ARMORED SAINT

2009 Australian Tour Compilation

2009 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
28/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Nel 2003 avviene il secondo split degli Armored Saint, glorioso nome ridotto purtroppo a un side-project per via dei singoli impegni dei cinque membri (in particolare per gli impegni dei due leader: John Bush alle prese con gli Anthrax e Joey Vera con i suoi Fates Warning). L'album del ritorno, ovvero il grandissimo ma ignorato "Revelation", licenziato nel 2000, non riesce a imporre lo storico monicker alle nuove generazioni e così, dopo il relativo tour, la band decide di prendersi un secondo periodo di pausa. Nemmeno la compilation "Nod To The Old School", rilasciata l'anno seguente come una specie di saluto da parte dei Saint ai proprio fans riesce a cambiare le cose, nonostante la buona accoglienza ricevuta e il buon numero di copie vendute nel mondo. A questo punto, la situazione sembra irremediabilmente compromessa, ma il mondo è strano e in continuo mutamento, e ciò che sembra perduto in precedenza, a volte ritorna a destare clamore. Questo è il caso degli Armored Saint che, come per magia e grazie ad alcune apparizioni live come supporto ai mitici Scorpions, riescono nell'impresa di ricollocarsi tra i grandi del metal, aumenando a dismisura la propria reputazione e creando un'attesa spasmodica per il loro ritorno in pista. La seconda attesissima reunion avviene nel 2009 e la band inaugura il nuovo inizio imarcandosi in una serie di concerti proprio dove non era mai stata: l'Australia. Per celebrare il primo tour in carriera in questa terra, la casa discografica Metal Blade ha la brillante idea di lanciare sul mercato, ma soltanto per i fans australiani, una interessante compilation che si pone poi come un vero e proprio best of che cerca di onorare le gesta di questa mitica band americana. Così, agli inizi del 2009, in collaborazione con l'etichetta australiana Riot! Entertainment, esce "2009 Australian Tour Compilation", seconda raccolta in casa Saint e che segue direttamente "Nod To The Old School" del 2001, prima compilation ad essere pubblicata. Sebbene i due prodotti potrebbero sembrare simili e lanciati a poca distanza l'uno dall'altro, in realtà si pongono come due progetti di natura piuttosto differente, dato che la compilation del 2001 rappresenta un esperimento particolare, essendo formata da pezzi vecchi ri-arrangiati, demo e live e destinata più che altro ai cultori del combo losangelino o ai più fervidi collezionisti. Questo lavoro invece, e come accennato in precedenza, è un best of e perciò raccoglie quanto meglio prodotto dagli Armored Saint, ripercorrendo tutti i tratti salienti della loro lunga carriera e racchiudendo più di un ventennio di musica heavy metal dura e cruda. Certo è che scegliere i brani migliori della band è impresa ardua, visto che i nostri vantano una (esigua) discografia dalla qualità eccelsa, ma tant'è che ci ritroviamo ad esaminare tredici strepitose tracce prese da ogni album partorito nel tempo, senza tralasciarne nemmeno uno e anzi, andando a pescare persino dal mini live del 1988, quel "Saints Will Conquer" che, molti anni prima, aveva suggellato il "ritorno a casa", ovvero alla fida Metal Blade Records, della band dopo il periodo nero sotto le grinfie della Chrysalis. Tredici brani scelti per un totale di 55 minuti, senza esagerare nel minutaggio e rispettando la durata standard dei dischi firmati dal Santo Corazzato, da dare in pasto ai fans australiani all'inizio del tour del 2009 che ha toccato tutte le città del continente facendo il pienone in ogni sede, sintomo del grande amore provato dai metallari oceanici nei confronti di questa storica e fondamentale band U.S. power. "2009 Australian Tour Compilation" può essere considerata come una raccolta atta a rispolverare materiale stupendo al fine di dare una bella ripassata prima di affrontare il concerto; e allora ecco che si ripercorre la strada che dal debutto "March Of The Saint" (1984) arriva fino all'ultimo studio album del 2000 "Revelation", passando per tappe fondamentali come "Delirious Nomad" (1985), "Raising Fear" (1987) e l'imponente "Symbol Of Salvation" (1991), senza ignorare il delizioso live "Saints Will Conquer" (1988). Ma è importante sottolineare che questa raccolta che ci apprestiamo ad analizzare e che mostra un art-work tanto semplice quanto simbolico col caratteristico elmo medievale su sfondo nero, si pone anche come il ritorno in pista dopo un periodo di silenzio durato ben sei anni e che aveva fatto temere per un secondo (e forse definitivo) scioglimento dopo quello avvenuto negli anni 90 e che aveva ridotto il monicker Armored Saint a poco più che un ricordo di una decade ormai lontana. Invece il tour australiano ridona linfa e successo inaspettato a questa mitica e sfortunata formazione, la quale da questo momento in poi torna in sesto decisa a proseguire la propria incontrastata marcia donando al mondo altri ottimi album e restaurando un nome così sacro nella scena metal americana. Il percorso artistico affrontato dalla band in tutti questi anni ha davvero dello straordinario; ed alle volte, se ci si ferma a riflettere un attimo, quasi si rimane stupiti di quando tale gruppo spesso e ahimè poco volentieri finisca nel dimenticatoio dell'Heavy Metal. Il contributo che i Santi hanno dato alla causa di questa musica che così fieramente accompagna le vite di noi metalhead dalla fine degli anni '70 ormai, ha dell'incredibile. Sono riusciti a rialzarsi sempre, ed hanno issato il loro vessillo ad ogni occasione buona, senza mai preoccuparsi delle conseguenze. Dal primo storico disco, passando per tutti gli altri che compongono la loro (non immensa, ma abbastanza pregna) discografia, senza dimenticare anche quel piccolo EP che li presentò al mondo, gli Armored Saint sono da sempre sinonimo di epicità, tecnica e riff veloci, strutture che ti restano in testa per settimane ed anni (chi non ha mai cantato a squarciagola il ritornello di March Of The Saint?). Una band che meritava e merita ancor di più di quanto abbia già ottenuto, ed i cui risultati sono qui, sotto gli occhi di tutti.

