ANVIL

Metal on Metal

1982 - Attic Records

A CURA DI
STEFANO VIOLA
07/01/2015
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9

Recensione

Prima di affrontare la recensione dell'album al quale questo articolo è riferito, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al contesto storico musicale che ha portato alla sua pubblicazione, avvenuta nel 1982, anno della consacrazione dell'Heavy Metal. Guardando indietro a quei giorni è impossibile astenersi dal fare una affermazione del genere, ed una retrospettiva delle pubblicazioni di quel periodo non fa altro che confutare quanto detto sopra. Sotto l'appellativo di New Wave of British Heavy Metal, termine coniato nel 1979 da Alan Lewis (editore della rivista “Sounds”), vennero collocate diverse band apportatrici di un nuovo modo di intendere l'Hard Rock dei primi anni '70, andato in declino con l'avvento del Punk. Queste nuove band reinterpretarono quanto ascoltato durante l'adolescenza, aggiunsero la velocità di esecuzione dei brani (assorbendo così anche la lezione derivata dai gruppi Punk) e lo ripresentarono in un modo più diretto appesantendone i suoni. Era nato L'Heavy Metal che, leggenda narra, trae la sua denominazione dal brano degli Steppenwolf "Born to be Wild" il cui testo recita "I like smoke and lightnin', Heavy Metal Thunder.." ( i Saxon intitoleranno una loro canzone pensando a questo verso, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia ), versi che descrivevano il ruggente motore delle motociclette, e che in seguito divennero tratti distintivi proprio di questo nuovo genere musicale. La genesi di una corrente musicale destinata a fare da scuola alle band delle future generazioni ha avuto un lustro di vita ( 1979/1983 ) per poi tramontare con la nascita di sottogeneri quali il Black Metal della cosiddetta “prima ondata” (un proto thrash fortemente intriso di speed, che vedeva i suoi padri fondatori neii Venom ) e lo Speed Metal, che vede Anvil e Raven come i pionieri del genere, ma durante l'arco di questi cinque anni sono state innumerevoli le uscite che hanno dato prestigio al movimento che, nel frattempo, aveva assunto la connotazione di fenomeno socioculturale, ed il 1982 non è stato certo l’anno meno importante. Tanto per citarne alcune tra le più famose, Il 22 Marzo di quello stesso anno gli Iron Maiden pubblicano lo storico album “The Number of the Beast”, che vede l'avvicendarsi di Bruce Dickinson (ex voce dei Samson) al posto di Paul Di’Anno, e che darà al gruppo la spinta definitiva verso la fama mondiale. Nella storia della NWOBHM sarà ricordato come uno degli album che più hanno contribuito allo sdoganamento del genere metal. Prima della sua pubblicazione, trovare "roba pesante" nei normali negozi di dischi era abbastanza difficile, in quanto puntavano ad offrire quello che il trend del momento proponeva. Generalmente  gli esercizi che distribuivano la musica del Diavolo (ogni generazione ha avuto la sua) erano in periferia oppure situati in una via secondaria e di scarso passaggio, e venivano gestiti per lo più da veri appassionati che si erano votati alla predicazione ed alla divulgazione del genere, evitando o limitando al minimo indispensabile la vendita di prodotti commerciali senza alcuna anima. Questi negozi venivano vissuti dagli allora Metal Kids come vere e proprie cattedrali dove professare il culto. Ebbene, l'avvento di "The Number of the Beast" e la nascita di canali televisivi tematici (Mtv ad esempio)  contribuiranno a cambiare le cose. L'Heavy Metal diventa un fenomeno musicale affermato a tutti gli effetti, se ne parla sempre di più su larga scala e questo favorisce il proliferare di testate specializzate su questo genere (la rivista più accreditata, “Rockerilla” nata nel 1978, resterà sempre il giornale di riferimento per tutti gli appassionati di HM e non solo).  Con il passare dei mesi arrivano sugli scaffali le produzioni più disparate, esordiscono i Virgin Steele con l'omonimo lavoro, ed anche i Manowar con il granitico "Battle Hyms". Sulle note di una vecchia canzone della Wermacht i Teutonici Accept colpiscono duro con "Restless and Wild" il cui brano d'apertura, "Fast as a Shark" (la canzone dell'esercito Tedesco ne era l'intro) ci dà un assaggio di quello che lo Speed Metal diventerà negli anni a seguire. Anche i compatrioti Scorpions scoprono le carte e ci regalano "Blackout", parentesi Metal di una grande band proveniente dal Kraut/Prog degli anni '70, passata attraverso veri e propri capolavori Hard Rock ( ascoltatevi “Tokyo Tapes”). Il 17 Aprile i Motorhead presentano "Iron Fist", che ha l'arduo compito di  succedere al leggendario "Aces of Spades", diventando anche l'ultimo della formazione originale in quanto  “Fast” Eddie Clarke, a lavoro ultimato, lascerà la band ed il suo posto verrà occupato dall'ex chitarrista dei Thin Lizzy, Brian Robertson.  