ARCH ENEMY

Burning Bridges

1999 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
16/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Gli Arch Enemy, nota band melodeath fondata dai fratelli Michael e Christopher Amott, tornano alla carica dopo due ottimi album come "Black Earth" (1996) e "Stigmata" (1998), giungendo a proporci nel 1999 il capolavoro definitivo della loro "prima epoca". La nuova, promettente release prende il titolo di "Burning Bridges", un disco che spinge il gruppo verso i massimi livelli e li consacra come ben più di una "semplice" promessa. Un disco particolarmente ben suonato, coinvolgente, duro e melodico quanto basta, con quell'artwork capacissimo di imprimersi nella nostra mente, maligno ed allusivo quanto minimale (quella statua verdognola, emersa da un'ombra oscura, con la mano sinistra completamente monca). Perché questo lavoro è dunque così degno di nota? A parte il fatto che rappresenta l'ultimo platter con alla voce Johan Liiva (il quale sarà sostituito in "Wages of Sin" da Angela Gossow, colei che nel bene e nel male rilancerà il ruolo della vocalist donna nel Metal estremo), "Burning Bridges" è senza dubbio considerabile come il punto più alto della discografia di Amott e soci. Registrato a cavallo fra il Dicembre '98 ed il Gennaio '99 nel celebre "Studio Fredman" di Goteborg, esso fu prodotto dall'esperto Fredrik Nordstrom (proprietario dello studio), il quale poteva vantare al suo attivo collaborazioni con gruppi come Soilwork, At The Gates ed In Flames. La release fu inoltre sponsorizzata, come accaduto per il precedente "Stigmata", dalla "Century Media Records", da sempre garanzia di qualità per tutte le band metal che nel corso degli anni hanno avuto modo di far parte del suo roster. Un'etichetta che, posteriori, ben poté "vantarsi" del fatto d'aver donato agli Arch Enemy la propria ala protettrice, visti i risultati ottenuti con "Burning.." ed il successo ottenuto in seguito. Notiamopoi come la formazione del gruppo ci presenti una novità: a parte il futuro dimissionario Johan Liiva (voce), Michael Amott (chitarra), suo fratello Christopher Amott (chitarra) e Daniel Erlandsson (batteria), troviamo la new entry Sharlee D'Angelo al basso, il quale darà inizio ufficialmente ad una carriera che tutt'oggi lo vede fra le fila dei Nostri svedesi. C'è sicuramente da dire che gli Arch Enemy, questa volta, hanno cercato davvero di superarsi; dopo l'ottimo "Stigmata" era effettivamente difficile potersi riconfermare a livelli superiori, per giunta andando incontro alla fatidica "prova del terzo album", quella che può garantire il proseguo di una bella carriera o definitivamente affossarlo. I nostri poterono comunque tirare un sospiro di sollievo, data l'ottima riuscita del lavoro nella sua complessività. Questa volta siamo di fronte a ben otto tracce che mandano avanti gli stilemi che abbiamo già riscontrato nelle precedenti due release, con una differenza sostanziale; la quale risiede nel fatto che gli Arch Enemy hanno voluto puntare, questa volta, su di un disco meno complesso dal punto di vista compositivo ma molto più accattivante e convincente dal lato melodico-strumentale. Un espediente che si rivelò vincente, in quanto le critiche e le vendite sigillarono definitivamente il grande stato di forma della band. Un giudizio particolarmente entusiasta venne espresso dal giornalista Paul Schwartz, il quale sentenziò quanto segue, nel luglio del '99: "'Burning Bridges' è oscuro, proprio come dovrebbe essere un album Death Metal. Tuttavia, l'uso delle melodie lo spinge molto al di là del limite tracciato da releases come 'Gallery of Suicide' (Cannibal Corpse) o 'Serpents of the Light' (Deicide), lavori ben più standard". Una disamina che mi sento pienamente di condividere, la quale rafforza l'opinione che ho avanzato in precedenza: la volontà, degli Arch Enemy, di creare un qualcosa che non snaturasse la loro crudeltà sonora ma che fosse melodicamente accattivante. Nell'edizione canonica il platter si compone di otto tracce con nessuna strumentale presente, dalla durata media di quattro minuti ciascuna. Non si tratta di un disco eccessivamente lungo proprio perché punta sull'essere diretto, preciso e aggressivo al punto giusto. Dopo queste premesse, possiamo dunque partire con l'analisi track by track del disco.

