ASPHYX

Abomination Echoes

2010 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
16/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Il nostro viaggio nella discografia degli olandesi Asphyx, alfieri del death/doom più macabro e pestilenziale, prosegue con una raccolta molto corposa, uscita in versione limitata su vinile nel 2010 sempre per la fida Century Media Records; parliamo di "Abomination Echoes - Echi Dell'Abominio", creata in occasione del precedente ritorno del gruppo con "Death? The Brutal Way" un anno prima, disco che ha raccolto molti consensi e ha riproposto il gruppo ad una nuova generazione di appassionati del death old-school più violento e crudo, ma anche evocativo ed atmosferico. In particolare modo l'opera qui tratta è una vera è propria chicca per i cultori dell'underground e dei demo-tape, raccogliendo materiale risalente  ai demo "Enter The Domain" (1988, con Tony Brookhuis alle chitarre, Bob Bagchus alla batteria e Christian Colli al basso e voce), "Crush The Cenotaph" (1989, con la sostituzione di Colli con Theo Loomans e l'arrivo di Eric Daniels come secondo chitarrista) "Mutilating Process" (1989, stessa formazione del precedente), più alcune interpretazioni in sala prove con l'inedita "Priest of Mendes" e una cover di "Countess Bathory"  dei Venom; chiudono il tutto il primo promo del 1991 con Martin van Drunen alla voce e alcuni pezzi live registrati in Olanda nel 1989. Un'antologia dei primissimi anni della band prima del contratto con la già citata etichetta tedesca, la quale è di sicuro un piatto appetitoso (e difficile ormai da trovare, impossibile a prezzi umani) per ogni collezionista ed amante del death più cavernoso e genuino, dando una panoramica abbastanza completa di quello che era il suono del gruppo all'epoca; troveremo qui registrazioni grevi dalla produzione malsana e amatoriale, e un songwriting inizialmente più legato al death/thrash senza fronzoli, e poi sempre più contaminato da dilatazioni doom oscure e tetre, futuro marchio di fabbrica dei nostri. Siamo agli albori del death, il quale presto esploderà in due fenomeni: quello americano, più greve e fangoso, e quello svedese, più "melodico" e dalle atmosfere solenni. In mezzo a queste due correnti troviamo tutta una serie di episodi particolari come i nostri, gli australiani diSEMBOWELMENT e i finlandesi Demilich, tutti rappresentanti di un proprio suono diverso e allo stesso tempo inconfondibilmente death; tra i citati solo gli Asphyx  produrranno più di un lavoro, creando una lunga carriera che tra cambi continui di line up e lunghi silenzi continua ancora oggi, presentando un suono non così alieno come gli altri due, ma che riesce ad avere una propria impronta pur rappresentando un sano death tradizionale dal sapore vecchia scuola. Largo quindi a chitarre a motosega, bassi grevi (spesso però poco udibili nel mixaggio adoperato), e drumming pestato e veloce, così come a cambi di tempo costanti e bruschi; il tutto immerso in un'atmosfera opprimente e mortifera, come pochi sanno dare, capace di narrare ancora prima delle parole. Il mondo tematico dei nostri è aderente all'immaginario del genere, tra orrori sacrileghi, riti oscuri, viaggia strali, violenza orripilante, perversioni omicide, attacchi alla religione cristiana, in uno scenario perfetto per il loro suono malato e macabro; se cercate  blast beat a manetta e parti ultra tecniche con growl brutale reiterato, meglio guardare da un'altra parte (ma questo si applica a tutta la discografia dei nostri), mentre se cercate un death vecchio stampo vicino ad Autopsy ed Obituary, ma con qualcosa di proprio, qui avete ciò che fa per voi. Non esiste insomma solo la variante più gotica del death/doom rappresentata dai primi Paradise Lost, Katatonia e My Dying Bride, abbiamo qui una versione di questo suono che sta lontana da romanticismi malinconici, in nome di tetre note violente che evocano catacombe e non morti; addentriamoci quindi per l'ennesima volta insieme nelle loro cripte musicali!

Enter The Domain / Vault Of The Vailing Souls

Si inizia quindi con i due brani di "Enter The Domain", la Title Track strumentale offre in apertura suoni stridenti e sgraziati, i quali al decimo secondo vengono raggiunti da un arpeggio greve ed oscuro, delineando un'atmosfera malsana e tetra, dal gusto ostico e lo - fi, il quale chiarisce i toni del lavoro; con il procedere del loop costante i toni si fanno sempre più inquietanti e squillanti, andando così a lanciarsi in anti melodie epocali. Ecco quindi che si collima dopo una dissolvenza nel primo brano vero e proprio, ovvero "Vault Of The Vailing Souls", la quale presenta da subito toni altrettanto sgraziati ed una produzione da scantinato non lontana da quella dei lavori underground del black metal, o da quella dei primissimi Hellhammer; largo quindi ad un riffing dissonante che striscia con le sue note da baritono tra piatti cadenzati e rullanti da tamburo. Al ventitreesimo secondo s'introducono i versi gutturali di Colli, mentre i toni si fanno ancora più oppressivi grazie a riff marziali e colpi robusti di batteria; scordiamoci però qualsiasi pulizia sonora, qui è il caos a dominare, con un mixaggio dove riusciamo si a distinguere gli strumenti, ma dove ogni idea di riproduzione cristallina e messa al bando in nome di un muro marcio. Percepiamo comunque movimenti di chitarra ammalianti capaci di offrire appaganti atmosfere epiche; al quarantanovesimo secondo si rallenta in un andamento meccanico, sul quale il cantante si da a toni mortiferi e cupi, narrando il testo mentre intervengono alcuni arpeggi che si districano tra le motoseghe sonore e il drumming concitato. Al minuto e trentuno si torna a giri epici i quali mostrano già una certa tendenza per i suoni tetri e allo stesso tempo ammalianti e malinconici, ma presto ci s'intervalla ancora con i le sezioni mortifere dominate da vocals cavernose e timidi accenni di melodia; si prosegue così fino al secondo minuto e diciannove, dove esplode una cavalcata martellante fatta di doppia cassa e chitarre lanciate, mentre i piatti si danno a colpi continui. Si sfocia in un riffing roccioso e possente dal gusto thrash, il quale prosegue tra la ritmica pulsante; esso rallenta poi in una ripresa dei toni maestosi che instaurano una sorta di ritornello strumentale. Largo quindi ancora alle marce striscianti e taglienti delimitate da arpeggi improvvisi, sempre segnate dalla cacofonia e dalla voce non morta di Colli; l'andamento assume toni ossessivi, con blast ben calibrati e loop di chitarra ripetuti. Al terzo minuto e quarantatre si sfocia in una sequenza dissonante e lenta, la quale però non deve ingannarci: il finale vede infatti un'ultima corsa in doppia cassa con urla e chitarre impazzite, la quale conclude perfettamente il pezzo. Il testo macabro narra di spettri di bambini violentati e uccisi in una cantina da un mostro sadico, in uno dei temi disturbanti e socialmente scomodi toccati dal death nel suo volere esporre gli aspetti più bassi dell'esistenza, spesso nascosti dal perbenismo; un silenzioso sussurro arriva dalla tomba dei bambini, testimoniando gli orribili fatti avvenuti e il dolore, mentre pianti eterni risuonano nella cantina, e mormorano la marcia funebre per un infanticidio. "Enticed children followed to the vault. Trapped to satisfy his perverse need, Haunted hiding place of violation, Mentally disturbed by morbid passion - Bambini incuriosity lo seguirono nella cantina. Intrappolati per soddisfare i suoi bisogni perversi, In un luogo infestato della violazione, Mentalmente disturbato dalla sua passione morbosa" chiarisce il testo raccontando degli orrori avvenuti, mentre ora siamo in una cantina di anime umiliate, mentre l'eco dei loro lamenti è nelle nostre orecchie, ed invettive senza sosta reclamano il ritorno; la silenziosa marcia funebre della tristezza rimarrà in eterno. Un testo che svela con poche parole i retroscena inquietanti di un luogo infestato dalla sofferenza di anime ormai macchiate; si mischiano le fantasie sui fantasmi con aspetti purtroppo fin troppo reali, e riscontrabili in fatti di cronaca che non cessano di avvenire negli anni. Il death affronta il tema della morte in tutti i suoi aspetti senza chiudere gli occhi, gli Asphyx non fanno certo eccezione; la musica e le parole offrono uno scenario macabro che non può lasciarci indifferenti.

