ANVIL

Forged in Fire

1983 - Attic Records

A CURA DI
STEFANO VIOLA
25/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Il 1983 è l'anno di massima espansione del fenomeno NWOBHM e, paradossalmente, è anche l'anno del suo declino. Dopo un lustro di incessanti uscite discografiche, alcune legate anche a band discutibili, il gusto dell'ascoltatore medio cambia orientamento e si indirizza verso sonorità dalle connotazioni più veloci, oltre che verso tematiche che iniziano a convergere sul sociale, sulla religione e la guerra, rese in modo molto più diretto ed incattivito rispetto a come determinati argomenti venivano trattati dalle band del decennio precedente. Da più parti si assiste all'arrivo di novità destinate a disegnare il nuovo corso della storia musicale e della Storia tutta, vediamo i cambiamenti muoversi lungo il corso di un decennio destinato ad essere culturalmente sconvolto su più fronti. Ovviamente, quando si parla di cultura, non si può non menzionare la musica, e qui ci riallacciamo al filo conduttore nonché all’argomento principe di questa webzine, "Rock and Metal in my Blood”: altri generi si stanno stagliando all'orizzonte, il principio per cui "nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" (Antoine L. Lavoisier) applicato al genere qui trattato ci inquadra come, un decennio prima, dall'Hard Rock si sviluppò una diramazione che divenne l'Heavy Metal il quale, nel giro di cinque anni soltanto, si evolse in altrettanti rami che, a loro volta, hanno germogliato le gemme successivamente definite Black Metal (genere “coniato” dall'omonimo album dei Venom, che vedeva nella sua primissima incarnazione anche gli svizzeri Hellhammer), Glam, Speed e Thrash. E a questo punto, dalla West Coast Americana, sempre nei dintorni di Los Angeles, e dalla Grande Mela (NYC) muovono i primi passi alla conquista del Mondo gli Slayer, i Metallica e gli Anthrax. Questi ragazzi (all'epoca poco più che ventenni) reinterpretarono il metallo pesante dandogli una nuova definizione e da quel momento furono loro a dettarne i criteri, andando a creare il termine di paragone a cui tutti gli altri avrebbero dovuto attenersi. Sempre per quanto riguarda il versante "nuove proposte" abbiamo inoltre l'affermazione dell'Epic Metal (la paternità e l'anno esatto della nascita sarebbero materia di discussione praticamente infinita) con cui i Manowar ed i Virgin Steele si portano ai vertici delle loro scene, pubblicando sul mercato due album di notevole impatto quali "Into Glory Ride", composto da alcune tra le più belle track dell'intera discografia di Eric Adams e compagni (come non citare "Defender", arricchita dal parlato di Orson Wells), e "Guardians of the Flames" assoluto masterpiece di raffinata bellezza ad opera della formazione di David De Feis e del chitarrista Jack Starr. Il 1983 vede anche il ritorno sulle scene del Glam (abbreviativo di “glamour”), genere già in voga negli anni '70 soprattutto in Inghilterra, grazie a Marc Bolan, che con i suoi T-Rex ne è ritenuto l'inventore. Dopo un periodo di grande esposizione il genere si va piano piano affievolendo, in Europa, ma rimane in auge negli States grazie soprattutto a band del calibro di KISS, Twisted Sister, New York Dolls ed Alice Cooper, i quali propongono un sound più duro rispetto ai gruppi del Regno Unito, prevalentemente orientati verso sonorità decisamente più leggere. Quindi, dalla California, ecco arrivare una formazione che riprende il look androgino tipico del genere e ne ripropone la filosofia in chiave Metal alzando i volumi e aumentando gli effetti scenici, tutto a vantaggio dei fan. Con l'uscita del loro secondo album "Shout at the Devil", i Motley Crue aprono la strada a tutto quello che seguirà negli anni a venire. Tralasciamo per un momento, però, quanto di importante stava avvenendo in ambito Metal nell'Anno Domini 1983, mettiamolo un attimo da parte e concentriamoci sul momento che ogni singolo musicista, ogni singola band, ogni singolo artista sogna di vivere fin dall'inizio della sua avventura nel music business, fin da quando prende in mano uno strumento nel suo garage con un gruppo di amici e strimpella qualche nota davanti alle ragazzine di turno che lo osservano con occhi sognanti. Qual è quel momento? Qual è la cosa a cui tutti i personaggi sopra elencati aspirano nel proprio inconscio e si dannano l'anima per raggiungerla? Essere nel posto giusto al momento giusto. Questo, è "Quel Momento". E gli Anvil erano proprio lì, nell'83, erano proprio in quella posizione anelata da centinaia di altre band lungocrinute, abbigliate in pelle e borchie e armate di attitudine "Killer", erano in cima alla rampa di lancio nel momento in cui i motori si accendevano e andavano in pressione pronti per portarli “verso l'infinito e oltre”, ad orbitare insieme ai grandi della scena nelle sfere più alte del firmamento. Erano ad un passo dalla consacrazione. Ma proprio quando tutto era pronto per il lancio, ed il conto alla rovescia volgeva al fatidico "GO", i motori si sono spenti ed il ritorno alla realtà è stato traumatico, per non dire drammatico. La band arrivava dal precedente successo (“Metal on Metal 1982”) che li aveva consolidati tra le prime linee dei gruppi allora in circolazione, avevano partecipato ai più importanti festival Europei ed avevano consolidato la loro collaborazione con il mago delle produzioni Chris Tsangarides, il cui tocco magico creava successi ininterrotti già dagli anni '70. Forti di questo background al loro attivo, il combo di Toronto prepara nuovo materiale per quello che diventerà il terzo album sotto l'etichetta “Attic” e, molto probabilmente, l'inizio dei problemi parte proprio da quest'ultima. La casa discografica, dopo l'uscita dell'opera, entra in un clima di continui fallimenti/passaggi di mano che, nel corso degli anni, la porteranno a cessare ogni attività (1999) in maniera indipendente e ad entrare in un regime consorziale che dichiarerà bancarotta nel 2001, ma questa è un'altra storia. I quattro baldi giovani, abbandonata la nave per non affondarci insieme, rivolgono le loro attenzioni agli Stati Uniti cercando una label disposti a produrli e da questo momento inizia il loro calvario, fatto di contratti assurdi e richieste al limite del comico che, di fatto, immobilizzano la band nel momento di massimo splendore, quando cioè sono all'apice della vena creativa. Quella vena creativ che, non dimentichiamolo, soltanto un anno prima li aveva fatti acclamare dalla stampa di settore come i precursori, se non gli inventori, dello Speed Metal (genere che, guarda caso, esploderà proprio nel '83). In pratica, se in Canada erano tutelati e supportati dalla loro etichetta, in