The Immortal

"The Immortal (L'Immortale)" è il pezzo che ha il compito di aprire le danze, presentandoci dunque il lavoro. Parlavamo di schiettezza e di brani diretti; è proprio questa la sensazione che la open track riesce a trasmetterci, mediante il suo flavour generale che strizza l'occhio (leggermente) a stilemi tipici del Thrash Metal, anche se il tutto risulta ovviamente appesantito dalla proposta Death degli Arch Enemy. Come stile non notiamo eccessive differenze con il recente passato, se non il fatto che la registrazione è notevolmente migliorata, predisposta alla volontà di arrivare al meglio sino alle orecchie dell'ascoltatore. Ciò comporta sicuramente la presenza di un sound più compatto e limpido, ottimo nella sua resa finale. Altra cosa ad essere migliorata è il cantato di Johan Liiva che appare molto più ispirato e coinvolgente che nelle precedenti release. Lo stile è dunque sempre lo stesso ma costellato di migliorie, poiché gli Arch Enemy, come sappiamo, non sono mai stati soliti (tutt'oggi) snaturarsi o rinnovarsi in maniera eccessiva, preferendo aggiungere qualcosa o al massimo operare una piccola variazione sul tema. Possiamo dire con certezza che i virtuosismi di Christopher Amott e la sua capacità di creare melodie danno vita a frangenti che sono sempre più forti e ispirati. L'assolo, poi (equamente spartito fra i due fratelli), dal gusto quasi Hard Rock e tendente addirittura verso uno stile Heavy-Power è una piacevole sorpresa che lascia letteralmente a bocca aperta. Siamo nella seconda fase della track e nonostante questo excursus melodico ed esaltane, sia l'assolo sia il riff portante si abbinano bene all'atmosfera oscura e cattiva che sta emanando il disco, in questo suo inizio. In sostanza non si tratta di un pezzo eccessivamente articolato ma che è coinvolgente nella sua semplicità, dotato della capacità di rimanere facilmente impresso nell'ascoltatore. Una persona immortale è davvero felice? È questo il tema centrale sviluppato in questo brano, l'oggetto dell'analisi che i Nostri vogliono intraprendere. Gli Arch Enemy, infatti, descrivono un uomo che vede la vita scorrere davanti a lui; passivamente, il protagonista delle liriche si ritrova ad osservare anni che succedono ad altri anni, avvicendarsi perpetui di generazioni su generazioni. Il degrado provato dall'uomo, però, è tutt'altro che passivo, e si evolve con il passare del tempo, provocandogli sempre più sofferenze. E' proprio questo che affligge l' "immortale", costretto ogni volta a dover eludere il suo destino. Tutti moriamo e ci lasciamo dietro qualcosa, finendo per sempre la nostra vita. Tutti meno lui, costretto a sopravvivere ogni volta ad essa. Sembra esserci, a questo punto, un vero e proprio desiderio di morte da parte del Nostro: egli, infatti, non ha né stabilità né amicizie, dato che si trova costretto, ogni volta, a dover cambiare la propria visione e adattarsi sia alle nuove situazioni che al costante degrado morale che avanza. Il ciclo naturale dell'esistenza non opera nessun cambiamento su di lui, il quale è dunque costretto ogni volta a re-inventarsi, vivere una vita differente dalla precedenze. Così.. per sempre.

