ARMORED SAINT

Raising Fear

1987 - Chrysalis

A CURA DI
ANDREA CERASI
13/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

"Delirious Nomad", secondo parto della band statunitense e pubblicato nel 1985, non riscuote grandi favori né di critica né di pubblico, tanto che vende poche migliaia di copie (circa 80.000). L'errore, se così possiamo chiamarlo, viene imputato al cambio di rotta intrapreso rispetto all'album di esordio "March Of The Saint", ma i motivi possono essere molteplici, come il brutto trattamento riservato alla band da parte dell'etichetta discografica, la Chrysalis, che sembra bistrattarli e tenerli imprigionati come leoni in gabbia per via delle sue linee guida improntate più che altro sul pop, oppure si può imputare l'insuccesso di vendite al cambio di direzione artistica intrapresa dai nostri rispetto all'inizio, bandendo l'immagine fantasy e mostrandone una più matura e seriosa, optando per la composizione di pezzi più complessi e adulti. Certo è che gli Armored Saint sono una di quelle band che avrebbe meritato molto più successo e che, per colpa di un destino beffardo e per i motivi più disparati e misteriosi, non è mai riuscita a conquistare la folla e il mercato. Una band decisamente sfortunata, pur avendo tutte le carte in regola per sfondare nel mondo musicale ed erigersi a fenomeni nel firmamento dell'heavy metal americano. Il tour europeo a seguito dei Metallica, annullato per lo scarso riscontro di copie vendute nel vecchio continente dove la band è semisconosciuta per colpa della casa discografica che non stanzia grossi finanziamenti per la pubblicità, i due videoclip prima programmati e infine cancellati dall'emittente MTV per far spazio a generi più commerciali e i litigi interni per la delusione, trascinano i nostri in un vortice viziato e turbolento, tanto da rimanere traumatizzati dalla cattiva sorte che, ancora una volta, sembra accanirsi su questi giovanissimi ragazzi. Il 1986 trascorre così, con un tour interrotto a metà, una lunga serie di discussioni con la casa discografica e il riordino delle idee per la composizione dell'ultimo lavoro con la Chrysalis. A questo punto i ragazzi, indebitati e di cattivo umore, cercano in tutti i modi di risalire la china, facendo tesoro delle esperienze accumulate e guardando in faccia la realtà dei fatti. Si guarda al futuro ma tendendo un occhio al passato, cercando di trovare un compromesso vincente. Frutto di tali riflessioni è l'imponente "Raising Fear", terzo album in carriera, le cui registrazioni durano mesi e i brani contenuti sono studiati in modo maniacale per far breccia nei cuori di milioni di metalheads. Ecco che viene recuperata l'immagine fantasy e schiaffata in faccia al pubblico attraverso una cover-art luminosa e affascinante disegnata dall'illustratore Richard Kriegler e che vede il cavaliere (o Santo Corazzato icona della band) emergere dalle viscere della terra in un tripudio di lava e di scintille, come a intendere che la band è ancora viva, pronta all'assalto, rigenerata dalle proprie ceneri. I ritmi cervellotici e i testi ipercritici imperniati di negatività e nervosismo che dominavano "Delirious Nomad" sono accantonati per far spazio a un'atmosfera più classica e leggera, senza però dimenticare maturità e coraggio. Gli Armored Saint sono decisi a fare il salto di qualità, a imporsi a tutti i costi sul mercato ma, nonostante l'euforia iniziale e il primo singolo che entra in classifica, le vendite decollano lentamente, riuscendo ad assestarsi in poche centinaia di migliaia di copie, superando quelle del debut ma non soddisfacendo in pieno né i nostri né i capi della Chrysalis. Bisogna attendere qualche mese per avere giustizia. Tuttavia, "Raisin Fear" (uscito nell'agosto del 1987 e prodotto da Chris Minto) viene subito accolto con entusiasmo dai critici, testimoniando la classe della band e, cosa sorprendente, con esso viene rivalutato anche il precedente e troppo snobbato "Delirious Nomad", lavoro forse troppo avanti per l'epoca. Alla fine dell'anno l'album, soprattutto grazie alle recensioni positive che fanno capolino in tutto il mondo, fa un balzo di vendite, riuscendo finalmente a conquistare anche i metallari più scettici. Forse, dopo un duro lavoro, dopo sogni infranti, speranze compromesse e delusioni accumulate, è giunto il momento del meritato e tanto agognato successo. Peccato che il rapporto con l'etichetta sia giunto ai ferri corti, dunque la band, decisa a non rinnovare il contratto, smonta baracca e burattini e fa le valigie per rientrare tra le braccia della Metal Blade, casa di produzione decisamente migliore e più adatta alle loro esigenze.

