ARCH ENEMY

Burning Japan Live 1999

2000 - Toy's Factory

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
15/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Gli Arch Enemy, la band svedese Melodic Death Metal fondata dal leggendario Michael Amott, chitarrista che aveva già militato nei Carcass, decide di deliziarci con la pubblicazione, nel 1999, del suo primo album dal vivo, dal titolo "Burning Japan Live 1999". Già dal titolo possiamo carpire un riferimento al lavoro precedente del combo svedese, quel "Burning Bridges" da molti considerato l'apice degli Arch Enemy del cosiddetto "periodo Liiva", ovvero quell'arco di tempo che va dagli inizi sino all'innesto in formazione di Angela Gossow, la quale subentrerà come frontgirl nel 2001, con la pubblicazione dell'album "Wages of Sin", andando a sostituire il dimissionario Liiva, per l'appunto. Proprio per completare il gioco di rimandi al lavoro che di fatto precede questo "Burning Japan..", notiamo come la copertina di quest'ultimo presenti la stessa immagine di "Burning Bridges", solo immersa in toni rossastri e sovrapposta ad una foto del gruppo; il quale, nel background, è intento appunto ad eseguire una performance live sul palcoscenico. Una vera e propria citazione, più che un riferimento; visto che, in realtà, il titolo del disco consiste nella sostituzione di "Bridges" con "Japan". Non a caso, visto che l'album riprende delle versioni live di svariati pezzi, tutti suonati in occasione di concerti svolti nell'Ottobre-Novembre del 1999 a Tokyo, Giappone. Meta, quest'ultima, tipicamente ambita da molti musicisti Metal e Rock, per via della grande passionalità del pubblico del Sol Levante, abilissimo spesso nel valorizzare prodotti che nelle rispettive madrepatrie non trovano (inspiegabilmente) un grande seguito. Al di là della questione "fama", il Giappone risulta essere a prescindere un mercato florido, per la musica in generale: naturale, quindi, che anche una bande mediamente famosa come gli Arch Enemy avesse voluto farci una capatina, come già fatto addirittura da autentici pilastri dei nostri generi preferiti. Pensiamo al celeberrimo "Made in Japan" dei Deep Purple, tanto per citare un nome altisonante. Insomma: tante possibilità per suonare live, tante possibilità per incrementare la propria fama, il poter avere a disposizione un pubblico caldo e sentitamente partecipe, più tutta una serie di altri "benefits" che hanno di fatto portato i vichinghi verso la terra dei Samurai. Un'astuta mossa commerciale per ingraziarsi il pubblico nipponico, potremmo così definirla. Considerando il fatto che "Burning Japan.." ha visto la luce come assoluta esclusiva per il mercato nipponico; prima di venir diffuso in larga scala in quanto, effettivamente, quest'ultimo disco risulta un prodotto valido e potente, sicuramente piacevole. Nonché l'unica testimonianza live degli Arch Enemy con in formazione il loro vecchio frontman Johan Liiva , da molti ancora oggi amato e rispettato. Il platter ha visto la sua pubblicazione il 5 dicembre del 2000 ad opera della "Toy's Factory", una casa discografica giapponese nota attualmente per essere la producer delle Babymetal e di altre realtà locali. Un cambio di etichetta che continuò anche con il proseguo della carriera dei Nostri, in quanto la "Toy's.." continuerà a seguirli sino alla pubblicazione di "Wages of Sin", "battezzando" dunque il debutto di Angela Gossow al microfono; per dovere di cronaca, con il patrocino della "Toy's.." la band licenziò anche un EP di sole tre tracce, intitolato "Burning Angel" e pubblicato nel 2002. Per quel che riguarda l'organico, la formazione vede appunto Johan Liiva (voce), Michael Amott (chitarra), Christopher Amott (chitarra ritmica), Daniel Erlandsson (batteria) ed, infine, Sharlee D'Angelo (basso). Quest'ultimo, subentrato nel combo svedese in occasione della pubblicazione di "Burning Bridges", spicca oltre che per capacità tecniche anche per il fatto che, oltre ad aver militato negli Arch Enemy, è stato contemporaneamente in forze sia nei Mercyful Fate che nel progetto solista King Diamond. Una line-up, quindi, esattamente uguale a quella di "Burning Bridges". Risulta scontato, dunque, che la maggior parte della tracklist si basi sul precedente lavoro della band. A questo punto, partiamo con l'analisi di ogni singola traccia che compone questo live album, notando eventuali differenze con le versioni studio ed immergendoci nell'atmosfera live dei nostri svedesi.

