ARMORED SAINT

Saints Will Conquer

1988 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
01/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

La maledizione della Chrysalis ha termine: dopo quattro lunghi anni infarciti da disastri in fase di produzione, litigi continui, inutile sperpero di dollari e crisi esistenziali, gli Armored Saint riescono a scindere il contratto con l'etichetta, spezzando questa sorta di incantesimo che costringeva i nostri ragazzi a vagare in un limbo pericoloso e misterioso, senza certezze e senza un giusto trattamento. Proprio durante il lungo tour che segue l'uscita di "Raising Fear", la band si libera dalle catene e rientra tra le fila della "Metal Blade", mai come in questo caso vista come una mamma premurosa che accoglie, per la seconda volta, il pargolo fuggito nel 1984 e poi rientrato in famiglia dopo i torti e le ingiustizie subiti. La redenzione è giunta, il patto con la nuova casa di produzione è firmato, e il tour mondiale, in compagnia di Helloween e Grim Reaper, prosegue alla grande toccando tutte le più grandi città. Proprio durante una di questa lunga serie di concerti, la Metal Blade ha l'idea di registrare la breve performance di apertura avvenuta il 9 ottobre 1987 all' "Agorà Ballroom" di Cleveland, in Ohio, tanto per sondare il terreno e mettere alla prova la band (ma anche i suoi fans). Terminato il tour e rientrati in California, eccitati dalle alte aspettative e con il sorriso in volto, gli Armored Saint portano la registrazione negli studi della "Track Record" di Hollywood ed affidano il materiale al produttore Bill Metoyer (Agent SteelCirith UngolDark AngelFates WarningHelstarLizzy BordenSacred ReichTroubleTyrant, e molti altri). Il 19 agosto 1988 esce dunque questo mini live, contenente sette brani dal vivo e un ottavo in studio, ripescato direttamente dal primo demo della band risalente al 1982 e mai incluso in un album, prima dell'uscita di questo disco live. Il titolo è "Saints Will Conquer", dall'artwork illustrato dal disegnatore Richard Kriegler, già loro collaboratore in "Raising Fear". Le vendite non tardano ad arrivare, la band è in forma, il pubblico è entusiasta e sembra supportarla; l'etichetta è professionale, specializzata in campo metal e attenta alle esigenze di tutti, perciò tutto sembra procedere con ordine. Un disco magari non imponente a livello di tracklist e durata, un set tipico dell' "apertura" e non di un concerto "completo", ma poco importa. Quel che conta è che lungo questi solti possiamo percepire appieno lo stato di grazia in cui gli Armored Saint imperversavano. Una band in salute, determinata, mossa da nuovi stimoli e soprattutto basata su solide certezze, salvaguardate da un'etichetta competente e da un team di esperti nel loro settore. Una rivincita bella e buona; un modo per raccogliere quanto di ottimo è stato seminato lungo una carriera costellata fino a quel momento di ottimi album, la maniera definitiva per donare la luce a quel po' di potenziale rimasto inespresso vuoi per l'incapacità della precedente etichetta, vuoi per tutto il caos generato dalle situazioni non chiare e "fumose" nelle quali il management della Chrysalis aveva gettato il gruppo. Finalmente, per questa sfortunata band è giunto il momento del riscatto: adesso, i quattro ragazzi si possono lasciare il passato alle spalle e guardare con fiducia il futuro per imporsi sul mercato internazionale e svettare sulla scena americana.

