ARMORED SAINT

March Of The Saint

1984 - Chrysalis

A CURA DI
ANDREA CERASI
11/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Ci troviamo a Los Angeles California, precisamente nell'estate 1982, quando i neodiplomati Phil (chitarrista) e Gonzo Sandoval (batterista) hanno in mente di resuscitare i Royal Decree, progetto musicale risalente ai tempi del liceo (il South Pasadena High School). Folgorati dal famoso film "Excalibur", uscito nel 1981, decidono di mettere in piedi una band dal piglio fantasy e scelgono il nome Armored Saint in onore della pellicola diretta da John Boorman. Presto reclutano altri componenti, tutti compagni di scuola e tutti vecchi amici, a cominciare dal compianto Dave Prichard alla chitarra solista (morirà nel 1990 a causa della leucemia), John Bush al microfono e al basso Mike Zaputil, ma quest'ultimo lascia subito la band per unirsi agli Agent Steel e viene prontamente sostituito da Joey Vera. Alla fine del 1982 tutto è pronto per le prime composizioni e i primi spettacoli nei locali rock di Los Angeles e la neonata band incide un demo contenente sei tracce che li fa conoscere in città, destando l'interesse della emergente etichetta Metal Blade Records (fondata lo stesso anno), che li mette subito sotto contratto. L'anno seguente esce l'omonimo Ep (contenente tre brani e in seguito ristampato solo in vinile) che raccoglie critiche positive un po' ovunque, dando la possibilità agli Armored Saint di partecipare alla mitica compilation (indetta dalla stessa etichetta) Metal Massacre, Vol. II con il singolo "Lesson Well Learned". Intorno ai cinque ragazzi si creano interessanti aspettative, tanto che la major Chrysalis (etichetta britannica attiva dal 1969 il cui marchio viene acquistato nel 1991 dalla EMI) li vuole tra le sue fila. La band non può rifiutare il corteggiamento, lascia l'allora poco conosciuta Metal Blade e cambia etichetta discografica senza pensarci due volte. Mai errore fu più fatale e presto spiegherò il perché. Il 30 giugno del 1984 esce l'album di debutto, dall'altisonante titolo di "March Of The Saint", con una copertina tanto pacchiana e infantile quanto affascinante ed epica, e trascinato nelle chart con il gustoso videoclip di "Can U Deliver", nel quale i nostri fanno trasparire tutta la loro passione per il fantasy vestendosi (trasandati, sporchi, con pelle e borchie) da guerrieri sopravvissuti a una guerra chimica in stile "Kenshiro". A dire la verità, al di là del look e della cover-art, di stampo epic non c'è molto nella proposta musicale, visto che i nostri hanno sempre e solo suonato uno squisito U.S. power metal, ponendosi addirittura come i principali autori (insieme a Metal Chruch e Warlord) di tale genere nella metà degli anni 80. Il disco, nonostante l'esigua promozione, vende discretamente e li fa imbarcare in un tour in compagnia di WhitesnakeQuiet RiotW.A.S.P. e Metallica, questi ultimi in particolare restano folgorati dalla voce di Bush e gli chiedono di unirsi a loro affinché James Hetfield possa concentrarsi sulla chitarra, ma il vocalist crede talmente tanto alla sua causa che rifiuta soldi e successo facili, intenzionato a farcela con la propria band. Tuttavia, nonostante il clamore suscitato, le canzoni eccellenti e un singolo di successo, l'album non ottiene i risultati sperati proprio a causa di una produzione deficitaria e davvero pessima, a cura di un certo Michael J. Jackson (che non è il leggendario cantante pop), dove i suoni sono soffocati e impastati a discapito della limpidezza e della potenza. La Chrysalis, infatti, anche se grande e rinomata è una casa di produzione specializzata sul rock leggero e sul pop, perciò non sa proprio cosa significhi produrre e promuovere un disco di heavy metal, ciò affossa le ambizioni degli Armored Saint, che devono rimboccarsi le maniche e tirare dritto mancando però l'appuntamento con il successo.

