ASPHYX

Incoming Death

2016 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
01/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Rieccoci a parlare degli olandesi Asphyx, alfieri ormai da lungo tempo del death metal più mortifero ed allo stesso tempo ancorato all'idea più old school del genere; pur avendo subito, negli anni, qualche cambiamento a livello di suono e soprattutto a livello di line up. Oggetto della recensione odierna è naturalmente il loro ultimo disco "Incoming Death - Morte Imminente", pubblicato quest'anno per la Century Media Records. La loro carriera inizia a fine anni ottanta con una serie di demo leggendari (ricordiamo "Crush The Cenotaph" e "Mutilating Process"), vedendo già in questa prima fase un cambio di personale che porterà alla prima formazione ufficiale, con Martin van Drunen dei PestilenceBob Bagchus ed Eric Daniels, la quale produrrà il debutto "The Rack" nel 1991 e quello che per molti è il loro capolavoro insuperato, ovvero "Last One On Earth", del 1992. Seguiranno vari rimpasti, cambi, scioglimenti, pause e riprese, tra dischi anomali come "God Cries" del 1996, dal taglio decisamente più thrash/punk e con il precedente membro Theo Loomans come cantante, e ritorni al death più morboso come "On The Wings Of Inferno" di inizio millennio; in tutto questo non bisogna dimenticare il side project/"secondo nome" Soulburn, rendendo il tutto ancora più complicato, in una discografia lunga ed abbastanza varia, pur rimanendo ancorata al death metal europeo mischiato con gli aspetti più putridi di quello d'oltreoceano. Diventati icone e venerati da molti amanti del genere, i Nostri pubblicano poi una serie di dischi dal successo costante, anche se criticati da alcuni per la produzione spesso molto moderna e per un certo modus operandi collaudato di fondo, ripetuto senza l'estro del passato: parliamo di lavori come "Death.. The Brutal Way" e "Deathhammer", sempre caratterizzati da un suono che non vuole abbandonare nello stile l'idea originaria di death, e da testi legati all'horror e alla fantascienza, nonché agli ideali di "purezza" nel genere musicale suonato (mostranti atteggiamenti un po' goffi, a volte da "true del death"). E' quindi in questo contesto che s'inserisce il già citato ultimo lavoro della band, il quale ci offre una serie di pezzi che alternano numeri doom/death ed altri più diretti e veloci, senza nascondere alcune influenze legate al death bellico dei compianti Bolt Thrower ed alla scuola svedese, legate ad un anima anche thrash che rinuncia ad elementi eccessivamente brutal o tecnici, cercando invece l'atmosfera mortifera anche grazie all'ormai inconfondibile stile vocale di Van Drunen, qui accompagnato da Paul Baayens (chitarre), Alwin Zuur (basso) e dal nuovo arrivato Tormentor (Stefan Hüskens) come batterista; possiamo però notare, soprattutto nelle parti più lente, una maggiore ricerca della melodia lineare, là dove in passato invece l'influenza del Celtic Frost e degli Hellhammer portava ad atmosfere ben più malsane, ed in generale un songwriting focalizzato sulla facile presa dell'ascoltatore. Non necessariamente questo è un male, e i brani funzionano e sono più che godibili; ma chi volesse rivivere le atmosfere e i suoni dei primi lavori (come dire..) "pienamente", rimarrà deluso: gli Asphyx moderni offrono un death sicuramente non estraneo alla loro storia e carriera, ma di sicuro, per quanto legato all'old school, lontano da ogni estremismo underground. Per quest'ultima peculiarità, tuttavia ci sono ormai una marea di gruppi, più o meno meritevoli a seconda dei casi, dediti alla scuola war e/o bestial metal. Ergo, trovare del materiale non sarà difficile, altro motivo per il quale non possiamo certo crocifiggere gli olandesi per non averci "donato" un qualcosa che possiamo trovare invece in migliaia d'altri contesti. Ma non parliamo certo, attenzione, di un disco "molle" o comunque sperduto in chissà che limbo. Il trademark è quello che ogni amante del Death apprezzerà senza dubbio: quindi, chitarre a motosega, vocals folli, rullanti fulminanti, cambi di tempo. Sono quanto dobbiamo aspettarci, tra riff rocciosi e giri circolari thrash alla Slayer, senza dimenticare marce imperanti e fraseggi evocativi; insomma un armamentario che renderà soddisfatto ogni aficionado del death vecchia scuola senza fronzoli, a patto come detto di non aspettarsi una rivoluzione del genere od un lavoro dalla produzione lo-fi ultra underground. Tutt'altro, alla consolle troviamo infatti un vero veterano, il cui nome è divenuto negli anni sinonimo di ultra-garanzia. Mixing e Mastering affidati, infatti, al famoso Dan Swanö, il quale ha prestato agli olandesi i suoi notevoli servigi, aiutandoli ad ottenere ancora un prodotto che fosse alla totale altezza del nome di entrambi.


