ASPHYX

Crush The Cenotaph

1992 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
09/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia degli Asphyx, band olandese sinonimo di death unito al doom, nella variante europea del genere; li avevamo lasciati dopo il debutto per  la Century Media Records "The Rack" del 1991, disco non epocale, ma che incominciava a mostrare il loro personale stile che da li a poco avrebbe assunto sempre maggiore identità e sarebbe stato rifinito al meglio. Ora ad un anno di distanza esce nel 1992 l'Ep "Crush The Cenotaph - Distruggi Il Cenotafio", il quale anticipa su molti aspetti la grande svolta del secondo lavoro "Last One On Earth" presentando anche un pezzo che comparirà nel suddetto, ovvero "The Krusher".  La formazione vede ancora insieme il cantante e bassista Martin van Drunen, ex Pestilence e futuro Bolt Thrower (in sede live), con Eric Daniels (chitarra) e Bob Bagchus (batteria), rimanendo invariata rispetto al debutto, e mancando solo di un elemento, il futuro bassista Ron van der Pol, rispetto al secondo album intero; un mini album dalle cinque tracce, tre inediti che mostrano un songwriting più strutturato e coerente rispetto al debutto, più due episodi live tratti proprio da esso, ovvero "Evocation" e "Wasteland Of Terror". I nuovi brano in realtà sono versioni registrate da capo di pezzi comparsi nell'omonimo demo della band del 1989, i quali godono qui di una produzione decisamente migliore anche rispetto a quella del debutto; le chitarre suonano  ancora più potenti e presenti, così come la batteria, mentre li vocals di van Drunen sono meglio inserite e più legate all'andamento musicale e il suo basso risulta più udibile. L'atmosfera è come sempre oscura e opprimente, giocata su rallentamenti e attacchi qui meglio giostrati rispetto al passato recente, mantenendosi inconfondibilmente death, ma con un innesto di componenti doom che ne amplificano la componente mortifera e tetra; vi è naturalmente un minimo di tecnicismo che fa la sua comparsa nei riff e nei fraseggi, ma non dobbiamo pensare a svolte progressive al pari di nomi quali Atheist o i Death della seconda parte di carriera, presentando un suono che vuole mantenersi in qualche modo putrido e fangoso, ancorato ai dettami del primissimo death più sepolcrale. In futuro l'EP verrà riproposto nella ristampa di "Last On Earth" come tracce bonus, ma mantiene  la sua dignità come episodio singolo, offrendoci uno sguardo che unisce preistoria e, per allora, futuro del gruppo, svolgendo una funzione promozionale come spesso accadeva all'epoca con i mini album in ambito di metal estremo e non solo; penultima testimonianza inoltre della prima formazione con van Drunen, che dopo il secondo album lascerà per alcuni anni la band, sostituito dal già citato nuovo bassista anche come cantante, inaugurando una serie di cambiamenti che caratterizzeranno nel tempo il gruppo a livello di formazione.

Si parte con la "Title Track" e con i suoi ruggiti di chitarra sotto forma di riff roboanti, sui quali poi partono batteria pestata e fraseggi squillanti; ecco una serie di impennate rocciose che avanzano in un troppo imperante fino al trentaquattresimo secondo. Qui una cesura mette in mostra un ritmica incalzante fatta di drumming e loop di chitarra taglienti, che si consuma al primo minuto; i suoni si dilatano in maniera mortifera, assumendo connotati doom distorti, scolpiti da piatti distribuiti, mentre le urla cavernose di van Drunen compaiono aprendosi poi in un cantato sepolcrale tanto quanto la musica. Si prosegue dunque sul movimento strisciante, costituito da lente chitarre circolari e batteria serrata, ma controllata; al secondo minuto e tredici il motivo di fondo viene modificato diventando più arioso, anticipando una cavalcata. Essa assume velocità con doppia cassa e suoni discordanti, ma la sua durata è breve; presto prendono posto riff monolitici dall'animo thrash, vere e proprie bordate che poi lasciano spazio ad una ripresa della corsa, accompagnata ora però anche da malevoli assoli dall'atmosfera allucinata. Il gioco di cambiamenti repentini si ripete, riportandoci al suono strisciante sul quale il cantante grida con disperazione il testo; il loop ossessionato ci trascina ipnotizzandoci con forza e trascinandoci fino al terzo minuto e trentacinque, dove una serie di colpi ritmati di batteria prosegue fino al finale. Qui una breve ripresa dell'andamento iniziale conclude il pezzo, il quale presenta intatte le caratteristiche dell'album precedente, ma offre un uso più ragionato di quest'ultime; momenti doom intervallati a corse, dove ora entrambi gli elementi trovano il giusto spazio, mentre la voce di van Drunen, sempre tutt'altro che piacevole e intonata, si lega