ANTHRAX

Persistence Of Time

1990 - Island Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN E FRANCESCO PASSANISI
25/02/2013
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Quando si parla di storia del thrash non si può fare a meno di parlare di loro. Annoverabili tra più grandi gruppi statunitensi del suddetto genere, gli Anthrax hanno avuto la peculiarità di non appartenere alla frangia Bay Area, della quale invece facevano parte i più grandi esponenti del thrash U.S.A. (Metallica, Megadeth, Exodus, Slayer). Differente è anche il loro approccio, maggiormente scanzonato, goliardico, diverso dall'attacco frontale delle band sopra citate, arrivando perfino ad una svolta Alternative imponendosi come padrini del nascente genere Rap Metal (il pezzo incriminato che contribuisce sostanzialmente alla nascita del genere è I Am The Man, in collaborazione con i Public Enemy). Ma questa come si suol dire è un altra storia...Siamo nel 1990. Gli Anthrax rilasciano sul mercato il loro quinto full, "Persistence Of Time", dopo aver deliziato i palati degli affamatissimi thrashers con quattro release di notevole caratura,  quattro inarrivabili perle incastonate nel diadema del genere thrash(tra cui mi preme citare Spreading The Disease e Among The Living, indubbiamente i loro capolavori). Arriviamo così al full in questione, edito come sempre dalla Island Records e ultima release con Belladonna prima dell'avvicendamento con John Bush. Biglietto da visita per questo ottimo Lp è una copertina dal vago sapore surrealista in cui a farla da padrone è il concetto di "memento mori": l' orologio con i teschi a posto delle ore e delle ossa a sostituire le lancette sembrano ricordare quel detto latino, "ricordati che devi morire". Tempo e fato quindi. E intorno un paesaggio surreale,  in cui vediamo, a circondare l' orologio posto in primissimo piano, una landa brulla e un cielo crepuscolare. Intorno all'orologio protagonista della copertina altri orologi che ricordano in maniera sin troppo evidente delle lune si palesano in tutta evidenza: due in alto nel cielo, a destra e a sinistra dell'orologio principale, e uno in lontananza piantato nel terreno). L' apertura è affidata a "Time": l'orologio della copertina inizia lentamente a ticchettare appena si avvia la riproduzione, per poi velocizzare sempre di più mentre da lontano cominciamo a sentire le chitarre di Scott Ian e Dan Spitz impegnate in un riff che si ripete ciclicamente, sostenuto da una batteria secca quanto potente che inizia a pestare con furore senza grandi variazioni di tempo. Il ritmo si fa martellante, da perfetto mosh, ma ben diverso dal mosh dei restanti membri del Big 4. Se il mosh scatenato dagli Slayer è un vulcano di cattiveria, una vera e propria guerra, mentre quello di Megadeth e Metallica contiene tutta la rabbia per le ingiustizie sociali di cui cantano queste band, il mosh degli Anthrax è più una virile festa di fratellanza, un momento di aggregazione con altre persone simili a noi ma non per questo perde di potenza anzi, è deflagrante come l'attacco di un battaglione di panzer. Un velocissimo blast beat funge da biglietto da visita per il grande Joey Belladonna, che senza troppi convenevoli entra in scena iniziando a declamare un testo che parla della paranoia di una persona vittima dello scorrere del tempo. Il tempo diviene un ossessione per il protagonista del pezzo, sembra quasi che la vita e la morte stiano combattendo per contendersi secondi a lui preziosi. Il tempo continua a parlargli attraverso l' orologio, continua a funestarlo, ma questi non si arrende e continua a lottare contro il concetto stesso di inesorabilità. Mentre Belladonna ci delizia con delle lyrics dall'ampio sapore introspettivo sullo sfondo le ritmiche dettate dagli strumenti continuano a martellare con costanza ed ad avanzare inesorabili, rappresentando adeguatamente il tempo scandito implacabilmente dall'orologio, amplificato e distorto da una mente paranoica. A quattro minuti e diciassette il brano si apre in una ottima parte strumentale (della durata di un minuto e venti circa) che prende il via da un tamburellare dal vago flavour tribale condito da decisi "Uh". Subito dopo, mentre la batteria riprende a pestare in perfetta linea con l' andamento generale del brano, si inserisce un ottimo solo di chitarra che ci conduce verso la fine del pezzo.  "Blood", la seconda track prende il via con dei rumori soffusi di fondo. Quasi subito parte il cronometrico picchettare della batteria presto raggiunta in fade in dalla chitarra che inizia un riff sordo perfettamente adiacente con i tempi scanditi dal drum set prendendo lentamente una forma più definita smarcandosi dal puro gemellaggio con il drum set, cesellando un riff circolare dal sapore cupo. Varcata quasi la soglia del minuto i tempi accelerano grazie alla batteria che si fa decisamente più serrata (mentre notiamo che il riff non varia di una virgola). L' introduzione abbastanza lunga (un minuto e venti circa) funge da antipasto per permettere a Belladonna di fare la sua comparsa, stavolta con un testo che prende spunto dalla parola del titolo, "Blood" per dare uno spaccato intimistico di un uomo che conquista gradualmente coscienza attraverso un lavoro di elaborazione interiore. E lo fa ripetendo "immagina...": immagina di dire ciò che può essere detto, immagina di uccidere qualcosa che ami, immagina di vivere la tua vita, inserendo persino un verso dalle velocità rap, tornando virtualmente sul luogo del "reato" "I Am the Man". "Keep in the Family" viene inaugurata da un riff meccanico e straniante, nel quale puntuale si inserisce la batteria con un pattern scarno ma che riesce a seguire perfettamente il lavoro della coppia Ian/Spitz, donando così alla struttura un'impronta marziale e militaresca evocando quasi una sorta di marcia di robot da guerra pronti a sferrare l'attacco. I ritmi si mantengono marziali sino al minuto e quaranta per poi accelerare parossisticamente come un motore su di giri. Belladonna stavolta ci sollazza con un testo che prende spunto dal concetto di ribellione, in cui si cita il nemico pubblico, non l'uomo consapevole ma colui che agisce alla cieca. "Io sono quello che temete" si legge "io sono la libertà..". "My World" prende il via e si mantiene su ritmi serrati, tesi come una corda di violino, strutturata su un lavoro potente di batteria e inizialmente su powerchord dal sustain prolungato per poi sfociare su powerchord stoppati che seguono l'andamento della batteria. In concomitanza con il subentrare di Belladonna la chitarra si rilassa nuovamente dando alla struttura un senso aperto e quantomeno ansiogeno, conferendo alla struttura del brano quella sottile tensione dell'intro. Belladonna inizia a recitare un testo dal sapore molto intimista: "They're gonna put me in jail? / Man, I'm already in jail / Don't they know that my life / Is just one big cell" per poi scomparire per circa un minuto lasciando che le chitarre riprendano la loro folle corsa inseguendo la batteria per poi rilassare nuovamente la struttura del brano per preparare il terreno al ritorno di un Joey Belladonna quanto mai ispirato. Il testo si struttura sulla descrizione di un uomo isolato "nel proprio mondo", confinato in una gabbia virtuale in cui sente che nulla e nessuno lo possa toccare (I’d rather be alone / In my world / I’m not afraid / I am not afraid / Nothing touches me / I’m a walking razor blade). La sfuriata strumentale finale di "My World" ci introduce "Gridlock", introdotta da un Charlie Benante lanciato in un devastante intro di batteria mentre Ian e Spitz "Rumoreggiano" con le loro chitarre e con l'effetto Phaser prima di rientrare nei ranghi con un riff dalla plettrata serratissima che funge da base per