ARMORED SAINT

La Raza

2010 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
14/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Revelation", uscito nel 2000, si presentava come un disco carico di aspettative. Sin dalla sua uscita, infatti, doveva tenere in alto il vessillo dell'heavy metal riportando sulle scene, dopo otto lunghi anni, una delle metal band americane più gloriose degli anni 80: gli Armored Saint. Nonostante fosse trascorso quasi un decennio dal capolavoro "Symbol Of Salvation", quell'album aveva il compito di testare lo stato di forma della band, riuscendo pienamente nel suo intento, ovvero quello di dimostrare a tutti quanti che il cuore dei cinque musicisti, carico di passione e di genio creativo, non aveva mai smesso di battere. "Revelation" aveva mantenuto le promesse, portando in alto un nome così importante, sinonimo di qualità e di classe. Certo, dieci anni sono lunghi, gli artisti maturano, invecchiano, perdono ispirazione il più delle volte, oppure cambiano genere per rinnovarsi trovando nuovi stimoli in un percorso di crescita che coinvolge tutti, sia musicisti che pubblico, ma la band guidata da Bush aveva proseguito alla grande il percorso interrotto nel 1992, evolvendosi ma senza perdere onestà e coerenza, consegnando un prodotto di eccellente fattura che suonava a metà strada tra vecchio e nuovo. Nonostante gli impegni che coinvolgevano i singoli membri e che rendevano il progetto Armored Saint poco più che un side-project, la fiamma della passione che da sempre aveva avvolto questa magnifica band aveva continuato a brillate indomita persino alle soglie del 2000, dopo un periodo lungo nel quale tutto era drasticamente cambiato. Attraversando il buio totale degli anni 90, i Saint erano riusciti nell'impresa ardua di riprendere da dove avevano lasciato e di ricominciare daccapo, adattandosi all'epoca moderna ma senza rinnegare il passato, riuscendo a centrare gli obiettivi prefissati. Purtroppo, la maledizione che sempre si è accanita su questa band, minandone tragicamente il cammino, non era tardata ad arrivare, tanto che l'album, nonostante le ottime critiche da parte della stampa specializzata e la bellezza oggettiva dei brani, era passato ignorato. Purtroppo il flop di vendite aveva decretato nel 2003, dopo un breve tour e dopo il rilascio di una compilation di demo, B-sides e live tracks dal titolo di "Nod To The Old School" (a dire il vero accolta benissimo dai fans), una seconda momentanea scissione. "Revelation" aveva venduto poche migliaia di copie ed era stato dimenticato, confermando la cattiva sorte che ormai da due decenni accompagnava questa magnifica band. Ma quando tutto sembrava finito per sempre, ecco che il Santo Corazzato, come l'araba fenice, era pronto a risorgere dalla sue ceneri per riprendersi il posto che gli è sempre appartenuto, tra i gradini più alti nell'Olimpo dell'Heavy Metal. Giungiamo così al 2010: altra epoca, altro show-business, e sarà per la fame di metal classico che ha contraddistinto quest'ultimo periodo, sarà per la riscoperta di tante storiche band, sarà per il fascino di un'era passata che attrae nuove generazioni di appassionati.. fatto sta che gli Armored Saint (rigorosamente nella line-up classica) annunciano il loro ritorno con un nuovo studio album, ed il mondo intero è in trepidazione. "La Raza" si presenta con un art-work strano per i canoni della band, si tratta del negativo di una foto, quasi completamente su sfondo bianco, nella quale si intravedono degli uccelli che svolazzano tra i palazzi di una moderna città, ma basta aprire il libretto per capire che sono piccioni che girano indisturbati tra i vicoli di un quartiere di New York, osservando la situazione cittadina dall'alto, fino a raggiungere le teste dei nostri musicisti, intenti a leggere un quotidiano all'angolo di una strada. "La Raza" è, come suggerisce il titolo, un album concepito come una sorta di giornale di cronaca, un resoconto giornaliero sulla situazione attuale della società. La serietà della proposta e la maturità delle liriche (del resto elementi fondamentali della musica firmata Armored Saint) è già intuibile ancor prima di inserire il cd nello stereo ma qui la band affronta un percorso inedito che si tinge di un colore diverso e che è destinato a sorprendere molti vecchi fans. Andiamo a scoprire qual' è analizzando al microscopio le singole tracce che compongono questo lavoro.

