ARMORED SAINT

Nod To The Old School

2001 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
15/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Revelation" non solo era l'album che sanciva il ritorno in pista degli Armored Saint, ma anche quello che doveva riportare in alto un nome così importante, sinonimo di qualità e di classe che molto spesso era stato ignorato non solo dai critici, a dire la verità mai troppo generosi nei confronti della band californiana, ma anche dal pubblico, soprattuto quello americano, attento più che altro ad altri generi, thrash e glam in primis, che si prendevano la maggior parte della scena nella seconda metà degli anni '80. All'alba del nuovo millennio, la band guidata dal vocalist Bush aveva proseguito alla grande il percorso interrotto nel 1992, evolvendosi senza perdere onestà e coerenza e consegnando un prodotto eccellente che suona a metà strada tra vecchio e nuovo. Nonostante gli impegni che coinvolgevano i singoli membri e che rendevano il progetto Armored Saint ridotto a poco più che un side-project, la fiamma della passione che da sempre avvolge questa magnifica band non accennava a spegnersi nemmeno alle soglie del 2000, dopo un periodo lungo quasi un decennio nel quale tutto era drasticamente cambiato. I Saint erano riusciti nell'impresa ardua di riprendere da dove avevano lasciato ricominciando daccapo, adattandosi all'epoca moderna ma senza rinnegare il passato, riuscendo in pieno nel risultato, almeno sul lato artistico ma meno su quello commerciale. "Revelation", in effetti, è un'opera incredibile che non ha nulla da invidiare ai classici della band, dove i cinque musicisti dimostrano di essere dei veri fenomeni, dove tutto è curato nei minimi dettagli, dalla scelta dell'art-work alla produzione, affidata allo stesso Joey Vera proprio per non essere influenzati da nessun personaggio "esterno" alla band, in modo tale da decidere ogni minuzioso aspetto della resa sonora e della composizione in studio, col bene placido della Metal Blade, vera ancora di salvezza del combo americano al quale aveva lasciato a sua volta carta bianca, sia per quanto riguardava la musica sia per i tempi a disposizione. Purtroppo, la maledizione che ha da sempre colpito questa band, minandone tragicamente il cammino, non era tardata ad arrivare, tanto che l'album in questione, nonostante le ottime critiche da parte della stampa specializzata e la bellezza oggettiva dei brani, era stato ignorato risultando un flop di vendite. Le vendite di "Revelation", relegate a poche migliaia di copie, non avevano soddisfatto né la band né l'etichetta discografica, risultando un clamoroso insuccesso e facendo passare l'album del tutto inosservato agli occhi del pubblico. Così, appena un anno dopo, nel 2001, dall'unione ormai consolidata tra Armored Saint e Metal Blade, si era deciso di pubblicare un'interessantissima compilation per rafforzare la presenza della musica firmata Saint sugli scaffali dei negozi, puntando dritti al cuore dei collezionisti e, come evidenzia il titolo, anche a quello dei nostalgici. Esaminando il materiale a disposizione, infatti, si nota che è studiato proprio per soddisfare i vecchi fans del combo americano, ma non solo, perché "Nod To The Old School" rappresenta un album unico nel suo genere e che raccoglie, tra demo, pezzi riarrangiati, live e cover, vari frammenti sonori che hanno fatto parte della storia di questa seminale band ma non è tutto, poiché questo lavoro è composto anche da brani recenti (tanto per non farci mancare nulla), recuperati appunto dalle sessioni del disco del 2000, lo stesso disco che aveva avuto l'onore, oltre che di riunire questo storico nome, di proiettarlo nel nuovo millennio alla conquista di nuove generazioni. "Nod To The Old School" non è un best of, non è una raccolta di B-sides e nemmeno un live-album, l'intento di questo atipico prodotto è piuttosto chiaro: mostrare tutte le sfaccettature che compongono l'anima trasversale e pura di questa sfortunata ma talentuosa band, ma anche quello di riportare sulle scene un moniker importantissimo in ambito metal e che per troppo tempo era stato dimenticato. Insomma, l'art-work di questo lavoro dice tutto ed è perfetto nella sua semplicità: una lavagna sulla cui parete è disegnata, in gesso, la sagoma del cavaliere corazzato, icona stessa della band, e in calce il significativo titolo: "Un cenno alla vecchia scuola", come scelta didattica da insegnare agli alunni, magari quelli più giovani che, vuoi per motivi anagrafici, vuoi per inevitabili mancanze dovute all'inesperienza, si sono persi per strada una delle band fondamentali dello U.S power degli anni 80, ma anche gli alunni più grandi che, ahimé, non hanno mai prestato grande attenzione. E allora, tutti dietro ai tavoli impugnando carta e penna per prendere appunti, la lezione di musica sta per cominciare!

Real Swagger

Le due canzoni in apertura mostrano gli Armored Saint più moderni, e il suono infatti ricalca quello del potente "Revelation", dimostrando una perfetta forma fisica e la scintilla dell'ispirazione mai sopita, tanto che si parte alla grande e con ottima e muscolosa musica heavy metal. "Real Swagger (Vera Spavalderia)" rappresenta i Saint attuali, tradizionalisti ma che sanno essere attuali, con un pezzo davvero riuscito sia dal punto di vista lirico che da quello prettamente musicale. Un effetto sonoro dà il via a questo inedito, sorretto dalle chitarre affilate di Duncan e Sandoval, sempre fantastici nel creare riffs brillanti e concreti, senza sfoggiare mai una tecnica troppo fine a se stessa. Entrano in scena la batteria di Gonzo e il basso di Joey Vera e la sezione ritmica è al completo, intanto lo strano effetto che abbiamo sentito nei primi secondi persiste in sottofondo fino a sfumare quando John Bush intona i primi versi. La ritmica non è forsennata anzi, l'andamento rimane di media velocità, ma gli strumenti pestano a dovere risultando dinamitardi, mentre la melodia (in verità poco accennata) rientra in linea con la produzione classica della band, mai troppo orecchiabile e che di certo non punta sulle linee melodiche ma piuttosto sugli arrangiamenti per trascinare l'ascoltatore, ma anche i testi solitamente cinici e spietati nell'inquadrare una realtà o uno stato d'animo. In questo caso si parla di un uomo che, durante una cerimonia, si pavoneggia davanti ai suoi amici, inconsapevole che tutti i presenti lo considerano solo un egocentrico presuntuoso. Fatto sta che questi si alza e inizia a parlare di sé tirandosela. Improvvisamente attacca il ritornello, abbastanza anonimo e privo di ritmo, con un Bush sugli scudi che alza la voce e grida di correre, di mettersi al riparo dalle parole dell'uomo. Non si respira perché la band parte subito con la seconda parte della canzone, allora ritorna la quartina che descrive il tipo come un cretino che cerca di sfidare gli sguardi indispettiti dei compagni, di nuotare con l'acqua alla gola per le stronzate che spara e che probabilmente lo stanno mettendo a disagio, lasciandolo come un pesce fuor d'acqua. A questo punto, c'è una variazione, ben gradita tra l'altro, nella struttura del brano, poiché il ritornello è introdotto da un pre-chorus abbastanza melodioso che si fa apprezzare per via del vortice sonoro creato dalle chitarre, questa volta che assumono un sapore desertico, quasi a costruire un riffing di natura stoner rock e che aggiungono severità all'impianto narrativo. Il drumming possente di Gonzo accentua l'evocativo momento, poi la turbolenza si stempera in fase di refrain, proprio quando l'uomo sta raccontando, con occhi furbi e lucenti, uno dei suoi aneddoti che sicuramente faranno breccia nelle menti degli amici, rafforzando in loro la considerazione di trovarsi di fronte a un abile narratore ma che, forse, dice troppe cazzate. Jeff Duncan si lancia in uno strepitoso assolo, mentre Vera lo accompagna col suo imponente e raffinato basso, dopodiché si riprende la terza ed ultima quartina nella quale la gente si è stufata delle panzane raccontate dall'amico, è annoiata e mezza ubriaca e sicuramente preferisce la morte piuttosto che un nuovo folle aneddoto del protagonista. Un'ultima raffica di batteria e si procede con doppio ritornello, che poco aggiunge a un brano discreto, interessante perché dinamico, diretto e adrenalinico ma che si perde in un chorus troppo banale e che non impressiona, senza contare poi un testo non proprio entusiasmante.

