ASPHYX

Deathhammer

2012 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
25/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Si conclude oggi (speriamo momentaneamente) il nostro viaggio nella lunga discografia degli olandesi Asphyx, capisaldi del death vecchia scuola  a tinte doom; siamo partiti con i loro primi classici lavori come "The Rack""Crush The Cenotaph" e l'ottimo "Last One On Earth", i quali hanno definito il loro suono tetro e feroce, capace di regalare atmosfere uniche, caratterizzati dalla voce particolare di Martin van Drunen e dai suoni di Eric Daniels e Bob Bagchus, e abbiamo continuato con i rimpasti di formazione del terzo Omonimo album con van Hoof e van Pool insieme a Daniels, e del tanto bistrattato "God Cries" con il duo Bagchus e Loomans, quest'ultimo già cantante della band ai tempi dei demo. Abbiamo poi visto il ritorno, spesso dimenticato, d'inizio millennio di "On The Wings Of Inferno" con Wannes Gubbels insieme a Daniels e Bagchus, e il trionfante disco del 2009 "Death? The Brutal Way" con van Drunen rientrante dopo più di tredici anni nel gruppo; tra tutto ciò abbiamo avuto due raccolte con gli inizi pre - contratto del gruppo ("Embrace The Death" e la limitata "Abomination Echoes" su vinile) e un live devastante girato in Germania, accompagnato anche da un DVD, ovvero "Live Death Doom". Siamo ora arrivati al 2012, anno della tanto farneticata, e mai avvenuta, fine del mondo; gli olandesi non sembrano avere timori, e sempre sotto la fidata Century Media Records pubblicano il loro ultimo disco in studio, ovvero "Deathhammer - Martello Della Morte", il quale presenta la formazione ancora una volta composta da van Drunen (voce), Bagchus (batteria), Paul Baayens alla chitarra, mentre Gubbels viene sostituito dal nuovo arrivato Alwin Zuur come bassista. Il risultato non è forse all'altezza del precedente album (il quale per la cronaca è quello pubblicato dalla Century Media Records che più ha venduto in assoluto nella storia dell'etichetta), ma non macchia certo la lunga saga dei nostri; la produzione di Dan Swano  (BloodbathDiabolical MasqueradeEdge Of Sanity, Nightingale) è molto moderna e chiara (una particolarità: la voce e la batteria sono stati registrati negli Harrow Studio, mentre chitarra e basso presso The Morser Studio) , in certi punti anche troppo, e viene a mancare parte di quella corrosività tipica dei classici della band, mentre entra in gioco l'ormai molto conosciuto problema della "Loudness war", il quale affligge quasi ogni disco di metal uscito nel nuovo millennio e non solo. Questo non inficia certo la prestazione dei nostri, e comunque permette di sentire tutti gli strumenti in prima linea; ne soffrono un po' i momenti tetri e doom, tipici dei nostri, i quali giocano molto sulle atmosfere mortifere e cupe. Un album quindi che crea focus sulle parti più feroci, e che inoltre tende a dividere in singoli casi la prevalenza tra i due elementi che compongono il loro suono; abbiamo quindi brani più diretti e veloci, e altri pachidermici e monolitici, pur non rinunciando in nessun caso all'innesto, almeno in minima parte, del death e del doom, con un occhio di guardo naturalmente per il primo. In un'epoca dove molte reunion lasciano a desiderare per I risultati, gli olandesi producono un altro episodio feroce e senza compromessi, il quale rinuncia almeno nella struttura ad elementi estranei e modernismi fuori luogo: il sound degli Asphyx  rimane saldamente ancorato alla vecchia scuola, e se cercate tecnicismi estremi, breakdown, piogge di blastbeat o parti brutal, dovete guardare da ben altra parte. Contando che si tratta dell'ottavo album in più di vent'anni non è poco, mostrando una formazione all'altezza delle aspettative e coerente; insieme a quello degli Autopsy quindi il comeback migliore in campo death degli ultimi anni, supportato dall'ottimo disco precedente, e da questo successore che sa difendersi decisamente.      

