ANVIL

Past and Present, Live in Concert

1989 - Metal Blade Records

A CURA DI
STEFANO VIOLA
28/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Caratterizzato da una copertina che ricalca lo stile del precedente "Pound for Pound", pubblicato nel 1988, ecco arrivare alla fine degli anni ottanta un nuovo capitolo per la macchina da guerra canadese targata Anvil: "Past and Present - Live in Concert". Nel 1989 il quartetto di Toronto esce sul mercato con una novità, l'album fresco di stampa non è un compendio di nuove idee bensì una rappresentazione "Live" del loro repertorio comprendente tracce estratte da "Metal on Metal", "Forged in Fire", "Strength of Steel" e "Pound for Pound"; non vi è purtroppo traccia dei brani che compongono l'esordiente "Hard n Heavy" i quali, a nostro avviso, avrebbero completato l'opera nella sua interezza. Notiamo una analogia con l'Artcover della precedente pubblicazione legata al concetto di Incudine distruttrice, che in questo caso arriva a schiacciare degli orologi di differente formato teorizzando il fatto per cui, passato e presente, sono indissolubilmente uniti dal peso della musica suonata dalla band. Un concetto analogo, giocando sul significato del titolo riferito al peso degli atleti nella boxe, era espresso sulla copertina di "Pound for Pound" dove l'incudine precipitava a distruggere una bilancia; anche in questo caso la simbologia è orientata a significare quanto espresso sopra. Lo stile si avvicina più al filone fumettistico, in luogo dei precedenti esperimenti pre photoshop dal discutibile gusto estetico osservati in "Forged in Fire", rendendo il tutto più omogeneo e godibile alla vista. Lo sfondo nero mette in evidenza un'incudine dalle classiche tinte fredde, proprie del metallo, che rendono in pieno il senso di pesantezza di questo utensile. Come da tradizione il moniker della band campeggia nella parte alta della copertina sfoggiando la classica livrea di colore rosso, bordato da una tonalità giallo cremisi e dello stesso colore è anche la dicitura "Live in Concert" posizionata appena sotto il nome della band ma spostata più sulla destra. A prima vista sembrerebbe questo il titolo dell'album ma, osservando attentamente, si nota invece che quest'ultimo è riportato direttamente sull'incudine dando l'impressione che sia inciso su di essa; il fatto di non aver usato una accortezza particolare nel differenziare le due tonalità, tra il titolo e l'incudine stesso, non facilità il colpo d'occhio che viene immancabilmente catturato dalla definizione "Live" riferita alla nuova produzione. Fanno da contorno alla preponderante figura dell'incudine tutta una serie di oggetti atti a misurare il tempo come una sveglia, una pendola sullo sfondo ed un orologio a Cucù il quale, possiamo simpaticamente osservare, è parzialmente schiacciato sotto il peso dell'utensile necessario per plasmare il Metallo. L'effetto distruttivo viene accentuato dai vetri e dalle parti meccaniche di questi orologi sparsi in ogni direzione. Nel contesto ci permettiamo di dire che questa copertina ci soddisfa maggiormente rispetto a quelle proposte nell'ultimo periodo; la migliore di sempre, comunque per noi, rimane quella di "Metal on Metal", De Gustibus Non Disputandum Est. Esaurita la parentesi artistica, passiamo ad analizzare quella logistica che rimane invariata mantenendo le figure chiave di Paul Lachapelle in veste di produttore e la "Metal Blade" in qualità di etichetta discografica ai propri posti. L'album è stato registrato al "The Waters Club" di San Pedro, California, e successivamente mixato nei "Quest Studios" di Oshawa, Canada, ed è stato distribuito nei negozi in formato definitivo nel Luglio 1989. Una precedente uscita in veste promozionale dello stesso non comprendeva i brani "March of the Crabs" e "Jackhammer" successivamente inclusi nella versione ufficiale la quale viene pubblicata in formato digitale (CD) e in versione 12" (33 giri) stampato su vinile. Dell'album esiste anche un'edizione Digipack pubblicata nel 2009 ("Metal Mind Productions"). L'usanza di incidere un album dal vivo era solita negli anni '70/'80 e stava a rappresentare l'eccellenza di una band la quale poteva mettere in mostra tutto il proprio potenziale direttamente "sul campo" dando la possibilità ai fan di ascoltare i propri beniamini al Top delle loro performance e, seguendo questa tradizione, anche gli Anvil piazzano un calibro da novanta che chiude in bellezza la prima decade di attività della formazione; sfortunatamente questo nuovo album chiuderà per sempre anche una pagina importante per quanto riguarda la Line Up originale della formazione, che verrà definitivamente stravolta con l'abbandono di Dave Allison. Alla base di questa scelta ci sono delle divergenze musicali che si erano accentuate con il passare del tempo rispetto al sound che la band continuava a proporre, una divergenza già emersa durante la lavorazione di "Strength of Steel" che comunque si era successivamente appianata portando la band fino a questo album che, come stavamo dicendo, sancirà l'epilogo di un'avventura iniziata alla fine degli anni settanta. Ascoltare "Past and Present" ci aiuta a comprendere il valore reale di questa band che, non smetteremo mai di dirlo, ha avuto la sfortuna di incappare nei problemi che tutti conosciamo; il sound che troviamo al suo interno non si differenzia molto da quanto inciso in studio, anzi, potremmo dire che ne esce notevolmente migliorato in quanto si percepisce tutta l'energia che pervade questa formazione. Dal vivo non si dispone delle tempistiche riservate alle sessioni in studio, si sale sul palco e si suona; il talento fa il resto, ed in questo caso quello che ci troviamo per le mani è il compendio di tutta la tecnica, la passione e la tenacia con cui Lips e soci hanno attraversato gli anni ottanta.