March Of The Saint

In apertura troviamo subito uno dei cavalli di battaglia della band, risuonato e adattato a una nuova veste (quella che già abbiamo avuto modo di conoscere nella compilation "Nod To The Old School" del 2001): parliamo della celeberrima March Of The Saint - 2001 Version (La Marcia Del Santo), una delle composizioni più famose non solo degli Armored Saint ma di tutto lo U.S. power ottantiano. In verità, il nuovo arrangiamento cambia poco la formula principale, tanto che questo leggendario brano resta in tutto e per tutto uguale alla sua versione originale, cioè quella che fa parte del primo storico omonimo disco della band del 1984. I toni trionfali, da parata militare, che all'epoca avevano il compito di condurci nel mondo del Santo Corazzato, un mondo fatto di purissimo metallo americano che detterà regole e farà scuola negli anni a venire, qui sono spostati in secondo piano, a testimonianza di un lontano ricordo scandito da un vinile gracchiante messo sul piatto, a volume basso per tutta la durata dell'introduzione, poi però emerge la preziosa chitarra solista di Jeff Duncan (nelle veci del compianto Dave Prichard) e i volumi si alzano, mettendo in risalto la grande produzione moderna ad opera della Metal Blade, e non quella superfiaciale versione messa a punto dalla Chrysalis tanti anni prima e che ha contribuito fortemente alle sventure del combo americano nella prima parte di carriera. Trascorrono 40 secondi appena e inizia la cavalcata metallica con tutti gli strumenti impennati e suonati con indomita energia. La pessima produzione, troppo impastata e gracchiante, dell'originale è un lontano ricordo e i nostri cinque cavalieri mostrano una grinta pazzesca e tutta la tecnica in loro possesso, nonché la trascinante voce di Bush, dal timbro suadente, caldo, ruvido, che conquista al primo ascolto anche nel nuovo millennio così come era solito fare negli anni 80. Le coordinate del brano sono quelle dell'heavy classico, ma l'irrobustimento della sezione ritmica, per via della produzione degli anni 2000, è palese. Le strofe sono veloci e dinamiche, la struttura del pezzo compatta, anche se la melodia rimane un po' nascosta, come da caratteristica della band, la quale punta tutto sulla velocità e sulla dinamica piuttosto che su ritornelli orecchiabili o su preziose linee melodiche. Dopo due quartine in cui emergono le doti tecniche di questi signori (Non sono più ventenni ma pestano ancora come giovincelli e il tempo, per loro, sembra essersi fermato) esplode il ritornello, memorizzabile all'istante, tanto semplice quanto efficace. Subito Duncan e Phil Sandoval incrociano le asce per una battaglia di assoli che una volta erano un po' troppo soffocati dalla opaca produzione ma che qui scuotono a dovere e infine si riprende l'ottimo chorus prolungandolo fino alla fine. Gonzo fa un lavoro strepitoso dietro le pelli, utilizzando anche il doppio pedale in modalità quasi power metal europeo, ed  è molto preciso e potente mentre il favolo basso di Joey Vera in questo caso si innalza in cielo sovrastando tutto. Il testo aveva il compito di presentare la band e le ideologie che intendeva portare al pubblico, ma nel 2001 tali ideologie sono chiare a tutti, e allora possiamo dire che l'intento è quello di ribadire i concetti fondamentali che hanno reso la band quella che è: ovvero musica battagliera, coerenza, onestà, rabbia contro i nemici. Tutto ciò ha contribuito a rendere gli Armored Saint dei giganti della scena metal americana. Bush intona un canto di guerra e di ribellione (tipiche tematiche giovanili ma che non passano mai di moda) e consiglia a tutti di alzare in alto i martelli e di agitarli in aria con fare minaccioso. La forza e l'impeto goliardico li condurranno alla vittoria, loro (la band) e l'esercito di seguaci che si portano dietro, spaventando i nemici e mettendoli in fuga. È giunto il tempo di liberare gli innocenti dalla tirannia e dai soprusi subiti, è tempo di stringere i pugni e di combattere sul campo, in modo tale che l'acciaio delle armature si macchierà di sangue e la folla si accalcherà combattendo corpo a corpo. Questo pezzo è un remake che non aggiunge né toglie nulla alla qualità dell'originale, se non dal punto di vista della produzione dei suoni, ma è comunque un dignitoso tentativo di ricordare a tutti da dove i Saint provengono. 

