ARCH ENEMY

Wages of Sin

2001 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
16/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Sono passati solo due anni dalla pubblicazione di "Burning Bridges". Gli Arch Enemy avevano, ormai, lasciato un segno indelebile nel panorama del melodic death metal grazie ad una release con i fiocchi, che avvicinava vecchie e nuove guardie, in un connubio di stili capace di non scontentare davvero nessuno. Complice di tutto ciò fu, ce lo ricordiamo bene, uno stile accattivante unito ad un'estrema perizia compositiva, la quale si riversava anche nella frenesia delle strutture melodiche, alternate a un comparto vocale più sporco ed estremo. Non appena iniziato il nuovo millennio, però, la band si trova in un momento difficile, costellato da problemi interni alla line up. Non pochi dissapori vennero infatti a crearsi fra i fratelli Amott ed il loro frontman, decisamente carente (secondo il loro giudizio) da alcuni punti di vista. Riassumendo quanto pensato dal duo, Liiva era sì un formidabile cantante; ma (a detta di Michael Amott) non idoneo ai concerti, fiacco e per nulla coinvolgente. Del resto, ce n'eravamo parzialmente accorti nel corso della scorsa recensione, incentrata sul live album registrato in terra nipponica. Per questo motivo la band decide di separarsi dal suo primo cantante e di cercare una nuova proposta, che tenesse gli spettatori sì in fervente attesa di un nuovo disco ma al contempo più "affezionati" agli spettacoli dal vivo. Già da prima del 2001 la band si teneva in contatto con tale Angela Gossow, giornalista tedesca e scrittrice. La ragazza militava nella band dei Mistress e, un giorno, fece ascoltare una sua demo a Christopher Amott, il quale rimase profondamente colpito dalle doti canore della frontwoman. Fu così che, senza troppo indugi e dopo l'abbandono di Liiva, Angela fu sottoposta ad un provino dal quale risultò subito sul pezzo, mostrando tutte le sue qualità. Brillante, aggressiva, accattivante: Amott non ci pensò due volte ad assumere la Nostra, la quale si rivelò di lì a poco una vera e propria risorsa per i nostri svedesi. Proprio sin dai suoi esordi arrivando a tempi più recenti, infatti, Angela Gossow divenne il simbolo per eccellenza degli Arch Enemy: la ragazza che "canta come un uomo" e il cui growl non è secondo a molte controparti maschili. Il 2001 segna anche l'anno del primo album della Gossow insieme agli Arch Enemy, ossia "Wages of Sin", un lavoro che segnerà un punto di svolta assai particolare, nella biografia della band; dato che si respirerà un'aria di novità grazie a una nuova vocalist e ad un approccio leggermente differente da quello passato. La formazione presente in "Wages..", oltre che Angela al microfono, vede sempre i fratelli Christopher e Michael Amott alle chitarre, Sharlee D'Angelo al basso e Daniel Erlandsson alla batteria. Dietro la consolle troviamo, oltre che Michael nelle vesti di produttore, anche l'esperto Fredrik Nordström; da sempre seguace dei Nostri e questa volta supportato da Andy Sneap in qualità di addetto al mixing ed al mastering finali. Andy, lo ricordiamo, aveva già avuto esperienze con gruppi importanti come Cathedral ed Exodus. Menzione particolare va fatta per l'artwork posto in copertina, quanto di più enigmatico si possa osservare: un cerchio di fuoco somigliante ad un acchiappasogni è imperante su uno sfondo rosso, sul quale si ergono figure inerenti alla religione cristiana. Un ratto, un occhio che osserva la scena, un corvo e strumenti di tortura medievali. Poco si riesce a comprendere sulla scelta stilistica di questa copertina; probabilmente, scopriremo il tutto con l'ascolto del disco e, in particolare, con l'analisi delle tematiche poste nelle liriche. La distribuzione del disco è stata affidata alla "Century Media Records" che, da sempre, è sinonimo di qualità grazie al fatto di aver collaborato con band di un certo calibro quali Children of Bodom e Lacuna Coil. C'è da dire che questo "Wages of Sin" si prospetta un disco con una registrazione molto più chiara e limpida rispetto alle precedenti release. Sarà, però, Angela Gossow all'altezza della band e del peso che per forza di cose ha ereditato? Riuscirà a sostenere quest'onere sulle sue spalle? Lo scopriremo mediante l'analisi Track by Track.