Concrete Jungle

Si parte alla grande con "Concrete Jungle": l'ovazione del pubblico sottolinea l'ingresso sul palco della band la quale, senza troppi convenevoli, parte con il brano presente su "Strength of Steel", a nostro avviso l'album forse di minore appeal finora pubblicato dagli Anvil (ci riferiamo al 1989). Quello che emerge, da subito, sono la pulizia del suono ed il bilanciamento degli strumenti che ci permettono già dai primi accordi di distinguere chiaramente il lavoro svolto dai singoli membri della band; le qualità tecniche del nuovo prodotto mettono in evidenza l'attenzione riposta nei confronti di un album studiato appositamente per essere considerato come parte integrante della discografia della band, e l'operazione commerciale creata intorno a quest'ultimo ne è la riprova. Il team composto da produttore/band/casa discografica, al terzo appuntamento consecutivo, sembra aver consolidato l'amalgama ottimale per tornare a far funzionare a pieni regimi quella forza propulsiva sovralimentata che è la band di Toronto. Dopo un breve giro di riff si spalancano le porte dalle quali si riversano tonnellate di metallo incandescente, non troviamo altri paragoni per descrivere la sensazione che ci coglie ascoltando l'inizio del brano; si notano degli apprezzabili "Off Topic" di Lips durante lo svolgimento del pezzo, d'altronde conosciamo tutti il suo stile di "Axeman" sempre intento a tessere accordi di sottofondo dalla sua sei corde. La track che parla della violenza nelle grandi città, presentata dal vivo, perde quello stile che nella registrazione in studio ci aveva suggerito una similitudine con il sound del power trio Newyorchese "The Rods", come riportato nella recensione di "Strength of Steel" da noi svolta nel mese di Luglio 2015, e si presenta decisamente meno cupa in luogo di una maggiore carica di decibel. Ci piace molto anche quell'effetto di "sporcatura" creato dal pubblico nel sostrato, che conferisce al suono una compressione piacevolmente satura diventandone parte integrante, questo è anche merito del lavoro in post produzione da parte dei tecnici dello studio mobile di registrazione "La Mobile" i quali, sospettiamo, abbiano leggermente " Pompato " sulla presenza degli spettatori proprio per ottenere quella saturazione descritta sopra, incrementando in fase di missaggio l'effetto dell'audience. L'esempio più famoso in questo campo è quello riferito a "Eagles Live" 1977, le cui scuole di pensiero si dividono tra chi sostiene una operazione post produzione simile a quella da noi accampata e chi invece sposa la causa per cui l'intero album sia stato registrato in studio e successivamente rimaneggiato con l'aggiunta del pubblico. Chi può dirlo? Sicuramente non ci dilungheremo in queste diatribe sterili, quello che ci interessa è constatare che il potenziale degli Anvil è integro e più pericoloso che mai. Si parla di "giungle" come metafore per indicare le città, ed essendo il pezzo proveniente dall'album più "americano" dei nostri, è proprio la città americana per antonomasia, New York, la Giungla di Cemento a cui si riferisce il testo di questo pezzo, che tratta di violenza metropolitana (come sempre quando ci si riferisce alle grandi metropoli), alla quale si aggiunge quell'immancabile pizzico di paranoia tipicamente Statunitense riferita alla sicurezza interna. La propensione alla paura, come stato d'animo con cui convivere ogni giorno, è il rovescio della medaglia del paese che si erge a paladino del mondo e si proclama "La Terra delle Libertà"; paradossalmente, questo è il paese con più divieti pro capite per ogni cittadino ed è anche la nazione al mondo con più armi e violenza che possiamo trovare sul pianeta. D'altronde stiamo parlando di un paese che ha speso un terzo della sua esistenza (dalla sua nascita ai giorni nostri) fomentando guerre o partecipandovi anche se non direttamente interessata. E' quindi una consecuzione naturale paragonare le proprie città ad una giungla in cui l'arte della sopravvivenza fa la differenza tra il più forte ed il più debole. La struttura verte sui soliti cliché sociali dove emergono, come sempre, i cosiddetti "ceti inferiori" quali Neri (etichettati in questo caso con l'appellativo "nigger", parola non gentilissima a livello di significato, nello slang statunitense) o altri criminali. "Nella terra dei predatori la signora Libertà sta invecchiando, preghiamo per la giustizia o la nostra libertà sarà svenduta"; onestamente, a livello di significato, non pensiamo che sia tutta farina della band in quanto il tutto è troppo politicamente schierato entro una visione prettamente a Stelle e Strisce della società, che poco si addice all'indole ben più mite del popolo Canadese.

