l'imbarcazione è colpita e rotta,  l'equipaggio affoga come ratti mentre il loro galeone affonda nelle profondità misteriose. Ancora una volta un evento storico viene reinterpretato con aggiunte oscure e legato alla morte; l'agonia è qui descritta più brevemente rispetto ad altri episodi, ma la speranza iniziale è presto distrutta, e le visioni di fantasmi portano un'aria di fato inevitabile e terribile che attende tristemente.

Last One On Earth

"Last One On Earthviene prontamente introdotta in growl, mentre seguono tamburi inquisitori e giri grevi di chitarra ricchi di melodie oscure ed epiche, delineati dai piatti di batteria; al trentunesimo secondo parte una marcia granitica basata su chitarre rocciose, la quale avanza lenta, ma potente, insieme a fraseggi sepolcrali. Al cinquantunesimo secondo si introducono i versi infernali di van Drunen, mentre tutto rallenta in un suono dilatato e strisciante dalle trame tetre e allo stesso tempo solenni; ritroviamo poi i riff marziali, i quali avanzano devastanti e soppesati, mettendo sotto tutto quello che incontrano. Si prosegue così, con un effetto ipnotico dove le vocals squagliate trovano perfetta collocazione; al minuto e ventiquattro il movimento accelera leggermente con bordate frastaglianti e linee da motosega, con drumming cadenzato e presente. Si passa poi a nuovi rallentamenti epocali, alternati però presto con la modalità marziale, in un gioco di contrasti imperante che mantiene l'atmosfera tesa e  sepolcrale che domina il brano; seguono giri rocciosi con batteria cadenzata, fino al terzo minuto e nove, dove si passa dopo una brevissima cesura a ritmi più sostenuti, sferraglianti e severi. Troviamo di seguito rallentamenti con giochi di chitarra squillanti e piatti cadenzati uniti a colpi di tamburo, i quali inevitabilmente sfociano in nuove marce oscure, presto alterante a nuove esplosioni potenti dai galoppi ricchi di giri corrosivi; la componente doom è sempre dietro l'angolo, e al quarto minuto e ventotto si torna a strisciare con fraseggi solenni e batteria cadenzata, mentre il pubblico crea cori esultanti in sottofondo. Al quarto minuto e cinquanta si aggiungono assoli spettrali, ricchi di atmosfera malinconica e melodie eteree; essi si accompagnano a giri di basso grevi, mentre poi prendono piede nuovi panzer di chitarre tritacarne. Si continua così fino al rallentamento finale sul quale partono le urla del vocalist, seguite da cacofonie disturbanti con blast e feedback di chitarra; esplode come sempre il pubblico, raggiunto dai ringraziamenti di van Drunen, mentre gli spettatori tedeschi reclamano la band. Essa riprende presentando il pezzo successivo, il quale parte prontamente; un grande classico riproposto in tutta la sua bellezza ammaliante, rafforzando l'idea consolidata della bravura dei nostri dopo diversi anni di carriera. Il testo apocalittico mostra l'ultima testimonianza dell'unico uomo sopravvissuto ad un'ecatombe che ha sterminato la razza umana completamente; egli ci chiede di essergli testimoni, poiché è il sopravvissuto della sua razza, e ci racconta una storia di tristezza e genocidio, dove le specie  sono scomparse e gli alberi non possono più respirare, un dramma di suicidio collettivo. Mentre i loro bambini soffrivano in quello che una volta era un paradiso. L'utopia non era mai vicina, ma loro credevano di si, con menzogne e follia, ora tutto ciò che lui vuole è che le sue parole vengano ascoltate; "As we died because of our ignorance, As we died because of greed, Because of our stupidity, Now I'm the last one to scream - Mentre morivamo a causa della nostra ignoranza, Mentre morivamo per la cupidigia, A causa della nostra stupidità, Ora io sono l'ultimo a gridare" proseguono disperate le parole, mentre le montagne sorgono e gli oceani bollono, con le ultime convulsioni della Terra, mentre il calore scioglie ogni pietra e i vulcani eruttano. E' un caos cosmico senza speranza di rinascita, dove lui è testimone vivente del tormento e del dolore, condannato a vedere il pianeta morire; insieme alla tragedia, egli cerca conforto, ma sa che in eterno l'universo piangerà. Visioni dunque terribili legate ad un topos del periodo di composizione (inizio anni novanta), quello della distruzione globale a causa delle armi nucleari, in un testo ancora una volta di denuncia verso gli orrori compiuti dall'uomo che porteranno alla sua distruzione.