Reign Of Fire

Reign Of Fire (Regno Di Fuoco), che era stato anche il primo singolo dell'album "Symbol Of Salvation" impreziosito da un bel videoclip entrato nelle classifiche americane, aveva la mansione di rappresentare l'anima nera dell'opera del 1991, la più riuscita nella discografia dei Saint. Parliamo di heavy metal martellante dalla potenza inaudita che scuote le casse grazie alla dinamicità della sezione ritmica e che strizza l'occhio al thrash metal con una serie di riffs vorticosi, pesantissimi, accompagnati da un Gonzo Sandoval, dietro le pelli, in stato di grazia. Le direttive dello scomparso Dave Prichard sono ben riprodotte dai due axe-men che si alternano per tutto l'album, con l'idea di creare il disco più potente della carriera. La violenza espressa parla da sé, evidenziata da una produzione eccellente che ne mette in risalto i piccoli particolari disseminati qua e là, suggerendo che siamo di fronte a un lavoro più complesso di quanto possa sembrare, nonostante la durata media dei singoli pezzi sia piuttosto breve. Ma la classe e la tecnica della compagine sono al massimo livello, i cambi di tempo di succedono insistentemente, facendo tesoro del coraggio sperimentale accumulato già dal grandioso secondo Lp "Delirious Nomad" ma conservando onestà e cuore tipicamente Armored Saint. Gonzo è scatenato ma anche Joey Vera, uno che ne sa di tecnica e di eleganza, sorprende per la maestria con cui dirige l'andamento grazie al suo basso corposo che sembra messo in disparte per favorire il riffing ruggente delle chitarre ma che in realtà dà solennità al brano. Infine, John Bush esordisce al microfono proprio sugli intrecci chitarristici di Duncan e Phil Sandoval; la sua voce è feroce e velenosa, dotata di una passione e di un'energia che pochi cantanti possono vantare. La strofe sono dense, figlie del precedente "Raising Fear", stanziate su una valanga di soluzioni chitarristiche dettate proprio dal compianto Prichard tanto che abbiamo almeno tre cambi di tempo in ogni singolo strofa. Si giunge in fretta al ritornello, in pieno stile Saint, composto da una quartina poco melodica e molto oscura che, nonostante tutto, si stampa subito in mente grazie alla freschezza di cui è dotato. Tra fraseggi importanti, urla disumane di Bush e sezioni di basso si giunge al bridge, questo abbastanza melodico e sostenuto dalla batteria che ne detta l'elegante cambio di tempo per poi lasciare spazio allo strepitoso assolo di Sandoval eseguito sopra una serie di riffs di Duncan che irrobustiscono la musica e che terminano con un secondo solo suonato da quest'ultimo. Acciaio puro per la gioia di tutti i metallari del mondo, una canzone preziosa, imponente, in grado di rappresentare l'anima nera della band e del disco ma anche la classe di questi cinque giovani ragazzi. Il testo è cupo quanto sintetico (e non può essere altrimenti, nel quale si accenna a un mondo apocalittico, il regno dell'inferno, divorato dalle fiamme e dalle lacrime per la guerra in corso. Ma è un mondo fittizio, interiore, la guerra è interna nell'uomo, esplode direttamente nell'animo, nel cuore e nella mente, la cui parola d'ordine è caos, come quello che stava attraversando la band nel momento in cui usciva "Symbol Of Salvation". Infatti, le liriche sono metafora preziosa di una situazione instabile e dolorosa che ha colpito i nostri per tutto il 1990 e il cui leitmotiv è tetro, infernale, ma anche sintetico. Sintesi tradotta nella brevità del minutaggio e di un testo conciso. 

Last Train Home

Arriva la parentesi soft con Last Train Home (Ultimo Treno Per Casa) dove però non ci troviamo in territorio ballad bensì si rivela un lento dal sapore oscuro e dai tratti mistici costruito su bellissime linee di basso e arpeggi esoterici che affascinano non poco. Gonzo introduce con potenza il brano, pestando come un dannato con l'accompagnamento dell'ascia di Duncan che si divincola subito in un breve assolo, poi il ritmo si smorza dopo pochi secondi e arriva l'arpeggio di Phil Sandoval che dà il via al primo verso, cupo e cadenzato, una perla di poesia nera che procede sotto i colpi irrequieti del batterista e sui muscoli pompati del basso di Vera fino al magnetico chorus che si appiccica addosso e non va più via, intonato da un Bush dannatamente perfetto. Non a caso questo è il secondo singolo scelto per rappresentare l'album, decorato con un videoclip semplice ma toccante, girato in una stazione ferroviaria, che sarà anche il maggior successo commerciale degli Armored Saint, restando a lungo nelle classifiche e conquistando posizioni interessanti sia negli U.S.A. che in Europa del nord. Il break diventa ancora più cattivo grazie ai riffs dei due chitarristi, i quali si alternano in due assoli davvero spettacolari che accelerano il ritmo generale del pezzo. La coda finale vede ancora l'arpeggio immaginifico che fa ricominciare il brano, spegnendo la frenesia accumulata, per poi dare origine a un mid-tempo dominato dalla calda voce del singer che si inerpica nella ripetizione del ritornello con l'aiuto di una sezione ritmica attenta e funzionale. Il testo identifica bene la posizione della band nel 1991, ovvero un combo scosso dal lutto del proprio chitarrista, infastidito da un passato difficile che lo ha allontanato dal successo duraturo nonostante la bravura dei singoli musicisti e soprattutto l'incertezza nel futuro stesso del gruppo all'alba dell'esplosione del grunge, dei cambiamenti culturali dell'epoca e della poca volontà di proseguire il cammino con questo moniker. Si tratta di un brano profondo, uno dei migliori mai scritti dalla band, carico di malinconia e di sofferenza. L'ultimo treno per casa è quello del cambiamento, che arriva veloce portando con sé un vento gelido, nuvole chiare, una folla accalcata nei convogli e uno spirito solitario. Bisogna decidere se rimanere gli stessi e andarsene oppure salire sul treno e accettare di cambiare. Intanto le voci provenienti dai passeggeri sussurrano il nome del protagonista, lo invitano a prendere parte a questo ultimo viaggio, poiché la vita è costituita da incroci, da bivi che ognuno di noi è costretto a prendere. Il tema del cambiamento è un po' la parabola di questa grande band.

Tribal Dance

Tribal Dance (Danza Tribale) è una delle tracce più sperimentali in questa raccolta, così come lo era all'interno dell'album dal quale è stata estratta ("Symbol Of Salvation" è ben rappresentato nella compilation, dal quale sono stati ripresi ben cinque singoli), dove troviamo un gruppo affiatato e che sa mettersi in gioco. Gonzo si diletta ai tamburi, proiettando il pubblico in una terra arida del centro America accanto a uomini primitivi, rendendolo parte di questa danza ancestrale. Emerge il basso di Vera, ha un suono strano, quasi jazzato, dunque ecco che arrivano le chitarre a potenziare il tutto e Bush si lancia in un grido arcigno. Il riffing è serrato, così come i versi molto sporchi e cosparsi di polvere. Sono proprio questa aria polverosa e la strumentazione che sa di ruggine gli aspetti caratteristici del pezzo, trasmettendo un qualcosa di antico, un rituale magico intorno a un idolo di legno, magari per far piovere o chissà cosa. Il ritmo è sinuoso, molto sensuale, cattura sin dal primo ascolto, le strofe sono brevi ed energiche e in un baleno si trasformano in refrain potenti e basati su una sezione ritmica dall'istinto thrash metal. La sezione centrale è pura adrenalina, incentrata sul basso di Vera che fa scintille e su un solo di Sandoval particolarmente violento. Il bridge comporta una maggiore melodia ma nulla di trascendentale, visto che la cattiveria domina ogni minima parte della canzone. Quattro minuti che scorrono in fretta, evidenziando un lavoro minuzioso e coraggioso che tende al rock alternativo grazie allo spirito innovatore che sa ricreare paesaggi desertici e atmosfere primitive. Il rituale magico, in realtà, è lo spaccio di droga e il popolo balla per avere successo e soldi facili, ingraziandosi così le divinità dell'illegalità. Ci troviamo in Colombia, accanto a spacciatori che programmano lo spaccio negli Stati Uniti, la domanda è alta e per aumentare il guadagno mischiano la droga nel caffè che esportano, eludendo i controlli della dogana. La guerra della droga è vinta dai colombiani, mentre in tutta l'America la gente muore facendo arricchire questi fottuti bastardi. 

