ARS ONIRICA

I: COLD

2019 - BadMoodMan Music

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
09/09/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il panorama metallico italiano offre spesso e volentieri grandi soddisfazioni, e uno sguardo attento da parte di chiunque si possa definire cultore del genere metal non potrà che confermare questo assunto di base. Essendo una frangia di pubblico - invero poco recettiva - ancorata maggiormente a certe realtà extra-peninsulari, spesso si rivolgono (qualcuno rivolge; lungi da me generalizzare) meno attenzioni a gruppi nostrani che invece hanno poco da invidiare a quanto sfornato fuori dal "belpaese". Basta mostrare un minimo di attenzione in più per pescare bei gruppetti capaci di regalare ben più di un semplice fremito, ben più di un isolato sussulto: e in questo aiuta molto lo strumento più in voga da anni a questa parte, ossia il web, che, accorciando le distanze e "facilitando certe modalità di caccia" permette con il minimo sforzo di soddisfare qualsiasi curiosità del fruitore. D'altronde basta poco, è sufficiente qualche piccola ricerca, oppure il consiglio di qualche amico appassionato di metal, ed è facile arrivare al prodotto desiderato. Aiuta in questo senso anche Youtube, che spesso si rivela uno strumento particolarente efficace: un canale ove spesso si trova materiale in abbondanza, sia "noto" (e anche mainstream), sia meno noto, underground, for fans only. Ed è proprio tramite questo canale che ho avuto il mio primo approccio con il gruppo di cui mi occuperò in questa sede. Un gruppo italiano di rara efficacia, fautore di un genere che a più riprese è stato etichettato - magari giustamente - come black/death doom, ma che, dopo una serie di ascolti - anche se il primo era sufficiente - mi preme di catalogare come doom/death. Magari c'è anche il black, ma talmente diluito in questa soluzione alchemica da essere considerato solo come "elemento di fondo": nient'altro che un mefitico vapore, appena percettibile, in un'amalgama di ingredienti solidi, oscuri e goderecci che richiamano per l'appunto il doom/death metal (pur essendo qualsiasi etichetta limitante per "parti" evoluti e sapienti come questo). Loro sono gli Ars Onirica, e il disco su cui sono puntati oggi i riflettori è il loro primo e unico lavoro (almeno sino ad ora) I: Cold. Un disco, e mi sbilancio sin da ora, senza mezzi termini, bello, coinvolgente, possente ma melodico, capace di fare colpo sin da subito. Eh, già. Si sarà capito, da queste poche parole che nel mio caso il colpo di fulmine è stato immediato: per stabilire un feeling con il sottoscritto infatti non ci è voluto poi tanto, è bastato un semplice ascolto. E non faccio parte certo degli entusuasti a prescindere, anzi, si può dire che a furia di sentire prodotti di ogni genere sono quasi arrivato ad un livello di saturazione tale che "quella vocina nel mio gulliver" mi suggerisce sempre di usare la minor dose di accondiscendenza possibile. Il prodotto è brutto? Ok, bocciato, avanti un'altro. Decente? Lo valuto per la sua "decenza", per quegli elementi capaci di conferirgli punti. Poi, raramente capita il prodotto di buon/ottimo livello, e lì il mio fagocitare non assume più connotati fisiologici ma di godimento. Come in questo caso. E l'ascolto si fa decisamente più approfondito perchè far scorrere ogni singola traccia finisce per essere piacevole ed appagante. Come può esserlo il godere della specialità della casa di un ristorante extra-lusso (in contrapposizione a un brodino scarno consumato in fretta tra le quattro mura domestiche). E in effetti le sette tracce (intro compresa) incluse nel platter hanno tutto il necessario per deliziare oltre che saziare. Effettivamente abbiamo a che fare con un lotto di brani ben scritti e ben composti, in cui l'effettiva persistenza del fattore "ispirazione" non concede mai cali di tensione, finendo per calamitare mesmericamente l'attenzione dell'ascoltatore. Ed è quasi un miracolo considerando che prima di questo disco i nostri non hanno dato alle stampe altro che un demo ("Utopia: A Winternight's Traveller" del 2004), quindi non vi è stata una preliminare fase di rodaggio come in tante band, che prima di assestare il tiro nella giusta direzione oliano per gradi certi meccanismi (in soldoni: danno alle stampe due, tre dischi prima di calibrare la gittata verso un colpo efficace definibile musicamente come risultato più maturo e definito). No, qui si ha a che fare con qualcosa di quasi prodigioso, un disco nato sotto il segno dell'ispirazione, che grazie ad un lavoro tanto fresco quanto meticoloso, assume l'aspetto di una gemma capace di risplendere con impareggiabile vigore. Tralasciando qualsiasi approfondimento (relegato alla track by track e alle considerazioni finali) spendo qualche riga per fornirvi alcuni dati sulla band: Il nome Ars Onirica significa Arte dei Sogni, in latino, monicker inventato dal batterista e dal chitarrista nel lontano 2003. Il nome identifica il suond della band romana, molto onirico, che mescola vari generi: black, folk, doom, post-black, tutti generi estremi ma estremamente malinconici e cupi. Nel 2004, l'ensemble (assestatosi su cinque elementi, con Sforza e Luca alle chitarre, Fox al basso, Agares alla batteria e clean vocals, Adrian alla voce [harsh vocals]) dà alle stampe il primo demo "Utopia", contenente alcuni passaggi che saranno ripresi nell'album, che ottiene ottime critiche e desta interesse, ma gli impegni dei musicisti li costringe ad accantonare il progetto Ars Onirica. Alessandro Sforza, chitarrista della band e vocalist dei Lykaion (gothic metal band similissima ai Sentenced), decide di recente di rimettere in piedi il gruppo, con l'approvazione degli ex membri storici, creando a tutti gli effetti una One-man-band, dove è lui ad occuparsi di ogni strumento e ovviamente della voce. Dopo 15 anni gli Ars Onirica tornano in vita, "I: Cold" (aprile 2019) è il primo album in studio, accolto favorevolmente dalla critica europea, apprezzato anche in nord Africa e in sud America. Il disco, influenzato da varie esperienze di vita e dal fascino della natura, ingloba densi riff e interludi atmosferici, in un'alternanza tra momenti aggressivi, violenti, con altri più romantici, acustici e sognanti. Il gothic doom, il black e il post black degli anni 90 influenzano molto la musica del gruppo romano, affascinato in particolare da storiche band quali Emperor, My Dying Bride, Swallow the Sun, MGLA, Myrkur. Dal vivo, Alex Sforza si esibisce come chitarrista e vocalist, aiutato dai compagni dei Lykaion o degli Invernoir, altra gothic doom band nella quale milita.