Cadaver Camp

"Cadaver Camp" vede alcuni secondi di vuoto caratterizzati dal suono del nastro di registrazione (confermando il gusto "casereccio" del demo), seguiti da un'improvvisa esplosione di doppia cassa, chitarre stridenti e versi gutturali di Colli; per l'ennesima volta è la confusione a dominare, questa volta forse con una produzione ancora più fangosa, dove le chitarre si fondono in una cacofonia uniforme mentre il drumming prosegue pestato. Al trentaduesimo secondo si passa a giri taglienti ripetuti, accompagnati da un basso greve e frastornate, mentre alcuni fraseggi circolari delimitano il tutto; segue un'accelerazione con piatti cadenzati e rullanti ripetuti, la quale collima in alcuni esercizi ritmici prima  di lanciarsi in una nuova corsa caotica dominata da urla coperte dagli strumenti, drumming pulsante e dissonanze lancinanti di chitarra. Si potrebbe pensare che qui i nostri anticipino certe tendenze sperimentali dalla natura ostica e discordante, ma la realtà è che tutto è involontario; se dominano dissonanze claustrofobiche, è a causa della produzione scarsa, in un caso di feroce attacco genuino che di sicuro farà la felicità dei puristi più intransigenti del suono death underground. Intanto si prosegue su questa linea, tra chitarre ruggenti e batteria pestata, mentre Colli si da a versi che hanno davvero poco di umano; alcuni blast improvvisi segnano il corso, mentre i riff squartano tutto conservando però anche toni oscuri ed epocali percettibili nel muro di suono prodotto. La conclusione improvvisa vede  alcuni rullanti di batteria e versi ruggenti del cantante, mettendo fine al pezzo; un altro episodio da archivio, insopportabile per gli amanti della produzione pulita e moderna, una gemma al contrario per chi adora i demo del periodo e il loro suono da scantinato. Il testo presenta visioni horror e apocalittiche, in un future dove regna la fame; la natura ha tratto le sue conclusioni, iniziando l'estinzione dell'umanità in un pianeta inabitabile, con poche possibilità di sopravvivenza."Hungry and dismayed, contaminated world, ailing population, with the rule of the jungle inside - Affamati e stravolti, in un mondo contaminato, una popolazione sofferente, con la legge della giungla dentro" prosegue il testo, mentre corpi umiliati negli ultimi respiri, vengono portati via da treni in un trasporto di massa a fini nutrititi, in una violenza cannibale; il campo dei cadaveri non è altro che un punto di raccolta, una fabbrica a scopo alimentare, dove i corpi vengono strizzati in trita carne e passati in impianti di lavorazione, mentre una razza ormai prossima alla fine ritarda il tutto con carne umana trattata. Il riferimento a certa letteratura e cinema è ovvio, soprattutto a "2002: I sopravvissuti" (Soylent Green) del 1973, diretto da Richard Fleischer tratto dal romanzo di fantascienza "Largo! Largo!" del 1966, ad opera di Harry Harrison, il quale appunto ci mostra un mondo prossimo al collasso dove il nutrimento viene tratto dai cadaveri umani; il collegamento tra il death e un certo immaginario è ben saldo, e qui abbiamo uno dei tanti esempi nella sua storia.

Thoughts Of An Atheist

"Thoughts Of An Atheist" mette fine a questa sezione della raccolta dedicata al primo demo, presentando una delle molte versioni nelle quali il brano in questione verrà riproposto negli anni; ecco quindi un arpeggio greve di basso seguito da un riffing serrato accompagnato da piatti e batteria cadenzata, in un effetto trascinate interrotto al sedicesimo secondo da un verso gutturale di Colli, sul quale le chitarre si fanno più ariose mentre prende rilevanza il basso nei suoi attacchi ferrosi. Ancora una volta entra in gioco lo strano caso, e un ascoltatore sprovveduto potrebbe trovare certe connotazioni con il metal moderno e le sue claustrofobie; naturalmente dobbiamo sempre ringraziare la produzione da scantinato per questi momenti davvero interessanti, i quali ci mostrano elementi che sono unici e caratterizzanti dei demo della band (e in generale dei demo di molte band death metal old - school). Si prosegue poi con toni maestosi grazie a fraseggi sinistri e ritmiche ben strutturate, andando poi a degenerare nel primo minuto in sezioni doom monolitiche e malevoli; il basso torna a farla da padrona con i suoi toni ferrosi e pesanti, mentre el chitarre distorte al limite tagliano le pulsioni della batteria. All'improvviso al minuto e trentacinque un assolo discordante prende posto, collocandosi tra i piatti e i loop; un grido animalesco segna l'esplosione in una corsa in doppia cassa, dove batteria e growl cavernoso coprono tutto, in un muro di suono intervallato dai blast. Si arriva al secondo minuto e quaranta, dove alcuni piatti ripetuti creano un andamento accelerato, seguito da veri e propri turbini vorticanti di chitarra; l'effetto ottenuto è una sorta di proto black gelido e tagliente, colpito poi da rullanti e piatti in un rallentamento severo e greve dove sentiamo gli arpeggi di basso insieme alle maestose costruzioni sonore della chitarra. Una digressione improvvisa fa da cesura con i suoi toni distorti, ma presto si passa in una nuova corsa furiosa fatta di drumming delirante e strumenti spremuti, mentre Colli viene sommerso nei suoi versi di difficile comprensione, con toni da Ghoul; il tutto accelera in modo folle nel finale, chiudendo all'improvviso il pezzo, lasciando spazio per alcuni secondi al suono statico del nastro. Il testo tratta temi anti religiosi, in un  attacco all'idea di fede non certo inedito per i nostri, o nel panorama del metal estremo in generale; il narratore dichiara di non aver mai visto Gesù in vita sua, ne le meraviglie del paradiso dorato, e chiede ai credenti se sono troppo ciechi per vedere la verità, ovvero che gli dei sono morti e non risorgeranno. "Submission to illusions of your fear, Afraid to be alone if doom is near, Worship your gods and pray your love, Keep silent derision from above - Sottomissione alle illusioni del tuo terrore, Paura di essere soli nel disastro vicino, Adorate I vostri dei e pregate il vostro amore, Tenete in silenzio la derisione dall'alto" prosegue sprezzante il testo, scardinando le certezze della fede; sono i pensieri di un ateo, che ha avversione per gli dei caduti dei credenti, e che reputa la religione come un pericolo con spine insanguinate. Un fede ingenua in bugie "sante", nella quale s'ignora la triste verità chiudendo gli occhi, aderendo ad una croce che è un simbolo di morte, seguendo un morto con mille altre voci; un attacco diretto quindi nello specifico alla religione cristiana, bersaglio prediletto del mondo death e black con testi che non sono certo trattati teologici, ma vanno subito al punto descrivendo con immagini forse un po' ingenue, l'ipocrisia che si percepisce in tale credo.