Into The Timewastes

Il nostro viaggio inizia con "Into The Timewastes - Nelle Distese Del Tempo" e con le sue chitarre a motosega con le urla di rauche di van Drunen e la batteria pestata; nessuna introduzione, nessuna attesa, l'assalto costante è subito servito. Al ventiduesimo secondo i riff circolari rimangono protagonisti, tra blast e galoppi ritmici serrati, in un loop ossessivo, sul quale poi torna il cantato sgolato; si ripresentano quindi le arie oppressive e taglienti, ripetute fino al minuto e nove. Qui un basso greve fa da cesura, raggiunto presto da piatti e rullanti; ecco che ci troviamo in una marcia rocciosa, tra versi stridenti e falcate delineate da rullanti di pedale, in un'atmosfera imperante dal grande effetto, la quale avanza come una valanga oscura. Largo quindi a riff circolari di chiara fattura death, scolpiti dal drumming serrato e dai growl profondi; al secondo minuto e ventinove esplode una cavalcata frenetica con doppia cassa e chitarre a motosega, sulla quale i versi demoniaci di van Drunen vengono sottolineati dai blast costanti. Troviamo quindi come da copione loop vorticanti, prima del ritorno a toni più tesi e devastanti, lanciati in una furia cieca costante; i due movimenti si alternano mantenendo la velocità, fino al finale improvviso che ci coglie alla sprovvista, così come ci aveva sorpreso l'inizio diretto. Un pezzo veloce che usa solo nella parte centrale l'anima doom della band, offrendo un death vecchia scuola veloce e vorticante; un biglietto da visita quindi forse non sorprendente, ma che stabilisce subito i toni urgenti e violenti del disco, senza compromessi. Il testo assume toni insolitamente fantascientifici, tra robot e spazi siderali dall'ambientazione futuristica e misteriosa; ci inoltriamo nelle distese del tempo alla velocità della luce, con robot mercenari che si fanno pagare, guerrieri galattici antichi come lo spazio, che servono e proteggono una debole razza organica. Un impero universale affronta la minaccia più grande, un disturbo nell'ordine dove il tempo incontra la morte; i sensori si attivano, così come gli scudi difensivi, incontrando il caos in campi disorientanti. Il passato e il futuro si confondono, e il presente scompare, perduto in sconosciute dimensioni, e in qualche modo ritornato; gli orizzonti del presente accecano come nuclei di stelle, mentre una navicella solitaria si avvicina, liberando una guerra senza suono. "Hyves of brooding plasma, technology beyond, cohorts of sentinels, proton symbionts, silent screaming engines, systems overload, switching heavy weapons, onto genocide mode - Nidi di plasma, tecnologia oltre, un insieme di sentinelle, simbionti di protoni, meccanismi che gridano silenziosamente, sistemi sovraccarichi, attivano armi pesanti, in modalità da genocidio" continua il testo, mentre misure drastiche sciolgono il titanio in un olocausto multiplo, con munizioni nucleari; i protettori vengono riprogrammati tra droni affamati, stabilendo l'obiettivo nella zona delle distese temporali. Temi misteriosi con accenni a scenari cosmici oltre il nostro tempo e la nostra realtà; qualcosa di nuovo per gli Asphyx, lontani qui dall'orrore, anche se in qualche modo sopravvive l'elemento bellico.

Deathhammer

La Title Track ci accoglie con un riffing martellante in doppia cassa, contratto da alcune impennate rocciose e devastanti, in una marcia sincopata delineata da piatti cadenzati; al diciottesimo secondo una serie di bordate rendono il tutto ancora più ritmato, con una serie di raffiche punitive. Ci si ferma improvvisamente con uno stop, seguito da un verso ed un fraseggio altisonante e tagliente, sul quale van Drunen interviene con le sue declamazioni; largo quindi ad una cavalcata serrata e veloce, fatta di urla sgolate, doppia cassa e loop a motosega segnati dai blast. Al cinquantasettesimo secondo una serie di bordate serrate crea il ritornello violento, violato nuovamente dalla corsa vorticante, in un'alternanza ripetuta in modo tale da darci un Maelstrom sonoro che ci trascina con se in un gorgo oscuro; ancora una volta è la violenza death a dominare, senza fronzoli e senza scampo, in un martellamento continuo e costante, dalla violenza senza freni. Viene ripresa l'essenza quasi punk del primo death, proseguendo con un songwriting non certo vario, ma che colpisce a fondo senza darci respiro; al secondo minuto e tredici il galoppo selvaggio lascia posto a nuovi montanti rocciosi seguiti da bordate, concludendo ancora una volta all'improvviso il brano. Non viene aggiunto molto rispetto al pezzo precedente, se non che qui abbiamo un death puro scevro anche delle influenze doom tipiche della band; una sorta di ritorno agli albori, ovvero ai primi pezzi del gruppo dalla natura death/thrash, naturalmente però con una produzione ben diversa. Il testo è una critica feroce al death moderno, considerato solo virtuosismo fine a se stesso, lontano dall'atmosfera old-school; decadi fa, in un tempo da molto trascorso, il death metal aveva una forma pura, per questo tra amici globali una scena impavida che non si conformava mai si era creata. Ma tutto cambia, inizia un inquinamento, con sviluppi criticabili, spingendo i nostri a tornare e bruciare tutti i traditori, facendoli inginocchiare e pentire; "Vocals so poor, like frogs in a moor, guitars like clouds of fruit flies, where's the bass sound, drums that don't pound, hear how our iron church cries, they don't give a fuck, just collecting bucks, acting like statues on stage, our final call to all those false, we summon thou bastards to rage - Voce così povera, come un rospo in una brughiera, chitarre come nuvole di mosche da frutta, dov'è il suono del basso, la batteria non pesta, senti come la nostra chiesa di ferro grida, se en fregano, fanno solo soldi, facendo le statue sul palco, la nostra chiamata finale per questi falsi, li esortiamo, bastardi, ad incavolarvi" prosegue l'attacco senza fronzoli, mentre i nostri scrivono le pagine del genere, durando per anni, riportando la purezza che c'era una volta. Il martello della morte è sporco di sangue, la morte morirà di nuovo, questa è la loro dottrina e causa; i capitoli richiedono, gli episodi finiscono, dando il proprio al death metal, mentre gli anni delle zecche sono finiti mentre predicano, e se gli altri non vogliono affrontare la morte, loro lo faranno. Un testo propagandistico tra il serio e il faceto, per molti versi ricollegabile con quello della title track del precedente album; d'accordo o meno con quanto detto, ai nostri poco interessa, loro c'erano agli inizi, e rimangono tutt'oggi a difendere il death old-school con connotazioni doom o meno.

