ASPHYX

Death The Brutal Way

2008 - Iron Pegasus Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
19/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
6.5

Introduzione Recensione

Proseguono le nostre escursioni negli episodi "minori" della discografia degli Asphyx, gli alfieri olandesi del death/doom di stampo europeo; questa volta siamo nel 2008, un anno prima dell'uscita dell'album di ritorno della band dopo otto anni di assenza, nonché il ritorno di Martin van Drunen dopo diciasette anni, ovvero il celebrato "Death... The Brutal Way" che vedeva anche il chitarrista Paul Baayens, l'ex cantante Wannes Gubbels come bassista e il fido Bob Bagchus alla batteria. La stessa formazione aveva anticipato il tutto con il qui recensito singolo "Death The Brutal Way - La Morte In Modo Brutale" contenente due tracce, ovvero il brano omonimo che comparirà anche nel citato album (ispirato da "Too loud for the Crowd" degli inglesi Venom, già omaggiati nel passato remoto della band con una cover di "Countess Bathory"), e una cover dei Celtic Frost, band svizzera alla base delle evoluzioni estreme e mortifere del metal, capitanata prima dello scioglimento del 2008 da Tom G. Warrior (oggi mente dei Triptykon) e dall'oggi imprenditore Martin E. Ain, coadiuvati da Erol Unala alla chitarra e Franco Sesa alla batteria, autori del loro capolavoro finale "Monotheist" del 2006, dal quale è proprio tratta la cover in questione. Il singolo esce solo in vinile in edizione limitata per la tedesca Iron Pegasus Records, in pratica un mezzo per promuovere il futuro lavoro principale ed offrire un ennesimo cimelio per i collezionisti più sfegatati, pur rimanendo un episodio non certo fondamentale quanto gli album veri e propri del gruppo; il suono è quello che possiamo aspettarci dai nostri, con quei riff e fraseggi tipici della band che creano nuovi mondi sonori fatti di putrescenza ed oscurità, grazie al chitarrista Baayens, mentre Bagchus regala una struttura ritmica impeccabile. Il basso di Gubbels è greve e pesante come richiesto, e van Drunen è forse addirittura migliorato nel tempo, offrendo sempre un'interpretazione folle ed unica nel panorama death. La produzione di Harry Wijering (già collaboratore sin dagli albori come ingegnere del suono) è anche in questa occasione perfetta, moderna, ma mai troppo pulita, conservando allo stesso tempo aggressività e atmosfera malata, senza sacrificare però la presenza degli strumenti; un suono old-school nel nuovo millennio, il quale risulta senza tempo, evitando false tendenze vintage, così come modernismi fuori luogo; insomma un perfetto biglietto da visita per il grande ritorno del gruppo sulle scene, senza compromessi e senza concessioni a derive moderne tecniche, e allo stesso tempo senza produzioni forzatamente cavernose. Un suono genuino e diretto tipico dagli olandesi, interessati solo a suonare la propria idea del death non curanti di altro; i fan di sicuro capiranno e godranno appieno di questi nuovi episodi, pensati soprattutto per accontentare quelle frange di ascoltatori che, pur non disdegnando il moderno, desiderano comunque ascoltare nel proprio presente una band ancora fedele alla vecchia scuola. Tramandare quest'ultima in linea di successione diretta, facendo in modo che l'Evoluzione dei generi futuri non sia mai fine a se stessa, e che soprattutto non scordi le radici dalle quali tutti noi proveniamo. Il Death Metal è passato necessariamente lungo i solchi dei dischi degli Asphyx e sentirli ancora oggi così duri e "puri" è una gran fonte di sicurezza, per tutti noi fan. Inutile negarlo.

