ASCARIASIS

Ocean of Colour

2012 - Self

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
25/04/2012
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

La band degli Ascariasis debutta ufficialmente con questo ep intitolato "Ocean of Colour", che vede la luce il 1 Marzo 2012. L'idea di questi quattro ragazzi canadesi è quella di proporre un particolare stile musicale che sia totalmente al di fuori di qualsivoglia schema. Abbiamo così una sintesi musicale che racchiude la pesantezza del death metal, l'eccentricità dello djent ed inserti melodici, per un risultato che spiazza l'ascoltatore in un primo momento per la particolarità della proposta, ma che se si lascia trasportare dalla musica ne coglierà tutti gli aspetti e le caratteristiche. Dietro al microfono troviamo Evan Watton, il quale mostra uno stile già abbastanza definito e ben preciso nell'esecuzione del growl, per la sua inesperienza, ad imbracciare l'ascia è Mike Valeri, il quale sebbene mostri di disporre di ampi margini di miglioramento per quanto concerne la varietà del riffaggio, evidenzia una buona elasticità nel divincolarsi fra death metal e riff melodici. Infine, la sezione ritmica è costituita dalla coppia Devin Kendall (basso) e Mark Poelmann (batteria). L'ep si apre con "Shatter", pezzo che si apre in un crescendo di suoni che ci conduce man mano verso il vorticoso riff principale, il quale evidenzia una vasta apertura melodica, e che in seguito si appesantisce con quintali di distorsioni. Proprio mentre il sound diviene più massiccio si entra in un territorio djent, finendo quasi col raggiungere un plagio dei Meshuggah. Dopo un brevissimo intermezzo acustico si entra nel vivo del brano con un primo assaggio del corposo growl di Watton, qui mescolato ad un sofferente scream. Dopo la ripresa del riff portante del brano, con tanto di melodica e fugace chitarra clean, si rientra di peso nel mood di Ocean of Colour con un primo, virtuoso solo di chitarra, ed il massiccio muro sonoro della sezione ritmica. Mentre si prosegue a suon di distorsioni e blast beat, il brano si riapre grazie al duttile riffaggio della chitarra, spostando le coordinate del brano verso il melodic death metal, e dopo un brevissimo recupero del riff alla Fredrik Thordendal, si giunge alla parte conclusiva del brano, dove un evocativo assolo di chitarra incontra un'impetuosa accoppiata basso-batteria, che procedendo "a sobbalzi" muta il ritmo infarcendolo di stoppate. "Torchbearer" si apre con un brutale intro che vede un indiffaratissimo Poelmann, autore di rullate a raffica. Le chitarre mutano improvvisamente, passando dalla pesantezza delle distorsioni ad un estroso, primo assolo. Poelmann si placa per qualche secondo, ma riparte immediatamente in vista della prima strofa, dove è protagonista di una sezione martellante sui piatti e con numerosi blast beat. Il bel riffaggio si evolve prima in una parte in palm muting e poi nell'evocatività del ritornello, dove il sound si fa pià lineare e melodico, anche se non si direbbe a giudicare i cavernosi vocalizzi in growl di Watton. Una brutale ed imperterrita sezione fa da ponte fra il refrain e la seconda parte del brano, dove la chitarra torna a distorcersi, prima di recuperare fluidità in vista dell'ultimo minuto del brano, il quale scorre via freneticamente assumendo sembianze technical death metal (da sottolineare il bel solo di basso negli istanti conclusivi).  Probabilmente Torchbearer si eleva a miglior brano dell'ep parlando di songwriting, mentre la successiva "Eleven" spicca per essere molto variegata: si apre con un intro onirico ed atmosferico, che dopo circa trenta secondi lascia entrare in scena il melodic death metal. La chitarra mantiene comunque una buona elasticità, senza apparire mai ingombrante, in favore dell'orecchiabilità. Il sound resta sempre abbastanza leggero ed il ritmo mai troppo sostenuto, fino a metà brano, dove un brevissimo stacco acustico ci annuncia l'arrivo del "gioco pesante": la seconda parte di Eleven vede acutizzarsi i toni per qualche minuto, dove i  riff si fanno più aggressivi ed impastati. Solo nel finale si ritorna alla melodia grazie all'intonazione elevata ed al drumming meno intenso e più controllato.

La titletrack "Ocean of Colour" si apre con un incalzante e brutale intro dettato Poelmann e da Valeri, qui protagonista di una performance in stile Obscura. Allo scoccare del ventiquattresimo secondo, però, le acque si placano improvvisamente. La ripartenza è comunque immediata, visto che dopo appena sette secondi la band ricomincia a pestare violentemente, incorniciando il sound con una soffusa atmosfera. Per circa un minuto abbondante un possente riff resta in primo piano, ma ad un certo punto il sound diviene leggero e cristallino. E' una fugace spaccatura con la seconda sfuriata degli Ascariasis, che nella parte centrale del pezzo ci fanno tornare in mente i Meshuggah. Una serie di blast beat ci introduce il fervore del bell'assolo centrale, che però poi riapre di punto in bianco le porte ad un riff tritaossa che conduce il pezzo su un percorso brutale, dove la melodia diventa solamente un elemento di contorno. Il ritmo si fa sempre più macchinoso sino al culmine, raggiunto negli istanti conclusivi.  Un altro riff che rimanda alla band di Stefan Kummerer apre invece il brano conclusivo, la bella "Carving the World". Poelmann si fa subito impetuoso infarcendo il pezzo di rullate, ma è costretto a placarsi allo scoccare del trentesimo secondo dinanzi all'ingresso di un fugace pianoforte. Fugace perchè subentra immediatamente Watton con il suo acidissimo screaming, accompagnato da sfarzosi virtuosismi da parte di Valeri. Come solito, il sound diviene più light nel ritornello, creando un breve ma intenso mood più accogliente. La parte centrale vede gli strumenti placarsi per lasciare posto ad un profondo senso di desolazione, accentuato da toccanti clean vocals. Mentre l'atmosfera si appesantisce, entra in scena quella che per me resta la parentesi migliore dell'intero ep, ossìa un contrasto atmosferico di chiaro-scuro fin troppo breve. Infatti si ritorna quasi subito ad un sound più canonico per gli Ascariasis, che va man mano spegnendosi fino alla cessazione totale. La proposta del quartetto canadese è senza dubbio coraggiosa: la fusione di elementi così apparentemente distaccati non è da tutti, e proprio il fatto di essere una sorta di "cavie" ne mette in rilievo anche la banalità di alcuni passaggi, soprattutto nei brani centrali. Diciamo che il percorso intrapreso è circondato da ottime ed interessanti prospettive, ma in futuro bisognerà cercare di essere meno prevedibili. Le qualità però ci sono, e si vedono!


 1) Shatter
 2) Torchbearer
 3) Eleven
 4) Ocean of Colour
 5) Carving the World