Minefield

"Minefield - Campo Minato" parte con un fraseggio greve e spettrale, lento nelle sue note altisonanti; esso viene raggiunto dai versi di van Drunen e dal drumming strisciante, mentre alcune bordate monolitiche ne segnano l'incedere pachidermico. E' chiaro fin da subito che sarà l'elemento doom qui a dominare, e al quarantasettesimo secondo abbiamo una marcia opprimente che avanza tra i piatti cadenzati, distorta e condita dai versi sgolati del cantante; si crea così un loop lento ed ossessivo, il quale collima in alcuni rullanti. Torna quindi il fraseggio tetro iniziale, in un'atmosfera sempre sospesa ed oppressiva, sottintesa da suoni distorti di basso e da chitarre corazzate; si riprende con l'andamento monolitico, in macigno sonoro che prosegue fino al secondo minuto e venti. Qui si prende leggermente velocità, con un galoppo ritmato giocato sulla batteria che porta in avanti il pezzo, mentre i riff vorticanti avanzano decisi, supportati dalle solite grida sgolate di van Drunen; all'improvviso una serie di montanti rocciosi di matrice thrash prendono posto con rullanti di pedale, creando una sequenza marziale dall'ottimo effetto. Si torna però al terzo minuto e venti al movimento precedente, ricreando gli andamenti serrati protratti in giri circolari ossessivi; al quarto minuto tornano le falcate thrash, in un'alternanza greve e violenta. Si collima così in un assolo spettrale e dilungato, il quale si staglia su piatti dilatati, creando una melodia malinconica ed appassionante, un marchio di fabbrica della band che finalmente torna in tutto il suo splendore; il basso greve sorregge il tutto, così come alcuni rullanti sommessi, arrivando al quinto minuto e ventitré, dove si ripropone un ritmo un po' più cadenzato, ma sempre controllato, dove i riff a motosega rallentata e i versi da ghoul del cantante dominano la scena. Questo fino al sesto minuto, dove all'improvviso troviamo cacofonie con tamburi ed assoli stridenti e contorti in sottofondo, creando una cesura malevola e sinistra; essa prosegue ieratica in una coda dove si uniscono campionamenti di esplosioni, mentre una dissolvenza poi trascina tutto verso l'oblio sonoro. Un lungo brano che fa un po' da contraltare ai due precedenti, mettendo in gioco tutta la monolitica lentezza doom di cui la band è capace, creando un suono opprimente che è familiare ad ogni fan del gruppo; a causa della già citata produzione vengono forse a mancare quelle atmosfere davvero sepolcrali del passato, ma la pesantezza è indiscutibile, schiacciandoci sotto i suoi suoni grevi come un carro armato che avanza inesorabile sul campo di battaglia. Il testo ci riporta ai temi bellici cari alla band olandese, trasportandoci come da titolo su un campo minato; tutti attendono il segnale nella fine della notte. I reggimenti si ergono per colpire prima della luce. Fuori dalle trincee corrono nel buio, ansiosi in molti, i quali non faranno mai ritorno; i soldati vanno a zig zag con le baionette puntate verso la vittoria, prima dell'alba avviene uno scontro a fuoco assassino,  con splendenti bagliori brillanti, mentre i mitra falciano le truppe disperate. "Crawling through barbed wire, into no-man's land, soil soaked in blood, the crying of men, terror unveiling, in between the lines, they scream mutilated, detonating mines - Strisciando tra il filo spinato, nella terra di nessuno, il terreno è sporco di sangue, gli uomini gridano, il terrore si dispiega, tra le linee gridano mutilati, detonando le mine" prosegue il testo, con i soldati intrappolati nel campo minato con una morte invisibile tra le distese, corpi senza testa e resti con ossa spezzate giacciono lontano, mentre esplosioni annunciano come moriranno; gli orrori della guerra vengono ancora una volta mostrati in tutta la loro natura, con descrizioni dettagliate e cruente dei resti dei cadaveri mutilati dei soldati, carnefici e allo stesso tempo vittime del conflitto. Un elemento importante dei loro temi sin dai tempi di "Last One On Earth", mutuato dai Bolt Thrower e poi fatto proprio; inizialmente più legato ad esaltazioni epiche, ora invece più all'orrore della verità e dei fatti.

