ASPHYX

Death.. the Brutal Way

2009 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
27/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

2009: la bestia si risveglia, nuovo sangue è richiesto; gli Asphyx  tornano dagli abissi del tempo con "Death..  The Brutal Way - Morte.. Nel Modo Brutale", il loro sesto e penultimo album in studio, quello che ha fatto riscoprire a molti giovani appassionati di death la band olandese, un caposaldo del genere che però spesso è rimasta in stasi, saltando intere generazioni di ascoltatori; li avevamo lasciati con il sottovalutato "On The Wings Of Inferno" del 2000, il quale vedeva una line up dove Bob Bagchus, Eric Daniels e Wannes Gubbels portavano avanti il death/doom marchio dei nostri, e della "incarnazione di mezzo" Soulburn. Un disco davvero convincente, che riusciva a tornare alle radici del loro sound, ripresentandole nel nuovo millennio. Ora nove anni dopo la formazione mantiene Bagchus e Gubbels, mentre Daniels viene sostituito da Paul Baayens (chitarra), mentre avviene un ritorno gradito a molti fan: Martin van Drunen rientra nella band, mancante da più di quindici anni, durante i quali ha fatto qualche ospitata in sede live con i Bolt Thrower e poco altro. Qui dividerà i doveri vocals con Gubbels, che si occuperà anche del basso, cosa non tanto strana dato i due registri vocali simili. Il risultato? Uno degli episodi più pesanti, oscuri e allo stesso tempo ammalianti della loro carriera, per molti al pari  del leggendario "Last One On Earth", se non addirittura migliore; Baayens non fa rimpiangere Daniels, riuscendo  a ricreare quei riff e fraseggi tipici della band, creando nuovi mondi sonori fatti di putrescenza ed oscurità, Bagchus regala una struttura ritmica impeccabile, il basso di Gubbels è greve e pesante come richiesto, e van Drunen è forse addirittura migliorato nel tempo, offrendo sempre un'interpretazione folle ed unica nel panorama death. La produzione è anche in questa occasione perfetta, moderna, ma mai troppo pulita, conservando allo stesso tempo aggressività e atmosfera malata, senza sacrificare però la presenza degli strumenti; un suono old-school nel nuovo millennio, il quale risulta senza tempo, evitando false tendenze vintage, così come modernismi fuori luogo. Gli Asphyx  suonano qui come solo loro sanno fare, confermandosi una realtà epocale del death metal tutto; la dove non poco si perdono in gare di tecnicismo dimenticando l'atmosfera, la band olandese non molla mai la presa su questo, prestando fede al nome di metal della morte. Come sempre abbiamo episodi più diretti e concitati, come il brano d'apertura, e altri opprimenti e mortiferi come "The Herald" e "Asphyx II (They Died As They Marched)", in un death che sa quando accelerare, e quando smorzare i  tempi; mai fare l'errore di pensare ad un brodo riscaldato, perché i nostri sanno creare sempre nuove melodie ed andamenti che pur riconoscibili come loro, scrivono nuove pagine nella storia ricca della band, e in generale del death metal. Un ennesimo trionfo sotto tutti fronti, che deve appartenere a qualsiasi appassionato del gruppo, così come del death in generale; i suoi temi spaziano, come ormai da molto nella band, dalla guerra ad orrori cosmici e terreni, così come anche al passato leggendario e alla cronaca nera, offrendo una ricca gamma anche da questo punto di vista, seguendo sempre il filo conduttore della violenza e della morte.       

Scorbutics

Si parte con la piratesca "Scorbutics - Scorbutici" e con i suoi riff a rasoio sui quali batteria e vocals folli trovano spazio, in un andamento ritmato delineato da rullanti e sottinteso da grevi arpeggi di basso; al trentatreesimo secondo parte un montante roccioso di scuola thrash, con piatti cadenzati, il quale poi lascia posto al movimento precedente, mentre van Drunen prosegue con i suoi toni sgolati e rauchi. Largo quindi a una nuova marcia, al quale questa volta collima in un assalto in doppia cassa e riff a motosega, veloce e furioso, in una cavalcata da tregenda di sana scuola death; essa si dilunga incisiva fino al secondo minuto e otto, dove un trotto cadenzato e severo prende forma con bordate sott'intese da distorsioni di basso e drumming ritmato, raggiunto poi da rullanti di pedale. I toni tornano più concitati al secondo minuto e quarantadue, riprendendo i loop sega ossa di chitarre in doppia cassa, sui quali come sempre si struttura un cantato cupo e stridente, in un'atmosfera adrenalinica, ma allo stesso tempo oscura; le alternanze sono ormai familiari, e al terzo minuto e tredici si passa alla marcia marziale dalle falcate imperanti, al quale conosce ancora rullanti di pedale che ne alternano il passo. Il finale è affidato dopo un giro squillante ad un fraseggio cupo con batteria martellante, il quale si lancia in un'ultima cavalcata isterica e potente; un pezzo d'apertura che gioca sull'azione piuttosto che sulle atmosfere doom, sorprendendo forse poiché era facile aspettarsi un'introduzione più mediata e preparatoria, come quelle che hanno aperto altri dischi dei nostri. Ma gli Asphyx  giocano secondo le loro regole, e decidono invece di stordirci con un pezzo più saldamente death, conservando tutte le venature thrash della vecchia scuola; le capacità tecniche della line up hanno già modo di risaltare, anche in quella che tutto sommato è una struttura lineare per la band, con un drumming preciso e possente unito a chitarre affilate e granitiche, e a vocals che ancora una volta evocano l'oltretomba. Insomma, si parte con i fuochi d'artificio, e già capiamo di essere davanti ad un grande lavoro, che può solo stupirci in meglio; la carica è massima, e siamo pronti a passare al brano successivo per scoprire cosa ci riservano gli olandesi. Il testo evoca epopee piratesche, tra navi fantasma, mari tempestosi e naufragi mortali; navighiamo tra onde alte e potenti, dirigendoci verso sud, su un tre alberi pieno di bucanieri, flagello del Nuovo Mondo, senza legge, con una fratellanza di soldati induriti, la Jolly Roger (la classica bandiera nera con teschio) sventola senza vergogna e con disprezzo, mentre sul ponte vi sono quaranta fucili carichi. L'isola di Tortuga li attende, con donne, rum e oro, mentre navigano sulla Fregata catturata, tornado alla base; la loro ultima incursione ha avuto successo, e gli scrigni sono pieni di bottino, il vascello mercantile non ha mai avuto speranza, e nessun respiro gli è stato dato, con pennoni colorati di rosso, pugnalando e sventrando come il suo codice richiede. La nave portoghese viene affondata, e i resti rimangono agli squali bianchi, che si nutrono grazie alla pirateria, e dopo il vino e i bagni di sangue, dormono nella corruzione, affrettandosi nel flusso della vittoria; "Then all of a sudden breaking weather, Puts an end to their prosperity, Entering weeks of steerless, aimless floating, In the calm and the merciless heat, Rapidly provisions are decreasing, No more fruit and vegetables to eat - Poi all'improvviso, irrompendo dall'aqua, metti fine alla loro prosperità, entrando in settimane di navigazione senza direzione e freni, nella calma del caldo senza pieta, mentre le provviste diminuiscono velocemente, e non ci sono più frutti o vegetali da mangiare" prosegue il testo cambiando del tutto scenario, mentre si arriva al terrore dello scorbuto, con creature livide che pregano il loro dio, mentre provano emorragie intestinali e le ossa si consumano, con cartilagine corrosa e urinando sangue, provando insonnia mentre denti e capelli cadono e si sente il puzzo rancido della corruzione umana. Nella disperazione delirante l'ultimo di loro muore lentamente, tra il pus, il sangue, le ossa e i corpi, mentre i gabbiani ingoiano occhi morti; un testo che parte come un'epopea piratesca, per degenerare in una truculenta visione di malattia, decadimento e morte, mostrando una certa fantasia nel trattare questi temi da parte della band.