March of the Saint

"March Of The Saint" (La Marcia Del Santo) procede con toni trionfali, da parata militare, e ha il compito di condurci nel mondo del Santo Corazzato, un mondo fatto di purissimo metallo americano che detterà regole e farà scuola negli anni a venire. Subito emerge la preziosa chitarra solista di Prichard, dal tocco morbido e dal gusto melodico incredibile. Trascorrono 40 secondi appena e inizia la cavalcata metallica con tutti gli strumenti impennati e suonati con indomita energia. Purtroppo emerge anche la pessima produzione troppo impastata e gracchiante ma tant'è che i nostri cinque cavalieri riescono a metterci una pezza grazie alla tecnica in loro possesso e grazie alla trascinante voce di Bush, dal timbro suadente, caldo, ruvido, che conquista al primo ascolto. Le coordinate del brano sono quelle dell'heavy classico ma l'irrobustimento della sezione ritmica si distanzia dalla scena inglese. Le strofe sono veloci e dinamiche, la struttura del pezzo compatta, anche se la melodia rimane un po' nascosta, e questa sarà una caratteristica della band, la quale punta tutto sulla velocità e sulla dinamica piuttosto che su ritornelli orecchiabili o su preziose linee melodiche. Dopo due quartine in cui emergono le doti tecniche di questi ragazzi (è bene ricordare che hanno soltanto 20 anni di età) esplode il ritornello, memorizzabile all'istante, tanto semplice quanto efficace. Subito Prichard e Phil Sandoval incrociano le asce per una battaglia di assoli soffocati però dalla opaca produzione e infine si riprende l'ottimo chorus prolungandolo fino alla fine. A mio avviso il miglior lavoro lo fa Gonzo dietro le pelli, molto preciso e potente mentre il favolo basso di Joey Vera in questo caso resta un po' in ombra. Il testo ha il compito di presentare la band e le ideologie che intende portare al pubblico. Bush intona un canto di guerra e di ribellione (tipiche tematiche giovanili) e consiglia a tutti di alzare in alto i martelli (di Thor) e di agitarli in aria con fare minaccioso. La forza e l'impeto goliardico li condurranno alla vittoria, loro (la band) e l'esercito di seguaci che si portano dietro, spaventando i nemici e mettendoli in fuga. È giunto il tempo di liberare gli innocenti dalla tirannia e dai soprusi subiti, è tempo di stringere i pugni e di combattere sul campo. L'acciaio delle armature si macchierà di sangue e la folla si accalcherà combattendo corpo a corpo. Nella guerra sembra di rivedere la copertina del disco, con i cavalieri medievali pronti per la battaglia e decisi a sacrificarsi per i propri ideali. Qui si rievocano antiche guerre e azioni legate inevitabilmente alle tematiche fantasy, soprattutto alla leggenda di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. Non dimentichiamoci che la band ha tratto ispirazione dal film "Excalibur", improntando la propria iconografia sulle immagini della pellicola.

