ARCH ENEMY

Stigmata

1998 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
05/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

1998, tempo di un ulteriore passo da compiersi per i "Nemici Giurati":  gli svedesi Arch Enemy (storica band il cui nucleo centrale è composto dai fratelli Amott) decidono infatti di osare ancora, proponendoci il loro secondo lavoro intitolato "Stigmata", una naturale evoluzione di ciò che abbiamo già avuto modo di vedere nel debutto "Black Earth". Il Metal svedese è assai più che rispettabile nel campo Melodic Death Metal e siamo tutti consapevoli delle grandi band che questa nazione ha sfornato nel corso degli anni; basti pensare a nomi come In Flames, Dark Tranquility, Soilwork ed At The Gates, giusto per citare i nomi più eclatanti. Come tutte queste formazioni, gli Arch Enemy riprendono riff che tendono a strutture Melodic (pesantemente influenzate dall'Heavy per così dire classico) unendole a componenti Thrash, a loro volta pregne di una forte accezione Death anni '90, un mix che sarà dunque la chiave di volta per la comprensione del genere. La formazione è famosa al giorno d'oggi per aver avuto nella sua line up cantanti femminili di grandissimo livello come Angela Gossow e l'odierna White-Gluz; per il momento, tuttavia, siamo focalizzati sulle origini, frangente nel quale i nostri contavano ancora su di un cantante maschile, che per nulla risultava inadatto. Anzi, era anch'egli assai degno di nota: stiamo parlando di Johan Liiva, che molto bene aveva fatto anche nel debut in precedenza recensito. Nella precedente release avevamo infatti notato come al microfono egli fosse molto convincente ed adatto per la band, e vedremo come non sarà differente neanche questa volta.  "Stigmata", infatti, si rivela sin da subito come la naturale continuazione del debutto, in quanto la band aveva deciso di battere il ferro finché era caldo, continuando sulle stesse coordinate e provando comunque a migliorare quanto già proposto. Staremo a vedere, dunque, se il tutto sarà conforme alle aspettative generali. Ci troviamo nel 21 Aprile del 1998, e dopo averlo registrato nell'Ottobre del 1997 nello "Studio Fredman", la band pubblica questo platter per la "Century Media Records", un'etichetta tedesca già all'epoca molto grossa e affermata in termini di pubblicazioni di band Power, Black e Death Metal, la quale conta tutt'oggi nel suo roster formazioni importantissime come Shadows Fall e Lacuna Coil. Piccola nota sulla distribuzione: per l'edizione Giapponese sarà l'etichetta "Toy's Factory" ad occuparsi di immettere sul mercato questo disco. "Stigmata" viene inoltre prodotto dallo stesso Michael Amott, coadiuvato da Fredrik Nordstrom, accreditato nella stessa release anche come tastierista.  L'artwork originale dell'album presenta una copertina oscura nel cui centro è presente un enigmatico e misterioso volto tendente al blu. L'uomo sembra essere deceduto e, sulla parte destra del volto, vi sono delle vere e proprie ferite riconducibili proprio alle "stimmate", ovvero le ferite che Cristo aveva sia sulle mani e sui piedi, per colpa dei chiodi usati per fissarlo alla croce. Dei chiodi sono effettivamente presenti anche nell'occhio sempre destro, piantati con forza ed in gran numero. Se riusciamo ad aguzzare la vista, però, notiamo che le varie ferite presenti al posto del bulbo oculare riescono quasi a formare un piccolo teschio, quasi a simboleggiare una imponente presenza di morte che circonda il disco che analizzeremo. Dunque, una forte tematica macabra alla base del tutto, tipico della loro anima Death Metal. La formazione, poi, presenta delle differenze rispetto a quella del debutto: come in precedenza vi sono Michael Amott alla chitarra, Johan Liiva al microfono e Christopher Amott alla chitarra, mentre il precedente ruolo di bassista di Michael è affidato al nuovo membro Martin Bengtsson. Inoltre, la batteria è suonata sempre da Daniel Erlandsson in "Beast of Man". Per tutte le altre canzoni, invece, le pelli sono affidate a Peter Wildoer, già accreditato come batterista nell'album "Crossing the Rubicon" (1997) degli Armageddon, progetto solista di Christopher . Con queste premesse possiamo partire all'analisi della tracklist evidenziando come si ripeta la struttura del precedente disco: nove tracce di cui due prettamente strumentali.

