ARMORED SAINT

Win Hands Down

2015 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
03/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"La Raza" sottolineava un evidente cambio di direzione, a metà tra vecchio e nuovo, presentando uno stile totalmente diverso da quanto ascoltato prima. L'Heavy Metal puro e diretto al quale gli Armored Saint ci avevano abituati diventava, nel sesto capitolo discografico della band, un hard rock influenzato dal grunge e dal rock alternativo, per un'esperienza del tutto inedita che, all'epoca della pubblicazione, aveva sorpreso molti vecchi fans. Un disco nel quale si diminuiva la potenza recuperando però in freschezza e, nonostante tutto, la band ne era uscita vincitrice, perché riusciva a reinventarsi, rinnovandosi ma senza perdere i tratti essenziali della propria forma artistica, continuando imperterrita un percorso iniziato quasi trent'anni prima. "La Raza", nonostante alcuni punti deboli, era il risultato di anni di evoluzione ma anche di scissioni e di reunion, al pari di una telenovela, che aveva coinvolto i singoli membri fino al 2010; eppure, tralasciando i tira e molla, il lungo periodo di pausa, la crisi del mercato, una cosa era chiara a tutti: la band aveva ancora una grinta pazzesca e il disco era dotato di anima, risultando a tutti gli effetti un prodotto genuino e soprattutto vero. In tal caso, la reunion degli Armored Saint era stata accolta con entusiasmo un po' da tutti e l'album era stato un successo di vendite, sicuramente più che dignitose nel 2010. Finalmente, il nome della band era tornato attivo e i gloriosi Armored Saint erano di nuovo tra noi, pronti a riconquistarsi una grossa fetta di mercato, suscitando notevole interesse nel mondo dell'heavy metal, e decisi a proseguire, senza più interruzioni, il loro trionfale cammino. Dopo il relativo tour (solo negli U.S.A.) di supporto all'album e l'apparizione al Fillmore Teather di San Francisco, nel dicembre 2011, per festeggiare il trentesimo anniversario di carriera degli amici Metallica, i cinque musicisti si erano presi un breve periodo di pausa per riordinare le idee. Così giungiamo in tempi recenti, nel 2014, quando la band si ritrova negli studi della Metal Blade per scrivere nuovo materiale. Ci vogliono più di un anno e ben tre studi di registrazione diversi, sparsi per la California, per mettere a punto il nuovo lavoro; ma quando, il 2 giugno 2015, esce "Win Hands Down", il pubblico e la critica sono in visibilio. La nuova fatica targata Armored Saint mette d'accordo tutti quanti, puntando sul classico sound della band e perciò riprendendo lo stile che li ha resi grandi in passato, dimenticando gli esperimenti più recenti e tornando a comporre purissimo Heavy Metal. Ma il nuovo album non suona di certo vecchio o stanco anzi, la freschezza compositiva è palpabile, le trame strumentali si fanno più complesse, allungando il minutaggio dei singoli brani e rendendoli più appetibili, tanto che i nostri sembrano dei giovincelli per quanto riguarda aggressività e ispirazione. Insomma, passione, classe, potenza e produzione brillante (ad opera del solito Joey Vera), unite a testi impegnati e ad un gusto melodico eccezionale, sono gli ingredienti di questo settimo lavoro in studio, composto da nove brani dalle elaborate strutture musicali destinate a fare la gioia di vecchi e nuovi ascoltatori. Un lavoro che riscuote grandi consensi entrando addirittura nelle classifiche di mezzo mondo e vendendo benissimo (si stima più del doppio del precedente album), riportando in auge un nome tanto importante in ambito hard 'n' heavy quanto sottovalutato. La sfortuna che ha funestato pesantemente il cammino della formazione americana sembra oggi svanita e il Santo Corazzato, dimentico delle appariscenti copertine fantasy e delle pose da duri degli anni 80, sostituite da artwork più sobri e da videoclip più adulti, è ancora tra noi per regalare lezioni di grande musica sia alle giovani band che a molti dei loro storici (e ben più blasonati) colleghi. Per quanto riguarda la formazione, quest'ultima rimane la stessa apparsa in "La Raza": abbiamo quindi John Bush alla voce, Phil e Gonzo Sandoval rispettivamente alla chitarra e alla batteria, Jeff Duncan alla seconda chitarra e Joey Vera al basso.