The Immortal

Si parte con "The Immortal (L'immortale)", traccia direttamente estratta da "Burning Bridges". Notiamo l'aggiunta di una intro che presenta una voce distorta e robotica, la quale è per l'appunto atta ad introdurci al platter. Liiva cerca immediatamente di tenere viva la folla, donandosi in pasto ad essa e cercando in tutti i modi di offrire una performance oltre la mera sufficienza. Il suo cantato è molto più sporco che nella versione studio, risultando a tratti più aggressivo e ruggente. Dal punto di vista strumentale e melodico, invece, la differenza non è molta: Amott resta comunque un membro di spicco come chitarrista, ed il suo tocco è sempre ben definito e pulito, capace di donare un'aura particolarmente aggressiva, melodica e tecnica al pezzo che stiamo ascoltando. La struttura del brano è completamente equivalente a quella con cui siamo entrati in contatto nella precedente release, persino l'assolo non possiede alcuna sbavatura e tutto fila liscio come l'olio; un ensemble sul quale spicca un basso ben distinguibile, di grande qualità. D'Angelo, infatti, accompagna ogni singola battuta con il suo violento e preciso sound, una presenza che aggiunge grande compattezza al risultato finale. La performance live risulta davvero convincente in tutti i suoi aspetti: gli errori sono ridotti al minimo, il Melodic Death Metal degli svedesi è solido e melodico, palesandosi dal vivo senza deludere le aspettative. Il cambiamento più evidente è, comunque, l'approccio di Liiva alle vocals: più graffiante e più sporco e, per certi versi, più convenzionale rispetto a quanto ascoltato in studio, meno "virtuoso" ma sicuramente più concreto ed aggressivo. Una persona immortale è davvero felice? È questo il tema centrale sviluppato in questo brano, l'oggetto dell'analisi che i Nostri vogliono intraprendere. Gli Arch Enemy, infatti, descrivono un uomo che vede la vita scorrere davanti a lui; passivamente, il protagonista delle liriche si ritrova ad osservare anni che succedono ad altri anni, avvicendarsi perpetui di generazioni su generazioni. Il degrado provato dall'uomo, però, è tutt'altro che passivo, e si evolve con il passare del tempo, provocandogli sempre più sofferenze. E' proprio questo che affligge l' "immortale", costretto ogni volta a dover eludere il suo destino. Tutti moriamo e ci lasciamo dietro qualcosa, finendo per sempre la nostra vita. Tutti meno lui, costretto a sopravvivere ogni volta ad essa. Sembra esserci, a questo punto, un vero e proprio desiderio di morte da parte del Nostro: egli, infatti, non ha né stabilità né amicizie, dato che si trova costretto, ogni volta, a dover cambiare la propria visione e adattarsi sia alle nuove situazioni che al costante degrado morale che avanza. Il ciclo naturale dell'esistenza non opera nessun cambiamento su di lui, il quale è dunque costretto ogni volta a re-inventarsi, vivere una vita differente dalla precedenze.Così.. per sempre. 

Dark Insanity

Giunge dunque il momento di "Dark Insanity (Pazzia oscura)", tratta del primo indimenticabile album dei Nostri, quel "Black Earth" mai troppo considerato, soprattutto da chi salta (volutamente o meno) a piè pari il famoso "periodo Liiva". Un brano segue non spezzando il continuum, continuando a bombardare l'audience di suoni melodici ma decisamente intensi, sparati dritti nei volti delle prime file, senza pietà. Anche qui si notano le differenze con la versione studio, dato che Liiva risulta sempre più graffiante del solito, optando per stilemi forse un po' troppo "codificati" ma vincenti, in fin dei conti. Nota dolente che constatiamo, durante l'ascolto, è la quasi completa assenza di vivacità nel pubblico. Un pubblico forse troppo freddo, rispetto al sound proposto. Tanto più che questo fatto sarà anche notato dai componenti della band stessa, che cercheranno di aizzare dunque la folla come meglio possono. Con il Nostro Johan Liiva che dichiarerà, curiosamente, che "ascoltare quest'album è come sentire un'intera compilation di canzoni degli Arch Enemy". Insomma, un brano che viene presentato come uno dei migliori ed eseguito come tale. Notiamo solo una sorta di modifica al sound (la voce del frontman e la normalissima "trasformazione" che un brano, per forza di cose, subisce col passaggio studio / palco), ma, in realtà, di "live" in senso stretto percepiamo davvero poco e nulla. I suoni sono più duri, mentre la parte melodica è più oscura ma sempre fedele al disco in studio. Sapientissima, finora, la scelta delle canzoni, poiché è estremamente accurata e ha mostrato due dei migliori brani della band. Notiamo come gli Arch Enemy insistano molto sul concetto dell'anima dannata, in questo testo, descrivendo lo stato d'animo tribolato della figura protagonista ed evidenziandone la volontà di voler evadere dal mondo. Significativo è l'appello che il personaggio rivolge nei confronti di Dio: "Desidero che tutto questo finisca". La persona, però, è consapevole di essere colpevole di aver condotto una vita sregolata e, in un certo senso, contraddistinta da un'insana oscurità. A questo punto la figura perde tutta la sua umanità e diventa un concentrato d'ansia e dannazione. Capiamo, così, che la follia ha preso completamente possesso delle sue facoltà mentali e che lo sta rendendo schiavo di se stesso. I gruppi svedesi Melodic Death Metal, da quel che comprendiamo, giocano molto sul tema della misantropia e della perdita di speranza. Gli universi descritti sono sempre molto cupi e desolati e le persone sono sempre in procinto di essere distrutte da loro stesse.