Altri mostri sacri ci allietano con nuove produzioni, gli Whitesnake pubblicano "Saints & Sinners" e qualche mese dopo arriva "Screaming for Vengeance" dei Judas Priest, che segnerà il definitivo cambio di rotta col vecchio sound del quartetto di Birmingham. Il regno del fuoco della NWOBHM è pressoché globale e mentre si intravedono le nuove leve provare dietro le quinte (Anthrax, Metallica e Slayer su tutti ) altro materiale incandescente è pronto ad arrivare. Il 15 Aprile, due giorni prima dei Motorhead, la “Attic” pubblica "Metal on Metal", secondo lavoro degli Anvil. I quattro Canadesi, forti di una precedente pubblicazione (“Hard n Heavy”) che li ha fatti conoscere al mondo, si ripresentano con una produzione qualitativamente superiore rispetto alla precedente e dall'impatto più veloce e cattivo. Da subito si avverte che la band è cresciuta a livello musicale e tutto l'album è indirizzato verso una maturazione che prende decisamente le distanze dal precedente lavoro, ancora orientato verso sonorità più Hard Rock. Anche l'attenzione in fase di registrazione è migliorata, e quello che esce dagli amplificatori gratifica l'ascoltatore riversando tonnellate di metallo nelle sue orecchie. La copertina è caratterizzata da uno sfondo nero sul quale campeggia in primo piano un incudine aggredito da una sega circolare. Le scintille che si sprigionano amplificano il significato del titolo e lanciano un chiaro messaggio ai futuri acquirenti sulla natura del prodotto. Il valore aggiunto della fotografia lo troviamo nella luce blu che colpisce le parti inquadrate rafforzando ulteriormente la percezione delle varie le fasi del metallo (inteso come elemento naturale), da quella primitiva e malleabile nella sua forma incandescente, a quella inossidabile nella sua forma definitiva. Il retro della copertina (parliamo dell' Lp) ci regala una foto della line up invariata con i nomi ed i ruoli scritti sotto ad ogni membro, e la track list leggibile nella parte centrale alta. Il confezionamento vede al suo interno l'involucro contenente il vinile (in gergo "la manica") corredato da foto in ordine sparso dove possiamo vedere la band in varie fasi che vanno dalla sala di registrazione, ai concerti o al backstage. L'attenzione al Packaging è un altro chiaro segnale del cambiamento professionale al quale la band si sia indirizzata. Kudlow, Reiner, Allison e Dickson (i primi tre, produttori dell'album di debutto) questa volta fanno le cose sul serio e affidano la produzione del nuovo lavoro a Chris Tsangarides, Britannico di origine Greco Cipriota, vero Deus ex Machina della musica pop, rock e metal. Dal 1975 il suo nome è sempre sinonimo di garanzia ed il produttore annovera nel suo palmares gruppi dall'alto livello qualitativo di tutto rispetto, ed il suo tocco magico emerge fin dal primo solco. “Metal on Metal” ci dona la visione di una band omogenea, compatta e concentrata sul proprio futuro, si percepisce che il nuovo album è suonato con l'anima, e l'energia che i quattro riversano in ogni nota amplifica tutte queste qualità che sono opportunamente dirette dalle sapienti mani di un produttore che conosce il fatto suo, risaltando a beneficio dei fans. L'impatto Live dei brani presenti su “Metal on Metal” è sin da subito devastante e le performance nei vari festival dell'epoca sono, ai giorni nostri, roba da antologia che contribuiscono a rendere questo album l'Opera Omnia della loro intera discografia. La seconda produzione degli Anvil è entrata a pieno titolo nella lista dei lavori che hanno fatto la storia della NWOBHM (anche se la provenienza del combo è Canadese; non di rado gruppi di nazionalità estere sono comunque inseriti nel calderone, come accaduto agli Heavy Load, svedesi) e se questi ragazzi  non  fossero esistiti, oggi non avremmo i Metallica, gli Slayer e molte altre band. In una ipotetica facoltà universitaria dedicata al genere, “Metal on Metal”, sarebbe da studiare per poi trattarlo imprescindibilmente nella tesi di laurea. Non ci resta che posizionare il vinile, o qualsiasi altro supporto del quale disponete, sciogliere le criniere e lasciarci travolgere dall'ondata di metallo pesante che sta per arrivare, l'incudine è più temprato che mai. Keep on Rocking ! ! ! 