Win Hands Down

Si parte con la title-track "Win Hands Down (Vinco A Mani Basse)", la quale è anche il singolo di lancio, corredato da un videoclip dalla bella fotografia verdognola, che mette subito in evidenza le coordinate stilistiche che prenderà il disco. Le sferzate hard rock e blues riscontrate nel precedente album sono un pallido ricordo, qui si fa sul serio e si spinge sull'acceleratore, il Santo Corazzato è tornato più carico che mai a insegnare a tutti come si suona heavy metal. Una cascata di riffs ci sbatte a terra, Sandoval e Duncan affilano le armi e si lanciano in una cavalcata metallica dalla potenza inaudita. Gonzo picchia come un demonio e Joey Vera esegue una serie di tenebrosi accordi. L'heavy metal della band ripesca qualcosa dal passato ma si modernizza, risultando fresco e incisivo più che mai. Si denota subito una trama più complessa del solito, non ci troviamo di fronte a canzonette brevi e snelle ma più che altro composte da più sezioni che ne allungano il minutaggio e le rendono articolate. Le strofe sono particolari, infatti il brano è strutturato su due strofe soltanto ma che sono molto lunghe e costituite da due parti ben distinte, la prima più cattiva e la seconda più melodica che fa da ponte per il graffiante ritornello. Bush è leader indiscusso, passano gli anni ma la voce resta come quella di trenta anni fa; il singer ancora scalpita dietro al microfono, urla, graffia, si inerpica verso tonalità alte senza il minimo sforzo, segno che è perfettamente in forma, così come la sua band, sempre preparata, sempre tecnica, sempre ispirata. Quello che ascoltiamo è un consiglio a tutti i vecchi amici, cioè quelli che sono nella merda e che quotidianamente cercano di sopravvivere alle difficoltà della vita. Ancora e come da tradizione Saint, troviamo la velenosa penna dei Nostri, sempre critici nei confronti della realtà in cui viviamo. E in questa realtà c'è solo un modo per sopravvivere: combattere, prendere a calci il nemico, girare con gli occhi ben aperti ed essere furbi, come nel gioco d'azzardo ritratto in copertina dell'album. Ed è proprio il bell'artwork a venire in mente quando Bush intona il refrain, melodico ma dal retrogusto cinico, amaro come la vita stessa, nel quale grida di picchiare forte, se necessario corrompere, barare pur di vincere senza fatica, a mani basse. La brillante produzione mette in risalto ogni sfumatura del lavoro dei singoli membri, specie nella sezione che segue, frammentata da un precisissimo e fulmineo assolo di Duncan che fa da ponte con la seconda strofa, dove i nostri protagonisti ritrovano la rabbia di un tempo, una grinta giovanile e l'animo degli avventurieri. Tanto c'è sempre l'inferno da scontare, ma almeno così facendo ci si diverte pur trovandosi con l'acqua fino al collo, e allora ecco che prende vita l'immagine di un gruppo di banditi che gioca d'azzardo, picchia, ruba, inganna, perché questa è la loro legge in un mondo senza leggi. Siamo a metà pezzo ed il testi è concluso, eppure la band crea un'evoluzione incredibile, mettendo in mostra classe e tecnica che potranno far impallidire i colleghi. Gonzo spinge sull'acceleratore, velocizzando tutta la sezione ritmica come fosse un tornado, con le chitarre e il basso in prima linea, dunque uno stacco improvviso e la musica si trasforma in una dolce cantilena sulle delicate note in sottofondo di Phil Sandoval e accompagnate dai sussurri di John Bush. L'effetto è straniante, quasi alieno, un po' psichedelico, poi la foga riprende con il terzo imponente assolo di chitarra elettrica da parte di Jeff Duncan che culmina nei fraseggi finali accanto alla seconda chitarra. Infine, si riprende il chorus e si chiude un pezzo stratosferico.