Rite Of Shades

"Rite Of Shades" parte con un suono spettrale, il quale si sviluppa nei suoi giri taglienti intervallato da piatti; esso prende forza al diciassettesimo secondo, con una serie di giri solenni e striscianti, sui quali van Drunen si da al suo cantato sgolato. Si crea quindi un ritornello ricco di riff oscuri e potenti, ripetuti in modo trascinante, dalla melodia tetra; si prosegue con il fraseggio in loop, dove il drumming è giocato tra piatti e rullanti controllati, mentre il pubblico esultante accompagna il tutto. Al minuto e quarantatre la velocità diminuisce ancora di più cadendo in una cesura dalla ritmica rallentata dove riff rocciosi ad accordatura bassa si alternano a blast e rullanti; essa prosegue  sino a prendere velocità in una galoppata con giri squillanti in sottofondo creando un andamento spettrale ed epico. L'ennesima cesura si libra poi in una cavalcata finale in doppia cassa, piatti, e giri taglienti sui quali il vocalist si da a grida feroci, la quale si ferma all'improvviso, chiudendo il brano e proseguendo in quello successivo con il pubblico esultante; un attacco veloce quindi che ci tramortisce nella sua esigua durata, mantenendosi però appassionante e ricco di atmosfere tetre tipiche dei nostri. Il testo tratta di temi occulti e di riti spirituali, che portano al superamento della mortalità e al raggiungimento del regno degli spiriti; cercando l'aldilà con visioni della mortalità siamo guidati dalla ricerca della saggezza, fino ad arrivare oltre i limiti della spiritualità. "Rite of shades, revelations, of a co-existence in this new dimension - Rito di sfumature, rivelazioni, di coesistenza in una nuova dimensione" prosegue il testo, mentre ci uniamo ai morti con cocente curiosità, sentendo l'anima che scivola dentro il regno dei morti; un testo molto breve  e conciso, che vuole ricreare l'atmosfera di un rito occulto e del viaggio astrale che ne consegue, con toni vagamente profondi e filosofici tipici del death europeo dell'epoca, senza però pretese di serietà estrema, rientrando sempre nell'estetica del genere. 

Pages In Blood

"Pages In Blood" viene annunciata con i soliti toni aggressivi da van Drunen tra le esultanze del pubblico; seguono piatti cadenzati, dopo i quali partono assoli melodici e tetri, mentre si prosegue lenti e mortiferi; il cantante interviene poi con la sua voce sgraziata, mentre le chitarre continuano a tagliare monolitiche. Al cinquantatreesimo secondo una marcia asfissiante prosegue con giri squillante, sempre mantenendo una tempistica monolitica; il drumming vede piatti e colpi dilatati, mentre il cantante prosegue sgolato e i fraseggi mortiferi si amplificano in sottofondo. Al secondo minuto e sei all'improvviso si accelera con una galoppata di doppia cassa e terremoti di chitarre, liberando l'energia finora trattenuta in un severo andamento costellato da blast; esso sfuma in nuovi assoli distorti e squillanti, lenti così come i riff in sottofondo, mentre van Drunen ci accoglie con le sue grida. Al secondo minuto e cinquantadue  Si accelera ancora, con batteria pulsante e chitarre cacofoniche, lanciandoci in una corsa diretta e veloce in doppia cassa, la quale si blocca con un fraseggio roccioso; abbiamo ora un'ultima galoppata ieratica, la quale si apre a bordate e blast, continuando fino al finale caotico di rullanti e digressioni squillanti, sul quale il cantante si rivolge al pubblico esultante come sempre. Il testo torna ad attaccare la religione, riferendosi più precisamente alla Bibbia che qui viene resa un testo satanico invertendone la funzione abituale; le sue parole sono scritte con il sangue, e la sua copertina fatta di carne, riti di una mente lontana dalla fonte non rivelata. Pagine di sangue, con parole violate di verità e vita, un' invocazione degli dei, che è significato dei sette sigilli dell'apocalisse; il protagonista sente il grido prima inedito di migliaia di anime contorte, e poi dichiara che nessuno osa andare la dove il traditore è un dio. Qui su un trono di mille bugie la saggezza è eterna, mentre avviene un'invocazione, volta al demone Choronzon simbolo degli abissi, un rituale violato in "In a land beyond my mind, An evil yet unseen, An evil that is called life - Nella terra oltre la mia mente, (C'è) un male mai visto, Un male chiamato vita"; dopo che i nomi blasfemi vengono fatti, vi è furia da dietro i sette portali, e il nostro dichiara di aver visto i piaceri del paradiso, che l'umanità però considera peccati. Un testo ambiguo, non chiaro, che unisce sacro e blasfemo, ricordando un'evocazione demoniaca, ma anche che la vera radice del male è puramente umana, e riguarda la vita terrena; grazie a ciò possiamo leggerlo su più livelli, come la critica prima accennata, o come una più semplice rappresentazione da film di serie B di un rituale apocalittico, rientrando sempre nei canoni del genere. 

