ARMORED SAINT

Punching The Sky

2020 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
29/10/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Dove eravamo rimasti? Ah, già, eravamo fermi a qualche anno orsono, quando gli Armored Saint erano tornati sul mercato con un album eccellente, "Win Hands Down", che era stato un vero successo di critica, seguito a ruota dal mini-live "Carpe Noctum", registrato durante una tappa in Germania. Quel che era chiaro, davanti agli occhi di tutti, era la straordinaria forma fisica della band americana, che nonostante i tanti anni accumulati sulle spalle era riuscita a mantenere grinta, ispirazione e potenza. La pausa che ne era seguita era d'obbligo, lasciando il tempo per studiare i primi arrangiamenti di questo lavoro già agli inizi del 2018. E così giungiamo al presente, due anni più tardi e dopo un'intensa sessione di registrazione nello studio privato di Joey Vera prima e poi negli Skullseven Studios di Hollywood, dove gli Armored Saint sono pronti a tornare con un nuovo album, l'ottavo in carriera, "Punching The Sky", ribadendo a tutti, come se ce ne fosse ancora bisogno, come si suona heavy metal tradizionale, mantenendo freschezza e originalità, dunque restando al passo coi tempi. Una vera lezione di stile e una classe rarissima che questi eroi del cosiddetto U.S. power mettono alla loro tavola, appena apparecchiata, esponendo i pezzi più prelibati, cibarie per il cuore e per l'anima di ogni ascoltatore. Gli intrecci sonori ricalcano quelli del precedente lavoro, sono arrangiamenti intrigati, abbastanza complessi nella loro esposizione, e che non puntano su facili melodie. Sono gli Armored Saint in tutto e per tutto, per la gioia dei fans sparsi per il mondo, ma questa volta il sound proposto raccoglie ingredienti di qua e di là, risultando molto moderno, un po' come era stato per l'eccezionale "Revelation", del 2000, figurandosi come una sorta di rielaborazione-venti-anni-dopo, ma anche per "La Raza", del 2010, specie per la costruzione dei singoli pezzi. Un pizzico di folklore, grazie alle cornamuse dell'ospite Patrick D'Arcy, l'elettronica studiata da Joey Vera, che oltre a essere bassista e leader del gruppo ormai ne è il produttore stesso, e le tastiere del Guns N' Roses Dizzy Reed, che danno una dimensione più contemporanea alla sezione strumentale. Una formazione affiatata, che in questo drammatico 2020 ritorna in scena scalciando come una bestia inferocita, prendendo a pugni il cielo, scagliandosi contro il sistema, come al solito, facendo un bel dito medio rivolto contro pandemie, limitazioni, politiche errate e tutto ciò che reca danno alla società odierna. Produzione scintillante, merito della fedele Metal Blade, tra le etichette più genuine di tutto il mondo metallico, che suona sincera e vera, testi intelligenti, la voce sempreverde di un mostro come John Bush e un'alchimia difficile da trovare altrove, con un gruppo unito ormai da decenni, senza cambi di line-up che ne minano la stabilità. Da tutto ciò non può che scaturire una potenza di fuoco che si propaga attraverso un disco heavy metal di grande valore, potente, suonato divinamente e soprattutto longevo, che cresce ascolto dopo ascolto. "Punching The Sky" è ciò che tutti noi stavamo aspettando, c'è poco da aggiungere; sì, okay, l'heavy classico è un genere datato e che difficilmente è capace di rinnovarsi ancora, risultando, spesso e volentieri, ripetitivo, ma in un certo qual modo gli Armored Saint riescono sempre a sorprendere, adottando soluzioni inedite che inebriano la mente e aprono il cuore di ogni metallaro che si rispetti. Sono loro, come li conosciamo da ben trentacinque anni, eppure ancora una volta trovano la formula giusta per non stancare mai. Credo di aver terminato gli aggettivi per definire questi artisti, sono semplicemente dei musicisti mostruosi in grado di scovare l'ingrediente segreto per rendere magica la loro ricetta musicale. Il loro marchio è scolpito nella storia del metal, e così "Punching The Sky" gronda lava incandescente ad ogni nota partorita, come sottolinea la copertina sulla quale il Santo Corazzato viene forgiato dall'eruzione vulcanica. Un marchio indelebile che sconvolge le nostre notti e scuote i nostri cuori d'acciaio.

