ASPHYX

Asphyx

1994 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
16/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Continuano le nostre recensioni degli album degli Asphyx, band olandese dalla line up mutevole e dalle uscite non continue, cardine del death europeo dalle contaminazioni doom tetre e mortifere; li avevamo lasciati con quello che per molti è il loro magnum opus, ovvero "Last One On Earth", album che è anche il canto del cigno della loro formazione con l'ex Pestilence Martin van Drunen alla voce e Bob Bagchus  alla batteria. Il primo lascia ancora prima che il disco esca, mentre il secondo subito dopo, lasciando brevemente solo il chitarrista Eric Daniels; quest'ultimo si avvale poi della collaborazione di Sander van Hoof alla batteria e di Ron van Pol (già ospite come bassista in alcune parti del lavoro precedente) al basso e alla voce. Il risultato è il terzo disco dei nostri, lavoro intitolato semplicemente "Asphyx", il quale dovrebbe portare avanti il nome della band nel mondo del death metal; cosa che chiariamoci, certamente fa, non riuscendo però assolutamente  a ripeter i fasti del secondo disco, anche per la mancanza dei due nomi inizialmente menzionati (in particolare Bagchus, fondatore della band), e della sinergia che, nonostante i dissapori e la registrazione distaccata di voce e parte strumentale, permeava il suono dei nostri. Qui troviamo un suono ancora più votato alle divagazioni doom, con un'atmosfera forse più presente, ma non brutale o grezzo come in passato;  viene a mancare qualcosa che ha contraddistinto il sound della band, che ora diventa quasi interscambiabile con quello di altri gruppi doom/death quali i Paradise Lost l primo periodo. Un altro cambiamento molto incisivo sono le vocals: se quelle di van Drunen potevano risultare sgraziate, erano di sicuro uniche e conferivano ai pezzi un impianto non ripetibili, perfettamente completato nel secondo disco dalla trovata intesa musicale. Il sostituto è competente, ma caratterizzato da un growl decisamente più convenzionale e meno maniacale; a livello tecnico il batterista è molto funzionale, forse anche più di quello precedente, ma l'apporto al songwriting è decisamente minore, creando strutture meno interessanti. Detto questo, non siamo di fronte ad un disastro, anzi il tutto si conferma un lavoro death a tinte doom ben suonato e che si affianca ad altri dell'epoca; semplicemente era naturale avere aspettative superiori dopo un lavoro come "Last One On Earth" e il livello di unicità raggiunto. Alcuni elementi vengono comunque ripresi da quest'ultimo, in particolari i toni grevi e "rivoltanti" del basso,  i quali seguono l'andamento della chitarra, così come certi episodi più veloci e in generale un largo uso di dinamiche e contrasti tra attacchi e rallentamenti; ci rendiamo conto che qui più che mai vale la differenza tra al considerazione di un album in generale, e la considerazione di quest'ultimo all'interno di un percorso con vari episodi. "Asphyx" non è l'apice della loro carriera, ma come detto non è un errore o qualcosa d'inascoltabile, e se affrontato come lavoro a se stante, gli amanti del death più macabro e mortifero troveranno qui pane per i loro denti; semplicemente i loro momenti più felici sono avvenuti poco prima, e si ripeteranno più avanti, anche se non con la stessa pienezza. 