Death The Brutal Way

La Title Track parte con blast cadenzati, rullanti guerreggianti e falcate imponenti; al tredicesimo secondo un fraseggio distorto viene dilaniato da versi e bordate di drumming e chitarra, prima di lanciarsi in una corsa in doppia cassa devastante, lanciandosi in un mantra confuso dove le vocals veloci di Van Drunen e i loop  di chitarra ci assalgono in connotati death/thrash robusti. Al cinquantaduesimo secondo parte l'esaltante ritornello sottolineato da funeste digressioni distorte e da un cantato dall'inno da stadio, mentre il drumming si mantiene battagliero e forsennato; i fraseggi si fanno ancora più taglienti, in veri e proprie motoseghe circolari. Si continua quindi con la cavalcata brutale, per uno degli episodi più tirati e veloci di tutto l'album, molto legato all'influenza del death di gruppi come i primi Obituary, il quale amplificava i suoni e gli andamenti tipici del thrash; si arriva così al minuto e cinquanta, dove d'improvviso si rallenta in modo mortifero. Largo quindi a monolitici giri di basso grevi, chitarre oscure e batteria cadenzata e strisciante, in un elemento doom che è ormai una certezza per noi, dalle atmosfere decadenti e putride; ma ecco che al secondo minuto e trentacinque si liberano raffiche rocciose in una marcia potente, dove i giri squillanti delimitano l'andamento incisivo e trascinante, e dove il drumming si giostra tra colpi di piatti e tamburo. Alcuni rullanti fanno da cesura veloce, dopo la quale si riprende con le corse caotiche iniziali, in un pandemonio sonoro fatto di riff al fulmicotone e vocals  vomitate di van Drunen; doppia cassa e chitarre come seghe completano il quadro, lanciando il tutto con fraseggi tetri finali, i quali trascinano l'andamento verso l'inevitabile conclusione. Un pezzo esaltante, veloce e preciso, con una parte centrale doom ed un inizio e un finale invece tirati, fatto per essere riproposto dal vivo, celebrazione musicale, e come vedremo anche testuale, della lunga carriera del gruppo, e del suo primato; gli Asphyx insomma sanno far muovere oltre che terrorizzare, e qui ne danno largamente prova con un assalto appassionante dai ritornelli esaltati ed esaltanti. Il testo riserva una novità simpatica: piuttosto che parlarci di orrori, parla del loro concerto di reunion del 2007 durante il Party San  Open Air Festival, celebrando se stessi e il pubblico, naturalmente con metafore brutali; spaccando durante il concerto, sentono le orde di fan che li conclamano, con lo sporco per nutrire i ratti, e la birra per oliare la voce, colpendo i timpani fino a romperli, e legando alla cremagliera, mentre ossa e nervi sono spappolati. Essi sono tornati, e ancora una volta stabiliscono le regole, il messaggio è chiaro, e s'invita gli altri a lasciare il palco, perché non c'è posto per loro, non ci sarà pietà quando entreranno nel loro regno, facendo soffrire all'infinito gli altri sull'altare del dolore; si definiscono mercanti di brutalità,  e la morte è la loro unica regola, la dottrina del vero metal, sono dei della vecchia scuola. Moriamo a causa dei fottuti Asphyx, che massacrano ad alto volume, mentre spellati vivi imploriamo di avere la morte brutale; "Pouring molten mayhem, Controllers of the saw, A liquid iron overdose, We'll have it fucken raw, Never show respect for ya, Spitting on your age, Turn the spotlights on, Unleash the monsters from their cage, Feel the trembling earth, Eating away your dignity, Watch the blood pour out, As you lose virginity, We don't need no make-up, Slugs from armored stacks, Honest to the core, As we make you bastards crack - Spandendo massacro colato, i controllori della sega, in un'overdose di ferro liquido, la metteranno giù pesante, senza mostrare mai rispetto per voi, disprezzando la vostra età, accendi I riflettori, rilascia I mostri dalla loro gabbia, senti la terra tremare, divorando la tua dignità, guarda il sangue che esce, mentre perdi la verginità, non vogliamo il trucco, pallottole da presidi armati, onesti dentro, mentre vi facciamo crollare, bastardi" continua il testo brutale, ripetendo poi il ritornello. Arrivano al Pandemonio, portando un sacrifico, ingoiando un piatto d'acciaio e tuffandosi in ghiaccio secco, mentre rasoi tagliano nei nostri teschi dolorosi come il vaiolo; romperanno al fottuta velocità della luce, e l'aldilà si scioccherà, l'ordine sarà in caos, e l'osservatore vedrà che sono nati per l'immortalità, l'eternità griderà. Un testo celebrativo che consacra il gruppo, il quale un po' seriamente, un po' ironicamente, immortala il suo primato; di sicuro un episodio da riproporre dal vivo, cosa che i nostri non esiteranno a fare.