America la faccenda funzionava in tutt'altro modo ed i costi di produzione erano tutti a carico della band, la quale avrebbe dovuto finanziarsi per pagare in anticipo questi costi ed aspettare il rientro della somma investita tramite le Royalties, solo così avrebbero potuto continuare ad incidere vinili e dispensare metallo pesante ai loro fan. Le major americane erano disposte ad appoggiarli, ma non avrebbero cacciato un soldo. La politica in ambito discografico era cambiata ed era la band a farne le spese. Erano entrati in un vicolo cieco. Erano entrati in un vicolo cieco e per di più si erano impantanati senza poter andare né avanti né indietro. L'America è l'unico paese al mondo che si regge su un sistema legale, e questo sistema è infinitamente potente in quanto genera un giro di soldi di proporzioni enormi e, con i soldi, ci compri qualsiasi cosa ma sopratutto ci compri chiunque. Ci sono avvocati per qualsiasi cosa, dal semplice recupero crediti al più stupido dei tamponamenti, se per caso apostrofate in malo lodo qualcuno e, questo qualcuno ha almeno un paio di testimoni a suo favore, può intentarvi causa e un avvocato sarà ben felice di aiutarlo. Qualsiasi cosa può essere materiale di lavoro per un avvocato, specie in campo Musicale/Cinematografico o, per dirla in termine corretto, Music Enterteinment. Le clausole capestro sono le trappole più usate e meglio oculate nei contratti proposti dalle Major e diverse band hanno scritto canzoni su questo problema. Ricordiamo che uno dei motivi (se non il maggiore) della dipartita di Blackmore dai Deep Purple fu proprio il controllo costante ed assiduo della casa discografica nei confronti della band e del loro lavoro. Il celebre brano dei Depeche Mode "Everything Count" è un manifesto di come funziona il Music Business, il quale fa i soldi sulle spalle di persone animate dalla passione. Anche "Have a Cigar" dei Pink Floyd inquadra il problema e ci fa capire che, una volta entrati nel tritacarne, se ne esce solo con le ossa rotte (la lista di brani dedicati al problema è lunga). Quindi, proprio nel momento in cui nuovi sottogeneri stavano fiorendo, nuove band si affacciavano sulle scene portando un sound veloce e violento che avrebbe elevato il livello tecnico/esecutivo un gradino più in alto rispetto alle produzioni precedenti, gli Anvil si fermavano a guardare tutto questo succedere. La storia stava scivolando loro addosso quasi fossero degli indumenti idrorepellenti. Nascite, sviluppi, nuove correnti, sconvolgimenti: per i nostri quattro amici Canadesi tutto questo accadeva mentre la loro corsa si stava inesorabilmente arrestando. Il disco oggi recensito fu dunque il loro canto del cigno prima di un momentaneo, terribile stop che pregiudicò la loro carriera ed, inesorabilmente, le loro possibilità di lasciare ancor di più il segno nella Scena. Il 13 Aprile 1983 "Forged in Fire" esce nei negozi, soddisfacendo comunque le attese di tutti coloro che erano in trepidante attesa. L'album, ancora una volta, si avvale della supervisione di Tsangarides che armeggiando dietro i suoi macchinari confeziona un prodotto superlativo a livello di suoni, effetti e missaggi. L'incudine è al top della sua forma, temprato a dovere dalle due produzioni passate, da cui sono derivati Festival e Tournée, e si presenta nella formazione classica (Steve "Lips" Kudlow , Voce/Chitarra Solista; Robb Reinerr, Batteria; Ian Dickson, Basso, e Dave Allison, Chitarra/Voce) pronta più che mai ad imporsi in vetta all'Olimpo. L'album si presenta con la consueta incudine in copertina (ricordiamo che "Anvil" in lingua Anglosassone significa appunto “incudine”), racchiusa all'interno di una fornace. Da qui il titolo "Forgiato nel Metallo". Il messaggio è istantaneo e non presta il fianco ad equivoci, la band dichiara che il contenuto è "pesante", "incandescente" ed " indistruttibile", proprietà tipiche del più nobile dei metalli ovvero l'Acciaio. Mentre la copertina di "Metal on Metal" colpiva per la sua convincente potenza visiva, resa possibile dalla fotografia che era stata in grado di coglierne l'essenza legata alle scintille sprigionate dal contatto di una mola abrasiva contro l'incudine, la nuova realizzazione per il terzo album della band lascia leggermente perplessi. Visto con gli occhi del ventunesimo secolo potrebbe assomigliare ad un lavoro di Photoshop, prendendo tre distinti soggetti e facendoli convivere in un'unica immagine, oppure ad un lavoro di aerografia/fotografia (molto probabilmente) che presenta la fornace in primo piano con le porte semiaperte e al centro della stessa vediamo l'incudine avvolto dalle fiamme sicuramente aggiunte in un secondo tempo, durante le fasi di composizione di quest'ultima. Il tutto risulta un po' troppo "piatto" ed economico rispetto alla precedente opera e la copertina perde leggermente, a mio avviso, quel concetto che dovrebbe esprimere, se non addirittura enfatizzare. Tutta l'immagine di copertina è caratterizzata da una tonalità che va dal nero dei contorni al blu più scuro della parte centrale. Nella parte inferiore, appena sotto l'Incudine, troviamo il titolo dell'album che riprende, nel suo colore giallo bordato di rosso, le fiamme che campeggiano nel centro dell'immagine. La parte posteriore è caratterizzata dai primi piani dei quattro musicisti. L'immagine è semplice e d'effetto, in luogo di fotografie on the road o immagini di vari concerti si è preferito concentrare l'attenzione sulla genuinità di quattro ragazzi che trasmettono, senza pose plastiche ed ancor meno truci espressioni, tutta la passione che li alimenta. Titoli e nome del produttore sono stilati in alto mentre sotto alle foto campeggia il logo della casa discografica "Attic". Un estratto del testo di "Free As the Wind " lo leggiamo sempre in alto, sopra ai titoli delle track e recita: "If it's too loud, You are too old. get the Hell out cause You've been told" (“Se è troppo rumoroso, sei troppo vecchio. Vattene che forse è meglio”), un biglietto da visita invitante, non c'è che dire. Il vero valore, comunque, è racchiuso all'interno di questa copertina, e si profonde nell'aria non appena si posiziona la puntina sul primo solco. E' triste pensare come si possa affossare una band come gli Anvil dopo averne ascoltato il terzo album, ma anche il primo ed il secondo non fa differenza, ed è ancora più triste, oltre che vergognoso, che a farne le spese non siano stati solo i membri della band ma tutti i fan sparsi in giro per il mondo che, di fatto, per alcuni anni dopo la pubblicazione di questo album sono rimasti momentaneamente orfani di una formazione che a pieno diritto DOVEVA stare in cima alla lista delle metal bands degli anni '80.



