ARMORED SAINT

Carpe Noctum

2016 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
27/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Prima eroi dello U.S. power, poi ridotti a poco più che un side-project, poi di nuovo uniti, gli Armored Saint sono risorti dalle proprie ceneri in più occasioni e con grande fatica. Tre decadi, o poco più, di duro lavoro e di dedizione instancabile hanno reso la band americana sinonimo di qualità e di coerenza, fedele al verbo dell'heavy metal e sempre onesta nei confronti del proprio pubblico, nonostante le rocambolesche avventure che ne hanno minato il cammino nel corso degli anni. Eppure i nostri non hanno mai mollato, nemmeno nei periodi più bui della loro carriera: la morte del chitarrista Dave Prichard, il cattivo trattamento riservato loro dall'etichetta Chrysalis, l'allontanamento del pubblico nei confronti dell'hard 'n' heavy per quasi tutti gli anni 90. Infine la riscoperta all'alba del nuovo millennio, il rilascio di un grande album a nome "Revelation", una comparsata insieme agli W.A.S.P. e un lungo tour con Ronnie James Dio. Poi ancora l'oblio dovuto all'insuccesso del disco e alla scarsa presenza nei palazzetti. Evidentemente, il tempo, ingrato e maleducato, non è mai stato clemente con questi ragazzi, almeno fino al 2005 quando, dopo un tour di supporto agli Scorpions, gli Armored Saint decidono di tornare definitivamente sulle scene. E questa volta per restare. Come un'araba fenice, la band californiana si è rigenerata, attraverso dolori e rimpianti, rafforzandosi sempre di più, conquistando cuori e menti di tutti i metallari e raggiungendo le vette dell'Olimpo metallico. Il tempo ha finalmente reso giustizia a una band simbolo stesso di un modo di concepire e intendere l'heavy metal nel più puro dei significati; dunque la rinascita di un mito, di un'icona di stile e di professionalità. La magia che ha fatto superare critiche, scissioni, litigi interni e disavventure, va sicuramente ricondotta all'amicizia sacra dei cinque musicisti. Cinque, per una formazione inalterata negli anni, irremovibile, stabile e indistruttibile nonostante il trapasso del tempo. Cinque eclettici artisti più uno tutto particolare, il compianto Dave Prichard, sempre al fianco dei superstiti e il cui alone sembra aleggiare quieto in tutti i dischi post 1988, ovvero da quando il mondo faceva la conoscenza del primo ed unico, almeno fin ad oggi, live-album degli Armored Saint: "Saint Will Conquer". Il mini-live, uscito nell'agosto dell'88, illustrava agli ascoltatori la grandezza dei ragazzi, sempre mostruosi e a proprio agio sul palco e, nonostante l'esigua durata del concerto (appena otto brani), la band riusciva a raccontare il primo strepitoso lustro di carriera, pescando tracce dagli album "March Of The Saint", "Delirious Nomad" e "Raising Fear", ossia tre lavori iconici e fondamentali dell'epoca. I tempi, da allora, sono decisamente cambiati, anche la sorte nefasta è stata ribaltata con risultati vincenti, tanto che gli ultimi studio-album hanno avuto un grande successo di vendite e di critiche, in particolare l'ultimo "Win Hands Down", pubblicato nel 2015 dalla sempre fedele Metal Blade Records che, saltando l'infelice parentesi Chrysalis, segue la band sin dall'esordio con l'omonimo ep del 1983. E così, dopo quasi trenta anni dal primo mini-live, ecco che ci ritroviamo tra le mani il secondo live del Santo Corazzato: "Carpe Noctum", titolo latino che evoca tempi lontani e che comporta un certo sapore mistico, metafora di colui (il Santo Corazzato) che ha illuminato le notti a suon di musica dura, per la gioia di tutti i presenti nei due spettacoli tenuti in Germania nell'estate del 2015 e dai quali sono stati estratti gli otto pezzi qui presenti, pochi a dire la verità, ma che seguono uno schema prestabilito, sulle orme del precedente e antico "Saint Will Conquer", dando dimostrazione di una band affiatata, allora come oggi, e che non ha perso un briciolo di energia o di classe rispetto agli anni passati.