"Prelude Of The Unhonoured Funeral - Preludio Al Funerale Disonorevole" è la strumentale introduttiva; essa si apre con un suono sepolcrale dark ambient, sul quale presto si aggiungono giri rocciosi e rallentati di chitarra e colpi di batteria monolitici e severi, in un andamento opprimente e strisciante.  Al quarantatreesimo secondo un rullante anticipa una leggerissima accelerazione, dopo al quale abbiamo una parte recitata in pulito (nonostante al quale però confusamente il brano è considerato strumentale senza fornire testi), contribuendo ai toni sacrali dell'episodio; al minuto e ventitré s'innalza un fraseggio malinconico e triste, il quale si dilunga mortifero mentre il drumming striscia tra colpi e piatti, sottolineati da un loop distorto. Il tutto è volutamente ossessivo e ripetitivo, mentre si alternano i crescendo di chitarra epici in un'apertura all'album dal grande effetto, la quale mantiene fede al suo nome; al terzo minuto e sedici si torna a toni sommessi di riff granitici, ma rallentati, e drumming dilatato, chiudendo il pezzo così come era iniziato, e facendolo sfociare nella successiva "Depths Of Eternity - Abissi Dell'Eternità", la quale ci accoglie con un suono granitico accompagnato da tamburi belligeranti; al sesto secondo partono versi gutturali di  van Pol, i quali poi esplodono insieme alla strumentazione in una cavalcata massacrante ricca di giri a motosega e doppia cassa. All'improvviso al ventottesimo secondo si delineano una serie di montanti ritmati il quale andamento viene ricalcato dal drumming cadenzato e martellante; si prosegue così in una sequenza interrotta solo al quarantasettesimo secondo, dove inizia una lugubre coda doom lenta tanto nei suoni mortiferi di chitarra, quanto nel cantato cavernoso e nella batteria dilatata. S'instaura un'atmosfera tra l'epico e il sinistro, reiterata in modo corrosivo fino al minuto e quarantasette, dove si accelera con un fraseggio distorto accompagnato da rullanti combattivi; ecco che poi esplode una corsa vera e propria con doppia cassa e riff severi di scuola death, vicini a quelli di Dismember e Morbid Angel. Al secondo minuto e  trentotto ripartono le falcate taglienti, sulle quali van Pol ancora una volta si lancia in un cantato disperato; al secondo minuto e cinquantuno ci si ferma di nuovo, questa volta però con giri circolari rocciosi delineati da rullanti di batteria in un movimento contratto dal grande effetto. Al terzo minuto e ventiquattro si torna su ritmi più sentiti e dai giri spacca ossa di chitarra, i quali si ripetono prima di sfociare in un'ennesima corsa death in doppia cassa e chitarre taglienti, mostrando un songwriting tutto sommato ben strutturato, il quale poi si lancia ancora in falcate corrosive dove il cantante richiama i versi di un non morto; il suo growl sgolato ricorda in parte quello del mitico Chris Reifert degli Autopsy, pur senza raggiungerne le vette di morbosità epocale. Intanto l'andamento muta ancora, mettendo in piazza giri distorti commutati presto in una marcia rocciosa dal sapore imponete e marziale; si arriva così al quinto minuto e sette, dove tutto esplode con doppia cassa  e chitarre impazzite. Ma subito si passa a suoni rallentati ed asfissianti, dove la chitarra struttura un fraseggio oscuro molto accattivante, dilungato e sottolineato da colpi di drumming e rullanti; si rallenta ulteriormente in suoni dilatati e striscianti,  sempre più solenni, i quali proseguono fino alla conclusione improvvisa segnata da un'ultima bordata di chitarra, quasi come un corpo sfinito che cade a terra. Il testo tratta di un tema classico dell'horror e di riflesso del death metal: quello dei non morti; stanchi del nascondersi dai vivi, essi rompono l'eterno rifiuto sorgendo da un esilio disonorevole, lasciando di proposito gli abissi infiniti. Essi sono gli abissi del nulla, del mistero,  dell'oscurità e dell'eternità, mentre i nostri proseguono "Contaminating the world with death, Ending lives, the way dying was supposed to be, Deceased guided into endless obscurity, Depths of eternity, terminus of the living dead - contaminando il mondo con la morte, Terminando vite, morire doveva essere il destino, Morti guidati nell'oscurità senza fine, Abissi dell'eternità, i confini dei morti viventi"; lanciati in una viaggio per non morti, essi viaggiano attraverso luoghi desolati, dove un senso di frugalità domina l'atmosfera. Negli abissi del nulla è meglio dimenticare, negli abissi del mistero si è completamente indifferenti, negli abissi dell'oscurità vi è tenebra infinita, negli abissi dell'eternità, non vi è fuga dalla