meglio al contesto sonoro altrettanto sgradevole e mortifero. Il testo offre visioni di morte e sterminio in nome della religione, toccando ancora una volta il tema della critica e dell'attacco aperto alla religione cristiana, tema tipico e caro tanto al primo death, quanto al black metal; una serie di corpi nudi sono in fila, attendendo il loro turno di morire, tra echi di anime tormentate e massacrate, mentre occhi frenetici guardano il passato trovando rovine eterne. "Hatred has returned, the cross that now will burn, result of centuries - L'odio è tornato, la croce che ora brucerà, è il risultato di secoli (di odio)" recita perentorio il testo, mentre il profeta può solo vedere camere di tortura, incenerimenti, morte. Le ceneri vengono spazzate via da un soffio divino, mentre mani onnipotenti chiudono il libro delle menzogne (la Bibbia), e la pace eterna splende dagli occhi delle vittime; in cinquant'anni il massacro comincia, e nella tomba i loro corpi riposeranno, mentre la gente nega il proprio lato malato, e le guerre diventano riti sacri. Parole evocative ricche di immagini metaforiche che collegano i massacri della storia all'opera della religione, causa di guerre e conflitti, delineando una marcia della morte eterna negata, ma presente sempre; risultato di  secoli di asservimento e ipocrisia, di dottrine che predicano la pace, ma compiono la guerra. "Rite Of Shades - Rito Delle Sfumature" prosegue l'Ep con un fraseggio spettrale e altisonante, il quale si sviluppa nei suoi suoni taglienti intervallato da cimbali accennati; esso prende forza al diciassettesimo secondo, con una serie di giri solenni e striscianti, sui quali van Drunen si da al suo cantato sgolato. Ecco quindi un ritornello che ci mostra un songwriting più curato, ricco di riff oscuri e potenti, ripetuti in modo trascinante, ricchi di punte dalla melodia tetra; si prosegue quindi con il fraseggio in loop, dove il drumming è giocato tra piatti e rullanti controllati. Al minuto e trentotto la velocità diminuisce ancora di più cadendo in una cesura dalla ritmica rallentata dove riff rocciosi ad accordatura bassa si alternano a blast e rullanti; essa prosegue  fino a prendere velocità in una galoppata dove assoli tecnici e squillanti si stagliano in sottofondo creando un andamento spettrale ed epico. L'ennesima cesura si libra poi in una cavalcata finale in doppia cassa, piatti, e giri taglienti, chiudendosi poi all'improvviso con un ultimo piatto, mettendo fine alla composizione; un brano quindi sempre non lineare, dove però troviamo anche momenti più "normalmente" esaltanti e una struttura, confermando la crescita compositiva della band. Il testo tratta di temi occulti e di riti spirituali, che portano al superamento della mortalità e al raggiungimento del regno degli spiriti; cercando l'aldilà con visioni della mortalità siamo guidati dalla ricerca della saggezza, fino ad arrivare oltre i limiti della spiritualità. "Rite of shades, revelations, of a co-existence in this new dimension - Rito di sfumature, rivelazioni, di coesistenza in una nuova dimensione" prosegue il testo, mentre ci uniamo ai morti con cocente curiosità, sentendo l'anima che scivola dentro il regno dei morti; un testo molto breve  e conciso, che vuole ricreare l'atmosfera di un rito occulto e del viaggio astrale che ne consegue, con toni vagamente profondi e filosofici tipici del death europeo dell'epoca, senza però pretese di serietà estrema, rientrando sempre nell'estetica del genere. "The Krusher - Il Distruttore" si apre con una chitarra greve e batteria cadenzata e rallentata, assumendo un andamento sul quale s'instaurano fraseggi spettrali; ecco che al quindicesimo secondo s'inizia a prendere un po' di velocità con piatti e  bordate. Ci si lancia poi in una cavalcata a media velocità, dove riff schiaccia sassi e chitarre da guerra accompagnano le grida sgolate di van Drunen; il ritornello vede un ritorno dei rallentamenti doom, ricco di fraseggi spettrali e rullanti di batteria. Si riprende quindi con la marcia sottolineata da alcuni giochi di batteria e brevi digressioni, alternata con il ritornello solenne con un ormai familiare gioco di botta e risposta; ecco quindi che al secondo minuto e sedici si riparte in quarta con giri assassini e opprimenti, coadiuvati da un drumming possente e robusto dai toni decisamente death. Parte quindi la doppia cassa in una corsa energica, dove fraseggi taglienti si stagliano in sottofondo mentre il cantante prosegue con i suoi lamenti inumani; ormai la briglia è sciolta, e si prosegue lanciati riproponendo senza rallentamenti quanto finora sentito in questa nuova sezione. Al terzo minuto e trentasette tornano i riff massacranti in modalità di marcia della morte, spinti in