Si parte subito col botto, con l’avvento della tracklist, Metal on Metal. È Robb Reiner ad aprire le danze battendo quattro sul Ride, seguito a ruota dalla chitarra ritmica subito travolta da una rullata paragonabile solo ad una inarrestabile valanga. Si capisce da subito che il livello compositivo non è più quello dello scorso album e l'incedere del pezzo lo conferma senza possibilità di smentita. Nei primi trenta secondi del brano è come essere testimoni del risveglio di una creatura di dimensioni enormi, il ripetersi degli accordi portanti del pezzo ci trasmette la sensazione che questa si stia piano piano alzando in piedi e l'ingresso della parte cantata coincide, dunque, con il momento in cui essa inizia a camminare. Il sound proposto agli inizi dell'avventura discografica si è indurito ed ha assunto una tonalità plumbea simile ad un cielo gravido di nubi temporalesche. Lo svolgimento si sviluppa su di una architettura solida che scandisce il tempo sul quale Lips, a tutto campo un trascinatore nato, intreccia il testo del brano incantando l'ascoltatore, obbligandolo a seguirlo. La chitarra solista entra con un assolo deciso che assolve il suo compito, in linea con la struttura del pezzo, ma anche volendo essere pignoli non si può pretendere di più da quello che sembra essere un brano composto con un approccio volutamente indirizzato più alla sostanza che alla forma. Il titolo è omonimo di un brano degli inventori della musica elettronica, i Tedeschi Kraftwerk, che lo composero e lo inserirono nell'album “Trans Europe Express” (1976). In questo caso, però, il testo è un anthemico inno alla musica Metal, il brano che infiamma l'audience facendo alzare un muro di braccia borchiate mentre all'unisono con la band si scandisce il ritornello, "Keep on rocking, Keep on rocking, join the Heavy Metal Fight" – “Continuate a Rockeggiare! Continuate a Rockeggiare! Unitevi a questa Lotta dell’Heavy Metal!”. Il significato letterale, tradotto dallo slang Anglosassone, è arduo per noi discendenti del Latino idioma ma in sintesi è una esortazione al continuo muoversi, agitarsi o per usare un modo di dire nostrano, “Sbattersi” nel senso di impegnarsi al massimo; aggregarsi alla lotta per mantenere il metallo pesante vivo e vegeto. Tutta la canzone è una sorta di dichiarazione d'amore  e devozione verso un genere musicale che la band ha abbracciato fin dagli albori della sua carriera e le parole "Metal on metal, Never will die, Parties and concerts, Keep it alive" ovvero "il Metallo non morirà mai, Concerti e Feste lo mantengono in vita" sono il riassunto di un concetto che, oggi come allora, si perpetua senza fine. La track list procede con uno dei cavalli di battaglia della band, Mothra, che all'epoca arrivò a seminare lo scompiglio tra i discepoli del metallo, come farebbe un branco di lupi in un gregge di pecore. Ogni luogo dove questo brano veniva suonato era teatro di teste lungocrinute che si agitavano all'unisono in una celebrazione estatica dal sapore quasi religioso. Il riff introduttivo ci colpisce con cattiveria, una cattiveria che è inasprita ulteriormente dall'entrata in campo della sezione ritmica dalla quale emerge, in tutta la sua potenza, il lavoro dietro alle pelli di Robb Reiner che si conferma essere un vero e proprio rullo compressore. Bello il cantato indirizzato verso il tipico stile al quale Lips ci ha abituato, già dal precedente lavoro; il singer difatti irrobustisce il fraseggio, cesellando brevi riff di supporto. La traccia si evolve prendendo sempre più vigore, quasi autoalimentandosi della propria energia che, una volta al culmine, scarica tutta la sua potenza nel trascinante assolo. La parte centrale si ammorbidisce sfumando in una ritmica serrata di sostegno ad un coro dalle connotazioni epiche, per via delle tematiche espresse nel pezzo. L'album è iniziato da ben due canzoni e ancora non si vedono testi riferiti al sesso, come “Hard n Heavy” ci aveva largamente illustrato, al contrario in questo caso siamo in una dimensione maggiormente legata a dinamiche Fantasy/Horror. La sostanza del brano narra di una leggendaria entità malvagia, Mothra appunto, emersa dalle tenebre degli inferi ("From the darkness of Hell out She came") in una piccola città (“In a small town outside of destiny”), per purificare la terra dai suoi mali sterminando i suoi abitanti. Il soggetto trattato nel testo è una figura che appartiene all'universo della fantascienza Giapponese apparso per la prima volta sul grande schermo nel 1961, ad opera del maestro Ishiro Honda. Nel pantheon dei Kaiju (“mostri”) le fattezze di questo essere sono quelle di una falena gigante le cui armi distruttive sono una polvere velenosa, che secerne dalle ali, ed un vento distruttivo che crea