Loose Cannon

"Loose Cannon (Mina Vagante)" si apre in modo inedito grazie all'uso delle viole che, accompagnate da un delicato arpeggio si chitarra, danno un alone epico della durata di un minuto tondo tondo, espediente utilizzato per introdurci alla nuova fatica in studio della band e proiettarci nel mondo Armored Saint. Ma le atmosfere ci traggono in inganno, poiché ecco che esplodono le chitarre elettriche e il pezzo si trasforma rapidamente in una bordata hard 'n' heavy. Jeff Duncan e Phil Sandoval dimostrano subito complicità e perfetta simbiosi nel tessere la trama ritmica e quando si palesano anche Gonzo alla batteria e Joey Vera al basso, si attacca con la prima strofa. Come da tradizione Saint, le strofe sono molto lunghe e danno modo al vocalist John Bush di mettere in evidenza la sua classe cristallina interpretando un testo che sembra estrapolato dalla prima pagina di cronaca. Si parla, infatti, di attualità, di una società quasi al collasso, rappresentata sotto metafora da un automobile che sfreccia veloce come un fulmine, carica di disprezzo verso il popolo che guida e dal serbatoio pieno di ipocrisia. Ad un tratto, l'auto sbanda e va fuori strada, infrangendo le leggi, investendo i passanti e restando impuniti. Il verso è abbastanza lungo, come del resto anche il ritornello anticipato da una bellissima apertura melodica e che attacca subito dopo la prima strofa. Bush si fa più deciso, prende in pugno la situazione e inizia a gridare della mancanza di rispetto che si diffonde nel paese, proprio come un virus inarrestabile e che miete vittime innocenti. Lo stato è una mina vagante che tutto calpesta, un pericolo che gira indisturbato tra le strade delle città. A questo punto, durante il refrain la sezione ritmica accelera il passo, Gonzo, in doppia cassa, comincia a scaldarsi, per poi spegnere gli istinti feroci alla seconda strofa. Già da questo primo brano si intuisce il nuovo corso della band, la quale preferisce cimentarsi in un hard rock molto debitore agli anni 70 piuttosto che spingere sull'acceleratore e distaccarsi dalla potenza dell'heavy metal al quale ci hanno abituati. Tuttavia la struttura del pezzo è sinuosa, molto dinamica, a suo modo trascinante, le asce di Duncan e Sandoval si incrociano creando riffs sensuali e abbastanza morbidi, accompagnati dalla grande voce di Bush che prosegue il discorso, disprezzando il mondo in cui vive e le leggi che lo governano. Giunti al terzo minuto inizia una bella fase strumentale, dal tempo cadenzato, in cui Duncan esegue un ottimo assolo, poco veloce ma molto sentito, dando inizio alla coda dominata dalla ripetizione del ritornello, un refrain melodico che urla di un mondo che è come un pozzo dove vengono gettati i cadaveri delle vittime. 

Head On

"Head On (Di Petto)" inizia con il suono delle tastiere che fanno il verso a un organo, infatti sembra si stia celebrando una cerimonia. Gonzo entra in gioco con dei fendenti poderosi, dunque le chitarre svettano in cielo con una serie di orgogliosi fraseggi che richiamano la storica "March Of The Saint", apripista dell'omonimo debut album, che donano quel tocco tronfio al pezzo. Il ritmo aumenta snodandosi su una riffing sostenuto e molto grintoso e Bush torna al microfono per la prima e ancora lunga strofa, ma questa volta l'intonazione è cauta, di medio/basso range, poiché dal vibrato si percepisce noia, quasi fastidio per ciò che si sta narrando. Il nervosismo è alle stelle, un uomo vuole attaccare briga puntando il dito dritto al petto al suo rivale e lo minaccia di morte, è incazzato nero per la misera vita che conduce e ha bisogno di sistemare qualcuno, gettargli in faccia tutto il proprio rancore, i proprio malsani pensieri. Quest'uomo si chiama Raymond, ed è un uomo solo, senza amici, un farabutto come il nostro protagonista; quest'ultimo sembra che non abbia voglia di accettare la sfida e cerca di ignorarlo, di non cadere nel tranello delle provocazioni. A questo punto, terminata la strofa, c'è un improvviso cambio di tempo e anche questa volta, si apre uno spiraglio di melodia che sfocia nel pre-chorus ma che si smorza quasi subito, perché il ritornello viene rimandato. Intanto il nostro amico preso di mira pensa che non vuole morire, ma non vuole complicarsi nemmeno la vita, vuole soltanto finire la sua fottuta cena e tornare a casa, ma quel bastardo di Raymond lo provoca. La sezione ritmica è decisa, si sviluppa in un heavy metal un po' sonnacchioso e abbastanza leggero, che ci riporta indietro nel tempo, agli albori del metallo. Insomma, potenza controllata e attitudine retrò per un album decisamente atipico per gli Armored Saint. Se manca un po' il tiro, di certo non passa inosservata la classe di questi musicisti, che sembrano dei giovincelli per freschezza di composizione. Nella strofa seguente il nostro uomo sta per perdere la pazienza, ma è ancora indeciso se controbattere oppure fare il superiore, snobbando il rivale, ma dentro di sé sente che la belva si sta risvegliando, il suo olfatto, simile a quello di una segugio, fiuta già l'odore del sangue. Sì, egli adora la violenza, ma sta ancora cenando, vuole trascorrere una serata tranquilla e il povero Raymond rompe la palle e non lo fa mangiare. Parte il ritornello, costruito su una melodia che colpisce all'istante e suddiviso in due terzine adrenaliniche, la voce di Bush svetta sul basso pulsante di Vera, che sembra replicare i battiti di un cuore irascibile e che sta perdendo la pazienza. Ci pensa su e poi decide di lottare, di vivere fino in fondo la nottata, estrae il coltello che ha nascosto nella tasca, fa scattare la lama e si alza in piedi con sguardo demoniaco. L'intermezzo strumentale è molto interessante perché possiede un groove moderno, che strizza l'occhio al crossover, Duncan si lancia in un solo monolitico, poi Sandoval esegue una serie di riffs dialogando con Bush, botta e risposta che si protrae per qualche secondo fino a spegnersi contro l'ultimo ritornello.