The Herald

"The Herald - L'Araldo" inizia con un montante roccioso e graffiante, sostenuto da una batteria ritmata e robusta; al tredicesimo secondo si rallenta con giri soppesati, mentre van Drunen introduce i suoi versi cupi e rauchi. S'instaura un'alternanza tra i due andamenti in un gioco di botta e risposta, creando un movimento contratto e dinamico; ma ecco che al cinquantaseiesimo secondo parte una cavalcata magistrale con fraseggi notturni dall'atmosfera severa e doppia cassa lanciata, sula quale parte il ritornello malvagio, mentre il suono si fa sempre più sostenuto. Si arriva al minuto e trenta, dove d'improvviso tutto si blocca con una chitarra greve e pesante, che instaura un momento doom lento e monolitico, dove si avanza con colpi di batteria e bordate striscianti; arriva una melodia oscura e bellissima, mentre i colpi si fanno più decisi, in una marcia dal grande effetto, la quale lascia poi posto alle note elaborate e squillante della chitarra in assolo. Un momento di grande songwriting da parte del gruppo, capace di regalare atmosfere unico, allo stesso tempo emotive ed oscure; al secondo minuto e ventotto prende piede un trotto roccioso con drumming controllato e giri di basso, il quale avanza con le vocals opprimenti di van Drunen. Esso evolve quindi in una cavalcata in doppia cassa, ricca di loop a motosega e batteria pestata, al quale avanza sempre più concentrata e veloce; il finale vede invece un ultima sequenza di bordate thrash, ripetute fino al colpo di piatto che segna al conclusione del brano. Compaiono quindi gli elementi doom tanto cari al gruppo e ai loro fan, i quali comunque non annullano certo la presenza di andamenti tirati; la maestria nell'alternanza tra i due è indiscutibile, e mostra tutta la forza degli olandesi, i quali non annoiano mai, neanche nei momenti più enti, sapendo usare melodie spettrali ed evocative piazzate nel momento e nel modo giusto. Il testo torna ai temi misteriosi ed apocalittici cari alla band, sottintendendo misteri cosmici alla Lovecraft e profezie oscure; l'arrivo dell'Araldo dalle sfere esterne è un presagio di dannazione e di Giorno del Giudizio imminente. Ci viene intimato di ascoltare le sue parole sagge,  profezia veritiera, mentre la sua apparenza viene seguita da un'oscura ombra di morte; "In pathetic disputes, A race for oil and gas, Cremating in the cauldron, Incinerating fast, Arctic shrinkage, Drastic alteration, Thawing permafrost, Subsurface refrigeration - In dispute patetiche, una gara di olio e gas, cremando nel calderone, incenerendo velocemente, nell'Artico che rimpicciolisce, con alterazioni drastiche, il permafrost disgela, la sotto superfice refrigera " continua la descrizione, mentre i Poli si sciolgono in cascate, e l'umanità affoga in oceani di lacrime. Raggiungendo il punto critico la glaciazione è minima, un evento altamente esplosivo accende la bomba di metano; l'umanità si salva dal dolore con fantasie sull'aldilà, mentre intere specie vengono "risparmiate" dalla sofferenza con un'eutanasia globale. Uno scenario di morte apocalittico, che riprende i temi ecologici e di riscaldamento globale purtroppo fin troppo reali e odierni; questo saper unire realtà e fantasie oscure è uno dei punti forti della band, coerente tanto nel suono, quanto nell'immaginario.