Of Days When Blades Turned Blunt

"Of Days When Blades Turned Blunt - Di Giorni In Cui Le Lame Si Consumavano" parte con un fraseggio distorto e tagliente, presto raggiunto da blast decisi stagliati nel suo andamento; ecco che si passa poi ad una corsa in doppia cassa, dai colpi infernali e dai versi squagliati di van Drunen in bella mostra, creando un galoppo da tregenda. Un sequenza di giri più ariosi pieni di atmosfera solenne creano un ritornello mortifero, sempre supportato dalla doppia cassa e dai blast; ci si lancia quindi ancora nei loop a motosega, corrosivi e taglienti, per una violenza death a tutto spiano. Ci si alterna ancora al minuto e quindici con le melodie tetre, creando un movimento a due tempi ben giostrato; ecco che d'in tratto ci si ferma con un fraseggio greve e tetro, sottinteso da distorsioni e piatti cadenzati. Si prosegue su queste coordinate, con una coda doom ritmata dalla batteria e sostenuta dai riff lenti e vorticanti, van Drunen si da ad una risata sardonica, mentre l'andamento mortifero prosegue fino ad uno stop improvviso; dopo il breve silenzio dei piatti annunciano un riffing thrash violato da colpi decisi. Largo quindi alla ripresa della corsa in doppia cassa, con un torrente di chitarre e drumming serrato, trascinandoci con se; la ripresa die toni più ariosi non ci sorprende, mentre il cantato sgolato non ci abbandona, continuando l'episodio ancora una volta tutto sommato adrenalinico e diretto fino alla sua conclusione improvvisa. Una ripresa quindi dei modi dei primi due brani, pur riservando un maggiore spazio all'anima doom della band nella parte centrale; il disco si dimostra un lavoro che predilige l'attacco diretto e veloce, alternato con alcuni episodi in cui regna invece l'atmosfera opprimente, facendo da momenti di "stacco", ma non certo tranquilli o pacifici. Il testo prosegue sui temi violenti, toccando episodi storici, deriva narrativa presente spesso negli ultimi lavori del gruppo; parliamo della Rivoluzione Francese, la quale ha portato bagni di sangue terribili in nome della libertà. Secondo il calendario siamo al nono Termidoro dell'anno due (numerazione della rivoluzione francese), nell'età del rasoio, strumento di sterminio di massa umano. Il boia sorride mentre l'ascia scende giù, con una veloce separazione senza fronzoli, che fa cadere un'altra corona; i re e le regine sono imprigionati come Maria Antonietta (regina di Francia sposa di  sposa di Luigi XVI), il cui viso finisce nel cestino grazie alla ghigliottina. "Sentenced by thousands under "la grande terreur", a dark tale of represson, and the beheadings that occured - Condannato da migliaia durante "il grande terrore", un'oscura storia di repressione, e delle esecuzioni accadute" prosegue la macabra descrizione, in un simbolo preminente di orrori che verranno, mentre le masse esultano in una giustizia non dominabile, e la gente chiede di più; una piazza di decapitazioni, "Place de Revolution", dove facce tagliate mormorano dei gironi in cui le lame si consumavano. Uno stralcio storico accennato, senza dare troppe inutili indicazioni biografiche, reperibili in altre sedi; il sangue e i fatti macabri sono ciò che interessa alla band, trattando della storia come esempio della natura umana tutto tranne che benevola.

Der Landser

"Der Landser - Il Soldato" è introdotta da un suono ammaliante e greve, il quale avanza insieme alla batteria cadenzata, delineato da alcuni blast dilatati; al ventiquattresimo secondo una marcia rocciosa prende forma insieme al cantato isterico di van Drunen, sottolineato da alcuni giri circolari squillanti. Abbiamo poi la ripresa della melodia iniziale, in un ritornello appassionante dalla batteria controllata nel suo incedere, creando un'atmosfera solenne e cupa; si riprende quindi con i loop rocciosi e marziali, ben adatti ai temi del pezzo, i quali avanzano come raffiche di mitra ripetute nei loro toni distorti e taglienti, mentre il cantato assume punte più cupe di growl. Ecco che al minuto e quaranta si accelera con un galoppo di batteria dai giri di chitarra ieratici e dai rullanti di pedale, il quale avanza collimando in una cavalcata a media velocità, robusta e decisa; largo quindi ai loop a motosega, ossessivi e ripetuti. Al secondo minuto e trentuno si ripresentano le marce rocciose, le quali portano avanti il brano con le loro falcate marziali dal grande effetto; si torna quindi ai rallentamenti doom del ritornello, con drumming strisciante e melodie malinconiche e tetre, proseguendo come da copione fino ad una ripresa dei toni granitici da plotone militare. Al quarto minuto e ventotto ci si ferma con una digressione, al quale ci porta con effetti atmosferici verso un assolo squillante e protratto, il quale crea una sezione tetra ed oscura, sulla quale prende piede un fraseggio greve e distorto accompagnata da rullanti di batteria e blast dilatati; si crea quindi l'ennesima coda doom strisciante e monolitica, la quale avanza con tempi da panzer sonoro. Torna al quinto minuto e quarantasei l'assolo triste ed ammaliante, il quale si sviluppa in scale delicate. Prima di lasciare il passo ai riff pesanti e distorti, i quali proseguono fino alla conclusione in digressione; un episodio vicino al terzo brano, delineando la già citata maggiore spaccatura tra momenti più doom ed episodi più death. Il testo torna ai temi bellici dominanti, trattando della vita di un soldato; un ragazzo diventa un soldato, chiamato alle armi, presto sarà battezzato nel fuoco, e presto la sua guerra inizierà. E' un soldato, un invincibile soldato, e in battaglia dopo battaglia nessuno dei commilitoni fu perduto, e per il suo coraggio venne decorato con la croce di ferro (una decorazione militare utilizzata dal Regno di Prussia prima e dall'Impero tedesco poi, istituita dal Re di Prussia Federico Guglielmo III, reintrodotta da Adolf Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale); ora la direzione di marcia cambia verso est, penetrando in profondità nella terra, ma fermati dalla neve. Il suo Fuhrer lo lascia a gelare, nell'amaro gusto della sconfitta; nel dubbio e disillusi il soldato deve ritirarsi. "Enduring first winter, once more he storms again. The Blitzmachine in motion, through unknown barren land, no pausing in the advance. Enter the gates of hell, stalingrad's Inferno. Will he live to tell? - Sopportando l'inverno, ancora una volta esplode. La macchina da guerra in azione, tra terre sconosciute e spoglie, non fermandosi nell'avanzata. Entra i portoni dell'inferno, quello di Stalingrado. Sopravvivrà per raccontarlo?" prosegue il testo, mentre ora il nostro è un soldato esausto, i cui capi commettono tradimento, in una fossa di sangue e pus avviene la realizzazione di essere solo polvere; ora è il soldato tradito, uno dei pochi che ancora respira nel lungo viaggio verso casa pieno di paura, e nelle braccia amorevoli di sua madre, scorreranno le lacrime. Un testo insolitamente umano per la band, dove la Campagna in Russia viene vista dagli occhi di un soldato tedesco; inizialmente idealista, uscirà stravolto dalla realtà del fronte, toccando con mano la verità.