Crush The Cenotaph

Passiamo ora ai brani di "Crush The Cenotaph" partendo con il pezzo Omonimo, anch'esso protagonista negli anni di rivisitazioni continue, destino riservando a molti dei brani qui presenti; dopo i soliti secondi di silenzio parte un riffing trascinante caratterizzato da montanti indubbiamente thrash nel loro andamento apocalittico ed imponente. La batteria intanto si da a blast cadenzati in un crescendo che collima in una marcia massacrante; ecco che un verso cavernoso e cupo di Loomans segna al ventitreesimo secondo passaggi con falcate militanti e piatti cadenzati, i quali poi si aprono a giochi ritmici e fraseggi squillanti, mostrando una tecnica più sviluppata rispetto ai brani precedenti. Largo quindi a muri taglienti che rimandano a band sacre del thrash come gli Slayer e i Kreator, con movimenti sottolineati dal drumming combattivo; è importante notare queste sezioni, le quali confermano il forte debito del death, soprattutto nelle sue prime manifestazioni, nei confronti del suo "genitore". Al minuto venticinque d'improvviso si passa a suoni rallentati e distorti, creando un'atmosfera cupa e magistrale, dove alcuni colpi di piatti sempre più ritmati preparano la partenza di un assolo appassionante, sul quale il cantante inizia con i suoi toni da orco riprendendo l'andamento di chitarre e batteria; se la tecnica e il songwriting sono ancora elementari, è innegabile che ora si affacciano melodie e ritornelli veri e propri, valorizzati da una produzione ancora tagliente e underground, ma ora decisamente più comprensibile e professionale. Si continua quindi su queste note, le quali si fanno sempre più aperte ed ariose, fino al secondo minuto e quaranta; qui all'improvviso parte una cavalcata serrata dove il growl asciutto di Loomans e i loop stridenti la fanno da padrona. Ma il songwriting inizia a farsi più variegato, e dopo alcune impennate rocciose prendono posto assoli vorticanti e lanciati; dopo una sezione in doppia cassa anch'essi rallentano con punte squillanti, mentre subito dopo riprende l'andamento condensato incontrato in precedenza, giocato su giri a motosega e rullanti che ne delineano l'andamento. La ripetizione mortifera prosegue quindi ossessiva, in un movimento feroce dal bell'effetto; gli ultimi secondi vedono una cacofonia ritmica seguita da una digressione distorta, la quale viene scolpita da alcuni blast nei suoi loop circolari ripetuti nel gran finale. Vengono gettate el basi per il suono del secondo demo qui proposto: aggressivo e old - school, ma dalle competenze maggiori e dalla struttura ben delineata, spesso debitrice del thrash più violento e possente. Il testo offre visioni di morte e sterminio in nome della religione, toccando ancora una volta il tema della critica e dell'attacco aperto alla religione cristiana, tema tipico e caro tanto al primo death, quanto al black metal; una serie di corpi nudi sono in fila, attendendo il loro turno di morire, tra echi di anime tormentate e massacrate, mentre occhi frenetici guardano il passato trovando rovine eterne. "Hatred has returned, the cross that now will burn, result of centuries - L'odio è tornato, la croce che ora brucerà, è il risultato di secoli (di odio)" recita perentorio il testo, mentre il profeta può solo vedere camere di tortura, incenerimenti, morte. Le ceneri vengono spazzate via da un soffio divino, mentre mani onnipotenti chiudono il libro delle menzogne (la Bibbia), e la pace eterna splende dagli occhi delle vittime; in cinquant'anni il massacro comincia, e nella tomba i loro corpi riposeranno, mentre la gente nega il proprio lato malato, e le guerre diventano riti sacri. Parole evocative ricche di immagini metaforiche che collegano i massacri della storia all'opera della religione, causa di guerre e conflitti, delineando una marcia della morte eterna negata, ma presente sempre; risultato di  secoli di asservimento e ipocrisia, di dottrine che predicano la pace, ma compiono la guerra.

Rite of Shades

"Rite of Shades" presenta un fraseggio sinistro e spettrale, il quale si dilunga nelle sue note fino al diciottesimo secondo; qui Loomans parte con un verso mostruoso, accompagnato da un andamento imponente ed ammaliante di chitarra, scolpito come sempre dai fidi blast. Largo poi ad un riffing roccioso dalle punte squillanti, il quale avanza imperativo, anche se alcune imprecisioni nel suono vedono attimi di abbassamento; il cantante si da ad una cantilena appassionante, creando un pezzo che presenta uno dei futuri marchi di fabbrica degli olandesi: la capacità di generare episodi feroci, ma in qualche modo "orecchiabili" e dalle melodie malsane. Al minuto e ventotto alcuni colpi di piatti cadenzati segnano un rallentamento che vede una cesura con giri roboanti ripetuti; essa evolve in una sequenza ripetuta, prima di aprirsi ad un galoppo thrash sul quale si posizionano assoli stridenti ed elaborati, i quali potenziano l'atmosfera spettrale. Ma presto ci si blocca, e dopo un'ennesima cesura distorta parte una corsa roboante in doppia cassa, loop a motosega e urla cavernose di Loomans; essa consuma gli ultimi secondi del brano, portandolo alla sua improvvisa conclusione diretta e senza fronzoli. Un episodio veloce, ma ricco di momenti interessanti, dove ancora una volta il songwriting si apre a soluzioni legate alla maggior confidenza dei nostri; non più dei dilettanti che si avvicinano al death come passatempo, ma una band in divenire che già ha trovato una certa affinità con le atmosfere oscure, ora solo da ridefinire portando a quel gusto doom che già fa capolino tra le bordate death/thrash ancora dominanti. Il testo tratta di temi occulti e di riti spirituali, che portano al superamento della mortalità e al raggiungimento del regno degli spiriti; cercando l'aldilà con visioni della mortalità siamo guidati dalla ricerca della saggezza, fino ad arrivare oltre i limiti della spiritualità. "Rite of shades, revelations, of a co-existence in this new dimension - Rito di sfumature, rivelazioni, di coesistenza in una nuova dimensione" prosegue il testo, mentre ci uniamo ai morti con cocente curiosità, sentendo l'anima che scivola dentro il regno dei morti; un testo molto breve  e conciso, che vuole ricreare l'atmosfera di un rito occulto e del viaggio astrale che ne consegue, con toni vagamente profondi e filosofici tipici del death europeo dell'epoca, senza però pretese di serietà estrema, rientrando sempre nell'estetica del genere. 

Abomination Echoes / Thoughts Of An Atheist

"Abomination Echoes" è il brano che da il titolo alla raccolta, una strumentale introdotta da un riffing roboante, sul quale presto si aggiungono piatti pulsanti e colpi serrati di batteria; al ventitreesimo secondo si passa a falcate thrash rocciose, le quali avanzano aprendosi poi a muri di suono distorto ed opprimente, riportando una certa cacofonia caratteristica del suono degli Asphyx  dell'epoca. Riprende quindi la marcia serrata fino minuto e otto, dove una serie di colpi di piatti fa da cesura;  ecco che montanti di chitarra ne riprendono l'andamento, lanciandosi in un movimento marziale nel quale poi s'incastrano fraseggi pulsanti, i quali però presto si perdono in un marasma caotico e graffiante. Si ritorna ai montanti thrash in una struttura abbastanza semplice, ma efficace, dove sono le chitarre ultra distorte e il drumming serrato i protagonisti, immersi in una produzione rumorosa e distorta; si alternano quindi momenti più diretti e incursioni cacofoniche, in una cavalcata costante che trova il suo compimento con un improvviso colpo di piatto, il quale zittisce il tutto lasciando posto ad una nuova versione di "Thoughts Of An Atheist", la quale viene riproposta dalla nuova formazione con una struttura diversa. Ecco allora un arpeggio delicato e melodico dai toni molto anni settanta, il quale prosegue nelle sue note ariose, mentre percepiamo un drumming in salire al ventiduesimo secondo; esso sfocia in chitarre effettate con un suono distorto, le quali esplodono in un riffing imponente. Al quarantunesimo secondo un verso gutturale di Loomans segna il passaggio ad una marcia opprimente, la quale si alterna con aperture epocali e sinistre, in un gioco atmosferico solenne dove la ritmica viene segnata dai blast; al minuto e venticinque si rallenta in un movimento mortifero e marziale dall'animo doom, ricco di suoni monolitici e pesanti, il quale avanza ossessivo come un panzer. Un assolo squillante e alcuni piatti cadenzati en fanno da cesura, seguita da un riff roboante che presto evolve in una nuova corsa al fulmicotone, sulla quale le vocals effettate di Loomans si distribuiscono sugli attacchi di doppia cassa martellanti e sulle motoseghe sonore; si delinea quindi un ritornello sepolcrale ripetuto, in un momento dal chiaro marchio dei nostri, capace di evocare tombe e cieli oscuri. Al terzo minuto e quattordici interviene un assolo stridente e vorticante, in un tecnicismo dilungato e sottolineato dai fraseggi severi di chitarra; il tutto collima però in nuove tendenze striscianti ed apocalittiche, dove gli attacchi vorticanti e le punte squillanti arrancano fino al quarto minuto e sei. Qui una digressione thrash evolve in un'ultima corsa ricca di vocals da orco e attacchi di chitarra ripetuti, ristabilendo il ritornello mortifero e aggressivo, il quale termina con un riverbero vocale di Loomans; una versione più articolata e con la presenza di rallentamenti ben studiati, con un accenno all'uso di ritornelli portanti ripetuti.