Beast of Man

Dalle ritmiche e dalle chiare influenze Thrash Metal, unite al classico gusto svedese melodico e ai riferimenti agli stilemi della precedente release, "Beast of Man (Uomo Bestia)" rappresenta il debutto perfetto per questo platter. Johan Liiva ci offre un repertorio vocale più vasto e convincente farcito anche di scream e vocals acide e/o più grintose, mentre la voce graffiata riesce a garantire la giusta riuscita dei vari attimi senza snaturare la melodia degli intrecci chitarristici, sempre in puro stile Arch Enemy. Passando per i refrain, il tema non subisce particolari variazioni fino alla sezione solo in cui Michael si lancia in uno dei suoi mirabolanti momenti solistici dal gusto sentimentale e riflessivo ma, allo stesso tempo, malvagio, quasi passionale. Come band gli Arch Enemy non cambieranno mai radicalmente il loro stile, anzi, saranno alquanto fissi nei loro lidi. Si strizza l'occhio ai Carcass per quel che riguarda il lato puramente estremo, comunque sempre presente, e si chiamano in ballo i maestri In Flames ed At The Gates per quel che riguarda il "puro stampo" svedese, ovvero la capacità che la band ha di conferire  al brano delle atmosfere particolarissime, degne compagne di una forte aggressività Thrash / Death che percepiamo. Insomma, il brano risulta convincente in tutte le sezioni con particolari attenzioni per lo splendido lavoro di blast beat compoiuto dalla batteria, la quale riesce ad evidenziare e ad esaltare il male incarnato dalla voce di Liiva, sempre più protagonista. La prima traccia è una vera e propria descrizione dell'animo umano, dipinto dagli Arch Enemy in un puro spirito misantropico: il genere umano è infatti visto come un qualcosa di profondamente negativo, quasi un male da estirpare. Nel precedente "Black Earth" la nostra stirpe era ciò che aveva portato il mondo a sprofondare nell'abisso e questo concetto è sviluppato nel suo naturale proseguo. L'uomo uccide per sport, odio, lussuria, per i più disparati motivi ed è ciò che lo rende una definitiva bestia priva di ragione, anche se vogliamo illuderci del contrario. Il libero arbitrio è solo una favola, alla fine siamo schiavi dei nostri istinti più abietti. Gli Arch Enemy ci invitano a tornare alla ragione e a condurre questa belva nella "giungla", nei più reconditi domini del nostro animo, ovvero nel suo covo ideale. Proprio per poterne limitare la sete di sangue e lo spargimento di morte che è destinata a portare agli altri uomini. Queste lyrics sono molto brevi e concise: gli Arch Enemy non si lasciano andare in prolissi discorsi e ci mostrano la nuda e cruda realtà, il punto di inizio dell'intero album.

Stigmata

Passiamo dunque alla prima strumentale di questo brano, l'unica dichiaratamente tale: la title-track "Stigmata (Stimmate)" è difatti il primo intermezzo del lotto che, pur nella sua brevità (appena due minuti), presenta un ottimo gioco di batteria, il tutto unito ad una chitarra "oscura" decisamente convincente, sei corde che si mantiene su toni lenti e particolarmente "gravi" per poi sfociare in una struttura melodica quasi "spaziale", vista la melodia presentataci. Amott si esprime al meglio, calandosi in un turbinio malefico di emozioni ed eseguendo soli incredibilmente melodici che molto debbono alla nobile tradizione Heavy, mentre la chitarra ritmica del fratello, "sotto" ben più grave e possente, si fonde perfettamente con il tutto. Il gioco è fatto: un brano breve ma intenso che saprà coinvolgervi in appena due minuti, provocandovi particolari emozioni.  Le parole sono abbastanza superflue in questo caso: la musica parla da sé grazie anche all'ottima registrazione che riesce a evidenziare i punti forti degli strumenti coinvolti, una produzione che esalta il lavoro di ogni singolo strumento e soprattutto riesce ad aiutare i Nostri a suscitare diversi tipi di atmosfere. "Spaziali", gravi, inquietanti.. una gran tecnica strumentale, certo, piena comunque di passione e capacità di trasmettere.