Unstable

Si passa ad "Unstable (Instabile)", altro inedito ma questa volta più curato sia dal punto di vista melodico che da quello lirico. Solo la partenza dimostra la volontà, da parte degli Armored Saint, di fare sul serio, attraverso un riffing serrato a mò di cavalcata epica. Sezione ritmica davvero dirompente e Bush scatenato che narra di un uomo in piena crisi esistenziale e col cervello in pappa, che ha perduto la speranza di una vita normale e che ormai è abituato a una vita misera , superficiale, piena di dubbi. È interessante notare che tre sono le strofe e tre le melodie espresse, segno che la band osa qualcosa di più complesso rispetto al primo brano, dunque il vocalist invoca che gli sia concesso di esprimere un solo desiderio, e così si passa al bellissimo ritornello che sorprende perché destabilizza l'ascoltatore; la cavalcata inziale si stempera in un momento riflessivo e ipnotico che strizza l'occhio al grunge, le chitarre si affievoliscono, si alternano l'elettrica e l'acustica di Phil Sandoval e poi basso e voce, un poco depressa e afflitta, la fanno da padrone per dichiarare i nervi a pezzi e una instabilità mentale e oramai logorata che ben si addice al senso di smarrimento e afflizione richiamato dalle sonorità grunge degli strumenti. Ma non si perde tempo perché si riattacca con la cavalcata, il drumming di Gonzo è compatto e roccioso, le asce fameliche, dunque Bush, sempre più incazzato e con voce aspra, intona le seguenti strofe, dove la vita è un tiepido vento che soffia a spazzare via speranze e sogni per lasciare soltanto dubbi e negazioni di ogni sorta. Il protagonista delle liriche trattiene il fiato ed esprime il desiderio di fuggire dal questo mondo, poiché il suo mondo (quello interiore) è caduto in pezzi e lo ha reso instabile e consumato. Break centrale ottimamente suonato, tutti gli strumenti fanno la loro splendida parte, batteria potentissima, basso in primo piano e chitarre scatenate che si lanciano in una serie di assoli incrociati tipici della band americana. Dopo la parentesi strumentale si ritorna al ritmo portante con l'ultima parte della canzone, sempre incentrata su una melodia sopraffina, nella quale il nostro ragazzo esprime i dissapori della sua brutta vita, l'amarezza di aver cercato un senso a un qualcosa che un senso non lo ha, di aver passato troppo tempo in ginocchio chiedendo un'indulgenza che non è mai arrivata; e allora meglio mandare tutti a farsi fottere e invocare la morte per giungere all'inferno, la migliore meta possibile per la sua anima. La vita è stato solo un trucco, una favola malvagia che lo ha condotto all'instabilità razione ed emotiva.

March Of The Saint

Dopo questa botta di positività (il caratteristico cinismo spietato dei Saint è rinomato ed è la colonna portante della musica di questa grandiosa band) troviamo uno dei loro cavalli di battaglia risuonato e adattato a una nuova veste, parliamo della celeberrima "March Of The Saint - 2001 Version (La Marcia Del Santo)", una delle composizioni più famose non solo degli Armored Saint ma di tutto lo U.S. power ottantiano. In verità, il nuovo arrangiamento cambia poco la formula principale, tanto che quello leggendario brano resta in tutto e per tutto uguale alla sua versione originale, cioè quella che fa parte del primo storico omonimo disco della band del 1984. I toni trionfali, da parata militare, che all'epoca avevano il compito di condurci nel mondo del Santo Corazzato, un mondo fatto di purissimo metallo americano che detterà regole e farà scuola negli anni a venire, qui è un lontano ricordo scandito da un vinile gracchiante messo sul piatto, a volume basso per tutta la durata dell'introduzione, poi però emerge la preziosa chitarra solista di Jeff Duncan (nelle veci del compianto Dave Prichard) e i volumi si alzano, mettendo in risalto la grande produzione moderna ad opera della Metal Blade, e non quella mera ed effimera versione messa a punto dalla Chrysalis diciassette anni prima e che ha contribuito fortemente alle sventure del combo americano nella prima parte di carriera. Trascorrono 40 secondi appena e inizia la cavalcata metallica con tutti gli strumenti impennati e suonati con indomita energia. La pessima produzione, troppo impastata e gracchiante, dell'originale è un lontano ricordo e i nostri cinque cavalieri mostrano una grinta pazzesca e tutta la tecnica in loro possesso, nonché la trascinante voce di Bush, dal timbro suadente, caldo, ruvido, che conquista al primo ascolto anche nel nuovo millennio così come era solito fare negli anni 80. Le coordinate del brano sono quelle dell'heavy classico, ma l'irrobustimento della sezione ritmica, per via della produzione degli anni 2000, è palese. Le strofe sono veloci e dinamiche, la struttura del pezzo compatta, anche se la melodia rimane un po' nascosta, come da caratteristica della band, la quale punta tutto sulla velocità e sulla dinamica piuttosto che su ritornelli orecchiabili o su preziose linee melodiche. Dopo due quartine in cui emergono le doti tecniche di questi signori (Non sono più ventenni ma pestano ancora come giovincelli e il tempo sembra si sia fermato per loro) esplode il ritornello, memorizzabile all'istante, tanto semplice quanto efficace. Subito Duncan e Phil Sandoval incrociano le asce per una battaglia di assoli che una volta erano un po' troppo soffocati dalla opaca produzione ma che qui scuotono a dovere e infine si riprende l'ottimo chorus prolungandolo fino alla fine. Gonzo fa un lavoro strepitoso dietro le pelli, utilizzando anche il doppio pedale in modalità quasi power metal europeo, ed  è molto preciso e potente mentre il favolo basso di Joey Vera in questo caso si innalza in cielo sovrastando tutto. Il testo aveva il compito di presentare la band e le ideologie che intendeva portare al pubblico, ma nel 2001 tali ideologie sono chiare a tutti, e allora possiamo dire che l'intento è quello di ribadire i concetti fondamentali che hanno reso la band quella che è: ovvero musica battagliera, coerenza, onestà, rabbia contro i nemici. Tutto ciò ha contribuito a rendere gli Armored Saint dei giganti della scena metal americana. Bush intona un canto di guerra e di ribellione (tipiche tematiche giovanili ma che non passano mai di moda) e consiglia a tutti di alzare in alto i martelli e di agitarli in aria con fare minaccioso. La forza e l'impeto goliardico li condurranno alla vittoria, loro (la band) e l'esercito di seguaci che si portano dietro, spaventando i nemici e mettendoli in fuga. È giunto il tempo di liberare gli innocenti dalla tirannia e dai soprusi subiti, è tempo di stringere i pugni e di combattere sul campo. L'acciaio delle armature si macchierà di sangue e la folla si accalcherà combattendo corpo a corpo. Nella guerra sembra di rivedere la mitica copertina del primo disco, con i cavalieri medievali pronti per la battaglia e decisi a sacrificarsi per i propri ideali. Qui si rievocano antiche guerre e azioni legate inevitabilmente alle tematiche fantasy, soprattutto alla leggenda di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. Non dimentichiamoci che la band, per la sua iconografia, ha tratto ispirazione dal film "Excalibur", improntando look e musica sulle immagini della pellicola, salvo poi prenderne le distanze col tempo, maturando di anno in anno. Insomma, questo pezzo è un remake che non aggiunge né toglie nulla alla qualità dell'originale, se non dal punto di vista della produzione dei suoni, ma è comunque un dignitoso tentativo di ricordare a tutti da dove i Saint provengono.