con le medesime. Anche se nel testo Mothra viene descritta come una forza maligna devastatrice, la sua indole nella realtà della fantascienza del Sol Levante è quella di un essere pacifico, alleato di Godzilla, che combatte a difesa degli uomini. Il mondo della science fiction Nipponica ha da sempre sviluppato una serie di personaggi/creature che hanno poi goduto di vita propria, quasi che queste figure esistessero veramente. Quello che i Giapponesi sono stati capaci di inventare, a differenza della fantascienza Occidentale, è un Olimpo privato popolato da esseri che, attraverso generazioni di persone, continuano ad esistere e a far parte della loro cultura. Questo brano, come per molte altre band, è diventato un segno distintivo del combo Canadese, e sopravviverà in eterno nel regno del metallo pesante. Volendo citare le parole del testo, "Mothra reign Supreme" (“Mothra regna sovrana”). Si giunge verso toni ammorbiditi con Stop Me,  un brano che vede, per la prima volta, Dave Allison alla voce al posto del carismatico frontman Lips. La canzone ha un incedere melenso, non è da annoverarsi tra le ballad proposte da altre band, ma l'interpretazione canora seguita dalla onnipresente sei corde di Kudlow in sottofondo fanno propendere per una parentesi decisamente controcorrente rispetto alla caratura dell'album. Un arpeggio iniziale ci introduce agli accordi che per qualche secondo ricordano l'attacco di  “Dirty Women" (da “Technical Ecstasy”, 1976) dei Black Sabbath, momento subito rinvigorito dai riff della chitarra solista, vero e proprio pilastro della track. La voce di Allison assomiglia ad un Ace Frehley meno nasale nella sua timbrica, ed il modo di cantare lo ricorda ancor più nella parte finale quando ripete "Stop Me" sfumando lentamente. A livello strumentale è un pezzo abbastanza lineare, senza virtuosismi di sorta, dove troviamo il classico schema Intro/Assolo/Chiusura, emergono dei passaggi di batteria che sono sempre molto apprezzati. Le liriche probabilmente ci parlano di un fatto realmente accaduto al chitarrista ritmico del gruppo, il quale ci narra della classica Teenager innamorata del suo cantante preferito  (“When You see me You can't resist. . . In Your dreams and on your mind tonight's the night I could make You mine" ovvero "Quando mi vedi non puoi resistere”, e ancora "Nella tua mente e nei tuoi sogni questa è la notte in cui potrò averti”) e riesce ad avere un contatto con lui, che la porta alle feste, le mostra il significato della vita da rocker ma, una volta al dunque, lei si tira sempre indietro. Finisce, dunque, irrimediabilmente scaricata (“Cuttin'down ain't where it's at, You just a tease and that's a fact” – “Diamoci un taglio, la verità è che sei soltanto una perdita di tempo”). Il termine “Tease”, in Inglese, ha diversi significati correlati alla situazione in cui viene usato. Nel contesto descritto nel testo, questa parola ha valenza negativa se riferita al soggetto in questione in quanto la ragazza di cui ci parla Allison continua a creare aspettative di concretizzare quel qualcosa che, una volta al dunque, viene sempre negato dai ripensamenti di quest'ultima. La frase "And go home to Your poster dreams" (“Tornatene a casa a sognare guardando i tuoi poster”) lascia intendere che forse la figura in questione fosse poco più di una teenager con velleità di groupie, ma solo nei suoi sogni. La realtà è, come sempre, ben diversa. Onestamente lo considero l'anello debole del nuovo lavoro targato Anvil, a mio avviso ha più il sapore di un brano con funzione riempitiva che poco ha da spartire con il resto dell'opera. Proseguiamo con la quarta traccia, March of the Crabs, due minuti e trentacinque secondi di potenza assoluta, orchestrata ad arte dalla sinergia tra i vari elementi che, all'unisono, danno vita ad uno dei brani strumentali più epici della scena metal di quegli anni. Sicuramente non paragonabile, per popolarità, con l'Icona Maideniana "Transilvania " (all'epoca l'anthem per eccellenza dei brani strumentali del metallo pesante), è comunque un pezzo di enorme impatto per quanto riguarda il livello esecutivo che mette in mostra, neanche ce ne fosse bisogno, il talento di Robb Reiner. Il lavoro di Allison (chitarra ritmica) e Dickson (basso) funge da forza di traino sulla quale Lips confeziona una serie di riff evocativi che sembrano dare vita all'immagine di una creatura nell'atto di spiegare le ali e sorvolare uno scenario post apocalittico. Travolgente esecuzione la cui architettura resta ancorata alla concretezza tipica del sound degli Anvil che lascia poco spazio al tecnicismo eclettico, finalizzato ad appagare l'ego del singolo musicista come spesso avviene. Questo brano è uno dei cavalli di battaglia delle performance live