ANVIL

Strength of Steel

1987 - Metal Blade Records

A CURA DI
STEFANO VIOLA
08/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

"Strength of Steelsegna il ritorno degli Anvil dopo la pausa imposta da vertenze contrattuali che ne hanno di fatto bloccato ogni mossa in campo discografico. Nel frattempo però sono passati ben quattro anni dalla loro ultima mitica uscita ("Forged in Fire") datata 1983 e la scena musicale internazionale è radicalmente cambiata, la NWOBHM è di fatto tramontata proprio nell'anno di pubblicazione del loro terzo album (l'83 appunto) e le nuove realtà presenti sulla scena hanno guadagnato il gradino più alto del podio suonando in un modo mai ascoltato prima, portando il livello tecnico, esecutivo e compositivo distante anni luce da quelli che erano i parametri del periodo embrionale del genere. I mostri sacri adesso si chiamano Slayer, Metallica, Anthrax e Megadeth, sono veloci, agguerriti e dai loro testi traspare tutta la cattiveria, il malessere ed il lato oscuro dell'umanità; le tematiche stereotipate riferite a donne, auto veloci e party "All Night Long" sembrano appartenere ad un periodo del metallo pesante ormai superato oppure riferito a quelle band maggiormente attente al lato mainstream del genere (anche l'Heavy Metal ha un suo lato più commerciale), i testi che un tempo parlavano di guerra, religione, controllo delle masse, disagio sociale e rapporto dell'uomo con le forze del male hanno abbandonato le metafore e si presentano in modo molto più diretto ed esplicito in un tono di denuncia orientato al risveglio della coscienza dell'ascoltatore verso la realtà che ci circonda. A rendere più efficace questo carico di malvagità (sonora) nel frattempo sono arrivati anche i video musicali, che con la nascita di canali televisivi dedicati ("MTV") hanno ampliato esponenzialmente il bacino d'utenza dei possibili ascoltatori, andando ad interessare anche quella fetta di mercato fino ad allora estranea a quel genere di Rock definito "Estremo". Il mondo che si sono lasciati alle spalle gli Anvil, quando sono stati costretti all'inattività, è andato talmente avanti da farli risultare dei debuttanti al confronto di tutte quelle formazioni che, proprio grazie al loro precorrere la via dello Speed Metal, hanno iniziato a suonare nel garage dietro casa ed ora sono fra i Big indiscussi della scena. Su quel podio avrebbe dovuto esserci il combo canadese, se non fossero stati fregati dalle case discografiche (per dirla con le dirette parole di Lips: "Music Business Fucked Up the Anvil", letteralmente "E' stata l'industria musicale a fotterci "). Il perché è presto detto: con il fallimento della "Attic", la casa discografica che aveva prodotto i primi tre album della band, i quattro rockers di Toronto attraversano il confine e rivolgono le loro attenzioni al mercato discografico Americano in cerca di una nuova Label che possa e voglia produrre il loro materiale. La band viene accolta a braccia aperte ma, a differenza del Canada, la politica delle Major statunitensi è quella di produrre unicamente se è la band stessa a pagare tutte le spese; in pratica è come dover pagare anticipatamente il vostro datore di lavoro per poter lavorare e successivamente prendere lo stipendio. Alquanto contorta come forma contrattuale, non c'è che dire. Gli Anvil quindi avrebbero dovuto anticipare tutta la cifra necessaria a coprire i costi di produzione dei primi tre dischi da realizzarsi, ma non avendo a disposizione tale somma di denaro tutto il potenziale della macchina da guerra lanciata verso il meritato successo è andato a impantanarsi in un limbo dal quale ha rischiato di non uscire più. Questi in pratica sono i fatti conosciuti fino al 1987, anno in cui la band riesce a firmare un contratto con la "Metal Blade", etichetta Statunitense fondata da all'inizio degli anni '80 (1981, per la precisione) da Brian Slagel e diventata subito famosa grazie alla fortunata serie di compilation denominate "Metal Massacre", grazie alle quali hanno preso il volo verso la notorietà band di tutto rispetto quali, Metallica, Slayer e Virgin Steele giusto per citare alcuni dei nomi più altisonanti. Il nuovo prodotto quindi vede la luce nel Maggio del 1987 ed è caratterizzato da una curiosità legata ad una intervista apparsa su un magazine di settore; secondo quanto detto dai giornalisti, in fase di pianificazione del materiale da incidere per il nuovo album, la formazione si sarebbe divisa in due blocchi contrapposti: da una parte Robb Reiner e Dave Allison propositivi verso sbocchi più commerciali, dall'altra Lips e Ian Dickson fedeli alla linea, intenti a continuare imperterriti e a picchiare duro, nello stile della band. Quale che sia la vera natura dell'articolo non è dato saperlo, quello che invece ci appare chiaro è il percorso seguito dalla band la quale non è incappata comunque nella trappola "commerciale" per rifarsi il look dopo quattro anni di assenza dal mercato discografico. Il nuovo album è, di fatto, ancora permeato dalle tipiche sonorità che contraddistinguono la band anche se il sound è notevolmente rallentato rispetto al passato e sembra aver compiuto un balzo in avanti a livello di maturazione. Se nel precedente "Forged in Fire" si poteva parlare di una crescita musicale