Day Of The Eagle

"Day Of The Eagle (Il Giorno Dell'Aquila)" è la prima cover che incontriamo, ed è il riadattamento di uno dei brani più popolari di Robin Trower, chitarrista inglese dei grandissimi Procol Harum prima e solista dopo. La canzone fa parte di un vecchio album solista del 1974, "Bridge Of Sighs", secondo capitolo della sua carriera e prodotto da una certa Chrysalis Records, nel quale Trower mostra tutte le sue capacità sia come compositore che come songwriter. I connotati altamente blues rock di questo pezzo restano gli stessi nella versione firmata Armored Saint, e ciò è un bene visto che le radici non devono essere mai dimenticate. La band flirta col blues in modo sensuale, soprattutto il drumming di Gonzo Sandoval è così sensuale e retrò da conquistare al primo ascolto. Le chitarre e il basso restano affilate e si concedono a dei giri piuttosto sincopati e solari suddividendo la canzone in tre lunghi blocchi molto compatti che culminano nel sottile ritornello, melodico e semplice ma di grande gusto. Nelle prime due parti si esprime il concetto de Il giorno dell'aquila che consiste nell'essere liberi di amare, senza vincoli eterni come quelli matrimoniali ed ecclesiastici, ma semplicemente di concedersi all'amore quando se ne ha voglia. L'amore che non dovrebbe mai essere un peso ma un piacere da donare e da ricevere, che si vive giorno per giorno, notte dopo notte, e che forse si riferisce al libertinaggio, al divertimento di cambiare partner e anche al sesso a pagamento. Fatto sta che il messaggio è chiaro, Bush grida che vuole vivere nel giorno dell'aquila, non in quello della colomba, simbolo religioso di pace, amore eterno e matrimonio cristiano. Dopo le due strofe c'è una breve parentesi strumentale che si protrae con un seducente assolo di Duncan per poi lasciare spazio alla terza fase, nella quale troviamo la terza strofa, con conseguente refrain, a ribadire il concetto fin qui espresso: quello di combattere per la propria libertà sessuale, per l'amore che ci spetta. Ma non finisce qui, perché siamo solo a metà brano, e la composizione è ancora lunga. Infatti, da questo punto parte un'intensa fase strumentale che vede il rallentamento di ritmo nel quale si assume la forma e il suono tipici del blues. I due chitarristi si alternano in lunghi e profondi assoli, Vera conduce il tutto con mestiere ed eleganza e Gonzo è perfetto nel suonare blues. Alla fine abbiamo più di due minuti di blues vecchia scuola che faranno la gioia di tutti gli appassionati di questo sacro genere e che, se vogliamo, ribadiscono una volta per tutte che le radici del rock e del metal vengono da qua. 

Never Satisfied

Da una cover passiamo ad un'altra, sempre proveniente dal 1974, e a questo punto vengono chiamati in ballo gli alfieri dell'heavy metal, i Judas Priest, coverizzati con "Never Satisfied (Mai Soddisfatto)", traccia risalente al primo album "Rocka Rolla" e ripescata da un tributo che gli Armored Saint fecero qualche anno prima ai padrini dell'heavy. La traccia ovviamente è molto più potente rispetto all'originale dei Judas e si annuncia con un drumming piuttosto grezzo e con voce un poco effettata per un mid-tempo semplice ma abbastanza magnetico. I violenti riff di chitarra appaiono energici, tipici dell'hard rock settantiano. Il ritmo è abbastanza prevedibile e monotono, essendo privo di cambi di tempo, ma soddisfa forse più della versione originaria, prodotta non troppo bene e con varie pecche a livello di arrangiamento. Le linee di basso, invece, sono piuttosto alte, tendenti a coprire le chitarre il più delle volte, e ciò riprende la caratteristica principale del brano del 1974 ed io trovo che ciò sia molto interessante, anche se in questo caso i suoni sono ben bilanciati e il difetto dell'originale qui potrebbe diventare un pregio. Il solo centrale, che rievoca "Strange Kind of Woman" dei Deep Purple, Pro e contro ci trovano in questo brano, che nonostante sia derivativo e poco incline ai cambiamenti, riesce a coinvolgere il pubblico. Certo è che il sentore monotono e quasi svogliato che si evinceva nel cantato di Rob Halford viene comunque riprodotto dallo stesso Bush, qui in fase sperimentale con un timbro modificato. Le liriche parlano del senso di inadeguatezza e di rimpianto che tutti noi coinvolge rendendoci sempre insoddisfatti, mettendoci in rapporto con i cambiamenti radicali della vita che con i suoi ineluttabili cicli tutto ci impone, soprattutto ciò che non desideriamo affatto. Eppure tutto scorre, portando via con sé la giovinezza e le gioie che ne derivano, e così all'impotente spettatore della vita altro non resta che prendere atto di tutto quel che appare davanti agli occhi, cercando suo malgrado di adattarsi ai cambiamenti, sopportando i dolori inflitti dalla quotidianità e mutando stile di vita così da affrontare in maniera decorosa i travagli dell'animo. Nonostante tutto,  noi dobbiamo farci trovare pronti per quando la vita busserà alla nostra porta pretendendo il suo tributo: dobbiamo combattere o soccombere, non c'è altra via di fuga da questo ingiusto mondo che continuamente ci mette alla prova e per questo dobbiamo sempre tenere alta la guardia.

