ANVIL

Pound For Pound

1988 - Metal Blade Records

A CURA DI
STEFANO VIOLA
07/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Il 21 Settembre 1988 il mercato discografico si arricchisce di una nuova pubblicazione grazie all'uscita nei negozi specializzati dell'ultimo album dei Canadesi Anvil. Come si usa dire, "squadra che vince non si cambia" e malgrado l'album che nel 1987 ha interrotto la lunga inattività discografica di Lips e Soci, ma non ebbe quell'impatto tanto aspettato, venendo accolto da più parti con una serie di critiche riguardanti il sound decisamente sottotono ed i livelli di incisione non propriamente in linea con gli standard della formazione, anche per questa produzione gli sforzi vengono concentrati nel paese natio con lo stesso gruppo di persone e quindi, come il precedente "Strenght of Steel" è interamente concepito e sviluppato in patria, ad Oshawa, presso i "Quest Recording Studios" e porta ancora una vola la firma di Paul Lachapelle. "Pound for Pound"  mantiene vivo il sodalizio degli Anvil con la "Metal Blade Records" (venendo distribuito nuovamente in Europa grazie alla "Roadrunner" ed in Nord America grazie alla "Enigma"), e si presenta quindi con l'intento di riportare nella giusta direzione la formazione di Toronto dopo i trascorsi già ampiamente discussi e conosciuti, e ci sentiamo di dire che la correzione di rotta sembra effettivamente avvenuta, riportando la navigazione su acque meno avventurose a tutto vantaggio dei fan che finalmente possono riassaporare il potenziale originale di una delle formazioni storiche nel panorama dell'Heavy Metal. Analizzando questo album da un profilo che va oltre la semplice disamina dei testi e delle tecniche usate nelle varie track (che affronteremo in seguito) si potrebbe affermare che, a questo punto della sua carriera, il Combo dimostra definitivamente di aver ritrovato la strada di casa dopo il periodo di inattività forzata e l'interlocutoria parentesi alla ricerca di nuove sonorità, riprendendo possesso della propria identità malgrado intorno a loro il periodo d'oro della musica Metal, come era abituato a conoscerla chi l'ha vissuta dalla sua comparsa stesse, inesorabilmente finendo. L'abbandono della suddette sonorità che potremmo definire sperimentali, se riferite agli Anvil, in luogo della vecchia scuola fatta di riff e accordi pesanti e decisi ha riportato tutto il contesto indietro di almeno un lustro, andando a creare quell'anello mancante tra "Forged in Fire" ed il qui presente nuovo prodotto. A questo punto però dobbiamo definitivamente accantonare la sempre presente ricerca di somiglianze e assonanze con i masterpiece "Metal on Metal" e "Forged in Fire", album che hanno visto la luce in un contesto in cui tutto, dalla crescita della band all'espansione stessa del metallo pesante, era in costante evoluzione, e proprio per questo motivo resteranno ad imperitura memoria di un tempo ormai tramontato, e sebbene ci siano solo pochi anni a dividere il presente in cui è collocato "Pound for Pound" con le annate d'oro della band, il solco che si è venuto a creare rimane irrimediabilmente incolmabile. Da più parti si è gridato al miracolo, il ritorno ai vecchi fasti dell'Incudine è finalmente realtà ma la verità è un'altra, "Pound for Pound" è di fatto l'album che chiude il secondo ciclo partendo dagli esordi (il primo si chiuse nel 1983 dopo le prime tre pubblicazioni a causa dei risaputi fatti contrattuali) risultando essere l'ultima produzione in studio con la formazione originale. Dave Allison , alla fine del 1989, lascerà per sempre gli Anvil. Tornando a parlare del nuovo album lo facciamo come sempre partendo dall'artwork, che si presenta alquanto esplicativo circa il suo contenuto giocando soprattutto sul significato del titolo la cui espressione, traducibile in "Libbra per Libbra"; viene parimenti presa dal detto Anglosassone coniato alla fine degli anni Quaranta per indicare la bravura dei diversi atleti a prescindere dal loro peso; questo termine è riferito alla Boxe. In pratica, volendo