ARMORED SAINT

Revelation

2000 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
17/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

"Symbol Of Salvation" consacrò gli Armored Saint, proiettandoli, seppur per un breve momento, nell'Olimpo delle metal band americane. Un album dotato di fascino oscuro, di poesia crepuscolare, ma anche di acciaio diretto e potentissimo, dove tutto viene racchiuso in una copertina bizzarra che si distacca da tutte quelle mai realizzate dalla band fino ad allora. Il cavaliere corazzato viene abbandonato una volta per tutte, la band è cresciuta molto, anche a causa di una serie di eventi che li vide coinvolti a cavallo tra gli anni 80 e i 90. E, così "Symbol Of Salvation" si erse veramente a disco simbolo della carriera di questi ragazzi, poiché rappresentò una rinascita dopo le delusioni accumulate negli anni e che di fatto fecero perdere loro il treno per il successo. L'ultimo album della prima parte di carriera della band è sicuramente da considerarsi un lavoro di riscatto, intriso di malinconia, di frustrazione, di rabbia per il destino nefasto che ha colpito i nostri sin dall'inizio. E per ironia della sorte, nonostante il momento difficile, è la maggiore espressione firmata Armored Saint, dove testi maturi e abbastanza complessi si sposano perfettamente con suoni maestosi e massicci, che lasciano estasiati critica e pubblico. Un disco del genere sbalordì e al contempo lasciò l'amaro in bocca, perché l'alchimia tanto cercata, sia all'interno della band che con l'etichetta discografica (e finalmente trovata) fu destinata, ancora una volta, a spezzarsi, mandando in malora quanto di buono creato. Nonostante il successo commerciale, nonostante il lungo tour in compagnia dei Megadeth e che portò la band a suonare davanti a migliaia di ragazzi, contribuendo alla diffusione del nome Armored Saint, e nonostante il periodo di stabilità, qualcosa sembrò difatti incrinarsi per sempre. E così, dopo la morte per leucemia del chitarrista Dave Prichard, nessuno dei restanti membri fu più intenzionato a proseguire il percorso. Il duro colpo subito fece sprofondare tutti in depressione e così, senza più motivazioni e un futuro incerto, quando a John Bush venne offerta l'ennesima possibilità di entrare a far parte degli Anthrax, questi non ebbe certo il coraggio di rifiutare. Dopo anni di sbattimenti continui e sogni di gloria inseguiti invano, il vocalist si unì ad una delle più importanti Thrash Metal band del mondo, sostituendo il dimissionario Belladonna. A questo punto, terminato il tour (alla fine del 1992) gli Armored Saint decisero di porre termine alla propria storia. Giungiamo dunque al 1999, ben sette anni dopo il tragico epilogo, quando lo stesso Bush, forse stanco delle mediocri esperienze con gli Anthrax, richiama a rapporto i suoi ex compagni, rimettendo in piedi il Santo Corazzato con la formazione classica. L'occasione per riunirsi è quella giusta, dopo il periodo buio degli anni 90 e il prepotente ritorno in auge delle sonorità Heavy; negli ultimi mesi del decennio, i cinque musicisti si ritrovano così negli studi della fedele Metal Blade per comporre nuovo materiale che, di lì a poco, prende forma concreta con il rilascio, nel marzo 2000, di "Revelation", solito eccellente lavoro anticipato dal singolo "After Me, The Flood", nel quale  si intuiscono le coordinate della nuova fatica della band. U.S power metal classicissimo ma dotato di un groove piuttosto moderno che lo rende al passo coi tempi, restituendo freschezza di suono a un genere datato, rendendolo attuale più che mai; il tutto ben confezionato, a cominciare da una produzione brillante fino a giungere all'affascinante cover-art (anche l'occhio vuole la sua parte!) ripresa da un dipinto acrilico su tela di Wayne Douglas Barlowe, popolare autore di opere a tema fantasy, qui alle prese con Sargatanas (quadro appartenente alla serie-concept denominata "Barlowe's Inferno"). Un generale/demone distintosi come eroe nella guerra in Paradiso e conclusasi con la cacciata di Lucifero. Detto ciò, siamo pronti per analizzare in modo maniacale il contenuto dell'opera.