Countess Bathory

Abbiamo ora I brani registrati in sala prove dalla band riunita ad esercitarsi insieme in vista dei loro imminenti lavori ufficiali; partiamo con la cover "Countess Bathory" dei britannici Venom, esponenti del metal estremo di inizio anni ottanta alla base sia del thrash e dello speed metal, sia del death e del black metal (genere a cui hanno dato il nome grazie al loro secondo album), spesso quindi celebrati da diversi gruppi. Il brano in questione è ripreso dal  già citato lavoro, il quale vedeva la formazione classica con Cronos (Conrad Land) alla voce e al basso, Mantas (Jeffrey Dunn) alla chitarra e Abaddon (Tony Bray) alla batteria; dopo alcuni secondi di silenzio una voce cavernosa ci annuncia il titolo del brano, il quale parte con un riffing ultra distorto sul quale si basano ritmiche forsennate e strutture molto "punk". Molti elementi dell'originale vengono mantenuti, ma con una produzione greve e mortifera ed un cantato da non morto che ben si distanzia da quello della versione dei Venom; percepiamo i loop delle chitarre, mentre le vocals si danno a ritornelli ringhiati, supportati da una strumentazione stridente e greve, dove chitarre e basso spesso si fondono l'uno con l'altra. Al minuto e ventisei parte una sequenza ritmata con arpeggi ferrosi e giri taglienti ripetuti, la quale viene scolpita dai tamburi di batteria; ecco che una serie di fraseggi circolari ripetuti ne alternano il movimento con impennate, prima di lanciarci in una galoppata cacofonica dove sono i colpi di drumming e il basso sgraziato a dominate il mixaggio, coprendo gli andamenti da orco della voce e i loop ossessivi di chitarra, i quali comunque rimangono percettibili nei loro toni epocali. Al secondo minuto e quindici i toni si fanno ancora più serrati, con riff taglienti e punte squillanti, prima di lanciarci in una ripresa del ritornello roboante; ecco quindi una ripresa delle galoppate sferraglianti, dove suoni stridenti prendono piede, evolvendo nel finale in un marasma caotico di chitarre, batteria e versi gutturali. Una cover che ha il gusto del divertimento tra amici, più che di un episodio seriamente condotto ai fini di realizzare un pezzo, ma interessante nel suo mostrarci degli Asphyx  più diretti e dalle tendenze "punk"; il songwriting rispetta molti punti basilari dell'originale, ma ne travia l'essenza con un suono molto più greve e distorto, rendendolo un episodio inconfondibilmente legato alla natura death dei nostri. Il testo tratta di un tema molto diffuso nei primissimi gruppi thrash proto death/black come appunto i Venom o i Bathory (che ne traggono pure il nome); parliamo di una figura storica molto tetra, ovvero Elizabeth Bathory, la contessa ungherese accusata di aver ucciso centinaia di giovani donne vergini per fare il bagno nel loro sangue, in modo da avere l' eterna giovinezza; oggi alcuni storici dubitano della veridicità di queste accuse e pensano ad una congiura contro di lei, ma nella cultura popolare ella è rimasta ricordata come una spietata assassina vampiresca, figura di sicuro stimolo per i gruppi dediti al metal più oscuro e violento. L'infernale moglie del conte accoglie le vergini per farle vivere (in teoria) una vita da nobili, nel castello conosciuto da tutti, dove le invita con cibi lascivi senza fine; ma quando la sera apre le sue ali, le dissangua. "All day long the virgins sit and feast on endless meals, the Countless laughs and sips her wine, her skin doth crack and peel, but when nighttime fills the air one must pay the price, the Countess takes her midnight bath with blood that once gave life, Countess Bathory - Per tutto il giorno le vergini si siedono e mangiano all'infinito, la Contessa ride e sorseggia il suo vino, la sua pelle si contorce e ritrae, ma quando la note riempie l'aria è il momento di pagare, la Contessa fa il suo bagno di mezzanotte con il sangue che una volta dava la vita, la Contessa Bathory" prosegue la descrizione accurata dei misfatti tramandati dalla leggenda; lei vive in un inferno a sua immagine, una contessa vestita di nero, dove la vita è lontana e la morte vicina, mentre il sangue non può mandare indietro il tempo. Le mura del castello si avvicinano (riferimento alla punizione inflittagli di essere murata fino alla morte nelle sue stanze nel Castello di Csejte), e lei è indebolita dall'età da il benvenuto alla morte a braccia aperte; il mietitore volta quindi la pagina sulla sua vita, continuando poi la celebrazione del suo nome. Un tema che si adatta anche al death mortifero dei giovani Asphyx, sicuramente cresciuti con certa musica e altrettanto attratti da questi temi; un omaggio quindi ad una band oggi un po' bistrattata da certi "riformisti", ma che in realtà ha aiutato molto lo sviluppo delle frange estreme del metal sia nella musica, sia nell'immagine.

The Sickened Dwell

"The Sickened Dwell" è un altro brano che ricomparirà spesso nella discografia della band; ecco che dopo i consueti secondi con brusii da registrazione parte un riffing macilente e greve, il quale avanza corrosivo, aprendosi presto ad una doppia cassa segnata da piatti cadenzati e tamburi ossessivi. Essa si ferma al ventottesimo secondo con un fraseggio apocalittico e rallentato, presentando i toni doom cari ai nostri, ripetuti con un drumming cadenzato e suoni di chitarra dilatati ed oscuri; ma all'improvviso la cavalcata isterica riprende nella sua ritmica folle e nei suoi loop massacranti,  fino minuto e ventuno. Qui una serie di blast e giri circolari fanno da cesura, prima di lanciarsi in una corsa da tregenda; compaiono le vocals da orco, dissotterrate nel mixaggio, mentre la strumentazione alterna ritmi e direzioni serrate con alcune aperture distorte ed ariose. Alcuni cimbali possenti delimitano in modo duro l'andamento, mentre le chitarre squartano tutto con giri circolari marci ed oscuri, in un tripudio di elementi che faranno al gioia dei puristi del death più greve; al secondo minuto e sette una nuova serie di pulsioni fa ad cesura, seguita da rallentamenti striscianti di chitarra e batteria, dove le nostre orecchie vengono ferite da alcuni feedback squillanti. Partono di seguito una serie di montanti contratti dal gusto sincopato, sorretti da piatti e rullanti altrettanto ritmati; il cantato cavernoso si districa quindi tra muri di chitarra e drumming sempre presente, mentre poi si continua con l'andamento opprimente prima notato. Al terzo minuto e quarantasei ci si blocca con un riff roccioso, il quale si lancia in una cavalcata thrash, la quale però presto viene interrotta da nuove impennate corrosive; quest'ultime chiudono improvvisamente il pezzo, passando a quello successivo in modo repentino. Un altro esempio di death ricco di elementi doom, dove però a causa della produzione alcuni particolari si perdono, come potremo poi vedere nelle versioni future; un'ennesima chicca in ogni caso per gli amanti dell'estremo in presa diretta, senza fronzoli ed abbellimenti. Il testo ci offre nuovi rivoltanti orrori, a cui ormai siamo abituati: l'odore della morte ci accoglie in una cripta di dolore, mentre giacciamo in pensieri perversi, una miseria sveglia, ma dimenticata. Un paradiso fatto di vermi che strisciano, e dove "Rats consuming flesh, Hanging stiff on hooks - Ratti che consumano la carne, Mentre pende rigida da dei ganci" dipingendo immagini di tortura. Nelle dichiarazioni del suo Eden si ricerca la verità, l'origine della vita, in un'esperienza stomachevole; il coltello dello squartatore, il malato, il male, dio, l'abominio, tutto si fonde nella confusione, anche il giusto  e lo sbagliato, l'umano, il divino, l'angelico e la bestia, in una perversa rivelazione costituita dai labirinti della mente. Un testo interpretabile, forse rappresentazione di una folle mente, di un serial killer che tortura le sue vittime in un delirio religioso, comunque pieno di riferimenti alle torture e ai resti delle vittime, in un viaggio inquietante il quale, per nostra fortuna, è solo nelle parole e nel suono, ma che ci lascia terrorizzati.