Standing On The Shoulders Of Giant

Il tocco folkloristico, con le cornamuse, introduce Standing On The Shoulders Of Giant (Restando sulle spalle del gigante), creando un'atmosfera di antico sapore, vagamente epica. Quando gli strumenti caricano si intuisce subito che strada prenderà questa bella canzone. Neanche due minuti e il brano decolla, erigendosi su un riffing graffiante e ipnotico. "Ti alzi quando la sveglia suona, sperando che qualche opportunità bussi alla porta. La Nemesi semina i semi del dubbio, ti fa sentire sciocco ma, fiducioso, pensi di aver capito tutto". Bush intona un canto di disperazione e questa volta a disperarsi è un uomo che si sente schiacciato dalla vita stessa, quasi fosse un fardello troppo pesante da sopportare. Il refrain arriva velocemente, ed è vincente: "Sto invecchiando, sollevo il masso e con tutta la forza lo faccio a pezzi alzandolo in cielo, stando sulle spalle dei giganti, mano a mano che la vita diventa più fredda e le fiamme si accendono". L'uomo si toglie il peso di dosso, lo fa lanciando il masso con tutta la forza, ma la vita è un gigante onnipotente, pronta a infierire. Melodia in primo piano, drumming solenne, poi subentra il possente basso di Vera che dona al pezzo un clima mistico. Duncan e Sandoval si alternano, duellano in una serie di fraseggi feroci, ed ecco che arriva l'assolo. "Il nettare degli Dei ha un sapore agrodolce, io esco dal fango, sotto il caldo asfissiante, il lupo mi appare con un bel manto di lana, mi attira col sorriso". La vita si palesa nelle sembianze di un lupo affamato, dal manto candido e il sorrido che cela un qualcosa di inquietante. L'uomo cerca di sopravvivere alla quotidianità, una vita piena di fango, nella quale sguazzare, dove il sole picchia forte, stordendo. Il drumming di Gonzo ci accompagna terremotante alla conclusione, tra le grida di un Bush indomabile.

End Of The Attention Span

Se il brano di apertura punta sulla potenza e meno sulla velocità, cercando di mantenere un clima epico, End Of The Attention Span (Fine della soglia di attenzione) è roccioso heavy metal aperto dal duello tra batteria e chitarra elettrica, e prende velocità in pochi secondi. Un groviglio di fraseggi ci calpestano i timpani, senza perdere tempo, con un Bush dal vocione acido che intona la prima strofa. "Deve essere contagioso per tutti noi, siamo vicini eppure qualcosa ci divide, siamo noi, persi nei nostri schemi". Già dal primo blocco si intuisce l'argomento principale: l'assenza di personalità negli individui, l'impossibilità di raggrupparsi per protestare, l'individualità schiacciata da schemi prestabiliti. "Vogliamo fermarci e passare ad altro, ci sentiamo intrappolati nella nostra fame di routine. La concentrazione è solo una merce sopravvalutata, il potere è ormai finito, siamo alla fine". La condizione dell'uomo nella società contemporanea è pessima, tutto ormai è basato su cose superficiali che si gustano e poi si gettano via. Una fama materiale che ormai fa parte della nostra quotidianità, bulimia commerciale che spezza la nostra attenzione e le nostre emozioni. "La nostra attenzione è terminata, attenzione, questa è la fine. Anti-evoluzione. Una grande serata, uno spettacolo dalle alte luci sul palcoscenico, siamo noi, ci guarderemo attraverso i nostri schermi". Ci stiamo involvendo, recita il ritornello, supportato da cori bellici, così il potere individuale svanisce nel nulla. Bush è feroce, segue il ritmo impartito dal drumming furente di Gonzo, che guida un pezzone heavy veloce e granitico. L'assolo di Sandoval è fantastico. Il ritmo viene frenato e si riparte da capo con l'ultimo verso, quello più significativo: "L'artista è frustrato, il nostro momento fugace viene frenato, il nostro potere è stato violato". Qui emerge la frustrazione dell'artista, condannato da una società superficiale e grottesca disinteressata alla cultura e all'arte in generale. Il potere e il messaggio degli artisti sono infangati, umiliati, stroncati da un mondo che corre troppo veloce senza porre la giusta attenzione.