Raising Fear

E' proprio "Raising Fear (Paura In Aumento)" ad aprire il disco. La batteria di Gonzo Sandoval riproduce un suono cupo, ipnotico, che potrebbe ricordare il disco precedente. In realtà, appena quindici secondi e la sezione ritmica esplode nel più classico heavy metal, con le chitarre di Dave Prichard impennate e il basso di Joey Vera a caccia di gloria. Un urlo che sembra un rantolo ed ecco che emerge anche la voce di John Bush a guidare questa cavalcata metallica. La velocità è sostenuta e le due terzine iniziali volavo in un baleno grazie anche a un vocalist indemoniato che divora parole. Appena un minuto e ci troviamo di fronte al primo refrain, introdotto da un magnetico pre-chorus, intonato a gran voce, poi, senza perdere tempo, si passa alla seconda fase fino a giungere all'ottimo scambio di battute tra batteria e chitarra che apre la strada per il brillante solo di Prichard, chitarrista dal gusto unico e dal tocco magico. La terza parte irrompe con furore, Bush è mefistofelico e sovrasta tutti gli strumenti col suo timbro sporco e potente e, dopo un'ultima strofa, riprende il ritornello per poi protrarlo a lungo. Tre minuti e mezzo di potenza e di cattiveria sonora a favore di una struttura semplice e molto classica che ci riporta direttamente al primo album "March Of The Saint", non solo dal punto di vista musicale ma anche lirico. Il Santo Corazzato finalmente sta tornando, rinascendo dalle proprie ceneri, indiavolato più che mai e assetato di sangue. È in cerca di vendetta, gli uomini conoscono il pericolo e sanno che devono fuggire e nascondersi dalla sua vista. Questo misterioso cavaliere sembra indistruttibile perché costituito dalle paure della gente, è alimentato dalla loro cattiveria e dalla loro fragilità e, ogni volta che resuscita dalle viscere della terra, significa che i tempi sono difficili, perché egli è il serpente portatore di cattive notizie, pronto a mordere e a iniettare veleno. Insomma, un'apertura in grande stile, capace di mettere in chiaro il genere proposto: U.S. Power senza compromessi e gli Armored Saint sono tornati per prendersi ciò che spetta loro. Il brano più veloce dell'album, una bomba assoluta che ci proietta immediatamente sul campo di battaglia.

Saturday Night Special

 "Saturday Night Special (Un Sabato Sera Speciale)" è una cover dei Lynyrd Skynyrd, leggende del southern rock, ed è un pezzo che si presta molto bene al sound metallico dei nostri. Originariamente scritta nel 1975 per il terzo lavoro della band, "Nuthin' Fancy", la canzone si contraddistingue per la sua anima danzereccia, anima che in parte viene stravolta in questa riproposizione, con le chitarre sparate in primo piano, una sezione ritmica costruita sul riffing serrato di Prichard e sulle rullate di Gonzo. Gli Armored Saint la fanno propria, la grande interpretazione di Bush è il valore aggiunto, un cantante versatile in grado di adattarsi a diversi generi (e ne darà maggiormente prova negli Anthrax) ma il vero protagonista del brano è Joey Vera, un bassista dalla classe cristallina, tanto bravo che sarà chiamato dai Lizzy Borden prima e dai Fates Warning dopo. La cosa che colpisce subito è la lunghezza spropositata delle strofe, Bush si inerpica per declamarle vomitando parole a raffica, ma ciò è una caratteristica che si riscontra spesso nei brani southern, che sono molto dialogati in modo da sembrare una sorta di racconto. Mid-tempo di grande impatto, dal ritmo trascinante che si incolla sulla pelle sin dal primo secondo, inoltre il ritornello è abbastanza orecchiabile e soddisfa non poco. Dopotutto, "Saturday Night Special" non stona all'interno di questo lavoro, magari io l'avrei inserita più in là nella tracklist e avrei proseguito sulla scia incendiaria della traccia d'apertura, ma lo stacco non si sente più di tanto, poiché la canzone risulta comunque fresca senza risentire del peso degli anni. Ovviamente il testo è un inno al sabato sera, inteso come metafora di istinti animaleschi e di libertà assoluta, in questo caso abbiamo una bella serata dedita al gioco delle carte dove un uomo, ubriaco marcio di whiskey, decide di barricarsi in casa dopo aver perduto tutto e dopo aver sparato in mezzo agli occhi ai compagni di gioco, uccidendoli uno ad uno, mettendo poi i cadaveri dentro le botti. E' la storia del vecchio Jim, ritrovato in casa propria con un proiettile nel cervello, morto suicida, e i corpi dei compari disseminati nello scantinato. Un sabato sera di follia omicida.