Pay Dirt

"Pay Dirt (Paga Sporca)" introduce alla grande l'album, una mazzata tra i denti dove ritroviamo tutta l'energia che ha da sempre contraddistinto la band di Los Angeles, ma non solo, poiché oltre all'heavy metal diretto dei nostri, ritroviamo l'intelligenza dei testi, sempre critici nei confronti della società moderna. Un riff tritaossa suonato da Jeff Duncan apre le danze, dopodiché esplode la batteria di Gonzo Sandoval prima ed il basso poi, in questo caso potentissimo e ultratecnico, di Joey Vera, ormai leader della band, il quale si cimenta in un giro dall'effetto particolare, dal sapore moderno. Dunque la sezione ritmica carica con l'arrivo di Phil Sandoval che sovrappone il suo riffing a quello di Duncan dando maggiore compattezza sonora. John Bush esordisce con voce maligna, il suo timbro non è cambiato di una virgola nel corso degli anni, ma questa non è una novità, avendolo ascoltato nei dischi degli Anthrax, anche se qui sembra più a suo agio, dato che la sua impostazione tecnica si sposa meglio con l'heavy che con il thrash. Il primo verso va via che è una bellezza, concentrato su una base ritmica coinvolgente e terremotante, con le liriche che descrivono la crudeltà della nostra società, un oceano all'interno del quale bisogna scegliere se nuotare o affogare, anche se il nostro protagonista sceglie la via più breve, quella di saltare; saltare sulle teste della popolazione che stancamente si accalca per emergere, muovendosi con furbizia, facendo il lavoro sporco. Quello che potrebbe sembrare il ritornello in realtà si presenta come un pre-chorus ripetuto, laddove gli strumenti rallentano creando una base dalla struttura circolare, nevrotica e un poco ipnotica che ricalca il groove moderno tipico del metal della seconda metà degli anni 90. Giungiamo così, dopo la parentesi schizofrenica, al refrain, dove si recupera non solo velocità ma anche melodia. Il ritornello è trascinante ma dura poco, visto che "Pay Dirt" è una brano imprevedibile e cambia pelle continuamente, perciò veniamo scaraventati in una fase strumentale insolita che dura appena dieci secondi, dominata dal basso di Vera e sovrastata dai sospiri del vocalist, e che dà il via al furioso assolo di chitarra e che termina in concomitanza con il pre-chorus che anticipa il refrain finale, ripetuto un paio di volte, che si spegne con il secondo assolo chitarristico. Proprio nel ritornello emerge tutta l'acredine nei confronti della società, l'astio è nelle parole del protagonista, il quale afferma che mai perderà la costosa camicia che lo distingue dai mediocri, perché il suo vestito è sinonimo di soldi, di ricchezza, di potere. Potere e soldi guadagnati col lavoro sporco, quello subdolo che sfrutta la povera gente, quello per il quale è stata venduta l'anima e si è creati falsi idoli per illudere il popolo. Forse si sta parlando di un politico corrotto ma il concetto è chiaro, dunque rientriamo nel classico tema degli Armored Saint: attacco ai poteri forti, critica nei confronti dello stato, cinismo dell'epoca moderna, dominata dai soldi e da valori corrotti. Liriche concise, parole affilate, minutaggio contenuto e un riffing graffiante e dal retrogusto moderno che fanno di questa traccia un'ottima apertura di album. La band è in forma strepitosa!

The Pillar

Si prosegue con "The Pillar (Il Pilastro)", originariamente scritto nel 1992 per la colonna sonora del film horror "Hellraiser III: Hell On Earth", questo pezzo è un eclettico brano dall'incedere thrash che si divide in tre parti perfette. Le due strofe iniziali sono frizzanti, con un Bush profetico e con una sezione ritmica più canonica rispetto al brano precedente. La ferocia degli strumenti è a metà strada tra l'heavy e il thrash, riproponendo gli stilemi giù utilizzati dai Testament per l'album "The Ritual" (disco più morbido rispetto agli standard della band), e infatti questa "The Pillar" ricorda molto "Electric Crown", dove Duncan e Sandoval scippano i fraseggi di Peterson e Skolnick e li fanno propri. Gonzo, dietro le pelli, pesta come un dannato, ponendosi al di sopra dei riffs intrecciati dei due chitarristi e creando un bel effetto urticante. Ciò che colpisce particolarmente è il testo, perché si narra di un sacrificio, si descrive il corpo di un uomo avvolto in un sudario, lucidato con cura e preparato per la cerimonia. I presenti stanno per conoscere l'identità dell'invitato avvolto nel panno, intanto nel luogo scende un caldo insopportabile, il buio si intensifica e avvolge tutto. Qualcosa di raccapricciante sta per accadere. Si cambia registro e parte il bellissimo refrain, molto lungo e dall'animo grunge (alla Alice In Chains per capirci), con il vocalist che si lancia in grida ed è accompagnato, in alcuni passaggi, da effetti sonori alienanti, alienanti così come la narrazione di un cervello che sta per marcire. La mente dell'ospite della cerimonia sta per essere operata, gli viene conficcata un tubo (il pilastro del titolo) attraverso il quale alimentare il suo spirito con sogni e pensieri, prima che marcisca restando priva di idee. Si tratta di un metafora a dir poco geniale, una mente libera, vuota, che viene stimolata attraverso un imbuto, indottrinata da qualcun altro per diventare potente, più potente di una mente normale. E' così che si creano uomini in serie, fatti con lo stampino come fosse una fabbrica, degli automi ubbidienti e indistruttibili. Testo horror, sulla scia di Frankenstein, alla base dell'ennesima critica alla società contemporanea, creatrice di mostri. Segue un lungo assolo di Phil Sandoval, dall'andamento medio, e poi la scia spazio a quello di Duncan, vero erede del grande Prichard, che esegue un solo al fulmicotone. La terza parte vede ancor una volta Bush protagonista assoluto, la sua voce non dà segni di cedimento anzi, si intensifica col passare dei minuti facendosi più corposa, specie quando intona le ultime battute secondo cui si raggiunge l'acme del nichilismo concettuale proprio quando giunge la convinzione di ciò che si sta facendo, come schiavi che inseguono un sogno tanto attraente quanto irrealizzabile, in un viaggio mentale senza fine, illusorio. Il danno è ormai fatto e la carne è stata modellata. Intensa è la fase finale del brano, più di un minuto di assoli, riffs spaccaossa e pulsazioni di basso. 