Enemy Within

La prima traccia, "Enemy Within (Il nemico interiore)" parte con alcune note malinconiche di piano: il nemico sta affiorando pian piano dall'interno del nostro corpo, pronto a colpirci. Vive nella nostra testa, si ciba di noi stessi e si insinua prepotentemente in ogni nostro pensiero, strisciando come un maledetto serpente a sonagli, pronto a mordere furiosamente quando meno ce lo aspettiamo. Subito, infatti, le chitarre si fanno vorticose e aggressive ma, allo stesso tempo, melodiche in puro stile Amott. Dal punto di vista puramente strumentale non si riscontrano finora variazioni sostanziali. Il vero cambiamento risiede nella nuova voce che, con un'improntatura leggermente più classica, conferisce una certa monotonia alla situazione vocale in generale. Questo, però, non è un male: la stilistica, infatti, si concentra su una veste tradizionale che strizza l'occhio al death metal non melodico svedese. Intanto, il nemico continua a colpire e il growl aggressivo della Gossow si fa strada tra i riff, il basso ben definito e il primo assolo guidato da Christopher Amott. Capiamo come la vita sia in costante frenesia così come aumentano le ritmiche e le strutture melodiche del pezzo. Una voce dentro di noi ci sta spingendo al suicidio poiché è proprio la nostra psiche ciò che ci tormenta. La canzone descrive esattamente questo: una costante autodistruzione che ci porta sia a un esame di coscienza ma anche alla decisione inconfutabile di porre fine alla propria esistenza. La Gossow continua a cantare con grande ferocia mentre, successivamente, si erge prepotentemente un altro assolo ad opera di Michael Amott. "Enemy Within" è un brano che colpisce in tutti i suoi istanti grazie a un perfetto equilibrio tra strutture melodiche e ritmiche che conferiscono una grinta non indifferente ai fraseggi. L'aggressività della canzone è dovuta al fatto di una presenza oscura che aleggia sul nostro "io": una bestia che vive nell'ombra nutrendosi della negatività e del degrado umano. I growl animaleschi e gutturali della Gossow evocano proprio questo lato istintivo e cieco, guidato dal male e dalla follia. La domanda è: saremo capaci di porre un freno a questa bestia o essa ci fagociterà? 

Burning Angel

La seconda traccia, "Burning Angel (Un angelo che brucia)" parte subito con ritmi più sostenuti, mostrando anche una leggerissima impronta hard rock ben miscelata però ad una violenza di base distintamente percettibile. Una chitarra decisamente melodica si erge delicata sulla ritmica in sottofondo. La batteria risulta convincente e riesce a esaltare ogni attimo mentre la voce, seppur monotona, di Angela Gossow, riesce ad amalgamarsi bene con il mix. "Burning Angel" è quindi un pezzo infuocato e, a tratti, riflessivo; quasi, un vero e proprio annunciatore della venuta del diavolo. Angela Gossow quasi mima i versi bestiali di queste presenze demoniache che emergono sia da noi stessi che dagli altri. La chitarra diventa sempre più sinistra nella seconda strofa come a evidenziare questo aspetto oscuro e occulto. Emergono, inoltre, quelle figure che hanno contraddistinto l'artwork: il corvo, il ratto e la religione in generale. Questi aspetti vengono trattati come delle vere e proprie allegorie, dei simboli veri e propri di un peccato dirompente che ci trascina nell'oscurità. Il brano, infatti, si muove tra fraseggi musicali che mai emergono con un ritmo forsennato o puramente feroce. Si tratta, infatti, di uno spettacolo oscuro che ci mostra chitarre sinistre e ciniche. La nuova accordatura in "Do" (che poi contraddistinguerà la band da adesso in poi) riesce a dare un tocco differente alla release rispetto ai precedenti lavori. Il brano continua con una struttura abbastanza lineare e classica anche se il tema musicale portante viene ripetuto con dei toni aumentati. Ascoltando questa canzone abbiamo come l'impressione di essere osservati dal male e che esso sia presente in ogni aspetto della nostra vita. Gli Arch Enemy sono stati dei veri maestri nel creare un'atmosfera misantropa e scettica verso la religione. I funzionari religiosi, infatti, vengono paragonati a dei ratti che, sospettosi, promulgano una moralità corrotta e fasulla solo allo scopo di soggiogare persone innocenti. Il ratto, si sa, è una creatura abituata a vivere nell'ombra, nello sporco e negli ambienti malsani. Ruba tutto ciò che trova in superficie, per poi poterlo rodere con frenetica avidità nella sua dimora sotterranea. Il riferimento più lampante ai crimini religiosi è proprio quello che viene fatto alla "caccia alle streghe", ovvero quel fenomeno che nel XVI secolo ha visto molte donne bruciare vive a causa di sospetti infondati circa le loro connessioni con atti di "magia" e "blasfemia". Un'invettiva alla cieca e sorda fede fasulla, quindi: quella fondata su superstizioni e sciocche credenze, amministrata da personaggi avidi e senza scrupoli. Il brano si conclude degnamente con il suo secondo assolo, ad opera di Christopher Amott.