Candiru

Si parte con "Candiru" e con il suo tempestoso fraseggio distorto, il quale presto si lancia in una corsa dove la voce sgolata di Van Drunen si unisce ai colpi secchi e veloci di batteria e ai riff ossessivi di matrice thrash, raccontandoci una storia che farà accapponare la pelle ad ogni uomo, e non solo. Egli ci parla del soggetto del titolo della canzone, un pesce parassita che infesta le branchie dei pesci più grandi, succhiandone poi il sangue da un'arteria. Ma il vero orrore (per noi) è quello che capita quando esso incontra l'apparato riproduttivo maschile degli esseri umani; eccolo in profondità nelle acque dell'Amazzonia, dove se ne trovano a gran numero della sua specie, pesci definiti dal Nostro come vampiri e parassiti, dotati di un disgustoso appetito. Una cavalcata furiosa che al ventisettesimo secondo aggiunge alcuni motivi apocalittici di basso, conoscendo poi esaltazioni rocciose coadiuvate da cesure con bordate riassuntive, mentre il cantante prosegue con la sua descrizione. "The flow provides translucence, Hematophagist, Preying on fertile hosts, Bloodsucking fish - Il flusso da la traslucidità , divoratore di sangue, preda gli ospiti fertili, un pesce succhia sangue", parlando poi di come il pesce infesti ogni animale, sostentandosi con il cibo liquido; un organismo osceno, il quale si rivela nel suo orrore completo: esso penetra il glande, e conficca le sue spine, provocando un dolore sempre maggiore mentre il suo corpo si espande. Si prosegue quindi con il motivo dritto e senza fronzoli, per un episodio death vecchia scuola dove la doppia cassa e le chitarre scorticanti dominano lo scenario sonoro; i motivi si ripeto quindi con alternanze non certo troppo tecniche, ma esaltanti per l'ascoltatore, mentre il racconto prosegue arrivando al punto in cui il pesce, sazio, abbandona il suo rifugio temporaneo. Ecco che al minuto e venti esplodono montanti epici dai loop circolari spacca ossa, creando una marcia da tregenda dal gusto possente; essa s'infrange poi contro una cesura improvvisa con digressione colpi di batteria, la quale sia apre ad un fraseggio thrash evocativo, chiuso da una bordata ritmica. Inevitabile ora la ripresa della corsa senza freni, la quale si lancia con i toni deliranti del cantante in saggi consigli per evitare di essere vittime dell'animale: non usare le sponde nella giungla come latrine, perché il Candiru usa il flusso di urina come un mezzo per entrare e divorare i tessuti interni. Nuovi riff punitivi ed attacchi death si manifestano, chiudendosi poi con un montante improvviso, il quale zittisce il tutto, ma non prima di completare il quadro horror della narrazione: la conseguenza dell'essere stati poco accorti è l'amputazione dell'organo gentile mutilato. Un pezzo veloce, breve e deciso, il quale mette le cose in chiaro presentando la natura del disco legata al death vecchia scuola riportato ai nostri tempi, tra una produzione non troppo levigata, ma nemmeno confusionaria.

Division Brandenburg

"Division Brandenburg - Divisione Brandeburgo" ci accoglie con un fraseggio greve dilungato, il quale instaura un'atmosfera solenne ed evocativa; ecco quindi che una marcia di chitarre roccioso e drumming cadenzato sovrasta il tutto, imponente, sviluppandosi fino all'esplosione delle vocals rabbiose di Van Drunen e dei montanti rocciosi e pesanti di matrice thrash. Il testo ci parla del unità Brandeburgo, ovvero il battaglione delle forze speciali dell'esercito tedesco (Wehrmacht) in attività durante la seconda guerra mondiale, toccando uno dei temi prediletti degli Asphyx; come fantasmi nella terra di nessuno durante il tramonto, esse si muovono in segretezza dietro le linee nemiche come piccole unità, con una missione top secret. Il movimento poi si alterna con parti più rallentate, dove torna il fraseggio iniziale con batteria quasi rituale, regalandoci un'anima più doom e mortifera; riecco di seguito le sfuriate taglienti, le quali comunque mantengono tempi medi, pur nella loro furia distorta ben sentita: specializzate nelle lingue straniere, le truppe sanno infiltrarsi e spiare, ma sanno anche combattere a mani nude e sabotare. Non mancano poi parti a motosega, le quali sferzano il songwriting diretto ed ossessivo, dove vocals da non morto e chitarre circolari s'incastrano in un mantra maligno; "Capturing bridges, Securing docks, Sezing detonators, Wreaking havoc, In mountains and deserts, Arctic ice plains, Bleeding to death, And bled dry again - Catturando ponti, occupando porti, attivando detonatori, portando scompiglio, tra monti e deserti, e anche pianure artiche. Sanguinano fino alla morte, versando sangue che si asciuga ancora" prosegue il testo, nella sua descrizione delle attività dei soldati speciali, mentre ritroviamo al secondo minuto e quattro marce con montanti severi e ritmica quadrata, le quali poi si aprono con i soliti attacchi in loop, esaltanti ed incisivi: i Nostri vengono raramente menzionati nei rapporti di battaglia, ma ricevono le più alte insigne, destinati a scomparire nel nulla dopo la guerra, lasciando nel mistero il loro fato . Largo nel finale alla nenia da cimitero, la quale chiude con un'aria malsana tanto quanto quella iniziale il pezzo; qui abbiamo dunque un esempio di tempi più controllati, non certo comunque inediti per la band, famosa anzi per offrire spesso un death di matrice più lenta e paludosa, legato a nomi quali gli Autopsy.