Mess

La grinta accumulata però è destinata a proseguire con "Mess (Confusione)", introdotta da un drumming possente e da un riffing violento che si snoda tra heavy classico e groove moderno. Bush è malefico e la sua voce risulta ancora più luciferina grazie a strani effetti di sottofondo che la modifica e la accompagnano in alcune parti. Anche qui, troviamo una costruzione del brano molto particolare, perché si tratta di una struttura che si evolve continuamente, passando da un verso possente ma piuttosto pacato nell'andamento a un secondo verso, studiato anche per fare da pre-chorus, dove il ritmo si intensifica ed emerge anche una orecchiabile melodia. Ovviamente, la confusone di cui parla il testo è riferita al mondo e alla popolazione, vista come agricoltori che hanno piantato e coltivato semi cattivi facendo un auto-scaccomatto (sempre per utilizzare un termine da gioco). Il verdetto è sempre lo stesso e noi non abbiamo imparato nulla dalla storia, tant'è che succedevano disastri nei secoli scorsi e succedono disastri ancora oggi, e sempre per lo stesso motivo: la razza umana. Oggi, le cose non sono poi tanto diverse dal passato e noi siamo condannati, proprio per la nostra sciocca condizione mentale, all'autodistruzione e al caos. Il ritornello è trascinante, poco melodico ma molto suggestivo, suddiviso in due parti e che dal punto di vista lirico sono l'emblema della filosofia nichilista degli Armored Saint: viviamo in un mondo di rifiuti, la nostra cultura è dedita al disordine e ci annienteremo a vicenda. Dopo questa botta di ottimismo passiamo a una visionaria parentesi strumentale che parte con un muscoloso giro di basso, passando poi per un riff sincopato di chitarra, e infine una rullata di batteria supportata dalle tastiere dell'ospite Eric Ragno (Steve Grimmett, Seven Witches, Frost) che donano al pezzo un'atmosfera esoterica e dal sapore mediorientale. Phil Sabdoval esegue un riff potentissimo, lanciando tutta la sezione ritmica, che riprende vigore e sulla quale Bush e compagni, in coro, gridano la parola "Waste" (Rifiuto), quindi Jeff Duncan si prende la scena con un grande e lisergico assolo. Abbiamo il tempo per l'ultima quartina che narra di una generazione di eroi grassi e stanchi che si mangiano tutto lungo il proprio cammino, e con il termine Eroi si identifica ironicamente una classe specifica: politici, monarchi, imprenditori, insomma uomini di potere che reggono le redini delle società mondiali. Feroce è la critica contro questi ultimi e contro il sistema che loro regolano e permettono, soffocando così li idee genuine e i sentimenti dei puri di cuore.

An Exercise in Debauchery

La piega presa sin dall'inizio dell'album e la vena sarcastica e amara si concentra anche in "An Exercise in Debauchery (Un Esercizio Di Dissolutezza)", eloquente titolo per un brano dall'incedere maestoso con un attacco potentissimo molto vicino al thrash metal. Il martellante groove moderno qui raggiunge il suo apice, sorretto dal magico basso di Joey Vera che pompa oltre ogni limite, come fosse una molla, ricordando qualche lavoro anni '90 firmato Overkill. Ma tutta questa cattiveria imperante si smorza quando Bush inizia a cantare, creando un gioco che alterna parti di sola voce ad altre di soli strumenti. A differenza degli altri brani, questo ha una struttura più canonica e lineare, con l'alternanza di strofe, pre-chorus e ritornelli, suddivisi in tre blocchi quadrati e belli solidi. Ciò non significa che i nostri cinque musicisti non riescono a sorprendere, poiché anche in questo caso non abbiamo che da gioire data la magnificenza della traccia. Si parla uomini che giocano con i destini degli altri, probabilmente politi o comunque persone importanti, quelle che non hanno mai direttamente ucciso nessuno ma che hanno ferito tante persone e che spesso sono etichettate come un somari, ipocriti, allontanati, schifati, insultati da tutti e dovrebbero essere divorati dalla vergogna. Ma dietro la vergogna loro si rigenerano, comandano, giocano come se tutti noi fossimo marionette. Il pre-chorus prosegue su questa scia piena di acredine, la melodia ogni tanto fa capolino pur restando piuttosto dura, perché questo non è un pezzo solare, ma il grido di protesta contro un pianeta dominato da viscidi pervertiti che tendono a mascherare la verità e a tenere nascosti sporchi segreti che potrebbero anche condannare l'umanità intera alla distruzione. L'acredine raggiunge uno spessore maggiore quando giunge il rabbioso ritornello, Bush si fa portavoce della povera gente e le sue urla rappresentano il disgusto verso questi individui e la disperazione della nostra condizione. E' un esercizio di dissolutezza quello a cui stiamo andando incontro per colpa dei soliti noti, di quegli stessi asini che ci comandano e che ci porteranno alla catastrofe. L'ira scaturita dalla parole trova riscontro anche nella base strumentale dal sentore ipnotico e dalla foga degli strumenti che sembrano scalciare. Duncan si esibisce in un solo caotico, nervoso, che rende bene il sentimento principale che domina la canzone, dunque si riparte con la seconda strofa dove si invoca a gran voce di uscire da questa situazione ma è talmente difficile perché ormai ne siamo schiavi, ne siamo dipendenti, come fosse una droga che ci divora il cervello e ci spegne ogni idea di libertà. Molti, inoltre, sostengono che lavorano per migliorare questa condizione e di agire per il bene della comunità non rendendosi contro che per affrontare seriamente i vari problemi bisogna scendere alle radici, da dove tutto è iniziato, ed estirpare il male da lì. Duncan riparte con un altro assolo, lasciando poi spazio al compagno Sandoval in un'ideale battaglia a suon di riffs, Gonzo rallenta il ritmo e allora Vera si erige col suo basso creando frenetiche pulsazioni che vanno a inserirsi tra i soli di chitarra in un Sali e scendi fenomenale. La sequenza strumentale è intensa, profonda, e di lunghissima durata, dove ogni singolo musicista ha modo di dimostrare il proprio valore ritagliandosi uno spazio specifico. Emergono delle voci robotiche in sottofondo ed ecco il possente bridge dotato di una melodia spaziale e che mette in evidenza il dolore provato nell'osservare tutto quello che ci sta capitando, ma questi stronzi si nascondono nell'ombra, lontani dalla luce del sole, nascondendosi assieme allo loro scomode verità, ma tutti loro sanno che devono guardarsi le spalle perché la vendetta è sempre dietro l'angolo e la pazienza della gente ha un limite. 