nel senso globale del gruppo, in questa nuova pubblicazione ci troviamo davanti a quattro musicisti che sono diventati definitivamente degli uomini e non sono più un combo di ragazzini orientati a far più rumore possibile; questa sensazione la si evince già dalle prime note e ci accompagnerà per tutta la durata del vinile (uso spesso riferirmi al Vinile, tralasciando i CD o i File MP3, per il semplice fatto che all'epoca esisteva solo quel formato). Le novità che accompagnano la nuova uscita non si fermano solo alla velocità di esecuzione dei brani, prendono in esame anche un cambio di rotta sul piano della registrazione che, in questo caso, non viene più effettuata in terra d'Albione ma rimane entro i confini dell'Ontario in uno studio situato nella cittadina di Oshawa. Cambio della guardia anche per quanto riguarda il produttore, che vede Chris Tsangarides (a mio avviso il miglior produttore che gli Anvil abbiano mai avuto) avvicendarsi con Paul "The Snow" Lachapelle, nome noto ai meglio informati in quanto a lui si deve la paternità di "Hard 'n' Heavy", album d'esordio del quartetto di Toronto. Anche in questo caso la mancanza della mano fatata di Tsangarides si fa notare, sebbene il prodotto finale sia comunque di buon livello, tanto da essersi meritato un posto nella Billboard 200 statunitense (centonovantunesimo posto) ed addirittura un videoclip passato su MTV ("Mad Dog", per la precisione). Addirittura, due canzoni dell'album ("Straight Between the Eyes" e "Wild Eyes") furono scelte per far parte della OST ufficiale dell'Horror "Sleepaway Camp II: Unhappy Campers", film mai distribuito in Italia. Nulla cambia per quanto riguarda l'artwork, il quale è caratterizzato da una copertina in classico stile "Anvil" dove il titolo, come consuetudine, è composto da tre parole la cui lettera iniziale è uguale sia sulla prima che sull'ultima parola; anche l'artwork è fedele ai canoni estetici ai quali la band ci ha abituato fin dall'inizio e si presenta, a differenza dei precedenti "Forged in Fire" e "Metal on Metal", con delle tonalità più calde in luogo delle fredde variazioni di azzurro/blu che hanno appunto caratterizzato i suddetti album. In questa copertina predomina il rosso con una scala di tinte, dalla più tenue alla più carica, che contribuisce a dare quella sensazione di metallo incandescente non ancora solidificato. Siamo inclini a leggervi un "messaggio in codice" in questa scelta cromatica che prende le distanze dalle precedenti uscite, e tale messaggio potrebbe intendersi come una sorta di ritorno allo stato in cui la materia (in questo caso il suono) è in quella fase ancora malleabile e quindi potenzialmente adatta ad assumere qualsiasi forma. La sostanza di tutto ciò potrebbe essere la ricerca di una nuova forma sonora, più pesante e più consona a suggellare il ritorno sulle scene della band. Anche il monicker, nella parte alta della copertina, è totalmente rosso con delle bordature nere e una spruzzata di grigio all'interno delle lettere; a differenza del titolo "Strength of Steel" il quale viene riportato in bianco con le bordature rosse. La parte centrale a prima vista strizza l'occhio allo stile tipico dei Manowar, con quel braccio muscoloso, ornato di polsino borchiato, intento a sollevare un bilanciere alle cui estremità sono montati due incudini dall'aspetto estremamente pesante. L'asta di quest'ultimo si piega sotto il loro peso, cosa che invece non succede ai muscoli che la sorreggono. Anche in questo caso il messaggio derivante dall'immagine è alquanto eloquente, sono passati quattro anni ma la band è ancora stabile, sempre più pesante, e determinata a perseguire lo stile che da sempre la contraddistingue. La manica interna è corredata da due facciate di cui una è dedicata ad un collage di fotografie ritraenti diversi fan, situazioni di backstage e momenti dal vivo, mentre l'altra parte è interamente occupata dai testi dei brani presenti nel album. Una scelta davvero azzeccata quella di introdurre questo genere di materiale il quale costituisce uno degli alimenti base di cui si nutrono i fan dopo la musica proposta loro dalla band del cuore. Sul retro di copertina troviamo una foto a grandezza "formato LP" dei nostri eroi i quali si presentano appesantiti nell'aspetto (specialmente per quanto riguarda Reiner e Allison) e sfoggiano un look che strizza l'occhio al crescente fenomeno Glam; le capigliature, ad eccezione di Lips, hanno adottato lo stile tipico di quegli anni, molto in voga nelle band provenienti dagli States, anche se la versione "Mick Mars Style" adottata da Robb Reiner ci lascia alquanto basiti. Discutibile anche la scelta del look sfoggiato da Dave Allison, con una camicia tipicamente "Coverdaliana" che per nulla si addice all'immagine che il chitarrista aveva fino ad ora dato di se; per fortuna che il risultato finale non dipende dal modo in cui ci si abbiglia. Excursus stilistico a parte, gli Anvil sono tornati, hanno tenuto duro e sono riusciti a superare forse il periodo più buio della loro carriera e da questo momento sono pronti per continuare a scrivere nuove pagine di metallo pesante, incuranti che intorno a loro (e intorno a tutte le band storiche del'epoca) i tempi stanno per cambiare e l'Heavy Metal non sarà più quello di prima.