Dead Inside

"Dead Inside (Morto Dentro)" è la seconda traccia, del platter, degno continuo di quel che abbiamo udito in precedenza. Si parte subito con un riff pesante ma melodico, che ci fa capire immediatamente di che pasta siano fatti gli Arch Enemy (per l'epoca, degli sperimentatori a tutto campo). Il tutto prosegue quindi in questo modo, presentandoci addirittura un "mini assolo" dopo il quale si dà vita ad un frangente strumentale molto coinvolgente ed accattivante. Il tutto è però destinato ad infrangersi e snodarsi in una tempesta di blast beat energici, magnificamente sorretti dalla voce di Liiva, sempre ispirato e sul pezzo. Dal punto di vista batteristico, c'è da dirlo, si nota un leggerissimo peggioramento rispetto a "Stigmata" a causa del sound del drum kit il quale risulta essere meno grintoso, anche se la differenza è davvero irrilevante. Il pezzo continua in maniera "altalenante", mostrandoci una bella alternanza fra ritmiche sostenute e forsennatissimi momenti in blast beat, il tutto sempre sormontato da quel tocco di oscura melodia. La seconda sezione del pezzo, dedicata all'assolo, ci mostra tutte le doti dei nostri Christopher e Michael Amott, in questo inizio grande protagonista: c'è dapprima una sorta di rallentamento sul quale il musicista comincia ad esprimersi, salvo poi accelerare man mano. Note frenetiche, legati velocissimi e persino sezioni in tapping rendono questo assolo dinamico ed energica sotto tutti i punti di vista, sconfinante ancora una volta in stilemi Power e quasi "Malmsteeniani", in alcuni episodi. Unica nota dolente, però, è la scarsa presenza del basso, che ricopre un ruolo totalmente di secondo piano e spesso si limita a ruolo puramente "decorativo" o rafforzativo per le ritmiche. Il finale è il classico "troncamento" e non mostra momenti rilevanti. Possiamo dire, a parte i due piccoli difetti riscontrati, che su due pezzi gli Arch Enemy non abbiano davvero sbagliato nulla, sostanzialmente. I soggetti delle liriche non sono molto chiari, provenienti da un testo forse leggerissimamente criptico. Il protagonista principale, però, si sente tradito da qualcuno con cui aveva un rapporto speciale e duraturo (potrebbe anche essere un amante, per quel che ne sappiamo), sentendosi morto dentro e quasi paragonando la sua esistenza a quella di un guscio vuoto. Il testo non lunghissimo ma molto drammatico, il quale evidenzia lo stato d'animo di un uomo che si sente completamente perso nei suoi pensieri, nel suo sostanziale pessimismo. Egli non crede più a nessun tipo di rapporto, non vuole mostrare più fiducia verso gli altri.. proprio perché si sente tradito e distrutto, totalmente annichilito da una situazione insormontabile, ben più grande di lui. Ciò che quindi ne risulta è un forte isolamento da parte del personaggio, che si chiude in se stesso e rimugina sul passato, non volendo più fare in modo che questo si ripeta. Non reagendo, egli si trincera dunque all'interno di sé stesso, divenendo quasi una sorta di triste eremita, dedito alla solitudine più totale. Sa benissimo che se solo riprovasse a donare un po' di sé a qualcuno, il gesto gli si ritorcerebbe contro, provocando un nuovo spezzarsi del suo cuore.

Pilgrim

"Pilgrim (Il Pellegrino)" continua l'andazzo generale con energia e vigore, mediante un'apertura affidata dapprima ad un riffing molto prorompente e di seguito dall'innesto di un piccolo assolo (ad opera di Christopher) assai melodico e di gusto tipicamente svedese (e non potrebbe certo essere altrimenti). Si recupera così, finita la parentesi melodica, il tempo più incedente e prorompente. Amott e soci continuano la loro ottima opera grazie a ritmi martellanti e ben impostati, e notiamo come le ritmiche siano più concitate nelle strofe che nel ritornello. Il quale, al contrario, rivela tutto il suo lato catchy, con vocals comunque acide e che strizzano leggermente l'occhio all'hardcore dei primi anni '90. Come un pellegrino che, per l'appunto, cambia sempre tappa ed ubicazione, anche il brano diventa lunatico con i suoi cambi di tempo e dando risalto, volta per volta, a strumenti come il basso o la batteria, grandissimi protagonisti (finalmente) di questi cambi repentini. La struttura è classica: refrain e strofe con assolo nella seconda sezione strumentale; anche se, in questo caso, il momento solista indugia moltissimo in una sorta di ambito melodico-"riflessivo" grazie a una ritmica meno sostenuta e più rilassata. Un bel frangente che ci svela nuovamente le tendenze "neoclassiche" di un Christopher Amott inarrestabile. Non vi sono virtuosismi degni di nota, questa volta, poiché il tutto verte si giostra su un accostamento di note molto semplici per resa ed esecuzione. Parlando del testo, notiamo come la figura protagonista abbia cercato in un qualche modo di "migliorarsi", intraprendendo un vero e proprio "pellegrinaggio" alla ricerca di sé stesso. Possiamo ricollegare tutto ciò (filosoficamente parlando) al pensiero di Schopenhauer. Il filosofo tedesco, infatti, sosteneva che per liberarci del cosiddetto "mal di vivere" il modo più efficace era quello di praticare l'ascesi e di conseguenza isolarsi dal mondo esterno, trovando la propria dimensione in una sorta di viaggio. In realtà, questo pellegrino ha presto scoperto che il miglioramento al quale anelava era solamente una specie di "fantasma" impalpabile ed ingannatore. La rivelazione finale, quindi, è che questo pellegrino ha ucciso in nome di Dio (chiaro riferimento alle crociate), credendo che fosse giusto, proprio perché la sua ascesi era passata necessariamente dalla lettura della Bibbia, la quale gli aveva fornito gli spunti e le motivazioni necessarie per intraprendere questo viaggio. Ma ora, guardandosi indietro, comincia ad avere dubbi su ciò che ha fatto e comprende i suoi sbagli. L'uomo aveva sempre mantenuto la sua Fede forte e salda, elemento che lo contraddistingueva e che continuava a dargli forza e coraggio. Un cavaliere senza paura, dotato di un gran carattere, onesto e coerente. Una vita passata ad uccidere per il volere di Dio e della chiesa, un percorso che non sa più di perfezionamento e che, in definitiva, gli sembra lastricato unicamente di rancore e tristezza. Può dunque, quel che lo ha reso felice fino a quel giorno, rivelarsi la fonte primaria di tutti gli errori promessi in vita? Egli è ancora e più di ogni altra volta, un pellegrino: non ha più una fissa dimora, in quanto ha smarrito la sua essenza.