Wardroid

"Wardroid - Droide Da Guerra" si apre con un bel motivo di batteria molto vecchio stampo, sottinteso da un fraseggio preparatorio, e poi violato da un riffing epico dalla presa immediata, il quale perdura a lungo creando un'atmosfera esaltante per l'ascoltatore; al trentaquattresimo secondo Van Drunen torna con il suo solito tono cavernoso e sgolato, mentre le chitarre sommesse si mantengono nervose e distorte, sottolineate da alcune bordate più incisive. Parte il racconto fantascientifico incentrato su truppe multidimensionali formate da robot guerrieri, impegnati in un'eterna campagna di guerra dove sono giudici e correttori dei torti; ecco che Il motivo iniziale torna instaurando una linea melodica accattivante, sul quale esercizi ritmici e strilli cupi si alternano in una sorta di ritornello da ghoul. Costruiti millenni prima, i protagonisti del testo sono stati creati da una razza estinta da tempo, tenuti ora in vita da un programma senza fine, il quale li spinge a giudicare ed eliminare intere civiltà; riprendono quindi i modi stratificanti di poco prima, con un passo pachidermico dove giri rocciosi delineano il passo opprimente della composizione, mentre prosegue il racconto, tra sensori che stimano e sistemi di navigazione, lame che girano, e droni da guerra che gravitano. Si riproporne di seguito il motivo portante, chiarendo ormai le alternanze dominanti, mentre ecco che al secondo minuto cinque un assolo evocativo prende posto con le sue linee malinconiche, arricchendo di emotività spettrale il brano. Ma le sorprese sono dietro l'angolo, e ci si alterna con una marcia da panzer improvvisa con chitarre drammatiche e pesanti, dove le parole ci descrivono uno scenario altisonante con monoliti di lonsdaleite e scanner che leggono la mente dei belligeranti, analizzando la situazione; essa lascia poi ancora posto al bel movimento di poco prima, con un gusto classico ben dosato. Riecco ancora quindi le bordate spaccaossa, dove i conquistatori sintetici ricaricano i loro reattori, preparando i cannoni ruggenti e mettendosi in modalità da guerra; seguono poi fraseggi a motosega e toni apocalittici, i quali conquistano l'etere, riproponendo il ritornello ammaliante. Esso collima in un andamento tribale con vocals da non morto e disturbi di chitarra uniti ad effetti campionati, il quale va a perdersi in dissolvenza chiudendo così un episodio che rientra tra i migliori del disco; compiuta la propria opera, i robot terribili distruggono il pianeta, pronti a spostarsi su un altro e ricominciare l'opera. 