morte; un testo che sorprendentemente dato il team evita particolari splatter o horror, configurandosi su un macabro significato meditativo sulla morte e su paesaggi desolati, funzionale sicuramente al suono altrettanto mortifero della band. "Emperors Of Salvation - Imperatori Della Salvezza" si apre con bordate distorte alternate a giochi di rullanti e digressioni, inoltrandosi per alcuni secondi; al ventesimo secondo esplode un galoppo massacrante sul quale si stagliano le grida gutturali di van Pol, mentre poi si libra un attacco perentorio fatto di loop a motosega e drumming pestato. Si riparte quindi con i giri veloci e la doppia cassa, alternandoci ancora con rullanti di pedale e fraseggi taglienti ed ossessivi;  al minuto e ventitré partono nuovi attacchi marziali da tregenda, ai quali si aggiungono i terremoti ritmici e le grida disperate del cantante. Eccoci al  minuto e quarantotto dove incontriamo una tetra coda doom dilatata, come sempre sorretta ad chitarre e batteria, e dove parte un tetro assolo mortifero il quale si espande instaurando un'atmosfera sepolcrale; esso prosegue a lungo con scale quasi tecniche, sottolineato dagli andamenti rocciosi in sottofondo e suoni di campane che completano perfettamente il suo andamento con un gusto malinconico ed appassionate che dona una forte anima al suono dei nostri. Si continua quindi su queste note fino al terzo minuto e trentaquattro, dove solo i giri granitici e i campionamenti di campane rimangono; all'improvviso riesplode la corsa martellante con le vocals di van Pol e i loop devastanti di chitarre a motosega, la quale si ferma solo per alternarsi con bordate e giochi di batteria.  Al quarto minuto e venti un fraseggio distorto fa ad cesura, lanciandosi poi con la doppia cassa e le urla sepolcrali in una nuova cavalcata; essa si consuma nel finale in un riffing severo, il quale conclude con i rullanti di batteria il pezzo, prima di sfociare subito nel successivo. Il testo è una metafora riguardante la religione, dove si descrive i fedeli come imprigionati e incapaci di pensare; incarcerati in mura immaginarie, sguardi stoici non hanno destinazione, e nel loro errare cercano la salvezza, ma in eterno non vi sono punti di contatto, mentre portano un eterno dolore, con odio e rabbia, dove il rispetto per se stessi è congelato. Temendo il futuro e agonizzanti per disillusioni mentali, dilapidati e declinati, ci si chiede se è questa la vita o il suo destino, aspettando una particolare salvezza che possa far dimenticare tutto; La morte è per qualcuno uno semplice soluzione, e  "Surviving is the driving force, But surviving is a hopeless cause, Narrow-minded thoughts far from clean, Completely turned inside oneself, nothing surmised, Mankind's necessity to live is only a side-issue - Sopravvivere è la spinta, ma sopravvivere è una causa senza speranza, Pensieri ristretti lontani dall'essere puliti, Completamente  rivoltato si trova uno, niente viene giudicato, La necessità di vivere dell'umanità è cosa da poco". Aspettando per quella salvezza ci si sente liberi dalla miseria, presi dagli imperatori della salvezza; ciò è per dedicare il corpo alla terra, sistemati dal fantasma della morte, mentre l'anima vaga in eterno. Un altro testo che mischia il tema della religione vista come oppressione con quelli esistenziali sulla morte e la vita; un modus operandi non inedito nel death metal, che qui trova piena applicazione. "Til Death Do Us Apart - Finché Morte Non Ci Separi" è il quarto brano, introdotto come seguito del precedente da un riffings severo e da colpi contratti; presto esplode con vortici di chitarra tagliente e drumming spacca ossa, con rullanti che sottolineano il tutto con decisione e potenza. Al trentaduesimo secondo si configurano marce rocciose dai toni imperanti, sotto le quali percepiamo giri di basso grevi; al cinquantaseiesimo secondo si affaccia un assolo dilatato e struggente, il quale prosegue sorretto dalla batteria cadenzata e dai suoni corrosivi di chitarra, completando un'atmosfera struggente. Esso ci ricorda un po' quello del pezzo precedente, riutilizzando quindi un'idea già affrontata poco prima, e mostrando una certa riproposizione di elementi nel songwriting che rende il disco meno vario a livello di soluzioni; si continua poi con le vocals gutturali di van Pol stagliate sul movimento rantolante della strumentazione sino ad arrivare al secondo minuto e trentacinque. Qui riparte una galoppata delineata da rullanti, al quale ripropone suoni a noi familiari, prima di fermarsi per una nuova coda doom; al terzo minuto e diciotto una serie di