Come il precedente "Metal on Metal", anche il nuovo lavoro della band si apre con la track omonima che da il titolo all'album, ovvero Forged in Fire. Dall'andamento vagamente ipnotico, il brano ha un incedere in stile "lento ma violento", cesellato qua e là dai soliti riff di sostegno alla parte vocale, tipici di Lips. La voce, dalle tonalità grevi e quasi epiche, si libra nell'aria e ci porta in una dimensione onirica alquanto convincente. Il lavoro della band è egregio, tutti gli strumenti viaggiano all'unisono creando un muro sonoro omogeneo e compatto, degno biglietto da visita per la nuova produzione del combo Canadese. Fin dai primi accordi si evince quanto il lavoro di Tsangarides giovi al sound della band e ne trasmetta tutto il potenziale senza sprecarne una sola nota. Avere dalla propria parte un produttore che conosce il fatto suo è di vitale importanza per qualsiasi gruppo e in questo caso il sodalizio tra le due parti è la formula giusta che dona alla band il valore aggiunto alle loro fatiche. Il brano ha una flessione nella parte centrale che si apre in una atmosfera evocativa dalla quale si erge l'assolo, celebrato in uno stile che ricorda vagamente l'architettura della "Stranglehold" di Ted Nugent. Lungo i tre anni che separano l'opera appena pubblicata, dal primo album passando per "Metal on Metal", non sono rari i riferimenti al sound del Leone di Detroit anzi, sono altresì confermati dalla band (Lips e Reiner) come le basi sulle quali hanno iniziato a sviluppare il loro stile. La chiusura del pezzo scorre via sfumando dopo quasi cinque minuti, durante i quali abbiamo modo di ascoltare un tipico esempio di Heavy Metal in puro stile anni '80 che ci lascia positivamente impressionati. La politica della band di aprire l'album con una song che ne ripete il titolo si perpetua anche in questa nuova avventura (e su quelle a venire), andando a costruire un filo conduttore che, di fatto, diverrà il marchio di fabbrica degli Anvil. Il testo: la forgiatura (detta anche Fucinatura) è un processo di lavorazione che si effettua portando il metallo ad elevata temperatura e battendolo ripetutamente con attrezzi o macchinari addetti all'uso, mediante tale processo è possibile dargli una forma definitiva che, successivamente, potrà essere ulteriormente lavorata a seconda degli scopi prefissi per il materiale. Forgiato nel Fuoco, quindi, è il termine usato dalla band per indicare qualcosa di solido e fatto per durare, e da questa definizione possiamo ben capire il tipo di messaggio che ci vogliono trasmettere. La capacità di affrescare con le parole immagini altrimenti sfuggenti la si evince all'inizio del testo in cui si descrive per l’appunto l’inizio del tutto ("Scraping the earth in search of the essence, Metallic rock ore where iron is present, Extraction smelter burn hot with phosphorescence" – “raschiando la terra in cerca dell'essenza, minerale metallico dove il ferro è presente, fornaci incandescenti bruciano con fosforescenza”). La descrizione è alquanto suggestiva poiché ci rimanda ad una visione quasi apocalittica della pratica di estrazione dei minerali da cui si trae il ferro, ma è altresì fedele alla realtà di quanto avviene quotidianamente in una fonderia.  Tutto il significato del brano, nonché la filosofia dei quattro rockers nei confronti della band, si può racchiudere nel ritornello che recita "Altered shape, affected matter Giving form, an ominous factor Never Breack it, it will never bend The Anvil was Forged in Fire" e cioè "Da una massa informe ha preso forma qualcosa che non potrà mai essere spezzato, l'Incudine è stato Forgiato nel Fuoco". Gli Anvil sono una band nata per picchiare duro, senza mai scalfirsi. Guardando al passato, quando è stata concepita questa canzone, e vedendo la band al giorno d'oggi, nessuno poteva ancora sapere quanto di veritiero fosse il suo testo. La seconda traccia, Shadow Zone, irrompe dalle casse come una ventata temporalesca. Dall'impronta vagamente orientata al passato, nello specifico al sound che la band mostrava nel primo album "Hard 'n' Heavy", l'esecuzione mette una marcia in più e parte spedita fin dagli accordi iniziali che si aprono stagliandosi su di un incalzante ritmo scandito dalle pelli di Reiner. Lips usa la sua voce al limite delle sue possibilità, andando più volte ad esplorare territori le cui tonalità non gli sono propriamente consone; le passate produzioni e le varie tournée, però, gli hanno dato quella esperienza necessaria per poter gestire al meglio le sue abilità vocali senza eccedere. Rimane così un cantato bilanciato e mai fastidioso, in tono simbiotico con la tematica trattata dal testo. A livello strumentale troviamo la band alle prese con un classico esempio di Early Speed Metal, genere che li vede storicamente precursori, di fattura egregia e dalla tecnica che denota un sensibile miglioramento rispetto al precedente "Metal on Metal". In effetti, il livello del combo Canadese, in questa nuova produzione, è decisamente superiore a quanto fatto dagli inizi della carriera. La composizione spinge senza tregua, senza lasciare spazio ad intermezzi che potrebbero spezzare il ritmo trainante, il tutto ci conduce al bridge da cui parte l'assolo egregiamente suonato da Lips, il quale pare voler attingere ancora una volta all'archivio della band proponendoci alcuni passaggi che riportano l'ascoltatore all'esecuzione di "Bedroom Game", del primo album. L'orgia scaturita dalla sei corde si diluisce nel ritmo portante del pezzo che conclude la sua cavalcata trasportandoci alla chiusura sulle ali della voce di Lips che, rallentando, esala l'ultimo respiro nel titolo della track. Il brano è una denuncia contro la guerra, atomica in questo caso, e contro l'umanità stessa che sembra non accorgersi della propria autodistruzione. L'excursus di quanto espresso nel testo ci affresca uno scenario apocalittico fatto di sofferenza e abbandono in cui l'umanità brancola nella disperazione, colpita da un olocausto nucleare senza precedenti nella storia. Una tragedia immane, che rompe le naturali regole di convivenza e stravolge, distruggendo, la vita di tutti. Chiunque abbia visto, anche solo una volta, i documentari riferiti allo sgancio di "Little Boy" nella baia di Hiroshima il 6 Agosto 1945, può ben capire quali