Sinister Mephisto

"Sinister Mephisto (Mefisto Sinistro)"la terza traccia, rappresenta un punto fortissimo dell'album poiché è un brano riuscitissimo su tutti i fronti: la intro vale tutta la canzone, da sola riesce infatti a scatenare un vero e proprio tripudio di violenza in cui è la batteria ad essere la grande protagonista. L'intreccio ritmico presente inizialmente, che fa da sfondo a una malefica e cinica chitarra, riesce subito a canalizzare l'attenzione dell'ascoltatore, ed in seguito la violenza viene mitigata passando da un Death crudelissimo ad un Death / Thrash più ritmato e cadenzato. Con un piccolo crescendo la voce di Liiva si alza arrogantemente sulla song aumentando la cattiveria che pervade il pezzo ed i sussurri, inoltre, posti prima del pre-refrain, riescono a generare ancora più interesse ed oscurità. Il ritornello, se proprio vogliamo trovare il pelo nell'uovo, poteva essere sviluppato meglio in termini musicali, proponendo toni più aggressivi e malefici. Fortunatamente si tratta di un piccolo scoglio facilmente sormontabile dalle rimanenti sezioni, e per quel che riguarda la seconda metà di "Sinister Mephisto", essa presenta una delle migliori sezioni strumentali di tutta la discografia anche grazie a un particolarissimo utilizzo del wah-wah che, unito alla sinergia di una batteria convincente, riesce a essere catchy ma, allo stesso tempo, cattivo e malefico come le restanti atmosfere. Il terzo pezzo degli Arch Enemy è un vero centro, ed è imprescindibile una sua conoscenza ai fini della continuazione dell'approfondimento della loro discografia. Le vocals di Liiva sono coerenti con tutta la struttura dalla intro all'outro del brano e non presentano un attimo di relax. Ottima la componente melodica, ottimo l'impianto Thrash generale e, come sempre, un'anima Death perennemente sugli scudi pronta a ricordarci qual è il genere primario dei Nostri. Quello di questa terza traccia, poi, è un testo particolare: il fittizio protagonista non può essere nessuno nella realtà e immagina, quindi, di avere dei poteri in una sorta di universo parallelo. Qui, però, egli presenta dei tratti quasi malati: propensione al lato più trasgressivo del sesso, non vissuto come un qualcosa naturale ma come un qualcosa di profondamente morboso e violento. Nel personaggio si risveglia, perciò, un lato oscuro e fortemente macabro e sinistro, quasi demoniaco, grazie quale ogni perversione è possibile, senza vergogna o rimorso. In questo universo maligno e nero, infatti, egli è completamente onnipotente e capace di piegare qualsiasi persona al suo dominio in modo da soddisfare i suoi desideri più peccaminosi. È un brano che procede su sentieri sempre più maliziosi fino ad approdare alla rivelazione: la perdita della mortalità. Il personaggio inizia, quindi ,a celebrare una grandissima orgia nella quale violerà le carni vergini per soddisfare il suo piacere. È un testo diretto, nudo e crudo che ci mostra la perversione umana in tutta la sua espressione.