Can U Deliver

"Can U Deliver" (Puoi Consegnarti?) ha una delle miglior introduzioni che abbia mai sentito, è un tripudio di metallo classico sprigionato dai potenti riffs dei due chitarristi che donano al pezzo quell'aurea post-apocalittica (sulla scia di "Mad Max") tanto ricercata nel videoclip. Il potentissimo riffing è sicuramente protagonista del pezzo, ma anche la voce incredibile di John Bush non è da meno nell'intonare le prime strofe per poi accelerare il ritmo passando da una sequenza all'altra e smuovendo tutta la sezione ritmica guidata dal prode Sandoval. Questa volta il pomposo basso di Vera emerge prepotente dalla foschia che avvolge l'ascoltatore attraverso un suono potente e oscuro. Questo brano è un capolavoro che ha fatto la storia del genere, Bush lo interpreta in maniera pazzesca lanciando acuti e alternando tonalità basse a tonalità alte, anche se non possiede una grandissima tecnica di fondo che non gli permette di variare di molto il registro. Non a caso non da mai un'impennata ai ritornelli considerandoli quasi una sorta di prosecuzione delle strofe come fossero un unico organo. Infatti, se si osserva bene la struttura di tutti i pezzi degli Armored Saint, ci si può accorgere facilmente che i refrain non spiccano (quasi) mai, confondendosi con il resto delle liriche. Perciò non si cerca per forza un chorus ultra melodico e orecchiabile (come nel power metal europeo, ad esempio) che colpisca al primo ascolto ma qualcosa di più meditato e sottile. Fatto sta che "Can U Deliver" è un brano trascinante, sfarzoso quanto basta, costituito da versi fatti a posta per essere cantare a squarciagola e con un bridge, che riprende la parte introduttiva, da brividi. Ottimi sono i cambi di tempo dettati dalla batteria di Gonzo e buonissimo l'assolo di Prichard. Contrariamente a quanto si possa pensare, il testo non parla di guerre epiche e di paesaggi desolati, ma si parla di disguidi amorosi. Il protagonista è un uomo privo di emozioni, freddo, certamente non romantico, ma è un duro che agisce d'istinto e che desidera soltanto trascorrere una notte in compagnia. In tal mondo cerca di sedurre una fanciulla, le chiede se lei è in grado di spingersi oltre per una serata di follia peccaminosa. Non c'è spazio per i sogni amorosi, bisogna agire senza troppe chiacchiere, incatenare i sogni alla realtà e lasciarsi andare agli istinti animaleschi. Dal testo traspare la tematica della donna oggetto e, in un certo senso, il videoclip è azzeccato, visto che è ambientato in un mondo futuristico dominato da bande criminali, da desolazione assoluta e dalla perdita di ogni valore, dove ognuno si prende con forza ciò che desidera.

Mad House

"Mad House" (Il Manicomio) è una traccia fantastica e dalla struttura molto semplice, introdotta da un Prichard in stato di grazia, sempre grande nello sfornare riffs brillanti che sembrano vortici metallici e che proiettano l'ascoltatore nella foga sonora. Tempo qualche secondo e i ritmi accelerano bruscamente, portati avanti dalla batteria di Gonzo che innalza un muro sonoro senza precedenti e che sembra riprendere le stesse idee del precedente brano per svilupparle maggiormente. Potenza è la parola chiave, ma c'è anche melodia, infatti sono evidenti le splendide linee vocali che vengono incoronate in un ritornello da togliere il fiato, contornato da cori che fomentano non poco. Una delle hit dell'album, sostenuta soprattutto dallo screaming inossidabile di Bush e dagli assoli lisergici dei due axe-men in continua lotta tra loro. Interessante, nonché terremotante la sezione finale che vede un riff sovrapposto alle grida del vocalist e che poi si snoda in un lungo assolo soffocato dai violenti cori del refrain. Purtroppo, anche in questo caso, la produzione non rende giustizia alla qualità alta del pezzo, tanto che gli stessi cori sembrano troppo bassi rispetto alle chitarre e il basso e la batteria restano troppo in secondo piano. La band, infatti, si lamenterà spesso con la Chrysalis per un mixing indegno e molti accuseranno la stessa etichetta per il mancato successo dei ragazzi. Non bisogna dimenticare che siamo nel 1984 e ormai le produzioni metal hanno raggiunto ottimi livelli, inoltre con l'esplosione dello speed e del thrash metal c'è una corsa a pompare le uscite dei singoli strumenti e a rendere i suoni più puliti possibile. Perciò possiamo immaginare il rammarico dei cinque ragazzi per il cattivo trattamento subito e per la brutta presentazione (visto che è un debut) al pubblico. Si racconta di un luogo magico, una casa isolata dove ogni desiderio diventa realtà. Il posto è concepito per scaricarsi dalle ansie e dalle preoccupazioni della vita quotidiana, il tutto a base di musica, di sesso, di alcool. È una tentazione continua, il giovane protagonista fa di tutto per tenersi a distanza da quella maledetta casa ma questa ha un fascino magnetico, quando gli si passa davanti il cuore batte forte e una strana e invisibile forza costringe il malcapitato a entrare e a sballarsi per tutta la notte, lasciando lo stress fuori la porta e immergendosi nel casino al suo interno, dove non importa ciò che si fa, dove tutto è possibile e in preda alla follia.

