ASPHYX

God Cries

1996 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
19/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Metà anni novanta; dopo la loro dissoluzione di un anno prima, voluta dai rimasti Eric Daniels, Sander van Hoof e Ron van Pol, gli Asphyx tornano nel 1996 con l'album "God Cries - Dio Piange", formati ora da Bob Bagchus (membro fondatore che aveva lasciato la band dopo il capolavoro "Last One On Earth") alla batteria e Theo Loomans, già presente sui demo della band, come cantante e chitarrista/bassista. Una nuova rivoluzione insomma, in una line up sempre tormentata e aperta a sconvolgimenti; il gruppo olandese, ormai conosciuto per un death dai connotati pesantemente doom, mortifero e monolitico, si trova quindi a cambiare pelle, forse nel modo più estremo di tutta la sua carriera. Il suono ora si discosta dal doom, non del tutto abbandonato, ma di molto ridimensionato, e si avvicina ad un death dai tratti taglienti e roboanti mischiato con forti connotati thrash/punk schizoidi e veloci; all'evocazione della tomba insomma si preferisce l'assalto frontale, collegandosi ora al death più diretto, piuttosto che alla scena death/doom europea ed americana, smorzando i collegamenti con nomi quali Paradise Lost e i primi Autopsy (i quali curiosamente avevano intrapreso una strada simile con il controverso "Shitfun" di appena un anno prima. Di riflesso anche i testi cambiano, non troviamo più paesaggi desolati, cripte, morbosi descrizioni di cimiteri e cadaveri, bensì (a partire dal titolo del disco) attacchi alla religione, presenti anche prima, ma ora dominanti, e introspezioni violente che mostrano l'animo inquieto e a tratti inquietante del nuovo cantante. All'epoca il disco non piacque a molti, e come successe anche quello degli Autopsy già nominato, venne considerato un segno del declino del death, e della band stessa; sempre però come l'altro lavoro, è stato rivalutato recentemente, e giudicato nella sua natura senza confronti con gli altri album. Se visto con questa ottica infatti "God Cries" è un buon album di death/thrash con influenze hardcore e punk, con alcune melodie di tastiera ben usate, e in generale un'attitudine diretta e feroce; certo viene a mancare in parte ciò che rende la band unica, e le atmosfere care agli amanti del death più putrido e meno di "facile presa", ma il non arrivare al livello del passato non deve farci condannare in toto l'opera qui presente. Un episodio nel bene e nel male unico per il gruppo, che si ripresenterà poi solo con il nuovo millennio, tornando al loro sound più tipico con una formazione ancora variata; esso fa parte dello sviluppo della loro storia, e merita l'ascolto da parte di chi con mente aperta vuole affrontare il suono di una delle band più importanti della storia del death metal. Troveremo qui vocals ancora più aggressive e ultra distorte, mentre i riff e il drumming avranno una struttura decisamente nuova, lanciata e caotica; partiamo quindi con questo viaggio diverso nel mondo violento e oscuro degli Asphyx!

God Cries

La Title Track ci accoglie con  una marcia granitica fatta di giri squillanti e piatti cadenzati; presto essa evolve in una corsa furiosa ricca di riff rocciosi su doppia cassa, dove si stagliano le vocals corrosive di Loomans, lontane dai precedenti stili grazie ad un approccio molto punk che ci ricorda quello di Al Jourgensen dei Ministry o anche il thrash più grezzo come quello dei primi Kreator, e naturalmente il precursore Lemmy dei Motorhead. Al trentunesimo secondo riparte il panzer iniziale, il quale però si alterna ancora alla corsa a tutta velocità, mostrandoci un death decisamente più incalzante e lanciato rispetto al passato; ecco che al minuto e tre si rallenta con un fraseggio squillante e malinconico, mentre le chitarre avanzano monolitiche con i loro giri a motosega, sui quali il cantante rilascia le sue grida ossessive. Largo poi nuovamente alla marcia ormai familiare, la quale evolve in una serie di falcate decise delineate da piatti, creando un andamento ritmato che ci trascina in alcune impennate di chitarra grevi; al secondo minuto e dieci si riparte con la cavalcata caotica in doppia cassa e piatti, mentre Loomans grida come un dannato pieno di rabbia. Si arriva quindi ad una nuova sezione ritmata e decisa, dove i riff epici si prodigano in giri dal grande effetto; inevitabile l'esplosione della corsa aggressiva del terzo minuto e dieci, al quale si lancia con il drumming forsennato e i loop taglienti in un attacco frontale che al terzo minuto e ventiquattro s'infrange su fraseggi che riprendono la melodia oscura già affrontata. La conclusone è affidata ad un ultimo assalto coadiuvato dalle grida rauche di Loomans, dalla doppia cassa pestata e dai giri ossessivi di chitarra; un pezzo che mette in chiaro la natura più immediata e con pochi fronzoli del disco, con poche variazioni ripetute nel corso dello svolgimento in modo semplice, per dare spazio ad un'energia in passato molto dosata. Il testo è il primo dei molti attacchi contro la religione cattolica presenti nell'album; 2000 anni fa qualcuno è morto, ricordato come il figlio di Dio, e subito ci si chiede "What kind of father lets his son die? His time will come; an eye for an eye, look at a history of 2000 years, there's no joy left; there are only tears Che razza di padre lascia morire il figlio? Il suo giorno verrà; occhio per occhio, guarda la storia di 2000 anni, non c'è felicità; solo lacrime" con chiari intenti di critica. E con il tempo fame e guerra sono diventati il lascito del figlio di Dio, e presto saremo costretti ad unirci a lui in battaglia contro gli altri, l'unica cosa da fare; Dio piange con sangue sulle mani e lacrime negli occhi, con sogni maledetti e vergogna e fallimento nell'animo. Per vendetta si passa dall'altro lato, oltre lo Stige (il fiume infernale, quindi dalla parte delle forze blasfeme/infernali); quando incontreremo il creatore gli chiederemo perché, e lo pugnaleremo alle spalle, come lui ha fatto con noi. Ora siamo dall'altra parte, sappiamo perché siamo venuti, la regola è occhio per occhio, e il nostro giudizio viene con noi; vengono poi ripetuti versi precedenti attaccando ancora la figura di Dio e di suo figlio, in un testo non certo poetico, diretto e forse elementare nel suo messaggio aggressivo.