Dark Of The Sun

Gli Arch Enemy raramente ci hanno proposto e proporranno una traccia che superi i 6 minuti; giunge quindi l'eccezione che conferma la regola, "Dark Of The Sun (L'Oscurità del Sole)" (dotata di una intro che sembra un vero e proprio macigno grazie a pesanti power-chord ), la quale con i suoi 7 minuti netti si presenta come uno dei brani più lunghi della discografia tutta della band. Pesantezza estrema, un brano che parte come un vero e proprio bulldozer e decide di prenderci per la gola, affondandoci di note gravi ed oscure, con bassi pesanti e batteria martellante. I toni, però, fanno presto a cambiare, grazie alla versatilità dela chitarra di Amott, la quale sa essere melodica come al solito e capace di spezzare brevemente un contesto decisamente possente. Come pezzo è davvero particolari: i toni vocali e le ritmiche, in alcuni istanti, sembrano strizzare l'occhio al mondo hardcore di Hatebreed e band simili, seppur molto vagamente e leggermente, e con meno velocità. Si potrebbe fare addirittura una menzione al Groove Metal dei Pantera, in alcuni casi. L'andamento generale, sia per la prima fase che per la seconda, non è molto sostenuto, anzi, punta molto l'attenzione sui riff e meno sulla violenza "veloce", quasi come a strizzare l'occhio anche agli Entombed, altri grandi esponenti del death metal svedese, sia nelle sue vesti più oscure sia in altre più "Death 'n' Roll". L'assolo, come sempre buono, non è, però degno di particolare nota, mentre è molto più rilevante la batteria che lo sorregge. Un eccellente lavoro di pelli, una ritmica forte ma anche assai precisa, priva di sbavature o altro. Degno di nota forse il momento in cui Amott si lancia in un turbinio di melodia sorretto dal blast beat, ma nulla di eclatante.  Gli Arch Enemy, bisogna evidenziarlo, hanno dato grande attenzione alle percussioni generando un prodotto che si sta rivelando davvero molto gradevole sotto quell'ambito. Il brano giunge dunque alla fine senza troppe sorprese, rivelandosi pesante ma per nulla "indigesto", vista la sua durata. Anzi, coinvolge proprio quanto basta. Gli Arch Enemy pongono questa volta l'accento sull'incertezza del futuro dell'umanità, la quale può effettivamente salvarsi o meno. Tutto dipende da ciò che noi cerchiamo e dai valori che trasmetteremo ai posteri: nessuno è consapevole di come il mondo si evolverà ed è per questo che la nostra unica speranza risiede nelle future generazioni che possono risollevare la situazione. E' forse la verità? In realtà no. Gli Arch Enemy ci comunicano che ciò è impossibile a causa del fatto che il mondo è, in realtà, condannato alla dannazione. Ed è per questo che nessun nascituro riuscirà, in effetti, a sollevare le sorti della nostra stirpe poiché ormai quest'ultima è una vera e propria catacomba. A questo punto la canzone diventa proprio un vero inno alla ribellione contro il male del mondo e un inneggiamento, quindi, alla presa delle armi contro il nemico, in modo da poter vedere almeno il primo raggio di sole, quello di un futuro che (si spera) sarà migliore del presente.