della band e la sua longevità è la testimonianza sonora dello "stato dell'arte" del secondo album degli Anvil. Anche se l'uso del termine in riferimento alla musica non è propriamente corretto, in quanto è sinonimo di raggiungimento della massima conoscenza in campo tecnologico, possiamo comunque sfoggiarlo, stile licenza poetica, per definire al meglio la caratura di questo album composto al novanta per cento da brani che sono diventati parte della storia di un periodo e di un genere musicale che hanno generato una infinità di altre band. Ritorniamo ai brani cantati con la quinta traccia, Jackhammer. Immediatamente notiamo il lavoro di braccia e di doppia cassa dell’instancabile Reiner, che spinge al massimo anche in questo brano caratterizzato dal fraseggio intervallato ai riff di chitarra. Andamento sostenuto da una sezione ritmica incalzante che assolve egregiamente il compito e sigilla ermeticamente la track in tutta la sua durezza. Il Brano scorre senza cambi di tempo fino all'assolo che si materializza dopo il ritornello, Lips ci gratifica con il suo collaudato marchio di fabbrica che consiste in un modo di suonare concreto e senza fronzoli. Con “Jackhammer” le liriche tornano ad essere sessualmente riferite, senza che venga mai usato un lessico esplicito, e nel contesto ci narrano di una signorina insaziabile che come si evince dal testo è probabilmente una groupie "Right turn left turn, Got the boys in both hands, Playin' in stereo Like you do with most bands" (“Sinistra e Destra, hai i ragazzi in entrambe le mani, giochi in stereo come sei solita fare con molte altre bands”). Lo scenario è quello già trattato in altre canzoni dove abbiamo una figura femminile, solitamente molto disinibita, dall'insaziabile appetito sessuale "Can't get to sleep 'cause I hear you squealin', Like a stuck little pig, you love the feelin' " (“Non riesco a dormire perché sento i tuoi grugniti, come un maialino impalato, adori quella sensazione”) non lascia spazio a fraintendimenti. La title track, ritornello centrale del pezzo, chiarisce il concetto legato alla figura in questione "Jackhammer that's your style, Jackhammer, you're gonna scream" (“Martello pneumatico, questo è il tuo stile, Martello pneumatico, devi urlare”) dove il "Martello pneumatico" è un richiamo alla modalità di essere posseduta, in questo caso una modalità abbastanza decisa, intensa e per nulla “delicata”. È sempre arduo cercare di tradurre certe liriche facendo attenzione a non scadere nel volgare, ma seguendo lo schema compositivo della band non risulta impossibile. Nel complesso la traccia risulta ben fatta e a distanza di anni il sound è ancora attuale, riesce a convincere e a non stancare, segno della qualità del prodotto. Sale il livello di intensità con il sesto brano, Heat Sink, introdotto dal giro di accordi della chitarra subito affiancata dalla sezione ritmica, gestita in modo impeccabile dal lavoro in controtempo di Robb Reiner. Il pezzo è incalzante e senza tregua e crea la base ottimale sulla quale appoggiare le liriche cantate da Steve "Lips" Kudlow. Non si notano sonorità simili a precedenti canzoni come nel loro primo lavoro anzi, si ha la sensazione che la band abbia trovato il suo stile personale e questa cosa sarà confermata negli album successivi diventando la prerogativa della premiata ditta Anvil. L'assolo aggredisce l'ascoltatore e lo rapisce nell'accompagnamento che, in simbiosi con la chitarra solista, crea l'episodio più bello di tutta la track. Il testo, onestamente, è una prova ardua da affrontare. Ad un primo ascolto sembrerebbe una canzone dedicata alla donna amata ("I can't think of nobody but You" - “Non riesco a pensare a nessuno tranne che a te”) ma addentrandoci nel testo scopriamo passaggi che spiazzano tutto quello che avevamo precedentemente elucubrato, facendoci ripartire da capo nel cercare un nesso logico a queste frasi. "Got my hand on the firebrand, gonna mark you mine", “la mia mano impugna un ferro infuocato, devo marchiarti di mia proprietà” non è decisamente  una frase che si dice alla donna della propria vita ma, addentrandoci nella dimensione lirica della band, è possibile che questo brano sia l'ennesima metafora di un rapporto sessuale. L'appiglio per confutare tale tesi ci viene dato dalla frase in chiusura che recita "The Fire's down the burnin's stopped, leave me now too cool. Cold Black waste you've had the taste of my heated tool ", “Le fiamme si abbassano, il fuoco si spegne hai assaggiato il mio arnese incandescente” e se quanto espresso corrisponde al significato che abbiamo più o meno capito, non risulta difficile comprendere perché le associazioni femministe del Canada si fossero scagliate contro i quattro musicisti di Toronto. Di gran carriera