Bloodswamp

"Bloodswamp - Palude Di Sangue" s'introduce con chitarre distorte strutturate in un movimento contratto  delineato da piatti alternati ed alcuni giri dilatati, mentre la voce di van Drunen si da a versi brutali; al diciassettesimo secondo parte una marcia trascinate dalle raffiche decise e dai fraseggi  marziali, la quale avanza come un treno apocalittico. I toni si fanno poi più vivaci  con una doppia cassa ritmata e giri grevi di basso in sottofondo, mentre il cantato narra con toni sgolati il testo; ecco che fraseggi dissonanti trovano al loro strada, in un'atmosfera disorientante dal grande effetto. Al minuto e cinque si rallenta in una serie di contrazioni che riprendono la struttura d'inizio brano, in una pausa preparatoria; ancora una volta quindi si accelera con la doppia cassa ritmata, mentre troviamo definizioni di rullanti e loop a motosega trattenuti, e naturalmente le vocals rauche di van Drunen, in una serie di garanzie delle quali certo non dubitiamo. Al minuto e cinquantasei si passa ad una sezione doom strisciante, sulla quale troviamo riff lenti e suoni discordanti, segnati da colpi di piatti; si evolve in una marcia mortifera, dai fraseggi vorticanti e dall'andamento tritacarne, la quale poi si alterna in riprese e lasciate con la sequenza precedente, mantenendo le velocità minime e i toni marziali e lisergici fino al terzo minuto e quindici. Qui parte una cavalcata controllata con giri grevi di chitarra e basso, dove il drumming gioca abilmente tra piatti e rullanti; l'andamento incalzate prosegue deciso, chiudendosi con la ripresa per alcuni secondi dei rallentamenti dissonanti, ai quali segue il silenzio. Notiamo qui al capacità dei nostri di ricreare in musica le atmosfere del testo, dando una sensazione di caldo opprimente, sabbie mobili, e morale sentenza ineluttabile; un panzer che ben mostra il alto più claustrofobico e pensate della band, dove comunque anche questa volta non mancano assalti veloci. Il testo abbraccia temi "tropicali" dalle varianti horror, in una disgustosa palude di sangue che attende le sue vittime; difficile non pensare alle atmosfere dei B e Z movie horror, spesso italiani, con foreste, selvaggi cannibali, e orrori truculenti e perversi. Sono passati diversi giorni di panico da una grande fuga, con un fuggitivo che si muove in un paesaggio sconosciuto, con gli inseguitori che lo cacciano, con testarda risolutezza, correndo, inciampando, arrancando, in un esaurimento insopportabile; "Exotic flora changing, Black vegetation, Curse of mother nature, Botanical mutilation, Thicket suddenly ending, Insanity revealed, Reaching from East to West, Such horror unreal - La flora esotica cambia, con vegetazione nera, una maledizione di madre natura, una mutilazione botanica, dove finisce la boscaglia la follia si rivela, arrivando da est e da ovest, un orrore che si dispiega" continua il testo mostrandoci il nuovo orrore che si dispiega davanti al protagonista, una palude di sangue con pozze bollenti, una perversione evaporante in un intruglio gorgogliante. Un'orribile creazione, un acquitrino puzzolente, un abominio caldo e umido; si sbraccia nel liquido, affondando dentro, vomitando dal naso mentre il sangue riempie i polmoni, sputando sporco rosso e ingoiando escrezioni spesse, in una morte disgustosa mentre si affoga nella melma. Un altro testo semplice, ma grandioso nel creare immagini horror vivide e descrittive; fantasia nel suono e fantasia nei temi, gli Asphyx si dimostrano ancora una volta maestri nella loro materia. 

Death..The Brutal Way

La Title Track parte con blast cadenzati, rullanti guerreggianti e falcate   imponenti; al tredicesimo secondo un fraseggio distorto viene dilaniato da versi e bordate di drumming e chitarra, prima di lanciarsi in una corsa in doppia cassa devastante, lanciandosi in un mantra confuso dove le vocals veloci di van Drunen e i loop  di chitarra ci assalgono in connotati death/thrash robusti. Al cinquantaduesimo secondo parte l'esaltante ritornello sottolineato da funeste digressioni distorte e da un cantato dall'inno da stadio, mentre il drumming si mantiene battagliero e forsennato; i fraseggi si fanno ancora più taglienti, in veri e proprie motoseghe circolari. Si continua quindi con la cavalcata brutale, per uno degli episodi più tirati e veloci di tutto l'album, molto legato all'influenza del death di gruppi come i primi Obituary, il quale amplificava i suoni e gli andamenti tipici del thrash; si arriva così al minuto e cinquanta, dove d'improvviso si rallenta in modo mortifero. Largo quindi a monolitici giri di basso grevi, chitarre oscure e batteria cadenzata e strisciante, in un elemento doom che è ormai una certezza per noi, dalle atmosfere decadenti e putride; ma ecco che al secondo minuto e trentacinque si liberano raffiche rocciose in una marcia potente, dove i giri squillanti delimitano l'andamento incisivo e trascinante, e dove il drumming si giostra tra colpi di piatti e tamburo. Alcuni rullanti fanno da cesura veloce, dopo la quale si riprende con le corse caotiche iniziali, in un pandemonio sonoro fatto di riff al fulmicotone e vocals  vomitate di van Drunen; doppia cassa e chitarre come seghe completano il quadro, lanciando il tutto con fraseggi tetri finali, i quali trascinano l'andamento verso l'inevitabile conclusione. Un pezzo esaltante, veloce e preciso, con una parte centrale doom ed un inizio e un finale invece tirati, fatto per essere riproposto dal vivo, celebrazione musicale, e come vedremo anche testuale, della lunga carriera del gruppo, e del suo primato; gli Asphyx insomma sanno far muovere oltre che terrorizzare, e qui ne danno largamente prova con un assalto appassionante dai ritornelli esaltati ed esaltanti. Il testo riserva una novità simpatica: piuttosto che parlarci di orrori, parla del loro concerto di reunion del 2007 durante il Party San  Open Air Festival, celebrando se stessi e il pubblico, naturalmente con metafore brutali; spaccando durante il concerto, sentono le orde di fan che li conclamano, con lo sporco per nutrire i ratti, e la birra per oliare la voce, colpendo i timpani fino a romperli, e legando alla cremagliera, mentre ossa e nervi sono spappolati. Essi sono tornati, e ancora una volta stabiliscono le regole, il messaggio è chiaro, e s'invita gli altri a lasciare il palco, perché non c'è posto per loro, non ci sarà pietà quando entreranno nel loro regno, facendo soffrire all'infinito gli altri sull'altare del dolore; si definiscono mercanti di brutalità,  e la morte è la loro unica regola, la dottrina del vero metal, sono dei della vecchia scuola. Moriamo a causa dei fottuti Asphyx, che massacrano ad alto volume, mentre spellati vivi imploriamo di avere la morte brutale; "Pouring molten mayhem, Controllers of the saw, A liquid iron overdose, We'll have it fucken raw, Never show respect for ya, Spitting on your age, Turn the spotlights on, Unleash the monsters from their cage, Feel the trembling earth, Eating away your dignity, Watch the blood pour out, As you lose virginity, We don't need no make-up, Slugs from armored stacks, Honest to the core, As we make you bastards crack - Spandendo massacro colato, i controllori della sega, in un'overdose di ferro liquido, la metteranno giù pesante, senza mostrare mai rispetto per voi, disprezzando la vostra età, accendi I riflettori, rilascia I mostri dalla loro gabbia, senti la terra tremare, divorando la tua dignità, guarda il sangue che esce, mentre perdi la verginità, non vogliamo il trucco, pallottole da presidi armati, onesti dentro, mentre vi facciamo crollare, bastardi" continua il testo brutale, ripetendo poi il ritornello. Arrivano al Pandemonio, portando un sacrifico, ingoiando un piatto d'acciaio e tuffandosi in ghiaccio secco, mentre rasoi tagliano nei nostri teschi dolorosi come il vaiolo; romperanno al fottuta velocità della luce, e l'aldilà si scioccherà, l'ordine sarà in caos, e l'osservatore vedrà che sono nati per l'immortalità, l'eternità griderà. Un testo celebrativo che consacra il gruppo, il quale un po' seriamente, un po' ironicamente, immortala il suo primato; di sicuro un episodio da riproporre dal vivo, cosa che i nostri non esiteranno a fare. 