Cadaver Camp

"Cadaver Camp" viene riproposta in una versione corrosiva, anche a causa del suono roboante e distorto; largo quindi ad un attacco di chitarra presto violato da assoli squillanti e drumming impazzito, con una struttura elettrica sulla quale intervengono le vocals gutturali. Le chitarre sono come interferenze statiche, creando un effetto noise che a tratti sembra più vicino a generi sperimentali, piuttosto che al metal "tout court"; ma ecco che al trentatreesimo secondo riconosciamo una serie di impennate, le quali poi collimano in sfuriate deflagranti. Dopo una cesura graffiante delineata da rullanti ritmati riparte la doppia cassa martellante, sempre accompagnata da chitarre nervose; quest'ultime si configurano in alcuni passaggi cupi e dilatati, in parte però nascosti dal brusio costante. Si riparte quindi con la cavalcata ossessiva condita da urla mostruose e cacofonia, lanciata nel suo delirio; al secondo minuto e sei i toni tornano a farsi apocalittici, con nuovi passaggi grevi sui quali il cantante ringhia il ritornello difficilmente comprensibile. Il finale è quindi poi lasciato ad un ultimo attacco veloce in doppia cassa, dove tutto si fa ancora più caotico, fino alla conclusione improvvisa; un'altra riproposizione in presa diretta che gode del fascino grezzo del suono assolutamente non curato o ridefinito. Si potrebbe pensare al metal più ostico della corrente drone o grind, ma più semplicemente ancora una volta i risultati della registrazione a bassa definizione creano questo effetto non cercato; una variante quindi "naturale" che ha forti interessi filologici, anche in luce dell'evoluzione sonora del gruppo.

Embrace The Death

"Embrace The Death" si apre con una serie di piatti, prima di esplodere in bordate rumorose; ma presto prende posto un fraseggio sinistro carico di atmosfera solenne, cadenzato dai rullanti di batteria. Esso mette in mostra gli elementi atmosferici che caratterizzano il suono dei nostri, creando paesaggi sonori cupi; al venticinquesimo secondo il tutto si fa ancora più greve grazie a giri rallentati di matrice doom. S'incastrano su di essi le vocals estremamente distorte e nascoste nel mixaggio, creando un andamento strisciante che arriva al cinquantatreesimo secondo; qui dopo una digressione espansa prende piede una marcia monolitica segnata da riff desolati e piatti dilatati, mentre prosegue il cantato da orco. Largo poi a nuove sezioni apocalittiche con fraseggi tetri, ma allo stesso tempo ammalianti, dalla chiara matrice thrash; essi lasciano spazio alla ripresa dell'andamento portante del brano, ossessivo e rantolante. Al secondo minuto e undici esplode una corsa in doppia cassa e chitarre imperanti, nella quale intervengono presto assoli vorticanti; ma il songwriting inizia a farsi più tecnico, e subito si decresce in velocità, raggiungendo un nuovo rallentamento doom monolitico, dove i suoni dilatati e severi la fanno da padrona sovrastando i versi gutturali del cantante e i colpi delineati dei piatti e della batteria. Quest'ultima riparte in doppia cassa sottolineando gli attacchi caotici dei muri di chitarra, in una cavalcata da tregenda caotica e violenta; l'andamento lanciato prosegue sempre più tirato e cacofonico, con una carica ai limiti del punk hardcore, e dopo un breve fraseggio rumoroso riparte ancora più martellante e furioso, in un montante roccioso che chiude il tutto in modo potente. Il testo non è purtroppo mai stato pubblicato, e data la natura dei growl presenti non è facile (se possibile, anche per un anglofono) decifrarlo; dato il titolo, e conoscendo i nostri, possiamo benissimo immaginare temi di morte e putrefazione, perfettamente narrati anche solo dalla musica che riesce ad evocarli in ogni nota marcente e in ogni riff a motosega, i quali squarciano il tessuto sonoro come un cadavere.

Priest of Mendes

Chiude questa parte la inedita "Priest of Mendes", la quale però è in questo caso davvero inficiata dalla registrazione in modo da renderla poco godibile; questo a causa della lontananza degli strumenti e voce, i quali sembrano provenire da una stanza distante, sovrastati dal rumore statico del nastro. Dopo quindi i canonici secondi di silenzio percepiamo un fraseggio colpito da tamburi ripetuti, il quale assume alcune punte più elaborate; al trentacinquesimo secondo il tutto si fa più concitato, con riff circolari e colpi serrati di batteria, anche se purtroppo molto si perde nel caos lontano ed uniforme. Alcuni loop squillanti si accompagnano a urla cavernose totalmente coperte dalle chitarre, appena quindi udibili; ecco che la batteria torna presente con rullanti accompagnati ad evoluzioni dalle scale di chitarra più alte, ma subito dopo si torna all'andamento precedente. Al minuto e quarantanove il basso greve diventa protagonista con i suoi suoni ancora più discordanti a causa della registrazione, mentre vocals e colpi ritmati creano un ritornello contratto del quale possiamo percepire gli andamenti, per quanto sotterranei; il tutto prosegue ossessivo e ripetuto ad oltranza fino al secondo minuto e cinquantacinque. Qui si rallenta con assoli squillanti e giri grevi e striscianti, mentre il drumming si accoda con piatti e colpi secchi; ma ecco che esplode la doppia cassa in una corsa caotica dove la ritmica copre le scosse elettriche di chitarra. Si torna alle evoluzioni squillanti precedenti, mentre il cantante ripete il ritornello, purtroppo coperto dal brusio del nastro; capiamo comunque che il tutto si fa sempre più concitato con chitarre quasi orchestrali, le quali poi però tornano all'andamento più controllato in un'alternanza dinamica. Al quarto minuto e cinquantasette il basso torna protagonista con i suoi suoni severi e grevi, intervallando le chitarre folli; ed è su queste note che si conclude l'episodio, forse l'unico ad essere rovinato dalla registrazione. Trattandosi di un inedito la cosa spiace molto, perché non abbiamo modo di sapere come sarebbe suonato in altra sede (anche se possiamo percepire molte somiglianze con altri brani del gruppo); anche in questo caso non ci è fornito un testo, e quindi in teoria dovrebbe essere la musica a narrare con le sue atmosfere, cosa però difficile in questo caso. In definitiva l'unica vera delusione della raccolta, a maggior ragione della sua natura di inedito assoluto solo qui trovabile.

Mutilating Process

Passiamo all'ep "Mutilating Process", la cui Omonima prima traccia parte con un lento suono greve accompagnato da un drumming sospeso tra piatti e rullanti, con strisciate di chitarra che ne delimitano il movimento, salgono in sottofondo melodie epiche e grandiose, in una struttura altisonante, che perdura fino al cinquantesimo secondo; qui battiti di batteria come tamburi e giri severi si alternano in una contrazione thrash ripetuta, la quale fa da cesura prima dei giochi ritmici di piatti e bordate ripetute, i quali avanzano caotici. Invece però di esplodere in una cavalcata come potremmo aspettarci, si torna al movimento strisciante iniziale, intervallato d a rullanti e colpi meccanici, mentre un assolo tetro prende posizione in sottofondo con le sue note appassionanti e malinconiche, il quale evolve con scale sempre più elaborate; si prosegue così in un loop ossessivo, il quale giunge al secondo minuto e trentuno; qui un fraseggio distorto fa ad cesura,  alzandosi nel mixaggio facendosi più presente. Scattano quindi delle impennate di rullanti, prima della corsa a doppia cassa che si alterna ad essi, mentre Loomans offre vocals brutali da orco; essa sconvolge con gli attacchi continui e contratti la struttura, ora adrenalinica e lanciata, rilasciando tutta l'energia finora raccolta con loop a motosega. Al terzo minuto e sedici una serie di colpi ritmati si uniscono ad un riffing roccioso e deciso, in una marcia thrash dall'effetto incalzante; essa si apre quindi ad evoluzioni altisonanti dai fraseggia squillanti e dai colpi decisi, la quale prosegue fino al terzo minuto e cinquanta. Qui una serie di colpi fanno da cesura, separati da brevi silenzi, mentre un assolo segna il passaggio verso riff granitici; ma il movimento è schizofrenico, parte quindi il finale segnato da un'ultima cavalcata con doppia cassa e versi vomitati di Loomans, la quale si lancia verso l'oblio sonoro, concludendo il brano. Un episodio diviso in due parti, la prima lenta ed evocativa, al seconda feroce e lanciata; forse la divisione così netta non da molto spazio alle alternanze ritmiche che verranno, ma il suono è gestito comunque in maniera appagante grazie ad assoli e riff decisi di scuola thrash. Il testo offre fantasie blasfeme e sataniche tipiche di un certo death primigenio e ingenuo, le quali potrebbero benissimo essere le stesse di un disco black metal, testimoniando l'iniziale legame tra i due generi; il narratore ci invita ad andare con lui in presenza di Satana, e a provare a guardare tramite gli occhi di Satana, e provare il potere tramite il quale Belial scrive la dissacrazione della vita violata. "Mortal fools on the other shore, Virgin Mary Satan's whore, Time has come, truth turns around, Satanic chaos, cause not found - Idioti mortali dall'altra parte, La Vergine Maria è la troia di Satana, Il tempo è giunto, La verità si mostra, Nel caos satanico, non c'è una ragione" prosegue il testo con le sue illustrazioni dell'inferno, dove avviene un processo di mutilazione e decadimento, su menti stuprate; troviamo strutture viventi che giacciono nel caos, ed è questa la verità universale che si rivela. Le parole sembrano ricreare un quadro alla Hieronymus Bosch (non a caso anch'egli olandese), con affreschi inquietanti e alieni; un inferno delirante dove la legge è il caos, e dove ogni senso viene fatto a pezzi, davanti all'orrore, non solo fisico, che attende i dannati in un non tempo che segue l'eternità.