Heart of Darkness

"Heart of Darkness (Cuore di Tenebra)" parte subito in modo molto cinico e oscuro con un riff in powerchord che aumenta di intensità grazie alla batteria in sottofondo. Sembra come se la nostra parte oscura stia emergendo sempre di più, formando un gigantesco cuore oscuro che, man mano, fagocita il nostro io e lo trascina nel baratro del male. Siamo come obnubilati da questo avanzare di tenebra, in grado di avvolgerci completamente, privandoci dei nostri sensi, della nostra facoltà di percepire nonché di ragionare. La Gossow aumenta ancora di più il pathos del brano grazie alle sue acide vocals, mostrando un suo lato assolutamente animalesco e bestiale. Una vocalist davvero graffiante ed incisiva, seppur non certo "sui generis". Se il comparto melodico della timbrica di Liiva era lieve ma distinguibile, la Gossow sottolinea il lato più classico del Death metal con un andamento monotono ma convincente, adattissimo ad aumentare il lato "old school" comunque sempre presente nella musica dei nostri. Notiamo, intanto, che le lyrics sono meno enigmatiche e più dirette verso chi le ascolta. Il concetto è molto semplice: man mano che i toni si fanno sempre più sinistri apprendiamo come la nostra psiche sia divisa in due parti complementari. Purtroppo, però, notiamo anche che è sempre il male a distruggere le nostre buone intenzioni. Il pezzo, intanto, continua a scorrere linearmente fino alla seconda sezione. Anche in questo caso i due fratelli Amott alternano gli assoli in giochi virtuosistici ma riflessivi, mai troppo privi di profondità. La melodica, come al solito, si unisce con la brutalità della ritmica anche se notiamo reminescenze dei Carcass di "Buried Dreams". La passione sinistra scaturita dalle note dei due fratelli trova davvero un grandissimo apice nel finale del brano. Ciò evidenzia una voce oscura che ci seduce portandoci verso il male, spingendoci a commettere azioni irrazionali. Il brano è un po' questo: un'alternanza repentina di cattiveria e passione oscura che coesistono all'interno della nostra irrazionalità. La cosa più significativa è, però, che il male è un minimo comune denominatore di tutti noi data la sua onnipresenza.

Ravenous

La quarta traccia, "Ravenous (Vorace)" è, già dal titolo, un chiaro riferimento a quei corvi di cui abbiamo appreso l'esistenza nella seconda "Burning Angel". L'anticristianità che emerge da questo brano è evidenziata dalle ritmiche più serrate che spesso strizzano l'occhio al Thrash Metal e più in particolar modo al Death Metal di Entombed e Pestilence. Gli armonici rendono le strutture melodiche ancor più grintose e schizofreniche, mentre la voce della Gossow continua a muoversi sempre sugli stessi binari, caricando di intensità il brano. Sentiamo come i corvi ce ci stanno man mano distruggendo, divorando la nostra carne. Beccate furiose, mollate in branco, in tal modo da risultare assolutamente imprevedibili. Lacerati ed inermi, ci accasciamo sotto le punture di questo stormo di animali affamati. Il mezzo per attirarci nella loro trappola è quello, naturalmente, della menzogna; ovvero utilizzando tutte le congetture che hanno reso il cristianesimo glorioso e eterno. La figura di Gesù è vista come quella di un vero e proprio cannibale che cerca di divorare le sue vittime osservandole dalla sommità, proprio come un corvo affamato farebbe, durante le ore notturne di punta. Le strutture melodiche, intanto, si alternano tra la melodia delle chitarre e la ferocia di batteria e voce. Nella seconda sezione, come al solito, sono le prime a parlare con i fratelli Amott che si prodigano nei loro sinistri giochetti. L'atmosfera si fa sempre più sinistra e cupa, in un certo verso molto atmosferica. Notevole, poi, la trasformazione dell'assolo in un velocissimo virtuosismo che, volentieri, abbraccia alcuni intrecci melodici tipici del Power Metal. Il ritornello viene ripetuto e si evidenzia fortemente come la cristianità sia un vero e proprio killer, in grado di sterminare ogni forma di critica o di opposizione sul nascere. Siamo talmente tanto presi da determinate bugie che anche solo pensare di metterle in discussione ci fa tremare dalla paura. Meglio, dunque, prostrarsi ad esse e giudicare sempre più adatto il non ribellarsi. Per questo motivo, a mo' di sentenza, sono i rullanti a terminare questo brano, con il basso che si ode distinguibile quasi come posto ad evidenziare il male che avanza proprio dalle profondità del cosiddetto "bene".