Asphyx II (They Died As They Marched)

"Asphyx II (They Died As They Marched) - Asphyx II (Sono Morti Marciando)" ci accoglie con un fraseggio sinistro e distorto, contornato da tamburi ritmati; al ventunesimo secondo l'andamento si fa più contratto, con piatti striscianti, mentre fanno capolino le vocals di van Drunen. Parte quindi una marcia da panzer, lenta e monolitica, delineata da alcuni giri distorti e squillanti, mentre in sottofondo sopravvivono andamenti severi ed evocativi; al minuto e venticinque si rallenta di più, ricreando una coda doom putrida e rantolante, la quale avanza pesante e greve, con fraseggi e giri di basso  ripresi dal drumming cadenzato e pachidermico. Si ritorna quindi alla marcia bellica, dove il cantante si da a familiari versi sgolati, e dove le chitarre si aprono ad alcuni accenni di fraseggi; si prosegue cosi fino al secondo minuto e trenta, dove parte un sinistro suono evocativo. Esso si sviluppa in una melodia malinconica e  tetra, supportata da piatti e basso, quasi ariosa ed epocale; s'instaurano quindi falcate thrash lente e rocciose, facendo insieme alla ritmica asfissiante da perfetto scenario per le grida spente di van Drunen. Ritorna il motivo epico precedente, in un pezzo che mostra melodie accattivanti e spettrali perfette per la band; largo poi alla ripresa dei montanti distorti, in un gioco di alternanze ripetuto varie volte, il quale spinge in avanti il monolitico episodio. Al terzo minuto e cinquantatré le cose si fanno ancora più tese, con chitarre marziali che creano un ritmo imponente, sottinteso da un basso distorto e dai picchiettii di batteria protratti; alcuni giri squillanti ne delimitano l'andamento, fino al quarto minuto e trentaquattro. Ecco che si rallenta in un suono dal drumming solitario, sul quale poi s'innestano fraseggi discordanti e oscuri; l'anima doom è qui dominante, segnando l'inizio della seconda parte del disco, caratterizzata da brani più lunghi e mortiferi. Un assolo squillante si eleva in sottofondo, prima come un'interferenza, poi aprendosi a note ieratiche piene di note emozionanti, dal gusto quasi progressivo, le quali si sviluppano sostenute dalle bordate lente e dal drumming quasi a velocità zero; abbiamo dunque un finale di grande spessore, il quale lascia spazio in conclusione a ultimi colpi di piatti e tamburo in riverbero. Il testo richiama temi di Guerra, non certo inediti per il gruppo, richiamando il primo episodio presente nel loro terzo album, qui continuato; è la prima mattina, e si viene chiamati al turno dalle baracche, mentre nel freddo facce stanche  si preparano a lasciare il campo. "Growling watchdogs, Snarling guards, Resigned, Off they marched, Snow starts falling, Severe frost, Hostile country, Hope seems lost, Silent ribbon, Shuffling feet, Drink icicles, Nothing to eat - Cani da guardia ringhianoguardie confuse, rassegnate, fuori marciavano, la neve inizia a cadere, un gelo severo, una terra ostile, la speranza sembra perduta, un fiocco silenzioso, piedi che strascicano, bevi ghiaccio, niente da mangiare" prosegue il testo, mentre dormono mentre si muovono, ad occhi aperti, mentre dagli affossamenti arrivano pianti ghiacciati; le colonne si rompono, esauste, e i commilitoni arrancano, affamati, una pattuglia dimenticata che in una tragica notte, su questa strada, ha visto molti dei suoi morire. L'inutilità della guerra assume qui toni tristi e insolitamente malinconici per la band, creando un episodio struggente; degli Asphyx  a tratti più maturi, ma sempre mortiferi e brutali. 