Take a Turn

Si prosegue imperterriti con il mid-tempo "Take A Turn" (Prendi Una Svolta), aperto da un arpeggio mistico e dalla calda voce di Bush che intona questa traccia con gusto e maestria. La sezione ritmica, dopo qualche secondo, si invigorisce caricando il pezzo ed ecco che parte la prima strofa dopo quella introduttiva dando la sensazione di stordimento. Ma i toni si smorzano nuovamente e le chitarre acustiche diventano protagoniste alternando sezioni delicate e morbide ad altre energiche creando un gioco sonoro molto interessante e che ha il pregio di mettere in luce le abilità rare del compianto Dave Prichard, asso della manica della band e musicista in grado di sfornare riffs utili e sfarzosi costituiti da un milione di idee. È strepitosa l'esplosione degli strumenti dopo le varie parti nostalgiche, inoltre a toccare il cuore è un pre-chorus raffinato che dà il via a un ritornello sublime e protratto a lungo con la ripetizione delle parole che lo compongono. Di refrain ne esiste soltanto uno, stranamente, e si passa direttamente al solo di Prichard e alla sezione finale con la batteria di Gonzo che pesta come un dannato tra urla e lamenti di un Bush in stato di grazia. In questo brano c'è tutto, energia alternata a morbidezza, tutto mixato senza dimenticare un gusto melodico sopraffino per la modesta durata di poco più di tre fantastici minuti. L'ambiente pacifico ricreato dalla musica è un paesaggio marino, una spiaggia deserta e sommersa dalla foschia mattutina dove la sabbia è scossa dal vento. Questo angolo di paradiso crea nel protagonista una sorta di capogiro che gli fa perdere i sensi. Mentre l'uomo si sta per rialzare da terra, sente un sospiro alle orecchie, qualcuno che pronuncia una frase indecifrabile ma che gli penetra nella mente come fosse un virus. È l'amore che lo stordisce e che gli ottenebra la mente. La donna che è con lui non sembra decisa a prendere una decisione anzi, sembra sfruttarlo senza donare nulla in cambio. La coppia vive giorno per giorno senza sicurezze emotive, tutto ciò fa parte del naturale corso della vita ma all'uomo questa situazione fa impazzire, dato che non riesce a leggere i pensieri della donna che ha di fianco a sé, tanto che gli sembra di vivere in una eterna menzogna, senza essere in grado di afferrare la verità delle sue emozioni.

Seducer

L'amore è struggente così come può essere pericolosa la seduzione di una donna ai danni di un uomo, questo è il tema principale di "Seducer" (Seduttrice), crudele heavy song dal passo spedito e costruita su un riffing spaziale, questa volta però il basso di Vera è ben presente e gli si concede un buono spazio. Le strofe sono violente e dalla struttura compatta, anche se il ritornello non risalta per freschezza restando anonimo e poco calibrato dato che è composto da una parola soltanto e ripetuta più volte. In un battibaleno, dopo solamente una lunga strofa e un refrain intonato una sola volta, si giunge a metà brano dove i toni si placano, gli strumenti si spengono all'improvviso e la chitarra solista viene lasciata correre da sola su binari misteriosi, cupi, dalla velocità rallenta con una brusca sterzata fino a raggiungere una cadenza lenta, crepuscolare come di stampo doom, sulla quale si staglia la sibillina batteria di Gonzo Sandoval. Bush torna al microfono e intona, con fare seduttivo, il malizioso chorus, pregando la donna corteggiata di sedurlo, dunque arriva l'assolo, e non è un solo dinamico ma molto controllato e ipnotico ma pur sempre di grande valore. Ritorna infine il feroce ritornello che pone termine al brano dove il singer si lascia andare a urletti da orgasmo multiplo. Come è facilmente intuibile le liriche parlano di una seduttrice mangiauomini e senza emozioni, tematica molto frequente nel metal degli anni 80, ma che va sempre di moda. La donna in questione è rappresentata come un serpente lasciato senza pasto e dunque affamato, pronto a mordere e a iniettare il veleno. L'uomo viene marchiato, il morso resta indelebile sulla pelle e gli viene strappata l'anima, visto che la donna è capace di controllare le menti e indurle alla disperazione. Il giovane cerca di resistere al potere della donna ma lei è troppo forte, lo fa inginocchiare e scocca sulla schiena la sua frusta, prendendo tutti gli averi del malcapitato e conducendolo al fallimento. Una volta ridotto l'uomo sul lastrico, la seduttrice fugge e punta a un'altra preda.