Dead Inside

"Dead Inside (Morto dentro)" è la traccia successiva, e proviene direttamente dal nuovamente citato "Burning Bridges". Siamo dinnanzi, senza timori di smentita, ad uno dei brani meglio riusciti dell'intero concerto. Il risultato, in questo caso, è davvero magistrale; poiché le vocals acide e graffianti di Liiva si fondono benissimo con la cattiveria e la violenza rinnovata del duo Amott. Poche volte si sono sentiti gli Arch Enemy così in grande spolvero: i due chitarristi macinano imperterriti riff potenti, ricamando e piazzando in maniera sapiente melodie di grande effetto, il tutto contornato dalla voce bestiale di Johan, con il supporto del duo ritmico, davvero preciso, ai livelli di un metronomo. Anche qui, clamorosamente, continuiamo però a notare l'assenza del pubblico. Sembra quasi, infatti, che questo sia assorto in un semplice ascolto contemplativo, senza dimostrare una copiosa partecipazione. Fatto inspiegabile, per il pubblico giapponese, come detto nella intro considerato uno dei migliori a livello mondiale. L'assolo presenta alcune lievi differenze riguardo alla ritmica che lo sorregge: gli Arch Enemy hanno voluto osare un po' cercando di improvvisare qualche nota, modificando lievemente alcuni passaggi; scelta coraggiosa che mostra un certo virtuosismo tecnico ed amore per le "esibizioni".. scelta che offre comunque un risultato davvero di altissimo livello. Dal punto di vista creativo e istintivo gli Arch Enemy non hanno sbagliato un colpo, e lo dimostrano giocando con i loro stessi pezzi, non avendo timore di aggiungervi qualche nota ancor più personale. Per certi versi, queste tracce sono migliori in quest'album che in studio. I soggetti delle liriche non sono molto chiari, provenienti da un testo forse leggerissimamente criptico. Il protagonista principale, però, si sente tradito da qualcuno con cui aveva un rapporto speciale e duraturo (potrebbe anche essere un amante, per quel che ne sappiamo), sentendosi morto dentro e quasi paragonando la sua esistenza a quella di un guscio vuoto. Il testo non lunghissimo ma molto drammatico, il quale evidenzia lo stato d'animo di un uomo che si sente completamente perso nei suoi pensieri, nel suo sostanziale pessimismo. Egli non crede più a nessun tipo di rapporto, non vuole mostrare più fiducia verso gli altri.. proprio perché si sente tradito e distrutto, totalmente annichilito da una situazione insormontabile, ben più grande di lui. Ciò che quindi ne risulta è un forte isolamento da parte del personaggio, che si chiude in se stesso e rimugina sul passato, non volendo più fare in modo che questo si ripeta. Non reagendo, egli si trincera dunque all'interno di sé stesso, divenendo quasi una sorta di triste eremita, dedito alla solitudine più totale. Sa benissimo che se solo riprovasse a donare un po' di sé a qualcuno, il gesto gli si ritorcerebbe contro, provocando un nuovo spezzarsi del suo cuore. 

Diva Satanica

Giunge così il primo "inedito" della scaletta, "Diva Satanica", una traccia non presente nelle versioni europee/americane di "Stigmata", album dalla quale è effettivamente tratta. Il brano infatti era rimasto inedito in Europa ed in America, risultando presente solo nella versione giapponese del suo disco di provenienza. Questo sino alla sua riproposizione come bonus track proprio su "Burning Bridges", bonus track esclusiva per il mercato europeo. In questo caso risulta comunque un altro omaggio nell'omaggio alla terra nipponica, la quale aveva avuto il pregio di ascoltare in anteprima un brano arrivato in occidente abbastanza dopo la sua pubblicazione effettiva. Si tratta, in sostanza, di un pezzo molto aggressivo e veloce, diretto, privo di chissà che spunti melodici. Un insieme di riff potenti, ben strutturati e lineari, che sfociano in un ritornello abbastanza famoso nella discografia degli Arch Enemy, essendo quest'ultimo assai catchy, in fin dei conti, di facile presa. Rispetto alla versione studio, però, il paragone non regge tantissimo: la band appare abbastanza fiacca nella fase refrain, ed il pubblico continua a non aiutare. I riff veloci, comunque, continuano a susseguirsi senza alcuna sosta non ponendo certo limiti all'headbanging. L'assolo, poi, è fortemente chiaro e definito: coincidente con il momento più estremo del pezzo, Michael Amott non sbaglia davvero alcuna nota, fornendoci una performance davvero perfetta e cristallina. Possiamo dire che dal punto di vista esecutivo la formazione non ha commesso alcuna distrazione ed è rimasta ben concentrata sugli strumenti. Spendiamo, a questo punto, qualche parola atta a delineare una breve parentesi lirico/ tematica su questo brano, il cui titolo è già di per sé fortemente evocativo. "Diva Satanica": in un contesto apocalittico come quello di "Stigmata" (contesto che abbiamo avuto modo di constatare recensendo il disco in questione) si alza questa demoniaca figura femminile, che inietta i semi dell'odio e nel male nella razza umana. Una dea mortale e posta a metà fra la rabbia cieca e la malsana passionalità. Una "diva", dalla bellezza dannata.. tuttavia, "satanica". Malvagia, disposta a tutto pur di uccidere, di farsi valere con la forza bruta e con l'imposizione di terribili castighi. Fortemente collegata con la figura della gorgone Medusa, ad essa comparata in quanto a malvagità, la nostra si differenzia dal mostro greco mediante l'utilizzo della sua bellezza per sedurre e condannare le sue vittime. La "Diva Satanica" è costantemente correlata a Satana, con il quale condivide scopi e aspirazioni. E', inoltre, il chiaro riferimento alla "Femme Fatale" e alla femmina elegante e peccatrice per antonomasia. Quella figura che, ammaliando l'uomo, lo condanna a morte certa, privandolo di fatto della sua anima, da lei conquistata paradossalmente con il consenso della vittima, la quale non ci mette poco a venderla, accecato dalla passione.