Let The Killing Begin

"Let The Killing Begin (Che lo Sterminio abbia Inizio)", la quinta traccia, presenta degli attimi davvero degni di nota e riferimenti anche alle marce militari, i quali sono sempre ben graditi in quanto i ritmi incalzanti riescono sempre a donare qualcosa in più ad un brano. I riff sono acidi sin dalla intro ed è dato grandissimo risalto alle pelli, convincenti ed azzeccatissime in questo platter. Un cambio di batterista che dunque ha giovato al gruppo ed è riuscito a donare agli Arch Enemy un sound vincente e coinvolgente, capacissimo di tenere l'ascoltatore incollato al disco sino alla fine. Liiva evoca (come sempre) il male, grazie alla sua alternanza vocale di parti più pulite a growl più sporchi, non cedendo mai il passo ad una "clean" che possa in qualche modo farci ricredere sulla sua bestialità. Michael Amott si sente in questo caso molto meno e conferisce più risalto alla chitarra ritmica di Christopher, bravissimo in fase di impostazione e capace di ergersi sempre a definitiva spalla di suo fratello. Il brano procede molto linearmente sino ad approdare alla seconda parte del tutto: una struttura più calma in cui si alza la riflessività delle note di Michael, evocative ed estremamente malvage sotto un certo punto di vista. Una cosa la stiamo comprendendo: siamo di fronte al disco più complesso della discografia della band, sia dal punto di vista concettuale che musicale grazie alla grande varietà dei pezzi, almeno in questo caso. Alternanze che celebrano il lavoro svolto in precedenza ma che tuttavia mostrano una crescita notevole, una maturità a dir poco invidiabile. L'uso dell'estremo con l'affinamento delle melodie e delle capacità musicali del combo svedese ha dato vita ad un disco sicuramente più convincente ed anche più apprezzabile del primo. Arrivati a questo punto, dopo aver tanto parlato di misantropia, inizia una vera e propria guerra che porterà all'uccisione sia di esecutori che di vittime. Tutto è immerso nella paura più profonda mentre il mondo continua il suo processo di dannazione: nessuna anima si salverà. Gli Arch Enemy rivelano che la morte è una sorta di salvezza poiché diventa la fine di tutti i peccati terreni e l'unico modo per porre fine alle sofferenze. Gli uomini sono stati illusi dal loro stesso mondo e dal proprio ego che li ha trascinati alla maledizione. Le singole esistenze sono pervase dai sensi di colpa, da tutti i sentimenti più negativi immaginabili, compresa la disperazione e la confusione, componenti della depressione che trascinano le anime in un vero e proprio pozzo senza fondo, fatto di buio perpetuo e di speranze crollate come castelli di carte esposti al vento. I ricordi affiorano sempre di più poiché non vi è mai un'esistenza tormentata senza un passato significativo e positivo, in grado di far rimpiangere le attuali condizioni. Ciò continua a evidenziare il lato oscuro del pianeta, sia dal punto di vista degli uomini che dello svolgersi della vita.

Black Earth

Gli Arch Enemy ci sorprendono ancora con la sesta traccia, "Black Earth (Mondo Nero)". Esatto, avete letto bene, è intitolata esattamente come il primo disco, nel quale però non era presente una titletrack. Abbiamo un misterioso inizio, dettato da un uso incredibilmente inquietante delle tastiere e delle chitarre, con pochi e sparuti momenti batteristici ed un vociare confuso alla base del tutto, sicuramente un mix che sommato riesce a farci provare della sanissima inquietitudine. Dopo questa parentesi, le ritmiche partono forsennate verso epici lidi di tecnicismo mentre la batteria, sempre convincente, scandisce ogni singolo attimo e rende il tutto estremamente malvagio: gli Arch Enemy stanno toccando vertici altissimi, possiamo dirlo senza problemi visto che il brano che stiamo ascoltando è un perfetto connubio di tecnica e violenza oscura. I cambi di ritmo sono una chicca imperdibile che raramente ripeteranno all'interno dei successivi album, ed il lavoro Liiva è significativo dal punto di vista vocale; grazie ai suoi growl il cantante dona profondità a delle strutture melodiche ciniche e malefiche. "Stigmata" continua a sorprendere grazie anche a questa track che ci regala uno dei più begli assoli mai sentiti all'interno della loro discografia: esso, che coincide con un sostanziale rallentamento del contesto musicale, si snoda tra attimi più melodici e note schizzate e stridule che molto debbono al mondo Power Heavy e che suscitano verso la fine (complice la tastiera) anche l'orrore più totale, sibilando come in preda ad un furore irrefrenabile. "Black Earth" è un brano che fa sorridere in un certo verso: si è trovato meglio in questo capolavoro di album che nel debutto.  Un secondo assolo finale eleva ulteriormente il brano a livelli di perfezione, possiamo dire che gli Arch Enemy hanno compiuto il miracolo. Cambi di tempo, ritmiche chirurgiche, chitarre pesanti e buie come una notte senza luna, una voce cavernosa ed incredibilmente crudelle, un basso profondo e distruttivo.. tutto quel che ci vuole per poterlo definire forse uno dei loro migliori brani mai creati. Continuando con il tema dello scorso platter, gli Arch Enemy ci presentano un vero e proprio grido di aiuto. Dopo tutte le tracks in cui si è mostrato, con orrore, ciò che la Terra è diventata e ha portato di male agli uomini e a sé stessa, la band ci fa vedere come gli uomini siano disperati e chiedano un ultima S.O.S. per salvarsi. In questo ambito si colloca la tecnologia, vista come un qualcosa che ha portato da una parte evoluzione, dall'altra la fine del genere umano, dominandolo e sottomettendolo definitivamente. Nel ventunesimo secolo il genere umano ha avuto ciò che si meritava: la fine del futuro e l'inizio di un'epoca medioevale contraddistinta dall'avere, appunto, dei "secoli bui", secoli che mai sarebbero dovuti arrivare (ci illudevamo) grazie al progresso scientifico e tecnologico. La dicitura era stata coniata da alcuni studiosi che videro il Medioevo come un periodo pregno di ignoranza e crisi, in cui tutti erano sottomessi al volere dell'auctoritas religiosa. Gli Arch Enemy, a mo'di profeti, ci mostrano che l'epoca si ripeterà in modo ancor più violento e oscuro. A questo punto ciò che l'uomo ha con fatica costruito si trasformerà in polvere e il tutto sarà un vero e proprio fallimento millenario.