Streams of Ancient Wisdom

"Streams of Ancient Wisdom" viene introdotta da un arpeggio insolitamente progressivo per i nostri, al quale subito si sovrappone un fraseggio vorticante con colpi ritmati di batteria e giri grevi ed archi in sottofondo, in un crescendo tetro e adrenalinico dalle scale frenetiche, il quale vede al cinquantaduesimo secondo una marcia roboante di alcuni secondi; si rallenta quindi in una coda doom dal drumming controllato e dai giri rocciosi accompagnati da tristi assoli notturni, ben delineati in sottofondo. Al minuto e trentacinque partono i versi gutturali di Loomans, con andamenti delimitati dai fraseggia impellenti e da rullanti che ne raggelano il movimento; largo poi a nuove raffiche con piatti cadenzati e giri taglienti, le quali ricadono in suoni dilatati dall'effetto tetro. Al secondo minuto e ventuno una serie di bordate e colpi fanno da cesura, alla quale si aggiungono riff a motosega e versi di Loomans; ma invece di esplodere in una corsa come potremmo pensare, essa collima in un assolo elaboratosi,  seguito dalla ripresa dei toni lenti di chitarra e piatti in sottofondo. Si continua così fino alla ripresa della marcia contratta con rullanti e giri grevi, la quale si lancia poi in una nuova cavalcata da tregenda con riff martellanti e batteria decisa, delineata da suoni roboanti circolari; i colpi di batteria si fanno poi più pestati in doppia cassa, alternandosi ad alcune bordate monolitiche. Il finale vede quindi un'ultima marcia bellica costellata da versi in riverbero di Loomans, al quale scema in una digressione in dissolvenza, terminando così il pezzo. Il breve testo parla di visioni del passato che penetrano la mente del dormiente, portandolo in luoghi lontani e mistici; flussi di vita antica scendono dall'alto, visioni del passato che entrano nella mente mentre dormiamo. Si tratta di un viaggio di anime dimenticate, attraverso la notte antica, che camminano attraverso noi, "As you scream terrified, Those who once were, Cry out to you - Mentre gridi, terrorizzato, Coloro che una volta erano, Ti gridano addosso"; e il passato  scorre mentre dormiamo. Un insieme di suggestioni e visioni dal significato concreto poco chiaro, ma che delineano un'esperienza mistica misteriosa e dai lati oscuri, viaggi onirici che ci portano verso lidi lontani; non a caso si tratta di un testo dei primissimi demo della band, dove prevale l'aspetto misterioso e mistico del death vecchia scuola. 

Mutilating Process (Rough Mix) / Streams of Ancient Wisdom (Rough Mix)

I brani vengono riproposti subito dopo in due versioni più grezze, ovvero "Mutilating Process (Rough Mix)" e "Streams of Ancient Wisdom (Rough Mix)"; si tratta in realtà un po' di due riempitivi, in quanto la struttura non cambia di una virgola, mentre è la produzione a farsi più greve e sotterranea, dando più enfasi alle distorsioni e al drumming rispetto alle melodie. Notiamo anche che le vocals di Loomans sono ora più asciutte e prive di effetti da studio, con una connotazione quindi "live", e che in certi passaggi il basso è più facilmente udibile rispetto alle versioni finali; insomma due episodi più da archivio piuttosto che da ascolto attivo, i quali mostrano come lo stesso pezzo con produzioni diverse può mettere in risalto certi elementi modificando in parte l'impatto sull'ascoltatore. E' quindi palesato il lavoro di rielaborazione al quale vengono sottoposti i brani da parte delle band, spesso varie volte, prima di raggiungere il risultato usato nei dischi pubblicati; a volte qualcosa si guadagna, e a volte si perde, anche in base al gusto degli ascoltatori, che magari prediligono uno strumento rispetto ad un altro, o possono preferire un'impostazione più diretta e meno mediata. Come detto in questo caso le chitarre vengono leggermente penalizzate in favore della ritmica e dei passaggi rocciosi di basso, creando un'atmosfera più corrosiva che ha il suo fascino; possiamo trovare similitudini con certo thrash underground (si pensi ai primissimi Slayer o ai Tormentor poi divenuti Kreator), anche se qui l'aspetto tecnico è naturalmente maggiore e le vocals rimangono inconfondibilmente cupe e legate al death.

The Sickened Dwell

Si passa quindi al promo del 91 con van Drunen come cantante per la prima volta, introdotto da "The Sickened Dwell", qui riproposta dalla nuova formazione, la quale poco dopo pubblicherà il debutto della band "The Rack" per la Century Media Records (dove il pezzo sarà riproposto con il titolo "The Sickening Dwell"); dopo il solito silenzio alcuni colpi di piatti anticipano una corsa fatta di chitarre marziali e rocciose; esse prendono presto velocità insieme alla doppia cassa e a versi di van Drunen, lanciata fino al trentesimo secondo. Qui tutto d'un tratto ci si assesta su movimenti doom protratti in modo dilatato  e greve, tra colpi di piatti, chitarre ad accordatura bassa e colpi secchi di batteria; il tutto prosegue marziale ed apocalittico nei suoi toni striscianti fino al minuto e dodici. Ecco una nuova cavalcata sferragliante e potente dalla batteria pestata e dai giri taglienti, la quale evolve poi in giri tecnici severi e squillanti al minuto e venticinque i quali si alternano con l'andamento precedente in falcate suggestive; si riprende quindi con la doppia cassa e le bordate continue, mentre van Drunen grida disperato mostrando il suo stile vocale particolare, più acuto e stridente rispetto ai cantanti precedenti. Brevi rallentamenti alternano il movimento veloce, il quale perdura con una serie di giochi tecnici fino al secondo minuto e undici, dove, devolve in un ennesimo rallentamento mortifero, ma pestato e violento. Su quest'ultimo si aggiungono mura di chitarre vorticanti, mentre il cantante grida disperato e il drumming prosegue imponente supportato da grevi giri di basso; un marasma ossessivo che prosegue macinando tutto sotto il suo peso. Al terzo minuto e trenta riprendono i toni rallentati, smorzati però subito da una cesura marziale; essa evolve in un riffing roccioso, che presto esplode in un'ultima corsa in doppia cassa, squartata da chitarre tecniche e rullanti prima del finale improvviso segnato da un'ultima esclamazione di van Drunen.