Bubble

Un rumore metallico genera Bubble (Bolla), possente brano dalle ritmiche serrate e l'andamento medio. Protagonisti della canzone sono il vocalist Bush e il batterista Gonzo, che velenosamente duellano, costruendo passaggi claustrofobici ma che si aprono alla melodia prodotta dal ritornello. "Racchiusi nei loro difetti, mai esposti per non essere battuti. Sono a due passi e parlano un linguaggio bellicoso. Se non riesco a entrare non potrò combattere, la porta è chiusa ma dentro c'è qualcuno". Il riffing claustrofobico e oscuro evoca l'immagine di un uomo intrappolato all'interno di una bolla, dentro la quale scarseggia l'ossigeno e che non permette grande mobilità. La bolla è metafora di una società che tende a controllare il popolo per tenerlo a bada, spaventata da rivoluzioni e sogni di libertà. Individui così diversi, ognuno con i suoi difetti, ma tenuti lontani per impedirgli di comunicare. "Mi aggiro fuori dalla bolla, devo solo scrutarci dentro, anche se potrebbero esserci problemi. Lo strato della bolla non è così spesso. Ho rotto il sigillo, posso vedere la faccia del diavolo, ma ora non posso uscire e scappare". L'uomo strappa il sigillo e fa scoppiare la bolla, lo attende il mondo esterno, pericoloso, comandato dal diavolo. Deve scappare dal mondo e non farsi beccare. Le linee melodiche sono fantastiche, tra le migliori concepite all'interno dell'album. tornano gli strani rumori metallici, come catene battenti, che ci accompagnano nel break prima del siderurgico assolo di Phil Sandoval. "Se ne avrò la possibilità farò scoppiare la bolla, sono nei guai, ma ce la farò, uscirò da qui". Ora che l'uomo è riuscito a liberarsi della bolla e a osservare il mondo per quello che è, si sente in pericolo. Non sa dove nascondersi, ma deve fuggire, stare attento, non può fidarsi di nessuno. La libertà comporta sacrifici, così la verità.

My Jurisdiction

Connubio tra violenza e ritmica alternativa, My Jurisdiction (La mia giurisdizione) ripropone l'heavy tradizionale della band in chiave moderna. Basso predominante e voce adirata per un brano che parla apparentemente di droga. "Ecco il fornitore, chiamato erroneamente superman, tuta attillata e due mani morbide, è un pervertito. Ne ho bisogno adesso, ho un buco nella testa. Sto spegnendo i miei sistemi". Il buco nella testa è l'astinenza dalla sostanza, il sistema nervoso che sta per crollare se non si assume una dose al più presto. Lo spacciatore arriva per portare la pace dei sensi. Il ritmo nevrotico dà la sensazione di astinenza, con il giro di basso nervoso e il riff teso. "Sono fatto, ma lui è ancora fuori dalla mia giurisdizione. Sono in pericolo, lui ama la mia donna ed io ci sto male. Stiamo diventando folli, questo tribunale disprezza gli escrementi come noi". Il tossico si sente un reietto, giudicato da un tribunale come un pazzo che non conta nulla per la comunità. Eppure è capace di amare e non tollera condividere la propria donna con altri uomini. Il chorus è psicotico, un vortice di riff ingrovigliati provenienti dalla psiche fragile e agitata del tossico. Un bel pezzo, anche se forse gli manca qualcosa che lo elevi definitivamente, magari un passaggio centrale o un cambio di ritmo a spezzare le linea generale, che a dire la verità arranca un po' per via di una struttura ridotta all'osso.