Sono dovuti passare quattro anni per poter riascoltare le sonorità della ditta "Anvil" e, finalmente, il momento è arrivato. Il brano che apre le danze, come da prassi, è quello che da anche il titolo all'album ("Strength of Steel" per l'appunto) e parte seguendo delle tonalità cupe, lente e pesanti, cadenzate dalla voce di Lips e farcite dai soliti riff di background che da sempre accompagnano il modo di cantare/suonare del Frontman Canadese. Si ascolta un sound molto simile alle due precedenti produzioni, in cui è ancora presente tutto il potenziale di cui la band disponeva all'epoca, ma tra le righe si avverte anche un sottile cambiamento legato all'approccio verso quest'ultimo, probabile sintomo di una maturazione (anagrafica) dei quattro musicisti. Sembra quasi una "marcia", in effetti l'intento del gruppo sembra essere quello di suscitare e coinvolgere, optando per ritmi marziali capaci di unirci in coorte e farci divenir parte del personalissimo esercito dell'incudine. L'assolo ci mette al riparo da sorprese inaspettate e presenta il solito Lips di sempre a riprova del fatto che, malgrado i problemi di natura contrattuale, il combo Canadese è ancora compatto e più battagliero che mai. Il testo è una sorta di Credo nella "Forza dell'Acciaio", quella stessa forza che ha mantenuto in vita la band negli anni bui della loro mancanza sul mercato discografico e che ha tenuto uniti i fan nell'attesa della Loro Venuta (come recita una ben più famosa orazione). La strofa iniziale, "Con la forza dell'acciaio ti mostro come mi sento, i deboli si inginocchieranno alla forza dell'acciaio", è sintomatica di un certo stato d'animo che doveva sicuramente accompagnare la band viste le vicissitudini passate, e non nascondiamo la nostra propensione ad interpretare queste parole come una forma di denuncia verso quanto accaduto nel periodo precedente l'uscita del loro quarto album. Tutta la track è una esortazione a lasciarsi permeare dalla forza dell'acciaio, è una fede senza la quale non ci sarebbe stata la forza per continuare a sperare e lottare per poter uscire dalla situazione dove i Nostri eran andati a finire loro malgrado. La band è di nuovo in circolazione, l'incudine è temprato più che mai. Giunge prepotente il secondo pezzo, "Concrete Jungle". L'introduzione del brano ci mostra un Robb Reiner "ammorbidito" nella tecnica, il cui tocco non sembra più così pesante e diretto ma lascia intravedere un approccio diverso rispetto al suo stile. In realtà ci si accorge da subito che è il livello di registrazione della batteria ad essere inferiore agli album passati ed è questo particolare a fare la differenza, nella quale si potrebbe evincere un tentativo da parte della band di proporre una forma differente di stile, quello "step" adulto di cui parlavamo nell'introduzione. Gli effetti iniziali, uniti ai tamburi di Robb, sembrano proprio richiamare un ambiente selvaggio e tribale, quasi le percussioni del comunque bravo Reiner siano la base di un qualche rito propiziatorio, reso "tale" anche dal sottofondo di effetti che richiamano alla lontana i rumori di una giungla. La track ha una malcelata base granitica che fuoriesce non appena il combo dispiega il proprio potenziale, anche se l'incedere rimane volutamente cupo e greve, e ci riporta immediatamente ai fasti dei primi anni ottanta in cui si riconosce il marchio di fabbrica dell'Incudine. Se questo è il cambio di direzione intrapreso dalla band possiamo dire di esserne piacevolmente colpiti, e non manchiamo di aggiungere che "Concrete Jungle" è uno dei brani migliori del nuovo album, accostabile, per sonorità, allo stile del power trio newyorkese "The Rods", capitanati da David Feinstein. Il ritornello è semplice ed entra subito in testa, la durezza degli Anvil si lascia sentire e le chitarre vagamente effettate riescono in effetti a ricreare un'ambientazione particolare. Suadente Lips durante l'assolo, quasi come un cobra intento a ghermire la sua preda da un momento all'altro. Il nostro chitarrista rivela come al solito la sua grande tecnica ed il pezzo prosegue senza troppe sorprese, confermandosi un'ottima track. Parlavamo della Grande Mela, ed è proprio la città di New York la Giungla di Cemento a cui si riferisce il testo di questo pezzo, che tratta di violenza metropolitana (come sempre quando ci si riferisce alle grandi metropoli), alla quale si aggiunge quell'immancabile pizzico di paranoia tipicamente Statunitense riferita alla sicurezza interna. La propensione alla paura, come stato d'animo con cui convivere ogni giorno, è il rovescio della medaglia del paese che si erge a paladino del mondo e si proclama "La Terra delle Libertà"; paradossalmente, questo è il paese con più divieti pro capite per ogni cittadino ed è anche la nazione al mondo con più armi e violenza che possiamo trovare sul pianeta. D'altronde stiamo parlando di un paese che ha speso un terzo della sua esistenza (dalla sua nascita ai giorni nostri) fomentando guerre o partecipandovi anche se non direttamente interessata. E' quindi una consecuzione naturale paragonare le proprie città ad una giungla in cui l'arte della sopravvivenza fa la differenza tra il più forte ed il più debole. La struttura verte sui soliti cliché sociali dove emergono, come sempre, i cosiddetti "ceti inferiori" quali Neri (etichettati in questo caso con l'appellativo "nigger", parola non gentilissima a livello di significato, nello slang statunitense) o altri criminali. "Nella terra dei predatori la signora Libertà sta invecchiando, preghiamo per la giustizia o la nostra libertà sarà svenduta"; onestamente, a livello di significato, non pensiamo che sia tutta farina della band in quanto il tutto è troppo politicamente schierato entro una visione prettamente a Stelle e Strisce della società, che poco si addice all'indole ben più mite del popolo Canadese. La lettura di questo testo, a distanza di quasi trent'anni dalla sua pubblicazione, ci lascia alquanto perplessi, ma non essendo questa la piattaforma dove dare voce a disamine geopolitiche ci limiteremo a sottolineare quanto poco si addica la visione "Americana" del mondo e delle libertà individuali ad una band come gli Anvil, visti gli argomenti da essi affrontati nei precedenti album. Arriviamo così a "9-2-5", brano dalle potenzialità anthemiche, adatto a movimentare l'audience grazie alla particolarità del suo ritornello facilmente scandibile a squarciagola. La track è cadenzata da un incedere pressoché sempre uguale ma molto roccioso, quasi "rabbioso" nel suo essere, sempre cupo come le precedenti ma decisamente più "arrabbiato", come