Mutiny of the World

La foga sonora non accenna a diminuire e non si lascia respiro all'ascoltatore, tanto che un'altra potentissima traccia è pronta a colpire i timpani dei metallari, martellandoli con la splendida "Mutiny Of The World" (Rivolta Del Mondo), traccia diventata simbolo stesso della band e che viene aperta da un riff spaccaossa, corposo e compatto sul quale svetta la perfida voce di Bush. La struttura del brano è elementare, concepita nella più classica tradizione hard rock ma il suono è talmente potente che avvolge l'orecchio dell'ascoltatore fino a stordirlo. Troviamo subito una splendida quartina impostata su linee melodiche davvero efficaci e poi giunge quasi inaspettato e con una violenza inaudita il bellissimo ritornello, energico e abbastanza solare. Un tripudio di solennità e una marcia per la vittoria che non accenna ad arrestarsi. Seconda ripetizione di strofa e refrain, poi assistiamo a un piccolo e arioso bridge che si prepara a esplodere attraverso la chitarra di Prichard in un solo strabiliante, impostato sempre e comunque sulle grida del cantante che sembra far di tutto pur di rimanere al centro dell'attenzione, passando di continuo dall'intonazione del chorus a urla malefiche per un'interpretazione complessiva da brividi. Ma è proprio tutta la sezione ritmica che funziona, le chitarre ruggiscono e la batteria di Gonzo offre grandi momenti attraverso spettacolari cambi di tempo, mentre (finalmente) si riesce a percepire persino il basso di un fuoriclasse come Vera. Tre minuti che volano via in un battito di ciglia ma che esprimono bene il concetto e l'adrenalina dell'heavy metal americano, tra l'altro comprendente un testo molto diffuso nel genere, incentrato sulla rivolta giovanile che rompe tutti gli schemi imposti dalla società. Ci si ritrova immersi sul campo di battaglia a gridare che il mondo ha bisogno di una svolta, sputando tutta la rabbia in corpo contro quegli stronzi che lo stanno rovinando. La salvezza è nella rivolta, nel capovolgimento dei ruoli, nel cambiamento. L'anarchia regna sovrana, i ruoli devono essere infranti, così come le leggi che ci governano, perciò smettiamo di vivere nel peccato, apriamo la mente e combattiamo, prendiamo a calci un culo i potenti che sfruttano il popolo e invochiamo la rivolta. Un tema tanto delicato quanto ancora attuale, segno che in trenta anni il mondo non è ancora cambiato.