Left Hook From The Right Field

Ormai lo abbiamo capito, ogni brano ha una sua introduzione, e per condurci nel mondo di "Left Hook From The Right Field (Gancio Sinistro Dal Lato Destro)", tra l'altro primo singolo estratto e corredato di videoclip ufficiale, la band utilizza i rintocchi delle campane che ci deliziano per trentacinque secondi, fino a quando Bush non emette un ruggito danzo inizio alla furia degli strumenti. Qui ci distacchiamo dall'hard rock vecchio stampo e rientriamo nel sound tipico dei Saint, quello che tutti noi conosciamo, ossia un massiccio heavy metal con chitarre che scalciano e batteria furiosa. In realtà, si tratta di un metal moderno e che sembra scaturito dalle sessioni di un album come "Revelation", capolavoro a metà strada tra vecchio e nuovo, tanto che le prime due strofe sono figlie del nostro tempo, dove Bush segue la ritmica claustrofobica delle asce, voce cattiva e perentoria, per raccontare di un uomo che si sente vicino alla morte e allora fa un resoconto della propria vita. Non si capisce per quale motivo si senta così o chi l'abbia incastrato, ma il nostro ragazzo si sente appeso al rogo, in attesa del fuco che brucerà le sue carni. In realtà esiste una sola via di fuga, me è molto pericolosa e difficile da raggiungere, poiché dovrebbe pentirsi di tutto ciò che ha fatto per conquistarsi la libertà, eppure la fine è vicina più che mai, pedalare veloce o pedalare piano è praticamente indifferente, visto che la speranza è una labile scintilla nell'oscurità. L'uomo è rovinato, incastrato da qualcuno chissà per quale motivo, ma è spacciato. Questo senso di disgusto per la vita e soprattutto per la sorte che è toccata al protagonista delle liriche è ben espressa dalla voce esasperate del singer ma anche da una sezione ritmica aspra e molto cerebrale costruita si ritmi ossessivi e sincopati. Accelerazioni e rallentamenti che si succedono fino a giungere al bel ritornello, dal piglio modernista e orecchiabile, e dal sentore quasi liberatorio, come se si invocasse la morte da lungo tempo; già, perché parliamo di un condannato a morte, tradito da qualcuno e colpito alle spalle con un gancio in pieno volto, costretto a marcire tra quattro mura e senza un ultimo pasto prima della morte indotta. E il condannato sa che certamente non sarà il paradiso ad accogliere la sua anima selvaggia. Seconda parte dove troviamo ancora le strofe ultramoderne, questa volta caricate da effetti vocali che raddoppiano e riecheggiano la voce di Bush, creando una sensazione di straniamento e riprendendo molto coordinate alternative metal e anche thrash-core. In questa fase troviamo il delinquente a tu per tu con il prete che gli rifila la tiritera sulla favoletta religiosa e lui la rifiuta trovandola ridicola. Tanto sa che nessun paradiso lo attente, piuttosto l'inferno divorerà le sue ossa e succhierà il suo sangue fino all'ultima goccia. Il ritmo cala intensità, si cambi a tempo e gli strumenti si spengono, ma Bush è sempre protagonista assoluto, questa volta accompagnato dal virtuoso basso di Vera durante il bridge. L'ultimo pensiero va alla sfida tra l'uomo e Dio, ma il carcerato non se la prende con la divinità o con la religione, piuttosto è una sfida con se stesso, per dimostrare, ora che è sul punto di morire, che dopo tutto la sua anima è buona e merita una vita ultraterrena, se mai dovesse esistere, pacifica. Duncan e Sandoval si sbizzarriscono con un paio di assoli, fino a concludere questa traccia assassina e terremotante, perfetta come singolo dell'opera. 