Symbol Of Salvation

Il tema di Symbol Of Salvation (Il Simbolo Della Salvezza) è ben rappresentato non solo dalla musica ma anche dall'affascinante e strano art work dell'omonimo album del 1991, dallo sfondo nero (come i sentimenti riscontrabili nei testi e nelle musiche) che circonda una specie di specchio antico dalla forma particolare che fa intravedere il busto di una donna, origini della vita stessa. La forma dello specchio sembra però riprodurre anche un utero, o comunque l'apparato intimo femminile, dal quale ha origine la nascita. Non a caso il tema portante dell'album sono la difficoltà del mondo, i suoi vizi, i problemi dell'umanità, l'amore e la morte, e l'unica salvezza resta appunto la nascita, una nuova generazione più attenta e razionale, più informata sui rischi del pianeta. In una parola: Futuro. Il simbolo della salvezza è un altro mondo, che sa trasformare i difetti del passato nei pregi del futuro, è un nuovo modo di intendere la giustizia, l'onesta, la verità, di trasformare le debolezze in punti di forza. Chi e cosa è questo simbolo di salvezza? Il futuro. Un futuro migliore, uguale per tutti, da vivere a testa alta. Concetto semplice ma potente, così come potenza è la parola chiave del brano, concentrato su chitarrone schiacciasassi dal sapore thrash metal e dall'andamento dinamico. La sezione ritmica è possente, le chitarre graffiano, il basso di Vera pulsa che è una bellezza e Gonzo fomenta gli animi, mentre Bush è incazzato nero e lo grida in faccia al pubblico, declamando questa speranza di futuro con voce arcigna, rauca, impolverata come le note eseguite dagli altri musicisti che sembrano esibirsi nel deserto. Si tratta infatti di una traccia dal sapore arido, amaro, screziato di ruggine e dai suoni metallici che sembrano prodotti in una fabbrica di acciaio. In tutto ciò emerge comunque la melodia, soprattutto in prossimità dell'ottimo ritornello, contornato da cori, che potrebbe indurre in un furioso headbanging. La sezione strumentale è fantastica, Vera dirige l'intero pezzo con maestria e classe e si mette in evidenza con un solo appena trascorsa la metà, quando le chitarre si fermano per circa un minuto lasciandogli spazio. Sicuramente siamo davanti a una delle migliori composizioni della band di losangelina, cattiva al punto giusto, dotata di testo importante e incentrata su un atmosfera cupa ma non priva di luce.

Hanging Judge

Si prosegue sulla stessa scia violenta con Hanging Judge (Giudice Appeso), speed song che rientra tra le mie preferite, costruita su chitarre impazzite e su una doppia cassa terremotante. Le strofe sono molto brevi, si tratta di semplici terzine, però direttamente inserite nel pre-ritornello e nel refrain, quasi a confondere l'ascoltatore sulla struttura della canzone che sembra prendere le sembianze di una massa magmatica in continuo movimento. Gonzo è protagonista con accelerazioni fantastiche soprattutto in prossimità del pre-chorus, sul quale svetta la voce gracchiante di Bush, mentre è interessante notare un bellissimo scambio dialettico tra basso e chitarra nel break centrale, sul quale si staglia il solito ottimo assolo di Sandoval. In definitiva, "Hanging Judge" è molto semplice e va dritta al punto senza fronzoli e arpelli; qui contano la velocità e l'arroganza sonora, perciò niente di elaborato ma eccellente per allenarsi a fare un po' di headrolling. Bisogna ammettere che non si tratta di un brano di punta del Best Of, soffocato letteralmente dalle altre perle presenti, ma in mezzo a tanta qualità e a tale livello artistico, si fa fatica a scegliere il brano minore o maggiore. La carica e l'energia contenute qui dentro, però, fanno sì che questa sia una delle mie tracce preferite. Narra di un poveraccio condannato da un giudice senza scrupoli, le cui certezze sono state infrante nel momento della sentenza. Egli ha fatto affari col destino e quest'ultimo è stato ingrato, ma nel momento di estrema tristezza un accenno di sorriso gli illumina il volto, perché il giudice che lo ha incastrato è morto, così il prigioniero smette di avere il broncio e si lancia in una lunga risata, dimenticando, seppur per un instante, i suoi problemi. La sua anima è ormai perduta nella scalata alla vita, eppure riesce ancora a trovare qualcosa per cui rallegrarsi perché sa che in un'altra vita ritroverà il giudice e lo affronterà nuovamente faccia a faccia, secondo un'altra giustizia, quella ultraterrena. 