Raising Fear

La band ha poco tempo a disposizione, essendo un gruppo spalla e dovendo anticipare due band di valore assoluto, dunque si parte senza tanti fronzoli o grosse presentazioni con la potente "Raising Fear (Paura Crescente)". Il pubblico è caloroso, i cori ci circondano ovunque e ci tengo a precisare che nessuna manipolazione è stata fatta in studio, perciò tutto quello che sentiamo è reale, la platea è gremita di gente in estasi. La batteria di Gonzo Sandoval riproduce un suono cupo e ipnotico, dunque, dopo qualche secondo la sezione ritmica esplode nella classica cavalcata heavy metal alla quale la band americana ci ha abituati. Dave Prichard e Joey Vera vanno a caccia di gloria impennando gli strumenti a corda, poi arriva un urlo micidiale al microfono; più che un grido, sembra un rantolo che riecheggia nell'arena grazie agli effetti di eco.. ed entra quindi in scena il vocalist John  Bush. La velocità è sostenuta e le due terzine iniziali volano in un baleno grazie alla foga sonora ma anche grazie a un cantante scatenato e che sembra divori le parole. Trascorre un minuto ed ecco il primo refrain introdotto da un magnifico pre-ritornello, intonato a gran voce, poi si giunge alla seconda fase dominata dallo scambio di battute tra batteria e chitarra che apre la strada al brillante assolo di Prichard, artista dal tocco magico e dal gusto melodico fuori dal comune. La terza parte è furiosa, Bush ha una voce pazzesca, potentissima, sporca, acida, in grado di sovrastare tutti gli strumenti e i cori della folla coinvolgendo proprio quest'ultima attraverso vocalizzi e scale. "Raising Fear" dura tre minuti e mezzo ed è un brano che fa della cattiveria il suo punto di forza, a favore di una struttura semplice e diretta, ottima per aprire il live, ma anche il disco omonimo uscito qualche mese prima. Il Santo Corazzato è tornato, più agguerrito che mai, rinato dalle proprie ceneri e assetato di sangue e di gloria. Vuole la vendetta, così gli uomini che se lo trovano di fronte capiscono che è pericoloso, allora scappano e si nascondono per non incorrere nella sua ira funesta. Questo cavaliere sembra indistruttibile perché costituito dalle paure della gente, è alimentato dalla loro cattiveria e dalla loro fragilità. Ogni volta che resuscita, sputato dagli abissi della terra, significa che i tempi sono oscuri e difficili, poiché egli è il serpente portatore di cattive notizie, pronto a mordere e avvelenare. Dunque, un brano potente e veloce nel più classico U.S. power.

Nervous Man

Torniamo indietro nel tempo, fino a giungere al secondo album della band, ovvero "Delirious Nomad", dal quale si ripesca la brillante "Nervous Man (Uomo Nervoso)". Il pubblico è incandescente, le grida e i cori riempiono l'ambiente, Prichard li fomenta attraverso delle note isteriche riproducendo fedelmente quanto fatto in studio e senza cambiare di una virgola l'impatto sonoro. Il riffing viene continuamente fermato creando una specie di straniamento e confusione nell'ascoltatore, proiettandolo in questo mid-tempo minaccioso e violento. Le strofe irrompono poco dopo, proprio quando basso e batteria cominciano la loro corsa, dando il via al canto acidulo di Bush. Le strofe sono lunghe e claustrofobiche, il pre-chorus cattivissimo e, infine, giungiamo al bellissimo refrain, molto snello e di breve durata, poco melodico ma molto velenoso, quasi subdolo e crudele. Il tempo cambia e il ritmo rallenta, gli strumenti si quietano tornando al ritmo iniziale, quello dell'introduzione, poi sopraggiunge una uova scossa metallica che conduce all'assolo di chitarra. Il brano è camaleontico perché cambia ancora pelle, Prichard si lancia in un secondo assolo, coadiuvato dal basso di Vera, questa volta meno teso del precedente e più ipnotico, mentre la batteria di Gonzo pesta come un dannato creando una sorta di marcia. Negli ultimi istanti, la velocità riprende quota e Bush incomincia a gridare istericamente. L'isteria è infatti la chiave di lettura del brano (e del disco dal quale è estrapolato), il testo parla di un uomo nervoso, un frustrato dalla mente confusa e preoccupata. Le fobie lo attanagliano ma egli cerca d liberarsene fissando il cielo e le nuvole. Le nuvole, appunto, prendono le forme più disparate, ma lo rilassano, gli fanno pensare alla libertà, alla leggerezza che dovrebbe esistere nella vita, eppure non si sente libero, né tantomeno felice. La società ha creato un esercito di mostri, non ha lasciato certezze per i giovani, ha distrutto il loro futuro, avvelenandolo con l'ipocrisia e l'odio, la crudeltà e l'indifferenza. Il mondo è stato disseminato di semi infetti, malvagi, dai quali sono nate piante malate. Non vi è speranza nel futuro. Il genere umano è dannato per sempre.