Toe Jam

Direttamente dall'ultimo album (pubblicato appena un anno prima) giunge "Toe Jam": è la volta della track che si era già messa in evidenza oltre che per la sua velocità anche per il tema trattato riguardante un'abbastanza disgustosa pratica descritta nel testo, riferita ai piedi della propria partner. Se l'apertura del concerto è stata lasciata ad una traccia dalle tematiche sociali di un certo spessore, purtroppo negativo, il brano successivo non poteva che essere riferito al sesso e in questo frangente Lips e compagni sono maestri indiscussi. Se si parla di Anvil non possono mancare dei testi ad alto contenuto erotico o, come in questo caso, esplicitamente pornografico. Tralasciando la traduzione letterale che risulta abbastanza agghiacciante ("Toe Jam" è quella pratica che vede uno dei due partner leccare e pulire la sporcizia tra le dita dei piedi dell'altro. E' anche riferita a quelle persone che la praticano su se stessi..) ci sembra che la band abbia giocato con il significato del titolo in modo da rendere l'idea di quanto selvaggio e "sporco" sia il sesso descritto nel brano, in pratica la solita goliardica provocazione di Lips e soci. La descrizione, con dovizia di particolari dell'atto sessuale, è cosa nota nei testi del combo Canadese ed anche in questo caso non sono da meno, caricando di immagini esplicite un testo che avrà sicuramente fatto venire più di un attacco di cuore alle commissioni pro genitori preposte il cui passaggio più edulcorato recita "I ragazzi sotto, le ragazze sopra, la danza senza sosta durerà tutta la notte". L'architettura non cambia dall'originale restando fedele alla stesura di base, la cui velocità viene anzi amplificata notevolmente in questo frangente andando ad arricchire l'intera struttura e confermando il discorso fatto in apertura con "Concrete Jungle". Il momento Topico lo si vive con l'assolo, quando si eleva un muro sonoro che fa tremare le casse, la band viaggia ad una velocità indemoniata e nel contesto possiamo assaporare la tecnica distruttrice di Robb Reiner che picchia come un fabbro dietro alla batteria. E' interessante notare come la grinta e l'incisività del combo non sia venuta meno nel corso delle vicissitudini passate, in luogo di un rinato vigore che ha rinfrescato lo stile del suono inasprendolo ulteriormente rispetto all'uscita datata 1988. D'altronde, signore e signori, stiamo parlando della formazione che è da tutti riconosciuta come l'antesignana dello Speed Metal ed anche se nel 1989 altre realtà occupavano il gradino più alto del podio, riferito al genere, ascoltare gli Anvil in questo stato di grazia equivale ad intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo, agli albori di quel suono che è diventato seminale generando di conseguenza quelle band nate successivamente. Ci piace definire questo concetto come una sorta di Panspermia Sonora, parafrasando la teoria del filosofo Greco Anassagora. Tornando alla track siamo concordi che non necessiti aggiungere altro e l'impressione derivante dal suo ascolto è quella di trovarci davanti ad una forza primordiale che si sta preparando ad esplodere, come se l'intero album stia scaldando i motori per mostrarci quello che è realmente in grado di dare ai suoi ascoltatori, ed inoltre "Toe Jam" si può anche considerare come simbolico ponte tra il suono della band nella prima metà del decennio e quella che si sta preparando ad entrare negli anni Novanta con tutte le incognite che il mercato musicale, sempre in fermento, si sta preparando a lanciare.

Motormount

Si arriva alla terza traccia della tracklist / setlist, ovvero "Motormount". Se con i primi due brani vi stavate facendo un'idea di come poteva essere questo nuovo album, e ne avete tratto una prima impressione tutto sommato positiva, preparatevi ad essere travolti dallo tsunami sonoro che la band andrà a causare abusando dei decibel a disposizione. L'esecuzione del brano non vi lascerà scampo, non avrete nessun appiglio dove aggrapparvi per poter sfuggire alla furia dirompente che sta arrivando; la velocità con cui i quattro Canadesi affrontano il brano farebbe saltare qualsiasi tutor autostradale mandandone in tilt le centraline oppure, tornando al paragone oceanico, nessun allarme "Onda Anomala" riuscirebbe ad entrare in funzione tanta è la sua rapidità. "Motormount" arriva come un destro in piena faccia quando meno lo si aspetta, aprendo così il capitolo del periodo più bello legato agli Anvil, che rimarrà per sempre quello dell'annata '82/'83 malgrado la formazione abbia continuato ad incidere buoni album, e l'ovazione del pubblico ci sottolinea quanto questa teoria sia esatta. Spogliata degli effetti che la caratterizzavano nella registrazione in studio, la traccia mantiene inalterata la sua struttura inossidabile sopperendo con una monumentale base ritmica a quei passaggi che la fase di missaggio faceva risultare fluidi ma che, in versione Live, vanno inevitabilmente a perdersi; l'accoppiata Lips/Allison, dove il secondo chitarrista fa da controcanto durante il ritornello, la dice lunga sull'intesa e sui meccanismi sincronizzati che questi ragazzi hanno maturato durante i dieci anni passati insieme, e viene difficile accettare il fatto che quella che stiamo ascoltando è l'ultima apparizione della Line Up originale. Come sempre succede nei pezzi degli Anvil il culmine è focalizzato nell'assolo, quando i quattro elementi diventano uno e spingono le tonnellate di metallo pesante ad un livello di assoluta bellezza. Quando finisce, il pezzo che sfrutta l'analogia tra motori e sesso per parlarci appunto di quest'ultimo, lascia dietro di se il nulla più assoluto spazzando via le nostre difese e lasciandoci in balia di quello che ancora deve arrivare perché, non ve ne foste accorti, siamo solo alla terza traccia dell'album. Non c'è niente da dire, il repertorio legato alla prima parte della loro carriera viaggerà immancabilmente su degli standard perennemente elevati rispetto al resto delle produzioni affrontate dalla band, creando inevitabilmente quel paragone tra Vecchio e Nuovo che affligge ogni grande gruppo attraverso le decadi. L'analisi del testo ci presenta, da subito, un doppia chiave di lettura: una parte lo considera niente più che un brano riferito alla meccanica (in questo caso ad un motore d'auto), celebrazione della potenza espressa in cavalli vapore e della velocità, mentre un'altra parte (più maliziosa) lo vede come una metafora del rapporto sessuale, per via di certe definizioni che potrebbero anche essere interpretate in quel modo (volendo). Parlando a livello motoristico non sarebbe la prima canzone dedicata ad un auto, le più famose "Highway Star" dei Deep Purple oppure "409" dei Beach Boys hanno come soggetto macchine veloci, preparate e idolatrate dai loro proprietari, la stessa "Hurricane" dei New Yorkesi The Rods ci parla di un mezzo che nessuno può battere ("You can't beat the Hurricane") e di quanto il suo felice possessore ne sia orgoglioso. Da sempre il binomio donne e motori procede in simbiosi, quasi che l'uno sia complementare all'altro e non possa esistere una realtà dove le due cose stiano separate, se a questo ci aggiungiamo anche il mondo della musica Rock abbiamo la triangolazione perfetta per scrivere qualsiasi cosa vogliamo, su entrambe gli argomenti, e le allusioni vengono da sole. "Li ha provati tutti, dal più grosso al più piccolo ma nessuno ma nessuno è riuscito ad accenderti": in questo caso le dimensioni di cui parla il testo ( tiamo sempre parlando di motori) sono riferite alle misure Americane che divide i motori otto cilindri in due categorie: "Small Block", sotto i Seimila di cilindrata e "Big Block" sopra i Seimila di cilindrata. Volendo invece avvalorare la tesi della metafora sesso riferita, il gioco è alquanto facile da intuire. "Questa notte sei qui per farti sistemare, ti riempirò il serbatoio",  "La ingrasseremo da cima a fondo, lubrificandola", "High speed ride - Power Glide, Can't survive overdrive" ("Corsa ad alta velocità-Power Glide, non puoi sopravvivere al fuori giri"). Il concetto del termine "Power Glide" è abbastanza arduo da tradurre, ma ci proverò. Con questa definizione ("Glide") si vuole intendere lo "scorrimento" o "scivolamento" del pistone nei cilindri, nel 1965 quando la Harley Davidson presentò il famoso modello Electra Glide si intendeva che il movimento del pistone, in fase d'accensione, avveniva mediante motorino elettrico a differenza del precedente modello " Duo Glide " il quale prevedeva ancora la classica accensione a pedale ( il cosiddetto Kick Start ). Quindi, quando leggiamo nel testo " High Speed ride-Power Glide " dobbiamo immaginarci un motore spinto al massimo dei giri e delle sue potenzialità. 