stilare una ipotetica classifica dei migliori boxeur di peso differente tra loro, i giornalisti dell'epoca esperti del settore, inventarono il sistema "Pound for Pound" che gioca sull'immaginare l'esito di un incontro in cui tutti gli atleti presi in esame abbiano lo steso peso. Azzardiamo a paragonare la cosa come una sorta di Fantacalcio della Noble Art, non ce ne vogliano coloro che saranno sicuramente più ferrati di noi in materia. Giocando su questo titolo la copertina riporta l'immancabile incudine cadere sopra una bilancia, sfondandola, segno inequivocabile che ci fa capire chi comanderebbe la classifica dell'ipotetica spiegazione fatta sopra. I colori in copertina cambiano e virano su tonalità di un giallo/oro che sembra simboleggiare una verosimile luce ultraterrena, dimensione da cui arriverebbe appunto l'incudine ben ritratto in primo piano mentre tutto intorno volano i pezzi della bilancia tra volate di fumo, vetri e cemento che si sgretola. Nella parte alta della copertina, leggermente spostato sulla destra troviamo il moniker della band nel caratteristico colore rosso vergato dai riflessi giallo/oro dello sfondo che donano luce e corposità al disegno; il titolo dell'album campeggia nella parte centrale, in basso, su quello che dovrebbe essere il piatto della bilancia. I caratteri, a nostro avviso, sembrano un po' troppo sotto dimensionati però anche se l'impatto visivo è di sicuro effetto e non mancherà di soddisfare anche chi, tra i fan, colleziona gli album della band anche per le loro copertine. Il retro è alquanto anonimo e presenta quella che potrebbe sembrare una roccia/lapide sulla quale sono riportati i titoli e la line up; ai lati della troviamo stampato il nome della casa discografica. Il tutto risulta abbastanza deprimente, onestamente, visto che tutta l'opera profuma di rinnovamento come se si volessero mettere alle spalle, definitivamente, gli ultimi tumultuosi anni per guardare decisamente al futuro. Il sound torna ad essere ancora incisivo e deciso, i livelli ritornano ad essere degni di una band che ha come moniker l'oggetto "Icona" della metallurgia, dagli albori fino ai giorni nostri; sull'incudine sono state create a colpi di maglio spade, ferrature per cavalli, armature, sull'incudine è stata forgiata la civiltà stessa e su questo simbolo gli Anvil hanno ancora una volta battuto il metallo incandescente creando un ulteriore capitolo il cui peso specifico, espresso in Libbre, torna a fare la differenza.

Con "Blood on the Ice" si interrompe la consuetudine che vede la track d'apertura omonima al titolo dell'album, trovata che ci ha accompagnato nelle precedenti quattro pubblicazioni. Presentando un brano che gode di una sua identità ben precisa, la band prende in esame il gioco che, per antonomasia, è venerato dai Canadesi come una forma di religione ovvero l'Hockey, la cui brutalità e durezza di esecuzione unite al contesto di fan che circonda questo sport creano delle similitudini con un altro ambiente di pari requisiti, in questo caso musicale, che risponde al nome di Metallo Pesante. Anche la scena a noi più cara, caratterizzata dalla durezza dei suoni, dalla brutalità di certi testi e dalla maniacale passione che guida i fan, crea l'analogia con i seguaci delle squadre di hockey riscontrabile nelle urlanti orde di supporters che affollano le partite di campionato. Dietro al significato del testo è palesemente riconoscibile una voglia di riscatto da parte della band, oltre alla malcelata incazzatura repressa per troppo tempo che, complice una cambio di rotta sonora espresso nell'album precedente "Strenght of Steel", non aveva ancora trovato il giusto sfogo. Di fatto tutti questi ingredienti creano l'amalgama ideale che ci riporta ai fasti del combo come siamo abituati a conoscerli fin dall'inizio della loro carriera; il sound è potente, energico e non lascia spazio a vane ricerche sonore pregiudicando il prodotto finale ma anzi riporta in carreggiata una formazione che nel precedente album sembrava aver perso di vista il punto focale della