Diabolical Existence

 "Diabolical Existence" è il gran finale, introdotto come tale dal singer, il quale prosegue per un po' nel chiacchierare con il pubblico, prima di esclamarne il titolo in growl; abbiamo di seguito alcuni montanti con feedback squillanti, i quali lasciano il passo ad un riffing contratto con una cavalcata dominata da loop a motosega e drumming pulsante. Il movimento spacca ossa viene ripetuto in maniera ossessiva fino allo stop del quarantaduesimo secondo; qui una serie di colpi fanno da cesura, seguiti da fraseggi rocciosi e lenti, creando una sequenza strisciante e tetra dall'animo doom, la quale si dilunga dilatata mentre van Drunen interviene con grida sgolate e malevoli. Al minuto e trenta il movimento si converte in un galoppo marziale che crea un panzer sonoro fatto di riff devastanti e piatti ritmati; essa lascia poi posto ad un nuovo rallentamento gotico caratterizzato da chitarre malevoli e tetre. Quest'ultimo diventa sempre più mortifero e lento, mentre il cantante assume toni sempre più disperati; l'atmosfera è epica e tetra, con una certa malinconia feroce che non molla il colpo pur nel suo incedere monolitico. Ecco alcuni rullanti improvvisi, i quali contraggono il greve andamento, ripetuto in modo spietato; al terzo minuto e ventitré un'improvvisa digressione roboante lancia il tutto in una cavalcata da tregenda, fatta di loop taglienti e montanti di batteria, in una marcia dittatoriale che si spegne con un grido e duna digressione squillante con rullanti. Ora il pubblico viene sentitamente ringraziato e poi salutato, mentre esso a sua volta applaudono i nostri; si chiude così un'esibizione con i fiocchi, una prova di forza da parte del gruppo olandese, caposaldo del death più mortifero e feroce. Il testo tratta di un altro tema caro al death, ovvero la critica alla religione, tendenzialmente quella cattolica poiché la realtà familiare ai gruppi del mondo occidentale; siamo nati per piegarci di fronte all'altare del signore, imparare e pregare in suo nome, mentre egli ci guarda dall'alto e ci domina, manipolandoci con il libro (la Bibbia) accarezzando un'astrazione. "It's only in your mind, Useless denial of reality - E' solo nella tua mente, Un' inutile negazione della realtà" ci avverte il narratore, in una diabolica esistenza dove la radice del male siamo noi stessi; ora vengono evocati i secoli dell'inquisizione, dove i nostri stessi sbagli venivano bruciati, e ci viene detto che i nostri occhi sono maligni, e la nostra fede e crudeltà sono come corna di un demone, mentre i nostri pensieri sono corrotti dal tradimento, e la nostra purezza è stata bruciata sul rogo. Agonizziamo e usiamo violenza strisciando nel disgusto, ma la fine della verità sarà l'inizio del nostro destino, dove ci sono corna e occhi malevoli, e dove il gioco è quello del tradimento; un testo breve, conciso e feroce, che attacca la falsa moralità della Chiesa concentrandosi sugli orrori dell'inquisizione e la violenza perpetrata in nome di un dio a cui i nostri non credono.