Intro/In Between

Si inizia molto bene con una introduzione etichettata semplicemente come Intro. Preambolo non strumentale ma giostrato come rappresentazione "audio" di una scena particolare: un tizio entra in una macchina, accende l'autoradio e inizia a giocare con la manopola passando velocemente da un pezzo ad un altro senza soluzione di continuità, in maniera random. Terminata l'intro si continua con il primo vero pezzo, ossia "In Between" (Nel Mezzo), lunghissima traccia che parte egregiamente con un guitar work carico e grondante emozioni, accompagnato da una batteria dosata e poco invasiva. Al minuto esatto subentra la voce di Sforza, che ci conduce nei perimetri di un testo introspettivo e colmo di inquietudine: il protagonista (lo stesso Sforza? O un alter ego?) si sente solo, irrequieto, ha perso una persona a cui era molto attaccato, che potrebbe essere un amico o una figura genitoriale, ma pensiamo più semplicemente che si tratti della donna che amava, e tale distacco non riesce a dargli pace. Questi cerca dentro se stesso il senso di questa mancanza, tentando di alleggerire il dolore, ma è tutto inutile. Il tormento lo dilania dall'interno, portandolo di notte a gridare il suo nome, e più in generale, a non dare più senso alla vita. Un brano in cui si respira la tetra dannazione del protagonista, intrappolato in una sorta di incubo ad occhi aperti, dove non vi è alcuna accettazione di un distacco che intuiamo (con pochi sforzi) coincida con la morte. Perchè il senso di auto-annichilimento percepito può essere imputabile [forse] solo alla non accettazione della scomparsa di una persona amata (più prosaicamente potrebbe essere la reazione di un uomo semplicemente lasciato dalla propria compagna, ma propendiamo per la spiegazione "più poetica" e forte). Tornando al piano prettamente musicale, successivamente all'entrata in scena della voce si notano pochi cambiamenti a livello strumentale. Le tessiture precedentemente inaugurate non subiscono grandi cambiamenti, destinate a cullare la voce del singer nelle sue visioni lugubri e senza speranza. Questo sino a un certo punto, quando l'inserimento di un riff differente porta il brano su lidi un pizzico più austeri. Dunque si ritorna al riff portante, che riporta il brano ad una struttura rodata e ormai familiare. Superati i due minuti e mezzo fa capolino di nuovo il riff udito pochi istanti prima, e si gode di un frangente totalmente simile a quello già ascoltato in precedenza. Arriviamo al micro break, che porta il brano ad un breve frangente strumentale estremamente pregevole, nel quale, dopo non molto, si inserisce la voce. Il ritmo si fa ipnotico, mesmerizzando efficacemente l'ascoltatore. A quasi metà brano la chitarra pennella un riffing monolitico pregno di una certa pesantezza, quindi il tessuto sonoro viene screziato da un passaggio acustico, in cui la batteria fa capolino molto timidamente. Passaggio davvero notevole, capace di regalare un momento di elegiaca catarsi. A circa sei minuti il brano riprende quota trainato da un riffing elettrico carico di tensione, poi la texture viene screziata da un cesello strumentale schizoide che porta il brano, oltrepassati i sette minuti, a riacquisire intensità. Si torna quindi su binari più decisi e carichi di tensione. Il brano si mantiene strumentale sino ai nove minuti abbondanti, prima del ritorno in pompa magna della voce. Si prosegue su schemi già rodati sino alla fine del brano, destinata a sopraggiungere un paio di minuti dopo. Un grande brano, lungo, raffinato, oscuro e nebuloso, da assaporare lungo tutto il suo sinuoso percorso.