Savage Messiah

Con "Savage Messiah (Selvaggio profeta)" notiamo subito il riferimento al pesante Doom Svedese di Candlemass e Cathedral, nella sezione iniziale. Tempi funerei e carichi di oscuri presagi: proprio in questo momento iniziamo a temere per la venuta del Messia descritto nella precedente canzone, il quale si paleserà dinnanzi ai nostri occhi come un corvo cannibale. Descritto, infatti, come selvaggio, egli si fa strada tra i fedeli che credono in lui glorificandosi tra i dannati, coronandosi d'ogni sofferenza, angoscia e paura da noi provata. A questo punto i toni melodici si fanno davvero drammatici nella traccia musicalmente più oscura vista fino ad ora. La batteria è ossessiva e scandisce continuamente gli istanti più bui della canzone, senza mai fermarsi. Alcuni suoni orientali accentuano l'esoterismo di questo Messia che si sta rivolgendo a noi non nel modo in cui ci stiamo aspettando. E' questo il senso delle "onde del peccato": siamo noi ad aver chiamato questa bestia dall'interno di tutti noi, con la nostra condotta. Per questo motivo la figura del salvatore identificatasi in Gesù Cristo assomiglia maggiormente a quella dell'Anticristo; la personificazione di Satana che, facendosi strada tra i morti, ci condurrà alla nostra punizione. Nella seconda parte del brano, infatti, le parti acustiche accentuano la desolazione che deriverà da quel momento. Ciò che più sconvolge è come le persone lo preghino e gli chiedano di raggiungerci su questa Terra, per poterci elevare verso nuove altezze, probabilmente ignari di ciò che poi sarebbe successo con la sua effettiva presenza. Gli Arch Enemy ci stanno mostrando un mondo oscuro derivante anche e soprattutto dal lato musicale, con un utilizzo più marcato di riff sinistri, accordature basse e momenti che strizzano l'occhio al Doom Metal svedese. Senza scordarsi di questa chiarezza lirica più marcata, il tutto orchestrato per raggiungere più facilmente gli ascoltatori. I toni arcani e enigmatici delle precedenti release in studio, infatti, hanno fatto spazio a un trattamento più diretto degli argomenti.

Dead Bury their Dead

La sesta traccia di "Wages of Sin", "Dead Bury their Dead (I Morti seppelliranno i loro morti)" possiede toni molto frenetici che lasciano poco spazio alle parole: le lyrics sono ridotte all'osso ma sono gli strumenti musicali a parlare davvero tanto; vi sono tocchi di sublime classe sia da parte del basso, sia in particolar modo delle due chitarre che si districano in armoniosi ma, allo stesso tempo, dicotomicamente rabbiosi virtuosismi che evidenziano proprio il cammino di questa esistenza tormentata, la quale peregrina per i Campi Elisi. Questo luogo mitologico era il posto in cui abitavano i morti che erano tenuti in buona considerazione dagli dei. Nonostante i toni oscuri che continuano a farsi sempre più accesi, la canzone demarca rassicurazione nell'incontrare la morte, simbolo di liberazione dalle proprie colpe mortali. In questa falsa autocoscienza la singola esistenza si rende conto di aver peccato ma, allo stesso tempo, crede che la mietitrice lo porti verso i Campi Elisi dove potrà raggiungere la serenità. In realtà dai tocchi sinistri della canzone capiamo come tutto ciò sia una semplice e vana illusione: gli assoli frenetici, uniti a quelle accordature fredde e ciniche che i fratelli Amott ci stanno dimostrando di saper padroneggiare alla perfezione, in questa release, accentuano sia il dubbio che l'incertezza di queste asserzioni. Siamo davanti, quindi, a delle false speranze che mai si concretizzeranno. Mentre il brano continua a districarsi nelle solite strutture lineari, vediamo come la produzione sia molto migliorata dal punto di vista musicale. Le melodie sono limpide e chiaramente distinguibili all'interno dell'insieme. Tutti gli strumenti, infatti, sono molto accentuati, con un basso notevolmente migliorato nell'esposizione. Le melodie, comunque, concorrono nel dispiegamento della tematica, appunto, con un approccio che unisce la melodia ad un'occulta atmosfera rabbiosa.