immagini possano evocare le parole del brano. "Decaying flesh in open graves, disease ridden corpse, Death lurks in all that lives, the Earth becomes a morgue" (“Carni putrescenti in tombe a cielo aperto, il contagio diffuso dai cadaveri. La morte si nasconde ovunque, la Terra è diventata un obitorio”): abituati ai testi " leggeri" del primo album, riferiti nella quasi totalità al sesso in tutte le sue forme, colpisce la durezza e soprattutto la crudezza delle istantanee che il gruppo ci descrive ma se ci fermiamo a pensare per un attimo ci accorgiamo che, quanto ci viene descritto, altro non è che la triste realtà, allora come oggi. Il ritornello recita "Beware the shadow zone, death trap, the bomb has blow" (“Attenti alla Zona d'Ombra, è una trappola mortale la bomba è scoppiata”), dove nello specifico ci si riferisce a quel punto di non ritorno in cui, una volta entrati, non vi è più via d'uscita ed il brano si chiude con una frase che, ai giorni nostri, è pericolosamente attuale, nella quale si rinfaccia ai potenti il loro agire unicamente per brama di potere. Se potessero vedere quanto la loro sconsideratezza abbia fatto soffrire milioni di innocenti, forse si redimerebbero. L'umanità causerà la propria autodistruzione, è un dato di fatto. Che sia sotto forma di guerra, sotto forma di inquinamento o di qualche cosa d'altro l'indirizzo che l'uomo ha dato al suo vivere su questa Terra lo porterà inevitabilmente all'estinzione della specie. Accordi di più ampio respiro introducono il terzo brano, Free As The Wind il quale, nel volgere di pochi istanti, si evolve in una cavalcata il cui incedere dà piena enfasi al titolo della track. E' quasi palpabile la sensazione di corsa libera e selvaggia che i quattro Canadesi riescono a trarre dai loro strumenti concertati all'unisono, a riprova del fatto che il nuovo album sancisce in maniera definitiva quanto sia reale il potenziale della band, un potenziale che partendo dal primo lavoro si è progressivamente affinato e perfezionato seppur restando coerente al sound tipico del combo di Toronto. Il ritmo serrato che scandisce il cantato di Lips torna ad aprirsi sul ritornello da cui parte l'assolo, inizialmente malinconico e struggente, che va poi rafforzandosi supportato dalla sempre presente forza motrice rappresentata dalla batteria di Robb Reiner, vera e propria "Incudine" forgiata nel fuoco. Il rientro nell'architettura del brano è affidato al riff che ci riporta alle note iniziali, infondendo ulteriore spinta al tutto e trascinandoci in questa corsa sfrenata che sfuma in una evocativa chiusura arricchita da effetti che ripropongono il vento, elemento tipico per indicare il concetto di libertà, e un tocco di campana che dona al tutto quel senso di epico che non guasta mai. Sulle note di questo che potremmo definire uno dei brani migliori della Band (se non addirittura Il Migliore), si sviluppa un concetto legato soprattutto al periodo della adolescenza / post adolescenza in cui tutto quello che ci circonda è omologato ad una esistenza entro gli schemi della società, un tutto che ci è ostile e da cui prendiamo le distanze. Gli occhi con cui guardiamo una realtà che sentiamo non appartenerci e la situazione ci porta a scappare da essa o, quanto meno, a cercare di combatterla per non far si che ci amalgami al resto della massa. Il testo riflette quello stato d'animo che ognuno di noi, specie in quella fase dell'età, ha vissuto. Ma questo brano è altresì una dichiarazione di intenti che potrebbe aver pervaso il nostro Steve "Lips" Kudlow, impegnato nella sua ricerca di affermazione come musicista, carriera per cui ha speso ogni singolo attimo della sua vita. La determinazione nel perseguire il suo scopo diventa sempre più evidente nel procedere della track, soprattutto nel verso "Play my music way too loud, My hair's too long I don't fit in the crowd" (“Suono la mia musica in modo rumoroso, i miei capelli sono troppo lunghi e con la folla non c'entro niente” ), chiudendo in modo chiaro e libero da qualsiasi dubbio "Outta my way or I'll bury You deep" (“Non mettetevi sulla mia strada o vi seppellisco”). Come per l'album precedente, anche sul nuovo lavoro della band compare un brano firmato e cantato da Dave Allison, intitolato Never Deceive Me. Il suo apporto vocale al gruppo non si limita solamente ai cori ma trova posto anche nelle incisioni dove si evince una vena più melodica rispetto alle composizioni di Kudlow e Reiner. Il brano che un anno prima lo “presentava” ai fan, "Stop Me" (presente in “Metal on Metal”) e quest'ultimo confermano quindi una direzione maggiormente orientata verso sonorità più orecchiabili, seppur restando sempre in ambito Hard Rock/Heavy Metal. La sua voce suadente, dai toni più morbidi rispetto a quella di Lips, si intona maggiormente alla linea più orecchiabile della band, in effetti "Never Deceive Me", è un brano che rimane in testa e di cui involontariamente ci ritroviamo a canticchiarne il ritornello. Negli States sarebbe un brano da Radio che trasmette Classic Rock, un tipo di emittenti molto attente a quel lato “delle origini”, realtà radiofoniche pressoché sconosciute nel nostro paese in quanto non esistono stazioni simili (o almeno non esistevano fino a qualche anno fa, e neanche oggi sono troppo “ferrate” in materia). La struttura portante della track è caratterizzata da un andamento semi lento, scandita dal tocco gentile ma deciso di Reiner dietro le pelli, e si districa in un movimento sinuoso che avvolge i timpani in una parentesi di calma momentanea, dopo i primi tre brani. Di buona fattura l'assolo, che riesce a sigillare il brano donandogli quella veste più consona che si addice ad un album come "Forged in Fire". Decisamente un passo avanti rispetto alla song targata Allison del precedente lavoro, questa nuova track convince e non sfigura nel contesto, riuscendo a passare indenne la prova del tempo rimanendo sempre fresca e di piacevole ascolto. Il testo, seguendo il filone di quel “romanticone” del compositore della track, parla di affari di cuore e, in questo caso, di tradimenti o per dirla con il titolo della canzone, di inganni. Il copione è sempre lo stesso, abbiamo una donna al nostro fianco, la amiamo, ma facciamo comunque delle cose che la feriscono e, alla lunga, tutti quegli