avanti con una pulsione violenta; ma ecco che all'improvviso si rallenta riportando i connotati doom in bella vista, tra chitarre mortifere e piatti dilatati. Proseguono quindi i montanti striscianti di chitarra e batteria, aprendosi poi al tetro ritornello ossessivo. Ecco che al quinto minuto e tre si passa ad una nuova corsa forsennata, dalle bordate che distruggono tutto e dai versi sguaiati di van Drunen, la cui voce poi scompare con un riverbero, lasciando posto ai montanti e ai colpi serrati di batteria, per tornare poi nel finale, prima della dissolvenza che chiude il pezzo. Il testo è un atto d'accusa verso l'uomo, sotto forma di un'apocalittica sentenza di morte da parte di una non meglio precisata entità cosmica; un'esistenza perniciosa, corrotta e depravata, dove le trame della superiorità presunta schiavizzano un'intera razza, questa è l'umanità per l'osservatore. Egli guarda dai cieli, testimone della vergogna, e gli fa attuare il verdetto di estinzione, il quale porterà fine al flusso di dolore; "Sick of your infantilism. dignity unknown, raise my hammer of justice, to krush the planet below - Disgustato dal vostro infantilismo, la dignità è (a voi) sconosciuta, innalzo il mio martello della giustizia, per schiacciare il pianeta" dichiara l'essere, poiché non vi è stato progresso nel tempo, e l'intelligenza è stata usata male da comunità di selvaggi ignoranti e confusi. Un piccolo mondo deriso che per  esso è una pila di letame, il quale non ha mai avuto armonia e che è strozzato dall'economia mentre dal fuoco inizia il caos e la fine, portando la vendetta celeste e il verdetto nato dall'avversione. L'esplosione finale vaporizza la vita, lasciando solo pezzi del pianeta, mentre finalmente la follia è morta; un testo quasi da film di fantascienza, il quale vuole essere, seppur nella sua ingenuità fantastica, in qualche modo morale e di avvertimento verso la razza umana, invischiata nel progresso estremo. "Evocation - Evocazione" è qui riproposta in sede live, e si apre con le ovazioni del pubblico e la voce di van Drunen che presenta il pezzo dedicandolo ai presenti; ecco quindi il titolo ripetuto più volte in modo gridato, mentre il riffing tagliente sul quale poi si aggiunge la batteria pulsante, si fa strada insieme a piatti di batteria intervallati. Al minuto e quindici si rallenta con chitarre pesantissime unite ad un drumming strisciante, mentre tornano i toni sgolati di van Drunen, ancora più cavernosi in sede live; ripartono poi i montanti, mentre fraseggi ferrosi compaiono in sottofondo. Si riprende quindi con la coda strisciante e mortifera, fino alla nuova cavalcata funerea dove il cantante si da a versi sgraziati con voce rotta mentre fraseggi sinistri si delineano in sottofondo; la nuova marcia da funerale vede chitarre pesanti come macigni e suoni opprimenti. All'improvviso al secondo minuto e quarantotto una spettrale melodia di chitarra si protrae in sottofondo, creando un'atmosfera epica e malinconica, la quale si sviluppa in scale stridenti, mentre batteria e chitarre proseguono lente in sottofondo insieme al basso; si sale poi con il ritmo grazie a loop corrosivi e batteria ben presente, dove si sviluppano andamenti death/thrash ben calibrati. Si rallenta ancora lasciando il posto a spettrali riff circolari, sui quali van Drunen riprende posto con le sue grida opprimenti; ecco poi una cavalcata mortifera dominata da piatti e fraseggi tetri, la quale si consuma presto in un nuovo rallentamento, il quale come prima va ad assumere toni sempre più pachidermici, fino a svilupparsi  in una marcia mortale fatta anche di piatti dilatati e rullanti in un andamento che si contorce fino al finale con una digressione di chitarra e i suoni del pubblico, che sfociano nel pezzo successivo.  Il testo descrive in chiave criptica e piena di immagini e metafore non sempre chiare un rito oscuro, un diabolico sacrificio ed evocazione di forze maligne; in profondità nella nostra mente, in un vuoto dell'inconscio, colui che fa da guardiano ai portali desidera chiamarci, presso un festino per un rituale, giù nelle nostre profondità, dove si provoca infernalmente. Seduti in cerchio in una trance decadente, viene fatta una messa per l'abisso, mentre si sacrifica un'anima, l'unica meritevole delle affezioni dell' invocato, probabilmente il Maligno; l'unica cosa che necessita è che diamo la nostra vita, mentre attende al portale, e dobbiamo inginocchiarci e pregare per la sua grazia. Solo uno tra tutti ha al sua approvazione, mentre gli altri si contorcono implorando di avere di più. "Once a soul was risen, Dwelling through the crypts of knowledge, Fighting the powers of forgiveness, Remain an evil black soul - Una volta un'anima venne evocata, Mentre si nascondeva