La Nave

Il proseguo è affidato a "La Nave", che parte con un bell'intarsio strumentale giocato egregiamente su un riffone fragoroso e una batteria parca, pochi secondi più tardi i ritmi si fanno più distesi (ma carichi di una tensione latente) ed evocativi. Intorno al minuto subentra l'ugola del mastermind, che ci porta stavolta al cospetto di un testo incredibilmente poetico ed efficace, che tratta in maniera pregna di lirismo un argomento delicato come quello della morte. Basta in tal senso recepire certe sottili metafore, come ad esempio quando si fa riferimento agli esseri viventi, descritti nei loro ultimi istanti come "fragili ed affranti come piccole gocce d'acqua", destinate ad un certo punto a tornare insieme, catturati dalla brezza, oppure al concetto stesso di morte, vista come una nave che ad un determinato punto "scioglie gli ormeggi". Tutto il testo assume connotati altamente simbolici, tra l'altro commoventi (c'è una forza clamorosa in tali parole, espresse in una veste poetica che non sentivo da tempo in un gruppo musicale) e già basterebbe la forza di queste parole per promuovere il brano (ma anche il disco) senza remora alcuna. A livello musicale si continua sul sentiero tracciato a partire dal ventiseiesimo secondo, con ritmi non deflagranti e l'uso di patterns atti a creare il giusto sfondo per la roboante ugola del singer. Proseguiamo e siamo deliziati da un frangente più "armonioso" caratterizzato dall'uso di clean vocals, dunque si ritorna in seno ad una tessitura fragorosa memore di quanto esibito nei primissimi momenti del brano. Similarmente a quanto già ascoltato, fa seguito una parte meno possente (viene esibito nuovamente il cesello strumentale già inserito oltre i venti secondi) nella quale si erge a protagonista principale la voce potente di Sforza (con il cooprotagonismo deciso dell'apparato strumentale, capace di creare un sottofondo di notevole forza). Ancora una parte armoniosa con tanto di clean vocals, quindi una coda più soft, magnificata da punteggiature esili di chitarra, in cui subentra la voce recitata del mastermind che pennella immagini potenti e allegoriche: "Come le gocce catturate dalla brezza/ Un giorno saremo di nuovo insieme/ Quando la tempesta finalmente cesserà/ E la nave scioglierà gli ormeggi". Si sente il rumore della pioggia, la chitarra acustica ci regala un cesello di raffinatissima fattura, quindi si riparte in maniera nevrotica e destabilizzante: la malinconica pacatezza lascia spazio ad una parte terremotante, aperta da un urlo ferale, che si lancia in una corsa spasmodica giostrata su ritmi belluini. Sforza esegue anche un eccellente solo chitarristico capace di regalare al brano un non indifferente surplus di magnificenza. La conclusione dell'assolo, che arriva a sei minuti abbondanti, porta ad una nuova attenuazione dei toni, con un arpeggio finale che decreta la conclusione del misterico brano.