Do Wrong To None

Do Wrong To None ((Non far male a nessuno) è una delle tracce più riuscite in scaletta, fucilata heavy che riflette sulla bastardaggine della vita. Gonzo si scatena dietro le pelli, intavolando un andamento marziale sul quale emergono le chitarre infuocate e un basso prodigioso. Bush urla su base sincopata che riporta al periodo Anthrax. "Osserva lo stress che abbiamo accumulato, è rovente, siamo tutti vittime innocenti. Passeranno 80 milioni di anni e solo alcuni sopravviveranno, l'emoglobina è stata gettata via, delle x sui curricola". Lo stress accumulato da un'esistenza misera comincia ad essere troppo, a soffocare il poveretto, che si sente schiacciato di colpo dalla routine. Si sente fuori dal mondo, la x che contrassegna i suoi cv significa che egli è inadatto per qualsiasi ruolo all'interno della società. Il ritmo, d'un tratto, aumenta vertiginosamente, e dai fraseggi cadenzati e quasi thrash si passa a un ritornello sublime, sparato ad alata velocità. "Il diavolo è nei dettagli, dimostrerà che siamo tutti ingenui, siamo impuri. Ama tutti ma fidati di pochi, dobbiamo sfidare la storia. Il diavolo è sempre assetato di sangue". Il ritornello procede senza limiti, mettendo in luce la difficoltà dell'uomo nell'inserirsi nella comunità. Mai fidarsi degli altri, vivere con cautela, affidarsi solo a se stessi. Il break centrale è suggestivo, la ritmica si infrange di colpo, poi ecco che parte l'assolo e si recupera velocità incandescente. L'importante è non far male a nessuno, non recare danni agli altri, ma pensare solo a se stessi pur di sopravvivere.

Lone Wolf

Molto più melodica è la canzone Lone Wolf (Lupo solitario), irresistibile nell'impatto, molto classica. Qui emerge maggiormente l'elettronica e il tappeto di tastiere di Dizzy Reed, che donano quel tocco modernista in più che non fa certo male per un disco del 2020. Niente di trascendentale comunque, l'impronta elettronica è quasi impercettibile, ma si amalgama perfettamente alle dinamiche del pezzo, donandogli una grandissima atmosfera, tutta da gustare. "Dovremmo danzare lentamente, forse lascerò perdere tutto ciò, ho perso tempo ogni sera e ora ho il broncio. Tutto lo sforzo fatto è stato vano, non cerco redenzione". Il ritmo è danzereccio, la melodia accentuata, ma parliamo sempre di heavy metal, con chitarroni in bella mostra e drumming ben calibrato che scuote le casse dello stereo. Gli assoli di Sandoval fanno la differenza, così come il bel ritornello intonato da un Bush in grande spolvero. "Sono un lupo solitario, navigo in acque pericolose, devo mettere la corazza, faccio un gioco di attesa, magari finirò morto". Le liriche raccontano di un uomo che ha perduto tutto e che ora sente di essere giunto a un punto di non ritorno. Non è in cerca di redenzione, ma di certo non è soddisfatto di quello che ha combinato negli anni. La vita si è accorciata inesorabilmente, egli ha perso tutto e tutti, ora è solo come un lupo e naviga in acque pericolose, eppure non ha intenzione di arrendersi alla vita, indossa la corazza e va avanti, giorno dopo giorno, sfidando la morte stessa. È pronto al duello.