It Awaits

 "It Awaits - Attende" si apre con un riffing roboante carico di piatti e giri dai muri sonori possenti; al quattordicesimo secondo un verso gutturale di Loomans introduce una bellissima cavalcata vorticante dall'animo thrash, ricca di anti melodie. Essa però presto si ferma dando spazio ad un andamento più contratto e strisciante, basato su giri asfissianti e vocals drammatiche, mentre la batteria delinea il tutto con piatti cadenzati; al quarantottesimo secondo ci si alterna con alcune impennate di rullante e riff taglienti, per poi riprendere con il movimento precedente. L'alternanza si ripete più volte, mantenendo un'atmosfera combattiva dal sicuro effetto; si arriva al minuto e venticinque, dove s'introduce un assolo squillante ed epico, mentre il resto della strumentazione si lancia roboante. Ma il songwriting è qui variegato, e presto si decelera in una nuova contrazione rocciosa sulla quale Loomans si abbandona alle sue grida drammatiche; largo al secondo minuto  dodici a giri più veloci, i quali creano una caos sonoro che poi si assesta su ritmi tribali di batteria, slavo poi riprendere con le corse veloci delineate da giri squillanti decisamente death. Si torna a strisciare al secondo minuto e cinquanta, proseguendo con toni oscuri e grevi, dove l'unione di voce, chitarre e piatti ancora una volta genera un andamento ipnotico; una breve cesura marciante anticipa quindi una corsa di pochi secondi, la quale chiude il breve episodio reiterandone la natura punk diretta e senza troppe elaborazioni, anche se non mancano qui alcuni rallentamenti che in parte ci riportano al passato, pur non raggiungendone la lentezza monolitica ed asfissiante. Il testo tratta in modo angosciante della paura della morte, vista come una realtà inevitabile; siamo devastati dal terrore di un'orribile morte, pensando al nostro ultimo respiro, pensando a quante volte siamo già morti nella nostra mente, mentre il narratore ci dice che non può fare nulla, anche se ha provato. Sappiamo cosa aspetta, sappiamo che la morte ci attende, ora giacciamo nella nostra bara, Dio ci ha dato un incubo, quindi noi ne diamo un altro in cambio, e i piaceri e i dolori che ci sono stati mostrati ci sono piaciuti, e quindi sappiamo cosa fare;  "Get out of your hell, I try to reach you and get you out of that hell, but you decide to end it, all by yourself, will you have peace of mind, or will yon dwell - Esci dal tuo inferno, io cerco di raggiungerti e tirartene fuori, ma tu decidi di metterne fine, da solo, troverai la pace della mente, o sprofonderai" prosegue il testo, fino a quando è finita e noi siamo andati senza ritorno, mentre il narratore sente che siamo liberi dal dolore demoniaco, e che le memorie sono qui e rimarranno. Un testo non chiarissimo che evoca l'orrore della morte e vaghe vendette verso il divino, allacciando così anche il solito tema anti religioso dominate. 