se gli Anvil avessero voluto inasprire ancor di più la loro proposta musicale. Notiamo un grande lavoro svolto soprattutto nella parte ritmica e cantata, sezione nella quale spicca l'ottima prova di Reiner, purtroppo penalizzato da un livello di incisione che non gli rende il giusto merito. Bello sia l'assolo sia i riff proposti, che siamo ormai abituati ad ascoltare come valore aggiunto nello stile della band, il brano non è di quelli che ci porteremmo sulla famosa isola deserta ma nel complesso riesce a stare a galla senza sprofondare, benché sia molto lontano da quanto proposto nelle precedenti pubblicazioni. E' un pezzo che comunque funziona, che ci entra in testa e ci fa ancora una volta apprezzare il lavoro di Lips sia al microfono sia alla sei corde. Il pezzo condivide l'omonimia del titolo con il famoso film del 1980, "Dalle Nove alle Cinque", appunto, la cui main track era cantata dalla biondissima Dolly Parton, film che divenne anche una Sit-Com televisiva, dal 1982 al 1983. Anche nel caso degli Anvil il tema conduttore del testo è riferito all'orario di lavoro in vigore nel mondo anglosassone (in questo caso negli Stati Uniti) ma la differenza tra la serie televisiva e la visione "Anviliana" della condizione lavorativa è totalmente in antitesi; le sceneggiature che vedevano Dolly Parton e le sue colleghe d'ufficio alle prese con stravaganti situazioni avevano uno svolgimento al limite del surreale e comunque il finale era sempre roseo e positivo, orientato ad inculcare tra gli spettatori la convinzione che il posto di lavoro può anche essere un luogo divertente e, se ci si impegna a fondo, può diventare anche motivo di riscatto sociale. Quanto ci viene cantato da Lips, invece, rispecchia più da vicino la vera condizione nella quale versano tutti quei lavoratori che non ricoprono posizioni di rilievo e/o comando, per cui tutto si trasforma in una estenuante corsa contro il tempo per svegliarsi, recarsi sul posto di lavoro, produrre, guadagnare per pagare le rate di quanto abbiamo acquistato senza avere la certezza che, domani, il nostro impiego ci venga garantito. Purtroppo la realtà dei fatti è molto più attinente a quanto si ascolta nella track che in quello proposto in televisione, e dai tempi in cui questo brano è stato inciso la condizione lavorativa nel mondo è irrimediabilmente peggiorata. Il ritorno sulle scene della band ci presenta un lato orientato al sociale decisamente più impegnato rispetto al passato, dove in alcuni casi abbiamo ascoltato interi album dalla struttura monotematica (donne e feste, nel caso dei Nostri), mentre questa svolta è un inevitabile sintomo dei tempi che sono cambiati rispetto agli esordi. "9-2-5, I'll never survive" ("Dalle nove alle cinque, non sopravvivrò") chi di noi non ha mai pensato, almeno una volta al giorno, la stessa cosa? In "I Dreamed It Was the End of the World" possiamo trovare tutte le sonorità della migliore NWOBHM, le quali sono fieramente presenti in un brano che, a tratti, ripropone interludi ritmici di Maideniana fattura cesellati ad arte da Allison che in simbiosi con gli altri elementi del gruppo ci regala il pezzo che più assomiglia agli Anvil del periodo d'oro. Un pezzo che sembra assumere un po' più di colore rispetto ai precedenti tre, che fa della sua andatura Hard n' Heavy un grande punto di forza. Anche la voce di Lips sembra giovare di questo ritrovato entusiasmo, stagliandosi per bene sui riff di chitarra che, come già detto, sprizzano British Steel da ogni poro. Non sarebbe sbagliato parlare, visto il gioco di parole di pocanzi, anche di quanto si riescano a percepire i Judas Priest, lungo questi solchi. Ottimo come sempre l'assolone strappa applausi di un Lips sugli scudi, e tutto il gruppo prosegue compatto fino alla fine, senza cedere mai. Un lavoro egregio da parte dell'incudine, che mette a segno un colpo che avrebbe potuto anche essere "grosso", con determinati accorgimenti. Innegabilmente la collocazione temporale di questo brano andrebbe retrodatata di quattro anni, e non escludiamo il fatto che la sua composizione fosse stata eseguita proprio per un fantomatico album che sarebbe dovuto uscire l'anno seguente a "Forged in Fire". Anche per quanto riguarda questa track la mano fatata di Tsangarides sarebbe stata il valore aggiunto che ne avrebbe aumentato la caratura, la sua capacità di intervenire sui livelli di registrazione incrementando i punti salienti ci avrebbe reso un prodotto di tutt'altra fattura; andando comunque oltre i tecnicismi propri del fan che segue una band e vorrebbe sempre ricavarne il massimo del rendimento, in fase di ascolto, possiamo dirci comunque soddisfatti di quanto udiamo provenire dalle casse e la valutazione globale può essere soltanto positiva. Per quanto riguarda il significato del brano, quello che a prima vista sembrerebbe un testo "fantasy" si rivela invece essere una visione particolarmente apocalittica tipica di una certa frangia di fondamentalisti Cristiani (sempre Anglosassoni) particolarmente attivi a livello di indottrinamento delle masse e dal potenziale assai pericoloso (anche se il fondamentalismo è sempre pericoloso, da qualsiasi parte esso arrivi), dei quali l'ex Presidente George W. Bush era un fervente sostenitore. Fra le teorie di questi uomini risulta esserci quella di una sorta di Apocalisse imminente, dovuta alla decadenza della morale e dei costumi. "Avanti soldati Cristiani, ceneri nella polvere, dignità e onore sono state svendute per la lussuria", più dei riferimenti allo strapotere di Satana sul mondo moderno, questi sono i concetti che troviamo in questo brano (strano, visti i testi strettamente "politically incorrect" ai quali gli Anvil ci avevano abituati!) e che permeano il credo dei personaggi sopracitati; sembra quasi che la band sia stata in qualche modo condizionata ad abbracciare una visone d'insieme del mondo secondo un metro di giudizio diametralmente opposto a quanto cantato fino a qualche anno prima. Non si spiegherebbe altrimenti come possano essere passati dal declamare testi tipo "Butter-Bust Jerky" oppure "Backwaxed" (che a loro tempo li fecero incappare nella ghigliottina del "Parental Control") all'incitamento delle Armate Cristiane contro la lussuria. Dopo questo singolare episodio arriva il momento di un brano completamente strumentale, dalla durata di appena due minuti e venti. Il titolo è "Flight of the Bumble Beast", dicitura che subito ci fa venire in mente una composizione a dir poco celeberrima. Questo quinto brano, infatti, parafrasa il titolo "Flight of the Bumble Bee" del celebre compositore russo