propria missione, ovvero "Picchiare Duro" e possibilmente facendolo il più veloce possibile. Il pezzo in questione viaggia in parallelo con la ben più famosa "666" presente su "Metal on Metal", la struttura lo ricorda in più frangenti, e ci mostra una band a proprio agio con quanto sta suonando, indice del fatto che il probabile dietrofront verso il sound che ha contribuito a dare fama alla formazione, alla fine si è dimostrata la scelta migliore. Il tutto si dimostra una travolgente cavalcata perfettamente eseguita dove il livello strumentale lascia soddisfatti gli ascoltatori e li ripaga della fiducia riposta nell'acquisto del nuovo album; azzarderemmo quasi a dire che, questa volta, gli Anvil sono tornati e lo hanno fatto sul serio. Si prosegue con "Corporate Preacher", un brano che attacca la categoria dei predicatori, quella figura largamente diffusa nel mondo Anglosassone che ci parla di Dio, e di come dovremmo relazionarci ad Esso. La figura del Predicatore si pone a metà strada tra le persone "comuni" ed i Prelati nella classica configurazione Cattolico/Cristiana come siamo abituati a conoscerli nel nostro paese. Appartiene all'ordinamento Protestante, Evangelista, Avventista etc. etc. ossia quella branca del Cattolicesimo venutasi a creare in seguito alla riforma protestante operata da Martin Lutero che ha differenziato il modo di interpretare quella complessa e menzoniera sfera spirituale conosciuta col nome di Religione. Quella che nel nostro paese è una ristretta minoranza, schiacciata dalla supremazia del Vaticano, negli Stati Uniti invece gode di un largo seguito di adepti che allegramente si fanno riempire la testa da personaggi dalla dubbia moralità e dalla totale mancanza di spiritualità. Il testo si scaglia contro quella cerchia di individui che predicando dalle televisioni la povertà, la morigeratezza e soprattutto la continua ricerca della rettitudine vivevano in lussuose ville, spostandosi con jet privati, e soprattutto amavano circondarsi di giovani fanciulle. Tutto in nome di un solo Dio, il denaro. Tra questi ci fu anche chi venne arrestato e condannato per ripetuta violenza sessuale ed estorsione. Il tombale che chiude e, soprattutto riassume il significato del pezzo è da incorniciare: "Non provare a dirmi come devo vivere la mia vita, quando non riesci neanche ad essere fedele a tua moglie". Strutturalmente il brano si presenta con un incedere lento che va rafforzandosi nella parte centrale mettendo in risalto un approccio più maturo nei confronti della composizione con la band che manovra all'unisono per dare alla track quella giusta connotazione di stampo ancora NWOBHM riconoscibile nella parte ritmica, creando così un mix di atmosfere passate e presenti le cui basi ritroveremo di sovente nelle future produzioni del combo. Abbandonati gli intenti esplorativi della passata produzione la band torna a suonare in modo vigoroso e compatto dando la sensazione di essersi ritrovata più unita rispetto a prima, o forse è semplicemente quell' approccio più maturo di cui parlavamo qualche riga sopra a creare questo feedback che, a nostro avviso, funge da valore aggiunto. Giunge quindi il momento di "Toe Jam": se si parla di Anvil non possono mancare dei testi ad alto contenuto erotico o, come in questo caso, esplicitamente pornografico. Tralasciando la traduzione letterale che risulta abbastanza agghiacciante ("Toe Jam" è quella pratica che vede uno dei due partner leccare e pulire la sporcizia tra le dita dei piedi dell'altro. E' anche riferita a quelle persone che la praticano su se stessi..) ci sembra che la band abbia giocato con il significato del titolo in modo da rendere l'idea di quanto selvaggio e "sporco" sia il sesso descritto nel brano, in pratica la solita goliardica provocazione di Lips e soci. La descrizione, con dovizia di particolari dell'atto sessuale, è cosa nota nei testi del combo Canadese ed anche in questo caso non sono da meno, caricando di immagini esplicite un testo che avrà sicuramente fatto venire più di un attacco di cuore alle