Tainted Past

"Tainted Past - 2001 Acoustic Version (Passato Contaminato)" è una vecchia conoscenza, la traccia appartiene al capolavoro assoluto della band, il fantastico e mai troppo celebrato "Symbol Of Salvation", album del 1991 e ultimo lavoro prima del momentaneo scioglimento. La canzone che troviamo in questa raccolta però è in verisone acustica ed è molto più breve rispetto a quella originale in studio. Tuttavia si tratta comunque di una traccia molto impegnativa, la cui durata originaria era di ben sette minuti, ridotti nell'acoustic version precisamente alla metà. Ma si tratta di minuti profondi ed emozionanti, aperti proprio dal malinconico arpeggio acustico, dall'animo oscuro e dal sapore country. Bush declama con solennità un verso abbastanza morbido, d'atmosfera, che si intensifica in prossimità del veloce e gustoso pre-chorus per poi esplodere nel ritornello, anche se qui manca il supporto della batteria di Gonzo e il tutto resta piuttosto quieto. È ottima la sovrapposizione delle due chitarre acustiche, specie nel fantastico refrain dal cuore polveroso, che dà una sensazione di spensieratezza e di calore, facendo pensare proprio a quei paesaggi desertici della parte meridionale degli U.S.A.. Il basso di Joey Vera fa capolino ogni tanto, portando con sé freschezza e originalità, certo è che nel brano in studio era il vero protagonista, specie nel break immaginifico, sognante e carico di pathos che c'era, ma qui quella parte viene inevitabilmente omessa e perciò Vera è costrett a lasciare maggiormente spazio ai compagni chitarristi. Si prosegue con il grandioso ritornello tempo e inserendo un secondo e inaspettato break poggiato sulla chitarra acustica che scivola via fino al termine. Dunque, abbiamo un brano suddiviso in tre parti che nella prima versione erano ben distese mentre in questo caso tutto è più concentrato ma che comunque da un momento toccante e profondo cresce in velocità arrivando al cuore dell'ascoltatore. Se la musica è fantastica, il testo non è da meno, nel quale si tenta di lasciarsi alle spalle un passato non proprio piacevole. Una vita corrotta dalla miseria, dalla povertà, dai tormenti del cuore e della mente, tutto a causa di un mondo egoista che sembra dominare e comandare tutti gli esseri umani come fossero burattini. E' tempo di cambiare, lasciarsi i dispiaceri dietro, di ritrovare la pace mentale e di rilassarsi, concedersi dei momenti felici e spensierati, addirittura facendo accumulare polvere sul proprio corpo restando a letto una giornata intera. E' una riflessione sul nostro modo di vivere, troppo veloce, troppo stressante e frenetico, senza mai riuscire a ritagliarsi spazi davvero importanti per noi e per la nostra salute fisica e mentale. Il mondo ci è contro e noi ci adattiamo, ma non dobbiamo lasciarci andare diventando schiavi di un sistema corrotto, dove ogni giorni ci alziamo e facciamo ciò che ci è imposto, mentre i nostri sogni di realizzazione sfumano nel silenzio. Facciamo tutti parte dello stesso mare, ma siamo soltanto gocce e ci perdiamo nell'infinito, questo è il nostro destino.

After Me, The Flood

 "After Me, The Flood - Live (Dopo Di Me, L'Alluvione)" è la versione live presa dall'ultimo tour degli Armored Saint, quello indetto per promuovere l'imponente "Revelation". Questo pezzo era stato il singolo del disco del 2000 e si era presentato benissimo alle orecchie del popolo metallico; La traccia, infatti, presenta un aspetto dannatamente moderno, incentrato su una struttura circolare a base di una sezione ritmica ridondante (nel senso di ipnotismo) che non lascia scampo, barricandosi dietro il riffing spietato dei due axe-men e dalla batteria convulsa di Gonzo, ma che sa cambiare tempo grazie all'innesto di un breve ponte ripetuto dopo ogni strofa. Si parla di un uomo che ha scelto di morire, di porre fine alla sua vita, ma prima di farlo scrive una lettera, probabilmente una profezia di catastrofe, convinto di trascinare nell'oblio tutta l'umanità, perché non vuole restare da solo nell'oltretomba. In vita ha provato il male, ha provato i peccati, e ora il suo orgoglio si è assottigliato, mentre la sua fede è andata a farsi friggere; adesso il profeta non ha più nulla da perdere ed è pronto a morire. Il ponte di cui accennavo in precedenza è composto da poche parole ("There i go down and i'm lovin'it") nel quale il nostro profeta scrive di essere contento di morire, di andare giù e di lasciare questo dannato mondo. Infine giunge il bellissimo refrain, non tanto per il testo, a dir il vero composto da una singola frase (quella del titolo) ripetuta diverse volte, ma piuttosto per intonazione di Bush, in grado di donare alla stessa frase diverse sfumature, a volte urlando e a volte restando pacato, aiutato inoltre dagli altri musicisti che accelerano e rallentano a proprio piacimento il ritmo. Dopo appena due minuti, il concisissimo testo è già esaurito, perciò attraversiamo una meravigliosa fase strumentale nella quale tutti i membri sfoggiano classe e tecnica. Troviamo alternanza di assoli, raffiche di batteria, cambi di tempo velenosi e improvvisi, sfuriate thrash metal che si trasformano in lenti cadenzati, quasi doom, e infine sezioni alternative dominate dal basso di Vera. Il ritmo cresce e decresce di continuo, seguendo una struttura sfuggevole e improvvisata che fa del pezzo una composizione coraggiosa e inedita, purtroppo accolta tiepidamente all'epoca, forse perché poco legata agli stilemi dell'heavy metal classico ma che rende perfettamente anche dal vivo, eseguita poi da una band che non perde un grammo di potenza o di precisione nemmeno sul palco, e trainata da un vero mattatore quale è John Bush, eternamente uguale a quando era giovane, con la stessa grinta e soprattutto con la stessa magnetica voce, sia per quanto riguarda le performance in studio che dal vivo.

Creepy Feelings

Anche in questo caso l'esecuzione è da dieci e lode, sembra si ascoltare il disco tanto è perfetta e curata e la stessa sensazione la troviamo nella seguente "Creepy Feelings - Live (Sentimenti Raccapriccianti)", tratta dallo stesso concerto. Questa è una delle due canzoni ripescate dalle demo lasciate in eredità da Dave Prichard e composte poco prima di morire nel 1990. Anche in questo caso si è attuata una sorta di svecchiamento sull'originale, togliendo la polvere accumulata nel tempo, anche se l'animo classico si sente eccome, a cominciare da una struttura abbastanza canonica per il genere. Duncan si lancia in un giro armonico sensuale e un po' inquietante, accompagnato dal meraviglioso basso di Vera, qualche secondo di introduzione che poi darà il via a una sfuriata metallica che va in crescendo. La prima strofa parte rallentata, ma già si denota la piega che prenderà, la melodia è ben presente e cresce col passare dei secondi. Anche qui la morbosità e l'ossessione sono al centro dell'attenzione, e ancora una volta la religione e i suoi rituali sono messi sotto accusa nelle liriche. Il sentimento di raccapriccio è nello scoprire che la mente umana è debole e plagiabile e che la condizione stessa dell'uomo è pericolosa perché è nelle mani di persone corrotte. Il mondo in cui viviamo è dannatamente sbagliato, noi abbiamo la vista distorta, la realtà è altro, oltre ciò che riusciamo a vedere, adesso le tenebre sono scese, svegliandoci dal torpore. Ora, come Bush canta nel ritornello in cui si ha un formidabile cambio di tempo, i sentimenti raccapriccianti si sono palesati davanti ai nostri occhi, ma bisogna scacciarli, bloccarli fuori prima che sia troppo tardi, prima che abbia inizio la tortura dell'esistenza. Il ritmo ha ormai preso quota, il brano è un vortice inarrestabile, Duncan e Sandoval incrociano le asce per creare brevi parentesi metalliche, la batterei di Gonzo è tonante, suonata con maestria e potenza. La fase centrale è al cardiopalma, non c'è un attimo di respiro, questo è fottuto heavy metal, impreziosito dalla voce sensuale e al vetriolo di John Bush che ora comincia a scatenandosi dietro al microfono esaltando la folla accalcata sotto al palco, lanciando in grida e versi animaleschi per tutta la seconda parte della traccia. Qui le strofe sono leggermente più brevi ma il concetto è ormai bello che chiaro, ed troviamo ancora un attacco alla religione spacciata per verità. Dunque, bisogna distingue tra il vero e il falso e poi fare la propria scelta, schierarsi da una parte o dall'altra con cognizione di causa, ma questa è una cosa che dipende dalla fascinazione che ognuno di noi subisce, dalla nostra selvaggia immaginazione, dalla nostra volontà di affidarsi a un determinato culto. Credere o non credere, l'importante è conoscere ciò a cui si va incontro, senza abboccare alle parole, e alla realtà distorta, professata da chissà chi. Nonostante tutto, il sentimento macabro, di raccapriccio, è sempre presente nel cuore dell'uomo, perché questo è un mondo malato, folle, governato da sciocchi. 

