ARTEMISIA

Stati Alterati Di Coscienza

2013 - Videoradio

A CURA DI
SAMUELE MAMELI
23/03/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Era come rivedersi in un filmato, la mia anima trascende dal corpo, si ritrae poco d'innanzi e osserva la mia stessa complessa massa di ossa, intenta a studiare l'interlocutore. Abile e cinico, conquista l'attenzione, le sue movenze emanano fluidi inebrianti, le smorfie del viso ipnotizzano ed io, impaurito e tremante, m'impietosisco dinanzi alla mia figura completamente assorbita da quel personaggio. Avrei voluto fare qualcosa ma sarebbe stato inutile. Sarei stato risucchiato nella medesima fase di trance, certo, la sofferenza per il mio organismo ormai sopraffatto non cambia di molto la situazione ma per lo meno, mi rende conscio di ciò che sta accadendo. Il tempo scorre, guardo ancora i miei arti in perfetto ordine, non hanno nessuna intenzione di smuoversi e lui beh, è già padrone della scena e l'infausta sensazione di oblio giunge all'apice nel momento in cui il sangue sgorga dalle improvvise ferite allargatesi fra la corporatura. Quella persona stava straziando me stesso, il suo linguaggio, i suoi rituali fatti di gesti, hanno aperto lunghi solchi nella carne. Il rosso porpora dipinge il pavimento, scivola in ogni direzione ed io, oramai anima perduta, corro lontano, inseguo il vento e mi nascondo dall'eco delle urla. La forza d'urto estrapolata da questo cd, mi ha sfiancato e stordito, la barra energetica si è consumata in circa 40 minuti, quanto è la sua durata. Ha rilasciato note tramutatesi in armi, hanno colpito con coraggio e la cosa peggiore, è riuscita a farlo senza dare sospetti. Ho suddiviso tal esemplare di musica in due parti. La prima agguanta l'ascoltatore per le orecchie, rifila una quantità di accordi che ti fan ragionare, ti estranei dai ricordi e rimani saldato sulla sedia, stregato da ciò che fuoriesce dagli auricolari. L'interesse è ai massimi livelli e mentre rimani imperterrito seduto, la seconda parte ti massacra con fare passionale. Le dirette melodie, maggiormente toccanti e oserei dire, gotiche, finiscono di demolirti. La poltrona sarà l'ultimo luogo che occuperai, non riuscirai neppure ad alzarti vedendo la pelle squarciarsi, quel sound ardente ti ha già dilapidato. “Stati Alterati Di Coscienza”, è il titolo di questo tassello magico, un concentrato di Hard Rock made in Italy con venature stoner che incanta e offre originali sequenze di buona musica. La personalità non è da meno, la maturità acquisita è ben delineata e gli Artemisia, così si chiamano, riescono a imprimere la giusta grazia a un prodotto di alto livello. E' stato concepito con intelligenza, le impressioni sono così come le ho avvertite inizialmente, una vampata melodrammatica che ha intaccato persino l'artwork e il logo della band. Nel complesso non sbaglia una virgola, persino i colori e qualche foto del booklet, segue pedissequamente l'intenzione univoca di dare un senso compiuto alla musica. Tutto cammina di pari passo, l'unione fa la forza, così si dice e infatti, il legame di tutti questi elementi fanno di siffatto platter, un prodotto elevato. Gli Artemisia arrivano dal Friuli-Venezia Giulia, si sono uniti ufficialmente nel 2006 e da lì, il sodalizio con la casa discografica “Videoradio” continua a essere saldo, dandogli lo spunto di esordire con l'omonimo album nel 2007 e con il seguito “Gocce D'Assenzio” nel 2008. A distanza di ben 5 anni, ritornano in auge con il qui presente lavoro che consta di alcune modifiche in seno alla line-up, non così traumatici da condizionarne la buonissima riuscita. La professionalità è garante e tutto sommato, l'esperienza artistica offre delle robuste basi. La copertina è d'impatto. Angosciante e “romantica”, ritrae il dolce viso di una giovane donna bendata che si presta alla morte. Si avverte un forte retrogusto poetico/amoroso in stile Ugo Foscolo, tipico del bellissimo romanzo Jacopo Ortis in cui l'estremo innamoramento converge all'annullamento di se stessi. La bocca semi aperta emana un briciolo di sgomento, di tremolio. La bendatura allontana quanto possibile il suo atroce destino, le viene tolta la visuale in maniera d'accompagnare il trapasso più cautamente. Una corona di foglie e fiori, adorna il suo capo, la bellezza quasi idilliaca è scombussolata da un teschio che giace sul fianco. Sarà il suo specchio. Il buio sta dianzi divorando tutto. Le canzoni cantate in italiano, non seguono un chiaro concept album ma in generale si evidenziano per un’incline tendenza al mistero.