Reign Of The Brute

"Reign Of The Brute - Regno Del Bruto" prosegue la violenza sonora dei nostri, con un riffing roboante accompagnato dalla doppia cassa in un galoppo martellante, delimitato da alcuni rullanti e dai blast distribuiti; al ventitreesimo secondo un assolo squillante fa da cesura, seguita da una ripresa ancora più violenta della cavalcata, questa volta con l'apporto delle vocals sgolate di van Drunen. Al cinquantesimo secondo buzz di chitarra creano un andamento severo, e serrato, presto però violato da nuove bordate potenti, dove i giri a motosega convivono con la batteria incalzante e le grida furiose del cantante; largo quindi a nuovi loop circolari, in un movimento lanciato e massacrante che non accenna a calmarsi nel suo incedere assassino. Ma ecco che d'un tratto al minuto e quarantacinque un rullante di pedale e dei suoni ritmati rallentano il tutto in una cesura di raccoglimento con effetti caotici in sottofondo; non dobbiamo però farci ingannare, subito dopo esplode con alcuni rullanti una nuova cavalcata da tregenda, tagliente e devastante come sempre nei suoi riff a motosega e nei blast decisi. Tornano quindi le chitarre in buzz, sempre accompagnate da un galoppo di batteria costante, aprendosi poi alle bordate squillanti che caratterizzano il pezzo, in una violenza accentuata poi da rullanti di pedale lanciati; l'episodio termina all'improvviso con una distorsione di chitarra, seguendo un modus operandi ormai ben stabilito. C'è poco da aggiungere: probabilmente "Deathhammer" non vince certo per la varietà della proposta, ma picchia duro costantemente, senza darci nemmeno il tempo di riflettere o di riprenderci dagli assalti costanti perpetrati da chitarre, batteria, e vocals assassine e rauche dal chiaro marchio dei nostri. Il testo torna su temi di stampo fantastico/fantascientifico, questa volta di stampo apocalittico; il clima globale cambia, e scende il permafrost mentre entrambi i poli del mondo scompaiono, le cappe di ghiaccio sono perdute per sempre in una mutazione progressiva, formando una nuova razza in un'evoluzione migliorata, ed alterando la faccia della terra. La progenie cruenta si sviluppa, nata perfetta in una pura bellezza terrificante, nata per il dominio in una logica fusione naturale di insetti e rettili, dotata di intelligenza, crudele senza pietà e vile; "Billions rot in agony, in unbearable pain, mountains steam from roasted flesh, bones cover the plains, intensify the torment, terror absolute, as continents are drenched in blood, reign of the brute - Miliardi marciscono in agonia, nel dolore insopportabile, montagne di carne arrostita sorgono, le ossa coprono i campi, s'intensifica il tormento, il terrore è assoluto, mentre i continenti si bagnano di sangue, nel regno del bruto" prosegue il testo descrivendo la conquista orribile perpetrata da questi nuovi esseri, termiti giganti che si nutrono di carne umana, stuprando il resto dell'umanità per fargli portare i loro semi. Sentiamo gli ultimi uomini implorare, mentre con lingue strappate cedono, corpi spezzati impalati sono dispersi su campi infiniti; un orrore dai connotati catastrofici con svariati riferimenti alla filmografia di più di cinquant'anni, con creature orribili e mutazioni che assaltano l'umanità distruggendo città e nutrendosi delle persone. 

The Flood

"The Flood - L'Inondazioneparte con una cavalcata ritmata dai giri squillanti di piena natura death, tempestati dalla batteria cosante e dai versi di van Drunen; ecco poi impennate a motosega, supportate da rullanti di pedale, in un galoppo possente che avanza imperante. Si torna quindi al movimento precedente, sempre giostrato su loop stridenti e cascate di suono distorto; l'alternanza è chiara, e nuovi giri circolari più ariosi tornano a prendere posto delimitati da un rullante. Parte di seguito una marcia thrash dalle falcate solenni, sulle quali si distendono le raffiche di chitarra e basso, così come il cantato disperato e furioso; al minuto e trentasei i rullanti di pedale sospingono i riff ormai familiari, in un effetto ossessivo ancora una volta raccolto da un rullante. Ecco ora una sequenza nervosa e tagliente, dominata dalla batteria combattiva e dalle raffiche decise di chitarra, mentre van Drunen prosegue con le sue esclamazioni demoniache; dopo un brevissimo assolo squillante i toni si fanno ancora più incisivi, con bordate vorticanti che ancora una volta trascinano con i loro loop il brano, dominato da suoni saturi e distorti. E' ormai di casa il fraseggio sinistro e severo, il quale avanza con i suoi toni da motosega insieme ai rullanti di pedale e alla batteria incalzante, fino alla solita conclusione improvvisa, questa volta segnata da un piatto; ennesimo attacco veloce e ieratico, dalle note taglienti che devastano le nostre orecchie, con una lezione qui prettamente death che non vuole certo stupire o rivoluzionare quello che è ormai uno stile ben collaudato. Il testo prosegue sulla linea degli eventi catastrofici, parlandoci inizialmente con toni a volte mitologici e figurati di un'inondazione che sovrastale terre emerse, presentata poi in modo più diretto; Nettuno, dio dei mari, manda i suoi servi della distruzione mentre il suo tridente comanda i venti ululanti e guida gli uragani sulle terre emerse, colpendo duro le province del sud. Onde selvagge colpiscono intere linee di costa, mentre una tempesta pesante arriva dal nord ovest, in una velocità massima della natura dove sembra che gli elementi si siano accordati; "Levels exceeding, continuing downpour, in combination of a tidal surge, roaring and raving, ravaging gates, conditions persist to emerge, signs of desperation, out of the mainland, vessels sending out their SOS, wreckages sinking, their fate was sealed, impossible to aid them with success - I Livelli salgono, la colata continua, insieme ad un'onda che s'innalza, ruggendo e frastornando, distruggendo i portoni, con condizioni che continuano ad emergere, segni di disperazione, fuori dalla landa principale i vascelli lanciano i loro SOS, i derelitti affondano, il loro destino è segnato, impossibile aiutarli con successo" prosegue la descrizione degli eventi, mentre le difese si rompono e gli argini crollano, non più capaci di resistere alla forza in un caos che prende a sorpresa con buche che si allargano. L'inondazione non mostra rimorso, mentre i paesani annegano e il bestiame viene spazzato via; le comunicazioni sono interrotte e le strade vengono perdute, gli edifici crollano mentre intere città scompaiono sommerse. Elicotteri da ricognizione cercano e mandano provviste e sacchi di sabbia, evacuando i morti e i vivi, mentre il mare si ritrae dalle terre;  un tema non troppo fantastico, anzi tetramente reale se pensiamo alle varie inondazioni e disastri accaduti negli ultimi anni, mostrando degli Asphyx  più legati alla realtà fattuale, anche se non rinuncianti ad immagini grandiose.