Win Hands Down

"Win Hands Down" (Vinco a Mani Basse) rappresenta la produzione più recente, il Santo Corazzato è tornato più carico che mai a insegnare a tutti come si suona heavy metal, scalcia, si dimena e fa scintille sul palco. Una cascata di riffs ci sbatte a terra, Sandoval e Duncan affilano le armi e si lanciano in una cavalcata metallica dalla potenza inaudita. Gonzo picchia come un demonio e Joey Vera esegue una serie di tenebrosi accordi. L'heavy metal della band ripesca qualcosa dal passato ma si modernizza, risultando fresco e incisivo più che mai. Si denota subito una trama più complessa del solito, non ci troviamo di fronte a una canzonetta breve e snella, tanto che le strofe sono particolari, infatti il brano è strutturato su due strofe soltanto ma che sono molto lunghe e costituite da due parti ben distinte, la prima più cattiva e la seconda più melodica che fa da ponte per il graffiante ritornello. Bush è leader indiscusso, passano gli anni ma la voce resta come quella di trenta anni fa; il singer ancora scalpita dietro al microfono, urla, graffia, si inerpica verso tonalità alte senza il minimo sforzo, segno che è perfettamente in forma, così come la sua band, sempre preparata, sempre tecnica, sempre ispirata. Quello che ascoltiamo è un consiglio a tutti i vecchi amici, cioè quelli che sono nella merda e che quotidianamente cercano di sopravvivere alle difficoltà della vita. Ancora e come da tradizione Saint, troviamo la velenosa penna dei nostri, sempre critici nei confronti della realtà in cui viviamo. E in questa realtà c'è solo un modo per sopravvivere: combattere, prendere a calci il nemico, girare con gli occhi ben aperti ed essere furbi, come nel gioco d'azzardo ritratto in copertina dell'omonimo album. Tra gli applausi, i fischi di incitamento e i cori dell'arena, Bush intona il refrain, melodico ma dal retrogusto cinico, amaro come la vita stessa, nel quale grida di picchiare forte, se necessario corrompere, barare pur di vincere senza fatica, a mani basse. La carica esplosiva di questi giovanotti un po' attempati risalta nel lavoro di ogni singolo membro, specie nella sezione che segue, quella strumentale, dove un precisissimo e fulmineo assolo di Duncan fa da ponte con la seconda parte del brano, dove i nostri protagonisti ritrovano la rabbia di un tempo, una grinta giovanile e l'animo degli avventurieri. Tanto c'è sempre l'inferno da scontare, ma almeno così facendo ci si diverte pur trovandosi con l'acqua fino al collo, e allora ecco che prende vita l'immagine di un gruppo di banditi che gioca d'azzardo, picchia, ruba, inganna, perché questa è la loro legge in un mondo senza leggi. Giunti a metà pezzo la band crea un'evoluzione incredibile, mettendo in mostra classe e tecnica che potranno far impallidire i colleghi. Gonzo spinge sull'acceleratore, velocizzando tutta la sezione ritmica come fosse un tornado, con le chitarre e il basso in prima linea, dunque uno stacco improvviso e la musica si trasforma in una dolce cantilena sulle delicate note in sottofondo di Phil Sandoval e accompagnate dai latrati inferociti di John Bush per un effetto straniante e vorticoso. Il pubblico apprezza e si lancia in uno scroscio di applausi per la prestazione di tutti i musicisti.