Out On A Limb

 "Out On A Limb (Alla Cieca)" è sorretta dal riffing pesantissimo di chitarra ma anche dal prezioso contributo del basso di Vera. Il ritmo è sinuoso, velenoso, e nella sua linearità riesce a donare inquietudine e a trasmettere sentimenti di terrore data la sua anima oscura. I fraseggi di Prichard sono affilati come lame di rasoio, la batteria di Gonzo Sandoval è quadrata, sulla sezione ritmica invece svetta la voce di Bush che si divincola tra tonalità pulite e urla lancinanti. Le strofe sono composte soltanto da una quartina, dopodiché si passa subito al feroce pre-chorus, cosparso di acredine e di ruggine, per poi giungere allo strano ritornello, dal ritmo sospeso che sembra rallentare l'intero brano. Dopo una seconda parte gemella, arriva il bridge dall'inaspettata apertura melodica, sostituito poi dall'assolo rocambolesco di chitarra supportato dalla violenza della batteria. Bush torna con urla grottesche per intonare la coda finale dove ripete il refrain contornato da cori animaleschi. Il pezzo è una vera botta di metallo classico, tuttavia la sensazione è che sia influenzato dallo stile di "Delirious Nomad", essendo molto cervellotico, quasi isterico. Comunque un pezzo vincente. Persino il testo è criptico e impregnato di nervosismo, nel quale un uomo è depresso e stanco delle stronzate burocratiche che gli fanno perdere tempo e denaro. Un uomo umile, semplice, che lavora dalle 9 alle 5 ogni giorno, ma che sta perdendo la pazienza a causa di alcuni cavilli burocratici che lo fanno impazzire. La sua mente è ormai intorpidita, lo sperpero inuitle di soldi gli sta divorando il cervello, lo sta conducendo alla follia. Egli vive in un mondo finto, fatto di bugie e di non risposte, e allora non sa più cosa fare, soprattutto quando viene a scoprire che il suo capo è partito per una vacanza alle Bahamas, fregandosene di tutto il suo lavoro e la sua sofferenza. Ma questo è lo scopo dei potenti della terra, rendere schiavi i lavoratori, renderli automi senza voce in capitolo che lavorano tutti i giorni ubbidendo agli ordini. Il nostro protagonista invoca una fottutissima pausa, una piccola vacanza per distrarsi e ricaricare le batterie, ma la sua protesta resta inascoltata. Questo è un mondo fatto di bugie e di dolore. Una traccia potente, imperniata di negatività e di critica sociale e che dimostra che gli Armored Saint ormai sono maturi. 