arriviamo in rotta di collisione con il brano numero sette, Tag Team, che si sviluppa da un ritmo cadenzato, più lento rispetto ad altre songs dell'album, ma allo stesso tempo pesante nel suo incedere. Si distinguono i singoli strumenti tessere la trama sulla quale Lips gorgheggia in maniera egregia facendo volteggiare la voce al di sopra delle note, creando la combinazione perfetta per un pezzo anthemico da arena. Questo brano è vecchia scuola, è una miscela di Hard Rock ed Heavy Metal, un’unica fusione che penetra nelle viscere che lo si voglia o no, è impossibile resistere ed anche provandoci ci si ritrova a muovere la testa a tempo in modo automatico. L'assolo ci coglie a metà del brano e si sviluppa sulla chiusura della frase, che Kudlow allunga per favorire l'ingresso della sua sei corde. È un pezzo "quadrato", come si usa in gergo, ma ha un potenziale esplosivo che non lo fa passare sicuramente in secondo piano rispetto alle più blasonate canzoni presenti nell'opera, anzi. Un altro episodio sicuramente degno di nota ed in grado di travolgerci con quell’incedere tipico delle nostre Incudini. “Tag Team” è il termine usato per indicare, negli sport di lotta, una unione di due lottatori, in genere sempre impegnati in combattimenti “due contro due”. Quando un lottatore è esausto, toccando la mano del loro compagno (Tag) riesce a dare il cambio, per poter andare a riposare oltre le corde, riprendendo fiato. In questo contesto, quella che fino a metà può sembrare una canzone riferita al wrestling, sembra c'entrare ben poco con il mondo dello Sport Entertainment o meglio, la terminologia ad esso dedicata viene usata per descrivere quella che a tutti gli effetti ha la connotazione di una Gangbang. "When one's done they tag another one-How far she will go" (“Quando uno è allo stremo si danno il cambio con un altro, fin dove si spingerà”), sembra la descrizione di una sessione sostenuta da un cospicuo numero di uomini. "In round seven she's in heaven, how much can she take" (“Al settimo round lei è in paradiso, quanti ancora ne può accogliere”) stiamo assistendo ad un challenge di durata che ha il suo epilogo nella parte dove si recita "She's going down, she's on the ground You can hear her howl. She can't take no more cause she's so sore " ( Lei è al tappeto, puoi sentirla ululare. Ne ha abbastanza, è dolorante”). Può darsi che questo pezzo sia stato scritto in riferimento ad una faccenda realmente accaduta ai nostri? O ad un’adunanza da Guinnes dei primati che ogni tanto qualche attrice del settore a luci rosse intraprende aumentando di volta in volta il numero dei partecipanti? Tag Team Baby, just wanna rock!!! InScenery, ottava traccia del lotto, Robb Reiner ci delizia della sua arte di "picchiatore", costruendo l'impalcatura che regge il pezzo, rinforzato dalla sezione ritmica di Allison e Dickson. L'incedere è del genere "Lento ma Violento", in controtendenza con i brani più tirati all'interno dell'album, e risulta di grande impatto se suonato a volume sfacciatamente alto. Lips ci conduce attraverso le liriche fino all'assolo che, nella sua struttura, suona come un qualcosa già ascoltato un decennio addietro ma che resta nascosto nei riff senza rivelare la sua somiglianza. La versatilità della band nel comporre brani che a volte pescano nel periodo embrionale del quartetto, quello del liceo, oppure nel comporre track più complesse è una ulteriore prova della loro bravura. Il testo è ancora una volta riferito ad una groupie,  ma invece di tesserne le lodi è piuttosto un manifesto denigratorio nei suoi confronti. Praticamente la storia ripete il solito cliché, ci sono ragazze che per poter avvicinare i propri idoli, poter andare nel backstage ed avere una avventura con loro, molte volte fingono di essere quello che non sono risultando patetiche. Questa è una parte dello show business che non ho mai compreso fino in fondo, ma non sarò certo Io a farne una morale a riguardo. "Ti sei messa sotto la luce migliore, Pensi di essere figa e so che sarai al party ","Quei capelli biondi e quel trucco pesante, il modo in cui sei vestita, farebbero star male tua madre ". La solita storia della ragazza “facile” solo in apparenza, che non comprende molto spesso alcune sottigliezze che passano fra l’essere una donna seducente ed una tipa “facile”. Diciamo che se il soggetto in questione voleva intraprendere una carriera in stile Pamela De Barres è partita con il piede sbagliato, essere un groupie è un arte. Che ve lo dico a fare…  Penultimo tassello di questo splendido mosaico denominato “Metal on Metal”, Tease me Please me è un altro brano storico che ha contribuito a rendere l'album il masterpiece che oggi tutti conosciamo. Il pezzo parte introdotto da un riff che si trova a