Lesson Well Learned

"Lesson Well Learned (Lezione Ben Imparata)" dà inizio alla tripletta ripescata dal primo Ep della band, risalente al 1983, e ciò è interessante perché si da modo ai collezionisti di avere questo iconico lavoro nella sua forma originaria, senza ritocchi da parte della Metal Blade. Infatti la produzione è quella originale, i suoni non sono perfetti ma tutto sommato decenti e così ripercorriamo gli albori del combo americano. "Lesson?" è un pezzo particolare, dove tutto è concentrato in poche battute e costruito su un testo strizzato che si snoda per poco più di due minuti. La melodia non è il fattore principale e resta in secondo piano, l'irruenza invece è il punto di forza di questo brano abbastanza acerbo che fa comunque la sua figura grazie alla tecnica dei ragazzi, qui appena adolescenti, e al loro gusto negli arrangiamenti. Il riffing portante è frutto del genio creativo di Dave Prichard, uno di quei chitarristi che tanto hanno donato alla causa dell'heavy metal e la cui vita è stata spezzata troppo presto, togliendo al mondo intero un vero talento delle sei corde. La produzione un po' impasticciata relega basso e batteria in sottofondo, dando risalto alla chitarra elettrica di Prichard e di Sandoval, ma anche e soprattutto alla potenza vocale di un giovanissimo John Bush, già dotato di timbrica matura e giusto controllo. Purtroppo dal punto di vista melodico questo brano non è molto esaltante e dunque non resta impresso, specie nell'effimero ritornello di una sola riga di testo e un po' confuso con il resto delle strofe. Le liriche si concentrano sulla forza d'animo e sugli insegnamenti della vita, sui torti che la vita riserba, sui rimorsi che ci toccano nel profondo, sulle bugie subite e sulle lacrime versate negli anni, il tutto per riuscire a sopravvivere, per combattere la quotidianità e per imparare bene le lezione che impartisce l'esistenza. Tra l'altro, il titolo sembra richiamare il leitmotiv di questa raccolta, incentrata sui travagli della vita e sull'importanza di resistere, e allora appare in mente la copertina con la lavagna, il gesso bianco col quale scrivere, i banchi di scuola tra i quali potrebbero trovarsi gli ipotetici ascoltatori. Insomma, tutti a lezione per imparare molto sul mondo, a suon di bordate metalliche, assoli al fulmicotone e un interessante cambio di tempo sul finire del pezzo, quando gli strumenti accelerano violentemente regalando la miglior fase di questa brevissima canzone.

False Alarm

"False Alarm (Falso Allarme)" è un'altra vecchia conoscenza, visto che è l'unico dei tre brani che compongono il primo Ep a far parte anche dell'album di debutto "March Of The Saint". Il basso di Vera è impetuoso, le chitarre caricano ed esplodono nel più classico dei riffs heavy metal e che in seguito sarà rubato da migliaia di altre band. Dopo appena 40 secondi c'è il primo cambio di tempo, la trionfale marcia si ferma per un istante e i toni decelerano, poi parte la prima e lunghissima strofa dalle splendide linee melodiche, Bush emette un urlo e il ritmo cambia ancora una volta rallentando e imponendosi sulla potenza assoluta delle chitarre. Siamo già nel primo ritornello, bello da catturare al primo ascolto e con un Bush enorme che avverte di fare attenzione al falso allarme. Il ritmo decelera e dà spazio alla chitarra di Dave Prichard nel lanciarsi in un assolo fulmineo e violento, dunque si accelera maggiormente e inizia così la seconda strofa, sempre lunga e affilata come quella precedente e che ha il pregio di rivelare la struttura bipartita dell'intero brano, suddiviso in due metà perfette per una struttura che più compatta si muore. Riecco il ritornello a scaldare i cuori di tutti i metallari che viene protratto a lungo, contornato dai soli illuminanti dei due axe-men e dalla corposità del basso. Le liriche sono criptiche, parlano di un tizio che si affaccia alla finestra, nel cuore della notte, destato da una sirena d'allarme. Nella mente sente un grido profondo, forse portato alle sue orecchie dal sibilo del vento. Un acuto spaccatimpani lo tiene sveglio nonostante il gran sonno che gli ottenebra la mente e gli chiude le palpebre. Il falso allarme sembra provenire da una terra lontana e il tipo lo prende come un cambiamento a cui non può sottrarsi. Egli deve partire, andare laddove proviene il suono della sirena, rischiando persino la morte, di morire appeso per il cappio e bruciato. Eppure non è sicuro di ciò che sta provando, forse è tutto frutto della sua mente e sta diventando paranoico. Le sirene che rimbombano nella sua testa sono un po' come le figure mitologiche che nell'antichità attraevano i marinai con il loro ipnotico e sublime canto, per attirarli e ucciderli. Ecco, è la stessa sorte che capita al nostro protagonista con le voci nel suo cervello, che sembrano provenire da lontano e che vogliono condurlo alla follia. 

On The Way

"On The Way (Sulla Strada)" ha un riff fantascientifico e di maideniana memoria, evidentemente influenzato dalla scena inglese. L'atmosfera creata è fantastica, nonostante le pecche sonore e con la voce di Bush decisamente registrata a un volume maggiore rispetto alla sezione ritmica, ma ciò non inficia molto sull'ottimo risultato finale. La canzone è una brano compatto costruito su un testo monolitico che è anche un autocelebrazione del gruppo, visto che tratta della lotta alla quotidianità seguendo gli insegnamenti del Santo Corazzato, di nuovo in strada a fare da comandante per tutti i reietti della società e per tutti coloro che si sentono esclusi dal mondo, infondendo in loro coraggio, audacia, spirito combattivo e, molto spesso, vendetta e riscatto. Basta immettersi in strada, metafora di vita, e prepararsi alla quotidiana lotta, fino a ritrovarsi, dopo anni e anni di caos, alle porte del paradiso dove ricordare con un ghigno stampato in volto le sofferenze dell'inferno vissuto in vita, senza avere rimpianti e senza guardare al passato. La cosa interessante è notare come questo pezzo si snodi sui vorticosi riffs di chitarra come se fosse una massa lavica priva di sprazzi melodici e priva di un vero ritornello, tanto che in un baleno ci si ritrova al break centrale dove Prichard è protagonista assoluto e dove troviamo alternanza tra soli e momenti cauti nei quali Bush sospira e gioca con la voce. Certo è che resta una composizione minore, abbastanza anonima, un po' come già avvisato prima con "Lesson Well Learned" e allora si può capire del perché gli Armored Saint abbiano scelto soltanto la seconda traccia delle tre da inserire nel disco di debutto, dato che è probabilmente l'unica che spicca per melodia ma anche per liriche. Tuttavia bisogna ammettere che il lavoro di Dave Prichard resta una testimonianza preziosa e che in questa compilation è possibile riscoprire il lavoro (in parte dimenticato visto che l'Ep non è mai stato ristampato nel tempo se non in edizione limitata in vinile) di una grandissimo eroe del metallo americano.