Muscle Memory

"Muscle Memory (Memoria Muscolare)" parte in maniera sommessa con delicati arpeggi e sinuosi giri di basso che si prendono un minto pieno, poi Bush esordisce con voce pulita e morbida intonando una lunghissima e sognante strofa che dona un po' di speranza all'interno del leitmotiv lirico, un timido sorriso compare sul volto del nostro protagonista, il quale vuole credere ancora nella gente, nella bontà dell'uomo, anche se i suoi stati d'animo oscillano come un pendolo tra disperazione e serenità. Il suo cuore è puro, buono, e magari anche un po' ingenuo, ma egli asserisce che non bisogna cedere, bisogna continuare a combattere e non arrendersi mai. Il pre-chorus prosegue su questa scia, il cui sentimento di incanto viene accresciuto dall'inserimento di cori che contornano la voce di John Bush, poi da questa ambientazione celestiale scaturisce un eccitante ritornello, sicuramente potente e dal piglio melodico nel quale si enfatizza l'individualità, il fisico unito alla mente per continuare il proprio percorso, per non preoccuparsi di nulla, ignorando i problemi. Il corpo viene fatto a pezzi, la mente esplode, la realtà picchia duro come un pugile ma alla fine le cose importanti sono poche e vanno cercate, senza lamentarsi, così bisogna essere forti prima di cadere in ginocchio. Inizia così una parentesi diversa, per una progressione che ha dell'incredibile e che riesce a trasformare un singolo brano in più parti, perciò abbiamo un bridge abbastanza melodico dove viene sottolineata la fierezza con cui si va incontro ai problemi della vita, portandola come fosse un distintivo sul petto, e che ben presto cambia direzione evolvendosi in un mid-tempo concentrato tutto sulla potenza del drumming. I due axe-men si alternano facendo due assoli incredibili che si spengono quando emergono le tastiere, allora Bush torna a cantare, sempre circondato da cori in controtempo, per la coda finale, nella quale si recupera fiducia nelle persone, raffigurata come la rete di protezione per un funambolo intento a camminare su una corda da una cima all'altra. Non servono altre distrazioni, non bisogna cedere alla tentazione, bisogna rimanere concentrati e proseguire il tragitto indicato da questa corda sospesa, evitando di cadere giù. Con un abile metafora circense, la band descrive la vita, e se le linee melodiche del pezzo non convincono pienamente, il testo equilibra il tutto. Va necessariamente compiuto un piccolo excursus per spiegare comunque il titolo del brano, il quale fa riferimento ad un particolare tipo di memoria; nel dettaglio, quella che permette ad una persona di memorizzare istantaneamente un movimento e di riprodurlo in maniera fedele al 100%. Una procedura particolarmente affinata dagli artisti marziali e dai ginnasti. 