The Feeder

"The Feeder - L'alimentatore" parte con delle roboanti bordate rocciose unite a piatti pestati, creando un'apertura thrash poi commutata in una carica dai giri circolari e dalle grida sguaiate di Van Drunen, con un loop da carro armato lanciato che si ricollega alla lezione dei già citati Bolt Thrower; il testo narra di un paradossale racconto di perversione estrema, con un protagonista che cerca su internet una concubina adatta per soddisfare le sue perversioni. l'andamento ottenuto si ripete ossessivo con toni taglienti e ritmica diretta e pestata, dove poi si uniscono anche fraseggi esaltanti coadiuvati da bordate ritmiche, dandoci toni quasi death'n'roll non così scontati per i Nostri; "Candlelight and flowers, fancy restaurants, She's devouring every course and he's got what he wants, Exciting voluptuosity, the feeder gets aroused Irresistible persuasion to move into his house - Luci di candela e fiori, ristoranti di lusso, lei divora ogni piatto e lui ottiene quello che vuole, l'alimentatore si eccita per la vollutuosità, irresistibile insistenza, per portarla a casa sua" continua il racconto, mentre sul piano musicale il songwriting non è forse tra i più vari in questo caso, ma al formula funziona, alzando la posta in gioco al minuto e mezzo grazie a chitarre dilatate ben presenti. All'improvviso parte una marcia spaccaossa con giri circolari e drumming cadenzato, la quale crea una locomotiva sonora ripetuta ad oltranza nei suoi montanti oldschool; il Nostro prosegue nell'istigare l'obesità della compagna, aumentando le sue calorie, raddoppiando le sue porzioni, in una vera e propria nutrizione da fattoria dove la guarda mangiare. Il capolinea è rappresentato da un rallentamento improvviso con fraseggi ariosi ed epici, con aria in qualche modo diafana, il quale però poi lascia ancora spazio al movimento precedente, creando una tipica alternanza non certo inedita nel modus operandi della band. Nuove bordate ci preparano per una corsa spericolata fatta di grida sgolate di Van Drunen e chitarre con riffing circolari; essa ci trascina con i suoi toni death verso un fiume in piena dove dominano toni taglienti, il quale si esaurisce in un'ultima serie di colpi di batteria e bordate squillanti di chitarra. Ottenuto quello che vuole, il protagonista soddisfa le sue voglie con la sua concubina immobilizzata nel letto dal peso, ma ormai la cosa si è spinta oltre: ecco che lei esplode in un mare di sangue, intestini e lardo, destinata a non tornare mai più: un finale tra il grottesco, lo splatter ed il nero umorismo.

It Came Fom The Skies

"It Came Fom The Skies - Venne Dai Cieli" è introdotta da un riffing devastante scolpito da una batteria forsennata, sul quale Van Drunen dispiega il suo cantato cannibale, ben supportato dalle chitarre a motosega e dalla ritmica feroce; il pezzo tocca temi cosmici, parlandoci di un asteroide proveniente da galassie remote, il quale attraversa gli spazi senza nome in una zona non identificata aldilà del sistema solare, nascosto in una nebulosa. Al quarantacinquesimo minuto fraseggi taglienti e stridenti creano impennate thrash moto efficaci e dall'impatto esaltante; si riprende quindi con l'andamento perentorio, non dimenticando mitragliate di chitarra e bordate impetuose. "Intruding explored cosmos, The menace now exposed, With hypervelocity, And it spreads unopposed, Atmospheric entrance, Disaster imminent, Gigantic collision, Impact event - Introducendosi nel cosmo conosciuto, la minaccia ora è esposta con super-velocità, dilagando senza opposizione . Un'entrata nell'atmosfera, disastro imminente, una collisione immensa, un evento da impatto", prosegue il testo, delineando un evento catastrofico improvviso; al minuto e venticinque ritornano i fraseggi evocativi, mentre di seguito alcune bordate forsennate creano una cesura contratta ripetuta nei suoi toni marziali. Qui giochi ritmici e brevi incursioni stridenti preparano una corsa lanciata in doppia cassa, la quale si libera in tutta la sua energia con tempi folli, loop massacranti di chitarra, e grida sguaiate; la superficie viene penetrata, e si creano megatoni mentre il sistema dell'asse di rotazione viene disturbato, collassando il campo magnetico. Si crea un mantra infernale diretto e senza molti fronzoli, il quale poi si esaurisce con epiche chitarre e ritornelli deliranti, offrendo di seguito ulteriori attacchi da tregenda, chiudendo il veloce pezzo con bordate nervose come scosse elettriche. Avvengono eruzioni globali mentre si rompe la crosta terrestre e le acque diventano acide, le specie si estinguono e le radiazioni sono immense, distruggendo il sistema ecologico e mettendo fine al Cenozoico , ovvero la nostra era. Degli Asphyx qui decisamente più "punk" e votati ad un death oldschool deciso e senza molte pause; non un capolavoro, e nemmeno qualcosa di inedito per loro, ma un episodio tutto sommato non negativo che funzionerà molto bene in sede live.