Striken By Fate

A questo punto, torniamo ancora una volta al primo album, il seminale "March Of The Saint", dove troviamo la bella "Striken By Fate (Colpito Dal Fato)". Una rullata insolita, quasi ci trovassimo a una parata militare ed ecco che le note di questa heavy song vengono sprigionate dagli altoparlanti. È un'apertura insolita, con le grida di Bush e un ritmo funky a comandare l'andamento, poi le chitarre sincopate emergono all'unisono costruendo un riffing particolarmente seducente mentre alla batteria Gonzo esegue dei colpetti leggeri, quasi accarezzando i piatti. Se non fosse per la potenza scaturita dagli strumenti parleremmo di una traccia hard rock anni 70, visto le palesi influenze di band come Deep Purple o UFO nella sua costruzione. Le ritmiche sinuose si sposano bene con le linee melodiche cantate da John Bush, mettendo in risalto la grande tecnica e le ottime idee alla base di questa giovanissima formazione. Le strofe sono atipiche per l'heavy metal, anche se il ritornello colpisce al cuore ed è grintoso al punto giusto ma a destare l'attenzione è questo andamento funky che ritorna a metà pezzo dopo un brevissimo assolo di Prichard e sul quale Bush sussurra un bridge con i controfiocchi con la base di un grandissimo Phil Sandoval, eroe principale di tutto brano, enorme nella costruzione della base ritmica. Nella coda finale le chitarre si incrociano in un duello che richiama molto lo stile inglese. "Stricken By Fate" è una canzone dall'anima diversa rispetto alle altre ma è decisamente riuscita, dal piglio radiofonico e costituita da una freschezza di fondo che induce a ballare. Dalla giovialità musicale si passa all'amarezza di un testo cinico che parla di una coppia giunta al capolinea della loro relazione. La pace tra di loro esiste soltanto nel momento in cui fanno l'amore, una volta scesi dal letto riprendono le discrepanze e i furiosi litigi. Non c'è tregua tra i due, il giorno si litiga e al crepuscolo si fa l'amore, poiché è rimasta soltanto l'attrazione carnale. L'uomo è giunto al punto di odiare la propria donna e pensa che sia arrivato il momento di uscire dalla porta e lasciarsi il passato alle spalle. Ma è pieno di rancore e di astio, è conscio del fatto che lei sia alla ricerca di un nuovo compagno ma il suo orgoglio è ferito per sempre. Prende le valigie e scappa di casa, fuggendo da quella situazione infernale. L'uomo è talmente incazzato che augura la morte alla ragazza, sperando che il fato ingiurioso e nefasto la venga a colpire al più presto.

Reign Of Fire

Dal primo album ritorniamo al grande "Symbol Of Salvation" dove troviamo la famosa (e in versione demo) "Reign Of Fire (Regno Di Fuoco)", che era stata anche il primo singolo dell'album, corredata da un bel videoclip entrato nelle classifiche americane, la cui mansione era quella di rappresentare l'anima nera dell'opera del 1991. Heavy metal martellante dalla potenza inaudita scuote le casse grazie alla dinamicità della sezione ritmica che strizza l'occhio al thrash metal con una serie di riffs vorticosi, pesantissimi, accompagnati da un Gonzo Sandoval, dietro le pelli, in stato di grazia. Le direttive dello scomparso Dave Prichard sono ben riprodotte dai due axe-men che si alternano per tutto l'album, con l'idea di creare il disco più potente della carriera. La violenza espressa parla da sé, evidenziata da una produzione eccellente che ne mette in risalto i piccoli particolari disseminati qua e là, suggerendo che siamo di fronte a un lavoro più complesso di quanto possa sembrare, nonostante la durata media dei singoli pezzi sia piuttosto breve. Ma la classe e la tecnica della compagine sono al massimo livello, i cambi di tempo di succedono insistentemente, facendo tesoro del coraggio sperimentale accumulato già dal grandioso "Delirious Nomad" ma conservando onestà e cuore tipicamente Armored Saint. Gonzo è scatenato ma anche Joey Vera, uno che ne sa di tecnica e di eleganza, sorprende per la maestria con cui dirige l'andamento grazie al suo basso corposo che sembra messo in disparte per favorire il riffing ruggente delle chitarre ma che in realtà dà solennità al brano. Infine, John Bush esordisce al microfono proprio sugli intrecci chitarristici di Duncan e Phil Sandoval; la sua voce è feroce e velenosa, dotata di una passione e di un'energia che pochi cantanti possono vantare. La strofe sono dense, figlie del precedente "Raising Fear", stanziate su una valanga di soluzioni chitarristiche dettate proprio dal compianto Prichard tanto che abbiamo almeno tre cambi di tempo in ogni singolo strofa. Si giunge in fretta al ritornello, in pieno stile Saint, composto da una quartina poco melodica e molto oscura che, nonostante tutto, si stampa subito in mente grazie alla freschezza di cui è dotato. Tra fraseggi importanti, urla disumane di Bush e sezioni di basso si giunge al bridge, questo abbastanza melodico e sostenuto dalla batteria che ne detta l'elegante cambio di tempo per poi lasciare spazio allo strepitoso assolo di Sandoval eseguito sopra una serie di riffs di Duncan che irrobustiscono la musica e che terminano con un secondo solo suonato da quest'ultimo. Acciaio puro per la gioia di tutti i metallari del mondo, una canzone preziosa, imponente, in grado di rappresentare l'anima nera della band e del disco ma anche la classe di questi cinque giovani ragazzi. Il testo è cupo quanto sintetico (e non può essere altrimenti, nel quale si accenna a un mondo apocalittico, il regno dell'inferno, divorato dalle fiamme e dalle lacrime per la guerra in corso. Ma è un mondo fittizio, interiore, la guerra è interna nell'uomo, esplode direttamente nell'animo, nel cuore e nella mente, la cui parola d'ordine è caos, come quello che stava attraversando la band nel momento in cui usciva "Symbol Of Salvation". Infatti, le liriche sono metafora preziosa di una situazione instabile e dolorosa che ha colpito i nostri per tutto il 1990 e il cui leitmotiv è tetro, infernale, ma anche sintetico. Sintesi tradotta nella brevità del minutaggio e di un testo conciso.

