ASPHYX

Last One On Earth

1992 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
02/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia degli Asphyx, storica band doom-death olandese dalla line up sempre mutevole e dalla discografia non continua; li abbiamo lasciati con l'Ep "Crush The Cenotaph" sempre del 1992, il quale mostrava dei miglioramenti nel songwriting e nella coesione tra parti doom e death che ora proseguono nel loro secondo album intero "Last One On Earth - L'Ultimo Sulla Terra". Si tratta dell'ultimo parto della formazione che vede Martin van Drunen (voce, basso) Eric Daniels (chitarra) e Bob Bagchus (batteria) insieme, prima della sostituzione del primo e del secondo rispettivamente con Ron van Pol Sander van Hoof; un disco da molti considerato il migliore della loro carriera, dove i miglioramenti rispetto a "The Rack" sono lampanti. Se prima a volte il songwriting non aveva una direzione precisa, e rischiava di annoiare l'ascoltatore, ora abbiamo una coesione e una coerenza decisamente superiori, dove gli strumenti si legano al meglio tra di loro, e anche con la voce di Drunen; certo quest'ultima rimane particolare, sguaiata e rabbiosa, non certo legata alla melodia, ma risulta implementata nel substrato sonoro, piuttosto che sovrapposta ad esso. Le grevi linee di basso riescono a suscitare davvero un senso di opprimente inevitabilità e orrore, così come le chitarre tagliano fendenti e si prodigano in riff distorti capaci di ricreare il mondo tematico dei nostri, fatto di putridume, orrore, violenza e guerra, e attacchi alla religione; uno scenario perfetto per il suono mortifero e allo stesso tempo nefasto del gruppo, qui presentato al meglio. Le melodie presenti sono lente, e tutt'altro che dolci, non meno inquietanti degli assalti che seguono, o delle striscianti sezioni doom che evocano la tomba; esse non spezzano l'atmosfera e non suonano estranee, contribuendo anzi all'impianto generale dei pezzi. E' curioso pensare come questa coesione contrasta con la rottura imminente tra i membri, ma a volte le tensioni interne portano ad ottimi risultati compositivi; bisogna comunque tenere in mente il tipo di suono qui proposto per godere al pieno dell'album. Chi si aspetta un disco dall'assalto sempre costante o veloce rimarrà deluso, così come chi pensa  a tecnicismi alla Atheist o al death melodico di stampo svedese; qui tutto è votato ad un'atmosfera grezza e monolitica, che non vuole ammaliare l'ascoltatore, bensì turbarlo ed inquietarlo. E' chiaro che il pubblico di riferimento è quello del death più punitivo, ma non nel senso di assalti di blast beat e riffing impossibile, bensì nel senso di alienazione e disumanizzazione rappresentata dal suono; scordiamoci ritornelli orecchiabili o elementi di facile presa, questo è il suono della morte, tenendo fede al nome del genere. I maestri di riferimento sono i californiani Autopsy e in parte i britannici Bolt Thrower per alcune tematiche e per i momenti più concitati; il risultato è comunque personale, non sofisticato o artistico, ma allo stesso tempo non amatoriale o mal composto.