Entriamo nel vivo e ci spariamo l'apertura di “La Strega Di PortAlba (Maria la rossa) ”. Voci di popolo e un cancello che si sbarra, danno il benvenuto a una traccia immediata e d'impatto. Riff sugli scudi e via a passi decisi e spigliati che la bellicosa voce di Anna Ballarin riesce a domare. Un mare in tormenta, ecco lo scenario che mi si apre nella parete della camera. Conserva una potenza ritmica da capogiro e il ritornello liberatorio è tutto da gustare, anthemica e grintosa, non lascia il tempo di pensare ad altro. S'inizia alla grande. Le liriche si stagliano sull'affascinante leggenda partenopea di Maria la rossa. La donna dai lunghi capelli purpurei fronteggia l'inquietante destino di un amore dannato. Si dice, infatti, che lei fosse tremendamente innamorata di un uomo che risiedeva oltre le mura divisorie dell'antica Napoli. I due non riuscirono mai a incontrarsi. Questo fardello le causò un forte indebolimento fisico e psichico. Il cambiamento analogo a quello di una strega, portò la gente a rinchiuderla dentro una gabbia appesa all’ingresso di Portalba. Non si poteva porre fine alla sua vita nei peggiori dei modi. Con il “Il Bivio”, il testo varia decisamente registro e affronta un tema attuale inconsapevolmente trascurato. L'imposizione di un credo da parte di un'istituzione irriverente che sfiora i limiti della violenza psicologica, annulla la libertà di ognuno di poter affrontare la propria esistenza secondo i suoi istinti, soggiogati da “poteri forti” e da una massa che impianta spavento e insicurezza. Musicalmente un giro di solo basso apre il sipario a una song semi dissonante che si adagia su andatura cadenzata rinforzata da ritmiche solide e compatte. Hard rock senza troppi fronzoli che si dimena in mirati accordi quasi ipnotici. Schematico e sintetico, continua a sottolineare il ruggito delle chitarre e la strepitosa voce della singer. “Insana Apatia” è una nuvola di brividi che ti accerchia e inumidisce gli occhi. Il muro sonoro imponente che si solleva in apertura, allestisce la scena a infausti arpeggi chitarristici deliziosamente concepiti. Semi-ballad di prima scelta e qui, le melodie svolazzano tra il cielo grigio e la fitta pioviggine intenzionata ad asfissiare l'animo. Il brano è fantastico, addirittura si affaccia di sfuggita in sentieri progressive, nonostante la finta leggerezza, risalta le buone qualità compositive dei musicisti. E' dolce come il miele e dilaniante come una fucilata. Anna Ballarin riesce a calarsi perfettamente nella parte, le sue corde vocali ricche di pathos coinvolgono all'inverosimile. La scrittura si focalizza sul sentimento apatico. L'alienazione si espande. Si costruisce un piccolo mondo fatto di apparenti sicurezze che dovrebbe aiutare a ritrovare se stessi e le necessarie emozioni. Una schitarrata rockeggiante ci rifila “Il Pianeta X”.  Refrain selvaggi ruotano su un'intelaiatura stabile e massiccia che aggredisce e percuote. L'incedere andante è quasi morboso, si arriva a staccare la presa solo sul finale quando un sottofondo palpabile di synth, smorza un attimo l'offensiva. E' un'isterica bomba sonora dal tiro risoluto che riserva un leit motiv “antipatico” che danza nella mente e si burla di noi. Il testo abbraccia una questione a me cara. Esattamente, le nostre origini umane da dove ebbero inizio e da chi? Ipotetici Dei sviluppano così la prima civiltà. Dall'alto scrutano il nostro