My Beloved Enemy

"My Beloved Enemy - Il Mio Amato Nemico" ci accoglie con un feedback di chitarra terminato da un rullante; subito dopo parte un fraseggio discordante dall'animo post rock, sulle cui malinconiche note si organizza al voce gridata di Loomans. Dopo alcuni giri di raccoglimento parte un riffing roccioso, ma controllato, il quale porta in avanti al composizione, delimitato da piatti di batteria  e rullanti; al quarantasettesimo secondo si torna al movimento precedente, dando inaspettatamente spazio a melodie anni novanta che possono far storcere il anso ai puristi dell' epoca con il suo andamento evocativo. Al minuto e sei dopo l'ennesimo rullante riprende piede il riffing arioso, ripetendo il motivo portante, mentre il cantante prosegue con le sue grida altisonanti; largo poi a giri taglienti ed ieratici, completando il crescendo del pezzo, deciso e allo stesso tempo emotivo, una sorta di "lento" dell'album. I toni si fanno poi più rocciosi, aprendosi a rullanti di pedale e suoni più veloci di chitarra; si sfocia però ancora nella melodia struggente, e gli ascoltatori più attenti potranno notare una somiglianza con i Fear Factory di "Obsolete" (il quale arriverà due anni dopo, quindi non certo un'influenza, anzi prova di come gli Asphyx  abbiano avuto intuizioni ante litteram) per quello che è forse l'episodio più particolare non solo del disco, ma anche di tutta la loro carriera. Ci si alterna quindi ancora con giri saturi  che poi prendono velocità con riff graffianti e drumming quasi tribale, pestato e ben presente; notiamo come qui Bagchus dia prova della sua maestria, compensando glia andamenti diretti delle chitarre con evoluzioni ritmiche a volte marziali, a volte tribali, giocando con rullanti, doppie casse, e piatti cadenzati. Al secondo minuto e cinquanta ritroviamo le melodie appassionanti, che ci trascinano insieme alle grida di Loomans; tornano quindi i toni più decisi e sinistri, dal tipico gusto dell'epoca, quasi grunge, sui quali s'innestano poi rullanti di pedale in un'atmosfera più caotica. Si collima al terzo minuto e quarantasei con un assolo stridente, segnato prima da blast, poi dalla batteria più decisa, la quale però poi rallenta in una coda piena di emotività; le note crescono in evoluzioni progressive, perdurando mentre il drumming si fa ancora una volta più veloce. Il finale è segnato da una digressione, la quale porta il bel andamento raggiunto verso la conclusione in dissolvenza; un pezzo decisamente atipico, che si discosta dal death vero e proprio, in una sorta di death 'n' roll dai connotati alternativi, il quale oggi ci sorprende, mentre all'epoca deve aver deluso molti oltranzisti che avranno visto non pochi collegamenti con ciò che allora era "commerciale", rock alternativo e grunge in primis. Il testo tratta di temi di tradimento da parte di chi amiamo e crediamo vicino a noi, ma che in realtà è il nostro peggiore nemico; dobbiamo uscire da questo sogno maledetto, e vedere il nostro amato nemico. Coloro che amiamo sono coloro che ci pugnalano alle spalle, tra i parenti vi sono dei Giuda, e il tradimento e l'apostasia sono le cose che arrivano, quando la cupidigia supera i legami di sangue; ora che vediamo chi sono realmente gli altri e chi siamo noi, ciò che abbiamo condiviso è dolore, e uno sciacallo prende vita. Il concetto viene ancora ripetuto, con parole piene di rammarico e rabbia come in un mantra deciso; "What turns people into vultures? Is it greed or is it in the heart? My beloved enemy, close enough to hit me where it hurts - Cosa trasforma le persone in avvoltoi? Cupidigia, o il cuore? Mio amato nemico, vicino a me abbastanza da colpirmi dove fa male" ci si chiede poi, affermando che quando gli altri sapranno di non potere più tradire, sarà perché il sangue dice di punire il nemico. Quando la vendetta controlla i sensi, dolore e miseria verranno, ed è ora di uscire dal sogno e vedere i nemici per quello che sono; ma è inevitabile chiedersi ancora cosa trasforma le persone in avvoltoi, se è un cambiamento o è una cosa sempre presente.