Chemical Euphoria

In "Chemical Euphoria (Euforia Chimica)" si distingue l'energico fraseggio di Prichard e il basso di Vera davvero muscoloso, il tutto potenziato dalla feroce batteria di Gonzo. Bush è scatenato, incita la folla con continui richiami, la prima strofa è indemoniata, di natura irascibile. Due terzine si snodano su un riffing monolitico, quadrato, per poi sciogliersi in un doppio ritornello da brividi, dove risaltano la voce di Bush e le rasoiate del chitarrista. Il bridge che segue è violento, dalla melodia arcigna, Sandoval è sopra le righe, pesta come un pazzo, dunque seguono due assolo icìncrociati da parte di Vera e di Prichard. John Bush mostra tutta la sua estensione vocale e il pubblico sembra apprezzare visto che urla e lo incita. Questo brano è proprio ciò che serve per scuotere gli animi dei presenti, un pezzo solido e molto pesante, infarcito di riffs tritaossa e suoni sperimentali ripresi a piene mani dalla scuola thrash. Il testo non è sulle droghe, come potrebbe suggerire il titolo, ma è proprio il contrario. Un uomo si specchia e si guarda con aria contrita, è in condizioni pessime, rovinato dall'abuso di droghe, am decide comunque di reagire e di cambiare strada. Accende la fiamma dell'orgoglio che dimora in sé e si prepara a combattere per la vita, per ristabilire l'ordine della sua esistenza. Davanti a sé vede un'isteria di massa, la folla in preda all'euforia provocata dagli stupefacenti, ma egli decide di voltarsi e di allontanarsi da quello squallore. La tentazione è comunque forte ma la vita è breve e preziosa e deve essere vissuta al meglio. La mente ora è assorbita in un vuoto che scuote e confonde la strada si incurva e sembra infinita, la dipendenza è una brutta bestia, ma l'uomo procede a testa alta, convinto di uscirne per riappropriarsi del proprio ego.

Book Of Blood

Con "Book Of Blood (Libro Di Sangue)" si torna al terzo album e, come già accennato nella recensione del disco, probabilmente ispirata all'omonima raccolta di racconti horror suddivisa in cinque volumi) del grande scrittore Clive Barker e pubblicata nel 1984. È una traccia nera come la pece, cimiteriale, orrori fica, ma comunque dotata di una certa apertura melodica che coinvolge nell'immediato. La chitarra di Prichard è affilata a dovere, i suoi fraseggi sono eccellenti, così come il suo assolo in fase centrale, subito dopo le due strofe intonate da un Bush solenne e impeccabile. La cosa particolare è che il refrain è posto soltanto nella seconda parte del pezzo, quando il ritmo rallenta trasformandosi in una ballata acustica. In realtà, non si tratta nemmeno di un vero ritornello, perché è un bridge, il ponte che fa da tramite per la coda finale, disteso su ritmi pacati e dove chitarra e basso si destreggiano in una miriade di effetti sonori (come nel brano in studio) in grado di alienare il pubblico presente. La fase finale è la più violenta, la velocità riprende quota e Bush si scatena al microfono con urla disumane, mentre la batteria di Sandoval è una mitragliatrice che falcia la folla. Il pezzo è suddiviso in tre parti differenti, da mid-tempo si trasforma in ballad e poi ancora in una cavalcata epica, il tutto senza possedere un vero chorus. Si riesce a creare un'atmosfera estraniante grazie a tutti gli effetti sonori presenti, donando alla composizione magia e misticismo. Il testo viene preso dall'introduzione dell'antologia firmata Clive Barker (autore, inoltre, della famosa saga di "Hellraiser", i romanzi "Cabal" e "Apocalypse", e la fiaba fantastica "Abarat") nei suoi "Libri di Sangue", dove un ragazzo veggente riesce a leggere e interpretare i segni, le cicatrici, le ferite sul corpo di un cadavere. Ogni cicatrice sulla pelle è una storia da raccontare, quella che ci raccontano gli Armored Saint è una storia di lotta col mondo. L'essere umano è un automa che ubbidisce agli ordini dei potenti ma che non può replicare perché ha la bocca cucita, è inferiore e non può dire nulla. L'uomo non ha diritti, ma bisogna scatenare una reazione per scuotere le coscienze e aprire le menti del popolo. Ribellione è la parola d'ordine, anche quando le difficoltà sono troppe e si deve portare tutto il peso sulle spalle da soli.