That Was Then, Way Back When

"That Was Then, Way Back When (E' Stato Dopo, Durante Il Ritorno)" è uno dei brani migliori del disco, una cavalcata heavy metal che affonda le radici negli anni 80 e dove ogni singolo strumento è impennato, le chitarre producono riffs a profusione, il basso di Vera è imponente e Gonzo è un demonio. Un brano tritasassi che accresce d'intensità e che si velocizza  col passare dei secondi, incentrato sul delicato tema dell'esibizionismo, una tematica piuttosto moderna, e infatti nel testo compaiono termini che sono entrati nel nostro vocabolario soltanto da pochi anni, come ad esempio Facebook. Il mondo si è trasformato in una piazza dove tutti mettono in mostra se stessi attraverso la condivisione di foto e di pensieri, si ha l'esigenza di mostrarsi in tutti i modi, di apparire per diventare celebri senza fatica. Sembra di essere in un reparto psichiatrico, quando invece i nostri preferiscono relazionarsi con le persone, conoscerle dal vivo, come si faceva una volta. Forse è l'età ma non si capisce tutta questa esigenza di rapporti virtuali, molto spesso finti e nel sottolineare questo Bush urla nel dirompente pre-chorus che qualcuno lo conosce, qualcuno lo ama, qualcuno lo stima anche senza aver bisogno di Internet e dei vari social network, perché lui è una persona in carne ed ossa. Ma lo sfogo non è finito, perché incomincia il furioso refrain; qui l'uomo si perde di proposito perché ha bisogno di restare solo, lontano da questi meccanismi che lo conducono alla follia e, infatti il testo recita: "E' stato dopo che mi sono perso di proposito in modo da poter essere ritrovato.. e durante il ritorno mi sono perduto ancora per poter essere ritrovato di nuovo", proprio per sottolineare questa antipatica condizione moderna e la voglia di scappare da tutto quanto, cercando invano di perdersi. Si prosegue con la seconda parte della canzone e riemerge con prepotenza la nostalgia del passato, visto come un'epoca migliore, più vera, quando ancora si usava scrivere lettere, fare telefonate al telefono di casa e si prospettava un futuro migliore. Arriva il bridge diviso in due parti, una cantata a squarciagola e dal ritmo violentissimo nel quale tutti i dispiaceri sollevati dall'età e dalla nostalgia che rode il fegato sono affogati in un bicchiere d'alcool, e l'altra, dal ritmo blando, parlata (quasi "rappata") da un Bush ormai sconfitto dal peso degli anni e che si sente vecchio per questa società che va troppo di fretta e si sente come quegli anziani che ancora oggi raccontano di tempi lontanissimi e di storie di guerra di qualche decennio fa. Il ritmo si fa cadenzato, basso e batteria duellano, poi lasciano spazio alle chitarre e a una serie di fraseggi meravigliosi, conditi da due assoli selvaggi e molto tecnici da parte di Jeff Duncan. Il tempo cambia ancora e ritorna la cavalcata heavy metal per incorniciare la parte finale, e allora torna il ritornello, decorato dai cori degli altri membri della band e così emerge la consapevolezza di essere stato ritrovato; la fuga è durata poco, perché è difficile fuggire da questo mondo, dalla modernità e da tutto ciò che comporta. 

With A Full Head Of Steam (Con Una Testa Piena Di Vapore)

"With A Full Head Of Steam (Con Una Testa Piena Di Vapore)" poggia sulle sensuali linee di basso, la cui l'introduzione è semplicemente fantastica e fa presagire una traccia intimista, una ballata, che invece inganna l'ascoltatore visto che appena dopo quaranta secondi il tempo cambia e si trasforma in una bomba veloce e famelica sulla scia del brano precedente. Anche qui siamo davanti a pura dinamite, un pezzo heavy metal sparato al massimo volume dove il vocalist divora praticamente due lunghe strofe in pochissimi secondi talmente canta veloce, seguendo il ritmo vorticoso imposto dalla sezione ritmica guidata da Gonzo. La scoraggiamento e la disillusione torna ancora una volta protagonista delle liriche, indicando che la vita è una corsa, uno sprint finale che si brucia in fretta lasciando senza fiato. L'esistenza è una via tortuosa che prosegue attraverso curve e colline. Ma alla fine cosa si ottiene? Nulla per cui valga la pena vivere, e ci si ritrova sepolti e decomposti in un campo di fiori profumati. La vena nichilista e pessimista è predominante in questo testo, ma ciò funge da motivo di sfogo e di incazzatura che è alla base della musica suonata. Il ritornello è il proseguimento delle strofe, tanto è simile e vorace, ma possiede qualcosa in più, ovvero dei cori a supporto che rendono il tutto più indolore. La terra è contaminata ma ci sono persone pure, dall'animo incontaminato, dal cuore ardente, dalle passioni intatte, dalla menti piene di vapore e libere dal peccato che ci continuano a vivere nella speranza di un futuro migliore. Dopo un breve assolo inizia la seconda parte, identica alla prima, ma qui troviamo una sorpresa, ovvero un nuovo ospite, Pearl Aday, vocalist femminile che qui duetta col prode John Bush descrivendo un mondo difficile in cui vivere e che conduce perfino al suicidio. Meglio morire che fallire, lasciando magari spazio a qualcuno più fortunato e allora si preme il grilletto e si lascia il corpo in balia della corrente del selvaggio fiume che scorre tra le colline della vita. Il piglio moderno emerge nel break centrale, quando le chitarre si dimenano creando forsennati vortici metallici, dunque torna la calma apparente dominata dal basso di Vera e dai colpi sincopati della batteria di Gonzo. Aday fa dei gorgheggi, cullando l'ascoltatore prima dell'ennesimo assolo, questa volta più sentimentale e morbido, che lancia l'ultimo ritornello che chiude questo strepitoso e magico pezzo dalla potenza e dalla classe uniche. Roba che molte band farebbero carte false per una avere nei propri album una composizione del genere. Fottuto heavy metal, testi maturi, band in formissima, cosa si può pretendere di più?