The Grand Denial - Il Grande Inganno

"The Grand Denial - Il Grande Inganno" parte con un fraseggio tetro ed evocativo, il quale si dipana in giri lenti e mortiferi, sui quali si stagliano le vocals rauche di Van Drunen; il testo parla degli orrori, spesso taciuti, commessi dalle truppe giapponesi nel territorio della Cina durante la seconda guerra mondiale, presentandoci la loro espansione brutale e selvaggia con anni di tormenti e soprusi. La marcia a tinte doom si arricchisce al minuto e sei di montanti marziali e melodie sinfoniche ariose e spettrali, donandoci anche una ritmica serpeggiante; il cantante prosegue con la sua narrazione, mentre riprende la processione sonora, la quale aggiunge dei blast cadenzati, collimando poi in assoli potenti e dal gusto classico, mostrando l'anima melodica del disco. Le donne sono state il primo bottino di guerra, mentre le loro richieste di pietà venivano ignorate, rapite e portate in "stazioni per il conforto", ovvero bordelli dell'esercito. Dopo una cesura dai passaggi di chitarra regali, parte una doppia cassa decisa la quale crea delle falcate thrash decise e dai loop a motosega: "Forced into the brothels, Abused and brutalized, Whole families murdered, Daughters dehumanized - Spinte nei bordelli, abusate e brutalizzate, intere famiglie sono state uccise, e le figlie disumanizzate" continua inesorabile il testo, parlando delle condizioni delle vittime in quelli che erano centri per lo stupro, dove vergini minorenni venivano stuprate, ed anche accoltellate, picchiate, o lasciate senza cibo, imprigionate in gabbie. I pestoni ritmici si riproducono in una sequela massacrante, andando poi a collimare in nuovi attacchi feroci; seguono rallentamenti familiari, restaurando l'atmosfera grandiosa e monolitica del brano, e prendono di nuovo posto gli assoli evocativi e toccanti, i quali creano una sequenza destinata a infrangersi contro una digressione sottolineata da un arpeggio sognante finale. Il testo completa la sua tetra narrazione parlando di iniezioni di veleni e della morte di ben diecimila persone, tra malattie e suicidi, in un'esistenza nel dolore costante e nella vergogna: atti per i quali non ci sono mai state scuse, e anche se ci fossero state, sarebbero arrivate troppo tardi.

Incoming Death

La Title Track (Morte Incombente?) ci assale subito con un riffing massacrante condito da batteria veloce e pestata, e vocals rauche di Van Drunen; Il testo parla di diversi scenari immaginari con minacce per la razza umana, ben rappresentando i gusti dei Nostri per il fantascientifico e l'horror. Nel primo un virus malevolo, il quale è letale e contagioso, un batterio che provoca un panico pandemico tra le masse, provocando isteria, mentre gli ospedali si riempiono di persone e gli scienziati cercano soluzioni inutilmente, poiché la piaga muta di continuo. Il suono si dipana in un movimento death-punk lanciato e tagliente, il quale non conosce sosta con le sue motoseghe impazzite ed i suoi rullanti di batteria assassini; il ritornello si manifesta con cori in growl, dove si narra di una morte imminente che rapidamente fa a pezzi, la quale minaccia l'umanità. Riprende quindi la corsa lanciatissima, dove le urla sgolate del cantante passano al secondo affresco oscuro: "Extraterrestrials arrive, Enormous fleet, No point in negotiating, All they want is meat, Commencing the bombardement, These bastards play it rough, Transporting cadavers, To their ships above - Extraterrestri arrivano, flotte enormi, nessun risultato nel negoziare, loro vogliono solo la carne, incominciano il bombardamento, questi bastardi giocano pesante, trasportando i cadaveri sulle loro astronavi in cielo" prosegue il testo, spostandosi sul racconto dalle pieghe fantastiche e narrando di alieni invasori senza pietà. Ora la composizione si ferma con una cesura pulsante ricca di fraseggi ben congegnati e piatti esplosivi, la quale poi si libra in una nuova cavalcata old school dove abbiamo anche effetti di riverbero sulle vocals; ecco quindi che si mostra il terzo scenario, dove suoni osceni si elevano dai cimiteri, dove sorgono i non morti in massa, massacrando in ondate e nutrendosi della carne umana. I loop sega ossa non accennano a fermarsi, così come la doppia cassa martellante, ma ecco che all'improvviso tutto si ferma, chiudendo il cortissimo episodio, una sorta di film horror ad episodi, racchiuso in una traccia lanciata e violenta.