March Of The Saint

"March Of The Saint" (La Marcia Del Santo) ci introduce nel turbolento e battagliero mondo del Santo Corazzato. Una dimensione costruita su purissimo metallo americano, forgiato in un'epoca lontana e ormai quasi mitologica. La preziosa chitarra solista di Duncan si esprime con tocco morbido e con gusto melodico dannatamente epico. Il piccolo club che ospita la band è accogliente e con un'acustica spaventosamente eccellente, anche il pubblico è molto caloroso. Appena qualche secondo e allora ha inizio la cavalcata metallica con tutti gli strumenti impennati e suonati con indomita energia. La voce di Bush, nonostante l'età, è ancora perfetta, dal timbro suadente, caldo, ruvido, è identica a quella di trenta anni fa. La melodia rimane un po' nascosta, soppiantata da una indomita velocità e da una dinamica piuttosto robusta che incendia il palco e riscalda il palazzetto, creando un'atmosfera fantastica anche grazie all'accompagnamento divertito dei presenti. Le doti tecniche dei musicisti, già altamente espressive quando erano giovincelli, hanno subito un'evoluzione e una maturazione che li ha portati ad essere tra i migliori della scena metal americana. Tecnica e professionalità per una miscela esplosiva che potrebbe far impallidire migliaia di band esordienti e non. Il ritornello è sempre quello che ormai conosciamo tutti, meraviglioso, fresco e leggendario, capace di forgiare un'epoca di metallo e uno stile musicale; memorizzabile all'istante, tanto semplice quanto efficace, intonato da tutto il pubblico, quasi fosse un inno di guerra. Jeff Duncan e Phil Sandoval incrociano le asce per una battaglia di assoli, mentre Gonzo tempesta di colpi la sua batteria. Il bassista Joey Vera, vero leader degli Armored Saint, si ritaglia un piccolo spazio tutto suo verso la fine del brano, pochi istanti prima di introdurre la coda finale, quando il mitico Bush ripete a perdifiato il festoso refrain, riportandoci indietro al 1984, ovvero quando questo magnifico pezzo vedeva la luce per la prima volta. Le ideologie alla base del testo sono semplici e dirette: questo è un canto di guerra e di ribellione (tipiche tematiche giovanili, è vero, ma sempre attuali, specie in ambito metal) e si incita i fedeli ad alzare in alto i martelli e di agitarli in aria con fare minaccioso. La forza e l'impeto goliardico condurranno il popolo alla vittoria, la band e il suo esercito di seguaci è pronto a spaventare i nemici, metterli in fuga e raggiungere l'obiettivo: l'immortalità. È giunto il tempo di liberare gli innocenti dalla tirannia e dai soprusi subiti, è tempo di stringere i pugni e di combattere sul campo. L'acciaio delle armature si macchierà di sangue e la folla si accalcherà combattendo corpo a corpo.

Striken By Fate

Una rullata insolita, tra i cori del pubblico, quasi ci trovassimo a una parata militare, ed ecco che le note di "Stricken By Fate" (Colpito Dal Fato) vengono sprigionate dagli altoparlanti dell'arena. È un'apertura insolita, con le grida di Bush ad incitare gli adepti accalcati sotto le transenne e un ritmo leggermente funky a impadronirsi dell'atmosfera, ma la potenza si articola subito grazie alle chitarre sincopate che ruggiscono all'unisono costruendo un riffing particolarmente seducente e ruvido, mentre alla batteria Gonzo esegue dei colpetti leggeri, quasi accarezzando i piatti. Ci sono amarezza e rimpianto nelle parole professate da Bush, il quale racconta di una coppia giunta al capolinea della loro relazione. La pace tra i due esiste soltanto nel momento in cui fanno l'amore, perché la scintilla della passione è ancora accesa, ma una volta scesi dal letto ecco che riprendono le discrepanze e i furiosi litigi. Le ritmiche sinuose si sposano bene con le linee melodiche cantate da John Bush, mettendo in risalto la grande tecnica e le ottime idee alla base di questa canzone dal retrogusto 70s. Le strofe sono atipiche per l'heavy metal, anche se il ritornello colpisce al cuore ed è grintoso al punto giusto, ma a destare attenzione è questo andamento funky che ritorna a metà pezzo dopo un brevissimo assolo di Jeff Duncan e sul quale Bush sussurra un bridge con i controfiocchi con la base di un grandissimo Phil Sandoval, eroe principale di tutto brano, enorme nella costruzione della base ritmica. Stricken By Fate" è una canzone con un'anima particolare, differente da tutto il resto prodotto dalla band californiana per via di ritmiche che affondano le radici nell'hard rock anni 70 ma che, al tempo stesso, gettano un ponte con il funky rock. Questa amalgama è presente in modo evidente nel disco del 2010, "La Raza", decisamente il più leggero di tutti e quello meno tradizionale. Il piglio radiofonico fa sì che questa cavalcata induca a ballare, facendo divertire lo scalmanato pubblico che per tutto il tempo intona cori. Il litigio tra coppie è sempre drammatico, in questo caso non c'è tregua tra i due, il giorno si litiga e al crepuscolo si fa l'amore, poiché è rimasta soltanto l'attrazione carnale a unirli. L'uomo è giunto al punto di odiare la propria donna e pensa che sia arrivato il momento di uscire dalla porta e lasciarsi il passato alle spalle. Ma è pieno di rancore e di astio, è conscio del fatto che lei sia alla ricerca di un nuovo compagno ma il suo orgoglio è ferito per sempre. Prende le valigie e scappa di casa, fuggendo da quella situazione infernale. L'uomo è talmente incazzato che augura la morte alla ragazza, sperando che il fato ingiurioso e nefasto la venga a colpire al più presto. Un messaggio amorale, possiamo dire, condito da una ancestrale acredine nei confronti della donna amata, ormai irrimediabilmente perduta.