Get Off The Fence

"Get Off The Fence (Vieni via dal Recinto)" ha un andamento sornione e una struttura anomala, composta da due lunghe strofe quasi rappate e costruite su un riffing tagliente ma che non eccede mai in irruenza e che vengono a scontrarsi con un refrain immediato e brevissimo costituito da poche parole. Bush, come del resto tutta la sezione ritmica, presenta un modo di cantare ipnotico, un po' alienante, dove la melodia fa capolino di qua e di là ma senza essere invasiva, tanto che il pezzo è molto ruvido. Tra una rasoiata e l'altra da parte di Duncan e di Phil Sandoval prende vita un testo esistenzialista incentrato sulla decisione di schierarsi una volta per tutte. Il primo passo per la libertà è quello di schierarsi, stare da una parte o dall'altra della barricata, scendere in campo per esporre i propri diritti, le proprie idee, giuste o sbagliate che siano, ma se si resta a cavallo dei due campi non si va da nessuna parte. Il chorus è trascinante, dalle forme morbide, accarezzate da un Bush strepitoso come sempre, il quale redarguisce colui che non è in grado di prendere una decisione e si ostina a rimanere appeso alla recinzione, rinunciando a molti privilegi che potrebbe dare l'essere parte attiva all'interno di uno schieramento, di un team. Gonzo è terremotante dietro le pelli, mentre è un po' in ombra Joey Vera, anche se più tardi di ritaglierà il giusto spazio.  Si procede così eseguendo ancora due strofe nella quali si incita a scendere da quella maledetta rete, col rischio di essere insultato, incolpato, preso in giro, contrastato, ma nella vita, prima o poi, bisogna prendere una decisione attiva e lottare per ciò che si desidera, altrimenti l'esistenza è sprecata se si vive come vegetali e non si tirano fuori i coglioni. Jeff Duncan e Phil Sandoval si lanciano in una serie di riffs incrociati, potenziando la struttura della canzone, dando il via al meraviglioso bridge che anticipa una assolo fantastico, sentito fin sotto la pelle e dannatamente hard rock vecchia scuola. Si chiude con un ultimo consiglio, Bush alza il tiro e incita a seguire le sue parole, paragonando la vita a un tribunale illegale, dove tutto funziona al contrario di come dovrebbe e dove, una volta giunti alla maturità, bisogna avere le idee chiare per essere rispettati. Insomma, un buon brano sulla quotidianità dell'uomo, sull'importanza di appartenere a un credo e di agire per far valere i proprio ideali. Una canzone sull'ipocrisia imperante della nostra società, dove spesso leggiamo l'incertezza dei politici di turno che si schierano da una parte all'altra a seconda dei vantaggi. Uomini senza palle e privi di personalità. 

Chilled

"Chilled (Congelato)" prosegue questo percorso hard rock tinto di modernità e si presenta subito come una semi-ballad dagli intrecci acustici e dalla melodia spaziale, calda e raffinata. La sezione ritmica è suggestiva, dall'andamento medio e dalla struttura snella che ne fa uno dei migliori pezzi all'interno di questo "La Raza". John Bush è delicato nell'interpretare le strofe, tralascia il vocione rauco in favore di maggiore pulizia, così come i singoli strumenti restano sempre in sottofondo, questa volta non solo le chitarre ma anche la batteria, che procede a singhiozzo specie nel favoloso ritornello. I suoni caldi e atmosferici accompagnano un testo poetico che va dritto in profondità, laddove si giunge al crepuscolo, il sole tramonta e il giorno finisce. È una traccia che parla del tempo che vola via, dei giorni che trascorrono senza che noi che ne accorgiamo, della giovinezza che è di breve durata. Da giovani si va sempre di fretta, le ore si divorano e si vive veloci e spesso molti momenti non vengono gustati appieno. Ma quando si invecchia tutto si capovolge, i ritmi rallentano e si assaporano anche gli istanti meno importanti; se soltanto si potesse congelare il corpo o un determinato momento e ripercorrere il proprio passato sarebbe bellissimo. La strofa è sognante, contornata da voci di sottofondi, una specie di cori, mentre le chitarre sono polverose e si avvicinano all'effetto grunge che aggiungono quel sapore dolce/amaro piuttosto caldo. Il ritornello possiede una melodia sublima, quasi solare, proprio perché è un atto di fede e di speranza nei confronti della vita. Si realizza, infatti, che bisogna ringraziare di quello che si ha e di quello che si è vissuto, ponendo una tregua tra se stessi e i fantasmi del passato. Uno spiraglio di luce e di speranza immersi e perduti nel cinismo cronico degli Armored Saint, band sempre molto critica, attenta all'attualità e spesso nichilista nei confronti del mondo. Anche se si è nervosi, stanchi, apatici davanti ai problemi che la vita ci riserba quotidianamente, basterebbe prendere un profondo respiro, fare un bilancio delle note negative e di quelle positive e ragionarci su, prima di fare qualche passo avventato. Bisogna essere coi piedi ben piantati a terra e usare il raziocinio per controllare i sentimenti. Il break centrale è semplicemente favoloso, Vera esegue degli accordi di basso con grande classe e poi lascia spazi a Duncan per il solito meraviglioso assolo, molto sentito e davvero sensuale.