People

Si da il via all'ultima parte del disco, quella formata da demo scartati nel tempo e che è piuttosto facile capirne il perché, visto che nessun pezzo risulta essere davvero efficace; prima della traccia vera e propria troviamo  semplicemente uno strano e alienante interludio di pochi secondi dove troviamo un dialogo soffocato tra due persone che parlano probabilmente in una sala di incisione, ma le loro parole sono infastidite da uno strambo rumore in primo piano, poi un grido e un semplice accordo di chitarra elettrica che sfumano nel brano vero e proprio, "People (Gente)", costruito sulla ritmica funky protratta dalla batteria di Gonzo e dagli accordi alternative delle chitarre che ricordano da vicino il particolare sound dei Faith No More, a testimonianza che, almeno in questo frangente, gli Armored Saint sperimentano e si aprono a nuovi genere di rock. Certo è che la melodia resta appena accennata, intonata quasi rappando da un Bush versatile e quasi irriconoscibile, salvo poi tornare in sé quando giunge il refrain, abbastanza pasticciato e poco incisivo per la prima parte ma che si riprende alla grande nella seconda. Ciò che si nota è la grande prestazione di Vera, il suo basso è fenomenale e si rende protagonista soprattutto durante il ritornello, mentre durante il break centrale, quando i cori ripetono la parola "People" con fare ipnotico, si guadagna la scena la chitarra elettrica che si lancia un buon assolo, abbastanza controllato, e duetta con quella ritmica creando un interessante suono tipicamente funky rock. Dunque si procede col ritorno, dietro al microfono, del vocalist, il quale declama l'ultima parte della canzone, ripetendo la strofa iniziale e il chorus. "People" non è certamente un pezzo interessante e va preso per quella che è, una particolare canzone attraverso la quale i nostri giocano con nuove sonorità; eppure, va detto il senso di estraniamento che la musica crea va di pari passo con un testo conciso, impregnato di cinismo e nichilismo tipici della band, nel quale si tratta del rapporto con la gente. Persone qualsiasi, prese per strada, e non obbligatoriamente conoscenti, i quali sono sempre pronti a giudicare gli altri, prima dall'aspetto e poi dal carattere, quando invece nessuno si salva e tutti si nascondono dietro un velo di ipocrisia e di menzogne. Le bugie, infatti, sono il motore dell'animo umano e il fondamento che smuove opinioni e concetti, ed è impossibile fuggire da tutto ciò perché ovunque si va, in giro per il mondo, la storia rimane la stessa. Non si può fuggire dall'opinione pubblica e allora bisogna rimboccarsi le maniche e fregarsene, sapendo che ognuno di noi è diverso dall'altro e che quello che si crea resta un divario incolmabile.

Get Lost

"Get Lost (Va Al Diavolo)", titolo che è una tipica espressione anglosassone per mandare una persona a quel paese, segue la scia, se non dal punto di vista musicale da quello tematico, della precedente traccia, rimanendo su territori irascibili, fatti di rabbia e odio nei confronti della gente. Qui viene recuperata la foga metallica con una canzone veloce e violenta, costruita su intrecci chitarristici che sono frutto del genio di Dave Prichard unito all'intelligenza di Joey Vera. Il ritmo è feroce, la struttura bella compatta e che alterna strofa e ritornello come da tradizione heavy. Bush alza la voce e decanta di un odio mai sopito nei confronti delle persone che lo circondano, in questo caso un venditore che bussa insistentemente alla porta di casa e che gli fa perdere tempo quando lui ha da fare. Nel refrain, Bush gli urla in faccia di andare al diavolo, si scusa con lui ma in questo momento ha altro da fare e non gli interessano le cazzate che il tipo ha da dire. L'aspetto melodico si intensifica durante questa fase, pur restando soffocato dalla foga degli strumenti che pestano come dannati. Dunque si procede con la stessa intensità, rabbia punk e dissapori gettati in faccia alla gente, e si continua con una bella serata tra amici dove il nostro misantropo protagonista avrebbe voglia di fare a pugni perché si sta rompendo il cazzo. John Bush urla, manda tutti al diavolo e la sua ira cresce nel breve bridge che giunge dopo il secondo chorus, durante il quale dice agli altri di farsi avanti perché vuole prenderli tutti a calci. Un sinergico assolo parte e si infrange nell'ultimo blocco, dove si notano le piccole pecche in fase di produzione ma che non sono nemmeno poi tanto grandi per essere una demo. Si giunge al termine e il nostro protagonista fa ritorno a casa dopo la bella festa in compagnia degli amici/nemici, ma quando è sul punto di rilassarsi squilla il fottuto telefono, risponde e la voce dall'altra parte della cornetta lo intrattiene per venti dannati minuti; l'esito è lo stesso, il nostro ragazzi si agita e manda al diavolo l'interlocutore. A questo punto, stanco e innervosito, si stende sul divano dove resta a poltrire, senza vedere né sentire nessuno, chiuso in se stesso, lontano dal mondo che c'è lì fuori. Questa heavy song, discreta musicalmente, contiene un testo simpatico che ripercorre la giornata di un uomo cinico e annoiato da tutto, che sta perdendo la pazienza perché sotto stress. Tutto sommato possiamo dire che è riuscita. 

Nothing Between The Ears

"Nothing Between The Ears (Niente In Mezzo Alle Orecchie)" è forse la traccia migliore di quelle ripescate nelle demo inedite, e si palesa come una grandissima canzone heavy metal costruita si scintillanti colpi di chitarra e drumming possente, nonché una prova fantastica da parte del vocalist che per tutto il tempo non si preoccupa di sgolarsi pur di diffondere il suo messaggio. Le ritmiche vorticose sono la cosa fondamentale di tale pezzo, i versi sono una conseguenza di questa irruenza, intonati a voce altissima da un Bush che non si risparmia mai, così come tutta la sua squadra. Il tema è quello classico della band, soprattutto quello espresso negli anni 80, cioè quello trattato durante il primo periodo e che combacia con la ribellione e la rabbia giovanile. Qui si parla di pazzia, di un uomo che è stato tradito da Dio, che si sente stanco e malato perché ha il cervello sbrindellato dalla realtà. Non a caso, il possente pre-chorus, basato solo su una semplice frase, viene urlato a squarciagola nel quale si grida si scacciare la follia, di allontanarla perché pericolosa. Il nostro protagonista sa di esserne preda e scongiura di essere salvato. Qui entra in gioco il bel ritornello nel quale l'attenzione si focalizza sugli accordi caotici delle chitarre e sulle raffiche furiose di batteria, proprio per trasmettere uno stato di confusione che prova l'uomo delle liriche. Questi si risveglia improvvisamente dal suo torpore e tocca la testa, ma sente che non c'è nulla tra le orecchie, la sua mente è come volatilizzata durante la notte, lasciando solo uno spazio vuoto. La seconda parte del brano è incentrata sulle sue riflessioni, egli si guarda allo specchio e non si riconosce, parla con se stesso, con la figura che gli è davanti nella lastra specchiata, e porge alla figura alcune domande. Ma è confuso e tra le orecchie non sente il peso del cervello, ormai prosciugato. La follia lo sta adescando, lo sta stritolando con le sue braccia astratte e lui invoca aiuto. La fase strumentale, basa su un solidissimo assolo (probabilmente ad opera di Prichard) conferma la bontà di questa traccia, gli intrecci sonori sono brillanti e Vera è suadente col suo basso. Resta un mistero del perché tale gioiello sia rimasto sepolto per così tanto tempo e non gli sia mai stata data una veste dignitosa tanto da essere portato su un album ufficiale. Il refrain prosegue imperterrito, avvolgendosi su se stesso fino al termine, la ripetizione sconclusionata dell'ultima frase è sintomo di eterna pazzia.