Web of Lies

La settima traccia, "Web of Lies (Rete di bugie)", è la rivelazione di quanto abbiamo detto con la sesta canzone. Qui l'esistenza umana inizia a capire come non esistano i Campi Elisi per i morti, poiché tutto risulta essere una gigantesca menzogna. Le congetture religiose e sociali fanno tutte parte di una grande ragnatela che intrappola le persone all'interno di loro stesse e dei loro peccati. Per questo motivo i toni sono più drammatici, i riff sono ancora più sinistri del solido e la melodia è ridotta per la maggior parte del pezzo. Proprio la Gossow nel ritornello canta in modo feroce: "Web of Lies!", un'esclamazione feroce come monito per tutta l'umanità: viviamo in un mondo di bugie senza la minima via di scampo. Le strutture ritmiche, intanto, sono veramente semplici e dirette utilizzando, perlopiù, powerchord in puro stile hard rock, ovviamente adattato in un contesto prettamente Death Metal. Il basso si ode distintamente durante le battute e continua a marcare fortemente la produzione migliorata della release, rispetto alle precedenti. Ovviamente l'assolo è in puro "stile fratelli Amott", poiché rappresenta il momento più melodico del pezzo. Il brano, comunque, salvo in alcuni momenti in cui i toni si fanno più frenetici e catchy, non presenta momenti degni di nota capaci di far gridare al capolavoro, anzi scorre in un modo piuttosto anonimo. Di tutte le tracce che abbiamo ascoltato finora, infatti, essa si rivela come la più anonima e meno degna di nota.

The First Deadly Sin

"The First Deadly Sin (Il primo, mortale peccato)", ottava traccia, è un brano che presenta un tema musicale che si ripete ossessivamente all'interno del pezzo, quasi come a evidenziare l'importanza di questo "primo peccato mortale" che ci ha condannati alla dannazione. Gli Arch Enemy ci spiegano che questo peccato consiste nell'aver creato dei veri e propri tabù, avendoli portati avanti fino ad ora imperterrita, di fatto castrando la nostra stessa esistenza in nome di non sappiamo bene cosa. Possiamo interpretare essi come il sesso prima del matrimonio (assolutamente vietato dalla morale cristiana) o, comunque, il pudore nel parlare di determinati argomenti, che invece dovrebbero essere tranquillamente trattati. Le strutture melodiche sono più monotone rispetto alla varietà delle prime tracce e notiamo, così, come la seconda parte del disco sia leggermente sottotono rispetto alla spettacolarità della prima. Nonostante ciò, questa traccia presenta degli attimi davvero interessanti come le strutture melodiche del ritornello, sapientemente calibrate da basso e batteria. Senza scordarsi, soprattutto, dell'assolo vorticoso ancora una volta tipico di casa Amott. I due fratelli, come al solito, si confermano come ispirati e estremamente tecnici. Il breakdown successivo è soltanto la ciliegina sulla torta di questa sezione. Rispetto a tutti gli altri pezzi, però, "The First Deadly Sin" è un brano profetico che mostra, sia dal punto di vista musicale, che da quello tematico un'atmosfera di pura condanna verso tutte le istituzioni che hanno abusato del proprio potere. Un brano che va a scavare nelle origini di questi "peccati" e scopre le loro cause nell'alimentazione perpetua che essi hanno avuto dalle istituzioni. Chiesa e governo, due entità che si spalleggiano a vicenda per fare in modo che solo i potenti possano guadagnare, da un determinato contesto. Quest'attitudine si riversa nella maggiore velocità del brano e, soprattutto, nei più marcati riferimenti al Thrash Metal anni '80 (genere che ha fatto spesso della protesta sociale la sua bandiera) e al death metal marcio e crudo. La voce della Gossow, in questo contesto, è estremamente adeguata e riesce a conferire dei tocchi davvero rispettabili alla release. Le strutture melodiche continuano a mischiarsi sapientemente alla ferocia degli altri strumenti, seppur iniziamo a notare come la miscela si stia rivelando un pochino antiquata e non originale. Gli Arch Enemy, infatti, iniziano con questo album a diventare la copia di loro stessi, seppur nella release il risultato sia oltre che accettabile.