Conjuration Of Choronzon

"Conjuration Of Choronzon" non è altro che la prima versione di "Evocation", anch'esso episodio presente nel debutto della band; essa parte con un l riffing prima sottomesso, poi invece tagliente e ben presente nel mixaggio, sul quale parte la batteria pestata, creando una cavalcata rocciosa ritmata e delineata da piatti e colpi pestati, in un loop massacrante si protrae ossessivo fino al quarantacinquesimo secondo. Qui all'improvviso si rallenta con chitarre pesantissime e monolitiche e drumming strisciante, mentre tornano i toni sgolati di van Drunen lanciato in grida disperate; ecco le galoppate da tregenda precedenti, unite a fraseggi squillanti che compaiono all'improvviso segnandone l'andamento contratto. Al minuto e diciotto si riprende con la coda strisciante e mortifera, fino alla ripresa improvvisa dell'andamento precedente; ma al minuto e cinquanta si passa ad una nuova  marcia greve e strisciante, la quale vede chitarre pesanti come macigni e suoni opprimenti e spettrali. All'improvviso al secondo minuto e ventuno una triste melodia di chitarra si protrae, creando un'atmosfera epica e malinconica, che si sviluppa in scale altisonanti e sentite creando un pathos toccante, mentre batteria e chitarre proseguono lente in sottofondo; al secondo minuto e cinquantotto si sale con il ritmo grazie a loop corrosivi e batteria ben presente, dove si sviluppano andamenti death/thrash ben calibrati. Si rallenta poi lasciando il posto a spettrali riff circolari, sui quali van Drunen riprende posto con le sue grida assassine; ecco poi una sezione mortifera dominata da piatti e fraseggi sinistri, la quale si consuma presto in un nuovo rallentamento, assumendo toni sempre più monolitici. Al quarto minuto e trenta si passa a  chitarre rocciose e pesanti delineate da dilatati, in un andamento che si contorce fino al finale improvviso segnato da un colpo di piatto; un pezzo che mette in luce la trovata maggiore tecnica dei nostri, nonché una maggior capacità nello sviluppo delle melodie, pur con un songwriting ancora un po' impreciso, il quale comunque presto evolverà in una precisa fusione tra momenti doom ed animo death. Il testo descrive in chiave criptica e piena di immagini e metafore non sempre chiare un rito oscuro, un diabolico sacrificio ed evocazione di forze maligne; in profondità nella nostra mente, in un vuoto dell'inconscio, colui che fa da guardiano ai portali desidera chiamarci, presso un festino per un rituale, giù nelle nostre profondità, dove si provoca infernalmente. Seduti in cerchio in una trance decadente, viene fatta una messa per l'abisso, mentre si sacrifica un'anima, l'unica meritevole delle affezioni dell' invocato, probabilmente il Maligno; l'unica cosa che necessita è che diamo la nostra vita, mentre attende al portale, e dobbiamo inginocchiarci e pregare per la sua grazia. Solo uno tra tutti ha al sua approvazione, mentre gli altri si contorcono implorando di avere di più. "Once a soul was risen, Dwelling through the crypts of knowledge, Fighting the powers of forgiveness, Remain an evil black soul - Una volta un'anima venne evocata, Mentre si nascondeva nelle cripte della conoscenza, E combattendo I poteri del perdono, Rimase una nera anima malvagia" prosegue il teso nelle sue immagini diaboliche, mentre poi si ripetono versi precedenti fino all'amaro finale: solo un'anima avrà il potere, mentre le altre moriranno mille morti soffrendo. Immagini da film horror, riti satanici e misteriose cantilene, non certo da prendere sul serio, ma che rientrano nell'estetica e nelle tematiche del death pienamente.

Diabolical Existence

"Diabolical Existence" è l'ultimo estratto dal promo, anch'esso naturalmente un brano riproposto poi nel debutto; i soliti colpi di piatti anticipano un riffing contratto e roccioso, il quale esplode subito in una cavalcata dominata da loop a motosega e drumming pestato. l'andamento è massacrante, ripetuto in maniera ossessiva fino allo stop del trentatreesimo minuto. Qui una serie di colpi fanno da cesura, seguiti da fraseggi tetri e lenti dall'animo doom; si crea quindi una sequenza strisciante e sinistra, la quale si dilunga dilatata mentre van Drunen interviene con versi malevoli. Al minuto e ventidue il movimento si converte in una cavalcata marziale fatta di riff devastanti e piatti ritmati; essa lascia poi posto ad un nuovo rallentamento oscuro caratterizzato da giri distorti e corrosivi. Quest'ultimo diventa sempre più mortifero e lento, mentre il cantato assume toni sempre più disperati; l'atmosfera è anche questa volta epica e tetra, creando una teatralità feroce, ma allo stesso tempo malinconica,  la quale non molla il colpo pur nel suo incedere monolitico. Al terzo minuto e sei un'improvvisa digressione roboante lancia il tutto in una cavalcata da tregenda, fatta di loop taglienti e colpi marziali di batteria, in una marcia dittatoriale che si spegne con un ultimo colpo ritmico possente. Un altro esempio di death/doom ormai ben avviato, il quale caratterizza sempre più la formazione olandese; mancano veri e propri ritornelli (cosa che probabilmente i puristi del death più underground vedranno come un vantaggio), ma la melodia compare in passaggi isolati ricchi di atmosfere dense e coreografiche, delineando quella tendenza cupa e sepolcrale che avrà largo spazio nei loro primi dischi. Il testo tratta di un altro tema caro al death, ovvero la critica alla religione, tendenzialmente quella cattolica poiché la realtà familiare ai gruppi del mondo occidentale; siamo nati per piegarci difronte all'altare del signore, imparare e pregare in suo nome, mentre egli ci guarda dall'alto e ci domina, manipolandoci con il libro (la Bibbia) accarezzando un'astrazione. "It's only in your mind, Useless denial of reality - E' solo nella tua mente, Un' inutile negazione della realtà"  ci avverte il narratore, in una diabolica esistenza dove la radice del male siamo noi stessi; ora vengono evocati i secoli dell'inquisizione, dove i nostri stessi sbagli venivano bruciati, e ci viene detto che i nostri occhi sono maligni, e la nostra fede e crudeltà sono come corna di un demone, mentre i nostri pensieri sono corrotti dal tradimento, e la nostra purezza è stata bruciata sul rogo. Agonizziamo e usiamo violenza strisciando nel disgusto, ma la fine della verità sarà l'inizio del nostro destino, dove ci sono corna e occhi malevoli, e dove il gioco è quello del tradimento; un testo breve, conciso e feroce, che attacca la falsa moralità della Chiesa concentrandosi sugli orrori dell'inquisizione e la violenza perpetrata in nome di un dio a cui i nostri non credono.

The Sickened Dwell (live)

La parte finale vede quattro versioni dal vivo registrate nel 1989 in Olanda con Loomans alla voce; "The Sickened Dwell" si apre con feedback caotici e voci di pubblico, mentre al sedicesimo secondo un verso gutturale del cantante annuncia la corsa in doppia cassa e riff marziali la quale avanza fra il vociare. Ecco che al quarantesimo secondo si rallenta con giri grevi dai connotati doom e drumming cadenzato, con un andamento strisciante; esso esplode nuovamente al minuto e otto in una corsa galoppante ricca di loop sega ossa e colpi pestati. Largo quindi a impennate potenti, le quali annunciano ritornelli taglienti di chitarra; le urla gutturali di Loomans s'inseriscono poi nel caos sonoro, potenziato dalla registrazione grezza e diretta. Al secondo minuto e dodici si rallenta di nuovo, tra riff dilatati, colpi di batteria e vocals da orco; fraseggi squillanti prendono poi posto con le loro note stridenti, completando il quadro, il quale mette in gioco sequenze di loop devastanti, messi però sottotono dal mixaggio molto lo - fi. Si arriva così ad una carrellata ossessiva, la quale collima con il fraseggio del terzo minuto e quaranta; esso si blocca all'improvviso lasciando spazio ad una cesura ferrosa, la quale presto evolve in una corsa lanciata, la quale si blocca all'improvviso, dando spazio ai versi esaltati del pubblico. Una riproposizione live grezza e in presa diretta dunque, affine allo spirito della raccolta e ai suoi suoni "amatoriali"; il brusio costante copre forse gli andamenti e le melodie, con un fascino però tutto underground già sottolineato diverse volte.

Crush the Cenotaph (live)

"Crush the Cenotaph" viene introdotta anch'essa da feedback assordanti e urla, sia del pubblico, che di Loomans, il quale presenta il brano; ecco quindi una cavalcata roboante di chitarre e batteria, la quale presto si consuma in un fraseggio roccioso dal gusto thrash. Si rallenta poi con giochi ritmici di batteria e giri di chitarra distorti, creando una ripetizione ossessiva dove lo strumento a corda viene coperto nei suoi doni caotici dai colpi di batteria; avanzano quindi i loop fino allo stop improvviso del minuto e quarantotto. Qui tutto si conforma ad un rallentamento dalle punte squillanti ed arrugginite, mentre giri grevi avanzano lenti; ecco che si uniscono assoli stridenti, creando un andamento ritmato dalla batteria, e scolpito dalle grida rabbiose di Loomans. Ecco una serie di fraseggi contratti e taglienti, i quali subito vengono violati da una doppia cassa; la follia caotica ora impera, non dobbiamo quindi stupirci per la serie di bordate severe alternate alle corse pestate, e nemmeno del ritorno al ritornello cupo con growl demoniaco e chitarre dilatate delineate da rullanti di batteria. Nel mentre sentiamo in sottofondo gente che chiacchiera, aumentando l'autenticità della presa diretta; e anche nella conclusione è il pubblico esultante a dominare, mentre esso copre con le sue esclamazioni prima le chitarre distorte, poi il silenzio risultante dalla fine del brano. Un'altra riproposizione live dunque caotica e molto cacofonica, la quale ci proietta in mezzo al pubblico, ma con un impianto tutto tranne che ottimale; questa sarà naturalmente la costante di tutte le versioni live qui contenute. 