sbagli ci si ritorcono contro; questo è quanto si apprende dalle parole che il biondo chitarrista ritmico gorgheggia dai solchi del long playing. "Io sto con questa ragazza, ma non la tratto molto bene, il modo di comportarmi è criminale perché rimango fuori tutta le notte, se non è troppo tardi cerca di cambiare il mio destino, quello di cui ho bisogno è che tu stia con me" : Allison è cosciente di agire in modo sbagliato e cerca aiuto dalla sua bella per evitare di perderla, ma non ha tenuto conto del fatto che una donna, per quanto fragile possa essere (o sembrare), ha sempre il coltello dalla parte del manico, come si dice in gergo. Ovviamente, quando si è consapevoli che qualche cosa non stia andando come si deve, il primo passo che ognuno fa è quello di cercare il dialogo con Il/La partner e la conseguente scena muta che ci si presenta davanti ci disorienta maggiormente, creandoci una serie di domande a cui non sappiamo dare risposta. E proprio quando la consapevolezza di essere in torto con la propria donna sembrava aver raddrizzato il nostro amico, arriva la doccia fredda che gli fa aprire gli occhi: la bella signorina con cui si accompagnava, evidentemente, non taceva perché si teneva dentro la sofferenza di un rapporto in crisi, quanto più lo faceva per tenere segreta una relazione che invece la gratificava maggiormente. Quello che mi è sempre piaciuto nell'ascoltare musica, è scoprire delle perle nascoste all'interno degli album. Brani che, all'apparenza, hanno la sola funzione di riempire una nuova produzione e che invece finiscono col diventare dei piccoli capolavori come questa quinta track dall'incedere mozzafiato, intitolata Butter-Bust Jerky. Dopo la parentesi "soft" del precedente brano eccoci alle prese con il vero sound della band Canadese, che parte all'attacco guidata dal Generale Reiner impegnato a scandire il passo all'avanzata della divisione ritmica, intenzionata a non lasciare in piedi neanche un filo d'erba dopo il suo passaggio. La modalità "rullo compressore " che il combo riesce a creare unendo i propri strumenti è stupefacente e lo si può constatare sin dai primi accordi, che aggrediscono l'ascoltatore senza dargli tregua. Il binomio chitarre/basso diventa una cosa sola che trascina e scandisce il tutto come in una vera azione di sfondamento, dove quello che conta sono il fattore sorpresa, la rapidità d'azione e la velocità ( cit. Heinz Guderian, "Achtung Panzer"). La voce di Lips sembra librarsi al di sopra delle note, venendo trasportata su di un fantomatico tappeto sonoro, e rafforza la struttura del pezzo dandogli il valore aggiunto che si merita; la dote canora di Steve Kudlow non sarà al pari di altri più blasonati frontmen, non assistiamo a virtuosismi di sorta nel suo cantato, ma è perfetta nel suo contesto e questa è, a mio avviso, la quadratura del cerchio per quanto riguarda gli Anvil. Concretezza e Coerenza, sai cosa stai per ascoltare e sai che lo ascolterai alla maniera degli Anvil, semplice e diretto. Il momento magico della track è l'entrata dell'assolo al minuto 1:46, uno di quegli episodi che ascolti e riascolteresti infinite volte seppure l'universo dei “solo guitar”, nella musica Hard/Heavy, sia cosparso di stelle che brilleranno in eterno e quello che si svolge nel brano non sia nulla di eccezionale, ma ogni volta che lo affronti tendi ad alzare il volume un po' più alto della volta precedente. Il livello di attenzione riservato ai suoni, in fase di missaggio, è un vero e proprio capolavoro fatto da Tsangarides che da sempre riesce ad amalgamare il tutto trovando quello step aggiuntivo che finisce per arricchire e completare una base già perfetta di suo. A questo punto, dopo la disamina strumentale, dobbiamo affrontare l'esegesi delle liriche che, nella fattispecie, ci portano a camminare in un terreno minato in cui è facilissimo incappare nel classico passo falso, visto il sottilissimo confine che divide la traduzione del testo in modo corretto e "pulito" dalla volgarità. Arduo compito da svolgere sarebbe anche quello di cercare il modo migliore per spiegare certi termini che, in Italiano, trovano la loro naturale definizione solo ed esclusivamente in versione "spinta", ma alla fine stiamo parlando di Metallo Pesante e, detto tra noi, nessuno si scandalizza più per nulla ai giorni nostri. Il brano torna ad esplorare i territori tanto cari alla band degli esordi, ovvero quei testi “sesso riferiti" che tanto fecero parlare i media Canadesi ai tempi dell'album d'esordio, scatenando le ire funeste delle associazioni garanti di una certa etica morale; in questo caso, la canzone, è la descrizione di quell'atto sessuale (o forse rientra nella sezione "preliminari"?) che in Spagna è nota come “cubana”, mentre nel suolo patrio viene definita "spagnola". Sembra che la definizione più corretta sia quella Ispanica, derivante dai tanti aneddoti legati alla traversata che fecero le tre caravelle durante il loro viaggio verso le Americhe. Come ben sappiamo, Cristoforo Colombo ed i suoi non hanno scoperto gli Stati Uniti (come li chiamiamo e geograficamente conosciamo oggi) ma sono bensì sbarcati nella odierna San Salvador e proprio nel loro peregrinare di porto in porto, nel mar dei Caraibi, sembra abbiano scoperto questa pratica così tanto decantata. Il testo recita: "Tutto quello che mi serve è una signora dalle generose dimensioni, deve essere un po' pazza, non scenderò a compromessi", "Se riesce a riempire una coppa " D " allora va bene per tenermici in mezzo". Il corrispettivo Europeo della misura Anglosassone D è riferito a quello che da noi definiamo come “abbondante”. Il ritornello, in seguiro, rimarca comunque una complicità tra i due, che rende questa pratica ancora più coinvolgente, trasformando il senso del testo da una cosa volgare ad una forma goliardica di ricerca del piacere. In perfetto stile Anvil, insomma. Dovendo fare una retrospettiva dell'anno in cui "Forged in Fire" è stato pubblicato, il 1983, e volendola contestualizzare a ciò che stiamo presentando, possiamo affermare quasi unanimemente che "Future Wars" possa definirsi come il brano simbolo dell'intero album. Questa analisi nasce dal fatto che la track era onnipresente in ogni locale Metal degno di questo nome, e veniva spesso suonata durante l'attesa di qualche