Si parte con "M.S. Bismarck" e le sue chitarre distorte a motosega, dal brusio cacofonico e sferragliante; su di esso si distribuiscono rullanti di batteria precisi e marziali, che contribuiscono al loop perpetrato. Al quindicesimo secondo i riff si fanno ancora più diretti e aspri, supportati da cimbali e drumming pestato; ecco che compare la voce squagliata e tagliente di van Drunen, sempre caratterizzata da una disperazione palpabile, ma ora inserita pienamente tra i giri circolari ripetuti in maniera ossessiva come in una macelleria sempre attiva. La struttura non è certo complicata, ma la ferocia dei riff è funzionale e ben presente, portando in avanti la composizione; al quarantaseiesimo minuto si rallenta con un fraseggio doom strisciante dalle punte solenni di melodia oscura, capace di creare atmosfere tetre come solo i nostri sanno fare. La batteria rimane sospesa e cadenzata, contribuendo al senso di minaccia inesorabile che si avvicina; al minuto e quindici una serie di riff rocciosi rendono il tutto più corposo e marziale, mentre tornano i versi stridenti del cantante, supportati da bordate squillanti. Al minuto e trentasei ci si ferma con una cesura distorta che prosegue come una motosega; essa evolve in una corsa death dove si staglia la doppia cassa massacrante  insieme al cantato dannato di van Drunen, con l'intervento dosato di piatti. Ecco poi alcune falcate circolari, ma subito al secondo minuto e dodici si passa ad un nuovo rallentamento doom, giocato sempre su ritmi dilatati e mortiferi, dove le chitarre creano affreschi sepolcrali e la batteria si muove sinuosa;  il cantato torna anch'esso strisciante e trascinato, completando perfettamente il quadro. Al terzo minuto e sedici si torna su lidi più robusti grazie al riffing da panzer, alternato con alcuni brevi giochi di batteria in un effetto contratto ripetuto; ecco poi un fraseggio tetro sul quale i gorgheggi di van Drunen trovano casa. Al quarto minuto e diciassette troviamo nuovamente il fraseggio greve che subito si lancia in una cavalcata di doppia cassa e loop assassini ripetuti, concludendo insieme alle grida del cantante questo pezzo, lasciando però il finale a contrazioni thrash rocciose che si ripetono fino alla chiusura effettiva. Il testo è dedicato alla nave da guerra tedesca della seconda guerra mondiale, dedicata al cancelliere Otto von Bismarck, famosa per aver affondato l'inglese HMS Hood e per la successiva caccia e distruzione a seguito di ciò; il suo nome evoca potere, la sua figura terrore, e non vi è pietà per i vascelli quando sono visibili chiaramente nel mare. Essa sconfigge ogni pericolo tra la nebbia, ghiaccio e neve, domina gli oceani e le profondità; "She spreads terror and death, When her cannons spit lead, She the ruler at sea, Gladiator of steel - Essa porta terrore e morte, Quando i suoi cannoni sputano piombo, Essa domina i mari, Gladiatrice d'acciaio" prosegue il testo, e in un'oscura e nebbiosa notte mentre si trova in mare aperto, passando tra gli Alleati senza essere vista dai loro radar, affonda come in un gioco mortale la citata nave inglese. Essa è rigogliosa di dignità, continuando la sua missione e gioendo di ogni vittoria, mentre i suoi cannoni vengono caricati; una maestosità solenne di ferro, per una dea della distruzione, che porta alti gli stendardi, mentre viene attaccata con settantuno missili torpedo, i quali non riescono ad affondarla. Ma un colpo fortunato la rende ingovernabile, costringendo l'equipaggio ad abissarla, poiché troppo orgogliosa per piegarsi, resa ora eterna in una gloria di ferro; un resoconto poetico della storia della nave, in un contesto bellico che entra a far parte del mondo tematico della band. "The Krusher - Il Distruttore" si apre con una chitarra oscura e tetra, supportata da una batteria cadenzata che s'incastra tra fraseggi spettrali; al tredicesimo secondo partono piatti e  giri ripetuti, mentre fanno capolino i versi squagliati di van Drunen. La marcia funesta prosegue con la sua atmosfera ieratica fino al trentottesimo secondo; qui il cantato gutturale si sposa su bordate spacca ossa ripetute, che rendono l'andamento più devastante ed aggressivo. Al primo minuto si torna alle coordinate precedenti, più lente, ma sempre cariche di una tensione palpabile e sinistra più terrificante di qualsiasi attacco diretto; il tutto giocato su riff e rullanti di batteria che en delimitano il movimento trascinato. Al minuto e ventiquattro si torna sui giri rocciosi, che