commissioni pro genitori preposte il cui passaggio più edulcorato recita "I ragazzi sotto, le ragazze sopra, la danza senza sosta durerà tutta la notte". Se le liriche sono cariche di testosterone il sound non è da meno deliziando le nostre orecchie con un tiro senza respiro degno di una "Motormounth" del periodo d'oro, fugando ogni dubbio sul valore ancora intatto della band dopo la parentesi "ambigua" che risponde al nome di "Strength of Steel". Il potenziale risulta ancora intatto ed inalterato rispetto agli esordi e la prova è registrata nei quasi tre minuti di pezzo che il combo esegue senza sbavature di sorta, andando a pescare nel proprio repertorio ritmico arricchendolo di riff dal vago sapore Southern alla Molly Hatchet l'accordo di supporto al ritornello, infatti, ci ricorda molto lo stile della formazione di Jacksonville, Florida. Concludendo, il brano in questione non brilla per tecnicismi da conservatorio risultando invece parecchio "ignorante" proprio come piace a noi, la direzione impostata dalla band nel tipo di track come la suddetta genera quel prodotto finale che, in definitiva, è quello che si vuole ascoltare da loro. Con "Safe Sex", educazione sessuale a ritmo incandescente, salgono in cattedra i lungo crinuti di Toronto venendoci a parlare di prevenzione da contagio. " Sesso Sicuro " è un titolo che potrebbe benissimo suonare come una vera e propria campagna contro le malattie sessualmente trasmissibili se non si prestano le giuste attenzioni evitando di usare il profilattico. Il contesto temporale nel quale è inserita questa track non potrebbe che essere il più indicato, infatti stiamo parlando del periodo di maggior diffusione del virus HIV durante l'arco degli anni ottanta. Sebbene il pezzo sia stato deriso da diversi " critici " musicali e bollato come l'ennesima canzone a tema sessuale scritta dalla band, dobbiamo essere onesti schierandoci a favore di quella che definiremmo una mossa azzeccata in pieno; non fosse altro che per l'impatto nei confronti delle giovani generazioni. E' infatti fuori di dubbio che se certi messaggi sociali arrivano dai propri idoli, invece che dalle solite grigie figure nascoste nei meandri dei palazzi del potere, il tutto avrà sicuramente un altro riscontro. E questo messaggio gli Anvil ce lo mandano ovviamente secondo il loro stile, senza troppi giri di parole e andando dritto al punto, parlando un linguaggio il cui concetto è di immediata assimilazione da parte delle nuove generazioni. Nel 1988 gli anni dell'amore libero sono ormai tramontati da un bel pezzo, la paura di contrarre malattie che potrebbero mettere a rischio la nostra incolumità è diventata l'altra faccia della medaglia di un decennio votato all'edonismo e al divertimento, con il conseguente abbassamento della guardia nei confronti di una delle cose più naturali che da sempre l'uomo (in quanto essere Umano) cerca di fare più volte possibile. L'avvertimento dunque è presto detto usando una metafora degna di applauso, "Mettete le frecce nella faretra quando siete pronti per consegnare", come si fa a non voler bene a Lips e Soci? L'architettura del brano spinge in maniera energica fin dall'inizio e non accenna a presentare zone in cui si possano rilassare i timpani, l'unico neo che ci preme sottolineare è la costante e fastidiosa presenza della batteria ( o meglio del suo livello di registrazione ) suonata in modo predominante sugli altri strumenti andando a creare un muro di suoni piatti e inconcludenti i quali distolgono l'attenzione dal prodotto globale. Nell'assolo riconosciamo alcuni passaggi già espressi in precedenti brani e qui presentati con scale invertite, caratteristica che ritroveremo molto spesso nei futuri assoli di Lips. La tendenza a cadere nel ripetitivo, stiamo parlando di riff, potrebbe essere la conseguenza di un imprinting sonoro conclamato e difficile da dimenticare come se, in modo totalmente random, gli automatismi insiti nel chitarrista riproponessero autonomamente le scale da eseguire. Ovviamente siamo consapevoli della bravura