Isolation

"Isolation (Isolamento)" è la canzone più lunga e più cupa del lotto. Un brano drammatico aperto da un arpeggio intimista, poi dei cori, appena percettibili, emergono dal nulla, dunque batteria e voce irrompono all'unisono per la prima strofa. È una semi ballata, dal ritmo sinuoso e cadenzato, Bush è delicato quando declama i brevi versi ma alza i toni in prossimità del fugace refrain, che giunge quasi inaspettato. Si tratta di uno dei migliori ritornelli della band americana, dal sapore amaro e che descrive una situazione tragica, quella dell'isolamento appunto, dove la parola stessa ("Isolation") viene gridata in preda al dolore. Il ritmo accelera durante il prezioso bridge e il tutto si prepara per dare il via al solo di Prichard. Joey Vera riempie ogni spazio col suo basso, rendendo la composizione più corposa, decorando questa magnifica ballad, inoltre è fantastica la coda finale che vede i nostri quattro ragazzi cimentarsi in una specie di duello all'interno del quale ognuno si ritaglia il proprio spazio, alternandosi sotto le grida disperate di un indomito John Bush. Struttura quadrata, nel più classico stile melodico, senza grossi colpi di scena o cambi di direzione, eppure questo è uno dei migliori pezzi mai prodotti dalla band. Anche nella semplicità, questi ragazzi offrono una prova matura e sincera. Le liriche trattano di vita e di morte, in un abbraccio immortale che sa di magia. Nel nostro tempo mortale noi viviamo nella solitudine e non siamo liberi, siamo come bambini lunatici che non sanno ciò che vogliono, eppure qualcosa è sempre in serbo per noi. Il mondo è come un mare dove noi navighiamo sulla nostra piccola e fragile scialuppa, percorrendo gli angoli della terra, facendo esperienza, riempiendo le nostra valigia di viaggiatore, eppure sempre soli restiamo, chiusi nella nostra gabbia mentale, perché siamo condannati alla solitudine, all'isolamento. In mezzo a questo oceano di disperazione, quale sarà il prossimo porto dove attraccare?

Chemical Euphoria

"Chemical Euphoria (Euforia Chimica)" riprende la grinta della traccia di apertura, il fraseggio di Prichard è incredilmente energico, il basso di Vera muscoloso e la batteria di Gonzo feroce, il tutto potenziato da una produzione ottima in grado di mettere in risalto i singoli strumenti. Bush, anche in questo caso, è scatenato dietro al microfono, col suo timbro gracchiante e arrugginito riesce a dare grinta al pezzo. Il primo verso è indemoniato, fagocitato da urla, cori e sezione ritmica sempre impennata. Due terzine che si snodano su riffs quadrati e monolitici, per poi sciogliersi in un chorus doppio (cioè ripetuto due volte) da brividi, dove risaltano la voce di Bush e le rasoiate di Prichard, qui nel suo miglior momento creativo. Il bridge è prepotente, poco melodico e cattivissimo, coadiuvato da una prestazione di Sandoval sopra le righe che lancia i compagni, Vera e Prichard, in due assoli incrociati dalla potenza inaudita. Dopo le scintille in fase strumentale si riprende la struttura iniziale con le ultime terzine e l'intonazione del ritornello ripetuto all'infinito dove Bush mostra tutta la sua estenzione vocale. Ciò che sbalordisce di questo brano, dalla struttura molto semplice come da tradizione Armored Saint, è la violenza insita nelle note, con un Joey Vera audace e un Dave Prichard indemoniato e che sa inventare centinaia di riffs omicida. Bastano solo questi due musicisti per trasformare un normale pezzo in una composizione di classe, senza nulla togliere al batterista Gonzo, elemento dotato di tecnica e di potenza ma che poche volte è in grado di ritagliarsi un proprio spazio. Insomma, un muro di suono devastante che proietta la band ai vertici della scena nazionale e i cui riffs saranno scippati da molti altri, sia in ambito heavy che in ambito thrash metal, a testimonianza che questi giovani hanno fatto scuola. A differenza di quanto potrebbe sembrare, il testo non è un inno alle droghe, anzi è proprio il contrario. Un uomo si specchia e guarda se stesso in condizioni pessime, rovinato dalla droga, ma decide di reagire, di cambiare strada. Accende la fiamma dell'orgoglio che dimora in sé e si prepara a combattere, come un cavaliere, con scudo e spada, per ristabilire l'ordine. Davanti a sé vede un'isteria di massa, la folla in preda all'euforia provocata dagli stupefacenti, ma egli decide di voltarsi e di allontanarsi da tutto quello squallore. La tentazione è forte, come la pioggia che adesso lo affoga, ma la vita è breve e il tempo trascorre velocemente, perciò bisogna agire con coraggio e forza di spirito. La mente ora è assorbita in un vuoto che scuote e confonde, la strada si incurva e sembra infinita, la dipendenza è una brutta bestia, ma l'uomo procede a testa alta, convinto di uscirne per riappropriarsi della propria esistenza. 