The Pillar

The Pillar (Il Pilastro), originariamente scritto nel 1992 per la colonna sonora del film horror "Hellraiser III: Hell On Earth", è un pezzo eclettico dall'incedere thrash che si divide in tre parti perfette. Le due strofe iniziali sono frizzanti, con un Bush profetico e con una sezione ritmica più canonica rispetto al brano precedente. La ferocia degli strumenti è a metà strada tra l'heavy e il thrash, riproponendo gli stilemi giù utilizzati dai Testament per l'album "The Ritual" (disco più morbido rispetto agli standard della band), e infatti questa "The Pillar" ricorda molto "Electric Crown", dove Duncan e Sandoval scippano i fraseggi di Peterson e Skolnick e li fanno propri. Gonzo, dietro le pelli, pesta come un dannato, ponendosi al di sopra dei riffs intrecciati dei due chitarristi e creando un bel effetto urticante. Ciò che colpisce particolarmente è il testo, perché si narra di un sacrificio, si descrive il corpo di un uomo avvolto in un sudario, lucidato con cura e preparato per la cerimonia. I presenti stanno per conoscere l'identità dell'invitato avvolto nel panno, intanto nel luogo scende un caldo insopportabile, il buio si intensifica e avvolge tutto. Qualcosa di raccapricciante sta per accadere. Si cambia registro e parte il bellissimo refrain, molto lungo e dall'animo grunge (alla Alice In Chains per capirci), con il vocalist che si lancia in grida ed è accompagnato, in alcuni passaggi, da effetti sonori alienanti, alienanti così come la narrazione di un cervello che sta per marcire. La mente dell'ospite della cerimonia sta per essere operata, gli viene conficcata un tubo (il pilastro del titolo) attraverso il quale alimentare il suo spirito con sogni e pensieri, prima che marcisca restando priva di idee. Si tratta di un metafora a dir poco geniale, una mente libera, vuota, che viene stimolata attraverso un imbuto, indottrinata da qualcun altro per diventare potente, più potente di una mente normale. E' così che si creano uomini in serie, fatti con lo stampino come fosse una fabbrica, degli automi ubbidienti e indistruttibili. Testo horror, sulla scia di Frankenstein, alla base dell'ennesima critica alla società contemporanea, creatrice di mostri. Segue un lungo assolo di Phil Sandoval, dall'andamento medio, e poi la scia spazio a quello di Duncan, vero erede del grande Prichard, che esegue un solo al fulmicotone. La terza parte vede ancor una volta Bush protagonista assoluto, la sua voce non dà segni di cedimento anzi, si intensifica col passare dei minuti facendosi più corposa, specie quando intona le ultime battute secondo cui si raggiunge l'acme del nichilismo concettuale proprio quando giunge la convinzione di ciò che si sta facendo, come schiavi che inseguono un sogno tanto attraente quanto irrealizzabile, in un viaggio mentale senza fine, illusorio. Il danno è ormai fatto e la carne è stata modellata. Intensa è la fase finale del brano, più di un minuto di assoli, riffs spaccaossa e pulsazioni di basso. 

After Me, The Flood

After Me, The Flood (Dopo Di Me, L'Alluvione) è il singolo che rappresenta "Revelation", album del 2000, e infatti già il titolo, nonché il testo, comporta un tratto profetico. La traccia presenta un aspetto dannatamente moderno, incentrato su una struttura circolare a base di una sezione ritmica ridondante (nel senso di ipnotismo) che non lascia scampo, barricandosi dietro il riffing spietato dei due axe-men e dalla batteria convulsa di Gonzo, ma che sa cambiare tempo grazie all'innesto di un breve ponte ripetuto dopo ogni strofa. Si parla di un uomo che ha scelto di morire, di porre fine alla sua vita, ma prima di farlo scrive una lettera, probabilmente una profezia di catastrofe, convinto di trascinare nell'oblio tutta l'umanità, perché non vuole restare da solo nell'oltretomba. In vita ha provato il male, ha provato i peccati, e ora il suo orgoglio si è assottigliato, mentre la sua fede è andata a farsi friggere; adesso il profeta non ha più nulla da perdere ed è pronto a morire. Il ponte di cui accennavo in precedenza è composto da poche parole ("There i go down and i'm lovin'it") nel quale il nostro profeta scrive di essere contento di morire, di andare giù e di lasciare questo dannato mondo. Infine giunge il bellissimo refrain, non tanto per il testo, a dir il vero composto da una singola frase (quella del titolo) ripetuta diverse volte, ma piuttosto per intonazione di Bush, in grado di donare alla stessa frase diverse sfumature, a volte urlando e a volte restando pacato, aiutato inoltre dagli altri musicisti che accelerano e rallentano a proprio piacimento il ritmo. Dopo appena un minuto e quaranta, il concisissimo testo è già esaurito, perciò attraversiamo una meravigliosa fase strumentale nella quale tutti i membri sfoggiano classe e tecnica. Troviamo alternanza di assoli, raffiche di batteria, cambi di tempo velenosi e improvvisi, sfuriate thrash metal che si trasformano in lenti cadenzati, quasi doom, e infine sezioni alternative dominate dal basso di Vera. Il ritmo cresce e decresce di continuo, seguendo una struttura sfuggevole e improvvisata che fa del pezzo una composizione coraggiosa e inedita. 

Nervous Man

I brani restanti di questa compilation sono ripresi dal mini live del 1988 "Saints Will Conquer", e così si comincia con Nervous Man (Uomo Nervoso), registrata durante la data del 10 marzo presso il The Tivoli Teathre di Brisbane, viene introdotta dall'isterica chitarra dello scomparso Dave Prichard, davvero ispirato e sperimentatore così come lo era stato su disco. I riffs vengono stoppati dando una sensazione di straniamento e proiettando gli spettatori presenti nel vortice confusionario che compone la canzone, ancora una volta un mid-tempo minaccioso e violento. Le strofe irrompono quasi subito, proprio nell'istante in cui parte interamente la sezione ritmica e la batteria comincia a scalciare come fosse posseduta da un demone. Ancora una volta troviamo una lunghissima strofa, pesante e claustrofobica, cantata con voce arcigna da un barbarico Bush. Arriva prontamente il pre-chorus, cattivissimo, e si giunge al brillante refrain, come al solito breve, d'impatto e totalmente privo di dolcezza. All'orecchio, infatti, suona crudele, velenoso, che si diffonde come un virus letale. Il tempo cambia, il ritmo rallenta di poco, gli strumenti si spengono all'unisono e ritorna il vortice metallico dell'inizio. Una seconda tormenta sonora, dei riffs appena accennati che stordiscono e si riparte con l'assolo. Seconda strofa e secondo refrain che si smorzano subito sotto i colpi dell'ascia, il ritmo cambia ancora una volta, il brano è camaleontico, di sublime intensità, e Dave Prichard si lancia in un secondo assolo, meno veloce del precedente e più ipnotico, mentre basso e batteria si sfidano a duello creando una sorta di marcia cimiteriale in sottofondo. La velocità riprende nell'ultimo minuto, dove la sezione ritmica crea il panico e Bush inizia a gridare tutta la sua frustrazione, facendo un'interpretazione magistrale. Un vero istrione dietro al microfono ma, in questo caso, tutti i musicisti sono ispirati, nonostante i tanti anni di carriera sulle spalle. "Nervous Man" era il brano simbolo dell'album "Delirious Nomad" e nel testo sono impresse tutte le fobie che attanagliavano, all'epoca, la mente dei giovani artisti. Menti invase da troppe preoccupazioni, nelle quali i pensieri assumono le forme più disparate, come nuvole di passaggio che mutano forma secondo dopo secondo, modificandosi fino a sparire dall'orizzonte e perdersi chissà dove. La menti vagano per lenire il dolore, cercano di evadere e di rilassarsi, i problemi vengono scacciati, ma un segno è chiaramente visibile, una sorta di piano progettato in testa. È il pensiero di questi uomini nervosi, lacerati dalla frustrazione per l'impossibilità di realizzarsi secondo il proprio modo di essere. Dei nomadi deliranti, appunto, senza dimora né certezze. La fine non si scorge, la paranoia è padrona del loro corpo, e li guida inermi verso una meta ignota. Sono ragazzi giovani, senza certezze né speranze, sono ragazzi solitari, senza una guida che li possa indirizzare sulla retta via. La società ha seminato semi cattivi, dai quali sono nate piante cattive, marce e senza identità, molte delle quali sono state strappate o calpestate. Il futuro è lontano, probabilmente sarà un mondo delirante, inquieto, malato. 