concerto quando il pubblico andava pian piano riempiendo il luogo designato. Era oltremodo la più conosciuta dai fan del metallo pesante, ed era la prima (o tra le prime) ad essere menzionata quando si parlava della nuova uscita della band. La forza dirompente con la quale si presenta all'ascoltatore non passa sicuramente in secondo piano, il brano era il primo nella seconda facciata del vinile e dopo aver ascoltato l'indiavolata "Butter-Bust Jerky" arrivava con una rincorsa travolgente simile ad una carica di rinoceronte. La partenza del pezzo è immediata, senza intro a crearne il pathos, e l'incedere scorre compatto in tutta la durata del pezzo. Lips lavora in simbiosi con la sezione ritmica che lo accompagna nella parte cantata donandogli ulteriore forza, nel classico "modus operandi" al quale la band ci ha abituati. Encomio a Robb Reiner per l'esecuzione sempre impeccabile alla batteria, mentre per quanto riguarda l'assolo, esso parte dalle note di base, introduttive del pezzo, e si sviluppa ricordando vagamente alcune parti di "Bedroom games" in questo caso più rallentato rispetto al brano in origine su "Hard n Heavy". Il testo è di natura Epic/Fantasy, ci narra di guerre in posti lontani da noi dove soffiano venti mistici, dove uomini cavalcano aquile da guerra e razziano le rispettive spiagge. Un brano che ci narra di questo posto dove Maghi e Stregoni si combattono di notte, ed in questo scenario di distruzione si erge la figura di un Re di razza barbarica, il quale crede nell'acciaio della sua spada e porta le cicatrici delle battaglie passate. Questo Re diventa il condottiero che raduna tutti gli uomini per formare un grande esercito e muove guerra, dichiarando che la vittoria finale sarà loro. Un testo che rappresenta quindi la classica battaglia tra il bene ed il male, questa figura impavida che si mette a capo di decine di migliaia di uomini e muove contro le forze infernali ci ricorda molto da vicino il più famoso Conan il Barbaro (del film omonimo), e forse l'ispirazione per questo testo potrebbe arrivare proprio da li in quanto il film in questione risale al 1982 (un anno prima della pubblicazione di “Forged in Fire”) mentre il personaggio principale, ideato da Robert Erwin Howard, risale al 1932. Il finale vede trionfare il bene, il Re vince la sua lotta contro l'Inferno in terra ed il buio tetro. Si torna a parlare di situazioni pruriginose nel settimo brano, Hard Times – Fast Ladies, un pezzo di ottima fattura che contribuisce a mantenere alto il livello di decibel dell'album. La matrice NWOBHM traspare in pieno dall'architettura della track che presenta uno svolgimento in continuo crescendo fino all'assolo, come sempre magistralmente eseguito. Anche in questo episodio la chitarra di Lips ci regala riff incastrati tra una frase e l'altra che compaiono a supporto del brano per poi svanire, ripresentandosi in altro contesto ma svolgendo lo stesso magnifico lavoro. E' fuori di dubbio che questo modo di usare la sei corde sia parte del marchio di fabbrica del combo Canadese, non mi stancherò mai di dirlo. In questo brano abbiamo anche la presenza più marcata della parte corale, da parte di Allison e Dickson, in simbiosi con Lips durante alcune parti del testo ed il risultato è più che convincente, la track ne esce completa in tutte le sue parti e nulla c'è da aggiungere. Tornando alle liriche abbiamo a che fare con gli Anvil degli esordi, l'indole “adolescenziale” della band non si è persa per strada durante la scalata al successo, ed anche in questo nuovo lavoro i quattro rockers di Toronto riescono a piazzare un pezzo che parla di sesso. Quello fatto come piace a loro, senza implicazioni, senza complicazioni e possibilmente da consumarsi con soggetti femminili trovati in qualche locale. E' quanto ci viene raccontato di seguito:  “Tre di voi sono tutte sole, sulla lunga strada per casa. Nessuno è qui a dirvi cosa dovete fare stanotte, ci guardate e pensate che forse potreste provarci”, “Stiamo venendo da voi e faremo del nostro meglio. Tutta la notte, senza riposo Ti darò ogni centimetro di Me, aspetta e vedrai”. A questo punto, di norma, la situazione cambia scenario e si sposta solitamente in una stanza; lo svolgersi delle storielle piccanti della band ha un che di seriale, al momento non è pervenuta alcuna performance sul cofano di qualche auto o in ambientazioni così definite "Outdoor", il tutto si consuma sempre e solo in una camera da letto, intesa quasi come un “tempio”, un santuario, una “Thelema” Crowleyiana nella quale dare sfogo ad ogni tipo di piacere. Come da copione, una volta calmato l'ormone, la faccenda si ridimensiona ( sotto tutti impunti di vista ) e la realtà torna ad essere quella che è, nuda e cruda. Non c'è l'amore sperato dalle donzelle di turno, ne tantomeno un finale " Politically Correct " per dare alla track una parvenza buonista. Si ritorna a respirare aria di Hard Rock nell’ottavo brano del lotto, dopo l'orgia di metallo pesante della tracce precedenti. In Make it Up To You le sonorità si ammorbidiscono leggermente e si aprono in un respiro più ampio, riportando l'ascoltatore ad un livello di decibel meno estremo mentre la chitarra solista confeziona riff dal vago sapore melodico, in contrapposizione con l'apparato ritmico che invece risulta essere come sempre granitico e ottimamente orchestrato dalla crew Allison / Dickson / Reiner. I suoni che hanno contribuito alla formazione musicale del quartetto Canadese si ritrovano qua e là lungo lo svolgimento del brano, lasciandoci intendere che la band è ancora saldamente ancorata alle basi fondamentali degli esordi seppur continuando ad innovare il proprio stile. La sensazione che deriva dall'ascoltare questo brano è che, il valore aggiunto, è proprio la sei corde di Lips, capace di creare quell'atmosfera quasi struggente che pervade il pezzo fin dal suo inizio e che la pone in antitesi con gli altri strumenti i quali operano su di una base decisamente più dura. Dunque, “Make it up to You” scorre via piacevole, senza forzature, trovando il suo climax all'entrata dell'assolo e durante il ritornello, quest'ultimo sapientemente filtrato in fase di missaggio ed arricchito di un effetto che sembra trasportarci via. La sezione lirica è orientata alla consacrazione della persona amata, un