Forged In Fire

L'esecuzione di "Forged In Fire", giro di boa dell'album, rimane pressoché fedele a se stessa. Parliamo dell'omonima track che sigilla il terzo album dagli esordi, divenuto il manifesto dell'epopea del Metallo sul finire del fenomeno N.W.O.B.H.M., nel 1983. La formazione, con la sua pubblicazione, raggiunge definitivamente l'orbita dove gravitano i grandi nomi della scena musicale del periodo entrando a far parte, in modo stabile, del pantheon collettivo in tema di metallo pesante. La traccia qui presentata non subisce variazioni di sorta e mantiene la stessa metrica cadenzata della versione in studio, l'unica differenza la possiamo riscontrare in un maggiore effetto "Rullo Compressore" della ditta di demolizioni Robb Reiner. Il livello di incisione premia di diritto il lavoro del nostro instancabile batterista, vera colonna portante insieme a Kudlow di quella splendida realtà che prende il nome di Anvil e ci conferma una volta per tutte la validità dell'acquisto operato. Dopo una sequenza in crescendo, che ha già avuto modo di esibire in soli tre pezzi parte della storia recente e passata della band, "Forged in Fire" si presenta con il suo caratteristico schema greve e a tratti opprimente, caratterizzato dal tipico assolo vagamente onirico, ad aprire il suono in una parentesi di più ampio respiro dandoci la possibilità di abbassare la guardia per una manciata di secondi. Le parole di Lips risuonano evocative, enfatizzando il concetto del' "Incudine forgiato nel fuoco" e questa immagine ci trasmette un chiaro significato di indistruttibilità il quale risuona come filosofia portante alla base di un credo che, riferito ai fondatori della band Lips e Reiner, ha assunto negli anni una dimensione quasi religiosa. La devozione e la passione che anima gli ultimi due superstiti della "Magic Four Crew" di Toronto li spinge ancora oggi a suonare con la stessa intensità dei decenni passati, senza retrocedere di un metro dalle proprie posizioni; questa per noi è totale consacrazione alla causa. Se il termometro di una esibizione Live sono le ovazioni del pubblico, possiamo dedurre che la temperatura è decisamente alta all'interno del "The Water Club" di San Pedro e tutto lascia indicare che, la suddetta temperatura, sia destinata inesorabilmente a salire con l'arrivo dei restanti brani. Il nuovo lavoro della band ci sta piacendo sempre di più, finora la forma globale del prodotto non accenna ad avere alcuna nota stonata, tanto per restare in tema, che può farlo risultare monotono e/o mal confezionato. Forgiato nel Fuoco, quindi, è il termine usato dalla band per indicare qualcosa di solido e fatto per durare, e da questa definizione possiamo ben capire il tipo di messaggio che ci vogliono trasmettere. La capacità di affrescare con le parole immagini altrimenti sfuggenti la si evince all'inizio del testo in cui si descrive per l'appunto l'inizio del tutto ("Scraping the earth in search of the essence, Metallic rock ore where iron is present, Extraction smelter burn hot with phosphorescence" - "raschiando la terra in cerca dell'essenza, minerale metallico dove il ferro è presente, fornaci incandescenti bruciano con fosforescenza"). La descrizione è alquanto suggestiva poiché ci rimanda ad una visione quasi apocalittica della pratica di estrazione dei minerali da cui si trae il ferro, ma è altresì fedele alla realtà di quanto avviene quotidianamente in una fonderia.  Tutto il significato del brano, nonché la filosofia dei quattro rockers nei confronti della band, si può racchiudere nel ritornello che recita "Altered shape, affected matter Giving form, an ominous factor Never Break it, it will never bend The Anvil was Forged in Fire" e cioè "Da una massa informe ha preso forma qualcosa che non potrà mai essere spezzato, l'Incudine è stato Forgiato nel Fuoco". Gli Anvil sono una band nata per picchiare duro, senza mai scalfirsi.