Chemical Euphoria

Chemical Euphoria (Euforia Chimica), che invece venne registrata a Melbourne, l'11 marzo, presso il The Billboard Venue. La traccia riprende la grinta e la nevrosi del brano precedente, il fraseggio di Prichard è incredibilmente energico, il basso di Vera muscoloso e la batteria di Gonzo feroce, il tutto potenziato dal vivo e per la gioia dei fans. Bush, anche in questo caso, è scatenato dietro al microfono, col suo timbro gracchiante e arrugginito riesce a dare grinta al pezzo. Il primo verso è indemoniato, fagocitato da urla, cori e sezione ritmica sempre impennata. Due terzine che si snodano su riffs quadrati e monolitici, per poi sciogliersi in un chorus doppio (cioè ripetuto due volte) da brividi, dove risaltano la voce di Bush e le rasoiate di Dave Prichard e Joey Vera. Il bridge è prepotente, poco melodico e cattivissimo, coadiuvato da una prestazione di Gonzo Sandoval sopra le righe che lancia i compagni in due assoli incrociati dalla potenza inaudita. Dopo le scintille in fase strumentale si riprende la struttura iniziale con le ultime terzine e l'intonazione del ritornello ripetuto all'infinito dove Bush mostra tutta la sua estensione vocale. Ciò che sbalordisce di questo brano, dalla struttura molto semplice come da tradizione Armored Saint, è la violenza insita nelle note, con un Joey Vera audace e l'axe-man indemoniato che sanno inventare centinaia di accordi omicida. Bastano solo questi musicisti per trasformare un normale pezzo in una composizione di classe, senza nulla togliere al batterista Gonzo, elemento dotato di tecnica e di potenza ma che poche volte è in grado di ritagliarsi un proprio spazio. Insomma, un muro di suono devastante che proietta la band ai vertici della scena nazionale e i cui riffs saranno scippati da molti altri, sia in ambito heavy che in ambito thrash metal, a testimonianza che questi signori hanno fatto scuola. A differenza di quanto potrebbe sembrare, il testo non è un inno alle droghe, anzi è proprio il contrario. Un uomo si specchia e guarda se stesso in condizioni pessime, rovinato dalla droga, ma decide di reagire, di cambiare strada. Accende la fiamma dell'orgoglio che dimora in sé e si prepara a combattere, come un cavaliere, con scudo e spada, per ristabilire l'ordine. Davanti a sé vede un'isteria di massa, la folla in preda all'euforia provocata dagli stupefacenti, ma egli decide di voltarsi e di allontanarsi da tutto quello squallore. La tentazione è forte, come la pioggia che adesso lo affoga, ma la vita è breve e il tempo trascorre velocemente, perciò bisogna agire con coraggio e forza di spirito. La mente ora è assorbita in un vuoto che scuote e confonde, la strada si incurva e sembra infinita, la dipendenza è una brutta bestia, ma l'uomo procede a testa alta, convinto di uscirne per riappropriarsi della propria esistenza. 