Died Yesterday

"Died Yesterday - Morto Ieri" parte in quarta con un galoppo roccioso e roboante, sorretto dalla batteria pestata nelle sue bordate squarcia carne, mentre Loomans si lancia in grida feroci e rauche alle quali ormai siamo abituati; al ventiquattresimo secondo giri squillanti e rullanti fanno da pausa, prima della ripresa della corsa devastante, che mette tutto sotto di se in un andamento thrash veloce e psicotico. Ci si ferma ancora per qualche secondo con i giri taglienti e i rullanti, mentre al minuto e tre prende piede una marcia granitica giocata su riff marziali e drumming pulsante, al quale avanza poi nei suoi giri sottolineati da blast cadenzati; ci si alterna quindi con giri più ariosi saturi di distorsione, per proseguire subito dopo con l'andamento spacca ossa.  Largo poi a nuove bordate squillanti e roboanti, le quali velocizzano il tutto in un movimento al fulmicotone, il quale si fa sempre più lanciato in un thrash feroce e sgolato dove il cantante si lancia in versi sincopati; ritroviamo i soliti rallentamenti di pochi secondi, i quali per contrasto rafforzano le seguenti corse sfrenate che dominano il pezzo lanciatissimo. Il muro di suono prosegue imperterrito in un vortice caotico che ci trascina con se, dove strumenti e voce concorrono all'effetto stordente che ci assalta; al secondo minuto e quarantadue un fraseggio distorto blocca tutto con una cesura, dopo la quale si riprende con una galoppata fatta di loop di chitarra granitici, drumming pestato in doppia cassa, urla furiose di Loomans, per un assalto senza respiro. Si rallenta ancora con rullanti e giri squillanti, mentre poi prende ancora piede la marcia da panzer dai toni pesanti, delineata dai piatti e dai rullanti, la quale si apre ad alcuni passaggi roboanti prima di chiudere all'improvviso il pezzo; un passaggio diretto e furioso che taglia i ponti con le influenza doom, in nome di un death/thrash senza pietà. Il testo affronta temi di vendetta e di morte della pietà in sé, continuando sulla linea dominante il lavoro, fatta di rammarico e furia; il narratore non controlla più la sua sete di sangue, e non c'è più una via d'uscita per lui, dopo anni di dolore e oppressione i suoi occhi vedono che gli altri sono vermi, e distruggerà il loro cenotafio. La sua umanità verso il prossimo è andata, la sua coscienza anche, tutto è morto ieri in lui; "For years you squeezed the hatred out of me, until it consumed me, and when the gates to my soul opened up, there was nothing but darkness. so I can't control my bloodlust no more, there's no way back for you, after all these years of pain and oppression, my eyes are now to see - Per anni hai tirato fuori l'odio da me, fino a farmi consumare, e quando i portali della mia anima si sono aperti, non c'era altro che tenebra, quindi non posso più controllare la mia sete di sangue, non c'è modo di tornare per te, dopo tutti questi anni di dolore e d'oppressione, ora i miei occhi vedono" prosegue rancoroso, desiderando vedere gli altri che supplicano e soffrono. Ma l'oggetto di tanta rabbia è morto anche lui il giorno prima, ed egli lo faceva soffrire e lo faceva implorare, con un tormento fresco nella sua mente, con cicatrici che mai guariranno, e per tutto questo il soggetto ha dovuto soffrire la rabbia suprema, che ha fatto a pezzi la sua anima, mentre il nostro leccava il sangue della lama a lavoro compiuto. Immagini violente di vendetta e mancanza di perdono, che mostrano ancora un animo tormentato con molto da risolvere dentro e fuori di se stesso.

Cut - Throat Urges

 "Cut - Throat Urges - Impeti Tagliagola" non perde tempo e subito ci assalta con un riffing furioso e potente, il quale mette in chiaro la natura di questo brevissimo pezzo, dalla tempistica più punk che metal (meno di due minuti e mezzo), che mette in risalto le influenze hardcore del disco; esso prosegue in un galoppo sul quale Loomans torna con i suoi toni furiosi. Al ventitreesimo secondo si prodigano giri rocciosi con punte squillanti, supportati dai rullanti di pedale, i quali si ripetono riprendendo gli andamenti vocali del cantante; largo poi di nuovo alla cavalcata pestata e roboante, la quale avanza salvo poi fermarsi con un assolo squillante che s'intreccia con impennate di rullanti e riff taglienti. Al minuto e dieci si torna a toni decisi con chitarre  a motosega, doppia cassa, e urla cavernose di Loomans; alcuni fraseggi bervi e rock s'intromettono, ma il tutto è dominato dal caos veloce. Esso cresce d'intensità poi con giri sempre più impossibili e doppie casse martellanti, accelerando il tutto; ecco quindi l'improvvisa conclusione senza fronzoli che ci prende di sorpresa, chiudendo quello che è a tutti gli effetti un fulmine a ciel sereno che passa veloce lasciandoci solo l'impressione nell'animo. S'inaugurano qui una serie di brani brevi e intensi, per una seconda parte del disco all'insegno dell'anima più punk e thrash, costituendo il vero stacco dal passato dei nostri; tranne in un caso non raggiungeremo più i tre minuti di durata, con pillole di violenza concentrate che si alterneranno una dopo l'altra. Il breve testo tratta, senza molte sorprese, di temi di vendetta violenta con fantasie di sangue e morte, a cui siamo ormai abituati; non molto tempo fa, durante un freddo dicembre, il padre del narratore è stato lasciato morire dal soggetto della canzone in solitudine e dolore, ed egli era il figlio di quest'ultimo, battezzato nel suo nome. La violenza è la risposta del nostro davanti a come è stato trattato il padre, e scopriamo che l'oggetto della sua rabbia è Dio in persona; istinti omicidi si impadroniscono di lui, che vorrebbe versare il sangue sacro. "Beautiful words, but hollow promises, the goodness of god is a fucking joke Bellissime parole, ma vuote promesse, la bontà di dio è un fottuto scherzo" prosegue il testo, invitando al divinità ad uscire dal luogo benedetto e mostrare il suo volto; si chiede come la gente possa credere a queste cose, ed essere così ingenua; ripete poi i versi iniziali, chiudendo il testo così come era iniziato. Non certo l'episodio tematicamente più riuscito della band, a tratti imbarazzante nel suo modo elementare di trattare al disillusione verso la religione; questo è forse il vero difetto dell'album, che perde così di quell'atmosfera seria che spesso dominava in passato i lavori del gruppo. 