Nikolay Rimskij-Korsakov, solo che il calabrone ("bumblebee") viene qui tramutato in Bumble Beast, rendendoci un'immagine dello stesso animale più agguerrita e decisamente più consona allo stile Heavy Metal. La similitudine con la celebre opera, comunque, si ferma qui in quanto il brano si sviluppa su tutt'altra base e non ne ripercorre lo schema compositivo. La traccia, che dovrebbe collocarsi sulla stessa linea di "March of the Crabs", in realtà non ne regge neanche il confronto finendo nel dimenticatoio non appena il pezzo finisce lasciando alquanto perplessi sull'effettiva necessità del suo inserimento all'interno dell'album. Eseguito nel solito stile della band, anche questo pezzo mostra i suoi punti deboli nei livelli di incisione che, purtroppo e dobbiamo ripeterci, non sono all'altezza del potenziale ampiamente dimostrato dal combo Canadese. Da ascoltare come sottofondo musicale mentre si sta facendo altro. A partire mimando il volo dell'insetto è proprio Lips, che fa vibrare le sue corde come se stesse parodiando il suono delle tozze ali di un calabrone, e di seguito, dopo un preciso stacco di Reiner, si prosegue andando in velocità ed abbandonando lo stile "cupo" presente in precedenza, tuttavia scadendo in un episodio che dimostrerebbe anche di avere dei numeri, ma si perde nelle buone intenzioni, dimostrandosi nemmeno molto un efficace riempitivo. Due minuti di chitarre "svolazzanti" e a tratti "rock n roll", festaiole certo ma penalizzate da un contesto che manca di mordace, anche per via della ritmica molto penalizzata in fase di produzione. Strano, perché proprio Robb avrebbe potuto fare la differenza, ma pazienza. "Cut Loose" è un altro brano dalla forte influenza NWOBHM e magistralmente eseguito che, come per la track "I Dream it was the end of the World" propone nella linea ritmica alcuni riff di Maideniana memoria. E' il charleston di Robb a donare vita al brano, che si avvia furioso anche grazie alla chitarra di un Lips instancabile, che finalmente decide di premere ancora di più sull'acceleratore e di donarci una prova da grandissimo frontman, anche in fase di canto. Il brano trasuda "classicità" da ogni nota, la sua velocità e la linea vocale adottata, nonché il modo di suonare le asce, ci riporta indietro nel tempo a quanto il Metal era ancora appannaggio totale di combo come gli stessi Anvil, appunto. Gli anni degli Angel Witch, dei primi Iron Maiden, insomma, di quella NWOBHM dura a morire. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un pezzo tipicamente in stile "Anvil", carico di grinta, veloce e dal notevole traino, che ci riporta ai fasti delle vecchie pubblicazioni, un contesto che ci permette di garantire sulla qualità del pezzo senza alcuna remora ponendolo, a nostro modesto parere, nella "top three" delle migliori track presenti nel nuovo lavoro della band. Anche se purtroppo viene a mancare la sapiente attenzione che era capace di metterci il precedente produttore, la track esce comunque promossa dalla prova. La curiosità del brano risiede nel fatto che, mentre scriviamo, ci riferiamo alla sua struttura come qualcosa legata ad un sound di passata generazione, pur sapendo che le sonorità a cui ci riferiamo appartengono ad appena quattro anni prima ( ovvero il 1983 ); e precisamente al periodo tardo embrionale del genere Heavy Metal. Questo è sintomatico di quanto sia cambiata la scena musicale in quel lasso di tempo, tanto da farne apparire "vintage" lo stile. Il confronto tra le sonorità ancora proposte dal gruppo e la ventata di novità apparse in questo lasso di tempo si fa decisamente sentire, anche se il marchio di fabbrica degli Anvil non accenna comunque a stancare, in effetti la formula applicata dal combo alla propria musica riesce a convincere sempre. L'energia torna a salire, lo scenario fatto di palchi, luci e suoni che escono dalle casse a elevati decibel si fa di nuovo strada tra i testi socialmente impegnati presenti nell'album e ci riporta ad una dimensione più attinente al contesto, il cui passaggio "Me and the boys are rockin' out Again" ("I ragazzi ed Io stiamo di nuovo facendo casino") potrebbe riassumerne tutta la filosofia la quale è senza dubbio riferita al ritorno sulle scene (discografiche) del quartetto Canadese, mercato dal quale risulta essere da troppo tempo assente. Grande voglia d'esserci ancora e di essere presenti, per dimostrare al mondo che l'Incudine non si è rotto né tanto meno si è smarrito. Lo spirito è ancora quello, la durezza dell'acciaio non è stata scalfita, niente e nessuno potrà fermare una macchina ben rodata come quella di Lips e soci, che nonostante qualche incertezza sta riprendendo a camminare per mostrare a tutti che realmente l'Heavy Metal non morirà mai. Ci voleva un brano del genere, dopo tanta "protesta". Compiamo un "ritorno alle origini" degli Anvil apprestandoci ad ascoltare "Mad Dog", brano nel quale riemerge l'influenza subita dai Nostri nel periodo di formazione musicale iniziale, quello anteriore alla pubblicazione del primo album per intenderci, il quale risente molto dello stile Nuggentiano post Amboy Dukes. Il sound del Leone di Detroit, una volta emerso come solista, rimane inconfondibile per quasi tutta la prima decade di attività andando ad ispirare i nostri quattro amici i quali ne restano intrisi fino al midollo. E proprio da una recente intervista fatta da "Rock & Metal in My Blood" a Lips e Robb si evince quanto scritto sopra provenga esattamente dale parole dei diretti interessati, i quali citano Ted Nugent come una delle loro fonti ispiratrici principali. "Mad Dog" mette inizialmente in mostra l'arsenale di cui dispone il combo di Toronto anche se, dopo un primo attacco che sembrerebbe auspicare una track dal ritmo ben più sostenuto, il tutto si ridimensiona ad un regime più orientato ad un pezzo anthemico il cui ritornello potrebbe essere usato per far cantare l'audience in un Festival Metal Europeo qualsiasi. Lips è il regista intorno a cui ruotano gli altri elementi della band con particolare menzione a Robb Reiner che ci delizia delle sue indiscusse capacità, qui ben più riconoscibili grazie forse ad un differente livello d'incisione, ed il valore aggiunto viene ancora una volta attribuito ai riff di Kudlov (Lips) grazie all'abile lavoro di fine cesellatura con gli stessi e con l'assolo che spunta quasi dal nulla a metà del brano. In ultima analisi diciamo che a livello stilistico anche questa canzone è distante anni luce da quanto ci si poteva aspettare dopo quattro anni di attesa, la struttura è buona ma sembra venire meno quella magia che, nel passato, dotava