Silverwing

"Silverwing (Ala D'Argento)" rivela sin da subito, nell'ambito ritmico, un forte gusto Thrash; flavour estremo che strizza chiaramente l'occhio al modus operandi tipico di gruppi come Destruction e Kreator, se vogliamo rimanere in Europa e citare due esponenti d'eccezione, autentiche leggende teutoniche. Il lato melodico, invece, è completamente dedito alla scena di Goteborg e dunque rimandante ad esperienze come quelle dei connazionali In Flames, Soilwork, At The Gates e Dark Tranquility. Gli Arch Enemy, al contrario però di gruppi come i Soilwork, non stravolgono la tradizione ma la re-interpretano, semplicemente, aggiungendo ad un background ben definito il loro tocco personale. "Silverwing" gioca quindi sull'antitesi tra l'aggressività delle strofe e la dolce melodia che sorregge il ritornello. Questa tecnica sarà il marchio di fabbrica di Amott e soci ma, ci accorgeremo, perderà di intensità una volta introdotta la vocalist femminile; proprio perché vi sarà, in sostanza, un abuso di tale espediente, che stancherà non poco. I solia della canzone, comunque (il primo ad opera di Michael, il secondo ad opera di Christopher), non riprendono quasi per nulla dall'ambito Death giocando su un arpeggio delicato in sottofondo e su una melodia molto marcata. Questo disco, pur rimanendo finora abbastanza oscuro, non ripete comunque le atmosfere cupe delle precedenti due release. Anzi, aggiunge a suon di melodie a tratti "powereggianti" quasi un tocco di "speranza" non indifferente al tutto, come se gli Arch Enemy avessero voluto giocare sull'alternanza fra giorno e notte, fra sogni ed incubi. Siamo quindi di fronte ad un pezzo e ad un album che, pur non mutando quasi nulla nello stile sostanziale, si diverte a giocare sugli ossimori, riuscendo però a catturare sempre la nostra attenzione, grazie alla sua ragionata camaleonticità. Il Death Metal è presente e massiccio, viene solo "addolcito" da una forte componente melodica atta a rendere la proposta più diretta e fruibile ad un pubblico di maggiore entità. Il testo, in antitesi con i precedenti, sembra creare dinnanzi ai nostri occhi una dimensione quasi onirica, sognante. Il tema centrale è quest'ala d'argento, sulla quale volare verso un luogo in cui le stelle brillano sempre e non si spengono mai. Ove l'amore dei protagonisti viene salvaguardato da ogni intemperie, capace di bruciare e risplendere come il sole. "Silverwing" ci mostra un volo fittizio su ali d'argento verso un mondo che brillerà sempre, distante dalle atrocità della società moderna. Il testo è molto positivo e emana speranza, poiché ci mostra una sorta di idillio di cui, però, non è ben comprensibile la natura: sarà una salvezza reale o un inganno demoniaco? Viene lecito domandarselo in quanto in un verso, gli Arch Enemy fanno riferimento ad una "perdita del potere" del paradiso. I riferimenti alla luce ecc., potrebbero essere dunque richiami a Lucifero? Non possiamo dirlo con certezza, sappiamo solo che la positività di base e la calma serafica dominanti ci lasciano ben sperare, e ci inducono a credere che forse esista una dimensione nella quale potersi rinchiudere, per sfuggire alla crudeltà del mondo.