Slaughtered In Sodom

 "Slaughtered In Sodom - Massacrato A Sodoma" è un altro episodio di violenza caotica e veloce, forse ancora di più rispetto al precedente; esso si apre con un effetto in salire, dopo il quale prende piede al centrifuga di chitarre, drumming e grida inumane di Loomans, qui un vero e proprio folle. Siamo quasi ai livelli del grind, con un suono che è l'antitesi degli Asphyx del passato.  Al venticinquesimo secondo partono loop di giri roboanti e granitici, i quali avanzano sempre più caotici delineati dai colpi serrati della batteria, mentre le vocals aggressive s'incastrano negli ingranaggi sonori sempre più opprimenti; un breve fraseggio distorto fa ad cesura, dopo la quale riprende la furia hardcore dalle velocità folli e rumorose, mentre Loomans si da anche ad inni accattivanti. Una versione caotica da guerra del punk metal d'inizio anni ottanta che poi sarebbe evoluto nel thrash, una sorta di interpretazione ultra velocizzata dei Motorhead più furiosi; ecco quindi piatti lanciati e bordate continue fino al minuto e quarantotto. Qui si rallenta con alcuni giri rocciosi, ma subito si riprende con una cavalcata ricca di giri squillanti, la quale si apre ad alternanze dal groove deciso organizzato in falcate, sorrette dalle grida del cantante e dalla batteria pestata; inevitabile il finale in doppia cassa  dove il terremoto sonoro è legge, riprendendo il caos iniziale in un'impennata assassina che si lancia, pronta ad infrangersi contro il silenzio della conclusione improvvisa. Ancora una volta la velocità è la parola d'ordine, e non abbiamo nemmeno tempo di renderci conto di cosa è successo; un brano fatto non per evocare atmosfere tombali, ormai ricordo del passato, bensì per assaltarci ed essere riproposto dal vivo  per generare un pogo infernale. Questa è decisamente una band diversa da quella finora affrontata, un'incarnazione che rimarrà unica nella storia del gruppo; se siamo di mente aperta, potremo godere di questi assalti potenti ultra spediti, evocando i già citati Motorhead, così come i Carnivore  di Peter Steele. Il testo torna ai temi di attacco alla religione molto cari all'album, con invocazioni di guerre e stati interiori legati all'inganno e alla menzogna; le masse lotteranno, e come sappiamo dalla storia, moriranno per nulla e a nessuno importerà. Massacrati a Sodoma, vivranno su un campo di battaglia, dove nessuno sa il loro nome, con la testa esplosa da mille fucili; la cosa non ha senso per il narratore, e la rabbia brucia dentro e a volte esplode, per cui si ritrova con sangue sulle sue mani, sapendo di uccidere senza ragione. Il sangue è il suo carburante, la violenza un bisogno non un obbiettivo, nella sua Sodoma privata il bagno di sangue non finisce mai; mancano due minuti a mezzanotte e tutto scorre veloce, non sapremo cosa ci ha colpito, ma di sicuro il nostro respiro sarà l'ultimo. "God and satan are no opposites, they're one inside your mind, you can worship both or none, it doesn't change who you are, because sodom is a place far away in your mind, where pleasure and pain are united Dio e satana non sono opposti, nella tua mente sono lo stesso, puoi adorare entrambi o nessuno, non cambia chi sei, perché Sodoma è un luogo nella tua mente, dove piacere e dolore sono uniti " prosegue il testo, ricordandoci che Sodoma è qui, invitandoci poi a prendere la mano del protagonista e volare via, negli oscuri regni dell'ignoranza, poiché non possiamo negare di essere stati anche noi ignoranti, adorando qualcosa che esiste solo nella nostra mente.  Parole che come sempre non hanno pietà per la religione, e che mostrano dissidi interiori potenti e considerazioni sprezzanti verso i credenti; il nuovo cantante ha più di un conto in sospeso pare, ossessionato da questo tema che viene più volte ripetuto nel disco. 