Pirates

Il brano che va a chiudere questa interessante compilation prende il nome di "Pirates (Pirati)", tre minuti di metallo incandescente basato su una sezione ritmica magnificente e su linee melodiche eccellenti. Bush divora le strofe, è scatenato al microfono, e nemmeno la cattiva produzione riesce a fermare gli intenti e ad abbassare la qualità di questa cannonata inedita che non dà respiro un attimo. Le asce duellano tra loro evocando paesaggi apocalittici e creando immagini che si staglia subito in testa, concretizzate dal famelico ritornello, dinamico e testardo, dotato di quella scintilla goliardica che è sempre stata presente in una band come gli Armored Saint. Allora torna in mente tutta la prima parte di carriera di questi eroi americani e si ricorda l'icona del cavaliere corazzato presente in alcune copertine, tra cui quella di disco che stiamo analizzando, ma anche il primo videoclip mai realizzato, quel "Can U Deliver" che ha fatto scuola, che immaginava un mondo post-apocalittico dominato da bande di guerrieri e di barbari senza speranza e in lotta per la sopravvivenza. Bene, le stesse sensazioni le possiamo ritrovare in un brano come "Pirates", dove i nostri sono in continua lotta contro il mondo, alla ricerca di nuove terre da conquistare e nuovi fedeli da plagiare, proprio come facevano secoli fa i pirati alla guida dei loro galeoni. Tra una strofa e l'altra, un pre-chorus e un ritornello, la band americana esce trionfale da questi settantatre minuti di musica, e lo fa con una perla sonora di grande intensità, tra le migliori qui presenti, dotata di un testo brevissimo quanto concreto e una parte strumentale strutturata su arrangiamenti sopraffini e su una tecnica invidiabile; il tutto al servizio di ottime idee e di una grinta rara da trovare. "Nod To The Old School" si chiude con questa bomba, e la domanda che ci possiamo porre rimane la stessa di quella già espressa in precedenza per "Nothing Between The Ears": perché questa canzone, così bella e così d'impatto, che sarebbe potuta benissimo essere uno dei cavalli di battaglia all'interno di un disco ufficiale, è stata tenuta nascosta per così tanti anni (la composizione risale al 1989) e nessuno si è mai preso la briga di rispolverarla? Misteri della fede e misteri di una band non ha mai sbagliato in carriera ma che per troppo tempo ha fatto la stessa fine di questo brano, restando nell'ombra a prendere polvere, in attesa di un riscatto che arriverà solo di recente (diciamo a cominciare dalla seconda reunion del 2009), quando il pubblico si degnerà di riscoprirne la forte eredità.

Conclusioni

Quasi settantatre minuti di musica heavy metal, o come si diceva una volta, di U.S. power, condensati in una raccolta non propriamente utile se non ai super fans degli Armored Saint o ai collezionisti più accaniti. Come tutte le compilation, la pubblicazione di questa opera è destinata a un pubblico limitato e, onestamente, non credo sia utile per far riscoprire la band alle nuove generazioni o a chi l'ha sempre ignorata proprio in virtù del fatto che sono consapevole che tale operazione sia stata studiata per raggiungere altri fini, ovvero quelli di consegnare in mano ai fans più fedeli tutto il materiale scartato in precedenza. "Nod To The Old School" non offre una grande visione della carriera musicale di questi artisti, poiché non si tratta né di un Greatest Hits né di un live-album, né tantomeno di una raccolta di B-Sides, ma piuttosto un prodotto che offre vari e diversi esempi su cui la band ha lavorato negli anni, scartando praticamente quasi tutto il percorso discografico e andando a recuperare, oltre alle prime registrazioni, inserite nell'Ep "Armored Saint" (1983) e nel debutto "March Of The Saint", soltanto quelle delle sessioni per il lavoro "Symbol Of Salvation" (1991), ignorando dischi fondamentali come "Delirious Nomad" e "Raising Fear". Ricapitolando, all'interno di questi dischetto, troviamo due brani inediti, discreti ma non esaltanti, due brani dal vivo, due pezzi egregiamente riarrangiati, due cover abbastanza soddisfacenti, tre canzoni risalenti al primo Ep del 1983 e ben sette demo dalla produzione discutibile e un po' impastata incise nel 1989, quando il chitarrista Dave Prichard era ancora in vita. Si capisce subito che tutto ciò è un lavoro di recupero per i nostalgici, un'operazione dall'effetto nostalgico destinato a chi vuole avere proprio tutto di questa magnifica band e quindi non è assolutamente rivolto a chi non conosce questo glorioso moniker perché potrebbe non apprezzare la proposta. E' sempre difficile giudicare e affibbiare un voto a una raccolta, soprattutto se la raccolta in questione è un puzzle di situazioni e connotati dannatamente differenti l'uno dall'altro, perché non si può di certo valutare l'album in base alle tracce scelte (come si potrebbe fare nel caso di un Best Of) e non si può valutare nemmeno dal punto di vista della produzione, visto che ci troviamo di fronte a svariate vecchie demo (e quindi con produzione da demo) e recuperi insperati come nel caso delle tre tracce appartenenti all'Ep di esordio, mai ristampato in cd ma soltanto in vinile e in edizione limitata; Molto probabilmente lo si potrebbe giudicare in base alla sua utilità, e questo è un prodotto decisamente inutile per il neofita, diretto solo al fan sfegatato, ma non sarebbe corretto nei confronti dell'operazione e del coraggio che gli Armored Saint e la Metal Blade hanno dimostrato immettendo sul mercato un lavoro del genere. E allora, in virtù del fatto che io sono uno di quelli che ha acquistato il cd all'epoca dell'uscita (essendo un fan da tempo immemore del Santo Corazzato) ammetto che questa "lezione di vecchia scuola" sia riuscita, se non perfettamente almeno in parte, lasciando, dopo un attento ascolto, un piacevole retrogusto sul palato e una lodevole carica nei timpani. "Nod To The Old School" va preso per quello che è: un buon esperimento, un testamento per i collezionisti di tutto il mondo, o forse molto di più, visto che grazie al successo economico di questa raccolta i nostri sono riusciti a recuperare le perdite indotte dal precedente e snobbato "Revelation" e a riconquistare popolarità e consensi tra il pubblico. Insomma, questa strana situazione va ad aggiungersi a uno dei tanti misteri che circondano la metal band americana, ma bisogna ammettere che è anche per merito delle buonissime vendite di questa compilation che i nostri sono tornati in pista dopo le recenti delusioni, decidendo di riorganizzarsi per restaurare concretamente il nome Armored Saint e per danargli nuova linfa e nuove energie che saranno condensate poi nel tour di supporto a Ronnie James Dio del 2002-2003, fino a giungere alla terza fase del gruppo iniziata nel 2008, dopo altri cinque anni di pausa per colpa degli impegni dei singoli membri, arrivando alla pubblicazione de "La Raza" (2010), album del ritorno in pianta stabile e accolto con entusiasmo da tutti gli appassionati di heavy metal classico.

1) Real Swagger
2) Unstable
3) March Of The Saint
4) Day Of The Eagle
5) Never Satisfied
6) Tainted Past
7) After Me, The Flood
8) Creepy Feelings
9) Lesson Well Learned
10) False Alarm
11) On The Way
12) Striken By Fate
13) Reign Of Fire
14) People
15) Get Lost
16) Nothing Between The Ears
17) Pirates
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