Missile To Gun

Duello che arriva ruvido con la convenzionale Missile To Gun (Missile alla pistola), frustata heavy di grande valore, perfetta per creare scompiglio e scatenare il pubblico, sia da casa che durante i concerti. Diretta, dalla struttura semplice, dinamitarda. Insomma, un pezzone tanto canonico quanto trascinante. "Sei più grande di me, sei più forte di me, ma io cerco l'equilibrio, sono pazzo e ti massacrerò. Se mi porti via l'arma il mio vantaggio se ne va. Siamo uno contro uno ma io ho un missile da sparare. Pistola contro coltello". Due uomini si fronteggiano, uno col coltello, l'altro con la pistola. Tutto è una metafora di sopravvivenza: il piccolo e fragile con la pistola è l'essere umano, il gigante col coltello è il mondo. Le linee melodiche conquistano all'istante, sembra di ascoltare gli Armored Saint del disco di esordio, lo storico "March Of The Saint". Ci ritroviamo negli anni 80 con questo missile sonoro che parla di combattimento e di guerra quotidiana. Un inno alla vita di strada, una lotta tra poveracci che non hanno nulla da perdere. "Ho un'arma più potente della tua, un'arma nucleare che fa saltare la terra. Potremmo accettare entrambi di condividere la colpa e rassicurare tutti della nostra sanità mentale". Il ritornello è tanto semplice quanto d'impatto, l'andamento frenetico e affascinante, con i fraseggi brillanti, gli assoli al fulmicotone, la sezione ritmica perennemente impennata e che non concede respiro alcuno. Heavy metal tradizionale in cui compare l'ombra maideniana per via dei fraseggi, fatto in modo eccellente, partorito da una band ancora oggi in una forma strepitosa.

Fly In The Ointment

Fly In The Ointment (Vola sull'unguento) è meno dirompente, ma non per questo meno coinvolgente. Atmosfera mistica, con la chitarra acustica che crea una specie di cantilena, e soprattutto un testo amaro che parla di un uomo solo che stenta a sopravvivere, condannato a una specie di limbo esistenziale. "Come acqua per un cactus ho bisogno di una lunga bevuta fredda, come un albero nella foresta ansioso prima di essere abbattuto. Sulla strada il motore accelera, sono gelido eppure mi sono scottato". La strofa è pacata, gli strumenti sono quieti, ma si gonfiano prendendo la rincorsa sia nel prosieguo del brano e sia nell'ottimo refrain, che spicca per intensità: "Volo nell'unguento. Ecco che arriva una frana che mi inghiotte, sono nei casini, ma seguo la curva. Mi servirebbe una dose di zucchero come per un bambino nel paese delle caramelle". La vita è piena di curve e di pericolosi sentieri, le pareti rocciose possono cedere e creare delle frane, ovvero degli imprevisti che ognuno di noi deve schivare. L'innocenza è finita da un pezzo, non siamo più nel paese dei balocchi. Una semi-ballata molto evocativa che mette in luce la classe della band, qui immortalata in territori hard rock.

Bark, No Bite

Attacca in modo solare, Bark, No Bite (Superficie, nessun morso), canzone dall'indole più sempliciotta rispetto alle altre, costruita su un fraseggio hard rock vecchio stile che sembra uscito da una fabbrica direttamente negli anni 80, anche se poi il brano prende un'altra via, specie nel particolare ritornello, evidenziando un'anima doppia che lo pone a metà tra vintage e contemporaneità. "Te lo dico io, la sua piscina non è pulita per niente, tira fuori il culo e invade lo spazio. È il dio della bruttezza, la sua candida filosofia fa schifo, gode nel far piangere gli amici". Si descrive la meschinità e la bruttezza dell'animo di una persona, metafora della politica odierna, anche se il senso assunto dalle liriche è abbastanza complicato da interpretare, talmente vago e astratto. "Chiama i tuoi cani, abbiamo bisogno del dialogo per gestire tutto, sbrigati. Vivere dove i bisognosi non hanno un pasto, preferire l'ignoranza, ma quando i proiettili iniziano a volare il ragazzo può ballare". Il ritmo è sinuoso, non particolarmente riuscito, a differenza dell'assolo di chitarra, uno dei migliori del disco, ma la melodia non colpisce, anche se lo strambo refrain dal sapore alternative rock contiene un certo grado di soddisfazione. "Siamo manichini e più siamo grandi più cadiamo", ecco che emerge la condizione dell'uomo moderno all'interno della società corrotta. Volano proiettili nell'aria, siamo tutti manichini presi di mira dai potenti di turni, che ci usano come bersagli, mettendoci l'uno contro l'altro. L'ignoranza ha ormai preso il posto della cultura e della ricerca della verità.