Last Train Home

"Last Train Home" (Ultimo Treno Per Casa) è un lento dal sapore oscuro e dai tratti mistici costruito su oscure linee di basso e arpeggi esoterici che affascinano non poco, elementi questi che sono alla base del disco capolavoro degli Armored Saint, quel "Symbol Of Salvation" che ancora oggi è vetta assoluta della carriera della band californiana e dato alla luce in un momento delicato, subito dopo la morte di Prichard e dopo la disastrosa esperienza con la Chrysalis. Per questo è un album oscuro e dalle tematiche drammatiche. Gonzo introduce con potenza il brano, pestando come un dannato con l'accompagnamento dell'ascia di Duncan che si divincola subito in un breve assolo, poi il ritmo si smorza dopo pochi secondi e allora l'arpeggio di Phil Sandoval dà il via al primo verso, cupo e cadenzato, una perla di poesia nera che procede sotto i colpi irrequieti del batterista e le suadenti linee di basso di Vera. Il testo identifica bene la posizione della band nel 1991, quando appunto esce "Symbol Of Salvatin", quindi un periodo scombussolato e confuso che ha fatto emergere un passato difficile che ha allontanato la band dal successo minandone gravemente il futuro, tanto che l'anno seguente gli Armored Saint si scioglieranno. Il magnetico chorus si appiccica addosso e non va più via, grazie anche e soprattutto a un Bush dannatamente perfetto. Il break diventa ancora più cattivo grazie ai riffs dei due chitarristi che si alternano in due assoli davvero spettacolari che accelerano il ritmo generale del pezzo tra le grida di giubilo dei presenti al Wacken Open Air Festival di Germania. Si tratta di un brano profondo, uno dei migliori mai scritti dalla band, carico di malinconia e di sofferenza. L'ultimo treno per casa è quello del cambiamento, che arriva veloce portando con sé un vento gelido, nuvole chiare, una folla accalcata nei convogli e uno spirito solitario. La coda finale vede ancora l'arpeggio immaginifico che fa ricominciare il brano, spegnendo la frenesia accumulata, per poi dare origine a un mid-tempo dominato dalla calda voce del singer che si inerpica nella ripetizione del ritornello con l'aiuto di una sezione ritmica attenta e funzionale. Adesso non resta che decidere se rimanere gli stessi e andarsene oppure salire sul treno e accettare di cambiare. Le voci provenienti dai passeggeri sussurrano il nome del protagonista, lo invitano a prendere parte a questo ultimo viaggio, poiché la vita è costituita da incroci, da bivi che ognuno di noi è costretto a prendere.

Mess

"Mess" (Confusione) è grinta allo stato puro, introdotta da un drumming possente e da un riffing violento che si snoda tra heavy classico e groove moderno. Bush è malefico e la sua voce risulta ancora più luciferina grazie alle note abrasive che vengono cantate. Troviamo una costruzione del brano molto particolare, perché si tratta di una struttura che si evolve continuamente, passando da un verso possente ma piuttosto pacato nell'andamento a un secondo verso, studiato anche per fare da pre-chorus, dove il ritmo si intensifica ed emerge anche una orecchiabile melodia. Ovviamente, la confusone di cui parla il testo è riferita al mondo e alla popolazione, vista come agricoltori che hanno piantato e coltivato semi cattivi facendo un auto-scaccomatto che ha tarpato loro le ali, quelle della libertà. Il verdetto è sempre lo stesso e noi non abbiamo imparato nulla dalla storia, tant'è che succedevano disastri nei secoli scorsi e succedono disastri ancora oggi, e sempre per lo stesso motivo: la razza umana. Oggi, le cose non sono poi tanto diverse dal passato e noi siamo condannati, proprio per la nostra sciocca condizione mentale, all'autodistruzione e al caos. Il ritornello è trascinante, poco melodico ma molto suggestivo, suddiviso in due parti e che dal punto di vista lirico sono l'emblema della filosofia nichilista degli Armored Saint: viviamo in un mondo di rifiuti, la nostra cultura è dedita al disordine e ci annienteremo a vicenda. Dopo questa botta di ottimismo passiamo a una visionaria parentesi strumentale che parte con un muscoloso giro di basso, passando poi per un riff sincopato di chitarra, e infine una rullata di batteria e dalle tastiere pre-registrate che donano al pezzo un'atmosfera esoterica e dal sapore mediorientale. Phil Sabdoval esegue un riff potentissimo, lanciando tutta la sezione ritmica, che riprende vigore e sulla quale Bush e compagni, in coro, gridano la parola "Waste" (Rifiuto), quindi Jeff Duncan si prende la scena con un grande e lisergico assolo. Abbiamo il tempo per l'ultima quartina che narra di una generazione di eroi grassi e stanchi che si mangiano tutto lungo il proprio cammino, e con il termine Eroi si identifica ironicamente una classe specifica: politici, monarchi, imprenditori, insomma uomini di potere che reggono le redini delle società mondiali. Feroce è la critica contro questi ultimi e contro il sistema che loro regolano e permettono, soffocando così li idee genuine e i sentimenti dei puri di cuore.