In Gloom

Un'introduzione cupa e depressiva apre le danze al quarto brano, "In Gloom" (Nella Foschia). Un intarsio di chitarra greve pennella scenari opprimenti capaci di proiettarci in una dimensione funerea e priva di bagliori luminosi. La batteria viene completamente lasciata da parte in questo primo frangente, per poi subentrare dopo l'oscura introduzione in concomitanza con un certo cambio umorale del brano, che porta alla luce un guitar work elettrico e un urlo animalesco di reminiscenza quasi infera. Il brano si movimenta, caricandosi di una evidente tensione. Quasi al minuto e un quarto subentra un ottimo lavoro di chitarra, evocativo e trasognato, che ci porta in breve alla voce del mastermind, che anche stavolta ci offre un testo giocato su emozioni puramente introspettive. In questo caso l'argomento trattato è il rapporto che unisce due persone, due amanti (indicativo in tal senso il passaggio che recita "subisci il mio cuore") che sono accomunati da un indicibile tormento interiore. Le due persone sono descritte come sofferenti, lancinate dal dolore per una causa non meglio specificata, che potrebbe avere relazione con qualcosa di reale, o potrebbe essere solo un indescrivibile spleen interiore. Fatto sta che i due si sostengono a vicenda, e l'elemento maschile (al solito azzardiamo essere l'alter ego di Sforza) fa affidamento all'elemento tempo per curare le loro ferite e sedare i dolori delle loro anime dissestate. Nel mentre il brano continua su coordinate ansiogene, cariche di tensione: la batteria rintocca colpi velocemente, mentre la chitarra si prodiga in un lavoro quasi atonale, freddo, capace di gelare il sangue. Superati i due minuti abbondanti, il lavoro di chitarra si fa più variegato, comunque non distaccandosi dagli schemi definiti in precedenza. Si prosegue senza voli pindarici, trainati dal lavoro notevole di chitarra e dalla voce lacerata del singer, sino ad un break che irrompe prepotente al quarto minuto: il guitar work si spegne in fade out lasciando spazio ad un intarsio acustico inizialmente semplice ma efficace, reiterato in maniera mantrica, quindi evocativo e suadente. Una declamazione furente del singer riporta quindi il brano su binari più fragorosi, cupi ma avvolgenti. Subentra un riffing quasi marziale (grossomodo verso i sei minuti) che conferisce una certa pesantezza all'andamento del pezzo, quindi si ritorna su binari moderatamente più veloci, già evinti in precedenza. Ancora un brano lungo, dall'incedere ragale, e ancora un volta un pezzo da applausi, dall'aspetto melodico che toglie il respiro.

Cold (Return to Nowhere)

Il cammino in questa landa desolata e smorta continua con l'intermezzo "Cold [Return to Nowhere]" (Freddo [Ritorno al Nulla]), uno strumentale caratterizzato da un intarsio acustico pieno di livido, cianotico splendore invernale. Un giro di chitarra pennella scenari colmi di desolazione mentre sullo sfondo soffia imperterrito un vento proveniente dalle gelide lande del nord. A imperare sono mestizia, tristezza. Non vi è alcuno spiraglio di luce, nulla di rassicurante. Solo un ammorbante colore bluastro. Il colore del ghiaccio e dei morti.