i brani degli Anvil di una vita propria. Per gli amanti della band prima maniera, il testo ci offre uno scorcio sulle tematiche tanto care ai nostri amici (o forse al solo Lips) nella fattispecie riferiti ad un " Cane Pazzo". Questo testo potrebbe avere una doppia chiave di lettura, riferita ad un vero e proprio quadrupede randagio che nessuno vuole, oppure alla classica figure dell'Homeless borderline il quale, senza controllo, gironzola per la strada sbraitando a vanvera incurante del suo aspetto e soprattutto di quello che pensa la gente. Non poteva mancare, ovviamente, un richiamo sessualmente riferito "Looking for a bitch in heat, begging for a doggy treat" ("in cerca di una cagna in calore, sperando in un trattamento a quattro zampe", e tutti abbiamo capito). Sono cambiati i tempi ma l'amore della band riguardo a certe cose rimane sempre saldamente al proprio posto, fortunatamente. Visti e considerati i proclami pro-"guerre sante" uditi prima, c'è da tirare una boccata d'aria e ringraziare che fortunatamente gli Anvil non abbiano voluto mutare radicalmente il loro modo di parlare ed esprimersi. Giunti a "Straight Between the Eyes", notiamo come risulti impossibile parlare di questa track senza citarne l'omonimia che la lega al sesto album dei Rainbow datato 1982, pubblicato con l'ennesimo cambio di formazione ad un solo anno dallo scioglimento della mitica band. Tornando al contesto attuale, ci troviamo ad ascoltare un brano che, all'apparenza, sembra far convivere al suo interno un dualismo che ci disorienta. L'incedere energico ed il ritmo di base, con gli immancabili riff di Lips, sono in linea con lo stile della band mentre per quanto riguarda la parte cantata sembra di ascoltare un qualcosa maggiormente orientato al Glam; decisamente per nulla attinente con gli Anvil che conosciamo. Questa considerazione è puramente riferita al feedback iniziale che avvertiamo nell'ascoltare la track che, comunque, si piazza nella lista delle tre migliori track dell'album. Nella sua architettura possiamo ascoltare dei richiami che ripropongono le splendide, immancabili, atmosfere NWOBHM ma si avvertono anche sonorità di stampo più Americano ed in particolare legate alle formazioni che ruotavano intorno alla Grande Mela (New York), il che ci induce ad ipotizzare un tentativo di ricerca innovativa dello stile in chiave futura (scopriremo in seguito che non sarà così). Questa nuova via che la band ci propone, dopo averci viziato e abituato al meglio con i precedenti album, deve ancora fornirci del tempo per essere assimilata; sinceramente, eravamo pronti a ricevere tra le mani un vinile che avrebbe fuso i nostri impianti ed invece ci troviamo alle prese con un prodotto che ancora non riusciamo ad inquadrare perfettamente, e questa cosa risulta leggermente spiazzante per noi fan della prima ora. Ancora una volta la formazione canadese ci regala l'ennesima descrizione accurata di quanto succede quando si è alle prese con la "partner" occasionale di turno, ed il titolo della track (che si traduce in "Dritto in mezzo agli occhi") è riferito proprio in quel senso. Senza troppi fronzoli o romanticismi, gli Anvil sembrano tornare ai fasti testuali degli album precedenti e ci raccontano l'ennesima prodezza compiuta in una camera di motel, con una persona della quale si sa poco o nulla ma non è questo, quello che conta. I Nostri vogliono unicamente divertirsi, e sono in cerca di una partner che possa donargli ciò che loro cercano. Il tutto viene supportato dal passaggio "Il rossetto fa il suo gioco, non vorresti dare una leccatina al mio amichetto ? Gira intorno al collare, stringilo piano Riusciresti a farmi sentire al meglio? ( il Collare citato nel testo è riferito ad una parte anatomica dell'organo sessuale maschile N.d.R. )". Un verso esplicito e quasi da censura, che ci fa ricordare i bei tempi di "Hard n' Heavy". Al di là delle tematiche espresse dal testo e dalla duplice faccia mostrata dal brano, ci sentiamo comunque in dovere di promuoverlo ( anche se non a pieni voti ). Un brano sicuramente da riascoltare, come tutto l'album, per capire meglio cosa in effetti stiamo ascoltando. Come già avvenuto sull'album d'esordio "Hard 'n' Heavy", anche su questa nuova pubblicazione la band ci propone un pezzo d'annata, andando a ripescare una hit datata 1972 ed intitolata "Wild Eyes", tratta dal repertorio di una formazione Canadese a tre elementi, denominati The Stampeders. Se le velleità di inizio carriera avevano spinto la band a rivisitare un brano "sacro" del Rock Psichedelico come "Paint it Black", cavallo di battaglia dei Rolling Stones, in questo caso la scelta di mettere mano a qualche pezzo d'epoca ricade su una realtà prettamente Canadese e misconosciuta al grande popolo del Metallo; per dovere di cronaca gli Stampeders si formano nel '64 sotto il moniker di "The Rebounds" e nel 1965 adottano il nome con cui diventano famosi in patria e nel mercato Nord Americano. Il pezzo rivisitato dagli Anvil ci aveva già convinto nella sua versione originale, tipicamente caratterizzata da un sound "Early Seventies" di splendida fattura, e si arricchisce ancora di più nella versione "vitaminizzata" che ci viene proposta, dove possiamo piacevolmente ascoltare l'effetto che produce la cura a base di Metallo Pesante. Il quartetto aggiunge grinta e "traino", affrontando la track senza stravolgerne la struttura, bensì andando ad appesantire gli accordi e i passaggi di batteria, restituendoci il restyling al meglio della sua forma il cui valore aggiunto risiede senza ombra di dubbio nella parte centrale del pezzo dove, come nella versione originale, il ritmo aumenta la velocità; nella presente versione il quartetto di Toronto ha la possibilità di giocare in un campo a loro familiare semplicemente suonando secondo lo schema classico dello stile che li contraddistingue, Il risultato finale non può che essere ottimo. Il testo, scritto da Richard Dodson chitarrista dei (The Stampeders), si riferisce ad una fantomatica donna dallo sguardo particolarmente accattivante, uno sguardo capace di magnetizzare l'attenzione di un uomo, che la guarda e lascruta tanto da restarne rapito, e di conseguenza indurlo a cercare il modo di poter rimanere da solo davanti a quegli "Occhi Selvaggi". La giusta dose di " Rock " in voga all'epoca ed un testo senza particolari richiami che inducono a pensare più del dovuto, hanno fatto la fortuna di questo brano che all'epoca venne trasmesso dalle alte delle classifiche decretandone lo status di Hit. La versione qui ascoltata gli rende il giusto omaggio. Il penultimo pezzo, "Kiss