Behind The Smile

La nona traccia, "Behind The Smile (Dietro il sorriso)" possiede toni più sostenuti, un andamento quasi cadenzato che mostra anche una certa tristezza nella cupidigia delle note. Notiamo come gli Arch Enemy, un po' come nella traccia "Burning Bridges" analizzata nella precedente release, siano molto devoti ai terreni Doom Metal. La voce della Gossow rimarca comunque quei terreni Death Metal nei quali viaggiano gli Arch Enemy, mentre le tematiche si fanno più attuali e sociali. Il personaggio all'interno della vicenda è probabilmente assuefatto dalle droghe e cerca un modo per uscirne fuori. In realtà, dietro al sorriso con il quale affronta le giornate di tutto il corso della sua vita, si nasconde una cruda verità: la sua esistenza è destinata alla dannazione, una condanna da lui stesso siglata, in quanto schiavo di determinate e malsane abitudini. Ciò è proprio il motivo per il quale la canzone è così pesante nelle strutture melodiche. I toni, specialmente nella seconda fase del pezzo, toccano attimi quasi di tragicità. Ma spetta sempre agli Amott far parlare i brani con le melodie struggenti e, allo stesso tempo, sinistre. I riferimenti al Doom Metal sono molteplici con un incedere dei temi melodici più pesante e lento. La particolarità risiede nel blast beat che, giocando con i rullanti lentissimi, invece di velocizzare il pezzo ne evidenzia la tragicità e la drammaticità. Insomma un brano perfetto per delineare il vorticoso discendere in un tunnel dal quale ben pochi sanno uscire. Le dipendenze, in ogni loro forma, altro non fanno che privarci della facoltà di vivere felici, nonché di accorgerci di quanto ci sia di positivo, nella nostra esistenza. Dimentichiamo noi stessi in una siringa od in una bottiglia, sperando così di allontanare i guai. I quali, però, torneranno con gli interessi a pretendere quanto esigono.

Snow Bound

"Snow Bound (Ostacolato dalla neve)" è un qualcosa di strano per gli Arch Enemy e, per certi versi, sconvolgente. Un brano totalmente strumentale di circa due minuti nel quale la band svedese lascia parlare la chitarra di Amott in un susseguirsi di note aggressive, eppure così drammatiche e piene di pathos che, in un certo senso, ricordano un Santana eccezionalmente influenzato dal Death Metal. Una situazione ai limiti del paradossale, me ne rendo conto, ma non possiamo certo dimenticare quanto entrambi gli Amott siano legatissimi a svariate tradizioni: da Hendrix a Kerry King, i Nostri hanno studiato magnificamente la storia del loro strumento, tanto da essere riusciti in questo senso ad inglobare esperienze fra di loro apparentemente inconciliabili. In questi fraseggi non c'è spazio per la violenza ma solo per un profondo senso di smarrimento, lo stesso in cui si troverebbe una persona completamente perduta in una bufera di neve, per l'appunto.

Shadows and Dust

"Shadows and Dust (Polvere ed ombre)" è il pezzo conclusivo di questo formidabile "Wages of Sin" e parte subito con una sinistra schitarrata che lascia poco spazio all'immaginazione: anche questo pezzo gioca su toni molto occulti e poco amichevoli. La Gossow è sempre in perfetta forma nel suo growl estremamente acido e, a tratti, bestiale. Capiamo che la canzone evidenzia un viaggio verso l'ignoto su una nave con un traghettatore simboleggiato dal caos. Le uniche nostre speranze di essere guidati vengono rappresentate dalle menzogne che le istituzioni politiche e religiose hanno marcato durante questi anni. I toni della canzone, intanto, giocano sempre tra la riflessività melodica e l'atrocità di batteria e voce che rappresentano il lato fortemente Death Metal del pezzo. Il gusto melodico, però, si riferisce sempre a quel sound che ha reso celebre la scena di Goteborg alla quale gli Arch Enemy, come capiamo, non hanno mai negato di aver aderito, almeno per ciò che riguarda le influenze che essa ha esercitato su di loro. A questo punto, una volta che le anime avranno capito il loro destino, comprenderanno di non avere alcuna via di fuga e si chiederanno continuamente se verranno ricordate da qualcuno, anche solo per un attimo. Si ripetono alcune strutture viste anche in "Burning Bridges" sintomo che gli Arch Enemy stanno abbandonando un pochino il lato creativo per far spazio a quello prettamente catchy delle strutture ritmiche. Un refrain conclude questo album che si è dimostrato oscuro, con una registrazione sublime anche se constatiamo i cali di originalità. 