We Doom You To Death

"We Doom You To Death - Vi Destiniamo Alla Morte"  si prefigura sin dal titolo come uno degli episodi legati all'anima monolitica del gruppo olandese; ecco quindi un tamburo con rullanti, presto sostituito da grida incalzanti di van Drunen ed un motivo di chitarra tetro e protratto, accompagnato dai blast cadenzati di batteria. Al venticinquesimo secondo prende piede una marcia dilatata dai riff alienanti e rocciosi, mentre la batteria striscia tra colpi secchi e piatti distribuiti; naturalmente il cantante non ci abbandona, proseguendo con le sue grida sgolate, le quali trovano posto nell'atmosfera desolata della coda creatasi. Riprende di seguito il suono greve e triste della chitarra, riportandoci il motivo portante del pezzo, giocato su distensioni ieratiche delineate dai rullanti e dal growl macilento di van Drunen; riecco quindi la marcia mortifera in un movimento ossessivo da carro armato, il quale avanza senza sosta mettendo sotto gli ascoltatori. All'improvviso al secondo minuto e diciassette si accelera in una sequenza thrash dalle bordate granitiche ripetute come raffiche, mentre i colpi di batteria acquistano maggiore velocità, controllati comunque, e i piatti ancora una volta delimitano il movimento dominato dalle grida del folle olandese; si collima quindi in un nuovo rallentamento doom segnato da un fraseggio dilatato così come la batteria strisciante, il quale poi avanza con giri epici e sospesi, sottolineati da alcune digressioni squillanti ed arpeggi sinistri. Al terzo minuto e trentaquattro si torna al galoppo ritmato con riff marziali ripetuti, il quale diventa sempre più accattivante, contratto da alcuni rullanti di batteria; l'alternanza dinamica non cede, ed ancora una volta finiamo in un rallentamento mortifero e trascinato, il quale si muove pachidermico tra giri distorti e versi sgolati, e dove percepiamo anche grevi arpeggi di basso ferrosi. Al quinto minuto e tre il motivo tetro riprende posto, mentre l resto della strumentazione si mantiene opprimente e dilatata, van Drunen assume toni sempre più trita gola, dandosi poi a convulsioni ululate che amplificano l'effetto della sua performance; questa volta il movimento è ossessivo e costante, proseguendo su queste note a lungo, piene di un'atmosfera oscura. Un dissolvenza prende quindi piede, trascinando con se il pezzo verso l'oblio sonoro; un episodio desolato e lungo, che ripete i modi del disco, il quale alterna attacchi veloci ad affreschi oscuri come questo. Per motivi non esplicitati non esiste un testo reso pubblico, quindi non è dato sapere di cosa parla il testo; di sicuro comunque, almeno basandoci sul titolo, dello stile usato qui dagli Asphyx, lento e mortifero, loro biglietto da vista praticamente da inizio carriera. 