Frozen Soul

"Frozen Soul - Anima Congelata" è l'unico episodio di questa parte dell'album a superare i tre minuti di durata, raggiungendo quasi e quattro e mezzo; esso parte con un galoppo thrash in salire, il quale prosegue nei suoi giri imperanti, sorretti da blast e colpi di batteria. Al ventiquattresimo secondo si apre a fraseggi squillanti e malinconici, i quali ospitano le vocals aggressive, ma lente di Loomans; largo poi ad assoli evocativi che concorrono all'atmosfera epica del brano, uno stacco rispetto ai due attacchi punk precedenti. Si prosegue quindi con i giri rocciosi, prima di riprendere la marcia thrash potente e decisa; essa si alterna con il movimento precedente, in un ottimo gioco di contrasti dove l'anima thrash si unisce a quella più alternativa già mostrata in "My Beloved Enemy". Un gruppo che non ha paura quindi di mischiare le carte, e di mostrare a tratti un sound non legato al death old-school, capace di sperimentare con andamenti emotivi; tornano al minuto e venti gli assoli malinconici, i quali però hanno breve durata, lasciando posto ai loop di chitarra e ai fraseggi squillanti. Il drumming si da ad alcuni rullanti che spezzano il ritmo delle chitarre, prima che quest'ultime tornino alle falcate thrash orma  familiari; improvvisamente al secondo minuto tutto si ferma con un suono greve ad accordatura bassa, il quale avanza sferragliante con alcuni piatti dilatati. Presto però si esplode in una cavalcata da tregenda, la quale ci trascina con il suo movimento incalzante e deciso, per un grande effetto; riecco poi rullanti e giri più ariosi, per una serie di contrazioni che rilasciano poi l'energia raccolta in un fiume sonoro dai ritmi serrati e dalle chitarre roboanti. Tornano le alternanze con rullanti e i giri squillanti, mentre al terzo minuto e tredici gli assoli tecnici riprendono piede con le loro evoluzioni; lasciano quindi la scena al ritornello emotivo che li accompagnava in sottofondo, anima del pezzo nelle sue note cariche di struggente melodia. Riparte la marcia thrash, greve e marziale, dove Loomans torna con la voce gutturale, in un andamento spacca ossa protratto grazie a riff rocciosi e drumming cadenzato; esso prosegue ossessivo andando poi a scomparire in dissolvenza, chiudendo quella che è una ripresa dei modi della prima parte del disco, mischiati però con l'inventiva del già citato terzo brano, per uno degli episodi più interessanti di tutto il disco (anche se alcune parti sono molto debitrici dei primissimi Death, soprattutto nei riff). Il testo evocativo sembra trattare temi vagamente fantasy, illustrandoci un guerriero immortale che da sempre è spietato  e privo di pietà; un'anima fatta di ghiaccio il cui cuore non è stato sciolto nemmeno dalla scoperta del fuoco, anzi esso è diventato ancora più freddo, mentre l'anima rimane ghiacciata così come lo è stata per mille anni. Non ah sentimenti, e noi lo sappiamo, un'anima congelata; "At the beginning of time, i was born into a family of conquerors, destined to do death, stonecold obsession for the destruction of life - All'inizio dei tempi, ero nato in una famiglia di conquistatori, destinato alla morte, con una fredda ossessione per la distruzione della vita" prosegue il testo narrando del misterioso protagonista, il quale è un prodotto dell'uomo, che lo ha reso ciò che è, e il terrore di lui è un prodotto del passato, e ora egli è eterno. Lui esiste grazie al freddo altrui, grazie ad una stirpe di ratti, di un dio che ha fallito, colui che salutiamo. Si ripetono poi i concetti precedenti, reiterando l'idea di un essere dall'anima di ghiaccio, senza sentimenti, prodotto del male a sua volta derivato dall'uomo; nulla di molto elaborato, per immagini semplici che si legano vagamente alla critica alla religione e all'umanità, in passato presentate in modo decisamente più convincente. 