Eisenbahnmörser

 "Eisenbahnmörser" ci sorprende con una sirena-chitarra dalle distorsioni spinte al massimo; ecco però che presto esplode un riffing martellante con doppia cassa e giri taglienti, insieme ad un verso di van Drunen. Una cavalcata da tregenda delineata da alcuni rullanti, la quale si lancia con le sue motoseghe decise, scontrandosi con il cinquantacinquesimo secondo; qui parte un galoppo roccioso ed epocale, con drumming possente e vocals dallo stile molto thrash, sottinteso dal basso greve e da note sinistre. Si arriva così al minuto e ventotto, dove riprende la corsa iniziale, sempre squillante e tirata, in una serie di bordate death dalla sicura presa; troviamo aperture più serrate che danno un'atmosfera epica ed imponente, mentre il cantato sgolato declama le sue storie di violenza bellica. Largo dunque a falcate devastanti sotto forma di riff circolari che ricreano raffiche ripetute, in un clima pieno di tensione sonora ieratica; il tutto poi si blocca al secondo minuto e quarantaquattro in una cesura segnata da digressioni distorte e batteria cadenzata. Essa fa da prologo ad un campionamento d'esplosioni, sul quale parte una marcia in rullanti di pedale e blast, dove le chitarre si danno a loop marziali; il songwriting passa dunque a nuove parti rallentate e rocciose, con una struttura varia ed appassionante, dove velocità e controllo trovano spazio assieme. Ci si alterna con alcune impennate distorte, delimitate da rullanti e piatti, in un andamento contratto fatto di lasciate e riprese; ma ecco  che al quarto minuto e quattro riprende al corsa in doppia cassa, dai giri di chitarra ancora più squillanti di prima, in un'energia crescente che si libra in suoni epocali e grida di van Drunen in un growl feroce. Si collima in nuovi rallentamenti rocciosi dall'animo thrash, per una marcia bellica distorta e trascinante, dove chitarra, basso e batteria concorrono all'effetto generale; gli ultimi secondi sono lasciati ad una cavalcata conclusiva, la quale precipita frenetica come motoseghe, lanciandosi nello stop improvviso segnato da un colpo di batteria.  Il death old-school ha qui molto spazio, con tendenze death/thrash da capogiro e marce devastanti alternate a corse; gli Asphyx  mettono in gioco tutta la loro bravura, e le tecniche apprese in anni di carriera, le quali permettono di variare usando alcuni elementi consolidati nel tempo. Il testo prosegue con i temi bellici, descrivendo una terribile macchina da guerra; il sismografo è in azione, mentre questo mostro viaggia, e ruote di metallo colpiscono le sbarre d'acciaio, una presenza di puro potere, progenie della metallurgia, nato nella fornace, fatto di chiodi d'assembramento e viaggiante su rotaie, figlio della guerra. Ruggisce sui campi di battaglia, risvegliato dal nemico, in un aspetto di costituzione solida, fiatando ostilità, un rozzo violatore, centro di distruzione, un mortaio gigante da rotaia, padre di tutte le armi; "Terrifying arrogance, Frightening his grace, Huge machine, staring mean, Death in her pale face, Lowering the barrel, Fed by well-trained hands, Await the first cracking burst, At the final  command, Feuer! - Arroganza terrificante, spaventosa la sua grazia, una macchina immense, frena bruscamente, la morte nella faccia pallida di lei, abbassando la canna del fucile, nutrita da braccia ben addestrate, aspettano la prima esplosione deflagrante, all'ultimo comando, fuoco! " prosegue il testo,  con fuoco fiammeggiante, e pesante rinculo. Un suono assordante con sedici cannonieri, mentre sudore e grasso si coordinano; il piombo brilla nei grandi proiettili, con involucri incandescenti in un inferno bruciante, dividendo la crosta terrestre e facendo eruttare vulcani, portando un ordalia, un colosso. La distanza operativa è di sei chilometra e mezzo, le munizioni sono in abbondanza e ci sono anche granate anti cemento, mentre bunker ritenuti sicuri nella fortezza rinforzata esplodono in pezzi, nullificando le loro casseforti;  tutte le difese sono ora rotte dalla grande macchina, con rovine fumanti e tombe distrutte, una volta fortificate, ora il bombardamento è finito, e il mastodonte conquistatore è maestoso nella vittoria, il terrore del fronte. Una descrizione epica di una colossale arma da guerra, dove ogni dettaglio è largamente idealizzato con immagini dettagliate; un tipico stile dei nostri, presente in molti album, e qui ripresentato.