Vespa Crabro

"Vespa Crabro" si lancia con un roboante riff condito dalle gridai di van Drunen e dalla doppia cassa dritta, protraendosi nei suoi vortici sonori caotici insieme ai blast distribuiti; al ventiquattresimo feconde ecco un'impennata thrash dalla sicura potenza, la quale avanza con i suoi montanti sottolineati dai piatti e da rullanti. Riprende quindi la cavalcata selvaggia ricca di falcate energiche e loop terremotanti, mentre van Drunen prosegue con le sue grida sgolate, sottolineate da blast distribuitisi passa quindi ancora alla marcia contratta e rocciosa, sempre con drumming galoppante e rullanti di raccoglimento. Al minuto e ventidue i buzz di chitarra si danno a giri circolari, i quali però hanno breve vita, dando spazio ancora al movimento precedente in un'alternanza ripetuta diverse volte; si aggiunge in sottofondo anche uno strano effetto oscuro, mentre al minuto e cinquantasei riprende la corsa sferragliante con doppia cassa e bordate devastanti, dove la batteria e le urla disumane trascinano il tutto in una tempesta sonora di chiara fattura death. Largo poi a nuovi giri a motosega, i quali anticipano la ripresa della marcia imponente, la quale avanza delineata da rullanti; questo fino alla chiusura improvvisa segnata da un urlo di van Drunen, la quale chiude un altro pezzo violento dalla struttura alternata abbastanza semplice, la quale punta a colpire duro per tutto il tempo. Il testo prosegue con uno dei temi dominanti dell'album, ovvero la ribellione della natura contro l'uomo, in una sorta di stampo ecologista non certo da trattati, ma molto terra terra e scusante per fantasie cruente; grandi vespe dalle dimensioni impressionanti,  membri dell'aculeata (sistema gerarchico di questo tipo d'insetti), paralizzano e consumano le vittime catturate e smembrate, togliendo arti e teste con mandibole potenti che fanno a pezzi la preda. Sono creature maestose, carnivore che cacciano senza fallimenti; "Let us observe this common man, in his beloved shed yet free of all suffering and his forthcoming death, annihilate one of their sort, fatal the consequence, pheromone raises the alarm, triggering the defense - Osserviamo questo uomo comune, nella sua amata capanna ancora libero da ogni sofferenza e dalla sua morte imminente, elimina una del loro tipo, le conseguenze sono fatali, i feromoni alzano l'allarme scatenando le difese" prosegue il testo in una sorta di inquietante documentario, mentre avviene un massacro che si espande, con venti vendicativi e reazioni con pungiglioni velenosi. Aghi avvelenanti attaccano in modo sincronizzato in centinaia freneticamente, gli insetti sono furenti; essi provocano gonfiori e ferite brucianti di acetilcolina, mentre la vittima sente un dolore lancinante, e il suo corpo crolla morendo lentamente e miserabilmente. Lo sciame ora si calma data la minaccia eliminata, tornando nei nidi; una descrizione meticolosa e scientificamente dettagliata con termini reali dell'azione di vespe giganti; esse provocate attaccano un uomo, la cui fine è segnata. Ancora una volta è il reale a dare spunto al tema, trovando qui elementi che spesso vengono usati dai nostri anche nel fantastico; come detto prosegue una certa nota ecologista che mostra un interesse vago verso questo tema e di accusa all'uomo, anche se non si tratta certo di un concept album

As The Magma Mammoth Rises

 "As The Magma Mammoth Rises - Mentre Il Mammoth Di Lava Sorgeè il monolitico finale del disco, introdotto da chitarre stridenti e squillanti dalla cacofonia spettrale, sulla quale s'introduce un fraseggio tetro e solenne; al ventiquattresimo secondo parte un riffing deciso e roccioso, il quale avanza possente, ma pieno di note ammalianti, insieme al drumming pestato, collimando poi in una punta ancora più ieratica, proseguendo poi con la ripresa del suo motivo. Al minuto e due si aggiungono i versi mortiferi di van Drunen, mentre il loop continuo prosegue in sottofondo, sempre promulgato dalla batteria pulsante e raccolto da alcune punte ariose con rullanti; al secondo minuto e sedici prende piede una sequenza rocciosa dai giri granitici, la quale avanza trionfante in una marcia marziale. Di seguito tornano i giri ariosi, ora ancora più apocalittici e dilatati, i quali creano un'atmosfera epica protratta, per l'ennesima volta raccolta dai momenti più evocativi; la struttura è giocata sulla ripetizione ossessiva di questi suoni, mentre van Drunen non molla il colpo ed urla come un disperato. Al terzo minuto e quarantasette un assolo squillante fa da cesura, introducendo una serie di rullanti ritmati e bordate rocciose, con una sequenza contratta solenne; esplode quindi una corsa in doppia cassa, dove sopravvivono i suoni squillanti in sottofondo, sostituiti subito dopo però da fraseggi taglienti e blast decisi. Al quarto minuto e trenta si aprono giri circolari a motosega, violenti e ripetuti, creando una palpabile tensione sonora; si ritorna quindi alla cavalcata precedente, sospinta dalla batteria e dai piatti cadenzati. L'alternanza viene ripetuta, con un clima violento che squarcia la composizione fino al quinto minuto e trentasette; qui un fraseggio fa da cesura, seguito dal movimento epico di inizio brano, il quale ancora una volta si da  a punte evocative, e dove il drumming è come una pressa costante. Qui s'incastrano le urla disperate del cantante, in una declamazione disperata protratta così come la musica; il tutto è opprimente nei suoi loop ossessivi e lenti, ipnotizzandoci e trascinandoci con se; al settimo minuto e dieci ritornano le bordate marziali, in una sequenza thrash delimitata da riff imponenti; ma ecco che rullanti e colpi pestati scemano in un feedback, il quale chiude il brano con un campionamento cupo. Il doom prevale quindi in questo finale, deciso e dall'atmosfera altisonante ed imponente, come da migliore tradizione del gruppo; un lavoro quindi non certo troppo complicato e tecnico, il quale ripropone in modo quasi ossessivo i suoi modi, in nome di un death assassino senza compromessi. Il testo chiude il cerchio catastrofico con la lava, anch'essa portatrice in disastri di morte e distruzione, con elementi fantastici che gli danno una personalità cosciente; un gigante addormentato nell'abbraccio sicuro di Madre Terra, un feto caldo che cresce, fino a che contrazioni introducono la sua nascita attendendo la dilatazione. Dieci mila anni sono passati, e il figlio della dannazione e della devastazione imprevedibile imprigionato in chilometri di profondità sotto la superficie, sta per sorgere da sottoterra; un dormiente che si sveglia, fuggendo dalla tenebra e dal buio come una fenice che si erge, portatore di sventura. "Deep from the chamber comes an outburst of immense magnitude, clear distant signal, smoke columns reach high altitude, broken the mantle, under pressure great from within, like a divine furnace, and the siege of the mammoth begins, supervolcano fire fountains on its colossal path, out of the crater, glowing fluid substances leak, deafening thunder, large trembling basalt plateau of epic proportions, is the crack that follows the blow Dalla camera arriva uno scoppio ad alta intensità, un segnale distante e chiaro, colonne di fumo s'innalzano, il manto si rompe, sotto la grande pressione interna, come una fornace divina, e l'assedio del mammoth inizia, con fontane di fuoco sul suo percorso colossale, mentre fuori dal cratere sostanze fluide e illuminate escono, in un tuono assordante, una grande placca di basalto di epiche proporzioni trema, è lo spacco che segue il colpo" prosegue la descrizione epocale, mentre le particelle s'infiammano e frammenti brucianti volano eiettati dal calderone e lanciati in cielo; un'enorme eruzione vaporizza laghi interi, mentre impressionanti fiumi di lava e terremoti distruggono il globo. Il magma esce con pietre sciolte e gas dissolventi, cristalli solidi e sospesi coprono strati di cenere, nella catastrofe più grande di sempre; risultano cambi climatici anormali prodotti dalle esplosioni, avviene una glaciazione rapida mentre l'aerosol copre il Sole, abbiamo deforestazioni e nevicate drammatiche, il raccolto muore e avviene la carestia su larga scala. In un inverno eterno l'umanità non sopravvivrà; un'ennesima oscura apocalisse dove la natura si ribella, portando all'annientamento dell'uomo inerme.