Blood on The Ice

Proseguiamo con "Blood on The Ice", Lips interagisce finalmente col pubblico per introdurre il brano d'apertura di "Pound for Pound", quel disco che a nostro avviso avrebbe dovuto essere la naturale consecuzione a "Forged in Fire" in luogo di "Strength of Steel". Come siamo soliti ripetere, il quinto capitolo della band, in ordine di uscite, avrebbe trovato la sua naturale collocazione se fosse stato pubblicato nel 1987, anno del ritorno sul mercato discografico per la formazione Canadese a seguito dei problemi contrattuali con la fallimentare "Attic", andando a formare un poker d'assi semplicemente perfetto con le precedenti releases. Non è difficile notare quanto "Strength of Steel " suoni con uno stile differente rispetto al sound che caratterizza la band nel periodo iniziale degli anni ottanta, ed proprio questa la causa di quel gap stilistico che interrompe il flusso crescente nella linea creativa della band; secondo noi i due album avrebbero dovuto essere incisi a date invertite per dare un maggior senso di continuità alla discografia del combo. "Mi piace l'Hockey", sono le parole di Lips "E sapete cosa mi piace dell'Hockey? Quando si pestano di santa ragione, mi piace vedere il Sangue sul Ghiaccio!". Il brano, come sapete, deve il suo testo alla violenza espressa in campo da parte dei giocatori di questo sport che in Canada è praticamente vissuto come una istituzione, al pari del Football negli Stati Uniti e del calcio nel nostro paese; paradossalmente, delle tre discipline citate non si capisce per quale motivo ci sia, sul ghiaccio, una dose tanto elevata di rudezza. Anche la scena a noi più cara, caratterizzata dalla durezza dei suoni, dalla brutalità di certi testi e dalla maniacale passione che guida i fan, crea l'analogia con i seguaci delle squadre di hockey riscontrabile nelle urlanti orde di supporters che affollano le partite di campionato. Dietro al significato del testo è palesemente riconoscibile una voglia di riscatto da parte della band, oltre alla malcelata incazzatura repressa per troppo tempo che, complice una cambio di rotta sonora espresso nell'album precedente "Strenght of Steel", non aveva ancora trovato il giusto sfogo. E' divertente notare il contrasto tra l'aggressività del brano e il tono scanzonato che assume la voce di Lips in fase colloquiale, sintomo di una sicurezza del proprio ruolo che fa del leader della band una persona estremamente umile oltre che perfettamente a proprio agio il quale non manifesta alcuna velleità da super star, come abbiamo personalmente avuto modo di constatare durante l'intervista da Noi fatta lo scorso mese di Dicembre 2014, restando se stesso in ogni momento. Spicca la complessità del brano con i suoi cambi di tempo e la sua velocità, ed è curioso notare alcune sonorità che si possono ascoltare in questa traccia riemergano successivamente negli anni riproposte da altre formazioni, segno evidente di come la band nel tempo abbia svolto un eccellente lavoro di divulgazione stilistica che ha fatto proseliti. Magistrale prestazione solista che eleva il brano a cui possiamo tranquillamente accreditare una standing ovation, paragonandola definitivamente alle perle storiche che contraddistinguono la loro carriera; "Blood on the Ice" regge tranquillamente il paragone con il passato, andando a confermare il concetto da noi espresso in apertura di analisi dello stesso. 

March of the Crabs/Jackhammer

Dopo l'alternanza tra vecchio e nuovo repertorio che caratterizza la prima parte del concerto, si entra nel vivo della situazione con la sequenza di pezzi da novanta la cui apertura è affidata a dueu delle track più conosciute della band, ovvero la strumentale "March of the Crabse la possente "Jackhammer", presentate in un'unica traccia. Il primo brano suona più possente che mai, senza che si abbia nulla da togliere alla versione in studio, anzi, la sua collocazione a metà dello show è studiata ad arte per introdurre il Polifemico assolo di batteria di Robb Reiner che si ritaglia una parentesi tutta per sé dando dimostrazione della già consolidata tecnica da navigato drummer della scena Heavy Metal. Recensioni risalenti all'epoca in cui l'album fu pubblicato proclamavano l'incoronazione del batterista più potente di tutti i tempi, siamo propensi a tenerci fuori da questa trappola di paragoni forzati per cui si deve per forza eleggere sul podio più alto un musicista piuttosto che un altro, ma diamo comunque atto alla colonna portante degli Anvil di essere di fatto una figura di spicco nel panorama dei batteristi N.W.O.B.H.M. dell'epoca. Quello che possiamo trasmettervi, da fan della band, è l'inesauribile grado di energia che questo album riesce a dare brano dopo brano e la conferma di questo arriva in chiusura quando la band suona gli ultimi accordi in un crescendo che non lascia spazio a dubbi di sorta; gli Anvil meritano a pieno titolo un posto d'onore tra i big del metallo. L'energia di cui parlavamo non tende ad esaurirsi poiché la track viene diluita in una sorta di medley con un altro brano presente su "Metal on Metal", anch'esso ad potenziale esplosivo ovvero "Jackhammer". Nessun break tra i due brani ma una consecuzione naturale del suono che articolandosi dalla precedente traccia va a formare il riff iniziale del pezzo seguente contribuendo a mantenere elevato il livello di eccitamento dell'audience. Si ritorna a parlare di situazioni scabrose, narrando delle scappatelle di una giovane figura femminile, molto più a suo agio in un triangolo amoroso sul sedile posteriore di una macchina che non nella realtà della sua cameretta. Esecuzione da manuale impreziosita anche dall'ottima registrazione che permette di distinguere ogni singolo strumento dandoci così la possibilità di godere dei differenti ruoli che i membri della band ricoprono sul palco; Allison si distingue per la ritmica graffiante e decisa che, nella versione in studio, veniva penalizzata leggermente andando a "perdersi" nei magheggi post produzione ed anche per il supporto di back vocal nel ritornello. Menzione anche per Ian Dickson ed il suo excursus in chiusura sulle corde del basso che, secondo noi, rimane sempre troppo nascosto nelle incisioni ascoltate negli album della band. Il binomio presentato regge e dona una marcia in più alla performance che da questo momento entra nella parte più Hot del concerto, a tutto vantaggio nostro e dei fan sparsi in tutto il mondo. Con "Jackhammer" le liriche tornano ad essere sessualmente riferite, senza che venga mai usato un lessico esplicito, e nel contesto ci narrano di una signorina insaziabile che come si evince dal testo è probabilmente una groupie "Right turn left turn, Got the boys in both hands, Playin' in stereo Like you do with most bands" ("Sinistra e Destra, hai i ragazzi in entrambe le mani, giochi in stereo come sei solita fare con molte altre bands"). Lo scenario è quello già trattato in altre canzoni dove abbiamo una figura femminile, solitamente molto disinibita, dall'insaziabile appetito sessuale "Can't get to sleep 'cause I hear you squealin', Like a stuck little pig, you love the feelin' " ("Non riesco a dormire perché sento i tuoi grugniti, come un maialino impalato, adori quella sensazione") non lascia spazio a fraintendimenti. La title track, ritornello centrale del pezzo, chiarisce il concetto legato alla figura in questione "Jackhammer that's your style, Jackhammer, you're gonna scream" ("Martello pneumatico, questo è il tuo stile, Martello pneumatico, devi urlare") dove il "Martello pneumatico" è un richiamo alla modalità di essere posseduta, in questo caso una modalità abbastanza decisa, intensa e per nulla "delicata".