spingono in avanti la composizione, instaurando attacchi monolitici; largo quindi al rallentamento, con un'alternanza ossessiva non forse molto tecnica, ma di sicuro effetto. Al secondo minuto e otto ci si lancia in una cavalcata a media velocità, dove riff schiaccia sassi e chitarre da guerra accompagnano le grida sgolate di van Drunen, mentre la doppia cassa si fa sempre più pestata, fino a raggiungere velocità insolite per i nostri; si prosegue quindi con la galoppata sferragliante dove sono i giri ripetuti a creare un caos sonoro che non ha tregua. Al terzo minuto e sette tornano le vocals maligne del cantante, lanciate tanto quanto la strumentazione, mentre in sottofondo si ripetono grevi giri di chitarra punitivi; al terzo minuto e ventotto ritroviamo falcate rocciose corrosive, ripetute in modo magistrale in un assalto da tregenda. Al terzo minuto e quarantuno tornano i rallentamenti doom, ricchi di fraseggi spettrali e rullanti di batteria; al quarto minuto e sei si torna su coordinate più energiche, ma sempre controllate, dove van Drunen torna con la sua voce sgraziata supportato dalla marcia sonora delimitata da rullanti. Proseguendo ci si apre anche a growl cupi, mentre al quarto minuto e mezzo s'inseriscono fraseggi severi  e rallentati con piatti cadenzati; al quarto minuto e cinquanta ci si velocizza con un trotto forsennato, dalle bordate che distruggono tutto e dai versi sguaiati di van Drunen, la cui voce poi scompare, lasciando posto ai montanti e ai colpi serrati di batteria, per tornare poi nel finale, prima della dissolvenza che chiude il pezzo. Il testo è un atto d'accusa verso l'uomo, sotto forma di un'apocalittica sentenza di morte da parte di una non meglio precisata entità cosmica; un'esistenza perniciosa, corrotta e depravata, dove le trame della superiorità presunta schiavizzano un'intera razza, questa è l'umanità per l'osservatore. Egli guarda dai cieli, testimone della vergogna, e gli fa attuare il verdetto di estinzione, il quale porterà fine al flusso di dolore; "Sick of your infantilism. dignity unknown, raise my hammer of justice, to krush the planet below - Disgustato dal vostro infantilismo, la dignità è (a voi) sconosciuta, innalzo il mio martello della giustizia, per schiacciare il pianeta" dichiara l'essere, poiché non vi è stato progresso nel tempo, e l'intelligenza è stata usata male da comunità di selvaggi ignoranti e confusi. Un piccolo mondo deriso che per  esso è una pila di letame, il quale non ha mai avuto armonia e che è strozzato dall'economia mentre dal fuoco inizia il caos e la fine, portando la vendetta celeste e il verdetto nato dall'avversione. L'esplosione finale vaporizza la vita, lasciando solo pezzi del pianeta, mentre finalmente la follia è morta; un testo quasi da film di fantascienza, il quale vuole essere, seppur nella sua ingenuità fantastica, in qualche modo morale e di avvertimento verso la razza umana, invischiata nel progresso estremo. "Serenade In Lead - Serenata Di Piomboci accoglie con effetti audio da film horror in crescendo, i quali culminano con un colpo in riverbero; ecco che al settimo secondo parte un riffing serrato e marziale supportato nei suoi giri a motosega dalla doppia cassa lanciata. Van Drunen interviene con le sue vocals squagliate, mentre il massacro sonoro prosegue greve ed imperterrito in sottofondo; al trentaseiesimo secondo i loop si fanno più granitici e concitati, sottolineando il ritornello fatto di declamazioni feroci perpetrate dal cantante ad oltranza. La tensione sale in un death diretto e insolitamente veloce per i nostri, con un muro di chitarre che prosegue alternando sezioni dirette e bordate veloci; si arriva al minuto e ventiquattro dove all'improvviso si passa ad un fraseggio distorto interrotto da alcuni riff. Esso evolve in una nuova corsa caotica, arricchita da drumming pestato; al minuto e cinquantaquattro riesplodono le grida di van Drunen, aumentando l'atmosfera folle e insolitamente tellurica del brano. Troviamo nuove alternanze tra scariche dirette e raccoglimenti rocciosi, mentre ormai le vocals sono un attacco isterico dai ritmi sincopati; largo a nuovi giri grevi, mentre al secondo minuto e trentotto partono impennate di batteria e muri di chitarra che instaurano un marasma sonoro che prosegue con punte squillanti e drumming dai rulli ossessiviSi prosegue a lungo così, trascinando il pezzo fino alla conclusione che vede feedback taglienti di microfono e strumentazione; un pezzo diretto e