di Steve Kudlow ed è solo perché siamo pignoli e totalmente devoti alla band che ci permettiamo di disquisire su questi particolari. Sesso Sicuro quindi, usate il preservativo ( adesso li fanno anche di gusti assortiti ) mentre sparate il volume a palla. "Where Does All The Money Go?" - Dove vanno a finire i soldi? Questo è un mantra antico come il mondo e, purtroppo, con il passare del tempo non accenna ad esaurirsi. L'eterno problema della mancanza di denaro necessario a vivere decentemente probabilmente esiste dal giorno stesso in cui è stato inventato il concetto stesso di metodo di scambio, il quale ha creato una immediata dipendenza nell'essere umano. Volendo sposare le teorie del complotto, tatto in voga ai giorni nostri, si potrebbe pensare che tutto questo sia stato creato con lo scopo di tenere al guinzaglio la società, pochi individui gestiscono una enorme mole di quattrini tramandandosi queste posizioni di assoluto potere attraverso generazioni di figli e nipoti, inventando istituti di credito ai quali milioni di individui fanno riferimento, regolandone la vita stessa. Il senso del testo non si discosta molto da questo concetto, una lunga serie di problematiche legate a tutto quello che ruota intorno ai i soldi ci spinge a lavorare di più per guadagnare di più, ma il maggior guadagno implica maggiore spesa e di fatto, volendo fare un paragone chiaro a tutti, la fetta di torta che ci spetta diventa sempre più sottile generando la domanda che è poi il titolo di questa track. "Tenete d'occhio i soldi, vivere costa caro" tra scoperti in banca, interessi, finanziamenti e conti pagati sempre più in ritardo possiamo affermare che l'analisi fatta dagli Anvil, quasi trent'anni fa, non potrebbe essere così attuale anche ai giorni nostri. Riferendoci alla parte musicale la melodia del brano ci riporta alla mente i Motley Crue degli esordi quando ci davano dentro con quello che veniva percepito come adrenalina pura, una vera ventata di novità per la vecchia Europa. Quelli erano i Crue non ancora travolti dallo Show Business e per tanto originali nello stile che proponevano. La track ci mostra la band a proprio agio anche in un contesto leggermente differente dallo speed metal a cui siamo abituati e nel complesso il brano si difende molto bene riuscendo a convincere in più punti, primo fra tutti l'assolo vero cardine su cui accentrare la nostra attenzione. Una track che ha un che di anthemico, specialmente nel ritornello che ben si adatta alle grandi arene e, tutto sommato, non stona affatto all'interno dell'album mettendo invece in evidenza la versatilità del combo Canadese il quale dimostra la piena maturazione dando prova del fatto che, quando è la passione il fulcro del proprio impegno, non c'è nulla che non si possa fare. Arriva  dunque il momento della sesta traccia, "Brain Burn": tutti quanti Noi ci siamo trovati ad affrontare la tipologia di personaggio descritta in questa track. E' sintomatico che, almeno una volta nella vita, le nostre strade abbiano incrociato quelle della suddetta figura la quale, abilmente, si mimetizza all'interno della società e la si può incontrare in qualsiasi contesto che sia esso lavorativo o no. Il brano qui presente non necessita di particolari e approfondite spiegazioni in quanto risulta abbastanza chiaro nel suo messaggio, l'unico quesito che sorge è riferito al soggetto a cui è indirizzata la song; probabilmente è qualcuno che in passato ha avuto a che fare con la Band? Chi può dirlo. La nostra società è attraversata quotidianamente da cosiddette "Bocche Larghe", gente a cui piace atteggiarsi dando libero sfogo alla bocca senza sapere cosa e soprattutto di chi stanno parlando, e l'epitaffio al testo si può riassumere con questa frase "la tua attitudine puzza come la spazzatura che vomiti" frase che si potrebbe dedicare a molte persone anche più volte al giorno. La travolgente esecuzione della track mette in evidenza un chiarissimo richiamo alle sonorità dei "Gods of Metal" per antonomasia ovvero i Judas Priest, i quali vengono più volte