metà strada fra l’Heavy Metal e l’Hard Rock, una chitarra che suona molto simile a quella che, in dischi come “Battle Hymns” dei Manowar, ruggiva sia avanzando il nuovo sia ripescando da quelli che furono (e che MAI sono tramontati) i gloriosi tempi del Rock dei padri fondatori (Deep Purple e Led Zeppelin, in questo caso, su tutti). L’incedere del brano è scandito dalla ritmica che ne introduce l'intelaiatura di base ed è subito arricchito dai brevi e coinvolgenti riff di Kudlow, oltre che dall'energica presenza dell'instancabile Reiner. La track sembra smorzarsi a metà del suo incedere, tenuta in piedi solo dalla batteria di Robb (il cui suono è fatto risaltare ottimamente dalla produzione) e dalla linea di basso che funge da traino per lanciare l'assolo. Quest'ultimo si materializza dal riff di base eseguito dall'accoppiata Allison/Lips e ci avvolge in un turbine che va poi a dissolversi nella struttura ritmica iniziale. Uno degli assoli migliori dell’album, poco da dire, i due chitarristi mostrano un alchimia invidiabile e tutt’oggi verrebbe da chiedersi perché non sono annoverati fra le “coppie” più famose della storia del Metal. La chiusura è una cavalcata dove il titolo viene ripetuto a sfumare, supportato da più voci. Le liriche sono riferite ad un copione  ampiamente conosciuto, la fanciulla in questione propende per lo scambio di effusioni e coccole mentre il maschietto in questione spinge per un po' più di azione ed è intenzionato a concretizzare il rapporto. "Non sta andando come pensavo, ti prendi il mio amore e non mi dai nulla in cambio”, in questo caso l'amore accennato nella frase è quello platonico, lo stesso che si sperimenta in  fase adolescenziale, quando la controparte femminile è appagata dal ricevere attenzioni ma senza implicare nessun rapporto sessuale. “Il sentimento è forte, non riesco ad aspettare. Ne ho abbastanza delle tue coccole, il tuo è un gioco che non voglio fare”, è alquanto esplicito il significato di quello che canta Lips, la pressione sale e alla lunga il continuo scambio di effusioni stanca l'uomo che vorrebbe andare al sodo. Il punto più bello della track arriva nella seconda parte, la quale recita: “Il tuo gioco è finito, adesso è il mio turno, rilassati e te lo dimostro. Lasciati andare so che lo vorresti, fallo come ti piacerebbe, so che lo puoi fare”. Siamo arrivati al dunque, il controllo della situazione passa nelle mani del soggetto maschile che prende l'iniziativa e le mostra come fare. In sostanza è il riassunto di una prima volta, sicuramente per lei, dai contorni comunque romantici e pieni di significato per entrambi, spiegatoci secondo lo stile Anvil. E si arriva quindi alla fine con 666, l’ultimo brano dell'album. Un pezzo che sembra simile ad una tromba d'aria che, dopo essersi formata, si autoalimenta nel suo incedere e travolge qualsiasi cosa incontri sul suo cammino. Il lavoro di squadra tra i quattro elementi della band ci serve un pezzo trascinante, dal ritmo incalzante e senza respiro, vero e proprio speed metal della prima ora. L’inizio ha un che di “oscuro” e nebbioso, possiamo udire poche note di chitarra mostrarsi in maniera lenta ed incalzante.. poi, il trend cambia improvvisamente. La velocità la fa da padroni, le note ed i riff divengono più serrati, più aggressivi, veloci, pronti a travolgerci mettendoci dinnanzi una track che sicuramente sarà stata non meno che utilissima per un sacco di band thrash in quegli anni ancora in stato embrionale (ed i Metallica di “Kill ‘em All” ne sanno sicuramente qualcosa). Lips canta con una timbrica posseduta, in bilico tra un uomo in preda al terrore ed un demone che lancia il suo anatema. Lancinanti riff di chitarra colpiscono l'ascoltatore spezzandogli il respiro, mentre i colpi di Reiner (instancabile ed anche nell’ultima traccia autore di una prova convincente, da standing ovation) ne determinano la stoccata finale. Ascoltando questa track si viene trasportati dalla rabbia con cui la band aggredisce gli strumenti, il coinvolgimento è inevitabile, ed il risultato finale è senza dubbio positivo. Un pezzo a dir poco “storico”, veloce e mai quieto, impossibile resistergli! Un brano che affronta un tema di largo seguito e di successo nel genere heavy metal: le lyrics sono di fatto riferite a Satana ( o come vogliamo chiamarlo). Citando la Cabala ebraica il titolo riprende l'universale suffisso di riferimento usato nel Nuovo Testamento per indicare il male assoluto, riconducibile alla figura del Diavolo, ossia quel 666 reso famoso dalla Maideniana "The Number of the Beast" che tutti conosciamo. Il numero della Bestia è simbolo di caos e debolezza umana, incline al peccato e affascinata da tutto ciò che quest'ultimo rappresenta, e i versi del testo sembrano