Aftermath

"Aftermath" (Conseguenza) ha un incedere cadenzato e cupo, l'attacco è devastante come nei brani doom, ma è solo l'intro, perché l'andamento subisce una variazione e la canzone si trasforma in heavy classico, sostenuto da fraseggi solenni e da vigorosi giri di basso. Eppure è tutto un'illusione, infatti giungiamo al terzo minuto, dopo questa doppia lunga introduzione, e il brano cambia nuovamente pelle, diventando una ballata. L'arpeggio di chitarra acustica è meraviglioso, Bush è incantevole e delicato come al solito, dal vivo come da studio, da vecchio come da giovane, roba quasi da non crederci. Il tema trattato è quello della morte, o meglio, il passaggio tra la vita e la morte, in quella sorta di limbo in cui fluttuano le anime dei caduti. È un processo di trapasso voluto al fine di fuggire da questo mondo gelido, paralizzato dalla corruzione e condito da sciocco egoismo. Parte l'assolo acustico, soffice come piuma, struggente, infine una coda trascinante che mette i brividi sulla pelle. Gli ultimi minuti sono funestati da tempeste elettriche, ritorna il metallo sparato a mille, la velocità esplode dettata dalla batteria di Gonzo e dai soli incrociati di Duncan e di Phil Sandoval che si divertono a intavolare una serie di epici duelli. "Aftermath" è una power ballad struggente e nichilista, una piccola opera camaleontica costituita da quattro sezioni ben distinte e ricche di sentimenti difficili da ignorare. Anche gli ascoltatori più distratti saranno ipnotizzati da tale magnificenza. La vera vita ha inizio ora, si riescono a intravedere le ombre dell'inferno che volano libere e spensierate, ma oramai è troppo tardi per portare indietro le lancette dell'orologio; tutto sommato, il limbo è un luogo di pace e di benessere. Il limbo è casa. Il giovane protagonista invita anche la sua ragazza a unirsi, poiché l'eternità li aspetta. Il loro è un addio a questo disilluso mondo senza speranza. Una grandissima ballata amara, secondo la tradizione Saint.