ringraziamento nei confronti di chi ha reso possibile un cambiamento radicale nella vita di chi ha scritto queste parole. Il testo è firmato dal duo Maggie e Larry Lee, rispettivamente Cantante/Compositrice di Testi lei, Musicista/Cantante/Produttore lui. Non è chiaro se il Larry citato nelle note biografiche legate alla canzone sia lo stesso che ha suonato al fianco di Jimi Hendrix a Woodstock, oppure se sia un suo omonimo Canadese, resta il fatto che sotto la comune firma, della coppia di autori, si trovino diversi testi affidati a band del panorama Rock/Metal. Il concetto espresso non è molto prodigo di parole, anzi, a differenza delle track presenti sull'album questa è forse la più corta per parte cantata ma il suo significato è molto profondo e toccante se lo proiettiamo in un'ottica di vita reale. Quello che viene espresso in questo brano è quanto accade ( o è accaduto ) realmente a chiunque di noi : “Quando ti ho intorno mi fai sentire così bene”, "Ora vedo le cose nel modo in cui posso farle realmente, la lezione che ho imparato ha cambiato in meglio il mio atteggiamento, e questo è merito tuo”, traducibile anche in "e questo lo devo a te". Decisamente una splendida dichiarazione, non fine a se stessa, ma in una forma che si eleva al di sopra della coppia materiale e fisica fino a raggiungere il concetto stesso di "Amore" come viene inteso nella sua accezione superlativa. Essere in grado di poter dire parole simili alla persona amata, sia esso uomo o donna, ci porta ad un livello individuale e spirituale di completezza del nostro Io. Quello che in definitiva dovrebbe essere il cammino della vita di ognuno di noi, la ricerca e la completezza di noi stessi anche attraverso gli altri. La cosa bella, di certi testi apparentemente superficiali o scontati, è che se li si affronta da un altro punto di vista ci aprono scenari su cui riflettere a dir poco sorprendenti. Questo è il vero potere delle parole. Si ritorna su altri binari con l’arrivo di Motormount, Speed Metal di primissima generazione, l'esempio più classico di cosa stava nascendo in quegli anni. Potrebbe bastare questa breve definizione per descrivere il brano, arrivato intatto fino ai giorni nostri, ancora carico di energia esplosiva che traspare fin dagli accordi iniziali. Strutturato come una classica cavalcata dirompente, dove la batteria di Reiner gioca un ruolo di primissimo piano e la chitarra solista enfatizza il soggetto della canzone con un effetto simile ad un motore in accelerazione. Il tutto è pompato ad arte dalla voce di Lips che snocciola le frasi modulando l'ugola andando a toccare punte più elevate (fino a dove le sue corde vocali lo permettono) e momenti più gutturali. La combinazione gli riesce in maniera egregia ed il brano risplende in tutta la sua potenza, senza che nulla gli debba essere aggiunto o levato. “Motormount” è l'ennesimo brano della band a fregiarsi della definizione di "Stato dell'Arte" ovvero: meglio di così è impossibile andare. Il lavoro ritmico affidato ad Allison e Dickson erige un muro sonoro impenetrabile e ci da il senso di cosa significhi la definizione "Metallo Pesante", specialmente se il brano è suonato ad un volume oltre i decibel consentiti dal regolamento condominiale (Esperimento da Provare assolutamente, se si vuole essere dei veri Metal Maniacs). Nel brano, contrariamente allo stile di Lips, la sua chitarra non dispensa accordi a supporto della parte cantata ma si limita ad entrare nella parte centrale in un lancinante assolo che si assorbe nella trama portante del pezzo il quale ci accompagna fino alla chiusura dello stesso. Tre minuti e quaranta secondi di puro metallo, veloce e pesante, che hanno sancito la consacrazione della band come pioniera dello Speed Metal, anche se nell'arco del 1983 si assisterà all'arrivo di ben altre realtà destinate a raggiungerne l'Olimpo, gli Anvil saranno riconosciuti da tutti come la formazione d'ispirazione iniziale. L'analisi del testo ci presenta, da subito, un doppia chiave di lettura: una parte lo considera niente più che un brano riferito alla meccanica (in questo caso ad un motore d'auto), celebrazione della potenza espressa in cavalli vapore e della velocità, mentre un'altra parte (più maliziosa) lo vede come una metafora del rapporto sessuale, per via di certe definizioni che potrebbero anche essere interpretate in quel modo (volendo). Parlando a livello motoristico non sarebbe la prima canzone dedicata ad un auto, le più famose "Highway Star" dei Deep Purple oppure "409" dei Beach Boys hanno come soggetto macchine veloci, preparate e idolatrate dai loro proprietari, la stessa "Hurricane" dei New Yorkesi The Rods ci parla di un mezzo che nessuno può battere (“You can't beat the Hurricane”) e di quanto il suo felice possessore ne sia orgoglioso. Da sempre il binomio donne e motori procede in simbiosi, quasi che l'uno sia complementare all'altro e non possa esistere una realtà dove le due cose stiano separate, se a questo ci aggiungiamo anche il mondo della musica Rock abbiamo la triangolazione perfetta per scrivere qualsiasi cosa vogliamo, su entrambe gli argomenti, e le allusioni vengono da sole. “Li ha provati tutti, dal più grosso al più piccolo ma nessuno ma nessuno è riuscito ad accenderti”: in questo caso le dimensioni di cui parla il testo ( tiamo sempre parlando di motori) sono riferite alle misure Americane che divide i motori otto cilindri in due categorie: "Small Block", sotto i Seimila di cilindrata e "Big Block" sopra i Seimila di cilindrata. Volendo invece avvalorare la tesi della metafora sesso riferita, il gioco è alquanto facile da intuire. “Questa notte sei qui per farti sistemare, ti riempirò il serbatoio”,  "La ingrasseremo da cima a fondo, lubrificandola”, "High speed ride - Power Glide, Can't survive overdrive" (“Corsa ad alta velocità-Power Glide, non puoi sopravvivere al fuori giri”). Il concetto del termine "Power Glide" è abbastanza arduo da tradurre, ma ci proverò. Con questa definizione (“Glide”) si vuole intendere lo "scorrimento" o "scivolamento" del pistone nei cilindri, nel 1965 quando la Harley Davidson presentò il famoso modello Electra Glide si intendeva che il movimento del pistone, in fase d'accensione, avveniva mediante motorino elettrico a differenza del precedente modello " Duo