Black Hole Storm

 "Black Hole Storm - Tempesta Del Buco Nero" parte con un sinistro suono dark ambient dagli elementi orchestrali, sul quale si aggiungono note di piano tetre ed ariose, accompagnate da archi evocativi; elementi nuovi che mostrano la capacità di sperimentare in parte senza snaturarsi.  Al cinquantesimo secondo esplode un riffing roccioso, sul quale continua la melodia segnata da colpi di piatti lenti e delineata da alcuni giri squillanti; ci si apre poi in un'accelerazione in doppia cassa e giri decisamente più inquietanti, al quale evolve in riff dissonanti sui quali van Drunen parte con i suoi versi stridenti. Un crescendo apocalittico, dall'atmosfera nervosa ed imponente, che si apre a cavalcate rocciose da tregenda, mentre la batteria si mantiene decisa, tra colpi e rullanti, mentre percepiamo anche il basso greve in sottofondo; riprendono quindi le dissonanze estranianti, in un pezzo "alieno" che ben adatta il suono ai temi del testo, in una tempesta cosmica fatta musica. Al secondo minuto e diciotto si rallenta con un fraseggio che riprende la melodia iniziale; riconosciamo alcuni elementi che ci riportano a certe soluzioni melodiche presenti in "God Cries", precisamente in "My Beloved Enemy", riportando in mente un modus operandi non dissimile da quello di certi lenti dei Fear Factory dei primi tre dischi. Incursioni più moderne caratterizzano quindi questo episodio, senza però mai sfociare in tendenze groove fuori luogo in questo contesto; si prosegue con la lenta coda evocativa, ricca di piatti e note appassionati, fino al secondo minuto e quaranta. Qui riprende la marcia rallentata, rocciosa ed epica, dove il substrato sonoro strisciante viene ripreso dall'andamento delle vocals sgolate in un suono ieratico che si apre a fraseggi oscuri, i quali mettono in campo tutta la bravura di Baayens  nel creare architetture sonore; anche qui l'elemento doom ha largo spazio, proseguendo in lunghe digressioni mortifere e rallentate. Al terzo minuto e ventidue all'improvviso una bordata ad accordatura bassa cambia il registro, con assoli squillanti in riverbero, alienanti e acidi, segnati dalla doppia cassa;  si continua poi con giri grevi e versi di van Drunen isterici, in una cavalcata ritmata ed ossessiva protratta. Inevitabile l'improvviso stop, dopo il quale torna la marcia mortifera ricca di urla disperate, piatti cadenzati, rullanti e fraseggi epocali e oscuri; note sempre più trascinati s'innalzano, cadendo poi in digressioni distorte e grevi. Ritroviamo quindi il fraseggio melodico, sempre sottinteso da suoni lenti e delicati, il quale poi va scemando con il drumming e i giri rocciosi in una dissolvenza che chiude il pezzo; un'altra ottima prova della band, che adatta il suo suono offrendoci episodi vari, per quanto contenuti in un contesto rigorosamente death/doom mortifero. Il testo verte su un misterioso fenomeno cosmico, con un'entità superiore che merge da un buco nero portando distruzione; un fenomeno primitivo, sconosciuto nella teoria, esplode dalla sua quasar, un mistero viaggiante, e dalla supernova esce quello che nessuno poteva sospettare, un interno invisibile che i mortali non possono rilevare, un'entità dalla super massa , una forza primordiale, un caos cosmico che sovverte le leggi della fisica. Corpi celestiali collidono in orbita, e i satelliti vengono trascinati nel continuum che si trova dentro, assorbendo la materia e la polvere stellare, l'universo si spacca e le galassie bruciano; è una tempesta del buco nero, elettromagnetica e intergalattica, che spegne i soli e porta l'apocalisse. "Bursting protoplasmathermal energy, Solar radiation, Crushing gravity, Inside event horizon, A surface in space-time, Lies the point of no return, Where no light can shine, Mass devouring voyager, Consume infinity, Deafening roaring silence, Ending eternity, Vanishing in darkened spheres, The final glowing sun, Compressed to zero volume, All nuclei are gone - Protoplasma esplodenteenergia termica, radiazione solare, gravità schiacciante, nell'orizzonte degli eventi, una superfice nello spazio-tempo, qui è il punto di non ritorno, dove nessuna luce splende, un viaggiatore che divora la massa, consuma l'infinito, un silenzio continuo avvilente, che mette fine all'eternità, svanendo in oscure sfere, l'ultimo Sole che splende, compresso fino al volume zero, tutti i nuclei sono andati" prosegue il testo fantascientifico, mentre poi viene ancora ripetuto il ritornello; un testo evocativo che rende un fenomeno cosmico misterioso e legato a forze soprannaturali, distruttivo ed apocalittico.

Riflegun Redeemer

"Riflegun Redeemer - Redentore Del Mitra" inizia con un fraseggio distorto ed altisonante, il quale evolve con i suoi giri granitici, aggiungendo al ventesimo secondo un drumming cadenzato e strisciante, e in sottofondo suoni evocativi; largo poi a rullanti di pedale, i quali completano il quadro accelerando leggermente il passo assieme alle chitarre. Si arriva al cinquantottesimo secondo dove una digressione rocciosa con bordate fa da cesura; esplode ora una corsa thrash con doppia cassa pestata e loop vorticanti, dove van Drunen si da a grida sgolate nel suo tipico stile, mentre alcune alternanze danno mostra a fraseggi tetri ed evocativi, seguiti dalla ripresa delle sequenze devastanti di motosega. L'alternanza è vissuta varie volte, in un clima isterico non certo nuovo per il gruppo, supportato come sempre da un drumming ritmato e potente; al secondo minuto e dieci si riprende con suoni ancora più devastanti, in un muro violento che trascina come in un vortice l'ascoltatore.  Si collima così in un improvviso rallentamento dai suoni monolitici, con riff d'acciaio e batteria strisciante, regalandoci l'ennesima marcia dal sapore death/doom; largo poi a fraseggi oscuri ed epocali, i quali si stagliano con le vocals graffianti di van Drunen, lasciando infine posto ancora  ai lenti andamenti dilatati. Al terzo minuto e quaranta la voce si fa effettata in suoni demoniaci sdoppiati, accentuandone la natura sgradevole, in un'atmosfera tetra e maligna; una nuova cesura giocata su digressione e bordate blocca tutto, e dopo un rullante riprende la corsa in doppia cassa, devastante nei suoi loop a motosega, al quale mette sotto tutto quello che incontra, alternandosi però anche qui con parti più ariose ed evocative, salvo poi colpire duro con giri cacofonici e dissonanti, i quali segnano il finale del pezzo. Non forse l'episodio migliore o più originale del disco, giocato su pochi elementi ripetuti spesso,  ma di sicuro un assalto death con alcune note doom, il quale non manca di fare presa su chi ama il suono della band; un candidato per l'esecuzione dal vivo certamente, dove non lascerà nessuno in vita con le sue raffiche potenti spaccaossa. Il testo si riferisce ad un tema tipico dell'immaginario americano: il vendicatore che abbraccia il fucile e fa piazza pulita di tutto ciò che non sopporta. Lo troviamo in fatti reali della cronaca, in personaggi dei fumetti come Frank Castle a.k.a The Punisher, o del cinema come Il Giustiziere Della Notte interpretato da Charles Bronson, una figura che mostra le contraddizioni e l'amore per le armi della società statunitense; egli vede abusi ripetuti, dove l'ingiustizia è la norma, che lo portano ad un serio momento di vendetta con i suoi strumenti e munizioni sufficienti, le quali possono falciare un uomo in due, decidendo di diventare leggenda con quello che sta per fare. Azionisti e brokers portano alla svalutazione, e ora in panico perdono i loro amati soldi, i fondi di pensione sono vuoti, e i vecchi non verranno pagati, quindi il nostro sparerà ai responsabili, in uno scoppio d'ira; "Dirty psycho cockroaches, Ruining your life, Touch your precious children, Abusing your wife, Pedofiles and rapists, Society's lowest scum, Have this dose of therapy, As I fire my rifle - gun - Scarafaggi sporchi e psicopatici, rovinano la tua vita, toccano I tuoi preziosi bambini, abusano di tua moglie, pedofili e stupratori, la feccia peggiore della società, prendi questa dose di terapia, mentre sparo con il mio mitra" prosegue la descrizione del suo delirio, mentre la canna è incandescente i criminali vengono sradicati , inutile spazzatura umana, che muore in una pioggia di pallottole. Le loro interiora escono fuori, i loro cervelli si spargono sui muri, schegge di ossa e carne bruciata, mentre le ginocchia e i testicoli vengono macinati; direttori incapaci che non si preoccupano controllano compagnie che lasciano a casa masse di lavoratori lasciando tutti fregati, grassi sui loro depositi di oro, ma lui spazza via le loro teste, ironicamente prendendosi un extra bonus per le dimissioni, in piombo. Ogni settimana una nuova tassa viene richiesta alla porta, lavorando duro per nulla, e il nostro non ne può più, farà visita ai bastardi, dipingendo l'edifico di rosso e riempiendo le sanguisughe di buchi, in modo da essere sicuro che stiano morti; uno scenario non così irreale, che ci riporta a casi di cronaca innumerevoli, con persone esplose per la pressione della vita, che fanno strage con il fucile. 