Can U Deliver

Dal primo album viene ripresa la prepotente ed epica "Can U Deliver (Puoi Consegnarti?)" ha un'introduzione fantastica, un tripudio di metallo classico sprigionato dai potenti riffs di Prichard, che qui si deve sdoppiare visto che nella versione in studio era suonata da due asce, provenendo dal primo album "March Of The Saint", e poteva servirsi anche della magistrale tecnica di Phil Sandoval, cacciato via dal gruppo dopo qualche tempo. Prichard dona al pezzo un'aurea apocalittica, la stessa presente nel videoclip del singolo, il riffing è protagonista del brano, ma anche la voce di Bush non è da meno nell'intonare le prime strofe per poi accelerare il ritmo passando da una sequenza all'altra e smuovendo tutta la sezione ritmica guidata da Gonzo. Il basso di Vera fomenta gli animi emergendo con prepotenza dalla foschia che aleggia del teatro dove la band si sta esibendo, mostrando un suono cupo e inquietante. Questa canzone è una delle più famose del combo americano, perciò il pubblico è in delirio, soprattutto quando Bush alza la voce e si lancia in grida e acuti, alternando tonalità alte a tonalità basse. Insomma, un interprete grandioso, che non perde un briciolo di qualità dell'esecuzione dal vivo. La struttura del pezzo è molto dinamica, una bomba micidiale basata sulla semplicità e sul trionfale riffing di fondo, la melodia non è troppo accentuata, ma la parte strumentale è trascinante, sfarzoso quanto basta, costituito da versi fatti a posta per essere cantati a squarciagola (e il pubblico è in delirio) e con un bridge da brividi. I cambi di tempo sono dettati dalla batteria di Gonzo Sandoval, sempre pronto e che non sbaglia una battuta. Il testo non parla di guerre epiche o di paesaggi desertici, come suggerirebbe il videoclip o l'atmosfera, ma di disguidi amorosi. Il protagonista è un uomo privo di emozioni, freddo, non romantico, ma è un duro che agisce d'istinto e che desidera soltanto trascorrere una notte in compagnia. In tal modo cerca di sedurre una fanciulla, le chiede se lei sia in grado si spingersi verso una serata peccaminosa. Non c'è spazio per i sogni amorosi, bisogna agire senza troppe chiacchiere, incatenare i sogni alla realtà e lasciarsi andare agli istinti animaleschi. Dal testo traspare la tematiche della donna oggetto e, in un certo senso, il videoclip è azzeccato, visto che è ambientato in un mondo futuristico dominato dalla desolazione assoluta e dall'aridità dei valori tradizionali. La foga del videoclip è qui ben udibile dal casino estasiato della folla accalcata sotto al palco. 