In An Instant

Si passa a "In An Instant (In Un Istante)", il pezzo più lungo dell'album, sette minuti e mezzo che alternato momenti acustici ad altri vigorosi. È proprio un arpeggio ad aprire questa splendida canzone, con Bush sognante nei panni del narratore che ci consiglia di cogliere l'attimo e di prendere un profondo respiro per affrontare l'effimera vita alla quale siamo costretti. Subito la base strumentale si rafforza e parte la prima quartina, l'andamento è medio ma è tosto, molto roccioso, dove il testo è invaso da domande esistenziali, pensieri che ognuno di noi si pone per combattete la fragilità della nostra esistenza. In breve, ecco il ritornello, non troppo entusiasmante a dire il vero, che tratta del rimpianto, di ciò che è ormai uscito dalla bocca e che non può essere rimangiato. Ritorna l'arpeggio Phil Sandoval e poi la calda voce di Bush che racconta che bisogna fare di tutto pur di afferrare la vita per le palle, di vincere le paure e resistere alle tentazione per non essere plagiati, poi, mentre la sezione ritmica riprende quota nel grintoso e melodico pre-chorus (la parte migliore del pezzo), il pessimismo cosmico prosegue tra le liriche, attraverso le quali si ribadisce il concetto di fugacità della vita e fragilità del corpo umano. La vita è imprevedibile e in un istante tutto può cambiare drasticamente. Gonzo comincia a scalpitare dietro le pelli e offre l'occasione a Duncan di accennare un veloce assolo che si smorza quasi subito perché arriva il bridge dove Bush canta incazzato alzando la voce e dove Joey Vera si dimena al basso a sottintendere che tutti noi dobbiamo affrontare un percorso, abbiamo delle fermate e dobbiamo cercare di prendere il treno giusto per non perderci. Suona retorico ma è così e la band lo sa bene. Jeff Duncan, a questo punto, è pronto a scatenarsi e infatti si lancia in un solo fenomenale, dunque mentre questo è intento a scuoterci a dovere, Sandoval si accosta con un riffing serrato sul quale poi Bush grida di combattere, di sferrare calci e pugni alla vita, di abbatterla per poi rinascere, ricostruirla da capo. Il ritmo vorticoso degli strumenti è in crescendo, i fraseggi dei due chitarristi ci danno dentro e allora si ricomincia dalla strofa, questa volta potenziata nella quale si ripetono le stesse parole dell'apertura ma è qui che succede qualcosa di inaspettato, perché la strofa, a differenza di quanto accaduto prima, poggia su una base strumentale potentissima, mentre il pre-chorus ora viene costruito sull'arpeggio dell'inizio, risultando quindi più delicato. Il refrain è più morbido del solito e viene prolungato a dismisura con all'accompagnamento di riffing e drumming tipicamente heavy e l'ultimo sublime assolo di Duncan. Il tutto si chiude con l'avvertimento più grande gridato e ripetuto più volte dal vocalist, ovvero quello di restare sempre se stessi, anche se spesso risulta impossibile. 