Crisis Of Life

"Crisis Of Life (Crisi Di Vita)" è un tornado pronto a spazzare ogni cosa, Gonzo dà il meglio di sé dietro le pelli ma è proprio tutta la sezione ritmica che pesta indemoniata con Prichard e Vera sempre in primo piano. Probabilmente, insieme alla opening track, questa è la canzone più veloce dell'album, una speed song in piena regola e senza regole, data la struttura snella, quasi ridotta all'osso, ma sicuramente agile, costruita su strofe lunghissime e sciorinate velocemente e su ritornelli, altrettanto lunghi, dal climax circolare. La cosa che colpisce di più è la sua potenza, unita appunto all'agilità di composizione, che ricorda molto il thrash metal. Sembra di ascoltare un brano dei Metallica o dei primi Testament, e sono sicuro che questi ultimi siano stati enormemente influenzati dagli Armored Saint, ma ciò non è una novità, dati i continui e numerosi complimenti ricevuti da tutte le thrash metal band americane, con Metallica, Megadeth e Anthrax in prima fila a elogiare il lavoro e le idee di questi ragazzotti californiani. La lama affilata del compianto Dave Prichard, ad esempio, è un faro luminoso per tutto ciò che concerne il metal estremo, i suoi fraseggi e le sue intuizioni influenzano tantissimo i colleghi, tanto che lo U.S. power metal e il thrash (due generi americani) scippano a piene mani il genio creativo del chitarrista. Joey Vera, invece, data la brillante tecnica ma anche la precoce sapienza, maturità stilistica e la pulizia sonora, fa da alfiere per tutte quelle band che da lì a poco saranno etichettate come prog metal, e non a caso proprio lui entrerà, negli anni 90, a far parte di una delle band di maggior spicco in ambito progressive, i geniali Fates Warning. Dopo le furiose strofe e un brevissimo pre-chorus è la volta del ritornello, dicevamo circolare, perché ha un'anima doppia che viene ripetuta interscambiando le frasi. La fase centrale è particolare, essendo dominata da un giro di basso che mette tensione e crea un'atmosfera pazzesca, con la chitarra elettrica in sottofondo che sembra jazzare prima di sfogarsi con un solo brutale. Si recupera velocità in prossimità del bridge, dove Bush urla come un diavolo riprendendo poi il ritornello. Il testo intimista e particolarmente nervoso rende il pezzo frenetico, qui si parla di crisi di vita, di un malessere che colpisce molti di noi. E' quando sai che la tua vita sta andando in malora, nulla va bene, e non sai come comportarti per affrontare gli imprevisti. Riesci a sentire una specie di allarme nel cervello che ti avverte che c'è un intruso che ti sta risucchiando la vita, la serenità, e ciò non è un sogno. E' la vita mascherata da incubo e la pelle sembra intagliata, piena di cicatrici portate dalle varie sventure, mentre la testa è come se venisse drenata di ogni pensiero, come infilzata da spilli per un rituale voodoo e il corpo divenisse una bambola di paglia, ma la colpa di chi è? Della vita stessa? O è semplicemente uno stato mentale?

Frozen Will / Legacy

"Frozen Will / Legacy (Volontà Congelata / Eredità)" si apre con un oscuro arpeggio, molto malinconico, che si protrae per più di un minuto, fino a esplodere nell'ennesima cavalcata metallica. La velocità è la stessa della precedente traccia, solo che questa volta le linee guida sono più classiche e sono dotate di un retrogusto melodico. Le strofe sono snelle, audaci, in grado di catturare al primo ascolto, e anticipano un ritornello tanto semplice quanto efficace, interpretato da un Bush in stato di grazia. Nella fase centrale troviamo un doppio assolo di Prichard, il primo più delicato e quasi in penombra, il secondo molto più violento e acuto, supportato da una prova magistrale di Joey Vera, che dona al pezzo quel tocco magico che solo un fuoriclasse come lui sa trasmettere. Gonzo Sandoval è enorme nei cambi di tempo, sembra un toro in carica pronto a incornare tra una strofa e l'altra, preparando il territorio per la voce malevola e pungente di Bush. Sei minuti che volano via in un baleno per un brano impregnato di orrore e di negatività sonora che tratta di utopia e di nichilismo. Il soggetto, di natura religiosa, è l'avventura di Noè e la sua arca della salvezza. Dio aveva promesso all'uomo di trarre in salvo una coppia per ogni specie animale, prima di affogare il mondo nelle acque e spazzare via tutti i peccati e i peccatori. Prosciugare la terra e con essa ogni forma vivente, per ricominciare tutto daccapo e riformare una nuova stirpe, più giusta e più meritevole. Quaranta giorni di piogge incessanti per mettere in guardia l'uomo, nella speranza che gli uomini di oggi possano imparare dal passato e migliorare le cose. È un grido di speranza per le generazioni future, un inno religioso che sorprende, dato che gli Armored Saint sono stati sempre ipercritici verso le religioni, ma che, tutto sommato, manda un messaggio positivo e di sicuro effetto. 