Conclusioni

Concludendo il nostro percorso, gli Asphyx ci salutano con una nota più che positiva, ovvero un lavoro che prosegue il suono dei loro classici, senza cedere o stravolgere nulla; certo non siamo proprio a quei livelli, o meglio essendo già stata proposta al tempo un certo tipo di composizione ed atmosfera, e godendo allora del fascino genuino della novità e della produzione più sporca, la riproposizione non può avere lo stesso impatto emotivo e valore storico di un capolavoro come "Last One On Earth". Ma sarebbe poco realistico chiedere qualcosa che è molto legata al ricordo e alle circostanze; per una band dalla tradizione ed importanza come quella dei nostri, il primo obiettivo è non distruggerla, cosa che per fortuna i nostri assolutamente non fanno. Qualcuno forse potrebbe risentirsi di certi testi contro il metal moderno, ma bisogna capire che il gruppo è composto da veterani che hanno partecipato sin dalla fine degli anni ottanta a quello che era un genere underground, ovvero il death, il quale non era nato per finire nelle luci della ribalta come poi è successo (relativamente, ancora oggi se guardiamo il mare di band esistenti molte, anche considerate di successo, non navigano certo nell'oro); è inevitabile quindi che al loro occhio certe derive "commerciali" non siano gradite, vivendo il death come un ideale da mantenere nelle sue forme più cupe e genuine. Il diritto ad esprimere la loro visione se lo sono guadagnato con oltre vent'anni di carriera, segnata da diversi periodi e formazioni, con album più o meno riusciti, ma senza nessun vero passo falso (no, nemmeno l'oggettivamente buono "God Cries", il quale ha solo il difetto di centrare poco con lo stile classico dei nostri); i fan di sicuro gradiranno questo ennesimo lavoro, così come le varie estensioni del gruppo (Soulburn, Hail Of BulletsGrand Supreme Blood Court) che ruotano con alcune variazioni intorno allo stesso concetto stilistico, e anche probabilmente ogni amante del death vecchia scuola aggressivo e spacca ossa. Cosa aspettarci dal futuro? Be, semplicemente un altro disco di death brutale dai momenti doom, con tutti gli ingredienti di casa Asphyx , ma anche i loro concerti che continuano tutt'ora, banco di prova affermato della loro abilità e del loro impatto; siamo a metà della seconda decade del nuovo millennio, e gli olandesi continuano a rappresentare un nome di punta del death europeo più violento e senza compromessi, rimanendo di diritto nell'Olimpo del genere. Molti li hanno copiati, con alterne fortune, ma solo loro sanno davvero ricreare quella specifica atmosfera e quel modus operandi che si basa su elementi "semplici", ma che in mano altrui non suonano allo stesso modo; avere una propria identità, specialmente oggi che è stato fatto davvero di tutto nel metal, non è affatto così semplice, eppure i nostri riescono ancora, insegnando alle nuove generazioni e tenendo testa ad altri veterani. La nostra analisi si ferma quindi per ora qui, in attesa di tornare a parlare dello juggernaut olandese il più presto possibile; intanto abbiamo i loro lavori a tenerci compagnia, portandoci nel loro mondo punitivo e mortifero, nel quale siamo ormai di casa.

1) Into The Timewastes
2) Deathhammer
3) Minefield
4) Of Days When Blades Turned Blunt
5) Der Landser
6) Reign Of The Brute
7) The Flood
8) We Doom You To Death
9) Vespa Crabro
10) As The Magma Mammoth Rises
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