Demonic Silence

Contraria (sia musicalmente che testualmente) risulta essere, invece, "Demonic Silence (Silenzio Demoniaco)", il cui stile generale si ispira maggiormente ai due lavori precedenti, riaggiungendo quel pizzico di malvagità che nel passato era più marcata. Il tutto è segnato da un inizio pesantissimo, oscuro ed incalzante; una cavalcata demoniaca che non lascia scampo e beneficia di ritmiche spezza ossa. È così, quindi, che la band introduce la voce di Liiva, acidissima e grintosissima, con la melodia della chitarra solista che lascia posto a un maggiore utilizzo della ritmica da parte di Christopher, ben massiccio in sottofondo. Bisogna dire che il brano è molto riuscito, in virtù di una fortissima sinergia venutasi a creare fra gli strumenti ed i musicisti, i quali hanno come intento comune quello di creare un brano che "spezzi" l'andatura generale. Siamo ormai nella seconda metà del platter, una variazione azzeccata e posta in maniera strategica. Le sezioni melodiche sono ridotte relativamente all'osso, la batteria riesce ad emergere chiaramente e a donarci emozioni che (forse) prima non era riuscita a trasmetterci. Il primo mini assolo, dal canto suo, riprende quel gusto romantico / a tratti neoclassico al quale Michael ci ha abituato sin dall'inizio. Un modo per spezzare un pezzo molto intenso ed allucinante, un piccolo momento solista in cui possiamo sentire piccole reminescenze classicheggianti; ed è davvero impossibile non commuoversi, dinnanzi ad un gesto di tale maestria compositiva, per giunta ripetuto, prima che verso il terzo minuto non si rallenti e non ci venga proposto un momento solista vero e proprio. Christopher suona la carica e Michael lo segue, in un tripudio di note rimandanti al mondo Heavy ed in grado di risultare si aggressive ma anche molto coinvolgenti, melodiche, soprattutto nel secondo solo, in cui la velocità viene accantonata ed i fratelli Amott decidono dichiaratamente di tributare Malmsteen. I "Bros", infatti, hanno saputo unire la violenza del cantato e della chitarra ritmica con un espressivo assolo che raggiunge vertici altissimi di romanticismo e raffinatezza, con semplicità disarmante. La fine del brano si gioca dunque sulla dissolvenza di questa sezione. A questo punto, comprendiamo il perché del "volo" effettuato nel testo precedente. Un insieme di uomini vestiti di bianco (una sorta di ordine che ricorda gli "Illuminati", anche se al primo impatto ci appaiono come scienziati; come il titolo suggerirebbe, dopo tutto) sta cercando di scoprire tutte le debolezze dell'uomo. Lo scopo, infatti, è quello di costruire una nuova società che assoggetti tutto e tutti, manipolando il corredo genetico di ognuno, cercando in esso il segreto per dominare l'umanità. Evidentemente, "il sogno arcaico" di cui si parla in un verso lascia presagire il risorgere di una civiltà superiore, la quale tornerà a governare il mondo ripurendolo dalle scorie e dalla malvagità. Il problema di fondo, però, risiede nel fatto che verrà risparmiato solo il meglio, mentre i più deboli verranno annichiliti in una sorta di "darwinismo spirituale". Questo è il lato demoniaco della scienza: una metafora, un racconto quasi "fantascientifico" atto a spiegarci come questa branca sia ormai assoggettata al Male e alla volontà di stravolgere le regole naturali. Il "risorgere" di quella "civiltà" non è altro che il simbolo della volontà dell'uomo di ergersi a conquistatore e di attribuirsi doti che non gli sono state concesse dalla nascita.