Human Vulture

Dopo questo intermezzo speranzoso, ricadiamo in preda alla misontropia con la splendida "Human Vulture (Avvoltoio Umano)", heavy song dal fascino immortale introdotta dal fruscio del vento, dunque le chitarre di Prichard emergono prepotentemente come lame scintillanti nel buio e che si divertono a duellare col basso energico di Vera. John Bush è ancora più acido, la sua voce al vetriolo non lascia scampo, le strofe sono composte da due quartine dove, a tratti, la voce del singer è modificata per riprodurre un demone alato, l'avvoltoio umano del testo. La canzone è una struttura suddivisa in tre parti uguali, ognuna delle quali è intermezzata da un assolo screziato di ruggine e dal sentore futuristico. La cattiveria scaturita da questa traccia è evidenziata da ogni singolo strumento, un monolite irremovibile che non presenta cambi di tempo e che resta lì fermo, immobile, a farsi ammirare da tutti, sul quale svetta il timbro unico e inimitabile del vocalist, vero protagonista. Un monolite, dicevo, perché non esistono cambi di tempo, il brano fila dritto spazzando via ogni cosa, persino il bridge viene mascherato dalla ferocia risultando poco accennato, ma la sezione che sicuramente colpisce di più è la lunga coda finale dove gli strumenti si quietano lasciando un minuto abbondante di sussurri e di effetti strani in sottofondo che sembrano cullati dal soffio di vento che ritorna per chiudere il pezzo. "Human Vulture" è una canzone tipicamente horror metal che potrebbe ricordare qualcosa dei colleghi Lizzy Borden (ai quali, per un paio di anni, si unirà anche Joey Vera). Il testo è davvero macabro, truculento, che parla di un vampiro in cerca di sangue. La creatura delle tenebre fuoriesce dalla foschia notturna, ha un desiderio insaziabile di linfa vitale, è un avvoltoio umano che splanca le ali e si scaglia con forza contro la vittima che grida aiuto ma è troppo tardi, il suo collo è bucato, reca i segni di un morso e dalle fessure zampilla allegro del sangue. Il vampiro sente la vita dentro di sé, le sue vene si rigenerano e la vittima si spegne tra le sue braccia. Un altro travertimento è riuscito, ma è sempre più difficile adescare fanciulle, fare da esca, seguirle, e tutto per la beatitudine eterna. E' una maledizione ma il suo corpo ha bisogno di essere riempito di sangue fresco, ogni giorno, perché la creatura infernale è un cannibale.