Cape Horn

"Cape Hornè l'ultimo pezzo cantato dell'album, il quale è introdotto da un fraseggio distorto e severo, dilungato nelle sue note graffianti fino ad un giro squillante al diciannovesimo secondo; ecco una marcia maestosa dai blast cadenzati e dalle note epocali, la quale avanza ieratica in un atmosfera regale, mentre un assolo notturno si unisce al tutto, completando l'estatico andamento. Si  prosegue poi con il loop mortifero, delineato da alcune raffiche rocciose; al minuto e ventiquattro quest'ultime prendono strada in una serie di montanti thrash, Dopo un giro squillante prende quindi forma un galoppo devastante, sul quale van Drunen interviene con i suoi toni sgolati,  mentre il drumming si organizza in colpi severi e rullanti, e il basso sott'intende greve il tutto; largo poi a chitarre a motosega, mentre la ritmica s'incalza con rullanti di pedale. Invece però di esplodere, si passa ad un rallentamento sommesso, dai giri trascinati e dai piatti e colpi dilatati, dove regnano digressioni stridenti di chitarra e basso; ancora una volta fano capolino alcune bordate rocciose, che delimitano il passo. Al secondo minuto e cinquantadue riprende quindi la marcia bellica fatta di giri grevi, colpi secchi di batteria, e vocals isteriche; si passa quindi ad un galoppo controllato con rullanti di pedale e giri squillanti, il quale avanza raccolto da alcuni rullanti. Esso si velocizza al terzo minuto e ventisei, aggiungendo fraseggi tetri in un'atmosfera epocale di chiaro marchio dei nostri; i toni si fanno sempre più vorticanti con doppia cassa lanciata e giri graffianti di chitarra e basso, mentre van Drunen si da ad un'interpretazione disperata potenziata da arpeggi di basso. Tornano poi nel ritornello suoni più ariosi ed evocativi, ma presto si passa ancora a velocità sostenute, in un'alternanza tecnica dei tempi dal chiaro sapore death; non sorprende quindi lo stop del quarto minuto e trentotto, a cui segue una marcia monolitica fatta di loop lenti e macinanti, uniti a piatti cadenzati e distorsioni di basso, sulla quale il cantante si da a toni da ghoul. Una sequenza da tregenda, delineata da una dissonanza, dopo la quale si passa nuovamente a velocità maggiori, sebbene controllate, con falcate decise che evolvono in modo sempre più frenetico; tornano i rullanti di pedale, contribuendo alla tensione sonora raggiunta insieme ai blast e ai loop a motosega, mentre van Drunen offre la solita componente vocale malata. Non ci sorprende il rallentamento del quinto minuto e quarantanove, dalle distorsioni ariose e dal drumming dilatato, il quale avanza pachidermico tra piatti e giri mortiferi, in un'atmosfera ancora una volta epica ed imponente; tornano quindi gli assoli spettrali, in una melodia malinconica  e notturna, la quale va scemando poi accompagnata dalla ritmica strisciante e dalle chitarre in un finale che vede una missione in solitario. Un altro episodio che conferma una seconda parte più monolitica dove l'elemento doom ha modo di risplendere, coadiuvato da melodie spettrali dal grande effetto; l'old-school non nega insomma parti evocative, anzi ne accentua l'essenza in un vero e proprio metal della morte che non ricerca solo la violenza, ma anche la dolce morbosità, a volte ammantante, a volte inquietante, degli assoli atmosferici. Il testo torna ai temi marittimi presentando una spedizione per Capo Horn (convenzionalmente il punto più meridionale del Sud America, doppiato da personaggi storici come Francis Drake e ancora prima da Francisco de Hoces, la cui tragica vicenda viene qui descritta con l'aggiunta di elementi fantastici), la quale avrà un destino infausto, anticipato da alcuni presagi soprannaturali; il mercante lascia il porto con mani che lo salutano, andando a tutta velocità sulla rotta per le lontane terre piene di promesse, mentre il Sole splende non troppo e le vele si sporgono nella brezza, una spedizione per cercare un passaggio verso est. "In South Atlantic waters, Crossing the equator, Passing Patagonia, And Tierra del Fuego, Screams come from the crow's nest, His horrid observation, The sight of the Flying Dutchman, Portent of damnation - Nelle acque del Sud Atlantico, attraversando l'equatore, passando la Patagonia, e la Terra del Fuoco, urla arrivano dalla coffa, egli osserva inorridito, l'Olandese Volante, portento della dannazione" prosegue il testo mostrando il primo terribile presagio, incubo dei naviganti, una nave fantasma, che porta terrore, maledizione delle navi, isola dei morti, ed è ora che inizia l'inferno con tempesta e venti ululanti; le correnti cambiano di continuo e le onde sono come mura, vi sono gli iceberg e burrasche polari, mentre i maelstrom irrompono con tempeste furiose, e si crea un cimitero di marinai intorno a Capo Horn. Appare a tribordo una forma monolitica, mentre i naviganti cadono sulle loro ginocchia, mentre vedono il luogo; mesi dopo hanno perso ogni speranza, la nave è un derelitto danzante fatto di legno spaccato,  ghiacciato sulle corde, l'imbarcazione è colpita e rotta,  l'equipaggio affoga come ratti mentre il loro galeone affonda nelle profondità misteriose. Ancora una volta un evento storico viene reinterpretato con aggiunte oscure e legato alla morte; l'agonia è qui descritta più brevemente rispetto ad altri episodi, ma la speranza iniziale è presto distrutta, e le visioni di fantasmi portano un'aria di fato inevitabile e terribile che attende tristemente. 