After Me, The Flood

"After Me, The Flood (Dopo Di Me, L'Alluvione)", come accennato, è il singolo che rappresenta questo "Revelation", e infatti già il titolo, nonché il testo, comporta un tratto profetico. La traccia presenta un aspetto dannatamente moderno, incentrato su una struttura circolare a base di una sezione ritmica ridondante (nel senso di ipnotismo) che non lascia scampo, barricandosi dietro il riffing spietato dei due axe-men e dalla batteria convulsa di Gonzo, ma che sa cambiare tempo grazie all'innesto di un breve ponte ripetuto dopo ogni strofa. Si parla di un uomo che ha scelto di morire, di porre fine alla sua vita, ma prima di farlo scrive una lettera, probabilmente una profezia di catastrofe, convinto di trascinare nell'oblio tutta l'umanità, perché non vuole restare da solo nell'oltretomba. In vita ha provato il male, ha provato i peccati, e ora il suo orgoglio si è assottigliato, mentre la sua fede è andata a farsi friggere; adesso il profeta non ha più nulla da perdere ed è pronto a morire. Il ponte di cui accennavo in precedenza è composto da poche parole ("There i go down and i'm lovin'it") nel quale il nostro profeta scrive di essere contento di morire, di andare giù e di lasciare questo dannato mondo. Infine giunge il bellissimo refrain, non tanto per il testo, a dir il vero composto da una singola frase (quella del titolo) ripetuta diverse volte, ma piuttosto per intonazione di Bush, in grado di donare alla stessa frase diverse sfumature, a volte urlando e a volte restando pacato, aiutato inoltre dagli altri musicisti che accelerano e rallentano a proprio piacimento il ritmo. Dopo appena un minuto e quaranta, il concisissimo testo è già esaurito, perciò attraversiamo una meravigliosa fase strumentale nella quale tutti i membri sfoggiano classe e tecnica. Troviamo alternanza di assoli, raffiche di batteria, cambi di tempo velenosi e improvvisi, sfuriate thrash metal che si trasformano in lenti cadenzati, quasi doom, e infine sezioni alternative dominate dal basso di Vera. Il ritmo cresce e decresce di continuo, seguendo una struttura sfuggevole e improvvisata che fa del pezzo una composizione coraggiosa e inedita, purtroppo accolta tiepidamente all'epoca, forse perché poco legata agli stilemi dell'heavy metal classico; ma gli Armored Saint osano e vincono la sfida, donando al mondo il loro disco più eterogeneo e più fresco di idee, che per coraggio e intensità ricorda molto lo schizofrenico e superbo "Delirious Nomand", secondo parto discografico della band. 

Tension

Un giro di basso apre "Tension (Tensione)", nevrotica traccia che fa della potenza il suo punto di forza e costruita su un'idea geniale di Vera e che non avrebbe sfigurato nell'album appena citato uscito nel 1985. La furia degli strumenti si abbatte sulla prima strofa, bella compatta e interpretata da una Bush magistrale che descrive lo stato d'animo di un uomo sull'orlo della depressione. In realtà, le liriche non sono molto chiare, sembrano prendere frasi qua e là proprio per disorientare l'ascoltatore e gettarlo nel mondo folle nel quale è sprofondato il nostro protagonista. Ci ritroviamo in un paesaggio tranquillo, dove tutto sembra essere a posto, tutto è pulito, le colline sono verdi, il cielo azzurro, l'intenso profumo dei campi è molto profondo.. eppure c'è qualcosa che stona e che esce dalle regole. Questa sensazione infastidisce il nostro personaggio, già nevrotico di suo, e infatti abbiamo il culmine di tale frustrazione nello sfogo di Bush quando si giunge al ritornello. Accanto a una melodia claustrofobica e all'accelerazione della sezione ritmica che propone un flusso sonoro cervellotico creato da riffs ripetitivi, la foga della batteria si scontra con le dure parole del testo, nel quale si esalta la tensione e si invoca una crisi di nervi, poiché tutta questa perfezione così apparente disturba seriamente, non lasciandosi apprezzare ma anzi destando sospetti su sospetti. Il mondo reale è immaginato come un castello di carte, pronto a cadere al minimo soffio di vento, rivelando tutte le impurità nascoste. C'è una interessante fase strumentale che divide la prima parte dalla seconda, prima di riprendere la strofa dove si ripropone quanto già sentito e si ribadisce il concetto avverso alla apparente perfezione del mondo, dove tutto è posato, tranquillo, di qualità .. tutto e tutti godono di buona salute, non c'è alcun problema, ed è questo a destare i sospetti più oscuri. Si passa la metà della composizione e si giunge nella fase centrale, che presenta fraseggi e assoli trascinanti alternati a parti forse improvvisate, dove si gioca a stoppare la musica, creare piccoli giochetti sonori, per poi farla ripartire alla velocità della luce. La potenza è sempre al massimo, l'heavy metal diretto ci travolge i timpani, sporcato da quel gusto moderno che fa tanto alternative metal e che svecchia una formula vecchia e fin troppo abusata. Anche in questo caso, bisogna ammettere che la sperimentazione è perfettamente riuscita, vecchio e nuovi si vengono incontro e si abbracciano in una fusione letale. Come prendere i brani contenuti nel grande "Deliriuos Nomand", ad esempio "Over The Edge" o "For The Sake Of Heaviness", togliergli la ruggine accumulata dagli anni e riproporli in una veste inedita, adatta alla musica e al pubblico del 2000. 