La Raza

Veniamo alla title-track "La Raza (La Razza)" e le aspettative sono molto alte, non solo dal punto del componimento musicale ma anche da quello concettuale, ponendosi come colonna portante e simbolo di questo intelligente lavoro. Dal silenzio emergono i rumori della foresta, il cicalio degli insetti, il vento che soffia tra la vegetazione e infine un tamburo tribale che ci fa immaginare un mondo primitivo. Gli albori della razza umana. Lentamente le chitarre cominciano a caricare e poi vengono sparate a mille erigendosi in un groove thrash-core alla Pantera. Bush questa volta è adirato, voce maligna e voglia di aggredire le strofe, queste ultime cariche di energia pronta a essere scaricata. Eppure, anche in questo caso, troviamo una band che sperimenta flirtando con suoni moderni e una produzione scintillante tipica degli anni 2000. L'heavy metal classico al quale eravamo abituati sembra essere svanito, sommerso da blocchi monolitici di metal alternativo che, se da un lato offrono maggiore freschezza compositiva e nella costruzione dei singoli pezzi, dall'altro allontanano le tradizionali cavalcate U.S. Power per le quali il Santo Corazzato è famoso. Di potenza realmente espressa ce n'è poca e ciò ha fatto storcere il naso a moltissimi fans, ma i nostri sono una macchina ben rodata e trovano comunque alternative soddisfacenti grazie alla classe che da sempre li contraddistingue. Il testo è fortemente critico nei confronti della sete di potere dell'uomo, capace di distruggere l'intero pianeta e di annientarsi a vicenda. Così come la maestosità delle foresta viene a rimpicciolirsi, così le etnie primitive che lì vi vivono diminuiscono fino a raggiungere l'estinzione. La razza umana è nata per odia, tutto nasce da questo sentimento e proprio questo sento così cupo è il leitmotiv musicale che troviamo nell'acido pre-chorus e nel solfureo refrain, dal fascino ancestrale, dove si evidenzia la disastrosa mano dell'uomo ai danni del pianeta. Si prosegue su questo ritmo vorticoso, grunge, con chitarre ruggenti e batteria quadrata che non accenna ad accelerazioni. Qui si nota il prezioso lavoro di Vera, soprattutto in fase di ritornello, dunque i due axe-men duellano e si sfidano con due assoli controllati, prima di quietarsi e di far tornare in scena i tamburi che procedono sopra un tappeto di suoni alienanti. Durante il break c'è un accenno di tharsh metal, dove Gonzo si catena alla batteria con rullate vertiginose e Sandoval, alla chitarra ritmica, esegue un riff prepotente che si snoda, dopo pochi secondi, in un solo martellante. La coda finale è da brividi, il ritmo resta sempre blando, un mid-tempo massiccio carico di amarezza, con un Bush liturgico dalla cui bocca escono parole di rimpianto e di accusa ai danni della nostra razza, portatrice di caos, di morte, di distruzione, di male, come se avesse volontariamente aperto il proverbiale vado di Pandora. Tutto ciò è davvero patetico, eppure basterebbe documentarsi, conoscere e agire per risollevare le sorti di un mondo compromesso e alla deriva. Un'altra perla su cui riflettere e la title-track non lascia delusi. 