The Saw, The Torture, The Pain

"The Saw, The Torture, The Pain - La Sega, La Tortura, Il Dolore" è la conclusione strumentale dell'album,  la quale si apre con un fraseggio distorto e tetro, sul quale poi si appoggia un drumming lento e strisciante, basato su piatti cadenzati e delimitato da alcuni rullanti e da punte squillanti di basso greve; al trentaseiesimo secondo i ritmi accelerano leggermente, proseguendo con i suoni distorti in un'atmosfera soffocante e oscura. Concorrono poi giri rocciosi in raffiche thrash, sempre monolitiche; ecco che al minuto e diciannove fraseggi dalle melodie desolate compaiono intessendo trame sonore appassionanti ed evocative. Riprendono quindi poi i montanti dilatati, segnati come sempre da una batteria strisciante organizzata in colpi secchi di piatti e tamburi; al secondo minuto e due le chitarre subiscono effetti da studio facendosi spaziali, mentre i riffing grevi proseguono in sottofondo. Il basso li potenzia, ma ecco che l'andamento va morendo in una dissolvenza che lascia solo le chitarre in evidenza, sparendo poi nell'oblio sonoro; una chiusura atmosferica che conclude in modo più che adatto un disco tetro, pesante ed oscuro, ennesima gemma degli Asphyx  da possedere.

Conclusioni

Tirando le somme, un album leggendario che non solo riporta la band olandese sulle scene, ma offre uno degli episodi più riusciti di tutta la loro carriera; troviamo idealmente qui due parti, una iniziale con tendenze più veloci in brani dalla lunghezza normale, una seconda più monolitica con pezzi lunghi dove l'anima doom ha ancora più modo di risaltare, pur non eliminando le sfuriate granitiche di matrice death/thrash. L'abilità del gruppo a creare racconti sonori fatti di violenza e atmosfere cupe non viene certo a mancare, e van Drunen offre il suo cantato particolare, sgraziato e malato, perfetto per il suono del gruppo; Bagchus offre un'interpretazione robusta e varia, dando ossatura al tutto, mentre il nuovo arrivato Baayens tesse trame sonore di chitarra degne del passato glorioso, non facendo rimpiangere troppo il pur ottimo e fondamentale Daniels, coadiuvato dal basso greve di Gubbels, altro asso nella manica degli olandesi. Un episodio che sembra essere arrivato come nulla fosse dopo due anni, e non dopo ben nove, riprendendo il filo come niente fosse; in realtà la band era già tornata dal 2007, partecipando al già citato "Party San Open Air Festival" con un concerto pieno di classici, il quale aveva messo in chiaro le cose, confermate poi due anni dopo da questa ottima uscita. E cosa arriva ora, un nuovo oblio?  No, una volta tanto gli Asphyx non tornano subito nell'oblio, e questa volta dovranno passare "solo" tre anni prima dell'opera successiva, ovvero "Deathhammer", il quale non sarà forse allo stesso livello d'impatto di quanto qui sentito, ma fa comunque il suo figurone continuando con il death/doom degli olandesi, pieno di riff e fraseggi di scuola HellhammerObituary e Bolt Thrower; l'unico cambio vede l'uscente Gubbels sostituito dal nuovo arrivato Alwin Zuur, mentre sia van Drunen, sia Bagchus rimangono come esponenti storici, tenendo il chitarrista Baayens, con una formazione che rimarrà tale fino al 2014, anno d'uscita di Bagchus, sostituito da Stefan Huskens alla batteria. Una storia insomma forse discontinua nelle uscite, ma continua nel crescendo qualitativo, il quale ha una sola anomalia in quel "God Cries" che comunque è strutturalmente un buon album, solo lontano dagli standard della band; due capolavori e sei album che vanno dal buono all'ottimo insomma, risultati non immanenti alla carriera di qualsiasi gruppo, specie nel metal estremo. Siamo insomma in dirittura d'arrivo, ma ancora l'epopea degli olandesi e ben lunga dall'essere finita (anche perché ad oggi, 2015 a.d la band è ufficialmente attiva) e speriamo avremo ancora modo in futuro di assaporare episodi solidi dal gusto old-school, ma allo stesso tempo inconfondibilmente portatori del loro marchio; tra sangue e acciaio, fuoco, paludi, proiettili e cimiteri, continua il viaggio nel mondo degli Asphyx, e di conseguenza nel death più feroce ed evocativo.        ?

1) Scorbutics
2) The Herald
3) Bloodswamp
4) Death..The Brutal Way
5) Asphyx II (They Died As They Marched)
6) Eisenbahnmörser
7) Black Hole Storm
8) Riflegun Redeemer
9) Cape Horn
10) The Saw, The Torture, The Pain
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