Tears of The Dead

 Dall'iniziale cavalcata di batteria che strizza un po' l'occhio all'heavy metal inglese, strizzata d'occhio che presto si trasforma in un più chiaro riferimento anche dal punto di vista chitarristico, "Tears of The Dead (Lacrime del Morto)" è una buona traccia che non regge, però, il confronto con le altre sopra citate se non per una più marcata attenzione per le atmosfere grazie a piccoli arrangiamenti simil-orchestrali. Degno di nota è il piccolo riff in wah-wah che riesce a risultare un vero e proprio attacco per le sezioni successive. La voce di Liiva è sempre carica di odio anche se la sezione strumentale non lo sorregge a dovere come nelle altre songs, ed il brano si sviluppa con la solita linearità e con l'assolo melodico e sentimentale in puro stile Amott. Ciò che davvero fa male a questo pezzo è la mancanza di una chiara coerenza, che determina una perdita di mordente la quale si avverte specialmente nelle strofe che precedono il refrain. Quest'ultimo, invece, presenta un riff in tremolo in sottofondo che guarda lontanissimo l'Atmospheric Black Metal di gruppi come Agalloch e Winterfylleth. Un vanto determinante della canzone, però, è proprio quella di essere la più sperimentale dell'album e, in particolare, quello di avere la maggiore dose di atmosfera. Essa è misteriosa, fugace e maligna e dona un deciso senso di oscurità all'ascoltatore. Peccato per quella piccola perdita di "coerenza" che la sporca di quando in quando, ma non sembra tuttavia una colpa troppo grave. Proseguiamo dunque con una sorta di narrazione all'interno dei testi: l'uomo ha quindi combattuto contro se stesso e gli altri per "salvare il mondo" e per far valere le proprie motivazioni. Questo ha portato un numero incalcolabile di morti a causa delle atrocità commesse e la legge del male ha regnato sovrana sulla patria. A questo punto gli Arch Enemy ci mostrano un uomo che racconta un po' la sua vita: egli era un soldato che aveva combattuto un numero imprecisato di battaglie. Da giovane egli non aveva alcun rimorso a uccidere vite altrui e a sporcarsi le mani di sangue fino al raggiungimento di un limite divenuto ormai insostenibile. L'uomo si ritrova infatti preda di rimorsi e di sensi di colpa, immaginando, appunto, che quei morti piangano chiedendo aiuto. Adesso che egli è divenuto vecchio si rende conto sempre più di ciò che ha commesso e, in preda al rimorso, capisce di essere stato solo un burattino di un gioco manovrato ad hoc per distruggere il mondo e le anime degli uomini. 