Black Feet

"Black Feet (Piedi Neri)" parte con le chitarre acustiche le quali eseguono un giro di accordi dallo spirito southern rock ma che si rivela un brano camaleontico in grado di assorbire varie sfumature stilistiche, tanto che non prende una forma precisa e si trasforma di continuo. Infatti, da un inizio country nel quale si parla di un uomo sfinito, senza forze, vecchio e stanco che si trascina a terra e ricorda le paure di suo padre e i peccati di sua madre, ovvero un'epoca lontana quando aveva la forza di un leone e non gli mancava mai il cibo, si trasforma in pezzo hard rock che ci racconta di un presente infame, dove lo stesso uomo fa fatica ad andare avanti, ha tre figli sulle spalle e non sa come sfamarli, tanto che pensa alla soluzione definitiva, una pillola per dormire per sempre, addormentandosi per sognare un domani migliore. Ma non finisce qui, perché dopo le due differenti strofe, la traccia si slancia in un moto melodioso attraverso il sognante pre-chorus, dai ritmi rallentati capaci di trasmetterci il tepore che prova l'uomo dopo l'assunzione della pasticca. Il ritornello invece recupera vigore ed ha un sapore abbastanza classico, nel quale Bush urla la sua disperazione perché, nonostante sia un cittadino modello, è ridotto a uno straccio, che cammina a piedi scalzi come un martire della società contemporanea. I suoi piedi sporchi, neri, non riescono più a sorreggere il peso del corpo, le gambe tremano e il veleno sta facendo effetto. Appena terminato il chorus, si torna al ritmo southern ma questa volta dotato di coretti in sottofondo che rendono ipnotica e cerebrale l'atmosfera. Anche la sezione ritmica ci mette del suo, tanto che le chitarre emettono quel suono polveroso tanto caro alle formazioni grunge e allora si prosegue nella seconda parte. La vita dell'uomo è agli sgoccioli, le gambe si piegano, la vista si annebbia, l'udito comincia a percepire rumori soffocati e allora l'uomo si accascia a terra. La sua vita è in rovina e, prima di chiudere gli occhi, l'uomo ricorda le motivazioni che lo hanno spinto a tale infausto gesto. C'è ancora un cambio di tempo, l'heavy metal torna con prepotenza, il riffing portante è muscoloso, Vera coordinato tutto con mestiere, inserisce sei sonagli per rendere il momento più fiabesco per poi trascinare i compagni verso la coda finale, creando un effetto che alterna grinta a attimi di stasi. 

Little Monkey

"Little Monkey (Scimmietta)" ha un lungo testo che tratta di bullismo. Il ritmo vibrante introduce questa punk song carica di adrenalina e che dimostra quanto gli Armored Saint abbiano sperimentato in questo album, creando una collezione di tracce differenti e ognuna delle quali dotata di una proprio identità. Bush è indomito, racconta di quando era ragazzo e c'era questo tiizo che ne combinava di tutti i colori, un vero rompipalle che si divertiva a infastidire i compagni di classe ed ora quel ragazzino dispettoso è diventato un uomo che poco è cambiato da allora; coglione era e coglione è rimasto. Gonzo finalmente si scatena come sa fare, Vera lo segue a ruota e i due axe-men fendono l'aria con le loro asce. Non è certo la cavalcata heavy/power che uno si aspetta ma tanto lo abbiamo capito che "La Raza" cerca si pone come una frattura rispetto al passato, tanto che si cercano nuovi percorsi musicali, che prendono spunto dal precedente capitolo "Revelation" ma che allo stesso tempo se ne distacca. La nuova direzione della band è questa, sorprendere il pubblico con qualcosa di mai ascoltato prima all'interno della discografia e così, questa buona "Little Monkey", procede velocemente con un pre-chorus gridato al cielo e poi con un ritornello fresco, d'impatto, molto orecchiabile. Dunque il bullo cresciuto e diventato un delinquente dalla faccia di maiale e paragonato a una scimmietta dispettosa, odiosa, poco divertente, verso la quale bisogna fare attenzione perché imprevedibile. C'è un piccola parentesi strumentale con i fraseggi di Sandoval in primo e attacca la seconda parte, il ritmo si fa incandescente e si continua a descrivere la situazione del bullo: un fallito che si sente un magnate di film di serie B, che non ha mai vinto nessun premio, dalla testa vuota e dal pene piccolo. Praticamente è l'incarnazione dell'ignoranza e la band si accanisce contro questa figura, affermando che stronzi dall'ego smisurato si nasce e lo si rimane per tuta la vita. La sezione ritmica, a questo punto, accelera il passo, Duncan da sfoggio della sua tecnica e Gonzo della sua potenza ed ecco che finalmente anche Bush alza la voce e dimostra le sue doti canore, fin qui poco accennate a scapito di una grande interpretazione. Ma ancora no è finta, infatti il testo continua a gettare fango sul povero bullo sperando in un suo capitombolo nel quale cadrà in ginocchio e comincerà a piangere come quando era piccolo. Probabilmente la traccia più furiosa dell'album, anche se non è propriamente heavy metal e, come già accennato, orientata su un punk moderno ma che è in grado di ritagliarsi parecchi momenti piuttosto spinti e metallici. Non da tutti apprezzata, forse per via delle molteplici influenze, ammetto che io ho avuto sempre un debole per questa canzone; non rientra nel classico stile degli Armored Saint? Ma che importa, suona bene e a me basta questo. 