Left Hook From The Right Field

Con "Left Hook From The Right Field" (Gancio Sinistro dal Lato Destro) troviamo il tipico sound dei Saint, quello che tutti noi conosciamo, ossia un massiccio heavy metal con chitarre che scalciano e batteria furiosa. In realtà, si tratta di un metal dal sentore moderno che fa da tramite tra vecchio e nuovo, tanto che le prime due strofe sono figlie del nostro tempo, dove Bush segue la ritmica claustrofobica delle asce, voce cattiva e perentoria, per raccontare di un uomo che si sente vicino alla morte e allora fa un resoconto della propria vita. Non si capisce per quale motivo si senta così o chi l'abbia incastrato, ma il nostro ragazzo si sente appeso al rogo, in attesa del fuoco che brucerà le sue carni. Esiste una sola via di fuga, me è molto pericolosa e difficile da raggiungere, poiché dovrebbe pentirsi di tutto ciò che ha fatto per conquistarsi la libertà, eppure la fine è vicina più che mai, pedalare veloce o pedalare piano è praticamente indifferente, visto che la speranza è una labile scintilla nell'oscurità. L'uomo è rovinato, incastrato da qualcuno chissà per quale motivo, ma è spacciato. Questo senso di disgusto per la vita e soprattutto per la sorte che è toccata al protagonista delle liriche è ben espressa dalla voce esasperate del singer ma anche da una sezione ritmica aspra e molto cerebrale costruita si ritmi ossessivi e sincopati. Accelerazioni e rallentamenti che si succedono fino a giungere al bel ritornello, dal piglio modernista e orecchiabile, e dal sentore quasi liberatorio, come se si invocasse la morte da lungo tempo; già, perché parliamo di un condannato a morte, tradito da qualcuno e colpito alle spalle con un gancio in pieno volto, costretto a marcire tra quattro mura e senza un ultimo pasto prima della morte indotta. E il condannato sa che certamente non sarà il paradiso ad accogliere la sua anima selvaggia. Nella seconda parte troviamo ancora le strofe ultramoderne, questa travolte dai cori entusiastici del pubblico che incorniciano la prestazione sublime di un Bush amareggiato e anche un po' adirato, capace di creare straniamento grazie alla ripresa di coordinate alternative metal e anche thrash-core ne modo di cantare. In questa fase troviamo il delinquente a tu per tu con il prete che gli rifila la tiritera sulla favoletta religiosa e lui la rifiuta trovandola ridicola. Tanto sa che nessun paradiso lo attende a braccia aperte, piuttosto l'inferno divorerà le sue ossa e succhierà il suo sangue fino all'ultima goccia. Il ritmo cala intensità, si cambia tempo e gli strumenti si spengono, ma Bush è sempre protagonista assoluto, questa volta accompagnato dal virtuoso basso di Vera durante il bridge. L'ultimo pensiero va alla sfida tra l'uomo e Dio, ma il carcerato non se la prende con la divinità o con la religione, piuttosto è una sfida con se stesso, per dimostrare, ora che è sul punto di morire, che dopo tutto la sua anima è buona e merita una vita ultraterrena, se mai dovesse esistere, pacifica.

Reign Of Fire

"Reign Of Fire" (Regno di Fuoco) è heavy metal martellante, dalla potenza inaudita che scuote le casse grazie alla dinamicità della sezione ritmica e che strizza l'occhio al thrash metal causa una serie di riffs vorticosi, pesantissimi, accompagnati da un Gonzo Sandoval, dietro le pelli, in stato di grazia. Questo è uno dei cavalli di battaglia della band, immancabile dal vivo e oramai entrato nei cuori di tutti i fans. La violenza espressa parla da sé, evidenziata da una prestazione sul palco davvero eccellente da parte di tutti i membri. Qui, la classe e la tecnica della compagine sono al massimo livello, i cambi di tempo si succedono insistentemente, facendo tesoro di tutta l'esperienza accumulata a nome Armored Saint. Gonzo è scatenato ma anche Joey Vera, uno che ne sa di tecnica e di eleganza, sorprende per la maestria con cui dirige l'andamento grazie al suo basso corposo che sembra messo in disparte per favorire il riffing ruggente delle chitarre ma che in realtà dà solennità al brano. Infine, John Bush esordisce al microfono proprio sugli intrecci chitarristici di Duncan e Phil Sandoval; la sua voce è feroce e velenosa, dotata di una passione e di un'energia che pochi cantanti, oggi come oggi, possono ancora vantare. Le strofe sono dense, stanziate su una valanga di soluzioni chitarristiche dettate proprio dalle asce di Duncan e di Sandoval, tanto che abbiamo almeno tre cambi di tempo in ogni singola strofa. Il testo è cupo quanto sintetico, nel quale si accenna a un mondo apocalittico, il regno dell'inferno, divorato dalle fiamme e dalle lacrime per la guerra in corso. Ma è un mondo fittizio, interiore, la guerra è interna nell'uomo, esplode direttamente nell'animo, nel cuore e nella mente, la cui parola d'ordine è caos, come quello che sta attraversando la band nel momento in cui esce "Symbol Of Salvation" nel lontano 1991. Si giunge in fretta al ritornello, in pieno stile Saint, composto da una parentesi poco melodica e molto oscura che, nonostante tutto, si stampa subito in mente grazie alla freschezza di cui è dotato. Tra fraseggi importanti, urla disumane di Bush e sezioni di basso si giunge al bridge, questo abbastanza melodico e sostenuto dalla batteria che ne detta l'elegante cambio di tempo per poi lasciare spazio allo strepitoso assolo di Sandoval eseguito sopra una serie di riffs di Duncan che irrobustiscono la musica e che terminano con un secondo solo suonato da quest'ultimo. Le liriche, come già accennato, sono metafora preziosa di una situazione instabile e dolorosa che colpisce i nostri per tutto il 1990 e il cui leitmotiv è tetro, infernale, ma anche sintetico. Messaggio conciso e musica dura per la gioia di tutti i metallari del mondo, in una canzone preziosa, imponente, in grado di rappresentare l'anima nera della band.