Metal on Metal

Ancora tempo di classici, ancora tempo di medley: "Sapete qual è la Mia musica preferita, in tutto il mondo? Il metallo, Metal on Metal". Con queste parole esordisce Lips, dopo aver arringato la folla con una breve divagazione sulla sua sei corde, ed è arrivato il momento dell'Inno per antonomasia di quella realtà senza bandiere né confini che è il popolo del metallo pesante. Uniti solo dall'amore per la musica e dalla venerazione per coloro i quali mantengono in vita questo genere musicale, il popolo del metallo ha fatto proprio questo brano che, se è vero che l'Heavy Metal è in sostanza una nuova religione, la suddetta traccia ne è in definitiva la sua liturgia. Un anthemico inno alla musica Metal, il brano che infiamma l'audience facendo alzare un muro di braccia borchiate mentre all'unisono con la band si scandisce il ritornello, "Keep on rocking, Keep on rocking, join the Heavy Metal Fight" - "Continuate a Rockeggiare! Continuate a Rockeggiare! Unitevi a questa Lotta dell'Heavy Metal!". Il significato letterale, tradotto dallo slang Anglosassone, è arduo per noi discendenti del Latino idioma ma in sintesi è una esortazione al continuo muoversi, agitarsi o per usare un modo di dire nostrano, "Sbattersi" nel senso di impegnarsi al massimo; aggregarsi alla lotta per mantenere il metallo pesante vivo e vegeto. Tutta la canzone è una sorta di dichiarazione d'amore  e devozione verso un genere musicale che la band ha abbracciato fin dagli albori della sua carriera e le parole "Metal on metal, Never will die, Parties and concerts, Keep it alive" ovvero "il Metallo non morirà mai, Concerti e Feste lo mantengono in vita" sono il riassunto di un concetto che, oggi come allora, si perpetua senza fine. L'incedere è pesante e cadenzato, caratterizzato da una velocità maggiore rispetto all'album, con la ritmica di Allison piacevolmente graffiante in sottofondo. Ci piace scoprire tre le pieghe della registrazione queste piccole divagazioni che contribuiscono a rendere il prodotto, e la band, più genuina e meno incline alla ricerca della perfezione; particolarità questa che, a nostro avviso, penalizza diversi album "Live" (in generale nella storia del Rock) facendoli assomigliare a delle sessioni in studio con l'aggiunta di applausi. Si evidenziano, nell'assolo, le influenze dello stile Nugentiano che hanno contaminato la formazione solista di Kudlow il quale ha orgogliosamente dichiarato durante la nostra intervista di aver appreso molto dal modo di suonare del Leone di Detroit; questa è la dimostrazione del fatto che la musica (in questo caso l'hard rock) viaggia, contamina, si trasforma e crea sempre nuove forme di espressione in una evoluzione perenne. Scandendo "Keep on Rocking" ("Contiunate a Rockeggiare!"), "Metal on Metal" scorre in tutta la sua sacralità fino ad assumere l'inevitabile veste Anthemica che da sempre la contraddistingue quando si giunge al momento in cui è il pubblico a cantare. Lips dirige la folla come farebbe il sacerdote di un culto pagano, facendo scandire il ritornello ad una audience in delirio; l'effetto è suggestivo e per un attimo è come se venissimo assorbiti nel brano diventando parte dello show. Anche in questo caso il brano non si esaurisce nel finale ma prosegue come i precedenti in questo medley che la fonde insieme alla potente "Winged Assassins", canzone contro la guerra, ed in special modo"dedicata a quelle figure che le guerre le "combattono" restando migliaia e miglia lontane dal fronte. Introdotta da un splendida linea di basso coadiuvata dal gioco di Reiner sui piatti, il nostro Lips si presenta giocando sull'assonanza Anglosassone del termine "One/Two" ( Uno/Due), "One, Two, I want to Fuck You" ("Uno, Due, Voglio Fotterti!"). Siamo propensi a pensare che, vista la natura del testo, sia più una invettiva sul genere "Voglio mandarti a fare in culo" diretto a quei personaggi che con le guerre continuano a creare profitto senza mettere a rischio la loro vita e quella dei loro cari. L'esecuzione è decisamente senza macchia, come del resto lo è tutto l'Album fino a questo momento, e sposta il livello di un gradino più in alto verso la conclusione del concerto e di questo sesta produzione recante la firma dell'incudine. Per questo brano, dunque, la band non ci parla di sesso, donne, motori o altre tematiche classiche della musica Rock ma descrive un attacco aereo di un non ben precisato teatro bellico. "La missione è completata, gli onori attendono gli eroi, le fusoliere dipinte aggiudicano nuovi morti". La pratica di dipingere una bandiera, per ogni aereo nemico abbattuto, sulla fusoliera del proprio velivolo è una consuetudine che si è largamente diffusa nella seconda guerra mondiale tra i piloti alleati, in special modo Americani e Inglesi, sia nel teatro Europeo che in quello del Pacifico. La spettacolarizzazione della guerra da parte di certi eserciti passa anche da queste cose, ogni bandiera era motivo di vanto per il pilota (o nel caso di bombardieri, per l'equipaggio) e nei circoli Ufficiali chi annoverava più abbattimenti era visto come l'asso dello squadrone. Questa usanza si è diffusa anche tra i carristi, in special modo Russi e Tedeschi, che decoravano i fusti dei loro Carri con dei cerchi di colore bianco, più cerchi significavano più nemici distrutti. La track in questione è, tuttavia, un pezzo contro la Guerra piuttosto che una sua glorificazione e vuole sottolineare che, per soddisfare un esiguo numero di Politici/Militari, migliaia di persone innocenti debbano morire invano Giunti a questo punto la scarica di adrenalina che ci scorre nelle vene è arrivata ad un livello di guardia prossimo alla tracimazione dagli argini, i quali esplodono non appena la band attacca il brano di chiusura di "Metal on Metal", lasciando fluire tutta la carica dirompente immagazzinata dall'inizio dell'album. 