rullanti fanno da cesura, mentre poi si apre un'ennesima cavalcata con terremoti ritmici e riff a motosega. Ci si lancia quindi con doppia cassa e giri taglienti, sempre sottintesi dalle urla del cantante, e collimando in un fraseggio tagliente; al quarto minuto e  trentadue un assolo vorticante e dalle note stridenti si lancia a tutta velocità assieme alla batteria, fino al quarto minuto e cinquantuno. Qui torna il motivo appassionante e malinconico incontrato nella prima parte del pezzo, il quale si esaurisce lasciando posto ad un rallentamento doom che striscia mortifero con le vocals di van Pol e la strumentazione; il finale è affidato ad un ultima serie di bordate e di fraseggi aggressivi, al quale poi termina in una corsa a media velocità con rullanti e grida. Il testo tratta in modo macabre il matrimonio, trasformando I voti cerimoniali in chiave morbosa legata ai temi della morte, al rapporto tra anima e corpo; la nascita della vita è in un matrimonio pre-natale tra anima e corpo, un sacramento preso da tutti e difficile da dimenticare, finché morte non ci separi. Supportandosi l'uno con l'altra nella salute e nella malattia, al meglio o alla peggio, fino a che morte non ci separi; quando ciò avviene le difficoltà dell'anima vengono lasciate indietro, dissolvendo la congrega della vita. "Violation of the vows, death is soon to come, Divorce is final, your life is no more, Your flesh will decompose and return to nothing, Your soul will vanish to a place, where no man has gone before - Violazione dei voti, la morte arriverà presto, Il divorzio è totale, la tua vita è finite, La tua carne si decomporrà e tornerà nel nulla, La tua anima scomparirà in un luogo, dove nessun uomo è mai stato prima" continua macabro il testo, mentre nel mondo spirituale non vi è vita ne un aldilà, ma solo gli Asphyx  sanno la verità; un'altra costruzione tetra e mortifera che ben si lega con il death a tinte doom dei nostri, simbolo sonoro della tomba. "Initiation Into The Ossuary - Iniziazione Nell'Ossario" è protratta da un fraseggio greve e roccioso, sul quale poi si stagliano canti gregoriani in un'atmosfera sinistra e decisamente malvagia; ecco che si dilunga la chitarra in solitario, con le sue note sature di suoni sinistri. Al minuto e quarantadue si aggiunge il basso greve e distorto assieme alla batteria, delineato da alcune impennate monolitiche in una marcia funerea dove regna l'accordatura bassa; esso è accompagnato dal drumming strisciante, in una sequenza opprimente. Al secondo minuto e quarantaquattro un fraseggio dalle scale in salire si unisce alle tastiere, creando un'atmosfera evocativa per uno degli episodi più solenni di tutto il disco; si cresce d'intensità con melodie tetre ben presenti, fino al terzo minuto e quarantacinque. Qui le vocals cavernose di van Pol si uniscono a bordate schiaccia ossa, in una marcia a lungo portata avanti; all'improvviso parte una cavalcata ariosa dai loop a motosega e dal drumming cadenzato, la quale si ferma al quarto minuto e trenta con rullanti. Ecco che dopo un fraseggio che fa da cesura esplode una galoppata tellurica dove si ripropone il cantato cannibale insieme ad esplosioni di batteria e giri squillanti che s'intromettono nella trama sonora; si continua così, mentre piatti cadenzati delineano l'andamento. Al quinto minuto e trenta partono una serie di suoni contratti, sempre sorretti dalla doppia cassa, fino ad arrivare al quinto minuto e quarantanove; qui si rallenta in una marcia rocciosa e roboante, la quale si lancia in un fraseggio altrettanto distorto, alternandosi con l'andamento precedente in un attacco pachidermico. Esplodono poi nuovi giri squillanti i quali completano il quadro con maestria, aggiungendosi al gioco di alternanze sempre vigile; si torna poi ai loop a motosega, severi e taglienti, i quali ancora una volta terminano in bordate. Segue al settimo minuto un fraseggio thrash il quale ritmato fa da base per altri terremoti sonori, i quali esplodono con rullanti di pedale prima di lanciarsi in una doppia cassa con chitarre schizofreniche e urla indemoniate; ci si alterna con la struttura di poco prima, creando aree più ariose, ma sempre severe. Dopo alcuni rullanti parte un fraseggio, il quale si libra per un ultima volta in un galoppo corrosivo segnato da punte squillanti; ecco quindi il finale con un rallentamento doom epocale sottolineato da rullanti e cimbali, dove van Pol grida tutta la sua ferocia in riverbero, prima della chiusura improvvisa. Il testo descrive un rito oscuro e sacrilego intrattenuto in un ossario da un culto della morte; esso viene penetrato