Os Abysmi Vel Daath

Si prosegue con la cover dei Celtic Frost "Os Abysmi Vel Daath - Degli Abissi Della Conoscenza" tratta dall'ultimo lavoro delle leggende svizzere prima del loro definitivo scioglimento, ovvero "Monotheist" del 2006; scelta non così scontata dato che in genere si preferisce dare tributo agli album storici delle band, mentre qui si rielabora un pezzo recente, pur appartenente ad un lavoro da molti considerato il migliore della carriera di Tom G. Warrior e compagni, apice di una carriera più che ventennale che ha lasciato proseliti, e che ha influenzato appunto anche gli Asphyx (senza scordare il precedente progetto di Warrior Hellhammer). Ecco quindi un feedback in salire che sostituisce gli arpeggi caustici e sgraziati dell'originale, collimando nell'undicesimo secondo in un'esplosione monolitica con le vocals stridule di van Drunen e i giri lenti e pesanti di chitarra uniti al drumming cadenzato; si mantiene quindi la natura doom del pezzo dei Celtic Frost, apportando però elementi tipici degli olandesi. Ecco quindi che al quarantunesimo secondo parte il ritornello, qui forse meno imponente ed apocalittico a causa della differenza tra l'interpretazione di van Drunen sgolata e quella invece dittatoriale di Tomas G. Warrior, ma tetro e supportato da giri dilatati e batteria severa; partono poi rullanti con rombi di chitarra, i quali s'intervallano con il movimento precedente. Al minuto e dodici parte una marcia putrescente che riprende quella del secondo minuto e dodici dell'originale, qui più lineare e meno acida; essa prosegue quindi strisciante, collimando in una serie di riff stridenti a motosega. Al minuto e quaranta un urlo del cantante anticipa la ripresa dei movimenti pachidermici; inevitabile il ritorno al ritornello, qui sempre in chiave più death old - school, così come la riproposizione delle alternanze roboanti già prima affrontate. L'omaggio è sentito, e invece di ricopiare nei tempi e nei modi il brano degli elvetici, gli Asphyx ne riprendono alcuni elementi giostrandoli secondo le proprie inclinazioni: per chi scrive l'originale rimane insuperato per composizione ed atmosfera, ma di certo non siamo di fronte ad uno scempio. Al secondo minuto e quarantasei si finisce in una digressione squillante, sulla quale s'innesta un assolo spettrale, il quale fa le veci dei suoni grevi e quasi industriali della versione originale; anche qui si passa poi ad una ripresa dei suoni di chitarra solenni e del drumming incalzante, dove van Drunen ripete ad oltranza il ritornello, accompagnando poi una nuova marcia militante. Il finale vede anche qui una corsa improvvisa, la quale si lancia in un trotto thrash in doppia cassa e riff martellanti; essa si fa poi più contratta terminando in una dissolvenza che chiude il tutto. Come detto manca qui molta dell'atmosfera allucinata ed inquietante della versione originale, proponendoci una cover più legata al death/doom degli olandesi, macilente e strisciante, giocata meno sulle accordature basse di chitarra e sulle dissonanze; un sincero tributo, non così scontato come detto, che interesserà ai collezionisti sfegatati degli Asphyx. Il testo è ispirato ad un libro dell'occultista inglese Aleister Crowley grande ispirazione per il gruppo elvetico (tanto che il loro primo full length "To Mega Therion" sarà dedicato appunto sin dal titolo alla "Grande Bestia"), e più nello specifico al "Liber Os Abysmi Vel Daath sub figura CDLXXIV" dedicato ai segreti dell'Universo e alle suggestioni ad essi legate; un pallido Sole manda luci che diminuiscono, su un terreno muto e pallido, mentre il narratore si dichiara il prescelto di una vita da molto perduta, un rifugiato violato e alla ricerca di vita. Come un'ombra sulla terra, negli abbracci pallido come carne umana; egli è il non nato, ed è disfatto, chiedendosi quanto di lui è perduto. Nega i suoi desideri stessi, unico tra i bugiardi; può vedere l'oscurità nella tenebra, mentre il nulla lo acceca, negli abissi. "I'm drowning in this sea. For those I loved I hurt. So you taketh from me. My name untold and numb - Sto annegando in questo mare. Perché coloro che amo ferisco. Quindi hai preso da me. Il mio nome non detto e indifferente" prosegue il testo, mentre dove egli è ora non c'è nulla, ne Dio, ne lui, ne spazzi in mezzo; frasi quindi dal significato onirico e sacrale, più legato alla visione piuttosto che al senso letterale e concreto, da interpretare come un'esternazione sciamanica. 