666

 "666" parte subito velocissima e violenta tra riff improvvisi di Lips i quali sembrano come sospesi sulla devastante base ritmica, volutamente carica di attitudine assassina che si erge a dimostrazione del fatto che l'incudine non si è mai spezzato. La versione Live del brano è qualcosa che ne trascende la semplice esecuzione, andando a posizionarsi su di un livello decisamente elevato rispetto all'originale dello stesso; qui stiamo ascoltando il "Big Bang" dello Speed Metal, assistiamo alla nascita di un nuovo universo che ingloberà al suo interno future formazioni le quali contribuiranno a fare la storia di questo ramo del metallo pesante, dal tempo dei suoi esordi. Nel 1989, anno in cui questo album veniva registrato, band del calibro di MetallicaSlayerAnthrax e Megadeth ( volendo citare i soliti big four ) avevano già consolidato la loro immagine al top della scena con produzioni storiche ed il seme primordiale che ha dato loro linfa vitale permettendone la nascita è da ricercarsi proprio in questo contesto stilistico che, con un lustro di anticipo, precorreva i tempi. Ci piace ascoltare l'immediatezza dei suoni "Live" spogliati dalle manipolazioni dei mixer, e anche se tutto il materiale registrato è stato successivamente rifinito in studio l'impronta della performance rimane nella sua integrità conferendo al tutto un sigillo di qualità. Tutti quanti i membri della band, indistintamente, suonano al massimo delle loro capacità e la perfetta interazione è la forza trainante che rende questa track una vera bomba; il binomio voce/riff che Lips ci regala durante l'esecuzione, oppure l'assolo al cardiopalma sono solo la punta dell'iceberg per quella che viene segnalata dalle recensioni risalenti al 1982 come la traccia più cattiva dell'intero secondo album; e non poteva essere oltremodo differente visto la natura del testo, riferito alla figura del Maligno e del suo numero identificativo. Le lyrics sono di fatto riferite a Satana (o come vogliamo chiamarlo). Citando la Cabala ebraica il titolo riprende l'universale suffisso di riferimento usato nel Nuovo Testamento per indicare il male assoluto, riconducibile alla figura del Diavolo, ossia quel 666 reso famoso dalla Maideniana "The Number of the Beast" che tutti conosciamo. Il numero della Bestia è simbolo di caos e debolezza umana, incline al peccato e affascinata da tutto ciò che quest'ultimo rappresenta, e i versi del testo sembrano venire dal Re degli Inferi in persona quando ascoltiamo parole come "Il vostro destino è segnato, la rivelazione è vicina" oppure "Sento le vostre urla, metto a nudo le vostre paure". L'umanità è da sempre al cospetto di questa nemesi, sia che essa si trovi innanzi a di Dio, o alla sua controparte, resta comunque nella posizione di non comprendere mai gli avvertimenti inviatigli. "Conduco le mie guerre attraverso le menti dell'uomo, completare l'essere giustifica la mia causa", questo passaggio racchiude quanto espresso nelle Sacre Scritture, ovvero che il Maligno si serve degli uomini per perorare la sua causa di conquista del mondo, in antitesi con le forze del bene che sono rappresentate dalla figura dell'Onnipotente, come ci insegna la chiesa.