nelle cripte della conoscenza, E combattendo I poteri del perdono, Rimase una nera anima malvagia" prosegue il teso nelle sue immagini diaboliche, mentre poi si ripetono versi precedenti fino all'amaro finale: solo un'anima avrà il potere, mentre le altre moriranno mille morti soffrendo. Immagini da film horror, riti satanici e misteriose cantilene, non certo da prendere sul serio, ma che rientrano nell'estetica e nelle tematiche del death pienamente. "Wasteland Of Terror - Rovine Del Terrore" è la seconda riproposizione dal vivo qui presente, presentata sempre da van Drunen mentre il pubblico esulta; ecco il titolo gridato, dopo il quale parte un riffing martellante con doppia cassa, mentre van Drunen si lancia subito in grida sgolate ormai familiari. Al primo minuto un fraseggio roccioso fa da cesura, dando poi spazio ad un andamento lento e roccioso ricco di riff taglienti e soffocanti, nonché di drumming opprimente e distribuito tra colpi e piatti; si ha poi una leggera accelerazione giocata su loop devastanti, i quali presto però si fanno deviati, alternandosi nei due movimenti. Questo fino all'esplosione di doppia cassa e chitarra, che riporta il brano ai ritmi iniziali, lanciato fino al finale in un trittico tritacarne di doppia cassa e giri di chitarra distorti, sui quali van Drunen si da alle sue solite grida sgolate; la conclusione è improvvisa, lasciando il brano breve e frenetico come nella versione da studio, lasciando spazio in questa occasione ai ringraziamenti del cantante e alle ovazioni del pubblico. Il testo verte su visioni apocalittiche non meglio definite, giocate su versi semplici e brevi che scolpiscono immagini, appunto, di terrore; oltre l'orizzonte inizia un incubo spaventoso, l'agonia definitiva in una dimensione di peccato, portale della morte e regno delle tenebre. Un impero del caos avvolto nella follia, "Wasteland of Terror, Blasphemous Land, Shadows in bloodRovine del terrore, Terra blasfema, Ombre di sangue", dove i dannati dormienti gridano a squarcia gola, mentre i corvi gli strappano gli occhi; si soffre un eterno tormento in questo paradiso, e assorbite nella follia delle anime giacciono nelle profondità del dolore, ruggendo dalle risate, mentre i morti muoiono una seconda volta contraendosi. Visioni infernali dunque di tormento, in un affresco oscuro pieno di evocazioni vivide del dolore e della tortura eterna, in una sorta di malsano quadro dove le parole sono colori che dipingono, tra rosso e nero, una realtà maligna che attende le anime, le quali finiscono per impazzire in tale orrore cosmico; il gusto per una certa estetica legata indissolubilmente al death si fa sentire ancora una volta, inquadrando i nostri nelle file anche tematiche del genere.

Un lavoro breve che mostra quindi l'evoluzione del gruppo, la quale porterà da li a poco alla pubblicazione del loro primo capolavoro, da molti considerato l'apice della loro carriera; il suono non viene sconvolto rispetto a "The Rack", semplicemente sono le loro abilità di composizione ed esecuzione ad essere migliorate, offrendo anche parvenze di ritornelli e stacchi più ragionati. L'elemento doom è sempre  ben presente grazie anche ad un basso ora più udibile, creando opprimenti atmosfere da cimitero, accompagnate però da sane scariche death a doppia cassa; ora gli spazi sono meglio divisi, permettendo ad entrambe le  anime di avere posto all'interno dei pezzi, ne troppo lunghi, ne troppo brevi. Van Drunen rimane e sarà sempre un elemento catalizzante: le sue vocals si amano o si odiano, a causa del suo stile molto "punk" sgolato e stonato, lontano certo dalle esibizioni più "potenti" e piacevoli di altri rappresentanti del genere, ma perfetto per il suono malsano e mortifero dei nostri. Un mini album quindi che fa il punto della situazione e mette in mostra quello che stava accadendo, e che regala anche due episodi live che mostrano una band capace di riproporre dal vivo quanto fatto su disco con competenza; ora manca solo l'arrivo di Ron van der Pol, che avverrà tra poco, per completare il quadro per il grande canto del cigno dell'attuale formazione. "Last One On Earth" riproporrà quanto qui accennato ampliandolo, con un suono ancora più greve e parti ancora più feroci, potenziando tanto il doom quanto il death; il risultato sarà un pilastro del death europeo, e cementificherà una band che spesso si ama o si odia, ma che di sicuro non lascia impassibili e che si distingue in un genere dove già incominciavano ad esserci molti cloni. Continua dunque il nostro viaggio sotterraneo con gli Asphyx!

1) Crush The Cenotaph
2) Rite Of Shades     
3) The Krusher 
4) Evocation (live)     
5) Wasteland Of Terror (live)       

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