Glory Hunter

Un riff trionfale introduce "Glory Hunter(Cacciatore Di Gloria), il pezzo più lungo dell'album con i suoi cinque minuti di acciaio. Chitarra, basso e batteria creano un vortice sonoro dal fascino immortale, dunque iniziano i versi meravigliosi e dal piglio melodico scanditi da un Bush in forma smagliante. È interessante notare che abbiamo due diverse linee melodiche per due diverse quartine, la prima è più fredda e cattiva, la seconda è più morbida e si apre a una melodia che ha il compito di aprire la strada al fantastico e ritmato pre-chorus che si infrange su un refrain sintetico e duro. Ciò fa intendere la doppia anima di questa "Glory Hunter", traccia che si diverte a cambiare pelle, giocando sui chiari-scuri alternando cattiveria e orecchiabilità per un mix esplosivo. Il ritornello ipnotico si sbrodola su un muro di acciaio dove il solito Prichard inventa accordi geniali prima di lanciarsi nell'assolo e incrociando l'ascia con quella di Phil Sandoval in un incedere battagliero. John Bush si palesa in un bridge funambolico in cui il tempo cambia abbassando i toni creando un'atmosfera sognante attraverso un arpeggio mistico guidato dal basso di Joey Vera e che dura parecchi secondi. Dunque la band ingrana ancora la quinta e riparte a tutto gas dando inizio alla coda finale in cui c'è un nuovo cambio di melodia sovrastato dalla voce del singer che si cimenta nel ritornello, questa volta più melodico. Ancora una guerra quella narrata nelle liriche, dove il capo della fanteria guida l'attacco contro l'esercito nemico. I sogni della fanciullezza ormai sono un ricordo sbiadito e devono essere obbligatoriamente archiviati, perciò il regimento pende dalle labbra del capo, colui che viene soprannominato Cacciatore di Gloria. Senza paura egli combatte il selvaggio, portando con sé fama e fortuna e distribuendola a tutti. Adesso è pronto ad attaccare il villaggio del nemico, la tribù è ostile e non vuole sottomettersi, perciò bisogna agire con tenacia e mestiere. Il capitano fa un cenno con la mano e lancia il suo esercito nella mischia, la sconfitta si imprime sui volti dei nemici, sui visi di quei poveri selvaggi destinati ad essere sottomessi. Poi la lotta termina, sul campo ci sono troppi cadaveri e su di essi svetta fiera la sagoma del Cacciatore. La gloria è tutta sua ed è immersa nel sangue dei vinti.

Stricken by Fate

Una rullata insolita, quasi ci trovassimo a una parata militare ed ecco che le note di "Stricken By Fate" (Colpito Dal Fato) vengono sprigionate dagli altoparlanti. È un'apertura insolita, con le grida di Bush e un ritmo funky a comandare l'andamento, poi le chitarre sincopate emergono all'unisono costruendo un riffing particolarmente seducente mentre alla batteria Gonzo esegue dei colpetti leggeri, quasi accarezzando i piatti. Se non fosse per la potenza scaturita dagli strumenti parleremmo di una traccia hard rock anni 70, visto le palesi influenze di band come Deep Purple o UFO nella sua costruzione. Le ritmiche sinuose si sposano bene con le linee melodiche cantate da John Bush, mettendo in risalto la grande tecnica e le ottime idee alla base di questa giovanissima formazione. Le strofe sono atipiche per l'heavy metal, anche se il ritornello colpisce al cuore ed è grintoso al punto giusto ma a destare l'attenzione è questo andamento funky che ritorna a metà pezzo dopo un brevissimo assolo di Prichard e sul quale Bush sussurra un bridge con i controfiocchi con la base di un grandissimo Phil Sandoval, eroe principale di tutto brano, enorme nella costruzione della base ritmica. Nella coda finale le chitarre si incrociano in un duello che richiama molto lo stile inglese. "Stricken By Fate" è una canzone dall'anima diversa rispetto alle altre ma è decisamente riuscita, dal piglio radiofonico e costituita da una freschezza di fondo che induce a ballare. Dalla giovialità musicale si passa all'amarezza di un testo cinico che parla di una coppia giunta al capolinea della loro relazione. La pace tra di loro esiste soltanto nel momento in cui fanno l'amore, una volta scesi dal letto riprendono le discrepanze e i furiosi litigi. Non c'è tregua tra i due, il giorno si litiga e al crepuscolo si fa l'amore, poiché è rimasta soltanto l'attrazione carnale. L'uomo è giunto al punto di odiare la propria donna e pensa che sia arrivato il momento di uscire dalla porta e lasciarsi il passato alle spalle. Ma è pieno di rancore e di astio, è conscio del fatto che lei sia alla ricerca di un nuovo compagno ma il suo orgoglio è ferito per sempre. Prende le valigie e scappa di casa, fuggendo da quella situazione infernale. L'uomo è talmente incazzato che augura la morte alla ragazza, sperando che il fato ingiurioso e nefasto la venga a colpire al più presto.