Seed of Hate

"Seed of Hate (I Semi dell'Odio)" è la sesta traccia di questo "Burning Bridges", una traccia capace di sconvolgerci totalmente. Avevamo detto -in precedenza-  quanto gli Arch Enemy non si fossero mai presentati come una band avvezza a cambiare il proprio stile in maniera "pindarica" tra un album e l'altro. Magari non cambiamenti marcatissimi intercorsi fra i vari dischi.. proprio perché "Seed of Hate" rappresenta qualcosa di mai visto prima all'interno di questo platter, un punto di rottura decisivo e definitivo (e forse che non si rivedrà mai più). Il pezzo, difatti, ha un'impostazione degna di un brano dal sapore Heavy Metal anni '80, quasi i Nostri fossero definitivamente venuti fuori dai gloriosi anni della N.W.O.B.H.M., con un tanto di U.S. Power che basta ad esaltarci. Verrebbe quasi da pensare ad un tributo volontario, se non sapessimo di trovarci al cospetto di un album Melodeath! Le parti Death, inoltre, sono davvero ridotte al minimo indispensabile (più che altro, sono la pesantezza generale e le vocals di Liiva che ce lo ricordano) e tutto si gioca su di un riffing sinistro ma molto scorrevole ed evocativo, sorretto magnificamente dalle vocals e da un tempo di batteria preciso ed essenziale. Alcune piccole parti melodiche (appannaggio totale di Michael) sono aggiunte dalla chitarra solista in piccoli intervalli, ma è poi l'assolo a donare il tocco caratteristico della formazione con la solita dicotomia aggressività-melodia. Momento solista è equamente spartito fra lui e Christopher. Piccola nota: il riff portante del ritornello sembra richiamare a gran voce quello principale di un brano dei Tokyo Blade; ovvero, "Rock Me To The Limit". Ulteriore riprova di quanto i Nostri abbiano studiato per bene l'Heavy Metal classico. Liricamente parlando, sembriamo esserci ormai definitivamente lasciati alle spalle la positività delle lyrics di "Silverwings", in quanto anche questa volta torniamo a parlare di forte negatività, quella letteralmente esplosa nell'animo del protagonista di questo testo. L'uomo sembra avere qualcosa che non va, rimugina sulla sua vita e si auto infligge centinaia di colpe, migliaia di difetti. In egli è stato impiantato il "seme dell'odio", un sentimento che lo sta poco a poco rodendo sino al midollo. L'odio per sé stesso, per tutto ciò che lo circonda. Un qualcosa che lo ha reso una forza devastante, capace di far piombare il suo mondo nel caos. Non riesce più a capire se stia sognando o se viva la realtà, se sia sveglio o addormentato. Egli non si riconosce più e inizia a riflettere sulle sue sorti e sul cambiamento che è avvenuto, facendosi perseguitare dai brutti ricordi. Il tutto ci viene definitivamente spiegato nell'ultima strofa: il cambiamento è avvenuto a causa di una rottura. Che sia di un amore o di un'amicizia non ci è dato saperlo, tuttavia il rinunciare a questo rapporto ha fatto si che il protagonista iniziasse ad odiare sé stesso e chiunque altro, rinchiudendosi in un guscio ed isolandosi a mo' di eremita. Niente e nessuno dovrà cercare di avvicinarsi più a lui. Il seme dell'odio è stato piantato, e prima che questo venga estirpato dovranno passare anni ed anni. O, forse, non si riuscirà mai a levarglielo dal cuore.