Blues

"Blues" è una splendida traccia di hard rock romantico che prende spunto da un arpeggio sinistro che si rafforza lentamente risultando sempre più polveroso, dal sapore grunge. Si tratta di un brano particolare, dotato di una struttura non canonica e poco prevedibile, tanto che la strofa sfuma nel ritornello, quasi a fondersi in un unico blocco. Sognante è la musica così come un testo criptico che non si capisce bene dove voglia andare a parare, attraverso il quale si parla di pensieri che offuscano la mente di un uomo. La vita non è altro che un gioco a nascondino, bisogna nascondersi dai problemi, oppure spazzarli via come si fa con la polvere, ma a volte sembra così difficile che si ha bisogno di una mano da qualcuno. Il primo verso è piuttosto calmo, Bush accompagna gli arpeggi eseguiti da Phil Sandoval, poi entra in gioco Gonzo e comincia a dare potenza alla musica, terminata la strofa con un accenno al refrain, dopo un breve assolo di Duncan, si riparte proprio col ritornello, entra in scena Joey Vera, esegue qualche accordo, poi il cantante ripete l'ultima frase pronunciata ma alzando il tono e sentenziando che vorrebbe aiutare l'amico confuso per svuotargli la mente e renderlo felice. Probabilmente è una ancora un attacco alla società che impone determinati parametri da seguire cercando di renderci degli automi senza cervello da influenzare e comandare a proprio piacimento. Dunque ecco il vero ritornello, molto inquietante ma mai potente, si cerca infatti di rimanere abbastanza calmi nel ritmo, le chitarre sono appena accennate, il basso è nascosto e la batteria messa in secondo piano. Resta solo la magnifica interpretazione del vocalist, che ci prende per mano e ci conduce in questo mondo fatto di solitudine e di obbedienza. Il ritmo calda ancora e si ricomincia daccapo, ancora l'arpeggio iniziale eseguito da Sandoval ed ecco che parte la seconda strofa che intima di fuggire dal proprio destino, si potrebbe scappare da questa situazione, non con il corpo ovviamente ma con la mente, utilizzando la fantasia. Attraverso il potere delle illusioni si potrebbe andare lontano. La canzone ha un cambio di tempo, ma questa volta non si procede col refrain ma si cambia totalmente ritmo inserendo una specie di bridge supportato da cori e dall'aspetto spiccatamente melodico, a testimonianza che anche in un brano così semplice e così breve (tre minuti e mezzo), la band dimostra di essere coraggiosa sperimentando nuove soluzioni. Il bridge è costruito sulle due chitarre che si intrecciano in leggeri fraseggi ma i cori sono i veri protagonisti, sembrano dei lamenti per la condizione umana, e proprio da loro inizia la coda finale composta dalla ripetizione del chorus. È del tutto inutile figgire, probabilmente sarebbe inutile persino evadere con la mente, i mondo è una gabbia non solo per il corpo ma anche per la fantasia, legata alla realtà dei nostri tempi, tanto che il pensiero è qualcosa di peccaminoso e illegale. Sognare è da folli.

Bandit Country

L'ultimo capitolo del disco si intitola "Bandit Country (Paese Di Banditi)", anch'esso preceduto da qualche secondo di introduzione, dove si sentono delle voci sfocate in sottofondo e che, tempo dieci secondi, vengono sovrastate dalla chitarre di Sandoval che si sfoga con un giro armonico dall'animo rock 'n' roll. Anche in questo caso non troviamo la potenza dell'heavy metal ma, più che altro, un mix tra metal moderno e rock vecchio stile che potrebbe lasciare delusi molti fans del combo americano. Le due quartine non sono molto energiche, costruite su delicati riffs e poggiate interamente sulle linee di basso, ci raccontano, come suggerisce il titolo, di un mondo in declino popolato da briganti che arrancano, giorno dopo giorno, in un mare di fango. Siamo un popolo di razzisti, allevati con l'odio e con un destino lavorato a maglia da una vecchia signora e che sorride vedendo le nostre ferite e la nostra pelle ustionata. A questo punto la sezione ritmica si potenzia, il ritmo accelera e la melodia diventa più presente, arriviamo così al pre-chorus, che è poi la parte migliore del brano, che ci sfida a coprire le ferite e a pregare per il cambiamento. Bush diventa solenne, comincia a gridare e allora Gonzo lo segue, dietro le pelli, sparando una raffica di colpi, il riffing diventa violento e parte il ritornello nel quale si incita a svegliarci da questo torpore, siamo dei poveri ammalati e dobbiamo guarire, disinfettare le ferite e aprire gli occhi. Ormai il pezzo ha preso quota e le strofe che seguono sono hanno un ritmo maggiore, sostenute sempre dalla dinamicità delle asce. Le nefandezze del mondo, le uccisioni, l'inquinamento, il razzismo, sono mali che vanno combattuti ed estirpati, questo è un paese di banditi e noi siamo i re della strada. Dobbiamo svegliarci e lottare. Il ritmo si smorza improvvisamente, il break centrale è fantastico, resta soltanto la chitarra di Sandoval che ode quasi impercettibilmente, e poi il bassi di Vera che accompagna il suono delle sirene della polizia in lontananza. Gonzo torna a pestare dopo qualche istante e le chitarre riesplodono fino a lanciarsi in assoli mai troppo feroci e piuttosto cadenzati. Inizia la parte finale, Bush intona ancora il chorus, grida che siamo la feccia della nazione e che dobbiamo combattere una volta per tutte, e così chiude il sesto sigillo, sicuramente quello meno riuscito, della discografia della band.