Unfair

Unfair (Ingiusto) è una bellissima ballad dalle atmosfere mistiche e il ritmo quieto. Contiene in sé un briciolo di psichedelia che gli fa fare quel guizzo in più. Bush canta con tono solenne e con l'accompagnamento della chitarra acustica, mentre il drumming di Gonzo si potenzia lentamente. "Messa a fuoco, distratta e incompleta, l'attenzione è ormai obsoleta". Anche in questo caso ritroviamo un tema già affrontato, quello della perdita di attenzione e una superficialità sempre più dilagante tra la massa. L'attenzione è ormai obsoleta, recita il cantante, e intanto il basso di Vera fa capolino in modo sempre più aggressivo. "Una volta erano ore, ora sono minuti, tutto ciò che il tempo permette. Quello che era un futuro ora sono pochi secondi. È ingiusto ma è tutto ciò che puoi ottenere". Il trascorrere del tempo è implacabile, il passato diventa presto presente e poi futuro, e a un certo punto ci voltiamo e ripercorriamo tutta la vita, fuggita via velocemente, e allora comprendiamo di tutte le giornate che abbiamo sprecato e vissute superficialmente. Il ritmo resta perennemente pacato, nonostante Bush tenti di alzare la voce, ma la sezione strumentale resta addormentata, come a non svegliare l'ascoltatore dal dolce torpore nel quale è sprofondato. "Calpestato, è tutto così irreale. Qualcuno mi svegli! Qualcuno mi mostri come guarire". È proprio la condizione umana ad essere addormentata, l'uomo moderno ha i sensi intorpiditi, e mentre respira affannosamente cercando di vivere la sua quotidianità il tempo passa veloce. Un brano molto bello e di grande atmosfera che culla tra le sue docili note.

Never You Fret

La conclusione è affidata alla spiritata Never You Fret (Non tasti mai), famelica traccia introdotta da cori tribali e da una batteria marziale. Le ritmiche heavy ritornano prepotenti, mettendo sul tavolo un brano possente e diretto, dalla natura indomabile. "Corri dietro l'angolo, corri intorno, libero di essere un giocatore d'azzardo. È ora di andare, di affrontare la musica, il pubblico è preparato". Un canto di guerriglia urbana, lotta per la sopravvivenza, il tema più sviscerato da parte degli Armored Saint nel corso della loro carriera. Gli strumenti infatti picchiano forte, dando la sensazione di battaglia, dove l'incedere è minaccioso e le vocals acide infestano l'aria polverosa. "Muoversi tra gli avversari, muoversi velocemente per viaggiare, prendendo lo slancio. Proteggi ciò che stanno cercando, l'onore non verrà revocato". La voce di Bush è agile, sembra schivare i proiettili lanciati dalle chitarre, mentre Gonzo, dietro le pelli, è così dinamico e offre forse la sua migliore prestazione. "Ammira la conquista, ammira gli sconfitti, sei finalmente premiato, crogiolati nel bagliore, pulisci ogni goccia di sangue, alza il bicchiere con gusto". Il ritmo è veloce, d'impatto, il corpo del brano è semplice, la band punta alla potenza e si lancia a briglie sciolte scatenando tutti gli strumenti. Duncan e Sandoval incrociano le asce ed eseguono degli assoli viscerali, mentre il lato melodico emerge con forza garantendo brividi, prendendo letteralmente a pugni un cielo tempestato da fulmini.