Creepy Feelings

E proprio il salto dal vecchio al nuovo, e viceversa, lo facciamo con "Creepy Feelings (Sentimenti Raccapriccianti)", una delle due canzoni ripescate dalle demo lasciate in eredità da Dave Prichard e composte poco prima di morire. Anche in questo caso si è attuata una sorta di svecchiamento sull'originale, togliendo la polvere accumulata nel tempo, anche se l'animo classico si sente eccome, a cominciare da una struttura abbastanza canonica per il genere. Duncan si lancia in un giro armonico sensuale e un po' inquietante, accompagnato dal meraviglioso basso di Vera, qualche secondo di introduzione che poi darà il via a una sfuriata metallica che va in crescendo. La prima strofa parte rallentata, ma già si denota la piega che prenderà, la melodia è ben presente e cresce col passare dei secondi. Anche qui la morbosità e l'ossessione sono al centro dell'attenzione, e ancora una volta la religione e i suoi rituali sono messi sotto accusa nelle liriche. Il sentimento di raccapriccio è nello scoprire che la mente umana è debole e plagiabile e che la condizione stessa dell'uomo è pericolosa perché è nelle mani di persone corrotte. Il mondo in cui viviamo è dannatamente sbagliato, noi abbiamo la vista distorta, la realtà è altro, oltre ciò che riusciamo a vedere, adesso le tenebre sono scese, svegliandoci dal torpore. Ora, come Bush canta nel ritornello in cui si ha un formidabile cambio di tempo, i sentimenti raccapriccianti si sono palesati davanti ai nostri occhi, ma bisogna scacciarli, bloccarli fuori prima che sia troppo tardi, prima che abbia inizio la tortura dell'esistenza. Il ritmo ha ormai preso quota, il brano è un vortice inarrestabile, Duncan e Sandoval incrociano le asce per creare brevi parentesi metalliche, la batterei di Gonzo è tonante, suonata con maestria e potenza. La fase centrale è al cardiopalma, non c'è un attimo di respiro, questo è fottuto heavy metal, impreziosito dalla voce sensuale e al vetriolo di John Bush che ora comincia a scatenandosi dietro al microfono, lanciando in grida e versi animaleschi, per tutta la seconda parte della traccia. Qui le strofe sono leggermente più brevi ma il concetto è ormai bello che chiaro, ed troviamo ancora un attacco alla religione spacciata per verità. Dunque, bisogna distingue tra il vero e il falso e poi fare la propria scelta, schierarsi da una parte o dall'altra con cognizione di causa, ma questa è una cosa che dipende dalla fascinazione che ognuno di noi subisce, dalla nostra selvaggia immaginazione, dalla nostra volontà di affidarsi a un determinato culto. Credere o non credere, l'importante è conoscere ciò a cui si va incontro, senza abboccare alle parole, e alla realtà distorta, professata da chissà chi. Nonostante tutto, il sentimento macabro, di raccapriccio, è sempre presente nel cuore dell'uomo, perché questo è un mondo malato, folle, governato da sciocchi. 