Vox Stellarum

"Vox Stellarum (Voce delle Stelle)" è il secondo intermezzo strumentale di "Stigmata" ed è qualcosa di davvero inusuale per la band: troviamo infatti un pianoforte calmo e triste, il quale ci porta verso lo svolgimento del brano, in maniera non certo violenta o oscura come già sentito. Il giro si ripete fino a metà brano poiché, da quel momento in poi, Amott pone la sua chitarra sopra quella struttura portante in degli attimi riflessivi che guardano indietro anche negli anni '80. Presto si torna a quel pianoforte che, incessantemente, si ripete fino a fermarsi in dissolvenza. La voce delle stelle è soffusa, triste, sconvolta per quanto accaduto, questo intermezzo strumentale mostra il tutto in modo chiaro. Più che un pezzo a sé stante, una vera e propria intro per il brano finale. Nota: il brano è stato interamente composto dal tastierista nonché produttore di "Stigmata", ovvero Fredrik Nordstrom

Bridge of Destiny

 "Bridge of Destiny (Il Ponte del Destino)", la traccia finale, riesce a sconfiggere "Dark of the Sun" e supera i sette minuti di ben quarantanove secondi, quasi un minuto. Una traccia roboante e tellurica, la quale viaggia su binari inizialmente molto aggressivi e cinici grazie a un'arrabbiatissima interpretazione di Liiva, assieme alla batteria vero e proprio valore aggiunto al talento dei fratelli Amott. I riferimenti Thrash Metal sono frequentissimi nello stile ma il brano non subisce modifiche rilevanti presentandosi piuttosto lineare. EntombedIn Flames e gruppi affini si uniscono in un mix scoppiettante che ci dona sia rabbia che melodia allo stesso tempo, e verso i tre minuti "scoppia" il primo assolo di Amott, convincente in alcuni punti e meno in altri poiché risulta forse abbastanza scontato e non troppo ispirato come abbiamo potuto avere modo di udire in precedenza. Il brano, da questo momento in poi, torna sul tema iniziale sino al quinto minuto, all'incirca. Proprio qui la conclusiva traccia subisce una piccola battuta d'arresto: i ritmi diventano molto più riflessivi, Amott torna mattatore del contesto dando il meglio di sé con il suo secondo e duraturo assolo. Sentimentalmente, un po' come se fosse il Santana del Melodic Death Metal, il Nostro si destreggia sulle battute di batteria sulle quali si staglia, come "sfondo", un leggero arrangiamento sinfonico. Tutto ciò si trasforma in un vero e proprio malinconico riff che si ripete incessantemente senza mai stancare e conclude in modo davvero triste e oscuro questo lavoro di grandissima caratura. Ed ecco che viene quindi descritto il destino sotto forma di un vero e proprio ponte. L'uomo aleggia tra la sanità e la pazzia ripercorrendo la vita nella sua interezza. Il vero nemico di ciascuna persona è se stessa, e spesso ci ritroviamo a dividere il mondo in due proprio come la nostra stessa essenza, provocando sofferenze incalcolabili alle altre entità. Male e Bene, non riusciamo mai a trovare un equilibrio ed è proprio la componente malvagia a spuntare fuori per prima, pregiudicando il nostro rapporto col prossimo. L'essere umano ha vissuto nella paura e adesso vuole concrete risposte riguardo il suo futuro. Qui capiamo il significato di "Stigmata"; come sappiamo le stigmate sono le piaghe che Gesù Cristo ha ricevuto durante la passione. Quelle ferite sono significative per gli Arch Enemy? Sì. Consideriamo il motivo per il quale Cristo è stato condannato a morire crocifisso e il significato simbolico che il gesto ha assunto: il salvataggio del mondo. Però gli Arch Enemy sono consapevoli che il gesto di Gesù è stato completamente inutile poiché l'uomo ha continuato a vivere nel peccato e nella lussuria per tutti questi anni. Altro ruolo determinante è quello delle guerre, simbolo della non completa pace con sé stessi e altro motivo profondo di scissione dell'umanità. Il genere umano non è stato per nulla salvato poiché il mondo è stato condannato a sé stesso senza un reale salvatore. Egli ha espiato i peccati attraverso la morte ma non ha concluso l'estirpazione del male del mondo che aleggia supremo  e oscuro. Vi è dunque la profonda critica alla religione cristiana e alla morale del "sacrificio", forse, in maniera sottintesa. Gli Arch Enemy non sono certo una band che parteggia per il Cristianesimo, è stato ampiamente dimostrato in queste due release. Nella prima, infatti, non si citava minimamente la presenza di una divinità che potesse salvare il mondo, in "Stigmata" si indaga sulla sua presenza e sulla causa di questa eventuale divinità: l'entità divina è limitata, non c'è altro da dire. Ella, infatti, non ha potuto salvare il suo stesso mondo dalla dannazione ed è per questo che l'universo è stato condannato al male più totale. La Terra è marcia e risulta ancora "nera" nella sua più intrinseca essenza proprio perché il messia non ha potuto salvarla e, quindi, la sua parola è divenuta una vera e propria "menzogna millenaria". Chiaro il riferimento a Nietzsche secondo cui i valori sono tutti scomparsi e con "la morte di Dio" si è giunti al completo fallimento di tutto ciò in cui si era basata la cultura occidentale.