Conclusioni

Il cavaliere corazzato è ancora affamato di acciaio nonostante tre decadi e mezzo di carriera che hanno accumulato polvere sulle sue ossa stanche, ma da qualche tempo l'armatura è di nuovo lucida e pronta all'uso. Siamo alla fine del 2016 e il nuovo artwork è emblematico: un elmo medievale dalla chioma slanciata e una scritta in giallo a sottintendere il ritorno in scena di una band destinata alla storia ma che ha dovuto sgomitare e combattere una vita intera, praticamente da sola e contro tutti; contro i giganti della musica, contro i mostri dell'industria musicale e contro i demagoghi della carta stampata, per farsi valere e conquistare lo status che ha sempre meritato. Otto brani che sono ormai dei classici dell'heavy metal americano, il tutto per una durata davvero esigua, ma tant'è che bastano e avanzano per confermare la grandezza degli Armored Saint e la loro strabiliante forma fisica, in studio come sul palco. L'esperienza si vede e si sente, cinque amici uniti e in perfetta armonia per donare al mondo la loro arte, cinque amici dal tocco magico che hanno finalmente ritrovato stabilità dopo un ventennio da brividi, funestato da incertezze, morti e crisi esistenziali. Nel 2016 il Santo Corazzato è ancora in mezzo a noi, e questo è già tanto, con l'armatura luccicante e la lama della spada ben affilata; le si vedono scintillare sotto i riflettori delle due arene che hanno ospitato la band nelle calde sere tedesche: quella in un club di Ashaffenburg e l'apparizione al celebre Wacken Open Air Festival dove i nostri si sono esibiti per una mezzora, non avendo molto spazio a disposizione. Gli estratti delle due esibizioni sono riassunti in "Carpe Noctum", brillante mini-live realizzato grazie a una campagna di donazioni on-line: la PledgeMusic, una specie di crowfunding che permette agli artisti di assicurarsi una serie di donazioni attraverso il pre-sale, cioè la prenotazione del prodotto e che, a differenza del crowfunding classico, non vede accumuli di denaro ma solo investimenti sull'opera, mettendo in contatto diretto fans e band. In realtà, tale progetto è passato un po' troppo inosservato, complice il fatto che non è stato pubblicizzato a sufficienza, sintomo che né la Metal Blade, di solito sempre in prima linea per pompare i propri artisti, né gli stessi Armored Saint hanno puntato molto sulla visibilità. L'operazione può dunque essere ricondotta a un esperimento autogestito dalla band, in collaborazione con i propri fans, e inteso come una sorta di regalo di Natale per tutti gli irriducibili seguaci del Cavaliere. Regalo di Natale, ho scritto, proprio perché il dischetto è uscito il 16 dicembre, dal quale sono stati estratti ben tre video-clip che mostrano, come se ce ne fosse ancora bisogno e senza troppi ritocchi in fase di post-produzione, la grande abilità della band sui due palchi, uno piccolino e sperduto nella provincia tedesca e l'altro enorme per il festival metal più famoso al mondo. Il risultato, seppur breve, è eccelso e sicuramente genuino, dove l'armonia e la professionalità dei musicisti sono il punto di forza e dove il pubblico sembra divertirsi molto. Dunque, continua la scia positiva di questa storica band, una corazzata che sembra infallibile nonostante una carriera protratta a singhiozzo per motivi già evidenziati, ma finché il Santo sarà in giro per le arene e a lavoro su nuovo materiale potremo stare tranquilli: il culto dell'heavy metal avrà ancora degli esponenti di primordine e la sua scintilla sarà ancora viva e vegeta per la gioia dei nostri timpani.

1) Win Hands Down
2) March Of The Saint
3) Striken By Fate
4) Last Train Home
5) Mess
6) Aftermath
7) Left Hook From The Right Field
8) Reign Of Fire
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