Damaged

Dalla veloce "Creepy Feelings" si passa alla cadenzata e magnetica "Damaged (Danneggiato)", personalmente parlando uno dei miei brani preferiti, dotato di un groove moderno e ipnotico, capace di catturare sin dal primo ascolto. Un pezzo che difficilmente si dimentica, garantito. Uno strano effetto sonoro e parte il riffing portante, ed è un riff disperato, potente, che si ripete all'infinito danno una sensazione di claustrofobia. Il tutto si stempera quando si giunge al primo verso, qui le chitarre si affievoliscono, pur continuando a macinare giri armonici, ma lasciando spazio al basso e alla batteria, oltre ovviamente alla voce di Bush. La dinamica della strofa è lenta, letale, prepara l'attacco per un gustoso ritornello. Inizia così un viaggio nell'animo umano, uno dei temi preferiti dagli Armored Saint, e ovviamente si tratta di un animo oscuro, depresso, solitario, deluso dalla vita stessa e senza speranza. Questa canzone è nera come la pece, disperata, senza via d'uscita, non a caso troviamo un refrain ancora più buio rispetto alla strofa, ancora più tragico, costruito su un vorticoso riff ipnotico che toglie il respiro e che trasmette ansia, che presenta un minimo di melodia nella prima frase ma che poi si smorza nella seconda, quando Bush ripete ossessivamente il titolo. Qui il protagonista non riesce ad emergere dall'oscurità, solo ombre intorno a lui, lo circondano e lo attanagliano, quasi fosse una preda da cacciare; egli non viene accettato, persino il buio lo rifiuta come un ospite inatteso, tanto che viene considerato un danno da evitare, da allontanare. Inizia la seconda strofa che affronta, gli strumenti si indeboliscono lasciando la scena a un Bush controllato che narra di un uomo a pezzi, privato della sua dignità, gettato fuori strada, murato nel suo isolamento, smarrito e perplesso e che sa che sta perdendo qualcosa di importante, forse la vita. La depressione lo stritola, il suo cervello è danneggiato, malato e le energie lo stanno abbandonando. Ottima l'interpretazione del vocalist, perfetto nel trasmettere i sentimenti di un uomo allo sbando e corroso dalla depressione, il male più diffuso di questa epoca che colpisce gran parte della popolazione mondiale. Arriva il break, precisamente a metà brano, la sezione ritmica si quieta, Gonzo accarezza i piatti, emette una specie di sibilo e Phil Sandoval incomincia con un arpeggio di chitarra acustica che si protrae per alcuni secondi. L'atmosfera è catartica, profonda, in lontananza si odono dei tuoni, poi la batteria riprende vigore, e anche le chitarre. Duncan giunge con un lunghissimo assolo, diretto ma molto controllato, che si porta via quasi due minuti. Dunque il ritmo accelera, riemerge il riffing portante e Bush riprende a cantare l'ultima strofa e l'ultimo ritornello, ripetendolo fino alla fine. In definitiva, un brano perfetto, il più lungo dell'album, con i suoi sei minuti e mezzo di tensione e di sonorità contorte che lo rendono profondamente emozionale. 

Den Of Thieves

"Den Of Thieves (Covo Di Ladri)" è una traccia molto classica, una bella cavalcata metal anni 80, anche se non eccede mai in ferocia. Sandoval crea un giro acustico molto evocativo, poi la sezione ritmica esplode all'unisono acquistando velocità per circa un minuto per poi infrangersi ancora sul giro acustico, sul quale viene poggiata la strofa dalla melodia accentuata ma dal retrogusto malinconico e dotata di una doppia anima in gradi di cambiare aspetto e linea melodica per lanciare l'affascinante chorus, uno dei migliori del disco, supportato da cori e da chitarre ruggenti. Questa volta, la critica è nei confronti di coloro che rubano alla povera gente e che si arricchiscono alla spalle degli altri. Non è chiaro chi siano i soggetti in questione ma possiamo farcene un'idea. Nel loro covo si accumulano soldi, oggetti preziosi, piaceri ed estasi, ogni tipo di peccato; tutta roba che la gente comune non può permettersi, perché parliamo di una zona off limits per chiunque, controllata da guardie pronte a tutto pur di custodire i segreti dei ladri. Si prosegue con la seconda strofa, Bush alza di poco il tono, accenna a qualche acuto, mentre la sezione ritmica sembra prendere quota, si sta preparando per la fase strumentale. Anche qui viene ribadito il concetto appena espresso: anche se queste misteriose persone dormono sonni tranquilli e credono di essere al sicuro, confinati nel loro covo, coperti da guardie e da confini impossibili da superare, devo fare attenzione all'ira dei cittadini, alla rabbia degli onesti, capaci di organizzarsi per una rivoluzione. Dopotutto, la libertà e la fortuna non guardano in faccia nessuno e potrebbero tradirli, facendoli capitolare miseramente. Duncan e Sandoval incrociano le asce e creano dei riff turbolenti, poi si lasciano andare in due soli fantastici, mentre Vera ipnotizza grazie a giri armonici pompati a mille, aumentando la forza intrinseca del pezzo. Ma la parte strumentale non dura molto, tanto che Bush riprende con la terza strofa e decanta l'ultimi refrain. Radicali cambiamenti stanno per accadere, recidendo le radici che fanno sentire al sicuro questi farabutti, e il vento del cambiamento sta soffiando da un'altra parte. Come spesso accaduto in precedente, gli Armored Saint inneggiano alla rivoluzione, istigano alla rivolta, criticando la società in cui vivono, professando valori sinceri, onesti, che purtroppo collidono con l'epoca moderna e con gli istinti umani.