citati dalla formazione Canadese come fonte ispiratrice per la ricerca del sound, nel periodo in cui muovevano i primi passi in quel di Toronto. Il brano è accostabile allo stile Halfordiano post "Screaming for Vengeance", periodo in cui la formazione di Birmingham indirizza il proprio suono verso nuovi orizzonti discostandosi definitivamente dalle precedenti produzioni e nella fattispecie notiamo l'assonanza con "Freewheel Burning", famosa hit presente su "Defenders of the Faith". Grintosa, corposa, l'esecuzione ci aggredisce senza mostrare alcun punto debole e presta il suo lato migliore nell'assolo ben articolato e dall'architettura decisamente differente dal solito stile (seppur piacevole) di Lips. Notiamo con piacere anche la parte vocale che, sebbene le timbriche dei due cantanti siano agli antipodi, si esprime secondo i dettami del borchiatissimo Rob il quale risulterebbe perfetto come interprete del brano. Pollice decisamente alzato per questa track che ci fa gustare la maturazione sonora del quartetto Canadese riportandoci al periodo di massimo splendore del genere Heavy Metal. In "Senile King" si parla di questioni sociopolitiche, un testo che descrive un periodo abbastanza "Caldo" della politica estera Americana sotto l'egida di Ronald Reagan, il " Senile King " del titolo. I fatti risalgono alla prima metà degli anni '80, quando andavano in scena gli ultimi atti della guerra fredda tra il blocco occidentale capitanato dagli Yankees, e quello Est Europeo guidato dai Soviet di Mosca e nello specifico si fa riferimento a quanto successo in Nicaragua, paese del centro America in orbita comunista il quale, di diritto, era in cima all'allora Black List degli stati canaglia. Per combattere la sfera di influenza che i Sovietici esercitavano nel centro America l'allora presidente Reagan, fautore dell'Edonismo Reaganiano che come vedremo ha dato il via al declino dell'occidente, armò i Contras, gruppi armati controrivoluzionari, adottando una serie di spericolati espedienti pur di mantenere la propria leadership "Vendere armi appoggiando i Contras, guidando il mondo come Cosa Nostra". La triangolazione formata dal governo a Stelle e Strisce, la CIA e indirettamente l'Iran ( vedi Irangate ) regolavano il traffico di droga e la vendita di armi per creare proventi da destinare alle truppe controrivoluzionarie dove la droga, era importata negli States, mentre le armi andavano a supportare la guerra che l'Iran stava combattendo contro l'Iraq. In tutto questo scenario il Re Senile, termine edulcorato per non dire rincoglionito, appariva sempre più isolato nella sua torre d'avorio, distante anni luce dalla realtà. La politica estera degli Americani non ha mai brillato per intelligenza, i fatti sono sotto gli occhi di tutti. Quello che è sotto gli occhi di tutti, anzi alla portata di udito, è Il contesto musicale che risulta decisamente sorprendente mostrandoci una esecuzione la quale sfoggia a tratti delle inclinazioni " Epiche "; una novità che non ci saremmo mai aspettati dalla Band. Il brano scorre fluido e corposo arricchito dagli instancabili riff di supporto sapientemente collocati tra il fraseggio, caratteristica con il quale Kudlow ci ha sempre deliziati, questo mix tra lo stile classico della band e una ricercata sonorità che si discosta da quelle usuali ci fanno assaporare la maturata esperienza che il quartetto ha incamerato negli anni e che finalmente può esprimere in un album decisamente più in linea col proprio stile. Con un tiro decisamente in crescendo questa nuova fatica Canadese ci soddisfa pienamente contribuendo a farci progressivamente dimenticare gli anni di astinenza da Anvil che l'album precedente non era stato in grado di soddisfare. Giunge imperterrito il momento di "Machine Gun": la band ci ha abituato negli anni ad una serie di cliché che mostrano sempre lo stesso modus operandi, i titoli degli album riportano sempre la stessa lettera della prima parola e dell'ultima uguali fra loro, gli assoli si sviluppano quasi sempre secondo una struttura ben