Book Of Blood

 "Book Of Blood (Libro Di Sangue)" è probabilmente ispirato all'antologia di racconti horror (suddivisi in cinque volumi) dello scrittore Clive Barker, pubblicata per la prima volta nel 1984. Traccia nera come la pece ma dotata di una certa melodia che colpisce subito l'ascoltatore, i fraseggi di Prichard sono ottimi, così come il suo solo, che giunge esattamente dopo le prime due strofe declamate da Bush, ma la cosa particolare è che il refrain è posto soltanto nella seconda parte del pezzo, quando il ritmo rallenta e si trasforma quasi in una ballad acustica, ma è un ritornello strano perché in realtà è il bridge per la coda finale, disteso su ritmi pacati dove chitarra e basso si destreggiano con effetti spaziali e che, in un certo senso, estraniano il pubblico e lo annichiliscono. L'ultima fase è la più violenta, si recupera perciò velocità ma anche energia, a cominciare dalle urla disumane del vocalist e dalla batteria di Gonzo che assomiglia a una mitragliatrice. Questo pezzo è un mistero, studiato proprio per sorprendere, suddiviso in tre parti distinte e senza un vero chorus a trascinare l'andatura, basato più che altro sulle atmosfere create dalla sezione ritmica e su un senso di vertigine scaturito dagli effetti sonori che rendono il tutto così mistico. Decisamente un grandissimo brano, il cui testo sembra l'introduzione del primo volume dell'antologia di racconti di Barker, con un prologo secondo il quale ogni uomo è un libro di sangue e ogni cicatrice sulla pelle è una storia da raccontare. La storia che ci raccontano gli Armored Saint è un storia di lotta che sembra fantascientifica ma che è la realtà del mondo. L'essere umano è visto come un robot ubbidiente agli ordini dei capi e con la bocca cucita, senza diritto di parola o di espressione. Le sue opinioni non contano nulla, eppure bisogna scatenare una reazione per svegliare le coscienze al fine di cambiare la società, sovvertirla come per magia. Ma la pressione sulle spalle è tanta e spesso si combatte da soli.

Terror

"Terror (Terrore)" è un'altra bomba sonora, portata avanti dalla potenza del basso di Vera, mentre la chitarra di Prichard suona davvero solenne e trionfale. Trattasi di una brano snello, dalla struttura dinamica e molto veloce, dove le strofe sono letteralmente divorate e il refrain non tarda ad arrivare. Purtroppo, nonostante le lame affilate delle asce e una batteria potentissima, il chorus è il meno significativo dell'album, forse troppo ripetuto e monotono e ciò fiacca gli intenti di una composizione comunque di buona fattura. La parte più interessante la troviamo a metà brano, quando assistiamo a un bel cambio di tempo contornato da cori da stadio e voci modificate che incutono timore, dunque giunge il prezioso assolo di chitarra che dà seguito a uno schiambio dialettico con i tamburi di Gonzo fino al break melodico. Una canzone pungente, dove le chitarre elettriche svolgono il proprio lavoro con audacia senza risparmiarsi e dove i giri di basso dominano la scena, ma sicuramente ci troviamo di fronte alla traccia meno riuscita, monotona e soffocante, ma probabilmente è questo l'intento della band, soffocare e causare capogiri. Non a caso si parla di guerra, la sacra guerra, quella che coivolge tutti noi, innocenti o colpevoli, patrioti o uomini fedeli ai proprio valori, uomini di legge e uomini di chiesa. Tutti che combattono per la guerra, questo mostro astratto che tutto divora e che si ciba di paure. Ma quello che parla davvero è il Santo Corazzato, armato di scudo e di spada affilata, pronto a gettarsi nella mischia per difendere i deboli, per uccidere gli infedeli, per far valere la propria fede. Il testo, ma anche la parte strumentale, ricordano le tematiche di "March Of The Saint", laddove i cuori dei musicisti traboccano di orgoglio e di foga giovanile e un poco immatura.

Underdogs

"Underdogs (Perdenti)" sembra riprendere l'irruenza della opening track, grazie al suo spirito dinamitardo e alla sua velocità sparata a mille, con le chitarre molestate e la batteria scatenata. Anche qui abbiamo un strofa lunghissima composta da due quartine attaccate che precedono un ritornello scarno e d'impatto basato soltanto sulla parola del titolo ripetuta per ben quattro volte. Il corpo del brano si snoda furioso tra duelli chitarristici e acuti di Bush, fino a giungere al break centrale, impreziosito da un accordo di basso e poi da un solo di chitarra lunghissimo. Il pezzo è ottimo, purtroppo le coordinate nevrotiche e sperimentali di un album come "Delirious Nomad" sono tralasciate in favore di maggiore scioltezza e più classicismo ma, in questo modo, si perdono per strada coraggio e unicità. Dopotutto, gli Armored Saint le tentato tutte pur di sfondare sul mercato musicale, ma troppo spesso, tendono a semplificare l'architettura dei proprio brani, a snellire troppo, ed è un vero peccato avendo a disposizione musicisti di tale caratura. Sia chiaro, anche questa "Underdogs" è un gran pezzo heavy, peccato solo che non sia in grado di sorprendere l'ascoltatore, confondendosi con le ultime due tracce appena analizzate. Avrei preferito maggiori cambi di tempo, più sorprese melodiche, più sfumature sonore, ma mi rendo anche conto che la band, nel 1987, quasi allo sbando e indebitata fino al collo, cerca in ogni modo di rientrare in una categoria e di riscrivere la sua storia. Non a caso, tutte le frustrazione accumulate e tutto l'odio provato per gli stronzi che non li capiscono, vengono rigettate tra le righe del testo. Un testo cattivo, grondante acredine, nei confronti di chi ha intralciato i piani dei quattro ragazzi, di chi pensa solo ai soldi e se ne frega del talento. Bush urla a tutti di essere dei perdenti, di fargli schifo, di essere stufo di questo andazzo, poiché il talento e i valori non vengono presi in considerazione. Purtroppo sono i potenti a comandare, a condannare al proprio destino i poveracci, a mentire per fregare più gente possibile, ma sono destinati a bruciare all'inferno assieme ai loro soldi.