Long Before I Die

Long Before I Die (Prima Che Io Muoia) è una traccia brevissima, nemmeno tre minuti, estrapolata dalla data al The Forum di Sidney, il 12 marzo 2009, e   che fa della potenza e dell'impatto sonoro i suoi punti di forza. Subito la chitarra di Prichard ruggisce e si inerpica in un riffing serrato, tagliente come una lama di rasoio, ma dal sentore ipnotico, quasi nervoso, a tema con l'album dal quale è estratta. Questa impulsiva ossessività è chiaramente riscontrabile nella sezione ritmica, molto solida, più improntata sull'hard rock che sull'heavy metal. Il basso di Joey Vera e la batteria di Gonzo Sandoval seguono a ruota la chitarra elettrica, creando un muro di suono dalla struttura compatta e irrequieta. John Bush esordisce dopo pochi minuti con un urlo rauco e quasi vomitato e inizia a intonare la prima lunga strofa, l'unica che compone il brano, per poi approdare velocemente a un ritornello poco melodico ma brutale al punto giusto, che si staglia in testa e non va più via. Siamo all'inizio del secondo minuto e già arriva lo splendido assolo del compianto Prichard (che improvvisa variando la costruzione creata in studio), il quale dà il meglio di sé, sicuramente un gioiello dal punto di vista chitarristico. L'assolo prosegue con energia e freschezza, crescendo di intensità nel momento in cui il muscoloso basso di Vera accompagna il ritmo fino a prendersi quasi tutta la scena. Le scintille della chitarra e del basso lasciano una coda brillante, una apertura melodica che lascia spazio a un bridge da brividi nel quale Bush evidenzia tutta la sua potenza vocale riprendendo, infine, il chorus accompagnato dalle rasoiate del chitarrista. Meno di tre minuti di heavy metal adrenalinico, nevrotico, ma non sparato a mille anzi, un pezzo dove i tempi medi la fanno da padrone. L'opening-track del secondo Lp della band era azzeccatissima, nel 1985 aveva il privilegio di mettere in chiaro le sonorità che avremmo ascoltato all'interno di "Delirious Nomad", ossia mid-tempos più che altro, infarciti da riffs magnetici e istintivi, quasi animaleschi, che rispecchiavano le tematiche affrontate e le paure recondite di un'intera generazione. In realtà, la traccia presenta il testo meno convincente del lotto, diciamo pure quello più canonico e sintetico. Si parla di verità e menzogna all'interno di una coppia di giovani amanti. Si tratta di incomunicabilità tra i due, ognuno dei quali non disposto a condividere la propria essenza con l'altro, perciò non si vengono incontro e il loro rapporto è come un salto nell'acqua, dove questo elemento è metafora di bugia e di verità nascoste, persino di egoismo. Ma le bugie, si sa, hanno le gambe corte,  e prima o poi vengono a galla, emergendo dalle stesse acque che bagnano i loro corpi. Bisogna scoprir le carte in tavola e rivelarsi per quello che si è realmente. Prima di morire bisogna dare un senso compiuto a questa effimera vita, a questa esistenza ostacolata dall'ipocrisia, dall'egoismo e dalla falsità. Ma l'acqua non è solo allegoria del rapporto amoroso, è anche rappresentazione di una meschina società che sembra voglia affogare la realizzazione personale dei ragazzi, la loro anima, e spezzare così i loro sogni. 

Can U Deliver

Can U Deliver (Puoi Consegnarti?) ha una delle miglior introduzioni che abbia mai sentito e la folla sembra essere d'accordo visto che urla e strepita sin dal primo accordo;   il tutto nella splendida cornice dell'HQ di Adelaide, il 13 marzo. Un tripudio di metallo classico sprigionato dai potenti riffs dei due chitarristi che donano al pezzo quell'aurea post-apocalittica (sulla scia di "Mad Max") tanto ricercata nello storico videoclip. Il potentissimo riffing è sicuramente protagonista del pezzo, ma anche la voce incredibile di John Bush non è da meno nell'intonare le prime strofe per poi accelerare il ritmo passando da una sequenza all'altra e smuovendo tutta la sezione ritmica guidata dal prode Sandoval. Questa volta il pomposo basso di Vera emerge prepotente dalla foschia che avvolge lo spettatore attraverso un suono potente e oscuro. Questo brano è un capolavoro che ha fatto la storia del genere, Bush lo interpreta in maniera pazzesca lanciando acuti e alternando tonalità basse a tonalità alte, anche se non possiede una grandissima tecnica di fondo che non gli permette di variare di molto il registro. Non a caso non da mai un'impennata ai ritornelli considerandoli quasi una sorta di prosecuzione delle strofe come fossero un unico organo. Infatti, se si osserva bene la struttura di tutti i pezzi degli Armored Saint, ci si può accorgere facilmente che i refrain non spiccano (quasi) mai, confondendosi con il resto delle liriche. Perciò non si cerca per forza un chorus ultra melodico e orecchiabile (come nel power metal europeo, ad esempio) che colpisca al primo ascolto ma qualcosa di più meditato e sottile. Fatto sta che "Can U Deliver" è un brano trascinante, sfarzoso quanto basta, costituito da versi fatti a posta per essere cantare a squarciagola e con un bridge, che riprende la parte introduttiva, da brividi. Ottimi sono i cambi di tempo dettati dalla batteria di Gonzo e buonissimo l'assolo di Prichard. Contrariamente a quanto si possa pensare, il testo non parla di guerre epiche e di paesaggi desolati, ma si parla di disguidi amorosi. Il protagonista è un uomo privo di emozioni, freddo, certamente non romantico, ma è un duro che agisce d'istinto e che desidera soltanto trascorrere una notte in compagnia. In tal mondo cerca di sedurre una fanciulla, le chiede se lei è in grado di spingersi oltre per una serata di follia peccaminosa. Non c'è spazio per i sogni amorosi, bisogna agire senza troppe chiacchiere, incatenare i sogni alla realtà e lasciarsi andare agli istinti animaleschi. Dal testo traspare la tematica della donna oggetto e, in un certo senso, il videoclip era azzeccato, visto che è ambientato in un mondo futuristico dominato da bande criminali, da desolazione assoluta e dalla perdita di ogni valore, dove ognuno si prende con forza ciò che desidera.

Mad House

Mad House (Il Manicomio) è una traccia fantastica, registrata al Capital di Perth in data15 marzo, e dalla struttura molto semplice posta in chiusura di questa buona compilation, introdotta da un riff portante fenomenale che sembra un vortice metallico pronto a spazzare via l'ascoltatore durante la foga sonora. Tempo qualche secondo e i ritmi accelerano bruscamente, portati avanti dalla batteria di Gonzo che innalza un muro sonoro senza precedenti e che sembra riprendere le stesse idee del precedente brano per svilupparle maggiormente. Potenza è la parola chiave, ma c'è anche melodia, infatti sono evidenti le splendide linee vocali che vengono incoronate in un ritornello da togliere il fiato, contornato da cori che fomentano non poco. Nel 1984 era una delle hit del primo album, sostenuta soprattutto dallo screaming inossidabile di Bush e dagli assoli lisergici dei due axe-men (in questa versione c'è solo un chitarrista, visto la temporanea cacciata di Phil Sandoval nella seconda metà degli anni 80) in continua lotta tra loro. Interessante, nonché terremotante la sezione finale che vede un riff sovrapposto alle grida del vocalist e che poi si snoda in un lungo assolo soffocato dai violenti cori del refrain. La produzione in studio non rendeva giustizia alla qualità alta del pezzo, tanto che gli stessi cori sembravano troppo bassi rispetto alle chitarre e il basso e la batteria restavano troppo in secondo piano, ma in sede live tutto funziona a meraviglia e anzi, i cori risultano ancora più potenti per la gioia dei presenti al concerto. In questa canzone si racconta di un luogo magico, una casa isolata dove ogni desiderio diventa realtà. Il posto è concepito per scaricarsi dalle ansie e dalle preoccupazioni della vita quotidiana, il tutto a base di musica, di sesso, di alcool. È una tentazione continua, il giovane protagonista fa di tutto per tenersi a distanza da quella maledetta casa ma questa ha un fascino magnetico, quando gli si passa davanti il cuore batte forte e una strana e invisibile forza costringe il malcapitato a entrare e a sballarsi per tutta la notte, lasciando lo stress fuori la porta e immergendosi nel casino al suo interno, dove non importa ciò che si fa, dove tutto è possibile e in preda alla follia. Tra le grida del pubblico sfumano queste tredici tracce, arrivando a un totale di 55 minuti, restando così nella durata media degli album firmati Armored Saint.