precisa che molte volte li fa assomigliare tra loro e, anche i testi, hanno una loro consequenzialità. I generi trattati sono generalmente tre: sesso, argomenti di interesse sociale e infine testi riferiti alla guerra. E questa track ci parla proprio di combattimenti mettendo a fuoco, è il caso di dire, la figura più facilmente riconoscibile in ogni immagine didascalica riferita ad un qualsiasi teatro di guerra, quella del mitragliere. Fin dalla sua comparsa in combattimento la mitragliatrice ha sempre focalizzato su di essa l'attenzione anche grazie alle immagini, prima propagandistiche e successivamente cinematografiche, che le sono state dedicate alimentando intorno ad essa e al soldato che l'ha in dotazione un'aura quasi mistica. L'immaginario collettivo è sempre orientato a focalizzare il mitragliere come eroe solitario che, grazie al volume di fuoco vomitato dalla sua fedele compagna riesce a togliere d'impaccio i suoi commilitoni risolvendo a proprio favore una situazione che si era fatta decisamente critica. Nella realtà la figura del mitragliere è tra le prime a rimetterci la vita, in una situazione di sbarco in territorio nemico, e in definitiva questo incarico prevede di essere sempre nelle prime linee a diretto contatto con il pericolo; c'è ben poco di romantico in tutto questo e l'unica cosa che si può e si deve fare per rimanere vivi il più a lungo possibile e continuare a sparare finché rimangono proiettili nel nastro ("Spara con la tua mitragliatrice!!"). Per restare in tema di armi automatiche, la track ha un incedere incalzante quanto un fuoco di sbarramento che falcia qualsiasi cosa si muova, mostrandoci ancora una volta quanto si sentano a proprio agio gli Anvil quando c'è da picchiare duro. La parte cantata procede con uno stile che ricorda quello incalzante di Tom Araya, maestro nel suo genere, e tutta la parte ritmica gioca in sinergia creando un'ottima base di impatto. La band si dimostra decisamente all'altezza della propria fama, convincendo un brano dopo l'altro la schiera dei propri fan. Aerei che sganciano il loro carico di morte, questo è il soggetto di "Fire in the Night", l'ultima track del disco. Come abbiamo avuto modo di ascoltare sia in "Winged Assassin" ("Forged in Fire") sia in "Paper General" ("Strenght of Steel") l'attenzione rivolta agli anonimi portatori di distruzione è un tema che colpisce molto da vicino l'immaginario di colui che redige i testi all'interno della band. La figura del pilota che sgancia il proprio carico in quota e fa ritorno alla base, o del Generale che decide della vita di migliaia se non di milioni di uomini e donne standosene comodamente seduto nel suo ufficio dall'altra parte del mondo è effettivamente un'immagine che colpisce poiché la distanza che separa questi personaggi dalla realtà delle loro azioni viene molto spesso usata come barriera emotiva su quello che veramente è il risultato finale, ovvero l'annientamento di vite umane. Il rituale è sempre lo stesso, piloti che con l'arrivo delle tenebre si preparano alla missione seguendo i soliti controlli di routine si contrappongono a persone che fuggono cercando di mettere in salvo la propria vita tra le bombe che, una volta toccato il suolo, non lasceranno in piedi nulla di quanto creato ("Essi osservano i propri sogni andare in fumo, il lavoro di una vita sprecato e tutto quello che gli apparteneva cancellato sotto la brace"). La tattica di bombardare le città nemiche di notte è una pratica in uso dalla seconda guerra mondiale, serve per terrorizzare i civili al fine di piegarne il morale in modo tale da farli rivoltare contro i loro stessi governanti; siamo concordi sul fatto che non serve aggiungere altro. Quello che ci serve invece è analizzare a questo punto la parte strumentale/cantata della track che si rivela essere di tipico stile Anviliano, quindi con degli schemi e delle sonorità di facile riconoscimento, a differenza dei precedenti tre brani a nostro avviso decisamente diversi dal solito e molto ben confezionati , presenti sull'album. L'intro e la