Forerunners Of The Apocalypse

"Forerunners Of The Apocalypse - Araldi Dell'Apocalisse" parte con un riffing circolare dalle raffiche decise e dalla batteria ossessiva, il quale si manifesta con una serie di loop intervallati da versi del cantante; ecco poi il passaggio a fraseggi tetri e bordate marziali combattive, creando un'atmosfera evocativa. Riprende di seguito l'andamento iniziale, dove Van Drunen parte con il tema del brano, un racconto dagli aspetti storici, ovvero l'invasione mongola della Corasmia tra il 1219 ed il 1221, la quale diede il via alla conquista degli stati islamici da parte delle orde mongole; esse sembrano venire dall'inferno, nate a cavallo, una serie di guerrieri anticipati dal loro puzzo, una cavalleria che avanza, andando ad assediare Urgench in Kazakistan. Nuove melodie quasi malinconiche si stagliano sulla marcia possente dai blast decisi, mentre poi esplode il growl del Nostro, sempre tagliente e rauco, dandoci dei versi dove si descrivono le caratteristiche dei guerrieri, dotati di uniformi in pelle bollita ed indurita, placche d'acciaio sul petto, e anche i loro modi di assediare catapultando cadaveri infetti di peste e lanciando frecce; essi sono dotati di sciabole e arieti, e distruggono la resistenza, massacrando i sopravvissuti come maestri del genocidio. Fraseggi ben strutturati sottolineano gli ultimi versi con toni grevi, creando un'aria solenne; una cesura dai toni bellici blocca il tutto, aprendosi poi ad una nuova marcia decisa e dal gusto thrash: "Survivors of the carnage, Assembled on the plains, Calculated cruelty, All shall be slain, Methodical beheadings, Pile up the dead, Mass decapitation, Pyramids of heads - I sopravvissuti al massacro vengono raccolti con crudeltà calcolata, saranno massacrati tutti con decapitazioni metodiche, raccogliendo i morti e creando piramidi di teste" conclude il testo, terminando la narrazione degli atti violenti e spregiudicati degli invasori. Ecco che la sezione finale vede nuove arie tetre e grida rauche, andando poi a scontrarsi con una falcata conclusiva dai montanti squillanti e dalla digressione conclusiva in dissolvenza. 

Subterra Incognita

"Subterra Incognita - Sottoterra Sconosciuto" ci accoglie con un andamento lento e monolitico, costituito da fraseggi squillanti e corazzate pachidermiche delineate da piatti cadenzati; ecco che poi la marcia si alterna con pause ritmiche mentre Van Drunen ci racconta di un mondo sotterraneo nascosto agli occhi delle persone, fatto di labirinti sinistri dove le persone conosciute come "talpe" scavano i loro tunnel, un network di caverne dimenticate e catacombe immense, dove migliaia di persone scappate dalla civiltà hanno trovato una nuova casa. I suoni tetri iniziali riprendono piede, riproponendo le proprie chitarre dissonanti, mentre poi tornano i ritmi contratti creando un gioco di botta e risposta dinamico; s'inseriscono così assoli appassionati su montanti circolari rocciosi, dandoci un'atmosfera quasi acida e diafana. "Small ordered societies, Efficient communities, Existing under the streets, Between rats and neglected hounds, Building thriving shantytowns, Underneath, underground, Foundations of humanity, In the bowels of the city, Establishing autonomy - Piccole società ordinate, comunità efficienti, esistono sotto le strade, tra i ratti e cani abbandonati, creando ghetti sotterranei, fondamenta per l'umanità nelle viscere della città, stabilendo la propria autonomia" prosegue il cantante, descrivendo questa società sotterranea di reietti, mentre in sottofondo la musica si apre a nuovi riff circolari taglienti, i quali mantengono il movimento strisciante finora sostenuto. Il regno sotterraneo è dove finiscono I perduti, coloro che hanno fallito e ne pagano il prezzo, portando la propria croce; nuovi montanti da guerra preparano la ripresa della marcia mortifera dell'andamento diretto e pesante. L'elettricità è illegale, le gravidanze anonime vengono nascoste dalla carità, sui muri troviamo graffiti in galleria d'arte; i residenti parlano la stessa lingua, e sentono di appartenere a questo luogo, mentre sopra tutto è sbagliato, evolvendo in un processo degenerativo mosso dalla disperazione. Il comparto musicale segue gli andamenti che conosciamo, degenerando in un finale battagliero dalle falcate terremotate, il quale si disintegra in un fraseggio malinconico, la cui melodia viene ripresa in conclusione da note di pianoforte, qualcosa di abbastanza inedito per i Nostri, i quali dimostrano ogni tanto ancora la voglia di sperimentare.

