ARTENSION

Phoenix Rising

1997 - Shrapnel Records

A CURA DI
DONATELLO ALFANO
03/08/2011
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Nel metal come in molti altri generi musicali in tutti questi anni abbiamo assistito ad un proliferare di supergruppi che hanno fatto la gioia di numerosi ascoltatori, non sono mancate le delusioni, ma bisogna ammettere che hanno riguardato soltanto una piccolissima parte di questi progetti. Nel progressive metal una delle band che ha centrato quasi subito il bersaglio risponde al nome degli Artension! Le basi del gruppo furono gettate nella prima metà degli anni novanta grazie all'incontro tra due giovani musicisti estremamente talentuosi; il tastierista e pianista ucraino Vitalij Kuprij ed il chitarrista svizzero Roger Staffelbach, i due finirono ben presto sotto l'ala protettiva di Mike Varney (quando si parla di grandi virtuosi lui c'è sempre) il produttore notando immediatamente le loro enormi potenzialità decise di affiancarli ad altri tre artisti dalle doti tecniche strabilianti: il cantante John West, il bassista Kevin Chown (membro anche degli Edwin Dare, uno degli act più sottovalutati nella storia del metal) ed il batterista Mike Terrana (all'epoca ex della band di Yngwie Malmsteen, in seguito legherà il suo nome ad alcuni big della scena come Axel Rudi Pell, Rage e Masterplan) il quadro si poteva definire completo; gli Artension erano ufficialmente nati.  Il primo album Into The Eye Of The Storm viene rilasciato dalla Shrapnel Records (ovviamente...) nel 1996, il disco metteva in mostra tutta la tecnica mostruosa dei cinque, c'era soltanto qualche angolo da smussare a livello compositivo ma era più che evidente che in futuro ci avrebbero riservato delle grosse sorprese! Infatti dopo un solo anno, il combo ritorna con Phoenix Rising, il disco della piena maturità ed a mio modestissimo parere il vero capolavoro della loro carriera; in questo cd emerge in maniera definitiva tutto il talento di Vitalij e soci, accanto all'abilità  strumentale vengono aggiunte delle composizioni di livello decisamente superiore. Tocca alla granitica Area 51 il compito di aprire il platter ed è subito festa per tutti gli amanti del prog moderno; Kuprij fin dai primi secondi mostra di che pasta è fatto, i suoi tasti viaggiano constantemente a velocità elevatissime, Staffelbach si ritaglia il suo spazio con un assolo degno della migliore tradizione neoclassica, la coppia Chown/Terrana costituisce una sezione ritmica sempre varia e coinvolgente e poi c'è West, da molti considerato come l'unico vero erede di Glenn Hughes, il paragone ci sta tutto; spesso la sua voce sembra proprio quella del grandissimo cantante/bassista inglese. Through The Gate è una track dal ritmo sostenuto dove il tastierista riesce a creare un trait d'union tra i suoi studi classici e sonorità più moderne, da ricordare anche il ritornello di facile presa, basta ascoltarlo una sola volta per non dimenticarlo più. Valley Of The Kings è una ballad da brividi; il pianoforte crea delle atmosfere sofferte e commoventi, il frontman domina la scena, la sua straordinaria performance arriverebbe a toccare le corde dell'anima di chiunque, la componente prog è relegata esclusivamente al break centrale (superlativo come sempre) per farla breve una delle migliori tracce composte dalla band.  Dopo un'emozione così forte si torna in territori più "allegri" con Blood Brother, figlia diretta del leggendario hard rock degli anni settanta, è praticamente impossibile non esaltarsi nell'ascoltare Kuprij mentre si sbizzarrisce nei suoi solos con tanto di riproduzione del suono di un mitico organo Hammond, ottimo anche il refrain; Mr. Hughes approverebbe in pieno! Segue la velocissima Into The Blue, un pezzo dove non si tira il fiato per un solo secondo, i nostri sembrano un bolide da settecento cavalli che sfreccia al limite delle sue possibilità; pura esaltazione tecnica! Solo dei grandissimi musicisti come loro possono concedersi un tale lusso. La title track è l'episodio più oscuro e drammatico di tutto l'album, ancora una volta è West a dettare legge; la sua prestazione appassionata e decisa rende il pezzo uno dei picchi emozionali di questo lavoro strepitoso. In Forbidden Love il gruppo arriva ad esplorare territori vicini al miglior AOR, le melodie sono sempre in primo piano ed il guitar player ci regala un assolo toccante e suggestivo; ecco un altro esempio di uno di quei musicisti che meriterebbe molto di più in termini di popolarità. The City Is Lost ci riporta nel campo del più classico prog metal, le strofe ed ritornello risultano facilmente assimilabili mentre la lunga parte strumentale lascia estasiati ad ogni passaggio; Vitalij e Roger sono incontenibili nel creare questo fiume di note eseguite con una precisione ed una velocità da guiness dei primati! Passiamo così ad un altro momento particolarmente intenso con Goin' Home, un lento ricco di emotività guidato da uno splendido e malinconico pianoforte e dalla voce sempre più passionale del singer, da segnalare anche la presenza di un favoloso assolo di chitarra ad opera di James Murphy (Death,Testament ed Obituary tra gli altri). Chiude il cd I Really Don't Care; mirabolante strumentale pianistico di poco più di due minuti in cui il musicista ucraino ci regala un'ultima dimostrazione delle sue capacità fuori dal comune.  Gli Artension non si sono certo fermati qui, hanno proseguito la loro carriera incidendo altri cinque lavori avvalendosi di volta in volta del contributo di altri mostri sacri (tra questi ricordiamo Steve DiGiorgio e Shane Gaalaas). L'ultima volta che abbiamo avuto la possibilità di ascoltarli con questa line up è stata su New Discovery del 2002, buon lavoro ma non ai livelli di Phoenix Rising (opinione puramente personale) io dopo tanti anni continuo sempre a sperare nel grande ritorno con il vero successore di questo cd, in fondo sognare non costa niente...


 1) Area 51
 2) Through The Gate
 3) Valley Of The Kings
 4) Blood Brother
 5) Into The Blue
 6) Phoenix Rising
 7) Forbidden Love
 8) The City Is Lost
 9) Goin' Home
 10) I Really Don't Care