Recensione

È la volta di "Angelclaw (L'Artiglio dell'Angelo)", ovvero la penultima traccia della release nonché una delle canzoni più formidabili di tutto il "palmarés" degli svedesi. Si tratta di un brano abbastanza classico e fortemente nel loro stile, con un gusto accentuato per le ritmiche Thrash e con un cantato davvero molto aggressivo. Non mancano istanti di vera e propria rabbia; la quale risulta attenuata, però, dagli intermezzi melodici e limpidi di Michael Amott, vero e proprio maestro della melodia e perno attorno al quale tutto il resto della band deve ruotare. Il ritornello è un vero pugno nello stomaco, grazie ai riff in tremolo in sottofondo, anche se è nella seconda fase che il brano sale letteralmente alle stelle, di fatto presentandoci una bella esplosione: dopo alcuni powerchord, parte il dirompente assolo di Michael, capace di coinvolgere in modo davvero rilevante, di emozionarci e fomentarci allo stesso tempo. Il tutto è ben sostenuto da Christopher, il quale dice la sua anche questa volta e "doppiando" il fratello, donando vita ad un momento decisamente convincente e particolarmente ben eseguito. Anche in questo caso vi è un solido gusto melodico che non delude le aspettative; il ritornello, dunque, si ripete poi con una ritmica diversa e un ulteriore assolo abbastanza soffuso, ad opera sempre di Christopher, che termina dunque le danze e ci accompagna alla fine di uno dei brani più brevi del lotto, ma anche uno dei maggiormente intensi e sostenuti. Parliamo dunque di artigli angelici, un bell'ossimoro che associa la bellezza alla crudeltà, la luce all'oscurità. Una presenza demoniaca in grado di apparire splendida e seducente, nonché letale allo stesso tempo. Qual è, quindi, la forma di questa presenza demoniaca? Quella di una donna bellissima ma, allo stesso tempo, fatale. Provvista di vere e proprie fauci, di artigli con i quali dilaniare le carni dei malcapitati. La figura descritta è quella di un angelo-demone che porta devastazione, seduta su di un trono di pietra, quest'ultimo edificato ad immagine e somiglianza del suo cuore. Ella possiede caratteri onniscienti e vive per soddisfare la sua lussuria, sguazzando ogni volta in veri e propri bagni di sangue. "Angelclaw" è il simbolo di tutto il male del mondo incarnato nelle sembianze di quest'essere famelico e distruttivo, ma terribilmente etereo. Sembra quasi che il mostro descritto riprenda i caratteri di una "Succuba", ovvero una figura "vampiresca" e demoniaca la quale ha appunto fattezze femminili. Una creatura capace di sedurre gli uomini approfittando dello stato di incoscienza nel quale si piomba durante il sonno, per saziarsi della loro virilità / eccitazione e dunque ucciderli una volta consumato l'amplesso. Alcune volte, la loro visita non comporta la morte ma solamente il consumo di un rapporto sessuale. Spessissimo, però, quest'ultimo è finalizzato unicamente alla volontà di uccidere, dannando un'anima per l'eternità. Amare una succuba è come amare il Diavolo in persona, e legarsi a lei, cedendo al suo corteggiamento, significa relegare il proprio aldilà ad un inferno perpetuo.

Burning Bridges

Arriviamo dunque alla titletrack, ovvero la traccia conclusiva del platter, la quale parte quasi con un andamento Doom Metal che, però, guarda contemporaneamente indietro, rifacendosi agli stilemi tipici dei primi Entombed (per quel che riguarda il campo Death Metal svedese, ovviamente). Il brano ha un andamento molto lento e sinistro, e la band non sembra quasi lei, stravolgendo la propria proposta ancora una volta. Si ergono alcuni violini in sottofondo mentre un gioco di tastiere ci inebria, dipingendo dinnanzi ai nostri occhi un ambiente quasi apocalittico, annichilente, devastante. È un pezzo molto strumentale che basa tutto sulla drammaticità della musica, e possiamo dire come assieme a "Seed of Hate" rappresenti la traccia più particolare della discografia della band. Le melodie utilizzate, inoltre, strizzano l'occhio ai "soliti" stili pseudo-symphonic e neoclassici, trovate atte a rendere il tutto meno violento e soprattutto meno oscuro. In quanto la traccia sembra trascinarsi dietro questo alone di distruzione, di pessimismo dilaniante, volendo quasi farci perdere ogni bella speranza o comunque distruggerci ogni sogno o aspettativa per il futuro. Il disco si interrompe bruscamente con un riavvolgimento stile musicassetta, e le danze finalmente terminano nel modo più epico possibile, congedando gli Arch Enemy in grande stile. I quali, sicuramente, potranno essere soddisfattissimi del disco appena sfornato. Liricamente parlando, poi, con questo pezzo quasi dannato e drammatico gli Arch Enemy realizzano una summa di quanto successo (testualmente) in tutti i precedenti brani. Un testo assai breve ma dominato da un interrogativo ripetuto quasi mantricamente. Chi siamo? Cosa siamo diventati? Sembra che il tutto non possa essere spiegato, lasciandoci così rassegnati in preda all'insoddisfazione generale. Il mondo è stato distrutto e i ponti sono crollati prima che noi potessimo essere salvati. Anzi, più che crollati, essi sono stati completamente bruciati (la traduzione del titolo è proprio questa, "Ponti Bruciati"). Il nostro mondo, perciò, è completamente mutato. Siamo privi di punti di riferimento, privi di una meta. Certo, abbiamo imparato a non sbagliare per non cadere più nel baratro.. ma pagando un prezzo sin troppo alto. Ormai è troppo tardi, tutto è sconvolto e rimescolato, reso oscuro ed indecifrabile. Le lyrics, questa volta, sono davvero molto brevi; ma l'intento di fondo, appunto, è quello di "tirare le somme" su quanto abbiamo ascoltato finora. Sentimenti negativi o positivi.. tutto ci ha portato a questo cambiamento sostanziale ed implacabile. Dobbiamo ora vedere se saremo in grado di fronteggiarlo, adattandoci al nuovo sistema.