of Death", a nostro parere segna l'avventurarsi della band in una esplorazione alla ricerca di nuove sonorità che non propriamente gli appartengono, benché il risultato finale sia da considerare decisamente ben riuscito. L'inizio è dettato da inquietanti rumori effettati, tipici di un film dell'orrore, che pian piano vanno a sfumare in favore di un deciso attacco di Robb, che picchettando sul suo charleston permette al basso di mostrare delle linee interessanti. Presto sopraggiunge la coppia di chitarristi e l'atmosfera si fa molto più "leggera", quasi ci trovassimo a tu per tu con una ballad caratterizzata da un che di "dannazione". I ritmi sono lenti e particolari, claustrofobici quasi, sfocianti addirittura in una sorta di "quasi Doom" quando i nostri sembrano voler indurire il sound. Una girandola di stili e di attitudini che ci lasciano sinceramente basiti ed un secondo attoniti, intenti a capire cosa stia effettivamente succedendo. La chitarra di Lips sembra quasi urlare tanto sono acute le note che emette, ed anche in sede d'assolo il nostro si mantiene su toni pacati, evocativi e serpeggianti. Un brano che non avrebbe sfigurato nella pellicola di un qualsivoglia Horror, non c'è che dire! Quello che contribuisce alla riuscita di questa operazione è senza dubbio l'uso dello stile che ha contribuito a consacrare la formazione agli inizi della decade, il quale è ben riconoscibile in diversi passaggi sparsi lungo tutta la durata del brano. Anche se il tutto è decisamente rallentato si può comunque riconoscere un malcelato richiamo alla struttura del brano "Forged in Fire", oltre che ad altri riff riconducibili a diverse track presenti sull'omonimo album del 1983, e anche in questo caso il valore aggiunto viene dato dall'assolo eseguito secondo i dettami del periodo d'oro. Paradossalmente nella ricerca di trovare qualcosa di innovativo, o differente da quanto proposto con le ultime pubblicazioni, è emersa quella che rimane la vera essenza degli Anvil ovvero quel suono diventato marchio di fabbrica che ce li ha fatti amare fin dagli esordi. In questo testo, omonimo di un brano dei Lizzy Borden, ritorna la figura dell'omicida mascherato nascosto nel buio il quale, sempre armato di lama affilata, è pronto a tagliarvi la gola incurante delle vostre urla e dei vani tentativi di fuga. Questa immagine è abbastanza ricorrente nello story writing della band, sia essa riferita ad un contesto di metropoli violenta, sia che venga intesa come metafora per rappresentare la malvagità; "The Kiss of Death, death is near" ("Il Bacio della Morte, la morte è vicina"). Siamo inclini a dare la paletta verde anche a questo brano, per certi versi strano, per quanto riguarda il repertorio della band fin qui ascoltato e malgrado si mantenga distante dalle precedenti composizioni riesce comunque a sorprenderci. Con "Paper General" l'album giunge alla fine e, a sorpresa, tutto il potenziale della band riemerge di prepotenza mostrandoci gli Anvil dei tempi migliori suonare come solo loro sanno fare. La track non avrebbe neanche bisogno di una vera e propria disamina così come non necessiterebbe di spiegazioni relative all'uso di questo o quello strumento, basterebbe solo alzare il volume oltre il limite consentito, fregandosene dei vicini, e tra le lamentele e gli improperi che verranno proferiti alla vostra persona, ci sarebbe unicamente da reagire uscendo ed urlando: "Ca**o QUESTI sono gli Anvil!!", punto. Il tutto è scritto in preda alla felicità per la ritrovata via che conduce alla vera essenza del combo Canadese, mi perdonerete dunque questa "botta adrenalinica", ma ogni fan degli Anvil sperava di trovarsi dinnanzi ad un brano del genere, dopo tanti anni. Quello che ci preme sottolineare è la potenza con cui la band riesce ad esprimere la propria energia, nello stile che l'ha sempre contraddistinta, e siamo orientati a pensare che vista l'architettura del brano in questione potrebbe facilmente essere un prodotto precedentemente composto e ripescato per chiudere in bellezza il quarto lavoro dell'Incudine. Tutto suona perfettamente, il sound ha il tipico groove della prima parte degli anni ottanta e offre agli ascoltatori alcuni raffinati passaggi che ricordano ora i Judas Priest di "British Steel" ora (seppur in parte minima) gli Anthrax di "Armed and Dangerous". Lo capiamo dall'attacco melodico ed imperiale delle chitarre in apertura, che mediante un riff perentorio e possente spianano la strada per un'autentica aggressione che di lì a poco prenderà corpo. Melodia che pian piano "degenera", sfuma come il rullo di piatti di Robb e ben presto lascia spazio ad un frangente di potenza sonora in cui Lips scatenato (già un piccolo assolo!) comincia a declamare i primi versi, a ritmi di corsa molto serrata. "Scariche" e rullate di Robb condiscono il tutto, un brano che funziona dall'inizio alla fine, che con una produzione migliore sarebbe potuto divenire a dir poco leggendario, come se ora non fosse di per se un capolavoro. Struttura non imprevedibilissima ma questo basta, dall'inizio alla fine vige la volontà di scatenarci e questa rimane per tutta la durata del pezzo. Assolone ispiratissimo di Lips e si riprendono le coordinate, fino ad arrivare al finale, ove vengono riprese le atmosfere iniziali. Questi sono gli Anvil che conoscevamo prima del buio intercorso nei precedenti quattro anni e, dopo tanta attesa, erano gli Anvil che ci aspettavamo di ascoltare al loro rientro sul mercato, purtroppo delle undici tracce presenti sull'album solo la qui presente ci lega ancora a quel periodo. Come per "Winged Assassin", brano di chiusura di "Forged in Fire", anche questo testo è contro la guerra e nella fattispecie contro l'ex blocco Sovietico, negli ultimi anni della guerra fredda. Molto probabilmente il tutto è riferito ad un fatto realmente accaduto, l'abbattimento di un volo di linea passeggeri, la cui responsabilità è stata addossata ai Russi o come viene menzionato nel testo ai "Commies" ( Comunisti, così soprannominati dagli Americani ). "Paper General printer laws, Paper General Commie Cause" ("Generali di carta, leggi stampate, Generali di carta colpa dei Comunisti"). Il testo fa riferimento anche alla guerra digitale, quella dei primi computer installati sui mezzi militari i quali, in caso di malfunzionamento, possono potenzialmente decretare la morte di migliaia di persone lasciando " virtualmente " impuniti gli uomini che stanno dietro di essi. Da qualsiasi parte la si guardi, nessuna guerra è bella ed eroica, è e rimane solo dolore e distruzione; e questo non sarebbe mai da dimenticare.