Pilgrim

"Pilgrim (Pellegrino)", la terza traccia di "Burning Bridges" qui presentato come brano numero cinque, continua la serie di pezzi ben eseguiti, senza alcun errore. Il sound è pulito, convincente e la registrazione consolida moltissimo le corrispondenti versioni studio delle canzoni, ripresentandocele con qualche piccolo accorgimento in più ma in sostanza non tradendo neanche un po' dell'attitudine mostrata in sede di registrazione. Un pregio, senza dubbio.. ma è proprio arrivati a "Pilgrim" che, a questo punto,ci accorgiamo di un qualcosa che ci lascia sicuramente l'amaro in bocca. Finora abbiamo esaminato il disco nel lato esecutivo/tecnico.. di gran livello, per carità. Ma abbiamo dimenticato una cosa davvero essenziale nei live.. dimenticata, o meglio impossibile da descrivere, poiché presente a fasi troppo alterne: il coinvolgimento emotivo degli stessi musicisti. In questo disco tutto ciò sembra in alcuni casi non esserci, visto che l'esecuzione generale risulta perfetta ma incredibilmente fredda, eccetto per alcuni istanti in cui vi è un minimo incitamento da parte di Liiva (e solo lui, in sostanza). In particolare, nella suddetta versione di "Pilgrim" non vi è quasi nulla in questo senso; iniziamo dunque a capire quanto quest'album sia costellato da alti e bassi, forse troppo succube di una volontà di perizia "tecnica", a sfavore di un qualcosa di più schietto e sentito. Nonostante si stia profilando questa asserzione, è ancora presto per tirare le somme e, analizzando le restanti tracce, noteremo eventualmente se vi sarà un miglioramento nel lato emotivo oppure no. Parlando del testo, notiamo come la figura protagonista abbia cercato in un qualche modo di "migliorarsi", intraprendendo un vero e proprio "pellegrinaggio" alla ricerca di sé stesso. Possiamo ricollegare tutto ciò (filosoficamente parlando) al pensiero di Schopenhauer. Il filosofo tedesco, infatti, sosteneva che per liberarci del cosiddetto "mal di vivere" il modo più efficace era quello di praticare l'ascesi e di conseguenza isolarsi dal mondo esterno, trovando la propria dimensione in una sorta di viaggio. In realtà, questo pellegrino ha presto scoperto che il miglioramento al quale anelava era solamente una specie di "fantasma" impalpabile ed ingannatore. La rivelazione finale, quindi, è che questo pellegrino ha ucciso in nome di Dio (chiaro riferimento alle crociate), credendo che fosse giusto, proprio perché la sua ascesi era passata necessariamente dalla lettura della Bibbia, la quale gli aveva fornito gli spunti e le motivazioni necessarie per intraprendere questo viaggio. Ma ora, guardandosi indietro, comincia ad avere dubbi su ciò che ha fatto e comprende i suoi sbagli. L'uomo aveva sempre mantenuto la sua Fede forte e salda, elemento che lo contraddistingueva e che continuava a dargli forza e coraggio. Un cavaliere senza paura, dotato di un gran carattere, onesto e coerente. Una vita passata ad uccidere per il volere di Dio e della chiesa, un percorso che non sa più di perfezionamento e che, in definitiva, gli sembra lastricato unicamente di rancore e tristezza. Può dunque, quel che lo ha reso felice fino a quel giorno, rivelarsi la fonte primaria di tutti gli errori promessi in vita? Egli è ancora e più di ogni altra volta, un pellegrino: non ha più una fissa dimora, in quanto ha smarrito la sua essenza. 