con perturbazione, con spiriti inaspettatamente ospitali, un'esperienza dei mortali tramite nenie e campanelli da morto. Prevalgono ombre nel luogo della calamità, mentre la cerimonia è come un'esibizione; una mancanza di suoni crea scene idiosincratiche senza segni di vita tangibile. Un mondo distaccato ritrovo di morti, originato dalla trasfigurazione; percezioni portano avanti l'iniziazione nell'ossario. "The shining light, subdued by obscurity, Glorying in inauspicious atmospheres, The environs, ruthless and pertinacious, The ceremony, the exhibition - La luce splendente sottomessa all'oscurità, Glorificando in un'atmosfera sfortunata, I dintorni, senza pietà e con testardaggine,  La cerimonia, l'esibizione" prosegue il testo, mentre il capo dell'iniziazione, ricoperto in una veste e distaccato in preghiera sta in solennità circondato da misteri. Un rituale della morte circondato da non partecipanti, che si delinea ripetendo i concetti precedenti; quando si viene ammessi nel mondo degli spiriti non vi è ritorno, e si viene incarcerati nell'ossario, per dimorarvi in eterno. "Incarcerated Chimaeras - Chimere Incarcerate" parte con un suono roccioso con doppia cassa, nel tipico stile ritmato del death più lanciato; al diciottesimo secondo partono le vocals cavernose di van Pol, gutturali e feroci, mentre i giri di chitarra si fanno ancora più rumorosi. Si riprende quindi con i colpi di batteria, sottintesi da suoni grevi di basso e loop di chitarra a motosega; l'alternanza è naturalmente con le cavalcate precedente, per un episodio dinamico che si ferma al minuto e sedici con un andamento doom, giocato su suoni dilatati. Ma ecco che si riprende velocità con giri ripetuti dal motivo appassionante; dopo una cesura corrosiva riparte la corsa lanciata a piena potenza, sempre sorretta dal drumming combattivo. Un effetto vocale con effetti da studio segna una nuova cesura, dopo la quale avanzano montanti rocciosi in una sequenza potente e rocciosa, supportata da giri grevi; si riprende dunque con una cavalcata segnata da colpi di batteria e loop di chitarra, dove i rullanti di pedale creano impennate possenti. I toni si fanno ancora più concitati con attacchi di doppia cassa e giri taglienti, per poi alternarsi con i soliti fraseggi; si arriva quindi al finale fatto di un ultimo assalto caotico, mentre van Pol rilascia le sue grida, bloccate dalla conclusione. Il testo prende direttive più astratte e fantasy, senza però rinunciare alle immagini tetre ed opprimenti di luoghi sotterranei e maledizioni terribili; incessantemente prevalenti e magnanimi, fulminati, convincenti ed inviolabili, accolgono i tremori terreni, determinate a non svanire, poiché così è profetizzato da secoli. I sotterranei tetri e con tesori sono una base dell'inferno, dove intrusi e visitatori potrebbero salvarsi evitandole; "Phenomena and vaguely perceptible forms, Which are held, couldn't find freedom, Forever hidden from the outer world, By the static and substantial edifice of evil - Fenomeni e forme vagamente percettibili, Imprigionate, non trovano libertà, In eterno nascoste dal mondo esterno, Dal edificio statico e sostanziale del male" prosegue il testo descrivendo i prigionieri mistici del luogo, fonti sconosciute senza passato o futuro, che danno presenza visuale senza destinazione, in un'ascesa eterna dove sono condannate dal tempo e da un patto che non può essere spezzato. Questo luogo ospita i vagabondi, separati dai corpi, condannati da colui che predestina la fine della vita; una disperazione intollerante, un'architettura dell'insoddisfazione, con inadeguatezza, esplosioni di rabbia, torture nei modi terreni più estremi. Non c'è fuga o soluzione, sono condannate a rimanere qui senza via di ritorno, in eterno nascoste al mondo; tutto a causa dell'edificio del male, un luogo sotterraneo che sembra richiamare i dungeon più macabri dei libri e giochi fantasy, mantenendo come detto riferimenti macabri a forze infernali e immagini di morte. "Abomination Echoes - Echi D'Abominio" è il secondo ed ultimo episodio strumentale del disco; esso parte con un riffing feroce, il quale sale d'intensità con l'unione al settimo secondo di rullanti di pedale e colpi secchi di batteria. Al ventesimo secondo parte una cavalcata dall'animo thrash dai loop ripetuti in mitragliate marziali, mentre poi si alternano le sequenze più lanciate in un gioco delle parti incalzante; ecco che al minuto e quattro una serie di bordate si ripetono creando un movimento sincopato, il quale sfocia in un attacco tellurico dal grande effetto. Largo poi a giri squillanti, accompagnati