Conclusioni

Alla fine, è giunto anche per noi il momento di tirare le somme, proprio come il testo di "Burning Bridges" ha fatto prima di noi. In sostanza, posso dire quanto questo lavoro degli Arch Enemy sia molto più immediato rispetto ai suoi predecessori; ma, stranamente e paradossalmente, rappresenta il vertice di quanto essi abbiano prodotto, portandoli verso lidi qualitativi di grandissimo e notevole spessore. Si tratta di una release leggermente superiore a "Stigmata" e rappresenta il lavoro più originale del combo svedese grazie, a sperimentazioni prima Heavy Metal e poi Doom Metal, delle quali abbiamo parlato abbondantemente durante il track by track. Senza scordarsi dei meravigliosi assoli di forgia a tratti neoclassica. Il guitar work, difatti, è molto ispirato, grazie alla volontà dei fratelli Amott di inserire nella loro musica tutta una serie di accorgimenti "classicheggianti" (ivi compresi i rimandi all'Heavy inglese) adattissimi a rendere la proposta più fresca e meno opprimente, in alcuni tratti. Una coppia di chitarristi, quindi, in splendida forma e capace di dimostrare tutta la sua bravura. Il basso, come già evidenziato in precedenza, è stato abbastanza sotto tono e non ha inciso poi molto sul prodotto finale. Molto meglio la batteria (anche se qualcosa in più poteva essere fatto, a livello di potenza sonora) e meravigliosa la voce. Quasi ci viene da dire "maledizione..", pensando al fatto che "Burning Bridges" sia l'ultimo album con al microfono il nostro Liiva. "Burning Bridges", quindi, rappresenta un vero e proprio capolavoro del metal estremo mondiale e uno dei prodotti di spicco dei suoi anni, parlando più in generale. Tappa imprescindibile per un ascoltatore di melodic death metal che si rispetti. Gli Arch Enemy, infatti, erano nel pieno della loro forma e molti dei riff sperimentati in questa release si ripeteranno "a macchinetta" anche in lavori successivi, come "War Eternal". D'altra parte, però, è un platter che crea notevolissima tristezza negli ascoltatori più assidui e fedeli, visto che, successivamente, ci sarà un calo vistoso dell'ispirazione con conseguente commercializzazione eccessiva del brand. La cantante femminile, noteremo, non renderà a dovere giustizia ai brani che abbiamo avuto modo di ascoltare in questa magica tripletta d'album: "Black Earth", "Stigmata" e, appunto, "Burning Bridges", troppo spesso ignorati dai fan dell'ultima ora, ma obbligatoriamente da procurarsi, a mio modo di vedere. C'è da dire, però e dando a Cesare i suoi meriti, che il prossimo "Wages of Sin" non sarà un prodotto da sottovalutare eccessivamente, poiché rappresenterà comunque una transizione tra l'ispirazione del trio perfetto e i prossimi album, abbastanza anonimi. Una sorta di canto del cigno, quindi, che riuscirà ancora a farsi apprezzare, rimanendo su livelli bene o male buoni. I lavori che analizzeremo successivamente saranno molto però altalenanti, e caratterizzati ciascuno da uno, massimo due pezzi di ottima fattura. Per il resto, un congregato di ripetitività allarmante. Per concludere: cosa dire, però, di "Burning Bridges"? Che è un capolavoro inestimabile da tenere caro sui vostri scaffali, e del quale si parlerà sempre. Grazie anche e soprattutto ad un cantato semplice ma ispiratissimo di Liiva, che con il suo stile ha di certo contribuito a forgiare e plasmare i "veri" Arch Enemy.

1) The Immortal
2) Dead Inside
3) Pilgrim
4) Silverwing
5) Demonic Silence
6) Seed of Hate
7)
8) Burning Bridges
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