Dust

Il brano "Dust" (Polvere) prende il via con un lavoro strumentale di raro pregio, magnificato da un ottimo giro di chitarra e solleticato da dosatissimi rintocchi di batteria, capace di creare grande atmosfera in tutta questa prima parte. Quasi al minuto e venti, a seguito di un urlo ferale, entra in campo la voce che, aiutandosi con la solita impostazione piena di sordida disperazione, ci porta al cospetto di un testo immerso ancora in pantani introspettivi: stavolta tutto è imperniato attorno alla desolazione di un uomo la cui mente sembra particolarmente turbata. Si può parlare di questi come un folle, o di un visionario, ma in realtà chi scrive propende per altre spiegazioni (a cui arriverò a tempo debito). Fatto sta che nella sua mente si susseguono immagini strane, particolari: intorno a lui tutto sembra sprofondare, e lui non riesce a reagire, mentre nel silenzio svanisce anche lui, insieme al ricordo di ciò che è. Ci vuole poco per decifrare quanto viene abbozzato, interpretato inizialmente come il delirio di un pazzo. In realtà l'uomo è consapevole del suo fallimento e conseguente disfacimento, e forse è possibile trovare relazioni con il tempo che passa e non tornerà più. Avrebbe potuto fare altre scelte, ma ora è tardi, e non può fare altro che constatare lo spettro della miseria che si concretizza nella sua mente come una voragine in procinto di ingoiarlo. Tanta poesia come sempre. Ad accompagnare tanta poesia un lavoro musicale di indubbio pregio: eravamo rimasti al subentrare della voce, accompagnata da un riffing estremamente immaginifico che stabilizza il brano su ritmi mediamente lineari (almeno in tutta questa prima parte) non fosse per alcuni frangenti più "morbidi" screziati dalla voce in clean che spezzano la tensione regalandoci momenti maggiormente distesi. A tre minuti e trenta il riffing si spegne in fade out portandoci dunque ad un cambio di registro: subentra una parte acustica, molto soft e dal carattere quasi autunnale, inizialmente strumentale, quindi abbellita dalla voce in clean di Sforza. Proseguendo, la trama strumentale si rinvigorisce alimentandosi di un surplus di acredine, in breve la batteria inizia a sciorinare colpi veloci mentre la chitarra pennella un riff deciso e destabilizzante. Superati i sei minuti i ritmi calano misuratamente d'intensità (comunque mantenendosi su livelli abbastanza tesi) facendo scivolare il brano in un corazzato mid tempo. Nella coda finale si ritorna in seno al riff portante (quello sciorinato nella parte iniziale del brano) per chiudere nellamagnificenza.

The Loss

L'ultimo brano, intitolato "The Loss" (La Perdita), viene introdotto da un ricamo di synth estremamente evocativo (che solletica lidi ambient senza soffermarvisi) presto inserito in un frangente più ritmato ma lento e depressivo. La chitarra, aiutata da sparuti colpi di batteria, pennella giri armoniosi ma colmi di una indescrivibile mestizia. Oltrepassati i due minuti interviene la voce, strozzata, che si lascia andare a parole colme di amarezza. Il testo stavolta è molto breve: non solo è il più breve del lotto, ma risulta estremamente conciso, quasi fosse un haiku. Il protagonista ripensa amareggiato (gli occhi colmi di lacrime) alla donna della sua vita, ai suoi occhi, e la memoria lo riporta a quando la sua mano e quella dell'amata si potevano ancora sfiorare ("Queste lacrime sono cristallizzate/ Un istante per intrappolarle nel tempo/ Non dimenticherò mai i tuoi occhi/ La tua mano che ricerca la mia."). Pochi versi ma dall'impatto enorme, data la loro capacità di suscitare emozioni, di farci provare un assaggio dell'infinita malinconia del protagonista. A volte poche parole ben piazzate sono più efficaci di testi chilometrici, che non di rado possono risultare "fuori fuoco". Tornando alla parte prettamente musicale si nota come il brano rimanga cristallizzato entro movenze lente e annichilenti. Il tutto prende forma entro connotati doom, dagli slow-tempo pachidermici, capaci comunque di colpire al cuore l'ascoltatore senza risultare snervanti. A quasi quattro minuti e venti fa capolino un raggelante growl che sembra pescato direttamente da qualche disco funeral doom: un elemento aggiuntivo di gran pregio perfettamente piazzato nel contesto generale. E si passa dunque al fulcro più funereo della traccia, in un passaggio che sembra scivolare senza mezzi termini in un nero, bituminoso pantano. Pochi istanti di oblio, poi si ritorna sulle coordinate principali (il ricamo strumentale evinto per buona parte del brano) che trascinano il brano lividamente, illuminato una fioca luce mortuaria, verso la fine. Un capolavoro pennellato su toni plumbei, invernale, dall'odor di catacombe dimenticate dal tempo, capace di regalare infinite emozioni.