Dovendo esprimermi riguardo a "Strength of Steel" scelgo di fare questo esempio: se tutto l'album fosse stato composto da brani come "Paper General" avremmo applaudito al trittico della perfezione che comprende "Metal on Metal", "Forged in Fire" ed il suddetto prodotto che abbiamo preso in esame. Questo non è purtroppo avvenuto e, dopo quattro anni di astinenza mi sono trovato tra le mani un vinile che inizialmente era stato classificato come "album" senza direzione; ovvero sembrava di ascoltare un collage di brani discontinui l'uno dall'altro. A sua discolpa posso appellarmi a questo fatto, la potenziale causa che spiega questa sensazione la affrontiamo in apertura di articolo ed è legata riferita alla visione d'insieme che la band aveva sul nuovo prodotto, la quale era contrapposta per quanto riguardava il genere da proporre, mentre l'altra spiegazione potrebbe riguardare la nuova realtà in cui la band si era venuta trovare, con una nuova etichetta, nuovo produttore (anche se è lo stesso del primo album) e soprattutto una nuova dimensione del mercato che, al momento del fatidico stop, ancora non esisteva. E' quindi da inserire in questo contesto il cambio di direzione preso in alcuni brani, lontani dallo stile ormai conclamato della Band, che fin dal suo esordio ha usato il proprio tipico modo di suonare come marchio di fabbrica. Non sempre l'aggettivo "nuovo" è indice di migliorie, anzi, molte volte sotto questa denominazione si nasconde quasi sempre un qualcosa che inizialmente farà storcere il naso ai fan; come è puntualmente successo all'uscita di questo quarto album. Rallentare il sound, dopo aver immesso sul mercato due delle pietre miliari che hanno fatto la storia del proprio genere, è stato un esperimento finora riuscito solo ed esclusivamente nel 1988 agli Slayer post "Reign in Blood", gli unici che, invertendo il senso di marcia del proprio modo di suonare nell'album "South of Heaven", hanno catalizzato l'attenzione di milioni di adepti invece di perderli. Quello che ascoltiamo su "Strenght of Steel" è un suono che sta cercando una propria identità, una band che sembra risvegliarsi dopo un periodo di ibernazione e viene a trovarsi catapultata in una realtà dove i parametri di riferimento sono stati completamente sovvertiti; come nota a margine mettiamoci anche il fatto che, a mio avviso, molti dei brani presenti risentono troppo della presenza "ingombrante" da parte della nuova etichetta discografica. Con il passare degli anni, dal loro esordio fino al 1987, la band è cresciuta sia anagraficamente sia professionalmente e il modo di suonare esprime in pieno questo cambiamento che si traduce in alcune modifiche di stile peraltro subito riconoscibili dall'orecchio attento dei fan, volendo citare un esempio su tutti possiamo tranquillamente nominare Robb Reiner e la sua batteria. Album di transizione, quindi, oppure Album di riscaldamento dopo un letargo durato quattro anni? Di fatto, ad un primo ascolto, questa novità tanto attesa non mi fece impazzire come era invece successo per le precedenti, e dopo un ascolto saltuario (gli altri album avevano consumato tutti i solchi e le puntine), ha preso la via dello scaffale dove tutt'ora risiede. Quando si enfatizza tanto una cosa si finisce per restarne delusi, sarebbe questo il senso della spiegazione, ma col senno di poi mi sento di giudicare in maniera quantomeno positiva il ritorno sul mercato della band che, non dimentichiamolo mai, non è mai scesa a compromessi ed è sempre andata avanti per la sua strada incurante di quanto stava cambiando intorno a loro; altre formazioni ben più blasonate sono cadute nella trappola della hit commerciale che faceva accendere migliaia di accendini ai concerti, alcune di loro si sono svendute per avere passaggi radiofonici delle proprie canzoni andando a vanificare una genuina passione iniziale per la musica, perdendo per strada i fan irriducibili della prima ora, in favore di facili guadagni e articoli su riviste di gossip. Bene, tutto questo agli Anvil non è successo e francamente, anche se a fronte di un album in tono minore rispetto al passato, è proprio il particolare che fa la differenza e gioca a loro favore. Per concludere mi sento di dare una valutazione di insieme che si attesta sul Sette e Mezzo, voto dettato da alcuni episodi particolarmente piacevoli (come "Concrete Jungle", "Cut Loose" e "Paper General"), dalla caparbietà con cui la band persegue il proprio credo nel fare musica e, il fatto di mettersi in gioco ricercando nuove sonorità da introdurre per evolvere lo stile secondo l'orientamento intrapreso dal Metallo Pesante durante la parentesi di inattività discografica intercorsa.

1) Strength of Steel
2) Concrete Jungle
3) 9-2-5
4) I Dreamed it was the End of the World
5) Flight of the Bumble Beast
(instrumental)
6) Cut Loose
7) Mad Dog
8) Straight Between the Eyes
9) Wild Eyes
(The Stampedes cover)
10) Kiss of Death
11) Paper General 

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