puramente death, che varia la natura del disco mostrando una band che sa anche non basarsi solo sulla ripetizioni di rallentamenti e velocità accostate tra loro. Il testo sembra affrontare temi politici dandoci in prima persona l'esperienza di un agente segreto che sovverte governi con la violenza; egli è l'eredità di anni di corruzione, lavora per l'intelligence e non ha un'identità o una nazionalità, cambiando le sorti della nazioni, senza un vero nome e giocando alla rivoluzione, senza pietà e senza tregua come una peste, mentre pulizia viene fatta. "I am the nightmare of all systems, The anger burns deep, A perfect killing machinery, Hey Mr. President get some sleep - Sono l'incubo di ogni sistema, La rabbia brucia profonda, Una perfetta amcchina assassina, Hey Signor Presidente è ora di dormire" continua il testo, e il protagonista continua con un dirottamento nell'est e un omicidio nell'ovest, giustificando tutto con un fine per lui buono, che lo porta ad uccidere nel nord e a bombardare nel sud, mentre un altro paio di bastardi muore senza negoziazioni o inutili convenzioni; egli sovverte i regimi con la forza e massacrerà leader mondiali con le armi che loro stessi danno, senza che nessuno possa fermarlo. Distruggerà la nostra società, cambierà la storia, spezzerà la loro passività e la loro diplomazia; riformerà il mondo tramite giustizia e terrore, con una furia rabbiosa che brucia ogni stato, con mine proiettili, esplosioni, bombe e pistole, facendogli mangiare le loro scorie atomiche . Egli è il distruttore, e controlla il detonatore, sorridendo mentre lo schiaccia e distrugge le ambasciate, sottomette democrazie, e arriverà al punto di cacciare i reali inglesi; mira con precisione reclamando delle vite, centrando le teste e provocando confusione intorno, grazie alla quale non verrà preso, lasciando una serenata di piombo. Un'altra sorta di immagine poetica su un argomento molto in voga all'epoca, quello delle spie e degli intrighi mondiali, a ridosso della fine della guerra fredda; troviamo quindi anche argomenti che esulano dal tipico horror, anche grazie all'influenza dei Bolt Thrower e del loro mondo bellico. "Last One On Earth - L'Ultimo Sulla Terra" è la title track, la quale si struttura con tamburi inquisitori e giri grevi di chitarra ricchi di melodie oscure ed epiche, delineati dai piatti di batteria; al venticinquesimo secondo parte una marcia da panzer giocata su chitarre rocciose, la quale avanza lenta, ma potente, insieme a fraseggi sepolcrali. Al quarantottesimo secondo si introducono i guaiti infernali di van Drunen, mentre tutto rallenta in un suono dilatato e strisciante dalle trame tetre e allo stesso tempo ieratiche; al minuto e dieci ritroviamo i riff marziali che avanzano devastanti e soppesati, mettendo sotto tutto quello che incontrano. Si prosegue così, con un effetto ipnotico dove le vocals squagliate trovano perfetta collocazione; al minuto e trentatré il movimento accelera leggermente con bordate frastaglianti e linee da motosega, con drumming cadenzato e presente. Si passa poi a nuovi rallentamenti epocali, alternati però presto con la modalità marziale, in un gioco di contrasti imperante che mantiene l'atmosfera tesa e  sepolcrale che domina il brano. La voce di van Drunen dimostra di non aver perso la sua natura "sgradevole", ma allo stesso tempo di inserirsi nelle trame sonore in maniera perfetta, completando il quadro offerto; largo quindi a giri rocciosi fino al terzo minuto e dieci, dove si passa dopo una brevissima cesura a ritmi più sostenuti, sferraglianti e severi. Troviamo quindi rallentamenti con giochi di chitarra squillanti e piatti cadenzati, i quali inevitabilmente sfociano in nuove marce oscure, presto alterante a nuove esplosioni potenti dai galoppi ricchi di giri corrosivi; ma la natura doom è sempre dietro l'angolo, e al quarto minuto e trentatré si torna a strisciare con fraseggi solenni e batteria cadenzata, mentre arpeggi grevi di basso trovano collocazione con i suoni distorti. Al quinto minuto e otto si aggiungono assoli spettrali, ricchi di atmosfera malinconica e  melodie eteree, offrendo uno dei pezzi migliori del disco, capace anche di esempi di musicalità eccelsa; intanto prendono piede nuovi panzer di chitarre tritacarne, che completano tastiere malsane in un crescendo epico dal sicuro impatto sull'ascoltatore. Ecco che si continua così, sino alla dissolvenza finale che chiude impeccabilmente l'ottimo brano, degno di portare il nome dell'album