Fear My Greed

"Fear My Greed - Temi La Mia Cupidigia" si apre con una corsa potente e veloce, come ormai ci hanno abituato i nostri, dalla doppia cassa ritmata e dai riff roboanti; su di essa partono le grida sgolate di Loomans. Per poi alternarsi con alcune impennate concentriche che en delineano il passo. Al quarantesimo secondo si parte con il ritornello da inno thrash, segnato da giri rocciosi e batteria scatenata; si passa poi a suoni ancora una volta più raccolti grazie a giri graffianti e falcate. Si passa al cinquantottesimo secondo a cesure solenni con piatti cadenzati e giri più lenti, mentre i rullanti creano giochi ritmici in sottofondo; l'andamento si fa poi più meccanico e ritmato grazie a pulsioni di drumming e loop disorientanti, fino al minuto e venticinque. Qui le chitarre sia prono a bordate con centrifughe sonore, che anticipano la nuova corsa in doppia cassa, devastante, la quale si lancia possente nel ritornello dal gusto classico, per un pezzo che ci riporta al thrash primigenio più veloce e primitivo; al secondo minuto e sette si rallenta in una serie di giri rocciosi e distorti, sui quali la batteria si da a giochi ritmici elaborati. Largo poi a riff diretti e colpi diretti delineati da piatti, mentre gli ultimi seconda vedono una parte discordante dopo un rullo, al quale chiude all'improvviso il pezzo; si torna quindi agli episodi veloci per la chiusura del disco, in questo caso legati al thrash vero e proprio, e di conseguenza al death americano di fine anni ottanta ed inizio anni novanta, come quello degli Obituary , tradizionalmente più legato al "grande padre" del metal estremo. Ormai siamo abituati alla natura di questo lavoro, e la cosa non deve scandalizzarci; se vogliamo evocazioni putrescenti della tomba fatte musica, dobbiamo guardare ad altri episodi della discografia dei nostri; qui tutto è convogliato, sonoramente e tematicamente, da una rabbia piena di urgenza ed impeto, che vuole esplodere ed assaltarci senza sosta nella maggior parte dei casi. Il testo torna sul tema della cupidigia, già affrontato in "My Beloved Enemy"; il narratore sente il terribile bisogno di prendere ciò che è degli altri, come un avvoltoio che volteggia in cielo, e che preda i deboli. Invita a fuggire, e ad avere paura della sua cupidigia, mentre  "The weaker you are the stronger I get, i feast upon your helplessness, show no mercy and haveno  compassion, because this is your own fault, remember who started this? Più sei debole, più io divento forte, mi nutro del tuo essere indifeso, non mostrare pietà e non avere compassione, perché è colpa tua, ricordi chi ha iniziato tutto?". Ci dice di non aver paura di morire, e che la sua cupidigia rimarrà in eterno, cacciandoci fino alla fine dei giorni; ci chiede cosa pensiamo che succederà ora, non certo che ci lasci andare, perché i suoi denti sono nel nostro collo, e succhierà la vita via da noi, così come gli altri hanno cercato di fare con lui; vengono quindi ripetuti i concetti precedenti, in un immaginario di vendetta e di voglia di ripagare con la stessa moneta chi gli ha fatto del male. E' chiaro anche qui che c'è molto risentimento nel autore dei testi, il quale domina l'album, rancoroso tanto nel suono, quanto nelle parole; quest'ultimi vanno spesso al punto, ripetendo le semplici e dirette immagini sui quali si basano.

The Blood I Spilled

 "The Blood I Spilled - Il Sangue Che Ho Versato" è il gran finale del disco, introdotto da rullanti marziali stagliato su giri distorti; ecco che al settimo secondo parte un riffing squillante delineato dai giochi di batteria, sul quale Loomans si lancia nelle sue grida disperate. Ci si alterna con alcune impennate ritmate ricche di giri grevi, mentre subito dopo riprende l'andamento precedente; la struttura è ossessiva, con poche variazioni, mentre notiamo che la batteria sale di potenza facendosi man mano più concitata. Al quarantasettesimo secondo un fraseggio greve fa da cesura, dopo la quale parte un assolo notturno dalle note squillanti, il quale si lancia con la doppia cassa in evoluzioni thrash sulle quali il cantante si da a toni ruggenti; continuano le pulsioni marziali così come la centrifuga di chitarre, in una violenza sonora che s'infrange sul minuto e diciassette. Qui si prodigano nuovi loop massacranti e ossessivi, intervallati ancora una volta con impennate ricche di ritmica variegata e riff al fulmicotone, con galoppate avvincenti sempre più caotiche e dai suoni roboanti; largo quindi a chitarre taglienti e bordate distorte, per un fiume in piena che ci trascina con se senza possibilità di fianco, prestando il fianco anche a groove ariosi. Al secondo minuto e tredici dei rullanti con piatti cadenzati si ripetono in una lunga cesura tribale dalla marcia frastagliata, la quale avanza imperterrita, fino alla digressione con jamming di chitarra e batteria, dai toni quasi jazz; il silenzio ottenuto è solo brevemente interrotto da un rullante solitario, ultima nota non solo del brano, ma anche di tutto il disco. Si conclude così il nostro viaggio, con un pezzo roboante ricco di cavalcate thrash, il quale ben rappresenta la natura immediata ed esaltante del lavoro, consumata velocemente in poco meno di tre minuti, con alternanze ripetute di trotti massacranti e parti severe, sempre all'insegna del suono tagliente; un'anima degli Asphyx unica, che rimarrà contenuta in questo disco, rendendolo davvero unico nella discografia dei nostri. Il testo sembra un riassunto dei temi del lavoro, un finale che raccoglie tutto: troviamo il ricordo della guerra, il desiderio di vendetta, l'attacco alla religione, il voler sfogare la propria rabbia distruttiva; tornato a casa dopo la guerra, il narratore è rimasto prigioniero di due mondi dove il passato è rosso sangue e il futuro nero, privo di speranza. Nulla è sacro per lui, e vuole che il padre (Dio) cada sulle ginocchia; nel deserto lontano la sua innocenza è stata massacrata e lasciata a decomporre, con ricordi di battaglie senza fine e le vite da lui prese a mani nude. "So I walked into that church, and that's when I killed him, the blood I spilled just yesterday as if that pleasure had never been away, stabbing the fucking life out ot him, i learned the trade, I always win - Quindi sono entrato nella chiesa, ed è li che l'ho ucciso, il sangue che ho sparso giusto ieri, come se quel piacere non fosse mai andato via, accoltellandolo a morte, ho imparato la lezione, io vinco sempre" prosegue il testo descrivendo atti di follia, risultato della rabbia che il nostro ha dentro; nulla di nuovo quindi sotto il sole, proseguendo con al ripetizione dei versi precedenti, con vaghe immagini che mostrano uno stile molto semplice e non certo maturo. E' vero che spesso i testi non sono il punto d'interesse nel metal estremo, ma alcuni gruppi, come gli Asphyx stessi in passato, riescono a creare testi evocativi ed interessanti senza essere troppo immaturi; non è il caso della maggior parte di quelli qui trovati, spesso con strutture semplici e rabbia adolescenziale che è difficile prendere sul serio, almeno che appunto non si sia un adolescente disagiato.