atteggiamento e operato. Eppure ci donano un enigma ossessionante, ci concedono il beneficio del dubbio sulla possibile apparizione, lasciandoci studiare teorie e congetture senza risposta. “Nel Dipinto (Artemisia Gentileschi) ” si ottiene spunto per l'appunto, dalla pittrice omonima italiana che ha vissuto intorno al 1600. Occhi puntati sulla vita privata e lo stupro che subì dal pittore Agostino Tassi. La sua furia e rabbia, è percepibile, secondo alcuni studiosi, nel dipinto “Giuditta che Decapita Oleferne” che riprende, quasi, il modo della violenza subita. In tale frangente musicale, è omaggiata e stimata. Il suo coraggio concernente il processo giudiziario che ne conseguì, è preso da esempio. Il brano si orienta su indovinati accordi di chitarra che anticipa il crescente wall of sound. Sfocia in ritmiche serrate e pressanti. Un lazzo che si attorciglia nelle spalle e trascina nel suolo sabbiato. Il cantato, tra il meditativo e il determinato, incornicia la struttura corpulenta. Le guitars abrasive svolgono un rude lavoro. Per la gioia degli hard rockers, si sciorinano toste melodie. In “Mistica”, le parole scritte si soffermano sulla paura dello spirito distaccatosi dal corpo. Ignaro della reale condizione in cui vige, corre, fugge dalla sua stessa immagine. Disperatamente cerca conforto ma inutile, scappare è l'unico rimedio rimastogli prima di prendere coscienza di ciò che è. Al contempo, davanti abbiamo un'eccezionale semi-ballad che fruga dentro la nostra indole, s'insinua lungo le viscere e smantella ogni organo. Mi ha letteralmente stordito. L'ingresso cauto delle guitars abbinate alla soave tonalità di Anna, scolpisce nuove percezioni di smarrimento. Viaggia su binari lenti ma, è tutta una farsa. Le scariche adrenaliniche sono dietro l'angolo, l'irruenza spacca ossa è un urlo selvaggio. Il climax che si consegue al termine, innalza la traccia al cielo... devastante. Le ottime armonie sazieranno i palati più esigenti. “Corpi Di Pietra” sfodera un groove pazzesco. La sei corde di Vito Flebus è un amo che arpiona e strascica le innocenti vittime. Si preme l'acceleratore. Traspariscono notevoli potenzialità nell'intreccio di trame azzeccate e superbe. Le brillanti intuizioni ne creano una canzone rispettosamente complessa, imbastita senza sbavature. Sprizza energia da tutti i solchi. La potenza deflagrante travolge il nostro cranio di pesanti massi. Una cavalcata prodigiosa e intensa con un ritornello mozzafiato che culmina con un coro alla “The Wicker Man” degli Iron Maiden. D'ascoltarla a ripetizione, bellissima. Le liriche ci rimandano alla mitologia greca e all'iconografia di Medusa. Posseduta dal dio Poseidone, si compie l'errore madornale di consumare il rapporto nel tempio consacrato ad Atena. La dea stessa, venuta a conoscenza del misfatto, le diede l'immagina orrenda che tutti noi intendiamo, cancellando per sempre l'infinita avvenenza. Ormai mostro e priva di sentimenti, il destino di Medusa sarà messo a tacere da Perseo ben equipaggiato di scudo e falce. Sarà ricordata solo per l'aspetto. Nell'insieme potremo inquadrarla come una metafora, d'altronde nella quotidianità è più facile ricordarsi delle persone per pochi fatti sgradevoli che per le molteplici buone gesta. “Vanità” suppergiù prosegue il discorso di seduzione. Malgrado la consapevolezza delle proprie potenzialità, la sete di vanesio richiede continue conferme. Non basta provocare