venire dal Re degli Inferi in persona quando ascoltiamo parole come “Il vostro destino è segnato, la rivelazione è vicina" oppure “Sento le vostre urla, metto a nudo le vostre paure". L'umanità è da sempre al cospetto di questa nemesi, sia che essa si trovi innanzi a di Dio, o alla sua controparte, resta comunque nella posizione di non comprendere mai gli avvertimenti inviatigli. “Conduco le mie guerre attraverso le menti dell'uomo, completare l'essere giustifica la mia causa”, questo passaggio racchiude quanto espresso nelle Sacre Scritture, ovvero che il Maligno si serve degli uomini per perorare la sua causa di conquista del mondo, in antitesi con le forze del bene che sono rappresentate dalla figura dell'Onnipotente, come ci insegna la chiesa. Ulteriore esempio ci giunge nella strofa successiva che cita "Hitler e Manson erano i miei servitori, a questi uomini ho affidato le mie sacre leggi”, la figura che più incarna il significato di malvagità, nel nostro secolo, è unanimemente riconosciuta come quella del Caporale Austriaco reo di aver dato il via ad una delle pagine più buie dell'era moderna con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Anche se la storia insegna che il suo corrispettivo Sovietico, Stalin, sia stato altrettanto malvagio o che secoli addietro ci siano stati Imperatori e Condottieri che hanno fatto cose peggiori, il simbolo di riferimento quando si parla di malevolenza estrema, nel nostro tempo, rimane sempre Lui, a conti fatti ed a ragione il “portavoce” di tutto il Male. Per quanto riguarda Charles Manson, colpevole di omicidio essendo il mandante della strage in cui venne assassinata  Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, la sua malvagità è una cosa che appartiene più agli Stati Uniti che non al mondo intero, anche se, di certo, la brutale efferatezza di quel delitto ha scioccato l'opinione pubblica di tutto il mondo, per come fu eseguita e  per essere diventata tristemente nota grazie anche alla scritta rinvenuta sul muro dell'appartamento che recitava il titolo di una canzone dei Beatles," Helter Skelter ", fatta col sangue delle vittime ( oltre a Sharon Tate, incinta, nella casa erano presenti anche altre persone ). Manson appartiene all'immaginario collettivo di quell'epoca come " il male della porta accanto " che ha scosso le coscienze degli Americani proprio perchè è stato perpetrato da persone qualsiasi, senza alcun motivo apparente.



Giunti dunque alla conclusione, possiamo sicuramente affermare che con “Metal on Metal” gli Anvil abbiano sigillato un album destinato a scrivere nuove pagine nella storia del metallo pesante, un'opera che darà i Natali ad una serie di nuove band che, a loro volta, saranno di ispirazione per future generazioni. E’ giustissimo ricordarsi di chi la Storia l’ha scritta eccome. Prendiamo grandi nomi come Judas Priest o Iron Maiden, o ancora Black Sabbath. Complessi leggendari, nessuno potrebbe anche solo pensare di negare la loro sacrosanta importanza nel mondo del Metal, il loro essere stati fondamentali per l’evoluzione del genere. Un genere che, però, ha avuto bisogno di cesellature imprescindibili e significative, avvenute grazie a gruppi validissimi, granitici, “tosti”, magari sconosciuti al “grande” pubblico.. eppure, lo ripetiamo, fondamentali quanto i maestri. Il nome degli Anvil non sarà sempre in prima pagina sulle varie riviste del settore, i loro dischi non saranno sempre ristampati per via delle innumerevoli richieste, non saranno (nella maggior parte dei casi) fra i primi ascolti di un giovanissimo che decide di appassionarsi al Metal e cerca dunque di addentrarsi in quel mondo.. ma riflettiamo: cosa sarebbe stato il Metal se questo disco e questa band non fossero mai esistiti? E’ giusto credere che gli ingranaggi sarebbero comunque girati, facendo avanzare la macchina.. ma COME questa macchina avrebbe compiuto quei passi? Meglio non pensarci ed essere contenti della realtà dei fatti. In quegli anni il nome degli Anvil era destinato a divenire importantissimo, e per nulla soddisfatti i nostri si accingevano a donare alle stampe un altro grande lavoro come “Forged in Fire”. Qualcosa frenò la loro ascesa e gli impedì, oggi, di essere in quell’Olimpo di intoccabili… nel quale però risiedono in qualità di “membri onorari”, grazie al cuore ed alla passione dei loro fan. Alla fine, non si può negare l’importanza di un disco come “Metal On Metal”, poco ma sicuro. Un album che ci ha mostrato quanto la passione, alla fine, vinca sempre su tutto. Keep on Rocking!!!


1) Metal on Metal
2) Mothra
3) Stop Me
4) March of the Crabs 
?(instrumental)
5) Jackhammer
6) Heat Sink
7) Tag Team
8) Scenery
9) Tease Me Please Me
10) 666

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