un Belladonna che si inserisce con una voce sprezzante quanto (apparentemente) calma iniziando a ripetere in maniera mantrica "It's a long time, a long time comin'..". Il pezzo prosegue ad una velocità abbastanza sostenuta - stupende in questo contesto le accelerazioni batteristiche in concomitanza del refrain che danno l'idea di un treno cromato in piena corsa - regalandoci verso i tre minuti e quaranta uno spedito assolo di chitarra. Il testo ci mette di fronte allo scarto tra quel che è il protagonista e ciò che gli altri vorrebbero che lui fosse, dimostrando come dietro alla vena ironica che permea i testi degli Anthrax ci sia lo stesso disagio sociale che è sempre stato alla base di molte lyrics Thrash Metal. "Intro to Reality" è un breve strumentale dai toni rilassati ed epici, introdotto da un ottimo fraseggio bassistico di Frank Bello, che si lega direttamente a "Belly of the Beast", traccia che si regge soprattutto su un Benante in stato di grazia che accompagna l'incedere di chitarre, basso e batteria con un pattern semplice ma di sicuro effetto, in grado di scatenare il tipico "Anthrax-mosh". Il testo ci offre lo spaccato di una umanità persa nel "ventre della bestia" in cui vengono citate "città di anime che muoiono per la pace" e "martiri, morti che non possono morire". Un velocissimo riff di basso ci introduce "Got The time", cover della canzone di Joe Jackson che mantiene lo stesso andamento veloce con influenze quasi funky, soprattutto nelle linee di basso che assumono maggiore importanza del normale mostrando in pieno le capacità del sempre ottimo Frank Bello. L'atmosfera cambia con i violenti Powerchord della coppia Spitz-Ian che ci introducono "H8 Red", traccia che riporta l'album su binari più canonici per il gruppo di New York mostrando ancora una volta più di un legame con la scena hardcore americana che ne aveva preceduto ed accompagnato il debutto. In questo caso il testo tratta in qualche maniera della discriminazione ("You can't just look at my face/You can't judge me by my race" ). Il protagonista del brano si sente vittima del pregiudizio, gli sguardi che gli vengono rivolti sono percepiti come pieni di preconcetti, fortemente discriminatori, ma il suo atteggiamento superiore lo porta a non giudicare a sua volta, o peggio, ad odiare. Arriviamo a "One Man Stands" e veniamo accolti da un'atmosfera maligna ed oscura, costruita su chitarre e batteria, nella quale ci sentiamo persi e disorientati. A svelare l'arcano ci pensa Joey Belladonna che, introdotto da uno splendido fill batteristico, ci "spiega" dove ci troviamo. Siamo dentro la mente di un soldato che ha sconfitto l'ultimo nemico, scoprendo che non si trattava d'altro se non di un uomo esattamente come lui che giochi politici e differenze sociali hanno classificato come "il Nemico" e hanno insegnato al nostro soldato che non c'era niente di più importante che sconfiggere questo "Nemico". Dopo questo pezzo dal sapore più intimista ci troviamo nuovamente di fronte ad una Mosh-Track in pieno stile Anthrax con "Discharge" il cui testo è un invettiva contro un personaggio dotato di un certo potere, ma al contempo viscido, spregevole. Assolutamente esplicativa è la parte del testo che recita "Get off my dick, it’s sick/I refuse to feel sorry for you/I can’t, believe/People put you on a pedestal" in cui si esprime schifo nei confronti di questo personaggio e perplessità su come possa essere stato messo dalla gente su di un piedistallo. Con quest'ultima traccia si chiude un album di buon livello, anche se lontano anni luce da capolavori come "Among the Living" e "Spreading the Disease".


1) Time 
2) Blood
3) Keep It in the Family 
4) In My World 
5) Gridlock 
6) Intro to Reality
7) Belly of the Beast 
8) Got the Time
(Joe Jackson) 
9) H8 Red 
10) One Man Stands 
11) Discharge 

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