Envy

"Envy(Invidia) sembra la prosecuzione tematica della precedente traccia, dove si parla di invidia nel vedere la donna amata che si è rifatta una vita e che gira mano nella mano con un'altra persona. E non si tratta di una persona qualunque ma del suo peggior nemico. Allora l'uomo viene colto dall'ira e dalla gelosia che gli divorano le carni, eppure non può far altro che guardare e desiderare che il rivale non gli passi davanti perché potrebbe soffocarlo seduta stante. Stringergli le mani al collo e ucciderlo, oppure sparargli a distanza conficcandogli un proiettile in fronte. Ma la colpa è tutta della donna, quella stronza che lo ha lasciato, perciò dovrebbe uccidere lei, perché è l'artefice di tutti i mali. Ma, alla fine, vale la pena soffrire tanto per una puttana dal bel faccino? La band ci lascia con questo interrogativo. Intanto la batteria apre questo discreto pezzo, uno dei minori all'interno del lavoro. Phil Sandoval esegue un riffone pesante e incazzato, poi subentra il basso di Vera e la formazione è al completo quando Bush esordisce al microfono. Il ritmo è dinamico, il suono granitico e sorretto da chitarre prepotenti ma a colpire sono le belle linee melodiche che trascinano il pubblico in una vertigine continua per poi approdare a un chorus semplice e un po' nascosto ma che viene esaltato dalla voce di Bush che alza i toni ripetendo le stesse parole per tre volte. Dunque abbiamo un grande assolo prima di giungere al termine con una breve coda che riprende le parole del ritornello ma modificandone l'intonazione. Questo è la canzone più corta del disco, nemmeno tre minuti di durata, e in effetti si sente che manca qualcosa, almeno qualche variazione, qualche cambio di tempo, invece tutto scorre liscio come l'olio e in maniera fin troppo semplice. Non è assolutamente un brutto pezzo anzi, diciamo solo che non è completo e se non fosse per le asce dei due chitarristi che sfornano riffs incredibili, carichi di potenza e dal gusto raffinato e fresco, il tutto passerebbe nell'anonimato senza destare attenzione nell'ascoltatore.

False Alarm

Fatto sta che siamo pronti per l'ultima traccia, "False Alarm(Falso Allarme). Il basso di Vera è impetuoso, le chitarre caricano ed esplodono nel più classico dei riffs heavy metal e che in seguito sarà rubato da migliaia di altre band. Dopo appena 40 secondi c'è il primo cambio di tempo, la trionfale marcia si ferma per un istante e i toni decelerano, poi parte la prima e lunghissima strofa dalle splendide linee melodiche, Bush emette un urlo e il ritmo cambia ancora una volta rallentando e imponendosi sulla potenza assoluta delle chitarre. Siamo già nel primo ritornello, bello da catturare al primo ascolto e con un Bush enorme che avverte di fare attenzione al falso allarme. Il ritmo decelera e dà spazio alla chitarra di Dave Prichard nel lanciarsi in un assolo fulmineo e violento, dunque si accelera maggiormente e inizia così la seconda strofa, sempre lunga e affilata come quella precedente e che ha il pregio di rivelare la struttura bipartita dell'intero brano, suddiviso in due metà perfette per una struttura che più compatta si muore. Riecco il ritornello a scaldare i cuori di tutti i metallari che viene protratto a lungo, contornato dai soli illuminanti dei due axe-men e dalla corposità del basso. Le liriche sono criptiche, parlano di un tizio che si affaccia alla finestra, nel cuore della notte, destato da una sirena d'allarme. Nella mente sente un grido profondo, forse portato alle sue orecchie dal sibilo del vento. Un acuto spaccatimpani lo tiene sveglio nonostante il gran sonno che gli ottenebra la mente e gli chiude le palpebre. Il falso allarme sembra provenire da una terra lontana e il tipo lo prende come un cambiamento a cui non può sottrarsi. Egli deve partire, andare laddove proviene il suono della sirena, rischiando persino la morte, di morire appeso per il cappio e bruciato. Eppure non è sicuro di ciò che sta provando, forse è tutto frutto della sua mente e sta diventando paranoico. Le sirene che rimbombano nella sua testa sono un po' come le figure mitologiche che nell'antichità attraevano i marinai con il loro ipnotico e sublime canto, per attirarli e ucciderli. Ecco, è la stessa sorte che capita al nostro protagonista con le voci nel suo cervello, che sembrano provenire da lontano e che vogliono condurlo alla follia.