Long Before I Die

"Long Before I Die (Prima Che Io Muoia)" è una traccia breve, intensa e furiosa, perfetta per un live. L'impatto sonoro è devastante e la platea è in delirio. La chitarra di Prichard svetta su tutti i presenti, ruggisce tanto è potente, tagliente come una lama di rasoio, ma ha un'anima nervosa, quasi ipnotica, a tema con l'album dal quale è tratta. L'impulsività è osservabile nella sezione ritmica, molto solida, improntata sull'hard rock incandescente e meno sulla cavalcata heavy. Il basso di Vera e la batteria di Gonzo seguono a ruota la chitarra elettrica, creando un muro di suono dalla struttura compatta e irremovibile. Il vocalist esordisce dopo poco con un urlo rauco e quasi vomitato e inizia a intonare la prima lunghissima strofa, l'unica che compone il brano, per poi approdare velocemente a un ritornello non troppo melodico ma brutale che non lascia scampo. Siamo all'inizio del secondo minuto e già arriva lo splendido assolo che coinvolge tutti i sensi. La parte strumentale cresce di intensità nel momento in cui il vicerale basso di Vera accompagna il ritmo fino a prendersi quasi tutta la scena. Le scintille delle asce lasciano una coda favolosa, dall'apertura melodica che lascia estasiati, basta su un bridge da brividi sul quale Bush mette in evidenza la sua potenza vocale. In tre minuti tutti si esaurisce, una bomba a orologeria dall'istinto nevrotico e incazzato dove i tempi medi la fanno da padrone. Qui si parla di verità e menzogna all'interno d iun coppia di giovani amanti. Si tratta di incomunicabilità tra i due, ognuno dei quali non disposto a condividere la propria essenza con l'altro, perciò non si vengono incontro a il loro rapporto è come un salto nell'acqua, dove questo elemento è metafora di bugia e di verità nascoste, anche di egoismo. Ma le bugie vengono sempre a galla, emergendo dalle stesse acque che bagnano i loro corpi. Bisogna scoprir le carte in tavola e rivelarsi per quello che si è realmente. Prima di morire bisogna dare un senso compiuto a questa effimera vita, a questa esistenza velata di ipocrisia, egoismo e falsità, comandata da una società che è priva di valori che non fa altro che spezzare sogni. 

Madhouse

"Madhouse (Manicomio)" ha una struttura molto semplice, introdotta da un Prichard in stato di grazia, sempre pronto a sfornare riffs brillanti e a scatenare il pubblico in sala. Tempo qualche secondo e i ritmi accelerano bruscamente, portati avanti dalla batteria che innalza un muro sonoro senza precedenti, infatti, il tutto è basato sulla potenza ma anche sulla melodia costruita su ottime linee vocali che vengono incoronate in un ritornello da togliere il fiato, contornato da cori scatenati. Una delle hit nella storia della band, dove Bush si lancia in grida portentose e dove Prichard esegue assoli lisergici. La fase finale vede un riff sovrapposto alle grida del vocalist per poi dirigersi verso l'ultimo refrain accompagnato dal pubblico. Le liriche parlano di un luogo magico, una casa isolata dove ogni desiderio diventa realtà. Il posto è concepito per scaricarsi dalle ansie e dalle preoccupazione della vita quotidiana, il tutto a base di musica rock, di sesso e di alcool. È una tentazione continua, il giovane protagonista fa di tutto per tenersi a distanza da quel luogo, da quella maledetta casa, ma questa ha un fascino magnetico che lo costringe ad entrare, come se una strana e invisibile forza lo prendesse per mano e lo accompagnasse a varcare quella soglia. Quella struttura così misteriosa sembra un manicomio, tanto è la follia che vi aleggia al suo interno, e trattiene i suoi clienti per tutta la notte, coccolandoli e togliendo loro lo stress accumulato. Lì dentro tutto è possibile e gli istinti primari vengono in superficie. A questo punto, la performance live si chiude per lasciare spazio alle altre band, venti minuti volano in un battito di ciglia ma il pubblico sembra più che soddisfatto, applaude insistentemente e saluta la band. 