Conclusioni

Abbiamo detto che questa raccolta non esagera in minutaggio, restando abbondantemente sotto l'ora, cosa assai strana per un Best of che solitamente occupa tutta la durata del dischetto ottico (cioè 80 minuti circa), lasciando fuori numerosi pezzi brillanti che avrebbero potuto prendere posto in mezzo a quelli presenti; tuttavia possiamo accontentarci visto che le tredici cannonate firmate Saint soddisfano non poco il palato, mostrando la grandezza di una band che ha faticato non poco per riuscire ad affermarsi nell'Olimpo dell'heavy metal nonostante l'innato talento e l'istinto geniale. Facendo un rapito resoconto di ciò che abbiamo ascoltato e analizzato, troviamo ben cinque brani estrapolati dal capolavoro assoluto (o almeno quello che è considerato tale dalla critica) degli Armored Saint: "Symbol Of Salvation", a testimonianza che persino l'etichetta che ha scelto i pezzi da inserire molto probabilmente considera questo lavoro il più rappresentativo del combo americano. Due soli brani tratti dal fantastico e recente "Revelation", che comunque danno l'idea di una band ancora oggi grintosa e ispirata, il brano più popolare dei nostri, ossia "March Of The Saint" ri-arrangiato nella versione 2001, con suoni più potenti e produzione migliorata, che avevamo già trovato nella precedente compilation "Nod To The Old School", e infine cinque pezzi dal vivo ripresi dal mini "Saints Will Conquer" e che pescano dai primi tre album. Ovviamente va fatto notare che, per fattori legali, sono state evitate le tracce originali dei primi tre album usciti sotto Chrysalis, sostituite con le versioni live, e questo da una parte è un vero peccato, perché si dà un minore senso di compattezza al prodotto finale. Comunque, la band è talmente forte dal vivo che le varie canzoni non perdono assolutamente nulla, né in potenza né in esecuzione, a confronto con quelle in studio. A voler essere "liturgici" e anche un po' sognatori, potremmo interpretare l'assenza delle versioni originali di album quali "Delirious Nomad", "March Of The Saint" e "Raising Fear" come un allontanamento volontario da un periodo buio, quasi a cercare di scacciare le sofferenze, i litigi, le delusioni affrontati all'epoca e ormai lasciati definitivamente alle spalle. "2009 Australian Tour Compilation" è un lavoro di ripescaggio che ovviamente non aggiunge ne toglie nulla alla discografia dei Saint, ma bisogna ammettere che i brani presenti sono tra i migliori mai composti dalla band e che insieme fanno la loro figura. In definitiva, si tratta una buona raccolta, magari da ascoltare per fare una bella ripassata prima del concerto, ma anche per farsi un'idea (e qui parliamo di neofiti) su chi siano e cosa abbiamo combinato questi signori durante la loro maestosa carriera; eh sì, perché racchiudere quasi tre decenni di musica in un solo disco è impresa ardua, specilamente se si tratta di un gruppo fondamentale della scena americana e che ha fatto, specie negli anni 80, da alfiere per lo sviluppo del cosiddetto U.S. power metal e che ha avuto il pregio persino di traghettare alcune connotazioni in altri ambiti o generi musicali, andando direttamente a influenzare la costruzione di brani thrash metal. Così non solo questa raccolta è un omaggio all'arte degli Armored Saint, in quanto marchio commerciale, ma è soprattutto un omaggio ai singoli musicisti, cinque uomini affiatati che hanno fatto dell'amicizia la loro virtù principale, restando sempre uniti negli anni, sia in quelli più felici e ricchi di soddisfazioni, sia in quelli più brutti, carichi di amare delusioni. Cinque musicisti (John, Joey, Gonzo, Jeff e Phil) più uno, forse quello che maggiormente ha contribuito, grazie alle sue intuizioni geniali nei riffs, al successo e all'influenza esercitata dalla band sulla scena metal americana: il chitarrista Dave Prichard, scomparso prematuramente per un male incurabile proprio quando gli Armored Saint stavano uscendo dagli anni bui, ossia il disastroso quinquennio sotto il controllo della Chrysalis. Amicia, fiducia, coerenza e tanta tanta classe hanno reso questa formazione un punto di riferimento per tutto l'heavy metal, nonostante la sfortuna che più volte si è accanita ai danni dei nostri, minandone fortemente il cammino. "2009 Australian Tour Compilation", sebbene sia un best of e perciò un prodotto di dubbia utilità, per giunta destinato soltanto alla ristretta cerchia di fans australiani, ha anche una sua valenza, poiché comporta il ritorno in pianta stabile del Santo Corazzato e dunque si palesa come lavoro che apre la terza parte di carriera, paradossalmente quella più fortunata (con album quali "La Raza" e "Win Hands Down" accolti magnificamente da critica e da pubblico), a testimonianza che l'età molto spesso non conta e che la coerenza, l'onesta e il talento prima o poi ripagano.

1) March Of The Saint
2) Reign Of Fire
3) Last Train Home
4) Tribal Dance
5) Symbol Of Salvation
6) Hanging Judge
7) The Pillar
8) After Me, The Flood
9) Nervous Man
10) Chemical Euphoria
11) Long Before I Die
12) Can U Deliver
13) Mad House
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