Control Issues

Velocità e potenza proseguono con la strepitosa "Control Issues (Problemi Di Controllo)", altra traccia che indaga sul sentimento e sulla mente dell'uomo. Questa volta si parla di nervi, della facilità con cui un uomo perde la pazienza e si lancia in furiosi scatti d'ira, arrivando addirittura alle mani. Il tema trattato è la misantropia, l'odio nei confronti di tutto e tutti. Gonzo è roboante dietro le pelli, innescando una specie di marcia che accompagna i fraseggi sporchi delle chitarre che scalciano per quasi un minuto, pronte alla carica. Arriva l'atteso cambio di tempo e la furia si impossessa di tutti gli strumenti, iniziando una danza aggressiva costituita da una strofa di media lunghezza e un pre-ritornello lunghissimo dotato di una melodia di grandissimo impatto, a differenza della brevità e dell'intransigenza del chorus che giunge impietoso come un pugno in faccia. Il protagonista è irritato, incazzato nero, vuole fare a botte, ha il pugno bello carico e lo vuole sporcare di sangue; è deciso a spaccare il grugno a qualcuno per dimostrare di essere un vero uomo. È pronto a rovinarsi la vita, e a rovinare la vita agli altri, pur di stendere l'avversario, ed è disposto a farlo senza un motivo preciso, giusto perché è un misantropo, ha i nervi a fior di pelle che saltano per un nonnulla e non è capace a gestire l'istinto. Non ha controllo del proprio corpo e vuole fare a pezzo le persone che non gli piacciono. Duncan esegue un bellissimo assolo, precedendo un interessante cambio di tempo che si conclude con l'arrivo della seconda strofa. L'altro cambio di tempo lo troviamo al terzo minuto, quando Sandoval prende in pugno la situazione e comincia a suonare una serie di giri che strizzano l'occhio al blues. Dunque, Bush intona il clamoroso break, sospirando, accompagnando il blues del chitarrista e stravolgendo completamente la forma della canzone. Il ritorno all'aspetto metallico giunge inaspettato con il granitico assolo di Duncan e con la voce, questa volta effettata, del singer che urla al mondo che non può essere abbattuto. Il tale protagonista ha evidenti problemi di controllo, la sua ira è alimentata dall'odio ma anche dalle ferite subite negli anni; l'indulgenza è la sua alleata, la giustizia e l'onesta sono elementi che non gli appartengono, perciò è impossibile che getti la spugna, perché non può controllare le sue azioni. E' un cervello bruciato il suo. Forse si tratta del brano meno audace, liricamente parlando, quello più goliardico, più giovanile, ma la modestia tematica non intacca minimamente l'aspetto musicale, dato che questa "Control Issues" è una vera bomba sonora, capace di scuotere gli animi e di scatenare i nostri più reconditi istinti selvaggi. 

Deep Rooted Anger

L'ira, come tema portante del testo, è presente anche nella seguente "Deep Rooted Anger (Profonda e Radicata Rabbia)", ma qui si parla di una rabbia più generica, quella radicalizzata nel genere umano, quella che risiede in ognuno di noi. Non c'è goliardia, né sbruffonaggine nelle liriche, il tutto assume dei toni quasi di presa di coscienza, di resa davanti all'evidente stato confusionario della nostra razza. Si percepisce una sorta di fastidioso disgusto nell'essere così, per avere questa natura emotiva così fragile, e tutto ciò diventa appunto una riflessione sull'istinto umano. Phil Sandoval dirige il pezzo tramite un riff monolitico, prepotente e cadenzato, quasi doom, tanto potente quanto misurato, infatti il ritmo non accelera mai, ma si protrae letale e schizofrenico. Anche in questo pezzo, la band sceglie la carta del modernismo, componendo una canzone che suona tutt'oggi attuale e che mischia attitudine grunge alla ferocia del metal, tanto che sembra di essere di fronte a un lavoro targato Alice In Chains (i più metallici, appunto, della corrente grunge) e magari estrapolato da un capolavoro come "Dirt", disco che ha rappresentato una decade intera. L'andamento è sinuoso, i due axe-men creano riffs circolari che confondono l'ascoltatore e che non accennano a trasformasi, persino quando si giunge al criptico ritornello, in modo tale da risultare un continuum temporale e rendere il pezzo un'unica massa rocciosa. John Bush fa il suo dovere, mantiene un tono medio senza esagerare in giochetti vocali, inoltre è particolare la suddivisione in due quartine del refrain, in questo caso abbastanza lungo, all'interno delle quali cambiano soltanto le parole di una frase. Il testo cinico e altamente allegorico descrive un'ipotetica guerra tra poveri che lottano per sopravvivere e che velocemente si adattano al questa precaria condizione, sperando di ricevere una divina ricompensa. Ma la realtà è che ognuno di noi pensa a se stesso, commercia la miseria umana sperando in un aiuto che non arriverà mai. La rabbia, in questo esempio, è per la misera condizione a cui è costretto a vivere l'essere umano, sin dalla nascita abituato a maneggiare armi con cui battersi quotidianamente per resistere e per restare in piedi. L'umanità è aggressiva perché deve difendersi da questo mondo crudele. Terminate le strofe, Duncan e Sandoval affilano le asce, il primo si lancia dunque in un catartico assolo mentre il secondo continua imperterrito a suonare lo stesso giro di accordi per tutto il minutaggio. Un pezzo che non accenna al cambiamento, solido e compatto, che riserba poche sorprese ma che sa essere acuto e pungente come non mai. Torna il ritornello, ripetuto due volte, che conclude il tutto. 