ai soliti rullanti di batteria e che sfociano nei toni rocciosi e distorti a noi familiari; proseguono poi le alternanze con galoppate decise e aperture solenni ed ariose come quella del secondo minuto, dove al ritmica non perde potenza e prosegue accompagnando le atmosfere oppressive del resto della strumentazione. La conclusione è affidata alla ripresa della cavalcata marziale, prodigata fino al finale improvviso; un episodio ammaliante ben strutturato, anche se un po' ripetitivo, il quale  fa da "pausa" prima del proseguimento con i pezzi cantati. "Back Into Eternity - Ritorno all'eternità" si apre chitarre rocciose e tastiere insolitamente cerimoniali, quasi in un impianto black, mentre la batteria si districa in giochi di rullanti e piatti; al ventisettesimo secondo parte la doppia cassa con un galoppo sottolineato da punte stridenti, il quale va a consumarsi al cinquantunesimo con una cesura distorta e rullanti. Parte quindi un movimento lento e contratto sul quale si organizzano le vocals cavernose di van Pol supportato da grevi giri di basso e drumming cadenzato; al minuto e trentacinque falcate marziali si accompagnano a farsi sospirate in un'impennata che si alterna al movimento precedente delineandone l'andamento. Si prosegue quindi con i toni mortiferi, spezzati ancora dai suoni combattivi e dalle vocals come dall'oltretomba, fino al secondo minuto quarantuno; qui parte una nuova corsa in doppia cassa con riff a motosega, con una ritmica death giocata su terremoti sonori. E' inevitabile il rallentamento del terzo minuto e sei, segnato da tamburi  e poi da fraseggi tetri pieni di melodia oscura, delimitati da alcuni giri evocativi; si riprende quindi con la doppia cassa martellante e le urla sgolate del cantante, e al terzo minuto e cinquantasei si organizzano giri rocciosi alternati alle riprese degli attacchi veloci di batteria e chitarra. Tornano poi i momenti doom con suoni atmosferici e drumming strisciante, mentre il basso si prodiga in giri grevi; al quarto minuto e cinquantuno scoppia una marcia thrash dal grande effetto avvincente, la quale collima con un verso gutturale in una serie di giri spacca ossa delineati da rullanti, mentre van Pol prosegue con le sue urla. Al quinto minuto e cinquantuno si rallenta con un ultimo passo doom, a breve seguito da una cesura con fraseggio roboante; il finale è quindi lanciato con doppia cassa e riff a motosega di scuola death, chiudendo con potenza mortifera il pezzo, lasciando le ultime battute ad un giro roccioso ed ad un effetto roccioso. Il testo sembra una sorta di proseguo tematico a "Depths of Eternity" dove i non morti tornano nell'oblio dopo aver svolto il loro compito; con prospetti confusi e cercando l'ordine le valli chiamano i caduti all'oblio, per regnare e fiorire nei propri luoghi, senza concezioni legate a criteri terreni. Circondati nel mistero, ponderando il ritorno negli abissi, dove coloro che sono veloci (i viventi) non sono ammessi, preso possessi di anime e spiriti perduti, il compito malvagio è fatto, e non c'è più bisogno di prolungare la presenza dei morti; "Satisfied, the return has begun, To the valleys, the foretold shelter of evil, Assigned by the inexplicable symptoms, Roaming through the vast darkness - Soddisfatto, il ritorno ha luogo, Nelle valli, il rifugio del male predetto, Assegnato dal sintomo inspiegabile, Che vaga nella tenebra vasta" continua il testo, mentre si ricerca, aggrappandosi dopo un passaggio nascosto, disperando, ma risoluti lo stesso, desiderando l'ordine stabilito, per regnare  e fiorire nei propri luoghi. Attuati dall'intuizione di bestie, guidati dalle commissioni del male, ora scompaiono nell'eternità, in una pace dopo la vita terrestre, tornando nell'oblio; una serie di immagini quindi che descrivono il ritorno dei non morti al riposo, una volta che hanno svolto il loro malvagio compito innominato, sicuramente portatore di tragedia.  "Valleys In Oblivion - Valli Dell'Oblio" parte in puro stile dei nostri con riff pesanti e rocciosi accompagnati da colpi dilatati di batteria, a seguito di un verso cavernoso del cantante; esso torna al ventiseiesimo secondo accostandosi a movimenti contratti di chitarra e ad un basso sferragliante. L'andamento si mantiene monolitico, delineato dai giri di chitarra severi fino al minuto e sedici; qui si a giungono bordate marziali le quali completano il suono tagliente e roccioso. Si continua quindi con gli andamenti precedenti, per un episodio decisamente doom giocato molto sulle vocals abissali di van Pol e sulle chitarre pesanti e ad accordatura bassa; al secondo minuto e ventinove tornano i riff granitici, mantenendo comunque la velocità sempre contenuta    . E' al secondo minuto e cinquanta che si accelera leggermente con bordate thrash sottolineate da fraseggi squillanti, in una marcia assassina che ci sorprende con al sua oppressione sonora; al terzo minuto e ventotto ci si lancia ancora di più, aggiungendo rullanti di pedale e grida sgolate in un ritmo incalzante. Ecco che i toni si fanno sempre più aspri, con bordate caotiche e doppia cassa con rullanti, fino alla cesura con fraseggio del quarto minuto e quattordici; essa evolve in un riffing marziale che però ha breve vita, fermandosi in una nuova coda doom. Essa si dilata con andamenti striscianti e lenti, mentre van Pol rilascia toni gutturali tipicamente death, come detto non originali, ma funzionali all'atmosfera sepolcrale della musica; al quinto minuto venti i toni si accendono leggermente con attacchi rocciosi a largo raggio, creando un andamento nervoso che si protrae corrosivo. Largo poi ad una galoppata in doppia cassa, dove le urla si fanno inumane, e dove poi i riff si convertono in chiave marziale senza pietà; al sesto minuto e cinque si aggiunge un assolo squillante e spettrale, aumentando al cacofonia spacca ossa in un movimento infernale che ci trascina con se. Il finale è segnato da suoni di campane che si aggiungono alla strumentazione, prendendo sempre più piede rimanendo poi in solitario; la coda oscura ottenuta chiude così il pezzo, con toni da cimitero sempre congeniali agli Asphyx . Il testo tratta sempre i temi macabri dei nostri, questa volta legandoli all'archeologia e i misteri del passato; luoghi privi di riparo da secoli, vestigia di una vita passata, riportati alla luce in modo innaturale, in cui ogni pietra, ogni buca, ogni resto e piena di memorie. Le valli sono rimaste generazione dopo generazione, e qui antichi antenati combatterono, trionfarono e sopravvissero, prima di scomparire a causa delle forze della natura imprevedibili; l'archeologia è la chiave per la generazione presente, le quali non sospettano cose che potrebbero danneggiare l'umanità. E' solo questione di tempo, lo stesso potrebbe succedere a noi, mentre dovremmo essere in pace, come le valli dell'oblio; "Powers from the long ago, Could be too strong, Curiosity of manking is always an imperfect danger, Attended with inexperience and cupidity - Poteri antichi, Possono essere troppo forti, La curiosità del compiere è un pericolo sempre imperfetto, Intrapreso con inesperienza e cupidigia" conclude il testo, ricollegandosi a storie di maledizioni scatenate, tombe antiche, e orrori della tomba che vengono liberati, in un immaginario horror tipico del mondo tematico della band olandese. "Thoughts Of An Atheist - Pensieri Di Un Ateo" è il pezzo finale dell'album, introdotto da un fraseggio melodico insolitamente arioso e piacevole per i canoni dei nostri; su di  esso si aggiunge poi il basso, seguito da un riffing effettato tagliente, accompagnato dalla doppia cassa. Si passa quindi ad un rallentamento serrato annunciato dai versi di van Pol, seguito da una marcia thrash rocciosa e da aperture ariose dall'atmosfera ieratica, mentre il drumming si mantiene sospeso con colpi dilatati; al minuto e trenta i suoni si fanno ancora più monolitici e contratti, segnati dai piatti e da alcune digressioni distorte. Il panzer sonoro avanza mantenendo una certa componente evocativa, per uno dei brani migliori dell'album; al secondo minuto venticinque un riffing solitario fa ad cesura, intervallato dai piatti, prima di convertirsi poi con la doppia cassa e i rullanti in una corsa spietata sulla quale il cantante si da a urla disumane. L'intensità sale con loop a motosega, alternati a momenti più rocciosi e distruttivi, in una grande energia liberata con epocale atmosfera; al terzo minuto e trentotto una serie di rullanti frammentano il ritmo, prima dell'introduzione di un assolo squillante che si sviluppa in scale tecniche. Esso assume poi toni più melodici accompagnandosi al rallentamento di drumming e chitarre, delineando paesaggi sonori desolati; si arriva così alla pausa distorta del quarto minuto e quaranta, la quale si sviluppa poi in un'ultima cavalcata feroce con le vocals gutturali di van Pol e la doppia cassa martellante, per una chiusura spietata che ci trascina in un vortice sonoro sempre più aggressivo, ma segnato in ultima battuta da giochi di rullanti e da un verso effettato che segna il finale. Un episodio che vede ancora alternanze tra doom e death puro, ma che offre alcuni attacchi più prolungati e di largo respiro,  per un pezzo