Conclusioni

Un live grandioso, pieno di brani classici e anche di episodi più moderni, tutti riproposti con ferocia e perizia, in un suono impeccabile di sana matrice death, tra rallentamenti doom e cavalcate thrash; in un epoca dove molti gruppi si affidano fin troppo al ritocco in studio, e per questo poi fanno magre figure dal vivo, gli Asphyx si dimostrano in sede live ancora migliori rispetto al disco, il che è tutto un dire. Niente compromessi, ma allo stesso tempo viene mostrata la capacità e l'umiltà d'interagire con il pubblico, senza esaltazioni e mistificazioni; diretti e genuini come il loro suono, i nostri offrono una lunga scaletta passando tra un un'introduzione all'altra ai brani ricchi di riff taglienti, blast, ed atmosfere cupe a volte malinconiche, a volte inquietanti. Qualcuno potrebbe forse lamentare un'eccessiva somiglianza tra il songwriting in studio e quello qui presentato, ma sarebbe poco lungimirante; la band olandese non è certo un gruppo progressive, il loro mestiere è il death a tinte doom carico di atmosfere old - school, ed è questo quello che offrono. Questo pericolo comunque non si presenta, e il pubblico gradisce caldamente la performance, esultando appena puoi e reclamando a gran voce i nostri; l'abilità, la serietà e la competenza sono le armi degli olandesi, i quali dimostrano di amare quello che fanno, e di saper compiacere i propri fan. Una celebrazione che completa la discografia variegata dei nostri finalmente con una testimonianza ufficiale del loro tour di ritorno; vecchi fan e nuove generazioni hanno qui potuto godere dei maestri del death, i quali non hanno nulla da invidiare alle nuove leve, anzi. Il 2010 degli Asphyx si chiude quindi con il botto, preparando sia il gruppo, sia i fan, a quanto seguirà in avanti; a due anni di distanza "Deathhammer" continuerà la gloriosa tradizione, con un altro album moderno, ma allo stesso tempo legato ad un suono oscuro e senza fronzoli. Forse ormai è impossibile raggiungere le stesse atmosfere ed impatto dei primi lavori, ma i nostri non si crogiolano nel loro ricordo, e offrono una nuova sequenza di brani death brutali, ma allo stesso tempo ammalianti; a dire il vero neanche i risultati, sia di vendite, sia artistici, di "Death? The Brutal Way" vengono bissati, ma questo non significa che siamo davanti ad un brutto lavoro. Ci stiamo quindi avvicinando alla conclusione della nostra analisi, con una delle discografie più importanti del metal estremo tutto, per un gruppo in passato sottovalutato, ma che per fortuna ha ultimamente visto il giusto riconoscimento; speriamo che il loro death/doom possa accompagnarci ancora per lungo tempo, e che in futuro potremo trattare di altri lavori. Per ora non ci resta che sottoporci al "martello della morte", e ai suoi attacchi devastanti; lunga vita agli Asphyx e ai loro pezzi, un lascito per tutti gli appassionati di death e non solo, e anche ai loro concerti, di ottima fattura come dimostrato nel live qui recensito.

1) Vermin
2) Scorbutics
3) M.S. Bismarck
4) Bloodswamp
5) Death the Brutal Way
6) The Sickening Dwell
7) Asphyx II (They Died As They Marched)
8) Abomination Echoes
9) Eisenbahnmörser
10) The Krusher
11) Riflegun Redeemer
12) Asphyx (Forgotten War)
13) Wasteland of Terror
14) The Rack
15) Cape Horn
16) Last One On Earth
17) Rite Of Shades
18) Pages In Blood
19) Diabolical Existence
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