Dive

"Dive (Immersione)" è il brano che non ti aspetti dagli Armored Saint, perché è meditativo e psichedelico, sorretto da esoteriche tastiere che ci accompagnano in territori oscuri e ci cullano tra le note di questa ballad, una delle pochissime mai composte dalla band. Tastiere voce per una melodia pazzesca e un testo intimo che parla di un uomo seduto alla finestra e che guarda con sguardo perso di fuori, osservando il panorama e il mondo esterno che ruota, mentre lui si è costretto a restare imprigionato dentro casa e a perdersi il meglio. La sua mente è perduta, svuotata, ed egli non cosa deve fare per andare avanti. Tre semplici strofe, delicate al punto giusto, poi ne arrivano altre ma costruite su chitarre acustiche e sulla batteria quasi impercettibile. Duncan esegue degli effetti estranianti che contrastano un po' con gli arpeggi di Sandoval, trasmettendo una sensazione di smarrimento e di nervosismo, ricordando molto da vicino alcuni brani degli Alice In Chains o dei Nirvana. La testa si trasforma in un labirinto popolato da topi che corrono di qua e di là alla ricerca del formaggio, tanto ormai il corpo è soltanto un involucro destinato a decomporsi. Il refrain è delicato quanto i versi stessi, la voce di Bush è limpida e soffice, quasi angelica, che intima di uscire fuori, farsi avanti, smettere di fingere e di riattivare il cervello. L'andamento è lento, ipnotico, liquido, astratto, e dona poesia e profondità alla canzone. Duncan esegue un sensuale assolo che si staglia al di sopra della chitarra acustica di Sandoval, mentre emerge con forza il basso di Vera, dopodiché si riprende il ritornello che sfuma nel silenzio ricordando a tutti di immergersi nelle acque dei proprio pensieri, di essere coscienti e di non rimanere passivi davanti a tutto. Questa è una ballata ottima, sensibile e profonda al punto giusto, un blocco melodico statico e privo di grossi scossoni che offre una breve pausa dal trambusto generale del disco.

Up Yours

Una parentesi suadente che ci ammalia con la sua morbidezza e che ci prepara psicologicamente all'ultimo atto di questo "Win Hands Down", intitolato "Up Yours (Fottetevi)", insulto in slang americano utilizzato spesso al posto di Fuck Off. Su un giro di basso si staglia la voce di Bush che quasi sospira a cappella le prime frasi del testo che trattano dei rapporti umani, di baci speranzosi e di quelli ingannevoli, quelli dati con amore e di quelli dati a tradimento. Allora la base ritmica esplode in una serie di riffs heavy metal che fomentano da subito e si attacca inaspettatamente col refrain. In realtà, qui le liriche non sono molto chiare, il significato potrebbe essere ricercato nell'ultima frase che recita: "Aspetta uomo! Non c'è più quello che è suo. Ma se fossi costretto a tenerlo, stringerò i denti e lo spazzerò sotto al tappeto.", probabilmente riferito a un nemico, a un conoscente, a una traditore che si vuole dimenticare. E infatti troviamo conferma nella seguente frase, questa intanata a gran voce dal singer, che è più un moto di stizza nei confronti di qualcuno che si avvicina per strada e che cerca di essere amico, di strofinarsi, di fare il simpaticone, risultando però un molestatore, uno stalker che sembra seguire le tracce sul terreno per ritrovare il presunto "amico". L'uomo ossessivo potrebbe rappresentare la società che ha voglia di entrarci dentro per frugare nella mente, si finge amichevole per poi comandarci, rendendoci parte del branco e non veri e propri individui. Dopo il secondo chorus ecco che giunge un nuovo refrain, questa volta totalmente diverso, dove il ritmo accelera bruscamente i nostri musicisti pestano come dannati. Qui emerge anche un briciolo di melodia, che male non fa di certo, affiancando a questa cavalcata metallica un gusto melodico azzeccato. Il protagonista delle liriche, ovvero il perseguitato, finge di andare a destra, confondendo il maniaco, e poi cambia improvvisamente direzione, ma quello è sempre alle calcagna, cerca di farselo amico ma deve andarsene a fanculo, perché il nostro ragazzo vuole restare solo e non vuole parlare con nessuno. Non si ha un attimo di respiro, poiché si ricomincia dal bridge, dove il senso di appartenenza a questa lunga catena diventa palese; tutti noi siamo anelli della stessa catena, veniamo scrutati dall'alto, ci leggono le menti per sapere tutto di noi. Siamo solo pedine in un gioco di cui non conosciamo le regole. Duncan ha il via libera per scatenarsi alla chitarra, ma anche il resto della band si mette in evidenza, specie Gonzo alla batteria, dunque torniamo alla strofa, costruita ancora una volta sull'arpeggio iniziale, e Bush urla il suo disgusto contro tutti, asserendo che ormai abbiamo un senso distorto della realtà, che viviamo in un mondo distopico dove non si sa più cosa è giusto e cosa è sbagliato. Break centrale e secondo momento strumentale, questa volta è Phil Sandoval ad eseguire un bel assolo, ma dura poco perché il brano riparte alla grande, senza freni, denunciando questa drammatica situazione. E' il momento di cambiare direzione e di cambiare le carte in tavola, è tempo di seminare lo stalker, o addirittura prenderlo a calci. C'è una lunga coda finale nella quale la band si scatena, riffs a profusione, frenetici giri di basso, drumming violento e soprattutto, le grida in coro di quelli che sembrano voci di bambini che urlano appunto "Fottetevi" a tutti quanti, sovrastando un Bush sempre più graffiante e che minaccia di far crollare la scala sociale, di attaccare il nemico, di fottersene di tutto e tutti perché è stufo. E così si chiude egregiamente anche l'ultimo lavoro firmato Armored Saint.