Silverwing

 E' il turno della magnifica "Silverwing (Ala d'argento)", una delle punte di diamante di quel colossale album che è stato "Burning Bridges". Anche qui un'esecuzione pulitissima, con un Liiva in grande spolvero e davvero capace di fare la differenza. Gli strumenti attuano una sinergia perfetta e la melodia è praticamente corrispondente a quella ascoltata in studio. Anche qui, però, continuiamo ad avvertire quella "freddezza" che contraddistinguerebbe più un concerto dei Dream Theater che degli Arch Enemy. Senza disprezzare nessuno, sia ben chiaro: solo che, sostanzialmente, i primi sono difatti noti per le loro esecuzioni incredibilmente metodiche e pragmatiche, non molto "incalzanti" nei riguardi del pubblico. Viceversa, un gruppo come gli Arch Enemy, dedito ad un genere più mordace e violento, dovrebbe mostrare tutt'altra attitudine. I giapponesi di Tokyo, poi, continuano a non supportare emotivamente la band, rimanendo in quello stato di contemplazione al quale abbiamo già accennato precedentemente. Nota positiva, le vocals del cantante, le quali continuano ad abbinarsi ancora meglio alle parti strumentali grazie a quell'acidità maggiore che sicuramente è l'elemento in grado di diversificare maggiormente questo platter rispetto alla controparte studio. Per il resto, non si nota nulla di diverso: la live rispecchia fedelmente quanto abbiamo sentito su disco. Il testo sembra creare dinnanzi ai nostri occhi una dimensione quasi onirica, sognante. Il tema centrale è quest'ala d'argento, sulla quale volare verso un luogo in cui le stelle brillano sempre e non si spengono mai. Ove l'amore dei protagonisti viene salvaguardato da ogni intemperie, capace di bruciare e risplendere come il sole. "Silverwing" ci mostra un volo fittizio su ali d'argento verso un mondo che brillerà sempre, distante dalle atrocità della società moderna. Il testo è molto positivo e emana speranza, poiché ci mostra una sorta di idillio di cui, però, non è ben comprensibile la natura: sarà una salvezza reale o un inganno demoniaco? Viene lecito domandarselo in quanto in un verso, gli Arch Enemy fanno riferimento ad una "perdita del potere" del paradiso. I riferimenti alla luce ecc., potrebbero essere dunque richiami a Lucifero? Non possiamo dirlo con certezza, sappiamo solo che la positività di base e la calma serafica dominanti ci lasciano ben sperare, e ci inducono a credere che forse esista una dimensione nella quale potersi rinchiudere, per sfuggire alla crudeltà del mondo.

Beast Of Man

"Beast of Man (Bestia d'uomo)" è il settimo pezzo, e proviene da "Stigmata"; un brano che con i suoi riff riprende moltissimo dagli stilemi tipici del Thrash Metal e dai primi gruppi Death Metal svedesi come gli Entombed, fra i numi tutelari dell'intera scena estrema scandinava. Continua ancora l'alone di freddezza che attanaglia questo Live Album, scagliatosi perentoriamente "contro" la band a poco a poco, fino ad esplodere vicino all'avvicendarsi della seconda metà. Un articolo che quasi ci costringe ad esaminare il lavoro come una vera e propria raccolta di estratti, più che un disco live. I suoni cercano comunque di affermarsi, risultando leggermente più graffianti rispetto alla controparte studio.. anche se l'andazzo è sempre quello: vocals di Liiva rinnovate, comparto melodico in sottofondo che sorregge il tutto, basso definito e chiaro, ritmica accattivante. Il coinvolgimento, però, è ridotto ai minimi termini: non vi è alcuna interazione tra il pubblico e la band, e sembra che quest'ultima stia cercando solo di "non sbagliare", più che di emozionare la sua audience. In un live è necessaria la comunicazione per rendere vivo il palco e donare linfa sia agli spettatori che ai musicisti; ma ciò non sembra avvenire. Se vogliamo esser buoni, però, si percepisce un breve sussulto nella sezione precedente all'assolo.

Tears Of The Dead

Momento di diversità con "Tears of The Dead (Le lacrime del morto)", traccia proveniente da "Stigmata". Infatti, prima della canzone vera e propria, gli Arch Enemy decidono di fomentare l'atmosfera inserendo una bella sezione solista di basso, parentesi ad opera di D'Angelo, naturalmente. Un assolo, quindi, che ci accompagna per i primi quaranta secondi con sonorità stranianti e quasi spaziali. La distorsione è altissima e l'effetto è davvero unico, riuscendo finalmente a mostrare un momento di sentita partecipazione, di calore, di volontà di comunicare qualcosa. In toto, improvvisando, divertendosi. Si parte, poi, con il pezzo vero e proprio grazie a un assolo di chitarra assai dinamico, con ampio utilizzo di wah wah. Tutto, però, si assesta presto agli standard a cui siamo stati abituati nel platter e torna il classico approccio meccanico e freddo. L'unico momento di diversità è stato, così, annullato dalla scarsa partecipazione generale. L'esecuzione degli Arch Enemy risulta ancora perfetta ma, come al solito, non vi è interazione che renda le cose gloriose. Liiva continua il suo approccio canoro più tradizionalista che non dispiace, mentre le note melodiche e sognanti degli Amott ci cullano verso la fine del pezzo. La fine del brano è enfatica e drammatica, e sembra in qualche modo alzare l'asticella della partecipazione, grazie ad un presissimo Liiva che ripete costantemente "Tears of the Dead", per chiudere il tutto. Proseguiamo dunque con l'analisi testuale. L'uomo protagonista delle liriche ha combattuto contro se stesso e gli altri per "salvare il mondo" e per far valere le proprie motivazioni. Questo ha portato un numero incalcolabile di morti a causa delle atrocità commesse e la legge del male ha regnato sovrana sulla sua patria. A questo punto gli Arch Enemy ci mostrano un uomo che racconta un po' la sua vita: egli era un soldato che aveva combattuto un numero imprecisato di battaglie. Da giovane egli non aveva alcun rimorso a uccidere vite altrui e a sporcarsi le mani di sangue fino al raggiungimento di un limite divenuto ormai insostenibile. L'uomo si ritrova infatti preda di rimorsi e di sensi di colpa, immaginando, appunto, che quei morti piangano chiedendo aiuto. Adesso che egli è divenuto vecchio si rende conto sempre più di ciò che ha commesso e, in preda al rimorso, capisce di essere stato solo un burattino di un gioco manovrato ad hoc per distruggere il mondo e le anime degli uomini.