la preda che sbava fronte alla bellezza, si esige puntualmente di più con la speranza di appagare anche l'anima. L'estratto riporta iniziali arpeggi per l'ennesima conferma di classe. Si muove cadenzata e qui, standing ovation per tutti. Non saprei neppure io come rendere credibile quanto riesco a sentire. Sono annientato da cotanta poesia. L'impostazione vocale prende una piega più teatrale, quasi operistica, credo che in questo frangente la nostra vocalist si superi in tutto e per tutto. L'ariosità musicale fa da contraltare all'impeto sprigionato lungo il minutaggio, una perfetta sinergia che si snoda in trame variegate e creative dove il guitar-work rimane saldo in vetta. L'epilogo si veste di scheggia rovente per un guizzo entusiasmante che vede un imprendibile assolo al fulmicotone, spezzarmi le mani e cucirmi la bocca. La mia preferita. “Il Libro Di Katul” è ritmata, vagamente tribale che alterna passaggi distensivi a sfuriate hard rock. Percussiva e vigorosa, la batteria di Gabriele Gustin combatte a viso aperto. Si parte con accordi lisergici, si respira aria deviata e visionaria, più o meno in linea con quanto proposto dai Lacuna Coil di Comalies e si rimane sulle corde sino al raptus improvviso del bridge che rifinisce un graffiante leit motiv. Il ritmo spazia dal lento al furente, racchiude un pentolone con vari ingredienti per un risultato finale curioso e unico. Il testo ruota attorno a un arcano libro che nasconde i segreti della vita umana. All'interno, pagine scolorite promulgano segreti inimmaginabili. L'ansia per ciò che si verrà a sapere arresta il tempo e il tremolio si addentra tra le mani. Il fascino dell'ignoto colpisce ancora. “Presenza” non poteva che chiudere degnamente questo sbalorditivo platter. Io chiudo tutto, spengo la luce e col respiro che viene a mancare, mi getto nel vortice di questa forza desolante. Le grigie percezioni non fanno altro che spappolarmi e se non riesco a ottenere ossigeno, è solo colpa di queste note che hanno maledettamente tagliato la carne e divorato le mie forze. E pensare che in principio nulla fa presagire a una svolta infausta. Sono adescato da un folgorante hard rock bello incisivo che di botto si arresta per dar spazio al basso di Ivano Bello, lesto a decorare il cantato sofferente. L'andatura è ponderata, snoda un brano di qualità che vi rapirà dal primo ascolto, ma il pezzo forte, sono quelle scosse di chitarra che appaiono di frequente. Sono loro la particolarità che aggroviglia le mie orecchie allo stereo. Vere pugnalate alla schiena. La scrittura punta la lente d'ingrandimento sul paranormale. I brividi che si avvertono per la presenza che sfiora il corpo, sono agghiaccianti, eppure il tutto è raccontato sotto un’ottica passionale. Anche se il panico prende il sopravvento, si ha il desiderio di concedersi alla luminosa entità e di seguirlo nel suo mondo.



Che altro aggiungere?  Non voglio proprio tirarle per le lunghe, questo cd è da fare vostro, non mi va di sentire scusanti, non bisogna ancora una volta girare lo sguardo altrove, la band merita e il pensiero che non riescano a raccogliere ciò che stanno seminando, mi manda in bestia. Dategli un'ascoltata... subito!


  1) La Strega Di PortAlba (Maria La Rossa)
  2) Il Bivio
  3) Insana Apatia
  4) Il Pianeta X
  5) Nel Dipinto (Artemisia Gentileschi)
  6) Mistica
  7) Corpi Di Pietra
  8) Vanità
  9) Il Libro Di Katul
 10) Presenza