Conclusioni

A conti fatti un disco unico nella discografia degli Asphyx, per molti ancora oggi la "pecora nera" dei loro album; lasciate da parte le tombe abissali e i dungeon demoniaci, ora il suono si lega a tematiche di furia iconoclasta, per un death/thrash anarchico e lanciato che fa non dell'assalto distribuito dopo lunghe code doom la sua forza, bensì continui martellamenti al fulmicotone che non vogliono dare requie all'ascoltatore. Un'altra novità sono episodi come "My Beloved Enemy" e "Frozen Soul" dove troviamo suoni dal gusto alternativo tipici del rock anni novanta, i quali come detto hanno probabilmente aumentato lo smarrimento di molti nei confronti del disco; qualcuno, forse non a torto, ha detto che sarebbe stato meglio se il disco fosse uscito per gli Soulburn, il progetto futuro di Bagchus (il cui debutto "Feeding On Angels" del 1998 suonava, ironicamente, come un album classico degli Asphyx) data al differenza dei suoni, e forse così molti lo avrebbero valutato diversamente. Fatto sta però che ogni band è libera di sperimentare, soprattutto nel caso dei nostri, più un marchio sotto il quale hanno agito diverse menti nel tempo, piuttosto che un gruppo dalla line up costante; ed è così che il quarto album del gruppo ci mostra quest'anima strana, inquieta e legata a forti tendenze hardcore e thrash. Certo non tutto è perfetto: alcuni pezzi, soprattutto nella parte centrale, si assomigliano, e rispetto alle atmosfere elaborate del passato andiamo  a perdere molto di ciò che rende unici gli Asphyx  nel panorama death mondiale. I testi nella loro ossessiva monotematica sono a volte imbarazzanti, con passi che fanno rimpiangere le fantasie oscure e immaginarie del passato, sostituite a volte con esternazioni adolescenziali di ribellione sociale e anti religiosa, che di sicuro poteva essere espressa in modo più maturo; ma nel metal estremo del periodo questa non è di sicuro solo una colpa dei nostri, qui alle prese con un lavoro figlio del suo tempo, nel bene, e nel male. Si conclude per l'ennesima volta la storia del gruppo; dopo l'uscita dell'album in questione infatti Bogchus si unisce ad Eric Daniels e Wannes Gubbels per formare i già citati Soulburn, autori di un ottimo debutto, e poi nel 2014 di un seguito più che degno. Ma come spesso accade nel caso degli olandesi, la fine è solo un ennesimo inizio: nel 2000 la nuova band deciderà di cambiare moniker, dato che già il suo suono era vicino a quello catacombale dei nostri (e in seguito le due entità si distaccheranno di nuovo, in una line up davvero confusa che è una storia nella storia), diventando appunto i nuovi Asphyx. Il disco "On The Wings Of Inferno" saluterà il nuovo millennio con un ritorno al death/doom cavernoso e putrido della band, riportando in carreggiata i nostri; prosegue quindi il nostro viaggio con la band olandese, che non demorde e continua a regalarci dischi che segnano la storia del death metal a trecentosessanta gradi. 

1) God Cries
2) It Awaits
3) My Beloved Enemy
4) Died Yesterday
5) Cut - Throat Urges
6) Slaughtered In Sodom
7) Frozen Soul
8) Fear My Greed
9) The Blood I Spilled
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