Bridge Of Destiny

"Bridge of Destiny (Il ponte del destino)", altro brano di "Stigmata", dura nella sua versione originale circa sette minuti. Di contro appare, in questa veste, significativamente troncato di durata. Su sette minuti infatti ne vengono decurtati due abbondanti, per un totale di cinque minuti complessivi, poiché sono state eliminate alcune parti introduttive, atte a rappresentare in origine una sorta di cornice oscura del brano tutto. Un brano dunque sacrificato, che anche in questo caso non lascia trasparire alcun significativo incitamento nei riguardi del pubblico giapponese, il quale anzi risulta assente e freddo nei confronti degli svedesi. Paradossale, in quanto finalmente gli Arch Enemy cercano timidamente di venire fuori in maniera più prorompente, esagerando alcuni aspetti musicali del pezzo. La parte strumentale infatti è ancora più incattivita che nella sua controparte in studio: le sonorità sono cupe, "mozzate" e dure all'ascolto. Fanno sempre eccezioni gli intermezzi melodici di Michael Amott nei solo, e neanche qui vi sono variazioni di sorta con la versione studio del brano. Se non altro, un po' più di partecipazione. Ed ecco quindi che, in qualità di originale ultima traccia del suo album di provenienza, il testo di questo pezzo ci descrive in toto il significato del concept rotante attorno a "Stigmata". Viene infatti descritto il destino sotto forma di un vero e proprio ponte. L'uomo aleggia tra la sanità e la pazzia ripercorrendo la vita nella sua interezza. Il vero nemico di ciascuna persona è se stessa, e spesso ci ritroviamo a dividere il mondo in due proprio come la nostra stessa essenza, provocando sofferenze incalcolabili alle altre entità. Male e Bene, non riusciamo mai a trovare un equilibrio ed è proprio la componente malvagia a spuntare fuori per prima, pregiudicando il nostro rapporto col prossimo. L'essere umano ha vissuto nella paura e adesso vuole concrete risposte riguardo il suo futuro. Qui capiamo il significato di "Stigmata"; come sappiamo le stigmate sono le piaghe che Gesù Cristo ha ricevuto durante la passione. Quelle ferite sono significative per gli Arch Enemy? Sì. Consideriamo il motivo per il quale Cristo è stato condannato a morire crocifisso e il significato simbolico che il gesto ha assunto: il salvataggio del mondo. Però gli Arch Enemy sono consapevoli che il gesto di Gesù è stato completamente inutile poiché l'uomo ha continuato a vivere nel peccato e nella lussuria per tutti questi anni. Altro ruolo determinante è quello delle guerre, simbolo della non completa pace con sé stessi e altro motivo profondo di scissione dell'umanità. Il genere umano non è stato per nulla salvato poiché il mondo è stato condannato a sé stesso senza un reale salvatore. Egli ha espiato i peccati attraverso la morte ma non ha concluso l'estirpazione del male del mondo che aleggia supremo e oscuro. Vi è dunque la profonda critica alla religione cristiana e alla morale del "sacrificio", forse, in maniera sottintesa. Gli Arch Enemy non sono certo una band che parteggia per il Cristianesimo, è stato ampiamente dimostrato un po' in tutte le release, riferendoci in particolar modo alle prime due. Nella prima, infatti, non si citava minimamente la presenza di una divinità che potesse salvare il mondo, in "Stigmata" si indaga sulla sua presenza e sulla causa di questa eventuale divinità: l'entità divina è limitata, non c'è altro da dire. Ella, infatti, non ha potuto salvare il suo stesso mondo dalla dannazione ed è per questo che l'universo è stato condannato al male più totale. La Terra è marcia e risulta ancora "nera" nella sua più intrinseca essenza proprio perché il messia non ha potuto salvarla e, quindi, la sua parola è divenuta una vera e propria "menzogna millenaria". Chiaro il riferimento a Nietzsche secondo cui i valori sono tutti scomparsi e con "la morte di Dio" si è giunti al completo fallimento di tutto ciò in cui si era basata la cultura occidentale. 