Conclusioni

Da un certo punto di vista "Raising Fear" è un buon compromesso tra ciò che erano gli Armored Saint agli inizi della loro storia e ciò che realmente vogliono suonare, ovvero heavy metal dalla struttura semplice ma dai connotati adulti. Se da una parte c'è un ritorno a brani lineari e potentissimi sulla scia di "March Of The Saint", dall'altra parte le liriche sono pesantemente influenzate dal maturo "Delirious Nomad". La mossa sembra vincente perché l'album, seppur con passo lento, riesce a vendere bene e a conquistare fans e critici, perciò possiamo dire che questo è il lavoro della salvezza che riesce a riprendere per i capelli una band quasi allo sbando e con l'acqua alla gola. La produzione non è perfetta come nel disco precedente ma è comunque ottima, più grezza ma ben calibrata, anche se i deliri strumentali, immersi nell'isteria e nel nervosismo che tanto piacevano a me e a una piccola schiera di fans vengono tralasciati a favore di una maggiore pulizia e semplicità. Fatto sta che il pubblico, ancora poco avvezzo alle sperimentazioni, a differenza della precedente opera, accoglie favorevolmente "Raising Fear", proiettando la band ai vertici della scena nazione. Segue un lunghissimo tour mondiale, con parecchie date in Europa dove la band finalmente si impone, in compagnia di Grim Reaper e Helloween che donano ai californiani un'ottima pubblicità. I tempi sono ormai maturi e, agli inizi del 1988, gli Armored Saint riescono a scindere il maledetto contratto con la Chrysalis, etichetta che, in quattro anni, ha combinato disastri clamorosi ai danni di questi ragazzi, quasi rovinando loro la carriera. Il rientro alla Metal Blade, una delle migliori case di produzione specializzate in campo metal, ha il sapore di un sorta di redenzione ed è accolto da tutti in modo favorevole. La band comincia a recuperare fiducia e speranze di successo e, senza perdere troppo tempo, registra un mini live come spalla agli Helloween, pubblicandolo dopo poche settimane col titolo di "Saints Will Conquer", battezzando così il nuovo contratto. Il disco viene ditribuito ovunque e vende benissimo, dimostrando a tutti che una seria e fedele etichetta alle spalle è fondamentale per il successo di un gruppo, tanto che nel giro di un solo anno gli Armored Saint sono sulla bocca di tutti e si preparano, in tutta tranquillità  e serenità, a comporre il loro capolavoro assoluto, l'imponente "Symbol Of Salvation", loro maggior successo commerciale che li proietta ai vertici delle classifiche, ma non tutto va bene, perché la sorte nefasta si accanisce, ancora una volta, sulla sfortunata band, funestando le registrazioni con la precoce morte, a causa di una fulminante leucemia, del chitarrista Dave Prichard. Ma questa è una storia che avrò modo di raccontare presto.

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1) Raising Fear
2) Saturday Night Special
3) Out On A Limb
4) Isolation
5) Chemical Euphoria
6) Crisis Of Life
7) Frozen Will / Legacy
8) Human Vulture
9) Book Of Blood
10) Terror
11) Underdogs
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