Wildland Fire

"Wildland Fire - Fuoco della Terra Selvaggia" parte con un riffing circolare di matrice saldamente thrash, intercorso da bordate possenti; esso si apre ad una cavalcata rallentata sottintesa da chitarre taglienti e drumming cadenzato, dando poi spazio alle vocals rauche di Van Drunen e ai montanti di chitarra a motosega. Il testo parla di un terribile incendio, dove un orizzonte oscuro copre il Sole, come un meccanismo vivente della devastazione che ulula, causato da arsura, siccità, fulmini, combustioni spontanee, portando una distruzione estesa; un mostro indomabile, una pira formidabile in una catastrofe frenetica, il fuoco della terra selvaggia. La struttura si muove tramite loop di riff spaccaossa e rullanti di batteria decisi, intervallandosi poi con fraseggi vorticanti e nuovi assalti: La vegetazione brucia con abbondanza di carburante, mentre il vento feroce impedisce il salvataggio ed impavidi vigli del fuoco combattono il fuoco uniti, sopprimendo le ondate in condizioni estreme. All'improvviso una cesura roboante ferma il tutto, preparando una corsa forsennata coadiuvata da blast assassini e motivi ipnotici conditi da blast; "Anchor point located, rockslide, road or lake, To prevent outflanking, create the firebreak, Unbearable temperatures, hot embers fly, Prompting evacuation of the complexes nearby - Punti di attracco localizzati, frane, strade o laghi, per prevenire l'aggiramento si crea un tagliafuoco, le temperature sono insostenibili, le braci calde volano. Portando all'evacuazione dei complessi vicini." prosegue il cantante nella sua descrizione in growl, mentre la musica rimane un torrente di chitarre circolari lanciato. Troviamo nuovi giochi dal gusto thrash, mentre nuove cavalcate prendono piede tra rullanti in doppia cassa e riff massacranti: Milioni di acri vengono consumati dalle fiamme, e rimangono solo le ceneri fumanti, un inferno carbonizzato che arriva in alto, un calore appestante. Ecco quindi un ultimo galoppo dalla ritmica trascinante e dalle velocità telluriche, il quale si esaurisce in una serie di bordate sincopate, terminando il brano senza molte cerimonie; un episodio lanciato che ripropone molti stilemi cari ai Nostri.

Death: The Only Immortal

"Death: The Only Immortal - La Morte:L'unico Immortale" è il finale del disco, introdotto da riff regali e loop rocciosi che salgono d'intensità arrivando ad aggiungere un drumming pulsante arricchito da chitarre evocative ed ossessive; ecco poi rallentamenti dissonanti e graffianti, mentre un Van Drunen distante offre un vero e proprio inno alla Morte nelle sue varie incarnazioni mitologiche come Kali, Hel, Loviatar, Marzana, e molti altri nomi; le leggende parlano della reincarnazione, resurrezione, e del' aldilà, ma la verità verrà detta dalla presenza che sta nelle ombre, quando verrà il nostro momento di morire. Fraseggi malinconici e montanti epocali s'incontrano in un brano possente ed esaltante, dove una melodia macabra pervade il tutto, legandosi al tema delle parole; si passa dai rallentamenti, ad esplosioni giocate su riff ipnotici e fraseggi severi. La Morte è imperatrice dell'oscurità, regina delle ombre, messo della divina coscienza, e tutte le creature sono uguali davanti a lei nel regno del non ricordo; la voce del cantante passa da essere sotterranea e lontana, ad essere ben udibile, ed ecco che irnicamente egli descrive come occhi gialli piangono lacrime di sangue per i devoti ed infedeli, e noi siamo sciocchi nel piangere i morti, invece di piangere per noi. Dopo l'ennesima cesura più distesa ed evocativa, riprende il loop di chitarre dalla grandiosa marcia, mentre il testo continua a magnificare l'oscura entità: "Death, the only immortal, Erasing all pain and misery, Enthroned in a sphere of utter blackness, Locks the universe when she leaves, The most powerful of forces, Welcome absolution, Her caring embrace grants everlasting peace, Eternal oblivion - La morte, l'unico immortale, cancella ogni dolore e miseria, incoronata in una sfera di totale oscurità, la quale avvolge l'universo quando va via, la forza più potente, un'assoluzione benvenuta, il suo abbraccio affettuoso da pace eterna, oblio eterno." declama, mentre poi rallentiamo ancora su toni mortiferi, dove viene descritta come un bacio freddo ed amorevole, con il quale ogni cosa finisce, in un'estasi conclusiva. Prosegue il movimento strisciate dalla batteria serpeggiante, mentre bellissimi assoli melodici creano costruzioni dalle scale appassionanti, in una sorta di ballad nera che chiude con una lunga sezione intervallata da alcuni rullanti il pezzo, donandogli un'intensità che lo rende una perfetta conclusione per l'album.