Conclusioni

Cosa dire, in ultima battuta di questo "Wages of Sin"? Partiamo subito dalla nota più marcatamente "nuova", ovvero l'ingresso di una frontwoman di carattere e capace sicuramente di dire il fatto suo. Angela Gossow ha inaugurato così il suo percorso con questa (ormai) arcinota formazione; la quale, c'è da dirlo, si è sempre mostrata come sinonimo di qualità, nel bene e nel male. Un cantato magari non scoppiettante e non certo particolare come quello di Liiva, funzionale però a quella che era l'intenzione della band. Ovvero, brani più diretti, taglienti, in bilico fra un'acuminata aggressività ed una trascinante componente melodico/atmosferica, qussi. Dall'altro lato, però, ed estendendo il discorso in senso generale, notiamo un peggioramento nella filosofia intrinseca della band. Se con Liiva gli Arch Enemy si spingevano maggiormente verso lidi sperimentali, andando a toccare spesso strutture prettamente originali, mediante "Wages of Sin" la formazione ha cercato di prendere il pubblico con un Melodic Death Metal più ruffiano che strizzasse l'occhio ai gruppi più classici. Da questo punto in poi, però, gli svedesi saranno sempre più restii a voler innovare la propria proposta e cercheranno sempre di più di far presa sugli ascoltatori. Non a caso, infatti, la band verrà accusata di essersi commercializzata; ad onor del vero il problema non è stato nemmeno troppo la commercializzazione in sé, quanto la non volontà di cercare nuovi territori di sperimentazione. Eppure, neanche questo (a dover essere onesti) deve essere considerato come un lato per forza negativo. Facciamo l'esempio degli AC/DC o dei Motörhead che, da anni e anni, propongono sempre le stesse strutture tematiche proponendo pochissime variazioni, quasi impercettibili. L'unica differenza sta nel fatto che le formule di queste band risultano assai rodate e durature, estremamente longeve, mentre quella degli Arch Enemy, vedremo con il tempo, mostrerà forti segni di avaria e vecchiaia, soprattutto nel gioco melodico/rabbioso portato avanti sempre dai soliti tradizionali riff. "Wages of Sin", però, pur essendo estremamente ruffiano è un album che di poco si discosta da quei tre capolavori che sono stati i lavori precedenti. Pur strizzando troppo l'occhio a "Burning Bridges" nei riff melodici, presenta comunque un apprezzato riferimento al doom svedese in alcuni brani e la Gossow, monotonia a parte, è una cantante che riesce a donare una bella linfa vitale alla proposta della band. In sostanza la formazione ci ha presentato un lavoro ottimo sotto tutti i punti di vista (fatta eccezione per l'originalità) che verrà ricordato come il simbolo dell'era Angela. La parabola, però, da qui sarà fortemente discendente e ne vedremo i segni già dal prossimo lavoro. Altra nota fortemente positiva è il miglioramento del basso che si avverte in modo più chiaro e distinto in tutte le fasi di ogni pezzo. Gli Arch Enemy, quindi, si confermano come una band che con sudore e dedizione si sta ritagliando uno spazio di tutto rispetto nel metal odierno. Il problema nasce, però, quando la convinzione di essere famosi è più forte di tutto il resto, scadendo, spesso e volentieri, in un riciclaggio delle stesse idee che hanno concesso la scalata al successo. Nel frattempo, disco promosso a pieni voti, questo "Wages of Sin", grazie alla capacità che possiede di trainare vecchie e nuove guardie verso il Death Metal svedese, da sempre culla dell'umanità del metal estremo. 

1) Enemy Within
2) Burning Angel
3) Heart of Darkness
4) Ravenous
5) Savage Messiah
6) Dead Bury their Dead
7) Web of Lies
8) The First Deadly Sin
9) Behind The Smile
10) Snow Bound
11) Shadows and Dust
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