Conclusioni

Arriviamo dunque alla fine, e immagino si sia ampiamente capito che le impressioni suscitate sono ben più che positive. Parlando di I:Cold si parla di un piccolo capolavoro capace di regalare sensazioni incredibili. Una gemma destinata non solo agli appassionati del doom/death (o del black/doom dato che qualcuno sembra cogliere con evidenza eventuali elementi black), ma a qualsasi appassionato di musica metal ben composta, ben suonata, capace di regalare emozioni. Ma è ancora limitante: questo disco va consigliato a chiunque ami il metal, perchè è raro vedere un parto discografico di tale spessore, in un panorama, quello attuale, che spesso vive di dischi senza grande ispirazione o senza cuore, fatti per vendere o creati con lo stampino. Qui non vi è nulla di tutto questo (men che meno lo "stampino", dato che al primo disco non vi può essere autoriciclo e Sforza si è ben tenuto alla larga dal citare [o peggio ancora clonare] qualche altra band), solo un disco - il primo! - composto egregiamente, forte di un lotto di brani incredibili in cui non è contemplato il concetto di filler. Brani dotati di una forza unica, in cui gli strumenti pennellano sapientemente scenari tetri, mesti, romantici (alla sturm un drang, non alla Harmony), decadenti e capaci di colpire l'ascoltatore trascinandolo in quelle atmosfere, catturandolo in spire torbide e lascive dalle quali è difficile distaccarsi. E sfido io, data la forza dei brani, a non avere la tentazione di riascoltare il disco due, tre, quattro volte o anche più (per me è stato così). Tutto questo grazie ad un "fattore ispirazione" davvero innegabile perché, se è pur vero che le capacità tecniche fanno molto, se manca un certo feeling con Euterpe (musa della musica) il disco non centra in maniera completa l'obiettivo. Ma qui, a parte il palesarsi di una certa componente tecnica (senza comunque rifugiarsi in sterili "tecnicismi" di maniera), nonostante sia una one-man-band, è evidente che l'ispirazione ha giocato ampiamente il suo ruolo. Dunque partendo da una disamina puramente musicale vediamo come il disco in questione ne esca decisamente trionfante. Ma non è finita, dato che la musica è solo una parte, per quanto importante, nella totalità di un disco. L'apparato testuale gioca un ruolo ugualmente indispensabile, e qui le liriche sono davvero grandi esercizi di poesia: in questo fulgente gioiello di arte musicale è facile evincere - considerando che ne ho ampiamente parlato nell'analisi traccia per traccia - come i vari pezzi trattino argomenti quali la morte, la depressione, la malinconia. Un plot ampiamente sfruttato da miriadi di gruppi più o meno famosi. Per quanto, data l'innegabile capacità di scrittura di Sforza, qualsiasi sentore di banalità è in questo caso tenuto alla larga. Ogni argomentazione trattata è magnificata da una poetica intensa, dotata di inesprimibile efficacia, e almeno in un paio di casi si rasenta il capolavoro assoluto: parlo ovviamente delle liriche de "La Nave" e del quasi-haiku di "The Loss", che sembrano scritte da un verseggiatore di professione, tra l'altro in un momento di estatico rapimento. Parlare della morte o del "distacco" in una simile maniera non è cosa comune, e anche nell'ambito metal, tra i dischi dello stesso genere, non è scontato trovare parole così sentite e toccanti. Solo la scrittura meriterebbe il massimo dei voti. Nota a margine per la cover art, bella e semplice: un volto umano virato su toni bluastri, "graffiato" e incorniciato nella parte destra, e alla sinistra, su toni chiarissimi (risultano appena visibili le fronde di alcuni arbusti) il monicker e il titolo del disco. Tutto funziona a meraviglia, non c'è neanche mezza cosa fuori posto. Evito di premiare con il massimo dei voti dato che non è mia consuetudine al primo disco, ma considerate il voto elargito come se lo fosse. Se cercate una forma di perfezione la troverete qui. E speriamo che Sforza possa, insieme ad una futura eventuale band (al momento, come sottolineato in precedenza, è l'unico membro rimasto) tirar fuori decine di dischi come questo. 

1) Intro/In Between
2) La Nave
3) In Gloom
4) Cold (Return to Nowhere)
5) Dust
6) The Loss