stesso; una grande prova di crescita compositiva da parte degli Asphyx,  con un suono greve, ma mai noioso, capace di variare in maniera corretta il songwriting. Il testo apocalittico mostra l'ultima testimonianza dell'unico uomo sopravvissuto ad un'ecatombe che ha sterminato la razza umana completamente; egli ci chiede di essergli testimoni, poiché è il sopravvissuto della sua razza, e ci racconta una storia di tristezza e genocidio, dove le specie  sono scomparse e gli alberi non possono più respirare, un dramma di suicidio collettivo. Mentre i loro bambini soffrivano in quello che una volta era un paradiso. L'utopia non era mai vicina, ma loro credevano di si, con menzogne e follia, ora tutto ciò che lui vuole è che le sue parole vengano ascoltate; "As we died because of our ignorance, As we died because of greed, Because of our stupidity, Now I'm the last one to scream - Mentre morivamo a causa della nostra ignoranza, Mentre morivamo per la cupidigia, A causa della nostra stupidità, Ora io sono l'ultimo a gridare" proseguono disperate le parole, mentre le montagne sorgono e gli oceani bollono, con le ultime convulsioni della Terra, mentre il calore scioglie ogni pietra e i vulcani eruttano. E' un caos cosmico senza speranza di rinascita, dove lui è testimone vivente del tormento e del dolore, condannato a vedere il pianeta morire; insieme alla tragedia, egli cerca conforto, ma sa che in eterno l'universo piangerà. Visioni dunque terribili legate ad un altro topos del periodo, quello della distruzione globale a causa delle armi nucleari, in un testo ancora una volta di denuncia verso gli orrori compiuti dall'uomo che porteranno alla sua distruzione. "The Incarnation Of Lust - L'Incarnazione Del Desiderio" parte con un riffing roboante intervallato da bordate e colpi di piatti; esso poi esplode in una cavalcata inquisitoria con doppia cassa e loop aggressivi.  Al trentacinquesimo secondo l'andamento si fa più contratto grazie a galoppate di chitarra circolari e drumming pulsante; ma ecco che al cinquantunesimo tutto si ferma con l'introduzione delle vocals i van Drunen, accompagnate da un andamento strisciante ormai familiare, greve e dai toni grandiosi grazie a fraseggi squillanti e distorsioni in evidenza. Il movimento è sospeso, quasi irreale, mentre anche la batteria prosegue lenta; quest'ultima al minuto e trentacinque si apre in una cesura di rullanti e digressioni ferrose, dove arpeggi grevi di basso compaiono in sottofondo. Si riparte quindi con loop decisi e batteria cadenzata, mentre il cantante riprende con le sue grida squagliate; ma è inevitabile il ritorno a rallentamenti doom che avanzano monolitici e solenni tra chitarre distorte e batteria dilatata. Si arriva su queste tetre note fino al  secondo minuto e quarantanove, quando si riprende con la corsa sferragliante dai toni rumorosi e dai muri di chitarra caotici; ecco però nuovi rallentamenti, sottolineati qui da alcuni fraseggi a motosega e giochi di batteria, mostrando anche un lato più tecnico dei nostri. Al terzo minuto e trentatré digressioni e rullanti fanno da cesura, mentre poi si riprende con la corsa aggressiva dominata da chitarre roboanti e grida disumana e sgraziate; al quarto minuto e sei parte una sequenza di bordate stagliate su grevi giri di chitarra, ripetute fino allo sfociare in una galoppata ieratica in doppia cassa, la quale prosegue ossessiva fino alla conclusione del pezzo; essa è segnata da un effetto squillante di chitarra che cessa tutto d'improvviso, per un episodio competente e piacevole, anche se non all'altezza di quelli migliori del disco. Il testo è una sorta di strana riflessione sulla natura del desiderio, vista in vari aspetti e contesti; esso è il nostro motivo, un dono divino, una sensazione bruciante che fa viaggiare la nostra mente, e che risveglia sentimenti che in genere nascondiamo, un desiderio che brucia la nostra anima. Da estasi ed eccitazione, ed emozioni nascoste ci fanno uccidere, così come il desiderio è ambizione e cupidigia, mostrandoci ciò di cui abbiamo bisogno; è desiderio ed è sesso, così come è richiamo per la vita e per la morte, un'infinità e una bestia per noi, che riflette festini proibiti. "Lust creates frustrations, burning psychic pains, Manic depressions will drive you insane, Put your mind open, enter yourself, Discover the savage behind its mental shell - Il desiderio crea frustrazione, dolori psichici bruciano, Depressioni maniacali ti renderanno pazzo, Apri la tua