Glide " il quale prevedeva ancora la classica accensione a pedale ( il cosiddetto Kick Start ). Quindi, quando leggiamo nel testo " High Speed ride-Power Glide " dobbiamo immaginarci un motore spinto al massimo dei giri e delle sue potenzialità. Siamo così giunti alla fine di questa nuova metallica avventura: è tempo di ascoltare Winged Assassin, brano di chiusura dell'album che presenta la band alle prese con un sound, a mio avviso, precursore dei tempi. Per quanto l'architettura dello stesso rientri, di base, negli schemi del Combo Canadese, si avvertono delle sfumature che solamente anni dopo ritorneranno a farsi ascoltare in altre incisioni. La track con la quale si chiude il terzo capitolo della band presenta tutte le caratteristiche del brano d'esplorazione verso nuove sonorità o, almeno, questo è quello che sembra. La linea di basso è la colonna portante della struttura seguita dall'immancabile presenza di Reiner che picchia come un fabbro sulla batteria mentre Lips scandisce il testo armeggiando sulla sei corde in simbiosi con Allison. Assolo ben proporzionato all'andamento del pezzo, che si apre e si chiude senza cambiare la linearità di tutta la canzone e ci mostra il solito "modus operandi " di Kudlow il quale, seppur a volte un po' ripetitivo negli accordi, non ci stanca mai. Per questo brano la band non ci parla di sesso, donne, motori o altre tematiche classiche della musica Rock ma descrive un attacco aereo di un non ben precisato teatro bellico. “La missione è completata, gli onori attendono gli eroi, le fusoliere dipinte aggiudicano nuovi morti”. La pratica di dipingere una bandiera, per ogni aereo nemico abbattuto, sulla fusoliera del proprio velivolo è una consuetudine che si è largamente diffusa nella seconda guerra mondiale tra i piloti alleati, in special modo Americani e Inglesi, sia nel teatro Europeo che in quello del Pacifico. La spettacolarizzazione della guerra da parte di certi eserciti passa anche da queste cose, ogni bandiera era motivo di vanto per il pilota (o nel caso di bombardieri, per l'equipaggio) e nei circoli Ufficiali chi annoverava più abbattimenti era visto come l'asso dello squadrone. Questa usanza si è diffusa anche tra i carristi, in special modo Russi e Tedeschi, che decoravano i fusti dei loro Carri con dei cerchi di colore bianco, più cerchi significavano più nemici distrutti. La track in questione è, tuttavia, un pezzo contro la Guerra piuttosto che una sua glorificazione e vuole sottolineare che, per soddisfare un esiguo numero di Politici/Militari, migliaia di persone innocenti debbano morire invano. Volendo definire il concetto di Guerra, potremmo citare il famoso dipinto di Goya "Il Sonno della Ragione Genera Mostri ", in quanto è sintomatico di cosa succede quando la ragione degli uomini soccombe, la visione delle cose cambia, portando le cose a imprevisti quanto nefasti risultati.



Dovendo analizzare “Forged in Fire”, dandogli un giudizio il più imparziale possibile direi che con questa ultima pubblicazione si chiude il trittico, Esordio (“Hard 'n' Heavy”), Affermazione (“Metal on Metal”), Consacrazione (“Forged in Fire”). Questo album è la somma dei precedenti due, è evidentemente più maturo ed orientato verso un suono più pulito, e nel livello tecnico si avverte il percorso di crescita che la band ha affrontato nei tre anni che dividono il primo lavoro da quest'ultimo. Lo definirei l'album che ha collocato, in maniera definitiva, la formazione Canadese tra i grandi della New Wave of British Heavy Metal, oltre che tra i precursori dello Speed Metal, e di questo posso esserne certo. Come ho già avuto modo di scrivere nelle due precedenti recensioni riferite alla band, quello che ho sempre apprezzato è la coerenza che la formazione mette nel proprio lavoro, confezionando un prodotto che risulta essere sempre in linea con il sound dell'album precedente e per tanto si è sempre consapevoli di quello che si sta comprando. Il mio giudizio complessivo non può che essere positivo, e mi spingo oltre nel dire che "Forged in Fire" è tra gli album più belli usciti nel 1983, ultimo anno del fenomeno NWOBHM. Lo classificherei con un voto di 9 su 10, non mi sento di dargli il massimo dei voti solo per il fatto che ha una copertina decisamente oscena, rispetto al suo contenuto; è vero che non si deve mai giudicare un libro (in questo caso un disco) dalla copertina, ma essendo un fan della band fin dalla prima ora e avendone seguito la crescita costante dal 1981 al 1983, mi aspettavo molto di più, in termini di grafica, rispetto a quanto è stato proposto. Questa è una delle poche pignolerie che, nelle prime tre pubblicazioni della band mi permetto di fare, in quanto fervente sostenitore, e per quanto riguarda la prima parte della loro carriera è anche l'ultima. Forgiato nel Fuoco è un album da mettere nella parte alta dello scaffale dove custodite gelosamente tutti i vostri Vinili/CD, lontano dalla portata di mani indiscrete che potrebbero non essere consapevoli di quello che stanno maneggiando. Questa è una testimonianza di come suonavano gli anni '80, o almeno l'inizio del decennio, è una macchina del tempo che può farci viaggiare a ritroso negli anni e scoprire ( per chi all'epoca non c'era ) o riscoprire il vero Metallo Pesante. Un vero peccato che, alla fine di tutto questo, l’officina abbia dovuto “chiudere” per colpa delle spietate regole dello show business. Dopo questo disco, per citare le parole di Lips nell’intervista realizzata proprio per “Rock & Metal in My Blood”, “gli Anvil si ritrovarono privi di un contratto discografico negli anni più importanti per il Metal”. Una carica dirompente fermata sul più bello, una fiamma che tutti hanno cercato di estinguere ma che, a conti fatti, è ancora presente e brucia più che mai. “Forged in Fire” è un disco Metal senza tempo, ancora fantastico nel suo essere così schietto e diretto, un ottimo album qualsiasi sia il periodo “storico” un cui chiunque avesse deciso o decida di ascoltarlo. Possente, ieri come oggi. Keep on Pounding ! ! !


1) Forged in Fire
2) Shadow Zone
3) Free as The Wind
4) Never Deceive Me
5) Butter-Bust Jerky
6) Future Wars
7) Hard Times - Fast Ladies
8) Make It Up To You
9) Motormount
10) Winged Assassins

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