Trasmigration Macabre

Direttamente dal primo "Black Earth", è la volta di "Trasmigration Macabre". Vi è un miglioramento notevole nelle parti di batteria, che appaiono più massicce e convincenti, meno fredde e sacrificate. Johan Liiva, dal canto suo, è la stessa macchina da guerra sino ad ora mostratasi, una garanzia, un vocalist che come sempre riesce a donare preziosa linfa vitale, nonché notevole carica a questi brani meno recenti; il tutto, grazie ad un'interpretazione vocale più sentita, certamente tecnica ma anche molto passionale. L'unico membro ad aver effettivamente compreso l'importanza di avere un pubblico di tale portata praticamente al suo servizio. Il brano scorre dunque tranquillamente, sia nel refrain che nelle strofe, con il classico contrasto tra melodia e aggressività. L'assolo è degno di nota grazie a un'esecuzione pulita, chiara e definita. Michael Amott è un vero tessitore delle note che progetta, e ne dà ampia dimostrazione in questo frangente, sembrando addirittura divertirsi un po' di più rispetto alle tracce scorse. Le aspettative tecniche, possiamo dirlo, non sono mai state deluse in questo platter, ma continuano a sussistere i problemi di partecipazione già enunciati. Ogni volta che la band cerca infatti di uscire fuori, sembra essere mai abbastanza presa. Come il brano precedente era servito a spiegare il senso del concept di "Stigmata", quest'ultimo serve a delucidarci sulle tematiche poste invece alla base di "Black Earth". Questo brano è la rivelazione testuale del suo disco di provenienza: la figura embrionale della quale si era dibattuto lungo altre liriche del suddetto album è in realtà un salvatore che, viaggiando o nel passato o nel presente, e, specialmente, soffrendo, riuscirà a salvare il mondo dal suo nefasto destino. Questo sarà possibile solo evitando che il frutto malato abbia i suoi effetti sul mondo (chiara allusione al frutto del peccato di Adamo ed Eva). È notevole come gli Arch Enemy uniscano perfettamente le tematiche del mondo cristiano con una visione fortemente misantropa e catastrofica della vita. Le due concezioni vengono sapientemente miscelate creando una storia originale e significativa. Questo album è molto profondo tematicamente: possiamo ricollegare questi concetti alla tipica visione manzoniana della Provvidenza: essa ci pone davanti delle prove (che ci fanno molto spesso soffrire) allo scopo di migliorare la nostra condizione in tempi successivi.

Angelclaw

Il live album conclude in bellezza con una traccia mastodontica quale "Angelclaw (L'artiglio dell'angelo)" direttamente da "Burning Bridges". Possiamo dire, quindi, che quasi tutte le canzoni del terzo album degli Arch Enemy sono state suonate in quel di Tokyo. Il riff iniziale si ferma inaspettatamente (differentemente dal disco) e, subitaneamente, inizia il vero e proprio "pestaggio": quasi ricordandosi di poter mettere il palcoscenico a ferro e fuoco, gli Arch Enemy scatenano infatti l'inferno, premendo l'acceleratore come mai prima d'ora, inasprendo incredibilmente il contesto pur non rinunciando alle loro velleità tecniche. Le ritmiche forsennate sono quindi sorrette dalla violenza dei riff e dai soliti excursus melodici, un bel contesto di connubio totale fra batteria-chitarra-voce senza mai abbassare il tiro, con l'onnipresente D'Angelo a cesellare finemente il tutto. Liiva continua il suo approccio più tradizionale al cantato, senza risultare mai banale o scontato, mentre Michael Amott continua a deliziarci con i suoi vorticosi virtuosismi, apprezzatissimi su larga scala nell'intero panorama metal mondiale. L'assolo è portato avanti da buone note di basso che aggiungono quella pomposità necessaria a garantire un sound più ovattato e complesso. Anche, qui, però il tripudio del pubblico è completamente assente, eccetto negli ultimi secondi nei quali si sente comunque la soddisfatta audience giapponese, nell'atto di ringraziare la band. Non c'è dubbio che Tokyo abbia apprezzato il lavoro degli svedesi, ma non ha mai fomentato a dovere il quintetto. Peccato, proprio nella traccia più ispirata, ci si sarebbe aspettato un qualcosa di più massiccio da parte anche delle persone presenti in sala. arliamo dunque di artigli angelici, un bell'ossimoro che associa la bellezza alla crudeltà, la luce all'oscurità. Una presenza demoniaca in grado di apparire splendida e seducente, nonché letale allo stesso tempo. Qual è, quindi, la forma di questa presenza demoniaca? Quella di una donna bellissima ma, allo stesso tempo, fatale. Provvista di vere e proprie fauci, di artigli con i quali dilaniare le carni dei malcapitati. La figura descritta è quella di un angelo-demone che porta devastazione, seduta su di un trono di pietra, quest'ultimo edificato ad immagine e somiglianza del suo cuore. Ella possiede caratteri onniscienti e vive per soddisfare la sua lussuria, sguazzando ogni volta in veri e propri bagni di sangue. "Angelclaw" è il simbolo di tutto il male del mondo incarnato nelle sembianze di quest'essere famelico e distruttivo, ma terribilmente etereo. Sembra quasi che il mostro descritto riprenda i caratteri di una "Succuba", ovvero una figura "vampiresca" e demoniaca la quale ha appunto fattezze femminili. Una creatura capace di sedurre gli uomini approfittando dello stato di incoscienza nel quale si piomba durante il sonno, per saziarsi della loro virilità / eccitazione e dunque ucciderli una volta consumato l'amplesso. Alcune volte, la loro visita non comporta la morte ma solamente il consumo di un rapporto sessuale. Spessissimo, però, quest'ultimo è finalizzato unicamente alla volontà di uccidere, dannando un'anima per l'eternità. Amare una succuba è come amare il Diavolo in persona, e legarsi a lei, cedendo al suo corteggiamento, significa relegare il proprio aldilà ad un inferno perpetuo.