mente, entra in te stesso, Scopri il selvaggio dietro lo scudo mentale" continua la narrazione, definendolo poi libertà e maledizione, che ci guida nel bene e nel male, una lacrima ed un sorriso, gioia e rabbia che danzano nella nostra mente, sia uomo che donna; ci si chiede chi comprende la guerra tra i sessi, e soprattutto chi comprende che siamo bambini quando i nostri spiriti sono liberi. Come detto un testo astratto che affronta il tema del desiderio da vari punti di vista; un ulteriore arricchimento tematico delle visioni dei nostri. "Streams Of Ancient Wisdom - Flussi Di Antica Sapienza"  è una registrazione di un pezzo risalente al singolo/demo "Mutilating Process" del 1989; essa inizia con una marcia cadenzata segnata da mitragliate di chitarra e batteria quasi meccanica, con un effetto trascinante ed imponente. Tutto ciò anche grazie al basso greve in sottofondo; al sesto secondo si rallenta con chitarre dilungate e sinistre, mentre anche il drumming si fa sospeso e cadenzato. Ritroviamo dunque parti doom lunghe e oscure, dove van Drunen striscia con le sue vocals malevoli sottolineate da riff rocciosi; si prosegue così fino al cinquantaseiesimo secondo, dove una serie di loop marziali diventa protagonista in un andamento marziale terribilmente death. Esso viene delimitato da alcune chitarre circolari, in un movimento deciso; al minuto e dodici prendono posto fraseggi distorti epici, ma sempre taglienti. Parte poi un panzer fatto di batteria come tamburi e chitarre ad accordatura bassa, dall'andamento claustrofobico che va salendo d'intensità fino all'esplosione al minuto e trentasette di assoli tecnici dalle scale altisonanti, dalle costruzioni elaborate; ma è il grezzume sonoro  a dominare, con il ritorno dei riff massacranti e delle vocals mortifere di van Drunen, stabilendo ancora una andamento rallentato che si apre a nuovi riff coadiuvati a piatti di batteria. Al secondo minuto e trentaquattro esplode una cavalcata da tregenda caratterizzata da un muro di suono roboante di drumming e chitarre corrosive; essa però si ferma presto con rallentamenti squillanti, slavo riprendere ancora più punitiva. Il songwriting è mutevole, ed ecco che al secondo minuto e cinquantacinque battiti serrati e loop marziali proseguono in un effetto devastante e monolitici, il quale  va scemando in dissolvenza; si conclude così questo brano potente e pesante, abilmente rielaborato dal gruppo olandese in funzione del nuovo disco dotato di una produzione e di una tecnica decisamente superiori al passato. Il breve testo parla di visioni del passato che penetrano la mente del dormiente, portandolo in luoghi lontani e mistici; flussi di vita antica scendono dall'alto, visioni del passato che entrano nella mente mentre dormiamo. Si tratta di un viaggio di anime dimenticate, attraverso la notte antica, che camminano attraverso noi, "As you scream terrified, Those who once were, Cry out to you - Mentre gridi, terrorizzato, Coloro che una volta erano, Ti gridano addosso"; e il passato  scorre mentre dormiamo. Un insieme di suggestioni e visioni dal significato concreto poco chiaro, ma che delineano un'esperienza mistica misteriosa e dai lati oscuri, viaggi onirici che ci portano verso lidi lontani; non a caso si tratta di un testo legato ai primissimi demo della band, dove prevale l'aspetto misterioso e mistico del death vecchia scuola. "Food For The Ignorant - Cibo Per Gli Ignoranti" è introdotta da chitarre circolari taglienti e batteria dai rullanti incessanti; al tredicesimo secondo parte un fraseggio distorto con drumming pulsante, il quale cresce d'intensità fino ad esplodere in una cavalcata veloce dove van Drunen urla tutto il suo disprezzo malvagio. Al trentatreesimo secondo si rallenta con la ripresa dell'andamento iniziale, dalle bordate rocciose e dai rullanti ripetuti; si torna quindi alla velocità massacrante, dominata da riff spacca ossa e batteria cadenzata; al minuto e tredici ci si ferma con una cesura distorta, la quale si organizza con giri circolari roboanti e carichi di tensione caotica. Essa si tramuta in una nuova galoppata tagliente in doppia cassa, dove il cantante si da a grida isteriche e ritmate, sottolineate dai loop ossessivi delle chitarre; si arriva la minuto e cinquanta, dove un panzer monolitico prende piede strisciante, mentre poi si aggiungono campionamenti grevi e rumorosi come di suoni industriali. Essi cessano lasciando posto ad un riff ripetuto, marziale e severo, che crea una tensione