Conclusioni

"La Raza" sottolinea un evidente cambio di direzione, a metà tra vecchio e nuovo e presentando uno stile totalmente diverso da quanto ascoltato fino ad ora. L'Heavy Metal puro e diretto al quale gli Armored Saint ci avevano abituati diventa, in questo capitolo discografico, un hard rock cromato influenzato dal grunge e dal rock alternativo, per un'esperienza del tutto inedita che, all'epoca della pubblicazione, sorprese molti vecchi fans (tra cui io stesso). Certamente in questo disco diminuisce la potenza ma si recupera in freschezza e, nonostante tutto, la band ne esce vincitrice, perché riesce a rinnovarsi senza perdere quei tratti essenziali che li ha sempre contraddistinta, consegnando un prodotto dotato di anima e che suona vero. Sarebbero potuti tornare in scena, dopo dieci lunghissimi anni, con un lavoro "classico"; e invece i Saint hanno avuto il l'ardire di sorprendere il proprio pubblico, continuando un processo evolutivo incominciato già dal precedente "Revelation". Sotto la supervisione di Joey Vera, leader indiscusso della band, "La Raza" viene brillantemente registrato in analogico in modo tale da suonare meno plasticoso e artificiale, restando più legato alla tradizione. Per di più, nonostante le critiche e le delusioni di molti ascoltatori, l'album fu addirittura un successo di vendite, nulla a che vedere con quelle dei primi album (che oggi considereremmo "stellari") ma sicuramente dignitose nel 2010, e la reunion degli Armored Saint venne accolta con entusiasmo da tutti. Comunque la si metta, il nome della band suscita notevole interesse in un mondo dalle dimensioni piccole come quello dell'Heavy Metal, e anche se la sfortuna si è spesso e volentieri accanita contro i Nostri, la musica continua ad aver bisogno di una band che fa dell'onestà e della coerenza i suoi marchi di fabbrica, una band composta da cinque musicisti di spessore, artisti dalla classe enorme e dalla penna affilata come lama, sempre pronta a convertire in note tutto ciò che accade all'interno della società. Ed infatti, come è ben visibile all'interno del booklet, questo album si presenta come un giornale nel quale ogni singola traccia assume le sembianze di articolo di cronaca. Non a caso, il bianco della copertina (anche della custodia cartonata) riprende quello della carta dei vari quotidiani e, come del resto è sempre stato, il combo losangelino risulta spietato nei confronti della società e fortemente critico verso coloro che ne fanno parte e che la infangano; d'altronde, i testi sono fondamentali nella comprensione del metal targato Armored Saint e come è facilmente intuibile sono di alta qualità, intelligenti nel loro cinismo, freddi nel loro nichilismo, tragici nel loro realismo, poiché raccontano crudamente la realtà nella quale tutti noi viviamo. Se da un lato, quindi, le liriche rispettano la tradizione artistica della formazione americana, dall'altro lato la musica si evolve, si fa più meditativa e meno feroce inglobando, nella sua essenza, le più disparate influenze, dalle più vecchie, come l'inserimento di sezioni country/blues, a quelle più innovative costituite da tappeti musicali che richiamano il crossover/alternative, elementi questi ultimi che donano modernità e originalità a ogni singolo brano. Inutile girarci intorno, "La Raza" è un buonissimo album di metal moderno, sia a livello concettuale che strumentale, ma troppo spesso la mancanza di energia pesa sull'ascolto rendendolo, seppur a tratti, noioso. Spesso si sente la mancanza della ferocia delle chitarre, della dinamicità delle strofe, dei ritornelli trascinanti e urlati da un gigante come Bush e l'amaro in bocca fa capolino più volte nei cinquanta minuti dell'opera. Chiariamo, nulla di così disastroso, tanto che i gloriosi Armored Saint riescono a consegnare un nuovo tassello tenendo alta la soglia di qualità che talvolta nei lavori più recenti delle band storiche latita. La magnificenza dei precedenti lavori è lontana ma il Santo Corazzato è ancora tra noi, pronto a ricominciare la sua epica incontrastata marcia.

1) Loose Cannon
2) Head On
3) Left Hook From The Right Field
4) Get Off The Fence
5) Chilled
6) La Raza
7) Black Feet
8) Little Monkey
9) Blues
10) Bandit Country
correlati