What's Your Pleasure

"What's Your Pleasure (Qual è Il Tuo Piacere)" è il secondo brano ripescato dagli archivi della band, tenuto nascosto per più di dieci anni e risalente al periodo che intercorre tra "Raising Fear" e "Symbol Of Salvation" e basato su delle prove in studio sperimentate da Dave Prichard. Perciò troviamo il buon Jeff Duncan alle prese con una vecchia struttura al quale viene affidato il compito di ringiovanirla. Il processo di modernizzazione è evidente in alcune soluzioni adottare dal chitarrista, specie nella produzione laccata e ultramoderna, anche se l'anima rimane molto classica. Heavy metal puro e diretto, senza fronzoli, veloce e spietato, della durata di appena tre minuti. Probabilmente ci troviamo davanti al brano meno riuscito del lotto, quello meno articolato e più semplice di tutti, incisivo ma poco pretenzioso. La brutalità della musica, concentrata sulle battute potentissime tra chitarre e batteria, rispecchia anche quella di un testo sadico incentrato sul dolere inflitto agli altri da parte di un maniaco. Bush divora le due strofe iniziali e si lancia in un ritornello selvaggio, poco melodico e, a dire la verità, non proprio memorabile, nel quale chiede alla vittima quale sia il suo piacere preferito. Ma la vittima non può rispondere perché è spaventata, sente i deliri di un uomo folle, disperato, che invoca il piacere del sangue, del dolore, della perdita della ragione. Il suo piacere più grande è rappresentato proprio il dolore, il dolore inflitto soprattutto alle donne; molto probabilmente si sta descrivendo un pazzo misogino che si diverte a violentare e poi uccidere delle fanciulle indifese. Non a caso, dopo l'assolo al fulmicotone di Duncan, Bush intona l'ultima strofa, quella più crudele, nella quale invoca la morte della donna sottomessa. Le brutali liriche incontrano la potenza degli strumenti, la sezione ritmica è demoniaca, ci riporta indietro nel tempo, proprio agli anni di "Raising Fear", ma è destinata è perdersi in mezzo a tanti altri brani preziosi e maggiormente articolati che questo "Revelation" ci regala. Non è un caso che proprio il brano più classico sia quello meno riuscito, e gli Armored Saint sono qui in una fase di grande maturità stilistica, osano, sperimentano come non facevano dai tempi di "Deliriuos Nomad", ben quindici anni prima, e dunque un brano così discreto soddisfa poco le nostre aspettative. 

Upon My Departure

Invece, tra le perle del disco spicca sicuramente "Upon My Departure (La Mia Partenza)", gioiello posto in chiusura, il quale parla di sofferto addio. Phil Sandoval esegue un bellissimo arpeggio con la chitarra acustica, poi sovrastato dalla meravigliosa voce di Bush, in quella che potrebbe sembra a tutti gli effetti una ballad acustica, ma che si trasforma dopo la prima lunghissima strofa introduttiva che presenta l'anima della traccia e la tematica sviluppata al suo interno: veniamo proiettati a un funerale, le campane suonano tristi per le esequie. Il gioco della vita è terminato e non resta altro che dare l'addio. È un addio drammatico, destinato a lasciare un vuoto nel cuore profondo come un pozzo. Il nostro protagonista è morto e, in concomitanza con questa rivelazione, la sezione ritmica affila le armi ed esplode, Gonzo inizia una serie di rullate e Joey Vera comincia a rendersi protagonista nello spettacolare ritornello, tanto intenso quanto breve, e che denota subito una struttura originale. La metafora che la penna dei nostri ci regala è molto convincente, laddove la vita viene paragonata a un volo di linea che prima o poi, una volta finito il carburante, è destinato a schiantarsi a terra. Curioso notare infatti che il termine Departure sta a significare sia Partenza che Dipartita. Un termine, infatti, molto spesso adoperato nelle stazioni e negli aeroporti, stante a significare la partenza di un mezzo, aereo o treno che sia. Una tematica, quella della morte vista come un viaggio di sola andata, già adoperata dai Megadeth nella celebre "A Tout Le Monde"; tutti ricordiamo, infatti, il verso "vi ho voluto bene.. ma debbo partire..". Un piccolo break strumentale vede Joey Vera in prima linea, dopo un paio di brani che lo avevano nascosto, e il tutto assume un'aria più coraggiosa. Il pezzo acquista eleganza, ma anche energia, e la seconda strofa diventa molto più potente rispetto a quella introduttiva. Bush comincia a gridare fomentando l'ascoltatore, e descrive il suo stato d'animo tormentato che assomiglia più a un sogno che alla realtà, perché morire è un po' come andare in letargo, addormentarsi per sempre e sognare. Dopo il secondo refrain, arriviamo a una pachidermica fase centrale, sognante appunto, Bush si fa più delicato e assapora le parole declamandole sopra un delicato arpeggio di Sandoval. Vera riemerge dal nulla e dà inizio al bridge, davvero trascinante, dominato dagli assoli del suo basso ma anche dai fraseggi intimi di Duncan. Dopo un minuto, Bush torna dietro al microfono per l'ultima dedica, forse alla donna amata, prima di spirare, e afferma di non rimpiangere nulla di ciò che ha fatto, è contento di aver condiviso con lei attimi importanti, di aver stimolato i suoi sensi e di aver dato molto più di quanto avrebbe dovuto, dimostrando amore e rispetto nei suoi confronti. Il brano si chiude con un ultimo sospiro prima della morte, e con esso si chiude anche questo lungo album.