dittatoriale ben strutturata; improvvisamente al secondo minuto e trentasette si parte con una nuova corsa a motosega dalla natura death, costellata da grida e piatti di batteria. A l terzo minuto  e otto giri ferrosi completano il marasma sonoro, in un caos aggressivo, alternato poi all'andamento precedente più diretto; largo quindi al terzo minuto e quarantasette a riff rocciosi, potenti e robusti, protratti  a lungo fino al quarto minuto e quindici. Qui un fraseggio distorto  ed un drumming ritmato fanno da cesura, prima di esplodere in un'ultima galoppata da tregenda, dai muri di chitarra ossessivi; la chiusura è affidata infine a rullanti a cui seguono effetti squillanti in loop, sino al silenzio. Il testo è un attacco alla religione e all'idea di bene e male predefiniti, usati come scusa per il controllo; entrambe le due religioni sono sbagliate, ma entrambe dicono che ci renderanno forti, una significa il bene, l'altra il male, termini che il narratore non ha mai davvero compreso. Si tratta di due avversari con molto in comune, mentre la scelta è nostra tra angeli e demoni; sacro o profano, scritto in bianco e nero, teorie che vengono da libri di sporche menzogne, dove la parola magica in diverse visioni della vita è sempre la paura. I due lati sono semplici, Dio o Satana, in un'idolatria che scorre su fiumi di sangue, mentre la storia è coperta con dolore ed ipocrisia, mentre le anime non attente vogliono essere ottenute dagli ingannatori; "Sacrifices, ceremonies, desecrations, Tranquility, blasphemy, desperation, Divinity, impiety, indoctrination, Afterlife, eternity, mind consumption - Scarifici, cerimonie, dissacramenti, Tranquillità, blasfemia, disperazione, Divinità, empietà, indottrinamento, Aldilà, eternità, consumo della mente" prosegue il testo, cibo per gli ignoranti coloro che non sanno, dai quali il narratore si distanzia avendo imparato abbastanza dalla vita, capace di vedere il loro spettacolo per ciò che è. Il gregge viene tenuto in un sacro abbraccio, un piacere proibito per una razza bastarda,  glorificazione per una mente suprema, un redentore che soffre, salvezza per l'umanità; si tratta di parole vuote da una chiesa che è quasi morta, visioni vuote da una vuota testa satanica. Il protagonista è disgustato di tutto questo, credendo in ciò che vuole e attenendosi a ciò; nessuno al mondo può fargli cambiare idea, e manda a quel paese chi non ha nulla da dire. Un episodio legato all'attacco alla religione organizzata, tema caro al death; non certo quindi originale, ma strutturato in maniera abbastanza ragionata per la media del genere, evitando facili blasfemie, pur non rinunciando ad alcune immagini volutamente provocatorie. "Asphyx (Forgotten War) - Asphyx (Guerra Dimenticata)è l'attacco finale del disco, stabilito inizialmente con un suono di chitarra spettrale e distorto che si dilunga con i suoi giri nebbiosi ed onirici; al trentesimo secondo improvvisamente esplode un riffing imponete dai giri rocciosi e dai fraseggi squillanti, dove la batteria delimita il tutto con piatti e colpi sicuri. Il loop e portato avanti con una ripetizione ossessiva fino al minuto e undici. Qui suoni grevi di basso fanno da cesura, dopo la quale parte un galoppata thrash in doppia cassa supportata dai versi quasi gutturali di van Drunen, sempre però gridati con veemenza; al minuto e quarantacinque riprendono le cascate di riff macinanti in un effetto cadenzato che spinge in avanti al composizione sottolineato da punte squillanti. Si continua  a lungo su queste note, con un muro di suono corrosivo che mostra la band al massimo della violenza monolitica e del caos distorto; al secondo minuto e venticinque una digressione fa ad cesura, arricchendosi poi di riff potenti. Ecco che parte la doppia cassa accompagnata dalle vocals sgraziate del cantante, sempre disperate e ben legate agli assalti distorti delle chitarre, vere e proprie mitragliate continue; intanto il drumming si giostra tra rullanti di pedale e giochi ritmici, facendo da perfetto completamento alla sequenza strappa carne continua. Al terzo minuto e trentadue passiamo a rallentamenti solenni dai fraseggi epici e spettrali, sottolineati da arpeggi ferrosi di basso; il tutto mantenendo robustezza, anche nell'improvvisa serie di bordate che segue, devastante. Si continua sull'alta tensione, mentre van Drunen declama disperato il testo, raggiungendo il quarto minuto e ventinove; qui nuove scariche dalle mura di chitarra e dai fraseggi squillanti si