Mothra

L'orgia "demoniaca" e sonora non si affievolisce perché "666" si trasforma sul finire nel cavallo di battaglia che da sempre caratterizza la discografia della band, l'onore di chiudere il "Live" viene lasciato alla mitica "Mothra", celebre figura mitologica Giapponese con le fattezze di una falena, che combatte per la difesa del pianeta terra e dei suoi abitanti. La sostanza del brano narra infatti di questa leggendaria entità malvagia, Mothra appunto, emersa dalle tenebre degli inferi ("From the darkness of Hell out She came") in una piccola città ("In a small town outside of destiny"), per purificare la terra dai suoi mali sterminando i suoi abitanti. Il soggetto trattato nel testo è una figura che appartiene all'universo della fantascienza Giapponese apparso per la prima volta sul grande schermo nel 1961, ad opera del maestro Ishiro Honda. Nel pantheon dei Kaiju ("mostri") le fattezze di questo essere sono quelle, come già detto, di una falena gigante le cui armi distruttive sono una polvere velenosa, che secerne dalle ali, ed un vento distruttivo che crea con le medesime. Il brano segna l'apoteosi della performance trascinando con se il pubblico in visibilio e, di conseguenza, anche chi come noi ha acquistato l'album in qualsiasi parte del mondo. La struttura di base si presenta leggermente rallentata, e la diversa sonorità che si percepisce durante i live show le dona un'impronta più dura e grezza che ne amplifica maggiormente i tratti in origine già decisamente marcati. L'architettura rimane fedele alla versione presente su "Metal on Metal" fino al momento dell'assolo che ci colpisce per quanto possiamo ascoltare in sottofondo, escludendo la chitarra di Lips; abbiamo la possibilità di seguire Dickson nella sua linea di basso oppure sentire le "svisate" di Allison il quale manovra sulla ritmica in modo impeccabile. Stesso discorso vale per Reiner che dietro alla batteria si dimostra essere un vero ed instancabile rullo compressore. Questo è il bello degli album dal vivo, poter ascoltare quei particolari che fanno la differenza dai corrispettivi brani incisi in studio e ormai assorbiti da ripetuti passaggi. La band divaga in una parentesi strumentale d'effetto allungando la durata della track e proponendoci un dualismo con l'accoppiata Lips/Allison i quali intrecciano le loro sei corde in una spirale di riff sempre crescenti che culmina con l'arringa finale ai fan da parte di Lips. "In the land of Japan live the mighty Monster, Mothra" ("In Giappone vive un potente mostro, Mothra"), questo non prima di aver chiesto all'audience se hanno passato una bella serata, ovviamente in stile Anvil:  "Did You Had got fucking time tonight". Il pezzo si conclude in un'orgia di riff indiavolati supportati dalla polisemica opera di percussione del solito Robb Reiner.

Conclusioni

"Past and Present: Live in Concert" si chiude, e con esso anche l'ultimo capitolo della magica formazione Canadese, quella originale, che ha dettato le regole nella N.W.O.B.H.M. quando quest'ultima era all'apice della sua vena artistica. Quello che arriverà con gli anni Novanta sarà una nuova pagina tutta da scoprire. Ascoltare questo live mi esalta e, al tempo stesso, mi rattrista; per il semplice fatto che da una parte sento una band che suona insieme da dieci anni (forse qualcosa in più) e lo fa divinamente, mentre dall'altra sto immancabilmente assistendo sia pure a livello uditivo alla fine di un sodalizio che pensavo, o meglio credevo, non fosse possibile rompere. La dipartita di Dave Allison ha rappresentato un che di traumatico per il fan che era in me (e che ancora è presente). L'ho vissuta come quando Ace Freheley lasciò i KISS, sono quelle figure che imprimi nella tua mente e non riesci a fartene una ragione del fatto che non saranno più sul palco o nelle incisioni sugli album, sono semplicemente uscite dalla band, punto e basta. Questo, comunque, è il feeling che mi trasmette l'opera in questione: ogni singola nota è suonata con determinazione ed è ostinatamente e drammaticamente reale, si percepisce in ogni passaggio le genuinità che sta alla loro base e mai, nemmeno per un attimo, possiamo avvertire la sensazione che dietro alla realizzazione dell'album ci sia una volontà prettamente commerciale, tranne quella della sua pubblicazione per contratto, ovviamente. Sono da sempre propenso a credere che "Past and Present Live" sia stato volutamente registrato dal vivo per far meglio conoscere la band alle nuove leve del metallo pesante, introducendole al decennio tutto da inventare che stava per arrivare, mentre per i fan della vecchia guardia il tutto suona come una sorta di testamento musicale di quello che ha rappresentato il combo Canadese per tutti gli anni Ottanta. Con alti e bassi contrattuali annessi, niente escluso. Personalmente consiglierei l'acquisto di questo album in luogo delle solite antologie o "Best Of" perché qui dentro c'è più anima, c'è più magia, c'è tutta la potenza di una decade che ha inventato questo genere musicale in un'ora di musica di altissimo livello professionale; è il meglio dei primi dieci anni della band riassunta in un unico album. Sulla base di questi fattori, personali ed affettivi da un lato, prettamente analitici dall'altro, la mia valutazione in merito si attesta sul massimo del voto consentito che è DIECI. Recentemente, grazie a R&MIMB ho avuto la fortuna di incontrare la band in occasione della nostra intervista fatta durante la loro data Italiana al Circolo Colony di Brescia il 19 dicembre 2014, ed aver assistito allo show non ha fatto altro che rafforzare questa mia votazione in merito in quanto, a distanza di venticinque anni dalla pubblicazione dell'album, la band suona ancora nello stesso identico modo. Gli Anvil sono forgiati nel Fuoco della coerenza e la passione, oggi come allora, è la loro linea guida. Keep On Rocking!!

1) Concrete Jungle
2) Toe Jam
3) Motormount
4) Forged In Fire
5) Blood on The Ice
6) March of the Crabs/Jackhammer
7) Metal on Metal
8) 666
9) Mothra
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