chiusura ricordano molto da vicino il riff di  "Forged in Fire", mentre il resto del brano si articola nel solito sano Hard Rock "pompato" alla vecchia maniera, con riff e passaggi di batteria che sigillano il tutto senza però fare la differenza. La pecca di questa track è il suo essere anonima, non presenta caratteristiche che la imprimono nella memoria di chi ascolta e per questo da l'impressione che la sua registrazione sia stata eseguita solo per " Fare Numero " e chiudere l'album. Volendo essere ulteriormente pignoli potremmo disquisire sul fatto che, a brevi tratti, il brano sembra avere un che di pretenzioso lasciandosi andare a dei cambi di tempo leggermente disorientanti se ascoltati senza prestarci attenzione. Ovviamente la nostra è una considerazione puramente "Sui Generis" in quanto non deve trarre in inganno suonando come una stroncatura del brano in questione, ma anzi è una disamina che comporta una cognizione di causa visto che, come sapete, essendo fan della Band dai suoi esordi abbiamo quella sensibilità di analisi che solo i seguaci più accaniti dimostrano. Inaspettatamente salta fuori il "vero" (ma molto particolare") finale di questo disco, "Cramps", tredici secondi di qualcosa che non sappiamo come contestualizzare. Potrebbe essere la preview della track d'apertura di un prossimo album come fecero a suo tempo i Venom con "At War with Satan", brano di chiusura presente su "Black Metal" che fungeva da ponte tra il secondo fortunatissimo capitolo del trio di Newcastle e la successiva produzione arrivata nei negozi nel 1984. Oppure no. Potenzialmente gli "spasmi" evocati da Lips potrebbero essere qualsiasi cosa anche, o forse soprattutto, la goliardica firma ad una produzione ben riuscita.

Ascoltare "Pound for Pound" mi suscita delle reazioni che potrei riassumere con una semplice domanda la quale, di per sé, basterebbe a chiudere questa parentesi che ognuno di noi redattori usa per esprimere il proprio giudizio sull'album appena analizzato. La domanda è molto semplice e diretta e sono sicuro che molti di voi abbiano avuto la medesima reazione ascoltando il quinto album degli Anvil.. ovvero: perché invece del 1988 non lo hanno inciso l'anno prima, andando a completare il filotto delle produzioni che hanno dato fama alla band ? Personalmente, ritengo che il suddetto album sia la conseguenza naturale a "Forged in Fire", penalizzato purtroppo dai fatti ampiamente conosciuti e sfortunatamente arrivato con un gap temporale che non è riuscito a ricucire lo strappo avvenuto dopo il 1983. L'altra nota stonata che va a sbilanciare il potenziale perfetto equilibrio che si sarebbe creato mettendo "Pound for Pound" successivo ai primi tre album è "Strength of Steel ", il quale risulta diametralmente opposto allo stile della band, e la cosa si accentua proprio ascoltando il lavoro del quale potete leggere la recensione. Con la dietrologia non si cambiano le cose né tantomeno si può riportare indietro il tempo.. quindi, in sostanza doppio pollice alzato per un album degno di sfoggiare il logo "Anvil", suonato con il cuore e soprattutto inerente allo stile che da sempre contraddistingue la formazione Canadese. La mia valutazione in merito si attesta su un otto ed il motivo si basa sulla semplice considerazione che dei dieci brani presenti  (nove in realtà, "Cramps" non lo considero) non ne scarto nessuno, questo non significa che mi piacciano tutti quanti allo stesso modo, ma il fatto di riascoltarli più volte e non avere l'istinto di schiacciare il tasto "skip" è già un punto a favore. Penso che sia la valutazione giusta per questa produzione, e confesso di sentire la mancanza delle sapienti mani di Chris Tsangarides le quali avrebbero sicuramente colmato quei due punti mancanti per arrivare al massimo dei voti. Keep on Pounding!

1) Blood on the Ice
2) Corporate Preacher
3) Toe Jam
4) Safe Sex
5) Where Does All The Money Go?
6) Brain Burn
7) Senile King
8) Machine Gun
9) Fire In The Night
10) Cramps (instrumental)

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