Conclusioni

Possiamo dunque affermare quanto "Win Hands Down" sia definitivamente l'album che tutti aspettavano; un disco che si ponene come un ritorno alle origini senza però risultare vecchio o scontato. L'evoluzione stilistica si vede eccome, i suoni risultano moderni, le composizioni più articolate per poter essere oggi competitive e meno banali, e la produzione è studiata fin nei minimi dettagli. Gli Armored Saint si confermano una band superlativa, fortemente ispirata nonostante i trent'anni e passa di onorata carriera; i singoli musicisti sono in forma strepitosa, cosa non da poco, capaci di impartire grandi lezioni di Heavy Metal a tutti quanti. L'estro creativo è ancora ai massimi livelli, lo dimostrano le trame complesse che trasformano di continuo i singoli pezzi contenuti nell'album, allungandone la durata media e creando un qualcosa di più coraggioso e meno scontato. Di questa trasformazione ne giova sicuramente la musica, più audace e al passo coi tempi, e maggiormente adatta a chi cerca qualcosa di più che semplice e tradizionale Metal. Qui bisogna tendere bene l'orecchio, ascoltare ogni singola sfumatura, gli ambienti in cui si muovono gli strumenti, i vocalizzi disperati di un John Bush immenso come trent'anni fa, approfondendo magari i testi che questi eroi americani da sempre ci consegnano ogni volta e che svolgono una parte importante nelle loro opere. La qualità di un lavoro del genere è indubbia e i risultati positivi non sono certo tardati ad arrivare, tanto che "Win hands Down" è entrato direttamente nelle classifiche di mezzo mondo, vendendo più del doppio del precedente "La Raza" (si stima sulle 60.000 copie, il che non è male oggi come oggi, anche se il numero potrebbe non essere corretto) e ricevendo grida di giubilo nonché elogi da tutte le riviste specializzate. Oltre alle recensioni positive, c'è il giudizio entusiasmante del pubblico (il quale, alla fine, è quello che conta di più), che assicura ai Nostri un posto d'onore tra i dischi metal più riusciti del 2015. Qui ritorna con prepotenza l'Heavy Metal che ha reso grande questa band, e si tratta di un modo di suonare molto personale che conserva genuinità e freschezza di esecuzione, tanto che questi tratti distintivi relegano la band fuori contesto, tra quelle più creative e fenomenali della scena. Non tutto però è perfetto come sembra, perché accanto alla brillante parte strumentale, costituita da incredibili assoli, fenomenali cambi di tempo e drumming tempestoso, bisogna ammettere che spesso e volentieri le linee melodiche non sono eccelse, specie le linee vocali dei ritornelli che non convincono pienamente; cosa che invece, senza andare troppo indietro nel tempo, un album strepitoso come "Revelation" (2000) poteva vantare. Tutto ciò rende "Win Hands Down" un pelino meno ispirato rispetto ai classici della band ma decisamente superiore al precedente. Molti hanno gridato al capolavoro, affibbiando al disco in questione voti e definizioni assurdi. Dal canto mio, preferisco andarci piano, considerandolo "soltanto" un ottimo prodotto di una grandiosa band. Comunque sia, al di là del voto, questo è un fulgido esempio di come dovrebbe essere suonato oggi il sacro Heavy Metal e sicuramente, tra le vecchie glorie, gli Armored Saint sono tra gli act più in forma di tutti.

1) Win Hands Down
2) Mess
3) An Exercise in Debauchery
4) Muscle Memory
5) That Was Then, Way Back When
6) With A Full Head Of Steam (Con Una Testa Piena Di Vapore)
7) In An Instant
8) Dive
9) Up Yours
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