Conclusioni

La storia dello U.S. Power metal passa anche da qui. "March Of The Saint" è uno dei primi esempi di purissimo metallo americano, destinato a fare scuola e il cui suono sarà ripreso a piene mani da centinaia di band nel corso degli anni 80 e non solo. Quando la scena inglese comincia a perdere colpi e il pubblico è attirato dal glam e dal thrash metal che in quegli anni imperano, gli Armored Saint decidono imperterriti di sventolare il vessillo dell'acciaio incontaminato senza scendere a patti con nessuno. Purtroppo la scelta di essere prodotti dalla Chrysalis si rivela infausta, tanto che Joey Vera, tempo dopo, rilascerà un'intervista nella quale accuserà l'etichetta di averli trattati da schifo tanto che alla fine delle registrazioni i cinque ragazzi erano affranti, il mix era tutto sbagliato, la promozione scarsa e, tanto per non farsi mancare nulla, il manager li aveva fatti indebitare mandandoli sul lastrico senza poter recuperare i soldi a causa delle scarse vendite dell'Lp. Firmando per cinque anni con questa casa discografica, la band registrerà (obbligatoriamente) altri due enormi album, prodotti sicuramente meglio del debut (grazie al cambio di manager) ma che non riusciranno a cambiare la sfortunata situazione, ricevendo comunque una pessima pubblicità. Sciolto finalmente il contratto con la Chrysalis, la band americana torna alla corte della Metal Blade, che nel frattempo è esplosa nell'ambiente metal mettendo sotto contratto alcuni gruppi di successo, tra cui Lizzy BordenSacred Reich e Bitch, raggiungendo un piccolo momento di gloria soltanto nel 1990 con il rilascio del quarto capitolo, nonché il loro capolavoro assoluto, "Symbol Of Salvation", che li consacrerà tra i grandi, comunque troppo tardi e in un periodo sfortunato per il metal classico. Tralasciando i mille problemi di produzione e la mediocre promozione, questo debutto discografico traccia un solco profondo nella cultura metallica di scuola americana e rivela una band dalle idee chiare nonostante la giovanissima età e dotata di una tecnica sopraffina e un gusto musicale fuori dal comune. Certo, all'interno di questo album troviamo qualche passo falso, la struttura dei brani è spesso e volentieri troppo semplice e la qualità dei testi non è sempre alta a causa dell'ingenuità anagrafica, eppure c'è una classe immensa che si alzerà bruscamente già dal secondo (e molto più complesso) lavoro "Delirious Nomad". Le vendite di "March Of The Saint" scarseggiano, la critica li snobba per poi rivalutarli in seguito riconoscendo (troppo tardi) alla band i giusti meriti, ma il loro valore non sfugge di certo ai colleghi musicisti, tanto che i Metallica, per la seconda volta, corteggiano John Bush. Lo vogliono assolutamente con loro dietro al microfono ma nuovamente il cantante rifiuta, continuando per la propria strada e sicuro di sfondare, per poi cedere nel 1992 alle richieste insistenti di un'altra leggendaria thrash metal band: gli Anthrax. Ciò decreterà la fine della prima parte di carriera degli Armored Saint, ma questa è un'altra storia.

1) March of the Saint
2) Can U Deliver
3) Mad House
4) Take a Turn
5) Seducer
6) Mutiny of the World
7) Glory Hunter
8) Stricken by Fate
9) Envy
10) False Alarm
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