Rite of Shades (live)

"Rite of Shades" offre il solito vociare, mentre Loomans annuncia il pezzo con una voce da megafono; al ventesimo secondo un feedback apre il sinistro fraseggio introduttivo, i quale prosegue greve e monolitico, mentre il drumming si palesa con i suoi colpi dilatati. Il cantante interviene quindi con un ritornello in growl, il quale riprende l'andamento delle chitarre; al minuto e sei quest'ultime si danno a montanti thrash esaltanti, come confermato dai versi del pubblico, sempre presente. Largo quindi alla ripresa del ritornello oscuro, per un episodio molto coinvolgente; al secondo minuto si arriva a giochi ritmici che alternano piatti e bordate con fraseggi distorti, proseguendo con un gusto sincopato ed oppressivo. La batteria prende poi potenza, mentre loop rocciosi prendono piede insieme ad assoli squillanti, in una sezione caotica; al terzo minuto un verso di Loomans annuncia una cesura tagliente, presto convertita in una corsa in doppia cassa e giri a motosega, la quale si blocca all'improvviso, lasciando spazio alle grida forsennate dei presenti. Senza molti fronzoli si passa quindi al pezzo successivo, presentato da un discorso abbastanza conciso e diretto riguardante quello che i nostri pensano della religione; un brano quindi quello precedente qui sparato in modo feroce e diretto, in modo da consumarsi come un proiettile di cui abbiamo sentito a malapena il suono.

Thoughts Of An Atheist

"Thoughts Of An Atheist" è dunque l'ultima riproposizione live, la quale parte dopo un discorso infervorito con un riffing frastornante e violento, portato avanti con la batteria pestata e martellante; ecco però subito un rallentamento con rullanti ripetuti, il quale va poi sempre più strisciando con fraseggi cupi ed oscuri  instaurando un'atmosfera doom mortifera. Troviamo quindi il basso greve e la batteria ossessiva, sui quali percepiamo tanto alcuni versi di Loomans, quando la voce del pubblico; questo fino alla digressione improvvisa e distorta, la quale fa ad cesura squillante. Essa viene presto violata da un attacco di doppia cassa e dalle urla gutturali del cantante, in una corsa improvvisa che ci trascina con il suo muro di suono violento; un vero e proprio vortice dal gusto qui quasi black metal, giocato sul drumming concitato e sulle cacofonie deliranti delle chitarre, letteralmente spremute. Si prosegue a lungo su questa linea caotica, fino ad uno stop improvviso; segue quindi una ripresa dei toni monolitici dall'atmosfera maligna, delineata da fraseggi appena percettibili. Ma il finale è lasciato ad un'ultima cavalcata furiosa, con doppia cassa e urla isteriche, mentre lo strumento a corda crea un brusio in sottofondo; alcuni giochi ritmici concludono il tutto con impennate, lasciando spazio alle esultanze del pubblico, mentre la batteria crea degli ultimi rullanti. Un altro pezzo dal vivo che passa veloce, non certo dalla qualità audio di prima scelta, dove spesso le chitarre creano un buzz dominante, mentre la batteria è data da colpi secchi, e le vocals sono sepolte in lontananza; lo spirito mortifero della raccolta è dunque ancora una volta ben rappresentato e preservato per tutti gli amanti del genere.  Si chiude quindi così la monumentale opera qui recensita, un compendio degli albori della band olandese; qui è la loro forma più intransigente e greve, base per l'imminente futuro che li vedrà diventare dei capi sladi del death old - school a tinte doom.   

Conclusioni

Tirando le somme una raccolta che farà la felicità dei collezionisti più ossessivi del materiale della band, ammesso che riescano a metterci le mani sopra (una grande parte verrà poi riproposto in una versione rimasterizzata di "Embrace The Dead" a due dischi) le mani sopra; con certi primi episodi il valore è fortemente filologico e d'archivio, data la qualità sonora tutto tranne che eccelsa e lo stile molto diretto e ingenuo, ma possiamo vivere qui anche una crescita compositiva man mano che ci spostiamo nel tempo, vivendo il death/thrash a tinte doom di Loomans e poi la forma più vicina a quanto saranno poi gli Asphyx  con van Drunen. Si trova inoltre solo qui l'inedito presentato, offrendo un piccolo incentivo per chi proprio non può fare a meno di possedere tutto ciò che la band ha prodotto nella sua esistenza; per tutti gli altri probabilmente il tempo e il denaro non varranno la pena, nonostante l'innegabile fascino della collezione su vinile (supporto oggi tornato molto di moda) in un box curato con alcuni testi, note dei componenti di allora della band, e immagini medioevali oscure e di tortura, perfette per rappresentare il contenuto sonoro. Come detto chi si aspetta un lavoro ultra pulito e moderno, ha sbagliato strada, mentre gli amanti del suono più amatoriale e da scantinato avranno di che gioire, specie con i primi quattro brani qui contenuti; prima di attirare l'attenzione della major e del pubblico, il death era questo, un genere underground che circolava per le cantine e che veniva trasmesso su demo tape su nastro e cassette, con copertina horror disegnate a mano dai musicisti stessi. Certo non poteva rimanere così, sia perché ogni genere è destinato a sfociare, sia perché non avremmo avuto dischi epocali con una buona distribuzione, ma ogni viaggio in quel particolare stato embrionale ha sempre il suo fascino; un gruppo di ragazzi che suona senza molta tecnica ed esperienza un metal rumoroso che allora sapeva di ribellione, estremizzando i suoni thrash che in una parabola parallela erano poco prima diventati ad uso e consumo con nomi quali Metallica, Megadeth e Slayer, con un immagine che andava contro la morale comune e un sentimento di antagonismo spesso adolescenziale, ma genuino, che vedeva la religione come suo avversario, mischiando il tutto con tematiche horror mutuate da film, libri e fumetti. Tra i vari gruppi va detto che i nostri hanno il "merito" di essersi mantenuti legati a questa attitudine, pur invecchiando e maturando un suono più elaborato; il loro riferimento rimane ancora oggi un death cupo e violento, mentre temi fantascientifici, di guerra e ambientali si sono uniti alle suggestioni più putride e alle blasfemie, spesso ora ridimensionate, cercando comunque di essere aderenti ad un certo concetto di death che non dipende da velocità tecniche, gare di maestria o quanti blast beat si possono condensare in pochi secondi. Chi scrive crede che ci sia spazio per tutto, e che ogni purismo sia nocivo tanto quanto voler cancellare il passato; un passato che ha un gusto inimitabile, forse solo per nostalgia, o forse perché caratterizzato da un' epoca inimitabile, quella fine degli anni '80 e inizio anni novanta segnati da incertezza sociale e guerre, dove i giovani si ritrovavano non su internet, concetto allora futuristico per i non addetti ai lavori e i civili, ma in cantine dove davano sfogo all'oppressione che sentivano suonando la musica più violenta e rumorosa che potevano immaginare. E' da li che il metal estremo prenderà linfa, mostrando vari volti, da appunto il death, al grind dalle contaminazioni punk britanniche, fino al black scandinavo freddo e notturno; generi diversi, ma che spesso s 'incontreranno, tutti figli della voglia di rendere ancora più estremi quei suoni thrash con i quali i loro protagonisti erano cresciuti; ogni testimonianza degli albori di ciò ne conserva la carica sovversiva e diretta, la quale rimane immutata nel tempo in queste registrazioni, veri e propri documenti di un passato che fa da base ad un presente più che solido.

1) Enter The Domain / Vault Of The Vailing Souls
2) Cadaver Camp
3) Thoughts Of An Atheist
4) Crush The Cenotaph
5) Rite of Shades
6) Abomination Echoes / Thoughts Of An Atheist
7) Countess Bathory
8) The Sickened Dwell
9) Cadaver Camp
10) Embrace The Death
11) Priest of Mendes
12) Mutilating Process
13) Streams of Ancient Wisdom
14) Mutilating Process (Rough Mix) / Streams of Ancient Wisdom (Rough Mix)
15) The Sickened Dwell
16) Conjuration Of Choronzon
17) Diabolical Existence
18) The Sickened Dwell (live)
19) Crush the Cenotaph (live)
20) Rite of Shades (live)
21) Thoughts Of An Atheist
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