Conclusioni

"Revelation" si presentò sin da subito come un disco carico di aspettative, sin dalla sua uscita ebbe l'onere e l'onore di seguire, nonostante fosse trascorso un decennio, un capolavoro come "Symbol Of Salvation". Dunque non solo fu l'album che sancì il ritorno in pista degli Armored Saint, ma fu anche quello che dovette riportare in alto un nome così importante, sinonimo di qualità e di classe. Certo, dieci anni sono lunghi, gli artisti maturano, invecchiano, perdono ispirazione il più delle volte, oppure cambiano genere per rinnovarsi, trovando nuovi stimoli in un percorso di crescita che coinvolga possibilmente tutti, essi stessi e naturalmente il pubblico. La band guidata da Bush proseguì dunque alla grande il percorso interrotto nel 1992, evolvendosi senza perdere onestà e coerenza, trovando persino la giusta ispirazione per tornare sulle scene, consegnando uno splendido prodotto che suona a metà strada tra vecchio e nuovo. Nonostante gli impegni che coinvolgevano i singoli membri e che rendevano il progetto Armored Saint ridotto a poco più che un side-project, la fiamma della passione che da sempre avvolge questa magnifica band non accennava a spegnersi nemmeno alle soglie del 2000, dopo un periodo lungo nel quale tutto (ogni aspetto artistico e quindi anche musicale) è drasticamente cambiato. Gli anni 90 sono stati deleteri per l'Heavy Metal classico, tutte le band, senza esclusioni, sono state inevitabilmente minate da tale contesto storico, ma i Saint riuscirono nell'impresa ardua di riprendere da dove avevano lasciato e ricominciare daccapo, adattandosi all'epoca moderna ma senza rinnegare il passato, riuscendo in pieno nel risultato. Questo album è davvero un'opera incredibile che non ha nulla da invidiare ai classici della band, i cinque musicisti dimostrano di essere dei veri fenomeni, la classe che li contraddistingueva rimane quindi intatta, specie se pensiamo all'assenza di un genio della chitarra come il compianto Dave Prichard, vera colonna portante, qui sostituito egregiamente (come del resto era già avvenuto in "Symbol Of Salvation") dall'ottimo Jeff Duncan. Tutto è curato nei minimi dettagli, dalla scelta dell'art-work alla produzione, qui affidata allo stesso Joey Vera proprio per non essere influenzati da nessun personaggio "esterno" alla band, in modo tale da curare ogni minuzioso aspetto della resa sonora e della composizione in studio, col bene placido della Metal Blade, vera ancora di salvezza del combo americano al quale lasciò a sua volta e totalmente carta bianca, sia per quanto riguardava la musica sia per i tempi a disposizione. La produzione definitiva è, ovviamente, brillante, dove ogni singolo strumento è ben calibrato e udibile chiaramente, rivelando le mille sfaccettature tecniche dei musicisti. Purtroppo, la maledizione che ha da sempre colpito questa band, minandone tragicamente il cammino, non tardò ad arrivare, tanto che l'album in questione, nonostante le ottime critiche da parte della stampa specializzata e la bellezza oggettiva dei brani, venne ignorato risultando un flop di vendite, decretando nel 2003, dopo un breve tour e dopo il rilascio di una compilation di demo, B-sides e live tracks dal titolo di "Nod To The Old School" (a dire il vero accolta benissimo dai fans), una seconda momentanea scissione. All'epoca dell'uscita, "Revelation" passò inosservato e vendette poche migliaia di copie, confermando la cattiva sorte di questa magnifica band; ma all'interno di questo lavoro troviamo classe infinita, testi intelligenti, arrangiamenti complessi e melodie pazzesche, tutte prerogative diventate nel tempo marchio di fabbrica degli Armored Saint stessi. Arrivati a questo punto e dopo questa lunga e accurata analisi, il mio consiglio è quello di rispolverare questo gioiello sepolto, probabilmente il mio preferito del combo americano, e di inserirlo ancora una volta nel lettore al fine di rivalutarlo. Credo sia giunto il momento di fare giustizia!

1) Pay Dirt
2) The Pillar
3) After Me, The Flood
4) Tension
5) Creepy Feelings
6) Damaged
7) Den Of Thieves
8) Control Issues
9) Deep Rooted Anger
10) What's Your Pleasure
11) Upon My Departure
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