Conclusioni

Tirando le somme un lavoro breve che svolge il suo ruolo di singolo, oggi praticamente introvabile (se non in rare occasioni e con prezzi spesso alti) e che vede la sua unicità solo nella non scontata cover qui presente; per il resto abbiamo un brano che comparirà anche nell'album omonimo, facendo quindi più che altro da promo per ciò che verrà da li a breve. Siamo in un periodo particolare per la band, tornata nel 2007 partecipando al già citato "Party San Open Air Festival" con un concerto pieno di classici; molti non avevano (erroneamente data la qualità) considerato l'episodio del 2001 "On The Wings Of Inferno" con  Gubbels alla voce, e quindi aspettavano da molto un ritorno degli Asphyx classici. La presenza di van Drunen infervorerà gli animi, e il disco che seguirà sarà considerato un vero ritorno degli olandesi, la cui storia vede travagliate line up e formazioni inconsistenti che hanno proposto sotto il moniker diverse visioni a volte diverse dalla norma (si veda "God Cries"); questa volta non seguirà un lungo hiatus e dopo tre anni arriverà l'ennesimo lavoro "Deathhammer" anticipato dal singolo "Reign Of The Brute", un episodio leggermente meno potente rispetto a quello precedente, ma sempre degno del nome della band. Insomma: niente di imprescindibile qui, ma se siete dei collezionisti sfegatati della band e dovreste trovare questo vinile ad una modica somma, otterrete una cover introvabile da altre parti in formato fisico. Non c'è molto altro da dire, come nei vari singoli ed EP della band il valore sta nell'orecchio del fruitore, riproponendo materiale che poi viene presentato nei dischi interi; le b side, comprensibilmente, sono spesso non fondamentali, offrendo come qui covers o versioni alternative di altri brani che sono imprescindibili solo per chi davvero vuole ogni nota suonata dagli olandesi. La bravura è comunque invariata e troviamo come sempre grandi riff e anche melodie tetre e sepolcrali, dove le vocals di van Drunen trovano perfetta collocazione; sappiamo già cosa aspettarci, e lo otteniamo, senza forze grandi sorprese, ma neanche cocenti delusioni. La nostra analisi comunque continua, e dopo l'album principale si passerà al già citato singolo "Reign Of The Brute", probabilmente ancora meno trascendentale rispetto a quanto qui trovato; continua la marcia! 

1) Death The Brutal Way
2) Os Abysmi Vel Daath
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