Conclusioni

Cosa possiamo dunque dire di questo live, in sostanza? Che, sicuramente, "Burning Japan Live 1999" è un disco che non deluderà certo i maniaci della pulizia sonora, della resa live impeccabile, delle produzioni curate al millimetro. Il grande pregio di questo disco, infatti, è quello di consistere in un lavoro prestigioso dal punto di vista esecutivo: gli Arch Enemy, doveroso ammetterlo e sottolinearlo, non hanno davvero sbagliato un singolo colpo nell'esecuzione dei brani proposti. La puntigliosità degli Amott sfiora davvero il maniacale, e decisamente in alcuni brani sembra di ritrovarsi al cospetto di una strana edizione "remastered", ove la dicitura "live" è lì piazzata unicamente per ingannare gli acquirenti. Alla fine dei conti, però, questo disco è stato effettivamente pensato e realizzato come un live a tutti gli effetti. Proprio in virtù di questo, viene a galla prepotentemente il suo più grande difetto La nota amara, difatti, consiste nella sostanziale assenza delle rispettive controparti: da una parte degli Arch Enemy troppo impegnati a rendere perfetta la loro esecuzione, dall'altra la freddezza del (normalmente caldo) pubblico giapponese. Soprattutto quest'ultimo aspetto, probabilmente, ha tolto alla band la voglia di fomentare l'azione grazie a incitamenti e contatti diretti con l'audience, favorendo di fatto un'esecuzione più meccanica e fredda. La verità, però e come si suol dire, sta nel mezzo: forse, questa naturale attitudine alla "precisione chirurgica" era comunque innata nel combo svedese. Un'attitudine che di fatto non ha convinto i presenti in sala. Un gioco delle parti che ha finito col minare parzialmente il giudizio finale. Ciò non è molto ammissibile in un lavoro di questo tipo, considerando anche il genere musicale suonato dagli Arch Enemy, incentratissimo su ritmica, violenza e rabbia. Il circle pit sarebbe dovuto partire in modo quasi automatico ma, al contrario, notiamo un pubblico costantemente silenzioso, dedito ad ascoltare in silenzio religioso quella che sembra essere uno spettacolo teatrale, durante il quale è vietato parlare, col rischio di perdere qualche battuta o passaggio chiave dello spettacolo. In questi contesti, nei quali il vero sound e groove di un gruppo dovrebbero venir fuori in maniera imperiale, e nei quali si ha la possibilità rapportarsi con l'immediatezza di un live, il gioco pubblico/band dovrebbe funzionare perfettamente, affinché vi sia un rafforzamento della performance. Per questo semplice motivo, un disco che eventualmente avrebbe potuto raggiungere l'eccellenza, si ferma a un deludente (relativamente) sette e mezzo. In sintesi, "Burning Japan Live 1999" è un buon lavoro solo perché la struttura canonica dei brani era già soddisfacente e di estrema qualità, venendo quindi riportata in maniera fedelissima, senza sbavature. Considerando, infatti, che l'esecuzione è stata pressoché perfetta, non ci sono dubbi nel definire questo disco perfetto dal punto di vista meramente musicale. Ma se andiamo ad esaminare il contesto del live, siamo alquanto delusi dal basso coinvolgimento degli Arch Enemy in quest'ambito. Resta poi da considerare il valore documentario: ritenere questo disco importante perché, lo ripetiamo, è l'unica testimonianza live che abbiamo del gruppo nell'era di Liiva. Un'epoca che non può essere dimenticata e che tutti i fan del gruppo dovrebbero necessariamente conoscere. I nostri sono stati anche questo, ben prima del loro effettivo "boom" commerciale e della loro sovraesposizione mediatica. Ricordarli anche come dei musicisti desiderosi di intraprendere un percorso, di costruirlo album dopo album, è quanto meno doveroso.

1) The Immortal
2) Dark Insanity
3) Dead Inside
4) Diva Satanica
5) Pilgrim
6) Silverwing
7) Beast Of Man
8) Tears Of The Dead
9) Bridge Of Destiny
10) Trasmigration Macabre
11) Angelclaw
correlati