Conclusioni

Il Santo Corazzato è riemerso dagli abissi della terra, tra colate laviche e cieli tempestosi, e ha colpito di nuovo. Gli Armored Saint fanno ancora una volta centro, producendo l'ottavo disco in carriera, mantenendo una qualità invidiabile da tutte le altre formazioni storiche. "Punching The Sky" è un album ricco di melodia e di potenza sonora che palesa tutti gli ingredienti magici della band americana, che mai si è piegata alle mode o fatta schiacciare dalle tendenze, proseguendo un percorso tutto personale, dalle idee chiare e coerenti, ma sapendosi comunque adattare al mondo contemporaneo grazie a spruzzate moderniste e produzioni laccate. Undici brani e tutti di ottima fattura, che puntano dritti al cuore dell'ascoltatore: i fratelli Sandoval, Gonzo alla batteria e Phil alla chitarra, sono una garanzia, grazie a loro i Saint godono di una sezione ritmica terremotante, mentre con Joey Vera al basso e Jeff Duncan possono permettersi rifiniture di un certo calibro. La forza della band è quella di un equilibrio perfetto che dura sin dall'esordio e che pochissime altre formazioni al mondo possono vantare. Un manipolo di amici con la stessa passione e soprattutto con le stesse convinzioni che oggi si ritrova a suonare fortunatamente in pianta stabile, dopo un ventennio trascorso part-time nel quale è stato prodotto ben poco. Dalla morte del grande chitarrista Dave Prichard, che con i suoi assoli e il suo riffing ha dato l'impronta definitiva al gruppo, nel 1990 il destino degli Armored Saint sembrava segnato, la disgregazione del combo e i progetti dei vari componenti avevano fatto pensare al peggio, e invece è da circa un decennio che i nostri sono tornati a pieni giri, e lo hanno fatto con una forma strepitosa e una fame insaziabile. Sono contento che questi signori siano ancora tra noi e continuino a pubblicare grande musica, perché in campo heavy classico sono tra i più grandi al mondo, ad oggi probabilmente i migliori, il loro sound è riconoscibilissimo, difficile da replicare. Gli Armored Saint sono unici perché non assomigliano a nessuno e nessuno assomiglia a loro; il piglio punk che emerge dalle linee melodiche è una loro prerogativa, così come le liriche, mai scontate e anche di difficile comprensione, o gli arrangiamenti, mai troppo semplici. "Punching The Sky" sottolinea ancora una volta la classe di questi giganti del metal: i conflitti sociali analizzati in pezzi quali "Bubble" e "Bark, No Bite", o le spietate critiche al comportamento assunto nell'era moderna con "Do Wrong To None", che tratta della perdita di fiducia nel prossimo, o "End Of The Attention Span", dal testo migliore in assoluto e che rivela una grande verità, ossia l'umiliazione dell'arte e dell'artista nella società contemporanea, causa perdita di concentrazione da parte della massa, incapace di scendere in profondità e di capire i messaggi veicolati dalla cultura e troppo concentrata su influencer, playlist digitali e programmi spazzatura. E ancora la violenza da strada trattata in brani come "Missile To Gun" e "Never Your Fret", il problema della droga che troviamo in "My Jurisdiction" e la condizione solitaria dell'uomo, davanti alla fugacità della vita, rappresentata in ottimi pezzi come "Lone Wolf", "Standing On The Shoulders Of Giant" e "Unfair", quest'ultima davvero incantevole col suo ritmo pacato. Un paio di evocative ballate, il resto solo fucilate da headbanging, con un paio di brani sottotono ma che non incidono affatto sulla bontà dell'album, evidenziano un album dalla scaletta concisa e compatta. Chiedere di più sembra impossibile, dopo trentacinque anni gli Armored Saint sono ancora tra noi, autori di musica estremamente matura, e ogni loro lavoro è una lezione di come dovrebbe essere suonato l'heavy metal, con tanto cuore ma anche con la testa, tenendo conto dei messaggi che vengono veicolati, senza inciampare in passaggi infantili o grotteschi. D'altronde, i Saint non hanno mai fatto questo errore, apparendo sempre sofisticati e al passo coi tempi. "Punching The Sky" è un album prezioso, ma è anche un prezioso affresco di questo 2020, e più in generale di questa epoca così incomprensibile. Teniamocelo stretto.

1) Standing On The Shoulders Of Giant
2) End Of The Attention Span
3) Bubble
4) My Jurisdiction
5) Do Wrong To None
6) Lone Wolf
7) Missile To Gun
8) Fly In The Ointment
9) Bark, No Bite
10) Unfair
11) Never You Fret
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