dall'innegabile appeal; un ottimo modo per concludere un lavoro che, se pur di minore carattere rispetto al precedente, si mantiene un capitolo della musica death più che degno ed interessante. Il testo riprende I temi anti religiosi, in un nuovo attacco all'idea di fede  non certo inedito per i nostri, o nel panorama del metal estremo; il narratore dichiara di non aver mai visto Gesù in vita sua, ne le meraviglie del paradiso dorato, e chiede ai credenti se sono troppo ciechi per vedere la verità, ovvero che gli dei sono morti e non risorgeranno. "Submission to illusions of your fear, Afraid to be alone if doom is near, Worship your gods and pray your love, Keep silent derision from above - Sottomissione alle illusioni del tuo terrore, Paura di essere soli nel disastro vicino, Adorate I vostri dei e pregate il vostro amore, Tenete in silenzio la derisione dall'alto" prosegue sprezzante il testo, scardinando le certezze della fede; sono i pensieri di un ateo, che ha avversione per gli dei caduti dei credenti, e che reputa la religione come un pericolo con spine insanguinate. Un fede ingenua in bugie "sante", nella quale s'ignora la triste verità chiudendo gli occhi, aderendo ad una croce che è un simbolo di morte, seguendo un morto con mille altre voci; un attacco diretto quindi nello specifico alla religione cristiana, bersaglio prediletto del mondo death e black con testi che non sono certo trattati teologici, ma vanno subito al punto descrivendo con immagini forse un po' ingenue, l'ipocrisia c he si percepisce in tale credo.

Tirando le somme un album di death/doom competente, ben suonato ed interpretato, dove il versante doom ha modo spesso di mostrarsi, ma dove anche gli attacchi puramente death quando presenti hanno modo di esprimersi; il songwriting è discontinuo, con alcune punte di eccellenza, specie negli ultimi episodi, e alcune ripetizioni nella parte centrale del disco, andando a minare leggermente l'integrità totale del lavoro. Van Pol è un vocalist competente, e non certo ai livelli pessimi che qualcuno gli ha imputato, e in questa sua unica esibizione riesce a svolgere il suo lavoro; ma quello che manca è il genio ostico di van Drunen, il quale nel lavoro precedente aveva trovato piena collocazione nel suono dei nostri. Ora troviamo un cantato death come molti altri, che toglie parte d'identità agli Asphyx; è comunque un caso di "soffrire per i meriti altrui", e se consideriamo il disco per se stesso, troviamo un suono death dai connotati doom che piacerà agli amanti del genere, a patto di non fare paragoni con altri fratelli, soprattutto il precedente, dove il genio della band ha avuto più modo di esprimersi, mostrando qualcosa di diverso e più proprio. Siamo in ogni caso ad un bivio: poco dopo l'uscita del lavoro, il gruppo si scioglie, per poi essere subito riportato in (non) vita da un redivivo Baghus accompagnato da Theo Loomans, già vocalist del gruppo ai tempi del terzo demo. Ora la band presenterà un sound più veloce, attirando alcuni nuovi fan e alienando alcuni amanti della loro massacrante lentezza doom, elemento comunque mai abbandonato del tutto dai nostri; parte quindi un nuovo capitolo nella travagliata storia del gruppo, il quale tenendo fede ai temi del proprio mondo tematico e sonoro sembra un essere dell'oltre tomba che si rifiuta di riposare, tornando con diverse incarnazioni più volte. Questa è una fortuna, perché tra alti e bassi gli Asphyx rappresentano una delle realtà migliori del death tutto, capaci nei momenti più alti di creare vette insuperabili di morbosità, e in quelli più "bassi" di offrirci comunque esempi di death ben suonato e con momenti interessanti; ci vorrà comunque del tempo prima che ritrovino davvero la loro musa, e il prossimo "God Cries" sarà forse ancora di più un episodio di assestamento, votato più verso l'aggressione, perdendo quel bilanciamento verso il doom che è al forza della band. La strada è ancora lunga comunque, e i cambiamenti e i ritorni saranno molti, costituendo anche essi stessi una storia parallela alla musica della band; noi continuiamo a seguirli in questo strano viaggio nei meandri del suono più putrido e allo stesso tempo affascinante, guidati dalla loro arte tetra e mortifera.

1) Prelude Of The Unhonoured Funeral   
2) Depths Of Eternity          
3) Emperors Of Salvation    
4) 'Til Death Do Us Apart    
5) Initiation Into The Ossuary        
6) Incarcerated Chimaeras  
7) Abomination Echoes       
8) Back Into Eternity           
9) Valleys In Oblivion          
10) Thoughts Of An Atheist

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