No Reason To Live

La Metal Blade, per rendere più allettante il disco, decide in inserire come ultima traccia una composizione conosciuta da pochi, si tratta di "No Reason To Live (Nessuna Ragione Per Vivere)", già ascoltata nel primo demo del 1982 e mai inclusa, inspiegabilmente, in un full-length. Un soffio di vento irrompe nelle casse, poi un delicato arpeggio introduce la musica, parte un breve assolo di Prichard, seguito a ruota dalla seconda chitarra, e qui ritroviamo Phil Sandoval essendo un vecchio pezzo, quando la formazione era a cinque membri. John Bush è poetico, la prima strofa sa molto di ballad, il ritornello, che parte subito, è aggressivo ma non troppo, e vede la partecipazione di tutti i musicisti. Le chitarre impennano nel break centrale e inizia il melodico bridge urlato al vento, dunque Gonzo si scatena dietro le pelli e cambia tempo, il ritmo si velocizza e le asce si scatenano in due assoli, seguiti poi dalla ripetizione del ritornello, in questo caso velocizzato e sostenuto dal basso, fino a giungere al termine. Un brano molto evocativo, drammatico, davvero ottimo, anche se la costruzione è basilare e la registrazione non eccelsa (trattandosi di un demo) ma comunque soddisfacente. Diciamo che è un modo, da parte dell'etichetta, di riappropriarsi di qualcosa che era stato inciso nei propri studi di registrazione e di mostrarlo al mondo senza lasciare nulla nel dimenticatoio, dando la possibilità a tutti i fans di poter ascoltare questa gemma nascosta da troppi anni. Il testo ovviamente ricalca le dinamiche del primo leggendario album degli Armored Saint, ma che potrebbe rievocare persino gli istinti del secondo e più maturo "Delirious Nomad", grazie alla vena nichilista e perduta. Un anziano signore parla al giovane figlio, gli rivela che ormai non ha più ragione di vivere, l'età avanza imperterrita ed egli si sente un vagabondo senza meta, senza più gioie, come un recluso in una gabbia. La morte è vicina, perciò, a un certo punto della vita, bisogna cambiare itinerario, modificare il proprio percorso e il proprio bottino, perché l'amore è fuggito da un pezzo e bisogna restare vivi ancora per un po'. Basta simulare e prendersi in giro, la vita corre e la morte è in attesa, bisogna prepararsi alla dipartita, perciò bisogna prendere tutto ciò che si ha da dare e incamminarsi verso l'ignoto ricordando il passato.

Conclusioni

Tirando le somme, il disco appena ascoltato può dirsi assolutamente meritevole del successo ottenuto. "Saints Will Conquer" soddisfò letteralmente tutti, e soprattutto vendette bene grazie all'ottima distribuzione messa in atto dalla Metal Blade; a significare che quando alle spalle c'è una vera casa di produzione (e soprattutto specializzata nel settore metal) tutto riesce abbastanza facile. La registrazione è molto buona e la performance dei musicisti è favolosa, praticamente identica alle versioni in studio, specie per quanto riguarda la voce di John Bush, vero alfiere dell'heavy metal made in U.S.A. e punto di riferimento per tanti altri giovani artisti. Il tutto ha del miracoloso, perché fino a pochi mesi prima la band era con l'acqua alla gola, indebitata e snobbata da molti a causa del pessimo trattamento ricevuto dalla Chrysalis. Fortunatamente, nel 1988 inizia la vera ascesa di questi grandi musicisti che culminerà nel seguente lavoro, "Symbol Of Salvation" il quale determinerà il definitivo record di vendite degli Armored Saint, con due splendidi singoli in continua rotazione su canali musicali e radio nonché critiche entusiastiche da parte di giornalisti e pubblico. Finalmente è giunto il tempo di togliersi qualche piccola soddisfazione e per imporsi sul mercato; certo, questo mini live è solo un antipasto, appena trenta minuti di musica sono pochi per soddisfare pienamente, ma il disco ha il merito di proiettare la band ai vertici della scena, supportati da un'etichetta seria e onesta che crede nel proprio lavoro e in quello dei ragazzi. Nel 1989,il batterista Gonzo Sandoval decide di abbandonare momentaneamente il gruppo per motivi personali e viene sostituito da Eddie Livingstone, mentre a supporto di Dave Prichard viene arruolato il chitarrista Jeff Duncan. Con questa formazione rivisitata, gli Armored Saint si imbarcano in un altro tour mondiale in compagnia di King Diamond. Nel 1990, con il rientro non solo di Gonzo ma anche di suo fratello Phil Sandoval, la band torna alla formazione originale, decisa a sfornare quello che diventerà il loro capolavoro assoluto. Purtroppo, la cattiva sorte si accanisce ancora una volta contro i ragazzi e a Prichard viene diagnosticata la Leucemia, malattia che lo portò via in pochi mesi. Le registrazioni di "Symbol Of Salvation" proseguirono proprio con Jeff Duncan nella parte del suo illustre predecessore e il 14 maggio del 1991, tra il clamore generale, l'opera vede la luce.

1) Raising Fear
2) Nervous Man
3) Chemical Euphoria
4) Book Of Blood
5) Can U Deliver
6) Long Before I Die
7) Madhouse
8) No Reason To Live
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