Conclusioni

Tirando dunque le somme, possiamo dire che gli Arch Enemy ci hanno presentato un lavoro ben più articolato e complesso del precedente: hanno scritto canzoni molto più lunghe rispetto alla release d'esordio, proponendoci d'altro canto lyrics molto più dirette e sintetiche, cariche di profondo pessimismo. Ciò che colpisce, però, è che il significato reale dell'album è talmente complesso proprio perché è spiegato in pochissime parole.  "Stigmata" è un capolavoro, è ineccepibile quasi su ogni fronte e rivela degli Arch Enemy in grandissima forma in grado di sfornare dischi di altissima qualità. La componente essenziale di questa ricetta è stata proprio il tipo di politica che regnava nel gruppo: una vera e propria oligarchia composta dal duo Ammot con, magari, un membro leggermente più importante degli altri che risiede nel nome di Michael. Una politica che sembrava funzionare alla grande, poiché il Nostro era comunque consapevole di doversi confrontare con il fratello e con altri membri molto preparati in ambito di songwriting;  ben sappiamo come gli Arch Enemy moderni abbiano perso fortemente di inventiva, proprio a causa dell'aumento dell'ego di Amott, il quale ha voluto fortemente imporre una dittatura più che un'ologarchia. Ciò spinge i componenti della formazione odierna a non esprimersi nel pieno della loro inventiva come invece accadeva in queste release che stiamo ascoltando, ovvero quelle del periodo Liiva. Egli, pur non essendo un cantante convenzionale, riesce a esprimersi benissimo in questa band ed è un peccato che sia stato espulso due album dopo questo capolavoro. "Stigmata" è anche il disco musicalmente più complesso degli Arch Enemy: la durata media dei brani è superiore alla norma e vi sono delle strutture e influenze che non saranno più ripetute se non nella prossima release che rappresenterà il secondo vero e proprio capolavoro della discografia degli svedesi. Scegliere, infatti, tra questo e "Burning Bridges" è solo una questione di gusti. C'è chi definisce "Stigmata" il capolavoro sommo e chi il suo successore. Fatto sta che la release trattata rappresenta la naturale evoluzione del debutto in cui i concetti trattati sono stati sviluppati e ampliati. Michael Amott ha fatto davvero centro proponendoci uno degli album Melodic Death Metal più belli degli anni '90, capace di rivaleggiare con i grandi come At The GatesIn FlamesDark Tranquility e Soilwork. D'altronde parliamo di Amott, non del primo arrivato nel metal estremo. Un Amott che all'epoca era molto più consapevole dell'importanza di una sinergia da instaurare in seno ad una band, senza esagerare in termini di ego e "dispotismo". Per questi motivi non posso che conferire a questo capolavoro il voto di 9, mettendolo alla pari di "The Jester Race" e di altre release, ovviamente tenendo conto anche del fattore lyrics. "Stigmata" è una garanzia per ogni ascoltatore di metal e un must imprescindibile per fan (e non fan) degli Arch Enemy.

1) Beast of Man
2) Stigmata
3) Sinister Mephisto
4) Dark Of The Sun
5) Let The Killing Begin
6) Black Earth
7) Tears of The Dead
8) Vox Stellarum
9) Bridge of Destiny
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