Conclusioni

Un lavoro che prosegue nella direzione tracciata dai dischi post nuovo millennio dei Nostri, questa volta aggiungendo qualche melodia in più e tornando ad influenze death-doom più old school, tra una sorta di "ingerenza" europea di scuola svedese, senza poi scordarsi il grande fascino di quella americana; in ogni caso, la morbosità di inizio carriera non viene raggiunta, preferendo invece atmosfere evocative e robusti attacchi thrash. Ed in questo siamo in linea con gli Asphyx più recenti, ironicamente anche debitori dell'esperienza dei Soulburn, il gruppo in cui ora militano i due ex membri dei nostri Bob Bagchus ed Eric Daniels. Ancora una volta, piuttosto che unire momenti doom e momenti death più diretti negli stessi brani, i Nostri preferiscono adattare le loro due anime in pezzi ora veloci, ora mortiferi, distinguendo così le due tendenze; la produzione è migliorata rispetto all'ultimo disco, non comprimendo tutto e mostrando un suono più sporco ed adatto al loro stile. Certo, chi si aspetta i classici del passato o l'estro dei primi dischi, rimarrà deluso, è chiaro come ormai gli Asphyx abbiano trovato una formula che è anche mestiere, per fortuna ottimamente intrapreso; la già accennata melodia permette comunque di creare episodi interessanti ed evocativi, dove intervengono suoni presi dal metal non per forza estremo. Volendo fare dei paragoni, se nel passato il gruppo olandese era come un classico "z movie horror" dalle atmosfere malsane oggi irripetibili, in questo particolare frangente risulta invece essere più come un horror da tv. Con effetti speciali ed immagini ridefinite; entrambi possono essere buoni prodotti, ma di sicuro la nostalgia si affiderà al primo quando si vorrà pensare all'essenza del progetto. Van Drunen offre una performance tutto sommato funzionale, senza raggiungere i picchi della sua carriera, ma nemmeno i punti peggiori, mantenendo i suoi toni da ghoul delirante, i quali sono perfetti per il suono dei Nostri, specie negli episodi più lenti e mortiferi, mentre Baayens si divide tra montanti granitici, fraseggi spettrali, ed attacchi veloci di sana fattura death/thrash. Dal canto sui, il nuovo arrivato Tormentor si prodiga in un'esecuzione più tecnica rispetto a quelle del passato della band, ma lontana comunque da ogni eccessivo eclettismo non funzionale alla struttura dei brani. Insomma, tutto sembra filare estremamente liscio, se non fosse per un unico particolare che dobbiamo, per dovere di cronaca, mettere per forza in luce. In cosa consiste, dunque, la cosiddetta "pecca"? Soprattutto nel fatto che, nei momenti più doom, il basso di Zuur sia poco presente, problema questo che affligge molti dischi di metal moderno. Un particolare che non possiamo trascurare e che inevitabilmente fa sentire la sua presenza, minando leggermente il buon esito del tutto, nonché il giudizio complessivo. Il mondo tematico degli Asphyx, poi, sembra essersi del tutto allontanato dai racconti di non morti e riti oscuri, fenomeno comunque già notato nei lavori precedenti della band, soffermandosi su narrazioni grottesche, stranezze scientifiche, fantascienza, e racconti di storia, mentre questa volta non abbiamo commenti non troppo velati sulla scena musicale; anche questo toglie in parte alle atmosfere del passato, dove testi macabri e musica morbosa e mortifera si sposavano a perfezione tra di loro. I brani sono ora calibrati per la performance anche in sede live, offrendo una serie di riff veloci e cavalcate travolgenti dal groove esaltante, e anche lente suite dalla melodia ben chiara dove non sono rari fraseggi ed assoli. Insomma, è chiaro che il gruppo vuole divertirsi suonando quello che ama, ovvero un death/thrash con connotati anche doom, e anche se la giovinezza non è più molto dalla loro, sembra che le energie non li abbiano ancora abbandonati; il risultato di tutto questo è un disco che si conferma come un album migliore rispetto al precedente, ma inferiore a "Death.. The Brutal Way", il quale rimane il miglior esempio post reunion del loro sound. Tuttavia, il prodotto che abbiamo accuratamente sviscerato in ogni sua componente mostra sicuramente svariati pro. Ed i contro, per quanto evidenti, non possono certo insidiare il trono di quanto di buono è stato onestamente ed effettivamente fatto. Un disco potente, che coinvolge ed invoglia all'ascolto. Un mix di elementi in grado di catturare l'attenzione di ogni amante dell'estremo che possa definirsi tale. Sicuramente, un ascolto al quale vale la pena di dare più di qualche possibilità. Non proprio fiducia "incondizionata", ma comunque ci muoviamo su territori più che pregevoli. Tirando le somme: se siete fan del gruppo ed amate anche il loro sound più recente, acquistate pure ad occhi chiusi. Se invece non conoscete ancora gli Asphyx, correte subito a far vostro "Last One On Earth" e scoprite uno dei miglior gruppi death di sempre.

1) Candiru
2) Division Brandenburg
3) Wardroid
4) The Feeder
5) It Came Fom The Skies
6) The Grand Denial - Il Grande Inganno
7) Incoming Death
8) Forerunners Of The Apocalypse
9) Subterra Incognita
10) Wildland Fire
11) Death: The Only Immortal
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