dispiegano fino al quinto minuto e dodici. Ecco quindi ultime galoppate serrate che conclude il brano, e anche l'album qui recensito, lasciando solo il silenzio; un viaggio nel death dalle punte doom più cupo e mortifero, qui sviluppato in un canto del cigno di quella che per molti sarà sempre la formazione migliore del gruppo. Il testo torna a trattare di temi bellici, dedicato ad una guerra misteriosa e dimenticata; marciando nella battaglia, per una guerra che non conosciamo, guardiamo le facce spaventate, che sembrano vecchie, mentre il fronte principale dice le sue preghiere augurando loro bene, anche se non torneranno mai da questo amaro inferno vivente. Le trincee attendono, tombe fredde e umide, mentre ubbidiscono a folli ordini, soldati quindi schiavi; "They will die in the war, Between all the filth and gore, Is there any glory, In this heroic story - Moriranno in guerra, Tra lo sporco e l'orrore, C'è una qualche gloria, in questa storia eroica" prosegue il testo, mentre poi guardiamo coloro che causano questo, analizzando i loro giochi e trovandoli colpevoli, mentre crogiolano nella vergogna, eletti dalle persone a cui hanno promesso una guerra. Ma ora abbiamo visto il massacro, e non lo vogliamo più; i politici si nascondono, una feccia codarda e puzzolente, che mostra il suo potere in una guerra che è appena incominciata, progettando investimenti nella difesa, chiedendosi chi sarà il loro gioco, mentre il narratore pensa che dovrà scatenare una rivoluzione e spazzarli via. Una critica sociale contro la guerra, simbolo di molti conflitti avvenuti e che avverranno, frutto del potere e della cupidigia umana. 

Un disco che fa parte della storia del death metal, e della discografia dei nostri; come detto per molti il punto più alto della loro carriera, il quale ironicamente poteva essere ben diverso. Infatti pare che le vocals siano state registrate da Drunen senza sapere che subito dopo sarebbe uscito dalla band, e c'era la possibilità che fossero registrate di nuovo dal cantante successivo; sono invece state mantenute dagli altri, contribuendo con il loro growl malato all'effetto complessivo del disco, altrimenti difficilmente riproducibile. L'anima doom si amalgama a quella death senza stacchi o grosse ingenuità, e se come detto gli Asphyx non brillano per tecnicismo, sono le atmosfere putride e malvagie il loro punto forte; quest'ultime vengono efficacemente portate avanti dal basso greve, e trasformate in sferzate violente grazie ai riff marci di chitarra. Un album che stabilisce dunque i canoni della band, e con il quale spesso ogni sua futura uscita verrà confrontato; è anche un metro facile per capire se il loro suono fa per noi, infatti se questo episodio ci risulta indigesto, difficilmente potremo apprezzare il gruppo in toto. Un suono oscuro e morboso che ha una sua anima, la quale è putrefatta e malsana; ciò si conserva sia nei passaggi lenti, sia in quelli più veloci come "Serenade In Lead" e "Food For The Ignorant", mantenendo una certa unità atmosferica che caratterizza il disco, ben riportata dalla macabra copertina di Axel Hermann, il quale rimarrà praticamente autore di quelle di tutti i loro dischi. Il tutto comunque allo stesso tempo violento ed aggressivo, molto più che in passato, dimostrando il raggiunto equilibrio tra elementi, ironicamente sul punto di chiusura della formazione "classica"; dovranno passare due anni prima che i nostri tornino con l'omonimo terzo album, il quale non sarà all'altezza di quanto qui sentito, anche a causa di una nuova formazione che non dimostrerà la stessa coesione qui trovata. Le vocals del nuovo entrato Ron van Pol saranno legate ad un growl cupo, ma più convenzionale, che rimanderà ad altri gruppi dell'epoca, mentre il songwriting sarà meno convincente, anche se paragonato ad altri gruppi dell' dell'epoca legati alla variante death-doom quali i Paradise Lost. Insomma un apice che non verrà ripetuto, pur in una discografia piena di buoni episodi, come andremo a vedere proseguendo con la nostra analisi; la tomba si apre di nuovo, e i miasmi ci assalgono con la band olandese, la quale risorgerà varie volte con nuove formazioni dopo riposi anche di molti anni.

1) M.S. Bismarck      
2) The Krusher          
3) Serenade In Lead 
4) Last One On Earth           
5) The Incarnation Of Lust                
6) Streams Of Ancient Wisdom      
7) Food For The Ignorant    
8) Asphyx (Forgotten War)  

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